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SEPULVEDA LUIS - IL MONDO ALLA FINE DEL MONDO

Italiana




SEPULVEDA LUIS

IL MONDO ALLA FINE DEL MONDO.



Traduzione di Ilide Carmignani.

UGO GUANDA EDITORE IN PARMA.

Il 16 giugno del 1988 un inquietante messaggio approda ad Amburgo, stampato dal fax di un'agenzia giornalistica legata a Greenpeace e molto impegnata in campo ecologico: la nave officina giapponese Nishin Maru è stata rimorchiata in un porto del Cile, squassata in seguito a un misterioso incidente in cui hanno perso la vita numerosi membri dell'equipaggio. Uno dei reporter, che da giovane aveva viaggiato in quei mari, s'insospettisce, indaga e scopre che in teoria quella nave non esiste più, è stata ufficialmente demolita a Timor anni prima. Ma perché allora ha continuato a navigare, come il vascello fantasma di un'antica leggenda marinara? Accompagnato dal capitano Nilssen, un vecchio lupo di mare schivo e generoso, il giornalista parte per quei mari insidiosi e incantati. E sotto il cielo livido della Terra del Fuoco, tra fiordi labirintici, micidiali banchi di sabbia e isole spazzate dal vento, il giovane scoprirà, in un crescendo di suspense, la tremenda e impensabile verità, l'esito fantastico di una vicenda cruda e incalzante.

Ai miei amici cileni e argentini che

combattono in difesa della Patagonia

e della Terra del Fuoco. Alla loro ge-

nerosa ospitalit..

All'equipaggio del nuovo Rain-

bow Warrior, nave bandiera di

Greenpeace.

A Radio Ventisquero di Coyhai-

que, la voce del mondo alla fine del

mondo.

PRIMA PARTE.

® Chiamatemi Ismaele... chiamatemi Ismaele... ¯.

Mormorai varie volte la frase, mentre aspettavo al-

l'aeroporto di Amburgo, e sentii che una strana for-

za dava sempre maggior peso ai pochi fogli del bi-

glietto, un peso che aumentava con l'avvicinarsi del-

l'ora della partenza.

Avevo superato il primo controllo e passeggiavo

nella sala d'imbarco aggrappato al bagaglio a mano.

Dentro c'erano poche cose: una macchina fotografi-

ca, un taccuino e un libro di Bruce Chatwin, In Pa-

tagonia. Ho sempre detestato chi fa righe o scrive

annotazioni sui libri, ma quello era pieno di sottoli-

neature e di segni esclamativi aumentati nel corso

delle tre letture. E pensavo di leggerlo una quarta

volta durante il volo per Santiago del Cile.

Volevo tornare in Cile da sempre. Ne avevo vo-

glia, ma al momento di decidere pesava di pi- la

paura, e il desiderio di rivedere mio fratello e gli

amici che ho laggi- si trasformava in una promessa

cos ripetuta che vi credevo ogni volta di meno.

Erano troppi anni che vagavo senza una meta fis-

sa; la voglia di fermarmi, a volte, mi consigliava un

piccolo villaggio di pescatori a Creta, Ier petra, o

una tranquilla cittadina delle Asturie, Villaviciosa.

Un giorno, per., mi capit. tra le mani il libro di

Chatwin e mi riport. in un mondo che credevo di-

menticato, ma che mi stava aspettando: il mondo al-

la fine del mondo.

Appena lo lessi, mi entr. dentro una disperata

voglia di tornare, ma la Patagonia S troppo lontana

dai semplici desideri, e le distanze fanno male solo

quando sono associate a dei ricordi.

Aeroporto di Amburgo. Gli altri viaggiatori en-

travano e uscivano dal duty free shop o affollavano il

bar; alcuni apparivano nervosi e si guardavano al

polso, come se dubitassero della precisione di deci-

ne di orologi elettronici. Si avvicinava il momento

in cui si sarebbero spalancate le porte d'uscita e, do-

po il controllo delle carte d'imbarco, saremmo stati

condotti in autobus fino all'aereo. Io pensavo che

stavo tornando al mondo alla fine del mondo dopo

ventiquattro anni d'assenza.

Ero molto giovane allora, quasi un bambino, e so-

gnavo avventure che mi dessero una vita lontana dal

tedio e dalla noia.

Non ero solo nei miei sogni. Avevo uno Zio, cos,

con la maiuscola. Lo Zio Pepe, che aveva ereditato

pi- il carattere indomito della mia nonna basca che

il pessimismo del nonno andaluso. Lo Zio Pepe. Vo-

lontario nelle Brigate Internazionali durante la

guerra civile di Spagna. Una fotografia al fianco di

Ernest Hemingway era l'unico patrimonio di cui si

sentisse orgoglioso, e non smetteva mai di ripetermi

che era necessario scoprire la propria strada e met-

tersi in cammino.

S inutile dire che lo Zio Pepe era la pecora neris-

sima della nostra famiglia, e che man mano che cre-

scevo i nostri incontri si facevano sempre pi- clan-

destini.

Fu lui a darmi i primi libri, avvicinandomi a scrit-

tori che non potr. mai dimenticare: Jules Verne,

Emilio Salgari, Jack London. E sempre da lui rice-

vetti un romanzo che ha segnato la mia vita: Moby

Dick, di Herman Melville.

Avevo quattordici anni quando lessi quel libro, e

sedici quando non riuscii pi- a resistere al richiamo

del sud.

In Cile le vacanze estive durano da met. dicem-

bre a met. marzo. Da altre letture seppi che sulle

coste continentali preantartiche gettavano l'ancora

piccole flotte di navi baleniere, ed ero ansioso di co-

noscerne gli uomini, che immaginavo eredi del capi-

tano Achab.

Fu possibile convincere i miei genitori della ne-

cessit. di quel viaggio solo grazie all'aiuto dello Zio

Pepe, che mi finanzi. anche il biglietto per Puerto

Montt.

Il primo migliaio di chilometri incontro al mondo

alla fine del mondo lo feci in treno. A Puerto Montt

i binari della ferrovia si interrompono bruscamente

davanti al mare. Dopo, il paese si frammenta in mi-

gliaia di isole, isolotti, canali e bracci di mare fino a

giungere in prossimit. del polo sud, mentre nella

parte continentale le cordigliere, i ventisqueros - i

nevai -, le selve impenetrabili, i ghiacci eterni, le la-

gune, i fiordi e i fiumi capricciosi impediscono di

tracciare strade e di stendere rotaie.

A Puerto Montt, grazie all'interessamento dello

Zio benefattore, mi accettarono nell'equipaggio di

una barca che teneva i collegamenti con Punta Are-

nas, la citt. pi- australe del mondo, trasportando su

e gi- merci e passeggeri.

Il capitano dell'Estrella del Sur si chiarnava Miro-

slav Brandovic, discendeva da emigranti iugoslavi, e

aveva conosciuto mio Zio durante le sue scorrerie in

Spagna e poi nella resistenza francese. Mi accett. a

bordo come ® sguattero ¯, e appena salpammo rice-

vetti un coltello ben affilato e l'ordine di pelare un

sacco di patate.

Il viaggio durava una settimana. Per raggiungere

Punta Arenas dovevamo coprire circa mille miglia:

la barca si fermava davanti a varie calette e porti

poco profondi nell'Isola Grande di Chilo, e carica-

va balle di patate, cipolle, trecce d'aglio e pacchi di

pesanti poncho di lana vergine, poi riprendeva a na-

vigare nelle acque sempre agitate del Golfo di Cor-

covado, imboccava l'ingresso settentrionale del Ca-

nale di Moraleda e avanzava verso il Gran Fiordo di

Ays,n, l'unica via che conduce alla placida calma di

Puerto Chacabuco.

In quel bacino protetto da cordigliere rimaneva

attraccata qualche ora, approfittando del pescaggio

che concede l'alta marea, e appena ultimati i lavori

di carico delle merci, quasi sempre carne, riprende-

va la navigazione tornando in mare aperto.

Direzione ovest nordovest fino all'uscita dal

Gran Fiordo e all'entrata nel Canale di Moraleda.

Poi l'Estrella del Sur puntava verso nord allontanan-

dosi dalle gelide acque di San Rafael, dal ventisquero

galleggiante, e dalle sventurate imbarcazioni rima-

ste intrappolate fra i suoi tentacoli di ghiaccio spes-

so con tutto l'equipaggio a bordo.

Qualche miglio pi- a nord virava verso ovest e at-

traversando l'arcipelago di Las Guaitecas guadagna-

va il mare aperto, per poi proseguire con la prua

puntata verso sud quasi in linea retta.

Credo di avere pelato tonnellate di patate. Mi

svegliavo alle cinque del mattino per aiutare il pa-

nettiere. Servivo a tavola l'equipaggio. Pelavo pata-

te. Lavavo piatti, pentole e gabinetti. Altre patate.

Toglievo il grasso alle bistecche. Ancora patate. Ta-

gliavo le cipolle per le empanadas. Di nuovo patate.

E le pause, di cui i marinai approfittavano per ron-

fare della grossa, le dedicavo a imparare il pi- possi-

bile della vita di bordo.

Il sesto giorno di navigazione avevo le mani piene

di calli e mi sentivo gonfio d'orgoglio. Quello stesso

giorno, dopo aver servito la colazione, fui chiamato

dal capitano Brandovic sul ponte di comando.

® Quanti anni hai detto che hai, mozzo? ¯

® Sedici. Ma presto ne compir. diciassette, capi-

tano. ¯

® Bene, mozzo. Sai cos'S quella luce a babordo? ¯

® Un faro, capitano. ¯

® S, ma non S un faro qualsiasi. E il faro Pache-

co. Stiamo navigando di fronte al Gruppo Evangeli-

stas e ci prepariamo a entrare nello Stretto di Ma-

gellano. Hai gi. qualcosa da raccontare ai tuoi nipo-

ti, mozzo. Un quarto a babordo e macchina avanti

mezza! ¯ ordin. il capitano Brandovic dimentican-

do la mia presenza.

Avevo sedici anni e mi sentivo felice. Scesi in cu-

cina per continuare a pelar patate, ma trovai una

gradevole sorpresa: il cuoco aveva cambiato men- e

non aveva bisogno di me.

Passai tutto il giorno in coperta. Nonostante fos-

se piena estate l'aria gelava sino alle ossa, cos, ben

avvolto in un poncho chilote, guardai sfilare i grup-

pi di isole mentre navigavamo in direzione est su-

dest.

Conoscevo a menadito quei nomi avventurosi:

Isola del Condor, Isola di Parker, Maledizione di

Drake, Porto Misericordia, Isola della Desolazione,

Isola della Provvidenza, Punta dell'Impiccato...

A mezzogiorno il capitano e gli ufficiali si fecero

servire il pranzo sul ponte di comando. Mangiarono

in piedi senza mai perdere di vista la carta nautica e

gli strumenti, dialogando con la sala macchine in un

linguaggio di numeri del tutto incomprensibile.

Stavo servendo il caffS quando il capitano mi pre-

st. di nuovo attenzione.

® Che diavolo ci facevi a congelarti in coperta,

mozzo? Ti vuoi beccare una polmonite? ¯

® Guardavo lo stretto, capitano. ¯

® Rimani qui e lo vedrai meglio. Ora comincia la

parte fottuta del viaggio. Ci faremo lo stretto, nel

vero senso del termine. Guarda, mozzo. A babordo

abbiamo la costa della Penisola di C¢rdoba. S bor-

data di scogliere affilate come denti di pescecane. E

anche a tribordo il panorama non S migliore. L ab-

biamo la costa sudorientale dell'Isola Desolaci¢n.

Scogliere mortali; e come se non bastasse tra poche

miglia saremo investiti dalle impetuose correnti del

Canale Abra, che ha tutta la forza del mare aperto.

Quel dannato canale per poco non fece la festa a

Ferdinando Magellano. Puoi rimanere qui, mozzo,

ma ricordati che il silenzio S d'oro. Non riaprire il

becco finch, non vedi il Faro di Ulloa. ¯

L'Estrella del Sur navigava alla minima potenza

delle sue macchine, e solo verso le sette di sera scor-

gemmo a babordo i fasci di luce argentata del Faro

di Ulloa che scintillavano all'orizzonte. In quel pun-

to lo Stretto di Magellano si allarga. La navigazione

si fece pi- veloce e gli uomini si rilassarono.

Alle undici i fiotti di luce del faro di Capo Cro-

ward inondarono la barca come una carezza di ben-

venuto. Il capitano Brandovic dette ordine di pun-

tare la prua verso nord, e il cuoco mi chiam. a servi-

re l'equipaggio affamato.

Dopo avere lavato piatti e pentole varie salii in

coperta. Il cielo diafano sembrava cos basso che ve-

niva voglia di allungare la mano e toccare le stelle.

Anche le luci della citt. splendevano vicinissime.

Punta Arenas sorge sulla costa occidentale della

Penisola di Brunswick. In quel punto lo Stretto di

Magellano S largo una ventina di miglia. Sull'altro

lato inizia la Terra del Fuoco. E un po' pi- a sud le

acque della Baia In£til trasformano lo stretto in una

laguna di circa settanta miglia di larghezza.

Il giorno successivo termin. il viaggio di andata.

Servii l'ultima colazione e il capitano Brandovic mi

salut. ricordandomi la data del ritorno, sei settima-

ne dopo. Mi offr la sua forte mano di marinaio e

una busta su cui non contavo. Dentro c'erano diver-

se banconote. Una vera fortuna per un ragazzo di

sedici anni.

® Molte grazie, capitano. ¯

® Di nulla, mozzo. Il cuoco dice che non ha mai

avuto un aiutante migliore a bordo. ¯

Ero a Punta Arenas, avevo i calli alle mani e nelle

tasche i primi soldi guadagnati lavorando. Dopo

aver vagabondato qualche ora per la citt. cercai la

casa dei Brito, anche loro amici di mio Zio Pepe,

che mi accolsero a braccia aperte.

I Brito erano una coppia senza figli e conosceva-

no la zona come il palmo della loro mano. La mo-

glie, Elena, insegnava inglese in un istituto, mentre

il marito, don F,lix, combinava la sua attivit. di

conduttore radiofonico con ricerche di biologia ma-

rina. Quando seppe del mio interesse per le bale-

niere, don F,lix si sent chiamato in causa e mi in-

vit. immediatamente a guardare delle fotografie e

alcuni quadri dipinti da suo nonno, un marinaio

bretone che era arrivato giovanissimo nella Terra

del Fuoco e non aveva pi- voluto lasciarla.

La casa dei Brito, come la maggior parte delle

costruzioni australi, era di legno. Lo spazioso salot-

to era provvisto di un caminetto in pietra, che ve-

niva acceso ogni pomeriggio, e l'atmosfera acco-

gliente invitava a rimanere in silenzio, ascoltando il

mormorio del mare. Cos passai i primi quattro

giorni davanti alla Terra del Fuoco. Al mattino sa-

livamo sulla Land Rover e prendevamo una strada

che unisce Punta Arenas con Fuerte Bulnes da sud,

mentre il pomeriggio ci sedevamo davanti al cami-

netto e don F,lix mi parlava delle balene e dei ba-

lenieri.

Raccontava storie interessanti ed era un bravissi-

mo narratore. Ma io non volevo ascoltare, volevo

vivere.

A un certo punto don F,lix si accorse che i miei

pensieri erano lontani mille miglia da quel piacevo-

le luogo; allora chiuse l'album fotografico e mi

disse:

® Sembra proprio che tu abbia il chiodo fisso di

imbarcarti su una baleniera. A quanto pare non c'S

rimedio. Insomma. La prima cosa che devi fare S

portarti sull'altro lato dello stretto, a Porvenir. In

questo periodo le poche baleniere rimaste sono in

mare, ma so che a Puerto Nuevo S all'ancora un mio

amico con la barca in riparazione. S un uomo diffi-

cile, ma se ti accetta, ragazzo, avrai l'avventura che

sogni ¯.

Il mattino successivo attraversai lo stretto a bordo

di un barcone stracarico di bombole di gas. Puerto

Nuevo S un centinaio di chilometri a sudest di

Porvenir, e io mi piazzai ad aspettare qualche vei-

colo sulla strada che unisce Porvenir a San Seba-

sti n, villaggio di frontiera nella parte argentina

della Terra del Fuoco.

Ebbi fortuna, perch, dopo mezz'ora si ferm.

una jeep del Ministero dell'Agricoltura. A bordo

c'erano dei veterinari che si mostrarono felicissimi

di conoscere un ragazzo che vagabondava cos lon-

tano da Santiago. La strada coperta di ghiaia cor-

reva parallela alla costa settentrionale della Baia

In£til, e verso le tre del pomeriggio mi lasciarono

a Puerto Nuevo.

Il villaggio era formato da una ventina di case

allineate lungo una strada che finiva sul mare. Do-

vevo cercare una barca, l'Evangelista, e il suo pa-

drone, Antonio Garaicochea, pi- noto come il Ba-

sco.

Al molo di attracco trovai varie imbarcazioni di

piccolo pescaggio, ma l'Evangelista non si vedeva

da nessuna parte. Temendo che fosse gi. salpato

mi avvicinai a un gruppo di uomini impegnati a ca-

lafatare.

® Chi S che cercavi, ragazzino? ¯

® Don Antonio Garaicochea. Il padrone dell'E-

vangelista. Mi hanno detto che aveva la barca in

riparazione. ¯

® Ah, il Basco. Sono usciti a fare un giro di

prova. Ormai staranno per tornare ¯, spieg. uno

di loro, e riattaccarono tutti a calafatare.

Non volli rimanere sul molo perch, mi infasti-

divano gli sguardi divertiti degli uomini, e poi an-

che perch, avevo fame. Mi avviai tra le due file

di case in legno cercando un negozio di alimenta-

ri. All'improvviso, mentre passavo davanti a una

porta aperta, fui bloccato da un profumo irresisti-

bile di soffritto di cipolla. Alzai la testa e vidi la

scritta su una tavola di legno: PENSIONE TERRA

DEL FUOCO. Il profumo fin per spingermi dentro:

era la prima volta che entravo da solo in un risto-

rante.

Il locale era deserto. Nessun cliente occupava le

due file di tavoli che terminavano davanti a un

bancone ornato da lampade a olio e fiori artificia-

li. Mi accomodai e aspettai che mi servissero.

Dal fondo del locale comparve una donna, che

mi si avvicin. con espressione meravigliata.

® Che vuoi, ragazzino? ¯

® Qualcosa da mangiare. S da stamani a cola-

zione che non mando gi- niente. ¯

® Ti faccio un panino col formaggio, se vuoi. ¯

® Non potrebbe portarmi qualcosa di caldo? Ar-

riva un profumo cos buono dalla cucina! Posso

pagare, signora. Non si preoccupi. ¯

® E che non posso servire i minorenni. Se arriva-

no i carabineros mi fanno una multa tremenda. ¯

Mi alzai in piedi a malincuore. La minore et., a

volte, sembrava una maledizione. Dovetti fare una

faccia tale che la donna si commosse e mi chiam.

prima che arrivassi alla porta.

® Aspetta. Ti servir. un pezzettino di agnello con

cipolline e patatine. ¯

Il ® pezzettino ¯ si rivel. mezzo cosciotto d'a-

gnello arrosto, e io mangiai a quattro palmenti go-

dendomi l'avventura. Pensavo ai miei amici di San-

tiago e alle loro noiose vacanze estive, sempre ugua-

li, sempre le stesse cose: un mese sulle spiagge di

Cartagena o di Valpara¡so, passeggiate al pomerig-

gio, e molta crema per alleviare le scottature. Io s

che avrei avuto qualcosa da raccontare al mio ritor-

no! Ero in viaggio da meno di quindici giorni e gi.

avevo sperimentato la vita del marinaio, mi erano

venuti i calli alle mani, avevo attraversato lo Stretto

di Magellano, avevo guadagnato del denaro, e mi

trovavo a un passo dalla fine del mondo a divorare

mezzo cosciotto d'agnello. Una voce seria mi strap-

p. alle mie beate riflessioni. Apparteneva a uno dei

due carabineros che si stavano avvicinando con l'an-

datura a gambe larghe tipica di chi S appena sceso

da cavallo.

® Che sta facendo qui, giovanotto? ¯ chiese quel-

lo di grado pi- alto.

Inghiottii rapidamente e risposi:

® Aspetto don Antonio Garaicochea. Vengo da

Punta Arenas con un messaggio per lui. Sul molo

mi hanno detto che era uscito a provare la sua bar-

ca, e siccome avevo fame, sono entrato qui a man-

giare... ¯

® Lei non S di queste parti. Parla troppo. Non

sar. mica scappato di casa? Da dove viene? ¯

® Da Santiago. ¯

La mia risposta fece trasalire il carabinero che fa-

ceva le domande.

® Vediamo un po'. Ha la carta di identit.? ¯

Ce l'avevo, ed era nuova di zecca. Gliela conse-

gnai insieme all'autorizzazione plastificata firmata

dai miei genitori e autenticata dal notaio. Il carabi-

nero le lesse muovendo le labbra.

Dopo le formalit. dei nomi e del domicilio l'au-

torizzazione diceva: ® E nella nostra condizione di

genitori legittimi e legalmente responsabili del por-

tatore dichiariamo che nostro figlio viaggia verso il

sud del territorio nazionale con la nostra approva-

zione e il nostro consenso. Questa autorizzazione S

valida fino al 10 marzo ... ¯

® Un tipo giramondo. Che ne pensa, caporale?

Viene da Santiago il giovanotto. S una bella cosa.

Mi fa piacere che ci siano ancora dei cileni che vo-

gliono conoscere il loro paese. Com'S l'agnello? ¯

chiese amichevolmente il carabinero mentre mi re-

stituiva i documenti.

® Buono ¯, feci in tempo a rispondere, e in quel

preclso istante due uomini entrarono nel locale.

Erano due tipi altissimi, e anche corpulenti. Due

autentici armadi a tre ante, come si dice a San-

tiago.

® Nomini il diavolo... ¯ li salut. uno dei carabine-

ros.

® Basco, questo giovanotto dice che la stava cer-

cando. ¯

L'interpellato si tolse il basco grande come una

padella e mi osserv. lentamente, dall'alto in basso.

Poi si volt. a guardare il compagno e si strinse nelle

spalle.

® Eccoci qua ¯, mormor., e con l'indice mi fece

cenno di avvicinarmi.

Il primo contatto non mi piacque per niente, e

pensai che sarebbe stato difficile parlargli dei miei

desideri con i carabineros addosso. Per fortuna le

guardie considerarono conclusa la loro missione e

uscirono dal locale raggiungendo di nuovo le caval-

cature.

®Si sieda e mi dica. ¯

® Be'... vengo da Santiago... e sono passato da

Punta Arenas. Don F,lix Brito le manda i suoi sa-

luti... ¯

® Senta. La ringrazio. Non vuol bere qualcosa? ¯

® Grazie. Una limo... ¯ Non riuscii a finire la pa-

rola perch, l'accompagnatore del Basco stava gi.

gridando verso la cucina:

® ...gnora Emilia! Un litro di chicha ben forte per

noi e un bicchierino di quella dolcettina per il ragaz-

zino! ¯

I diminutivi cos usati nel sud del Cile suonavano

davvero tali sulle labbra di quell'uomo enorme.

La donna arriv. con l'ordine, e ci fu un'altra in-

dimenticabile prima volta, per me, in quel viaggio.

Assaggiai il succo dolcissimo delle mele della Terra

del Fuoco, frutti piccoli, dalla pelle dura per proteg-

gere la polpa bianca dai morsi crudeli dei venti pola-

ri. Alberi piantati da emigranti venuti da chiss. do-

ve, con brutte mele di uno sbiadito color caffellatte,

ma dal sapore incomparabile.

® Alla salute ¯, disse il compagno del Basco solle-

vando il bicchiere. Si chiamava don Pancho Armen-

dia, ed era il socio, il compare, il secondo a bordo,

l'addetto all'arpione e il miglior amico del Basco.

Gli uomini iniziarono a darsi da fare coi due mez-

zi cosciotti d'agnello, mentre io, a disagio, con il

bicchiere in mano, bevevo a piccoli sorsi la chicha di

mele.

® E cos l'ha mandata don F,lix. Senta. Che pos-

so fare per lei, giovanotto? ¯

Questa era La Domanda. Ancora prima di partire

da Santiago mi ero preparato il discorso che pensa-

vo di spiattellare al primo baleniere che avessi in-

contrato, ma adesso, seduto l, davanti ai due uomi-

ni che mangiavano in silenzio, non trovavo le pa-

role.

® Portatemi con voi. Per poco tempo. Per un

viaggio soltanto. ¯

Il Basco e don Pancho si guardarono.

® Quello che facciamo non S un gioco. S un lavo-

ro duro. A volte pi- che duro. ¯

® Lo so. Ho esperienza del mare. Be', non

molta. ¯

® E quanti anni ha? Se si pu. chiedere. ¯

® Sedici. Ma presto ne compir. diciassette. ¯

® Senta. Non va a scuola? ¯

® S, sono qui grazie alle vacanze estive. ¯

® Senta. Dove ha fatto esperienza? ¯

® Ho navigato sulla Estrella del Sur. Be', ho fatto

il viaggio come sguattero tra Puerto Montt e Punta

Arenas. ¯

® Senta. Allora conosce il polacco. ¯

® Il capitano Brandovic? Veramente credo che il

suo cognome sia iugoslavo. ¯

® Da queste parti chiamiamo polacchi tutti quelli

con un nome che termina in 'ki' o in 'ich' ¯, mi in-

form. don Pancho.

La conversazione, se cos si pu. chiamare, prose-

gu in un tono che mi parve svogliato e senza futu-

ro. Mentre i due uomini mangiavano formulando

ogni tanto una nuova domanda, vedevo sfumare le

mie speranze. Cominciai a odiare i ® senta ¯ che

don Antonio Garaicochea continuava a ripetere co-

me un inevitabile ritornello. A quel punto entr. nel

locale un gruppo di uomini. Erano gli stessi che ave-

vo visto prima impegnati a calafatare, e con le loro

voci amichevoli cominciarono a disputarmi l'atten-

zione del Basco e di don Pancho.

® E che cosa sa fare, giovanotto? ¯

Questa era un'altra Signora Domanda. In realt.

sapevo fare ben poco.

® So cucinare. Be', un po'. ¯

® Senta. E cos sa cucinare. ¯

Il Basco non mi credeva, e io pregavo che non mi

chiedesse la ricetta di qualche piatto. Don Pancho

ripul l'osso del cosciotto con la punta del coltello e

mi fece la domanda di riserva, a cui per. risposi a

f atica.

® E perch, vuole imbarcarsi su una baleniera? ¯

® Perch,... perch,... a dire la verit. S che ho letto

un romanzO Moby Dick. Lo conoscete? ¯

® Io no. E penso che non l'abbia letto nemmeno

il Basco. Non siamo molto istruiti da queste parti,

sa. E di che parla questo romanzo? ¯

A Santiago, tra i miei amici, avevo fama di essere

un buon ® raccontatore ¯ di film. Erano le cinque

del pomeriggio quando cominciai a narrare, timida-

mente all'inizio, l'epopea del Capitano Achab. I

due uomini mi ascoltavano in silenzio, e non solo lo-

ro: agli altri tavoli le conversazioni si interruppero e

a poco a poco i clienti si avvicinarono. Raccontavo

lottando con la memoria. Non potevo tradirmi. Gli

uomini capirono che mi stavo concentrando nella

narrazione, e senza far rumore mi riempirono varie

volte il bicchiere di chicha di mele. Parlai per due

ore. Herman Melville mi avr. perdonato se in quel-

la versione del suo romanzo c'era un po' di farina

del mio sacco, ma alla fine tutti gli uomini avevano i

volti pensierosi, e dopo avermi dato delle pacche

sulle spalle tornarono ai loro tavoli.

® Moby Dick. Senta... ¯, sospir. il Basco.

Chiesero il conto. Pagarono. Ebbi l'amara certez-

za che la mia avventura si sarebbe conclusa l.

® Bene, andiamo ¯, disse don Pancho.

® Anch'io? Mi prendete con voi? ¯

® Certo, giovanotto. Bisogna approfittare della

luce per controllare gli strumenti. Salpiamo domat-

tina pres to . ¯

L'Evangelista mi sembr. una barca piccola, non ca-

pivo come facessero a tirare a bordo le balene. Men-

tre il Basco e don Pancho si occupavano degli arpio-

ni, oliavano il perno del cannoncino di prua, con-

trollavano il carico di patate, carne bovina secca,

combustibile e sale, e ispezionavano le carrucole e le

corde che sostenevano due scialuppe sul lato di tri-

bordo e una terza a poppa, io ne approfittai per

esplorare i suoi quindici metri di lunghezza impa-

rando l'importanza dell'ordine tra la gente di mare.

Sotto coperta erano custoditi dei barili, e nume-

rosi attrezzi che non avevo mai visto. Nella parte di

prua c'erano cinque cuccette e un tubo per comuni-

care col ponte di comando.

Quella notte dormii nella capanna che si divide-

vano il Basco e don Pancho. Prima di andare a letto

mi spiegarono che passavano la maggior parte del-

l'anno a Porvenir, con le loro famiglie, e che usava-

no la capanna solo quando erano al porto.

® Don Pancho, dica al giovanotto dove an-

diamo. ¯

Don Pancho stese una carta nautica sul tavolo e il

suo dito cominci. a navigare.

® Ora siamo qui, a Puerto Nuevo, e salperemo in

direzione ovest fino a raggiungere il Passo Boque-

r¢n. Da l entreremo nello Stretto di Magellano e

navigheremo con la prua rivolta a sud fino ad arri-

vare nelle vicinanze di Capo Froward. A quel punto

avremo percorso circa centotrenta miglia tranquille.

Quando avvisteremo Capo Froward abbandonere-

mo lo Stretto, che continua in direzione ovest nor-

dovest, e proseguiremo in direzione sud, poi, arriva-

ti davanti alle coste delle isole Dawson e Aracena,

imboccheremo l'ingresso settentrionale del Canale

Cockburn. Trenta miglia pi- a sud, davanti alla Pe-

nisola di Rolando, faremo una curva di quaranta mi-

glia in direzione ovest nordovest per guadagnare il

mare aperto davanti all'Isola Furia. Subito dopo vi-

reremo di nuovo girando a sudest intorno alle Isole

Camden, fino a raggiungere la Baia Stewart di fron-

te alle Isole Gilbert. Sono altre trenta miglia, e se-

condo la radio ci aspetta mare mosso. Venti miglia

pi- a est inizia il Canale Ballenero. L, sulla costa

settentrionale dell'Isola Londonderry, c'S l'officina.

Alcune miglia pi- a est si apre il Canale Beagle, e

nella Baia Cook ci staranno aspettando le balene. ¯

Salpammo alle prime luci dell'alba. Facevano par-

te dell'equipaggio dell'Evangelista, oltre al Basco e a

don Pancho, due laconici marinai di Chilo, e un ar-

gentino che fungeva da elettricista e da cuoco. L'ar-

gentino si rifiut. decisamente di ammettermi tra le

sue pentole, e per me fu un sollievo perch, non vo-

levo passare tutto il tempo sotto coperta, anche se

allo stesso tempo non aver niente da fare mi mette-

va a disagio. Per fortuna don Pancho mi nomin.

® ascoltabollettini ¯: il mio compito era di stare con

l'orecchio incollato alla radio, attento alle informa-

zioni metereologiche.

I due marinai di Chilo, erano piccoletti ma robu-

stissimi, e, come mi spieg. il Basco, non c'erano

migliori rematori in tutti i mari antartici.

Navigammo lungo la rotta che mi aveva descritto

don Pancho. All'imbrunire entrammo nel Canale

Cockburn col motore al minimo. Il Basco rimase

tutta la notte al timone; lo lasci. solo all'alba,

quando uscimmo in mare aperto.

Allora, per me, ci fu un'altra indimenticabile pri-

ma volta. Davanti alle Isole Camden un gruppo di

delfini si avvicin. all'Evangelista facendo salti pro-

digiosi. Sfioravano la barca, e i marinai di Chilo,

ridevano come bambini felici. Il gioco si prolung.

per ore. I delfini rispondevano alle grida e ai fischi

con salti ancora pi- alti. Scortarono l'Evangelista

finch, non entr. nella Baia Stewart.

Navigammo per alcune ore nelle acque tranquille

del Canale Ballenero, poi il Basco dette ordine di

fermare le macchine davanti a una delle insenature

dell'Isola Londonderry. I marinai di Chilo, calaro-

no in acqua due scialuppe e vi caricarono i barili

che avevo visto sotto coperta, per trasportarli fino

alla costruzione in legno che dominava l'insenatu-

ra. Era l'officina, che appariva circondata da una

specie di tronchi pietrificati.

Il Basco mi invit. a scendere a terra, e scoprii

che quei tronchi erano le ossa di centinaia di bale-

ne macellate sulla spiaggia di sassi e minuscole con-

chiglie.

® Le fa impressione, giovanotto? Di sicuro questa

parte non c'S, nei romanzi. S il destino finale delle

balene. Le arpioniamo con il cannone perch, non

scappino, finiamo di ucciderle con gli arpioni a ma-

no, e poi le portiamo all'officina, dove entrano in

azione i coltelli. Tutta la parte buona si mette sotto

sale nei barili. Il resto S cibo per i gabbiani e i cor-

morani. Vuol fare un giro sull'isola? Vada pure, ma

non si allontani. Un po' pi- a sud trover. colonie di

foche e di elefanti marini. ¯

Non dovetti camminare troppo per raggiungere

gli animali. Varie centinaia di foche, elefanti mari-

ni, pinguini e cormorani coprivano le scogliere ar-

roccate lungo la costa. Appena sentirono il mio odo-

re sollevarono le teste, e i baffi delle foche comin-

ciarono a fremere, forse cercando di decifrare le mie

intenzioni .

Sentii che mi osservavano attentamente coi loro

piccoli occhi scuri, ma subito decisero che ero inof-

fensivo e tornarono alla loro eterna attivit. di senti-

nelle dell'orizzonte.

Un'ora dopo lasciammo l'officina e l'Evangelista

punt. la prua a est, verso l'ingresso del Canale Bea-

gle. A tribordo avevamo l'Isola O'Brian e a babordo

la Londonderry. Passate le prime due miglia il brac-

Cio di mare si chiuse come un imbuto e il Basco co-

minci. a manovrare il timone con tocchi delicati, er-

gendosi in tutta la sua statura per non perdere nem-

meno un millimetro di quell'orizzonte ristretto. Fu

una navigazione tesa, finch,, scorgendo la costa del-

l'Isola Darwin, non gli sfugg dalle labbra un sospiro

di sollievo. L'Evangelista aveva impiegato quattro

ore a coprire quelle sette miglia da incubo. Don Pan-

cho prese il timone e punt. la prua verso sud. Ci sta-

vamo avvicinando alla Baia Cook e alle balene.

Don Pancho mi spieg. che a meno di trenta mi-

glia, in direzione sud, davanti alle Isole Christmas,

erano solite accoppiarsi le balene sciocche, ma che

quelle acque erano pericolosissime a causa delle cor-

renti e dei blocchi di ghiaccio traditori. Mi raccont.

di alcune barche sfortunate, catturate dalle corren-

ti, che avevano consumato tutto il combustibile nel

tentativo di liberarsi. Alla fine, rimaste alla deriva,

erano state trascinate a sudest, verso le Isole Hen-

derson e il Falso Capo Horn, dove si erano schian-

tate contro gli scogli.

® E anche se siamo d'estate non si pu. nuotare in

queste acque. Il corpo umano non resiste pi- di cin-

que minuti senza soccombere per shock da raffred-

damento ¯, concluse don Pancho.

Le acque della Baia Cook sembravano tranquille.

Una bruma sottile si alzava dalla loro superficie con-

fondendo i profili delle isole. L'imbarcazione, navi-

gando, si cullava appena, e a un ordine del Basco

uno dei marinai di Chilo, si arrampic. sull'albero.

A sette metri d'altezza si leg. per la vita, e dopo po-

co lo sentimmo gridare:

® Balena a tribordo! A un quarto di miglio! ¯

Don Pancho corse al cannoncino di prua e infil.

l'arpione nella bocca. Tagli. in fretta i cavi che

bloccavano il rotolo di corda annodata da una parte

all'anello di ferro dell'arpione e dall'altra alla base

dell'arma, e si piazz. dietro il cannoncino a gambe

larghe aspettando il momento di sparare.

Mi avvicinai al Basco che scrutava le acque con

movimenti felini.

® Eccola l., giovanotto! S una Calder¢n! ¯

La prima cosa che vidi fu la nuvola d'acqua nebu-

lizzata della respirazione, e subito dopo la gigante-

sca coda dell'animale che si tuffava.

® Don Pancho? L'ha a tiro? ¯

Don Pancho sollev. la mano in segno d'assenso.

Passarono alcuni minuti e la balena emerse vicinissi-

mo a noi. Si lasci. vedere per intero. Misurava otto

metri buoni. Ma quando il Basco la scorse dette una

manata sul timone.

® Che scalogna. S una femmina. E incinta per di

pi-. ¯

A prua don Pancho stava togliendo il detonatore

dal cannone e, dopo aver legato di nuovo il rotolo di

corda, ci raggiunse sul ponte.

Non capivo come avesse potuto distinguere il ses-

so della balena e anche accorgersi che era incinta.

® Si vede dal modo di emergere: lentamente e con

il corpo quasi orizzontale al momento di toccare la

superficie ¯, spieg. il Basco.

® E le femmine non si cacciano? ¯

® No. S proibito. Nessuno uccide la gallina dalle

uova d'oro ¯, rispose don Pancho.

Quel giorno non avvistammo altre balene nella

Baia Cook.

All'imbrunire, l'Evangelista gett. l'ancora in un

golfo della Penisola di Cloue e l'argentino arrost un

agnello sulla griglia installata a poppa. I cormorani e

i gabbiani si posarono sull'acqua accanto alla barca

aspettando gli avanzi, che furono pi- che generosi.

Non avvistammo altre balene nemmeno nei tre

giorni successivi. Il Basco dava segni di malumore al

momento di misurare il combustibile, ma doveva te-

nere le macchine sempre in marcia. Il quarto giorno

uno dei marinai di Chilo, annunci. dall'albero una

balena.

Questa volta il Basco riusc a catturare una preda:

un capodoglio.

Don Pancho lo arpion. e il cetaceo si port. via

rapidamente cento metri di corda. Una volta finito

il rotolo, la frenata dell'animale in fuga fece ondeg-

giare la barca con uno strappo improvviso e violen-

to. La scena si ripet, varie volte. Il capodoglio ten-

tava di fuggire provando in diverse direzioni, ma le

sue frenate brusche diventavano sempre pi- deboli.

Allora, estenuato, sal in superficie, e i marinai di

Chilo, calarono in acqua una scialuppa. Non mi la-

sciarono andare con loro, ma potei seguire tutti i

preparativi dal bordo della barca.

I marinai di Chilo, presero i remi, corti ma a pala

larga, e il Basco si leg. le caviglie a un anello di fer-

ro fissato a prua della scialuppa. Li vidi remare velo-

cemente fino all'animale. Il Basco in piedi con in

mano l'arpione per ucciderlo. Si piazzarono a fianco

del capodoglio e il Basco affond. l'arpione nella pel-



le scura.

Il capodoglio cominci. ad agitarsi violentemente.

Frustava l'acqua di piatto con furiosi colpi di coda

che se avessero preso nel segno avrebbero fatto a

pezzi la scialuppa, ma i marinai di Chilo, mostrava-

no tutta la loro abilit. di rematori schivando i colpi

senza allontanarsi, mentre il Basco brandiva un se-

condo arpione che non ebbe bisogno di usare. Pi-

tardi mi disse che lo aveva colpito in pieni polmoni.

Riprendemmo la navigazione per tornare all'offi-

cina rimorchiando il corpo del capodoglio. Don

Pancho disse che non gli piacevano i rumori delle

macchine e che per di pi- le previsioni del tempo

non erano delle migliori. Facemmo di nuovo la peri-

colosa traversata tra le isole O'Brian e London-

derry, e al tramonto gettammo l'ancora davanti al-

l'officina.

Il mattino successivo due scialuppe rimorchiaro-

no l'animale fino alla spiaggia, e l i marinai di Chi-

lo, lo aprirono con coltelli simili a bastoni da hoc-

key. Il sangue inond. i sassi e le minuscole conchi-

glie formando fiumi scuri che arrossarono l'acqua. I

cinque uomini indossavano abiti di tela cerata nera

ed erano insanguinati dalla testa ai piedi. I gabbia-

ni, i cormorani e altri uccelli marini sorvolavano la

scena impazziti per l'odore del sangue, e pi- di uno

pag. l'audacia di essersi avvicinato troppo con una

coltellata che lo squart. in due in pieno volo.

Lo macellarono rapidamente. Una parte del capo-

doglio fin sotto sale nei barili, ma il grosso dell'ani-

male rimase abbandonato sulla spiaggia, ancora con

brandelli di carne attaccati alle ossa, che ben presto

si sarebbero unite al panorama spettrale dell'Isola

Londonderry.

Le macchine dell'Evangelista erano davvero in

avaria. Il viaggio di ritorno a Puerto Nuevo richiese

tre giorni, e lo facemmo in mezzo a un acquazzone

che non si plac. finch, non entrammo nelle acque

della Baia In£til.

Non sapevo che fare. Ero incerto se rimanere an-

cora un po' di tempo con il Basco e don Pancho.

Gettammo l'ancora. Scaricammo i barili e alcuni

attrezzi. E dopo esserci congedati dall'argentino e

dai marinai di Chilo,, ce ne andammo a mangiare

alla Pensione Terra del Fuoco.

Agnello alla brace e chicha di mele.

® Che sfortuna ¯, disse il Basco.

® Un capodoglio. Ci abbiamo coperto a stento le

spese ¯, si lament. don Pancho.

® E lei, giovanotto. Che ne pensa? ¯

® Non lo so, don Antonio. ¯

® Senta. Le S piaciuto il viaggio? ¯

® S, il viaggio mi S piaciuto, e anche la barca. Mi

piacete voi, i marinai di Chilo,, l'argentino. Mi pia-

ce il mare, ma non credo che far. il baleniere. Scu-

satemi se vi deludo, ma S la verit.. ¯

® Senta. Non S come nel romanzo? ¯

Volevo rispondere qualcosa, ma il Basco mi prese

per il braccio e mi guard. con molto affetto.

® Sa, giovanotto, sono contento che la caccia non

le sia piaciuta. Ci sono sempre meno balene. Forse

siamo gli ultimi balenieri di queste acque, ed S un

bene. S ora di lasciarle in pace. Il mio bisnonno, mio

nonno, mio padre, sono stati tutti balenieri. Se io

avessi un figlio come lei gli consiglierei di seguire

un'altra rotta. ¯

Il mattino successivo mi accompagnarono alla

strada e mi fecero salire sul camion di un conoscen-

te diretto a Porvenir.

Li abbracciai con affetto, disperato all'idea che

forse non li avrei pi- rivisti.

Il mondo alla fine del mondo.

Una mano morbida mi tocca e scopro di essere anco-

ra ad Amburgo; S un'impiegata delle linee aeree che

mi chiede molto gentilmente la carta d'imbarco.

SECONDA PARTE.

L'unico scalo europeo, Londra, dur. circa tre quarti

d'ora, poi l'aereo si port. ad altezza di crociera sor-

volando l'Atlantico. Erano le sei e mezzo di mattina

del 20 giugno 1988. Il cielo appariva senza nuvole,

e quel sole che avremmo seguito nel suo spostamen-

to ci obbligava ad abbassare le tendine.

Come ho gi. detto, questo viaggio era stato an-

nunciato molte volte, ma avevo sempre trovato

qualche ragione per rimandarlo. In quel momento,

per., mi trovavo a bordo di un aereo che mi avreb-

be portato in Cile, dopo una decisione presa in mo-

do abbastanza affrettato.

Con le gambe allungate e il sedile reclinato mi di-

sposi a ricostruire le motivazioni che mi avevano

fatto dire: ® S, vado ¯ appena quattro giorni prima.

Tutto era iniziato il 16 giugno, poco prima di

mezzogiorno. Mi trovavo in ufficio con i miei tre

soci, ma prima di proseguire voglio spiegare chi so-

no i miei soci e cosa S l'ufficio.

Si tratta di un'olandese e di due tedeschi, giorna-

listi indipendenti come me, che a un certo punto si

sono stancati di scrivere per la stampa ® seria ¯, es-

sendo interessati a temi che toccano il mondo solo

quando acquisiscono caratteri di scandalo. Un bel

giorno ci siamo incontrati, ci siamo messi a chiac-

chierare, e abbiamo scoperto che provavamo la stes-

sa stanchezza e che condividevamo molti punti di

vista. Da questa chiacchierata S nata l'idea di creare

un'agenzia giornalistica alternativa, che si occupas-

se soprattutto dei problemi ecologici che affliggono

l'ambiente, e che ribattesse alle bugie usate dalle

nazioni ricche per giustificare il saccheggio dei paesi

poveri. Saccheggio non solo di materie prime, ma

del futuro stesso. Forse quest'ultimo concetto S un

po' difficile da capire, ma vediamo di chiarirlo:

quando una nazione ricca installa una discarica di

rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta sac-

cheggiando il futuro di quell'agglomerato umano,

perch, se i rifiuti sono, come dicono, ® inoffensi-

vi ¯, per quale ragione non hanno installato la disca-

rica sul proprio territorio?

L'ufficio S una stanza di settanta metri quadrati

che abbiamo affittato in quella che un tempo fu una

fabbrica di viti. L abbiamo quattro scrivanie, un

computer di seconda mano collegato a una banca

dati con informazioni sull'ambiente, e un fax che ci

mantiene in contatto con altre agenzie alternative

in Olanda, Spagna e Francia, e con varie organizza-

zioni ecologiste come Greenpeace, Comunidad e

Robin Hood.

A volte il computer sembra un quinto socio, e co-

s lo abbiamo soprannominato ® Bromuro ¯, in

omaggio all'informatore del detective Pepe Car-

valho.

Quella mattina stavamo analizzando dei dati rela-

tivi a un progetto del Ministero dell'Industria bri-

tannico teso a giustificare - e a far proseguire - l'in-

cenerimento di scorie tossiche davanti al Golfo di

Biscaglia.

Proprio allora il fax cominci. a stampare un co-

municato che arrivava dal Cile, e quello fu l'inizio

del mio viaggio.

Puerto Montt, 15 giugno 1988, ore 17,45. Con l'ausi-

lio dalcuni rimorchiatori della marina militare cilena

e giunta in questo porto australe la nave officina Ni-

shin Maru, che batte bandiera giapponese. Il capitano

Toshiro Tanifuii ha riportato la perdita di diciotto

membri dell'equipaggio in acque magellaniche. Un

numero imprecisato di marinai feriti S ricoverato al-

l'ospedale militare.

Le autorit. cilene hanno decretato al riguardo la

censura informativa. S urgente mettersi in contatto

con organizzazioni ecologiste. Fine.

Il messaggio era firmato da Sarita D¡az, una ragaz-

za cilena che, mentre era di passaggio ad Amburgo,

aveva saputo del nostrO lavoro e si era offerta come

corrispondente locale. E bisogna aggiungere che S

la nostra unica corrispondente al mondo.

La prima cosa che facemmo fu inserire nel com-

puter i nomi della nave e del capitano giapponese

Bromuro sbatt, il suo occhio da ciclope e si scus.;

dichiarando che le indicazioni gli erano scono-

sciute.

Il passo successivo consistette nel collegare Bro-

muro alla banca dati di Greenpeace. Dopo pochi

minuti ci arriv. una risposta misteriosa:

Nishin Maru: baleniera officina costruita nei cantieri

navali di Brema nel 1974.

Immatricolazione: Yokohama.

Stazza: 23.000 tonnellate.

Lunghezza: 86 metri.

Larghezza: 28 metri.

Ponti: 4.

Equipaggio: formato da 117 persone tra ufficiali, me-

dico, marinai, arpionieri e personale dell'officina.

Capitano: Toshiro Tanifuji (si autodefinisce ® Il Preda-

tore del Pacifico meridionale ¯).

Informazioni sulla rotta: secondo dati forniti da

Greenpeace-Tokio la baleniera naviga dagli inizi di

marzo in prossimit. delle Isole Mauritius.

Fine dell'informazione.

Bromuro inghiottiva e digeriva rapidamente i dati.

Uno di noi disse qualcosa riguardo alle navi fanta-

sma, ma non pot, proseguire perch, fu interrotto

dal telefono.

Era Arianne, la portavoce dell'ufficio stampa di

Greenpeace.

® Ciao. Sono appena entrata in ufficio e ho sapu-

to cosa succede in Cile. Dobbiamo parlarne imme-

diatamente. Dio mio, credo proprio che ci troviamo

davanti a qualcosa di grosso, anzi, di grossissimo.

Vieni? ¯

La sede di Greenpeace non S lontana dall'ufficio.

Basta fare un paio di isolati seguendo il lungofiume

dell'Elba e si arriva subito. Arianne mi accolse con

un bricco di caffS, ridotta a un fascio di nervi.

® C'S riuscito, Dio mio, non so come ha fatto, ma

c'S riuscito. E terribile. Terribile. ¯

® Calma, Arianne. Calma. Chi S riuscito a fare

cosa? E che diavolo ha fatto di cos terribile? Pos-

siamo cominciare dall'inizio? ¯

® Scusa. Ma S incredibile. Cercher. di raccontar-

ti tutto con calma, una cosa per volta, come si fa coi

film. Ma prima voglio leggerti alcune informazioni

che per il momento, in attesa di avere pronte azioni

di denuncia, manteniamo riservate. Ascolta: 'San-

tiago, 2 maggio 1988. Il governo cileno ha concesso

una licenza di un annO per cacciare cinquanta bale-

ne azzurre a scopo scientifico. Il nome del benefi-

ciario della licenza S stato mantenuto segreto dalle

autorit. cilene'. Che ne pensi? ¯

® I giapponesi. C'era da immaginarselo. Hanno

colmato di doni i generali cileni. S ovvio che si

aspettano qualcosa in cambio. ¯

® Giusto. Proseguo: non appena siamo venuti a

sapere della licenza per uccidere balene azzurre, che

viola la moratoria istituita dalla Commissione Inter-

nazionale per la Caccia alle Balene nel 1986, abbia-

mo cominciato ad analizzare dati per poi compiere

azioni di denuncia. I particolari del permesso con-

cesso dai cileni sono ancora sconosciuti: si ignora a

chi S stato dato, e quando entra in vigore. Mentre ci

documentavamo sulle balene azzurre, abbiamo rice-

vuto una notizia che ci ha rassicurato riguardo al

tempo a nostra disposizione. Ti ho preparato una

cartellina con una relazione di un biologo marino

canadese, Farley Mowat, uno dei maggiori esperti

sulle balene. Nel suo rapporto dice che in questo pe-

riodo uno spostamento di balene azzurre verso la

zona nordoccidentale del circolo polare antartico S

quasi impossibile. Le previsioni metereologiche pro-

nosticano un arrivo precoce dell'inverno nell'Antar-

tico. A met. giugno il mare di Weddel sar. impene-

trabile perfino per i rompighiaccio, e solo un paio di

animali ritardatari o malati oserebbero avanzare

verso le Isole Shetland. Dalla relazione di Mowat si

deduce che fino al prossimo ottobre non ci saranno

balene azzurre in acque giurisdizionali cilene. La

notizia ci ha tranquillizzato perch, ci permetteva di

preparare meglio le azioni, ma - e ora arriviamo al

perch, del mio nervosismo - il 28 maggio scorso ab-

biamo ricevuto una misteriosa telefonata dal Cile.

Un uomo che si esprimeva in un inglese da mari-

naio, sai cosa intendo, breve e preciso, ci ha sorpre-

so dicendo che nel Golfo di Corcovado, centocin-

quanta miglia a sud di Puerto Montt, c'era il Nishin

Maru con l'equipaggio al completo. E sai bene che il

Nishin Maru S una nostra vecchia conoscenza... ¯

Greenpeace e il Nishin Maru si conobbero nel di-

cembre del 1987, e tra loro non nacque esattamente

un idillio.

Quell'anno i giapponesi si valsero di curiose ® as-

senze ¯ al momento di votare in una riunione plena-

ria della Commissione Internazionale per la Caccia

alle Balene, e ottennero inaspettatamente un'auto-

rizzazione per uccidere trecento balene nane, ® a fi-

ni scientifici ¯, in acque antartiche.

Di quella specie la legislazione internazionale

consente di uccidere solo due balene all'anno, e per

provati fini scientifici. Ma dalla moratoria del 1986

nessun consorzio baleniero ha potuto dimostrare

l'interesse scientifico della carneficina, n, i risultati

che se ne dovrebbero trarre.

Non appena ebbe ottenuta l'autorizzazione frau-

dolenta, l'equipaggio del Nishin Maru punt. la prua

verso l'Antartico, e tutto sembrava indicare che

niente e nessuno sarebbe riuscito a impedire lo ster-

minio di animali in chiaro pericolo di estinzione.

Fortunatamente per tutti noi non era vero, per-

ch, appena il capitano Toshiro Tanifuji dette ordine

di levare le ancore, le formiche del movimento eco-

logista cominciarono a mobilitarsi, e cos, la mattina

del 21 dicembre 1987, la nave officina fu salutata

da quattro veloci gommoni, che sventolando la ban-

diera dell'Arcobaleno bloccarono l'uscita dal molo

Mitsubishi, a Yokohama, con una balena gonfiabile

di dimensioni reali.

Il capitano Tanifuji pens. che gli sarebbe stato

facile lanciarsi contro il cetaceo di gomma e conti-

nuare per la sua rotta, ma gli Zodiac accerchiarono

la nave con i loro rapidi movimenti di vespe acqua-

tiche, impedendole le manovre per disancorare e

qualsiasi tentativo di spostamento, a meno che il

marinaio nipponico non osasse passare sopra i cada-

veri degli equipaggi.

Bisognava guadagnare tempo. Mentre a Yokoha-

ma i gommoni facevano girare la testa al colosso

giapponese, nelle capitali europee gli attivisti di

Greenpeace riuscivano a farsi ricevere dai gover-

nanti e ottenevano la revisione del permesso.

L'azione dur. quasi trenta ore. I gommoni si da-

vano il cambio per rifornirsi di combustibile mentre

gli equipaggi bevevano grog in fretta e furia. Alle

tre di pomeriggio del 22 dicembre la pacifica batta-

glia era vinta: la Commissione Internazionale per la

Caccia alle Balene annull. il permesso e intim. al

Giappone di rispettare la moratoria del 1986.

Prese parte all'azione anche un mio buon amico

neozelandese, Bruce Adams, e mi ha raccontato che

subito, con le mani irrigidite dal freddo, infil. il

gommone sotto il parapetto di tribordo del Nishin

Maru e chiese di parlare con il capitano.

Toshiro Tanifuji si affacci..

® Ha perso la battaglia, capitano. Vogliamo dirle

che denunceremo qualsiasi suo tentativo di salpare

verso l'Antartico come una violazione delle leggi in-

ternazionali per la protezione del mare. ¯

Tanifuji rispose megafono alla mano.

® Avete commesso un reato. Impedire una mano-

vra navale autorizzata S quasi un atto di pirateria.

Avrei potuto passare sopra le vostre scialuppe. Era

mio diritto. La bandiera che inalberate non vi pro-

tegge. L'Arcobaleno mi piace vederlo in cielo. Vi

avverto: la prossima volta non avr. riguardi. ¯

® Speriamo che non ci sia una prossima volta. E

se ci fosse, ci trover. di nuovo l. La caccia alle bale-

ne S illegale. ¯

® Potete contarci che ci sar.. Far. tutto quello

che S in mio potere per dimostrare che la caccia alle

balene S possibile e lecita. Voi e io abbiamo qualco-

sa in comune: siamo dei sognatori, e il mio sogno S

ricominciare la caccia commerciale alle balene su

larga scala. ¯

® Abbiamo sogni diversi. Il nostro S: mari aperti

dove tutte le specie possano vivere e moltiplicarsi in

pace e in armonia con i bisogni umani. ¯

Tanifuji fece un segnale, e dalla coperta del Ni-

shin Maru cadde sul gommone una valanga di rifiuti.

S. Greenpeace e il Nishin Maru si conoscevano

da un pezzo.

® ... e si nota che S una persona energica ¯, prosegu

Arianne.

® Quando gli ho detto che secondo le nostre in-

formazioni il Nishin Maru si trovava lontanissimo

dalle coste cilene, mi ha risposto che era tutto fumo

per far perdere le tracce. Alla fine ho cercato di

tranquillizzarlo parlandogli della relazione di Mo-

wat, ma mi ha interrotto: 'Conosco anch'io i ceta-

cei. Tanifuji non pensa affatto alle balene azzurre,

n, si prepara a salpare per il circolo polare antartico.

Mira alle balene pilota, Calder¢n, o come diavolo le

chiamate l. in Europa'. ¯ Arianne mi dette altro ci-

bo per Bromuro.

Balene pilota, note anche come Calder¢n, Schwarz-

wal, Pothead, Blackfish, Chaudron. Misurano da

quattro a sette metri. Hanno da sette a dodici coppie di

denti su ogni mascella. Sono animali dal corpo robusto

e dalla testa piccola e arrotondata. Il periodo di gesta-

zione dura da quindici a sedici mesi. Alla nascita i pic-

coli superano il metro e mezzo di lunghezza. Vengono

allattati per venti mesi. Si alimentano fondamental-

mente di calamari. Nelle acque dell'Atlantico Setten-

trionale sono sull'orlo dell'estinzione in seguito alla

caccia indiscriminata che praticano russi, norvegesi e

islandesi. Tra il 1975 e il 1977 si riscontr. un esodo di

alcune centinaia di esemplari verso l'emisfero sud. Le

balene si rifugiarono nelle acque del Pacifico Meridio-

nale, a nord dello Stretto di Magellano. Sono animali

amichevoli, pronti a fidarsi.

Si S scoperto che possiedono un codice di comunica-

zione con pi- di settanta segnali. Le abitudini di so-

pravvivenza degli esemplari migrati hanno contagiato

quelli indigeni, e si S visto che hanno abbandonato il

loro habitat tradizionale in mare aperto per concentrar-

Si in insenature, canali ed ingressi ai fiordi. La Com-

missione Internazionale per la Caccia alle Balene ne

proibisce la caccia in maniera categorica, e ha dichiara-

to la Globicephala Melaena in aperto pericolo di

estinzione.

.Arianne serv dell'altro caffS e riprese:

® Gli ho chiesto se c'erano dei precedenti che di-

mostrassero quanto sosteneva. E lui mi ha risposto:

Sono un uomo di mare e sento puzzo di marcio a

molte miglia di distanza. Mi aiuterete o no?' Non

ho saputo che dire. Ma gli ho chiesto di tenersi in

contatto con noi. Voleva una cosa impossibile. Non

siamo in grado di operare in quelle zone. Come ben

sai, la nostra flotta S piccolissima ¯.

Ancora una volta Arianne aveva ragione.

In quel periodo Greenpeace stava allestendo il

Gondiuana, una barca da esplorazione che sarebbe

salpata verso l'Antartico per visitare le basi installa-

te da differenti paesi nel continente bianco, e per

dialogare con i loro capi circa la necessit. di proteg-

gere l'Antartico trasformandolo in un grande parco

naturale di patrimonio comune, invece di farlo di-

ventare un immondezzaio nucleare o chimico come

gi. propongono alcune nazioni sature di veleni. Ma

il Gondwana non sarebbe stato in grado di salpare

prima della fine di agosto.

Anche il Moby Dick era in riparazione, e non ap-

pena avesse abbandonato il bacino di Brema si sa-

rebbe mosso alla volta dell'Atlantico Settentrionale

per impedire la caccia alle balene praticata da nor-

vegesi, svedesi, danesi, irlandesi, nordamericani e

russi, su imbarcazioni camuffate sotto bandiere di

paesi poveri per violare le leggi internazionali con

maggiore impunit..

Il Sirius navigava per il Mediterraneo frenando

gli scarichi di sostanze tossiche nelle sue acque gi.

pi- che vessate, per evitare che il mare padre di

tutte le culture finisca trasformato nella grande fo-

gna del pianeta.

Il Greenpeace operava davanti alle coste atlanti-

che degli Stati Uniti promuovendo una zona libera

da armi e trasporti nucleari, e il Beluga, l'instanca-

bile nano fluviale, percorreva le vene del vecchio

continente impedendo nuovi scarichi chimici nei

suoi fiumi, difendendo, in definitiva, la vita dei

mari.

S, era una flotta piccola in confronto alla gran-

dezza della barbarie moderna. E per di pi- manca-

va una barca: la pi- amata.

Mancava il vecchio Rainbow Warrior, la nave

ammiraglia della flotta dell'Arcobaleno.

Quindici minuti prima della mezzanotte del 10

luglio 1985 due potenti bombe, collocate nel suo

scafo da subacquei del servizio segreto francese,

gli avevano aperto falle mortali nel porto di Auck-

land, in Nuova Zelanda. Le stesse bombe avevano

assassinato l'ecologista portoghese Fernando Perei-

ra, che si trovava a bordo in quel momento.

Il vecchio Rainbow Warrior aveva combattuto

molte battaglie pacifiche nelle acque dei mari del

sud, mettendo a nudo l'assurdit. degli esperimenti

nucleari francesi nell'atollo di Mururoa, ed era pe-

rito vittima di un odioso atto terroristico approva-

to dal governo gallico.

Non c'S niente di pi- bello di un veliero che sol-

ca i mari in silenzio, e in quello stesso silenzio, nel

dicembre 1985, amici venuti da tutto il mondo ri-

morchiarono il Rainbow Warrior addormentato fi-

no all'insenatura di Matauri, davanti alle coste

neozelandesi, e con una cerimonia maori lo lascia-

rono scendere negli abissi marini, alla profondit.

necessaria perch, si unisse alla vita per cui aveva

lottato .

® 'Se non potete aiutarmi, dovr. agire da solo.'

Sono state queste le sue ultime parole ¯, concluse

Arianne.

® Sembra una specie di vendicatore marino. Che

altro sai di lui? ¯

® Dimenticavo. Si chiama Jorge Nilssen e ha

parlato anche di una barca, il Finisterre. L'ha men-

zionata per metterla al nostro servizio. Che possia-

mo fare? ¯

® Possiamo solo aspettare, Arianne. Non mi vie-

ne in mente altro. ¯

® Qualcosa mi dice che tutto questo S vero. Dio

mio. Diciotto membri dell'equipaggio scomparsi.

Dietro questa storia si nasconde qualcosa di or-

rendo. ¯

Arianne continuava ad avere ragione. Quel poco

che sapevamo puzzava terribilmente, ma succede

sempre cos quando ci sono di mezzo questioni d'in-

teresse .

Lasciai la sede di Greenpeace inquieto, senza riusci-

re a capirne la ragione, e decisi di camminare un po'

per il porto prima di rientrare in ufficio.

Jorge Nilssen, Finisterre. Bel nome per una barca

avventuriera. Coi piedi passeggiavo per Amburgo,

ma i pensieri mi portavano nelle fredde acque au-

strali. Mi vidi in mezzo a onde infuriate, sballotta-

to dal mare in una delle sue giornate di pessimo

umore, e all'orizzonte, nascosto a tratti dal profilo

delle onde, scorsi un uomo di nome Jorge Nilssen

mentre affrontava da solo l'enorme baleniera giap-

ponese. Volevo gridargli qualcosa, avvertirlo che la

nave lo avrebbe travolto, ma l'uomo si volt. e mi

parl. con le parole di Lautr,amont che avrei sem-

pre voluto leggere, o mettere, sulle labbra di un

corsaro:

® Dimmi dunque se sei la dimora del principe del-

le tenebre. Dimmelo... dimmelo, oceano (a me sol-

tanto, per non rattristare coloro che non han cono-

sciuto che le illusioni), e se il soffio di Satana crea le

tempeste che sollevano le tue acque salate fino alle

nuvole. Bisogna che tu me lo dica, perch, gioirei nel

saper che l'inferno S tanto vicino agli uomini ¯.

Tornai in ufficio, e dopo un breve scambio di opi-

nioni fu deciso che dirigessi io il caso.

Ero seccato di avere cos pochi dati, e il cablo-

gramma che ricevemmo alle otto di sera aument. il

mio malumore.

Tokio, 16 giugno 1988. Nave officina Nishin Maru

naviga alla volta porto di Tamatave in Madagascar. In-

formazione ottenuta presso capitaneria di Yokohama.

Greenpeace-Tokio. Fine.

Quella dannata nave fantasma riusciva a essere in

due posti contemporaneamente. Bromuro inghiott

l'informazione appena ricevuta, poi rovesci. l'oc-

chio come a dire: che vuoi che me ne faccia di questa

roba?

A mezzanotte il caffS cominci. a darmi la nausea e

aprii una delle finestre dell'ufficio. L'aria era fresca

e davanti a me scorrevano le sporche acque dell'El-

ba. All'improvviso, sull'altra riva del fiume, nel ba-

cino dei ferravecchi, si accesero dei riflettori e un ri-

morchiatore si avvicin. trascinando una bagnarola

in rovina che stava per essere demolita. Presi il bino-

colo e misi a fuoco l'imbarcazione nel suo ultimo

viaggio. Sulla poppa si poteva ancora leggere il no-

me: Lazaro. Un po' pi- sotto delle lettere mangiate

dalla ruggine indicavano il suo ultimo porto di imma-

tricolazione: Santos.

Le barche che stanno per essere demolite sono

sempre uno spettacolo doloroso. Sembrano gigante-

schi animali feriti sulla via del cimitero. Sulla poppa

del Lazaro penzolavano ancora i brandelli di una

bandiera brasiliana, e immaginai che la storia di

quella cadente imbarcazione fosse simile a molte al-

tre che avevo ascoltato ad Amburgo.

Quando gli anni e il mare hanno finito per trasfor-

mare le barche in vere immondizie galleggianti, gli

armatori le ritirano dalle linee di navigazione e le

vendono, generalmente a vecchi capitani che si rifiu-

tano di vivere a terra. Allora smettono di essere il

cargo tale o talaltro, e si trasformano in tramp stea-

mers, vagabondi dei porti che navigano sotto le ban-

diere pi- povere, a equipaggio ridotto, e accettano

contratti a basso prezzo per trasportare carichi senza

far domande sulla loro natura e senza curarsi della

loro destinazione.

Senza dubbio il Lazaro era un tramp steamer che

non aveva superato l'ultima ispezione tecnica ad

Amburgo: non gli avevano permesso di scendere

l'Elba per raggiungerne la foce a Cuxhaven perch, lo

consideravano ormai un rischio per la navigazione. Il

capitano doveva essersi trovato davanti a un dilem-

ma: o pagare gli alti costi di una riparazione impossi-

bile, o mandarlo in demolizione.

Il destino del Lazaro mi fece trasalire. Sentii che

una debole luce mi si accendeva nella zucca e corsi a

prendere la rubrica del telefono. Cercai il numero di

Charly Cuevas, un portoricano, anche lui senza pi-

illusioni sulla stampa seria.

® Charly? Scusa se ti chiamo a quest'ora, ma devo

chiederti una cosa. ¯

® Coraggio. Ho appena iniziato a dare udienza. ¯

® Pochissimo tempo fa ho letto un tuo articolo sui

ferravecchi di Timor. Gli avvoltoi di Ocussi, credo

che si intitolasse, e parlavi dei demolitori peggio pa-

gati del mondo. Hai altri appunti, dati, qualunque

cosa? ¯

® Mi rallegra la notizia che ho dei lettori fedeli.

Che diavolo vuoi sapere? ¯

® Non lo so. Ma ho un presentimento che mi to-

glie il sonno. Hai per caso informazioni sulle barche

che sono andate in demolizione negli ultimi anni? ¯

® C'S una lista enorme. Dammi il nome e la ban-

diera. ¯

® Nishin Maru. Giappone. ¯

Charly mi chiese un po' di pazienza. Lo sent bat-

tere sul suo computer e ben presto fu di nuovo al te-

lefono .

® In effetti eccola qui. Nishin Maru, nave officina

dedita alla caccia e alla lavorazione industriale delle

balene. Costruita a Brema nel 1974. Immatricolata a

Yokohama. Ormai i suoi resti devono essere diven-

tati caffettiere o tostapane, perch, S stata demolita

nel gennaio scorso. ¯

® Ne sei sicuro? ¯

® A questo mondo nessuno pu. essere sicuro di

nulla. I dati che possiedo li ho rubati negli uffici del-

la societ. dei ferravecchi, la Timor Metal Corpora-

tion. La cosa funziona cos: le compagnie di naviga-

zione dicono che hanno delle bagnarole che non rie-

scono pi- a stare a galla, chiedono il loro turno a

Ocussi, portano la barca, i... come si chiamano gli

abitanti di Timor? timorati? non importa, la fanno a

pezzi a tempo di record, e la compagnia di navigazio-

ne riceve un certificato di morte, oltre al cinquanta

per cento del valore dei metalli. ¯

® Aspetta un attimo. Esiste qualche meccanismo

per controllare che la barca demolita sia effettiva-

mente quella che navigava sotto un determinato no-

me e bandiera? ¯

® Ti sei specializzato in ingenuit.? Se una compa-

gnia di navigazione manda a Timor una bagnarola e

dice loro che si tratta del Titanic, ricever. in cambio

un documento che elenca quante tonnellate di metal-

lo utile c'erano nel Titanic. S un paese cos povero

che non pu. permettersi nemmeno il lusso di avere

dei dubbi. ¯

® Charly, questa Timor Metal a chi appartiene? ¯

® Un momento. Fammi vedere. Ecco qui. Il mag-

giore azionista S un consorzio giapponese che si occu-

pa di prodotti di mare. ¯

Come puzzava quella faccenda.

I giapponesi avevano scoperto un sistema per cac-

ciare balene illegalmente. Sicuramente il Nishin Ma-

ru navigava verso il Madagascar, ma quello era il Ni-

shin Maru II. L'altra nave, camuffata sotto il certifi-

cato di demolizione consegnato dalle autorit. di Ti-

mor, poteva navigare per i mari australi con l'impu-

nit. di una nave fantasma.

Volevo chiamare subito Arianne, ma evidente-

mente c'era telepatia tra di noi perch, il telefono

squill. proprio in quel momento.

® Meno male che sei ancora l. Ha appena chiama-

to il vendicatore marino, e tra poco lo rifar.. Vieni. ¯

Arianne mi accolse con un bricco di caffS, che mise

subito da parte con discrezione non appena mi vide

in faccia, e con un registratore.

® Ho collegato il telefono a questo. Cos puoi

ascoltare direttamente e trarre le tue conclusioni ¯,

spieg. mentre apriva una bottiglia di acqua mine-

rale.

Feci partire il nastro, il dialogo era in inglese, e

senza rendermene conto, per una pervicace mania

professionale, presi appunti sulla conversazione.

Nilssen: ® Pronto? Greenpeace? Sono Jorge Nils-

sen, telefono dal Cile ¯.

Arianne: ® L'ascolto. Che cosa S successo? Sap-

piamo che sono scomparsi diciotto marinai ¯.

Nilssen: ® Vedo che le notizie volano. Come l'ave-

te saputo? Non importa. S, S vero. Sono scomparsi

diciotto membri dell'equipaggio, e il Nishin Maru

per poco non S colato a picco ¯.

Arianne: ® S terribile. In qualunque modo ci sia

riuscito, sappia che questi non sono i nostri metodi.

Condanniamo qualsiasi forma di violenza. Non pen-

sa alle conseguenze che subiremo se qualcuno ci

mette in rapporto con l'accaduto? ¯

Nilssen: ® Mi creda, sono il primo a lamentare la

sorte dei membri dell'equipaggio. Sono anch'io un

uomo di mare, ma non ho potuto far niente per im-

pedire la tragedia. Se c'S un responsabile S il capita-

no Tanifuji. E non si preoccupi. Non si sapr. mai

cos'S successo. I giapponesi tapperanno la bocca ai

sopravvissuti con qualche migliaio di dollari, e se al-

l'improvviso, in futuro, qualcuno si decidesse a par-

lare, lo prenderanno per un demente ¯.

Arianne: ® Mi dica cosa S successo al Nishin

Maru ¯.

Nilssen: ® Non mi crederebbe. Prenderebbe an-

che me per pazzo. Quello che S successo si pu. sol-

tanto vedere, di persona, ancora per poco tempo,

finch, durano le vestigia della tragedia. Le parole

non bastano a raccontarlo. Venga lei o qualcuno dei

suoi colleghi. Sar. lieto di mostrarvi i miei mari ¯.

Arianne: ® Signor Nilssen, ci interessa sapere co-

s'S successo. Ha altri modi per comunicare con noi?

Preferisce farlo con un giornalista di lingua spagnola

che S al corrente degli avvenimenti? ¯

Nilssen: ® Non potr. aggiungere niente. Ma va

bene. Chiamer. di nuovo fra tre ore. A pi- tardi ¯.

La registrazione termin.. La voce di Nilssen non

lasciava trasparire la sua et., ma aveva un tono tan-

to sicuro quanto afflitto.

® Che ne dici? ¯ chiese Arianne.

® Voglio parlare con lui. Spero che richiami. ¯

® Non so che pensare di tutta questa storia. Se-

condo la sede di Tokio il Nishin Maru si sta avvici-

nando al Madagascar. ¯

® S. Ma non si tratta del nostro Nishin Maru. ¯

La misi al corrente dei dati che avevo scoperto e

arrivammo alle stesse conclusioni.

® Cos varano una nuova nave officina, la battez-

zano con lo stesso nome di quella vecchia, annuncia-

no e provano documenti alla mano che l'altra ormai

non esiste pi- perch, S stata demolita a Timor, e i

meccanismi di controllo delle baleniere credono di

dover fare i conti con un solo Nishin Maru, mentre

la nave inesistente saccheggia i mari a suo piacimen-

to. Chiss. che bustarelle devono pagare nei porti

dove attraccano, per non essere visti e registrati nei

libri della capitaneria. Se riusciamo a raccogliere

delle prove faremo scoppiare lo scandalo del secolo.

Peccato che abbiamo solo un testimone. ¯

® Due, Arianne. Abbiamo due testimoni. ¯

® Nilssen non ha nominato nessuno. ¯

® Ma io s: Sarita D¡az, la corrispondente che ci

ha inviato il fax. Anche lei ha visto il Nishin Maru. ¯

Ho un ricordo molto vago di Puerto Montt. S sem-

pre stato il posto dove scendevo dal treno per co-

minciare davvero i viaggi nel sud. Ma quei ricordi

frammentari mi bastarono per veder camminare Sa-

rita sul molo battuto dalle onde e dal vento. Nella

mia professione si sviluppano delle antenne da ara-

gosta. All'improvviso funzionarono, e sentii che Sa-

rita era in pericolo. Allora presi il telefono e compo-

si una lunga serie di numeri che mi collegarono con

il Cile.

Mentre aspettavo calcolai la differenza di fuso

orario. Ad Amburgo erano quasi le due del mattino

del 17 giugno, in Cile le nove di sera del giorno pre-

cedente, e siccome a Puerto Montt la gente S abi-

tuata a rientrare presto, forse avrei trovato Sarita in

casa.

Rispose una voce di donna che fu immediatamen-

te rimpiazzata da una maschile.

® Chi parla? ¯

® Sono un amico di Sarita, telefono dalla Germa-

nia. Posso parlare con lei? ¯

® Lasciate in pace mia figlia! ¯ rispose l'uomo e

interruppe la comunicazione.

Rimasi col telefono in mano, pensando che la fac-

cenda prendeva una piega che mi piaceva sempre di

meno.

Ricordai Sarita durante il suo breve soggiorno ad

Amburgo.

® Allora, mi accettate come corrispondente? ¯

® Non possiamo pagarti. Almeno per il mo-

mento. ¯

® Non importa. L'unica cosa che chiedo S che

non mi lasciate sola laggi-, alla fine del mondo. ¯

Sarita era in difficolt.. Non potevo precisare di

che tipo, ma gente che osa muovere una nave la cui

matricola S un certificato di morte non ha molti ri-

guardi.

Mancava pi- o meno un'ora alla chiamata di Nils-

sen. Telefonai ai miei soci e ci demmo appuntamen-

to in ufficio alle cinque del mattino. Passai il resto

del tempo pensando a quel personaggio misterioso

che, come tutti i ® vendicatori ¯, cominciava a ispi-

rarmi simpatia.

Chi era Nilssen? E a che somigliava? Gli uomini au-

strali che avevo conosciuto un tempo erano per lo

pi- dei tipi taciturni, dall'aspetto arcigno, e soltan-

to dopo aver grattato minuziosamente la corazza

della loro personalit. se ne poteva scoprire l'indole

comunicativa. Mi ricordo, in particolare, di uno di

loro. Un uomo alto e corpulento, capigliatura ribelle

e barba bianca, che dopo essere stato pe¢n in una

estancia, castratore di montoni, capomastro, poi ma-

rinaio sulla nave scuola Baguenado e infine balenie-

re, ha interrotto i suoi peripli australi per diventare

il pi- grande scrittore cileno. Si chiama Francisco

Coloane, avr. circa ottant'anni e, ogni volta che un

amico gli fa visita, lo porta a navigare sui canali e

sui mari della fine del Mondo.

Tanti anni fa, nel 1940, credo, in un racconto in-

titolato Il relitto di Kanasaka, Coloane ha narrato il

suo strano incontro con un navigatore condannato

alla solitudine sino alla fine dei tempi.

Quell'incontro si era verificato, effettivamente,

nelle acque della Baia Desolata, nel canale Beagle.

L'imbarcazione sulla quale lo scrittore si trovava

aveva rischiato di cozzare contro un relitto, che gal-

leggiava trascinato dalle correnti; aggrappato ad es-

so, un indio yaghan era passato l vicino, sfiorando

quasi il ponte e tendendo il braccio come volesse in-

dicare la rotta della catastrofe.

L'equipaggio e i passeggeri restarono muti di spa-

vento di fronte a quello spettacolo terribile, ma Co-

loane, indagando nel corso di quel viaggio e di altri



che seguirono, riusc a sapere da dove veniva lo ya-

ghan e quale tragedia lo aveva colpito.

Era un cacciatore di foche. Un giorno, mentre se-

guiva un animale dalla splendida pelliccia, si era av-

venturato sulla banchisa. Fu allora che, vuoi per

una caduta in acqua, vuoi per il nevischio o per il

suo stesso sudore, la bassa temperatura aveva gelato

il suo corpo bloccandolo in piena corsa. La primave-

ra, poi, aveva staccato quel pezzo di ghiaccio con-

dannando il cacciatore a essere un navigatore fanta-

sma.

Avevo quattordici anni quando ho sentito Franci-

sco Coloane raccontare questa storia a dei pescatori

di Chilo,. S passato tanto tempo, ma mi ricordo

ogni parola della sua conclusione:

® Tutto, allora, si spiega facilmente; ma nella mia

memoria S rimasta, come un simbolo, la figura iera-

tica e sinistra del cadavere dello yaghan di Kanasa-

ka, che insegue sul mare i profanatori di quelle soli-

tudini, i bianchi ® civilizzati ¯ venuti a turbare la

pace della sua razza, e a causarne la rovina con l'al-

cool e tutte le altre sventure. Quel cadavere sembra-

va dire, con il suo braccio teso: 'fuori di qui' ¯.

Jorge Nilssen fu puntuale con la sua chiamata.

® No. Non posso dirle per telefono cos'S succes-

so. Se davvero le interessa conoscere i fatti, venga

qua. La invito a navigare nei miei mari. La mia bar-

ca, il Finisterre, S a sua disposizione. ¯

® S un viaggio troppo lungo. Lei si trova all'altro

capo del mondo. Mi dica il suo numero e la richia-

mo immediatamente. Cos non dovr. preoccuparsi

del costo della telefonata e potremo parlare senza li-

miti di tempo. ¯

® La chiamo da una piccola centrale ed S una for-

tuna aver preso la linea. Se non sbaglio lei S ci-

leno. ¯

® S, sono nato laggi-. ¯

® Non si preoccupi. Capitano cose peggiori nella

vita. Viene o no? ¯

® Senta, signor Nilssen, le dar. il numero di una

giornalista di Puerto Montt. ¯

® Sara D¡az? ¯

® La conosce? ¯

® No. Ma temo che tocchi a me darle la brutta

notizia. Questa mattina ho saputo dell'aggressione a

una giornalista. Un'auto ha tentato di investirla

mentre usciva da un laboratorio fotografico. Le

hanno rubato qualcosa, non so di che si tratti, ma

suppongo sia la stessa ragazza che ho visto due sere

fa scattare foto al Nishin Maru nei cantieri della ma-

rina militare. Povera bambina. S ricoverata all'o-

spedale con fratture multiple. Allora, viene? ¯

Sentii che la pentola si scoperchiava e che il feto-

re inondava tutto, superando ogni distanza. Sarita

pagava il prezzo per averci informato, e non poteva-

mo abbandonarla.

® S. Parto prima possibile. Come facciamo a

metterci in contatto? ¯

® Calma. Non si preoccupi per la ragazza. Pense-

r. io a portarla in un luogo sicuro. L'aspetto tra il

19 e il 23 giugno. Venga in aereo fino a Santiago, l

trover. un biglietto a suo nome che la porter. a

Puerto Montt, poi vada alla Caletta San Rafael, da-

vanti all'Isola Calbuco, e cerchi il P jaro Loco, una

grossa lancia. Io sar. l ad aspettarla. ¯

Il resto accadde tutto molto in fretta. I miei soci ap-

provarono subito il viaggio. Greenpeace decise di

investigare ufficialmente su quanto era avvenuto, e

gi. il giorno successivo ero in possesso di un bigliet-

to aereo.

All'aeroporto il maggiore dei miei figli mi chiese

di portargli una conchiglia grande ® per ascoltare il

tuo mare ¯, e Arianne mi consegn. un distintivo

dell'organizzazione. Raffigurava la coda di una ba-

lena che entra in acqua.

® Benvenuto nell'Arcobaleno e buona fortuna. ¯

Una mano mi scuote gentilmente la spalla. S la ho-

stess che mi chiede se desidero anch'io gli aurico-

lari.

® Auricolari? ¯

® Per il film. ¯

® Quale film? Scusi, sono mezzo addormentato. ¯

® Pirati, di Roman Polanski ¯, mi spiega con il mi-

gliore dei suoi sorrisi.

S. Vengo laggi-. Da te. Mondo alla fine del Mon-

do. E non so cosa mi aspetta.

TERZA PARTE.

All'imbrunire di marted 21 giugno un apparecchio

della L¡nea A,rea Nacional mi lasci. a Puerto

Montt. Avevo addosso la stanchezza di pi- di tren-

ta ore di volo. Amburgo-Londra-New York-Bogot -

Quito-Lima-Santiago .

Durante il volo avevo pensato a lungo al mio ri-

torno in Cile, a quel viaggio che avevo sempre ri-

mandato, trattenuto dal timore di trovare un paese

che tradisse quello che avevo nella memoria. Il bel

paese nobile e buono del primo amore, il territorio

indimenticabile dell'infanzia.

Sono uno dei tanti che conobbero il carcere e fug-

girono dall'orrore per raccogliere forze nella terra di

nessuno dell'esilio, ma il mondo ci salut. con lo

schiaffo di una realt. sconosciuta.

La barbarie dei nostri militari non era diversa da

altre barbarie in uniforme, e lentamente scoprimmo

che i nostri piccoli sogni erano egoistici. Ci eravamo

autoconvinti della nostra capacit. di sconfiggere i

nemici della giustizia chiamandoli a combattere su

un terreno che credevamo di dominare, ma in fon-

do, per comodit., lasciavamo che continuassero a

fissare loro le regole del gioco.

Dopo un lungo e doloroso periodo di sofferenza,

l'esilio, diventato una specie di borsa di studio, ci

permise di capire che la lotta contro i nemici dell'u-

manit. si combatte in tutto il mondo, che non ri-

chiede n, eroi n, messia, e che inizia dalla difesa del

pi- fondamentale dei diritti. Il Diritto alla Vita.

Santiago del Cile. Ero felice ad Amburgo, ma

continuavo a pensare a un ritorno a Santiago. Ricor-

davo quella citt. come si fa con una fidanzata, e te-

mevo di trovarla trasformata in una vecchietta rim-

bambita che rifiuta il passare degli anni.

Non ebbi il tempo di vedere in che stato era, per-

ch, il biglietto prenotato da Jorge Nilssen mi lasci.

appena mezz'ora di sosta prima di riprendere il volo

verso sud. Scorsi solo la sua cordigliera stanca, quei

® simboli d'inverno ¯ che canta Silvio Rodr¡guez, e

il velo di smog che la copre come una vedova.

Arrivai a Puerto Montt assieme all'inverno. Non

appena scesi dall'aereo sentii il gelido saluto del Pa-

cifico. La temperatura era di pochi miserabili gradi

sopra lo zero e la brezza pungeva il volto. Con il

corpo che minacciava di trasformarsi in gelatina,

vinsi la tentazione di avvicinarmi a qualcuno per

chiedere di Sarita e salii su un taxi, una Land Ro-

ver, che mi port. a San Rafael.

Nella caletta erano ancorate una dozzina di lance,

per cui non dovetti cercare troppo per trovare il

P jaro Loco. Un uomo fumava in coperta; appena

mi vide salt. a terra, e capii immediatamente che

eraJorge Nilssen.

Una lunga chioma canuta impediva di calcolare la

sua et., e lo vidi percorrere i pochi metri che ci se-

paravano con quell'andatura da pellicano tipica dei

marinai con molte miglia alle spalle, naviganti che S

ancora possibile vedere in qualche porto europeo, a

bordo di imbarcazioni che battono bandiera povera,

come Panama o Liberia. Non scendono spesso a ter-

ra e sembrano portare in corpo il rollio delle barche.

Restano pochi esemplari di questa marineria roman-

zesca. Gli equipaggi attuali sono composti da uffi-

ciali esperti in informatica, e da marinai giovani che

vedono nel mare solo una situazione transitoria. La

paga non S delle migliori e la modernizzazione dei

porti ha messo fine alle speranze di vedere un po' di

mondo. Gli uomini hanno voltato le spalle alla ma-

lia degli oceani.

Quando fummo faccia a faccia si ferm. a gambe

larghe e mi tese la mano.

® Capitano Jorge Nilssen. Come S andato il viag-

gio? ¯

® Di questo possiamo parlare anche dopo. Che sa

di Sarita? ¯

® Stia tranquillo. Non era grave come pensavo.

Ha una gamba e due costole rotte, ma guarir..

Adesso si sta rimettendo in un luogo sicuro. Sa del

suo arrivo e prestissimo potr. vederla, ma non subi-

to. Aspettiamo che si calmino un po' le acque. Ven-

ga con me. Le ho prenotato una stanza in una pen-

sione di fiducia. ¯

Ci avviammo in silenzio. Immersi in uno di quei

silenzi che sono la migliore forma di comunicazione.

Che fanno due cani al momento di conoscersi?

Non dicono una sola parola, non latrano, non guai-

scono. Si limitano semplicemente ad annusarsi il di-

dietro, e alla fine decidono se si fidano o no dell'al-

tro. Con Nilssen facemmo lo stesso, e quando arri-

vammo alla pensione sapevamo che la fiducia era

stata accordata.

Ero esausto, ma non volli perdermi una cena con

i migliori frutti di mare del mondo. La fresca chicha

di mele e il vino pipeno, aspro e rude come quei pa-

raggi, riuscirono a riconciliarmi con il mio corpo.

Dopo cena il profumo della legna che ardeva nella

stufa ci invit. a conversare.

® E molto tempo che S in giro per il mondo? ¯

chiese Nilssen.

® Dal 1975. Devo chiamarla capitano? Glielo

chiedo perch, si S presentato cos. ¯

® E la forza dell'abitudine. Gli abitanti dell'isola

mi chiamano capitano e, sa, non mi dispiace. Ma se

mi chiamassero 'signor capitano' sarebbe diverso.

Mi chiami pure come preferisce. ¯

® Cosa S successo al Nishin Maru? ¯

® Abbia pazienza. Sapr. tutto. E vedr. tutto. Ci

sono cose che non si possono raccontare. Non ba-

stano le parole per descrivere il mare. ¯

® Allora mi dica almeno chi S lei. ¯

® Un bastardo del mare. ¯

® Non S sufficiente, capitano. Il mio viaggio S

una prova di assoluta fiducia in lei, sono nelle sue

mani, e tanto a quelli di Greenpeace come a me pia-

ce conoscere i nostri interlocutori. ¯

® Mi chiede una cosa abbastanza difficile. Sono

una persona di poche parole e non ho mai pensato a

come riassumere la mia vita. Non sa che noi vecchi

siamo pieni di amnesie? ¯

® E io sono pieno di curiosit., capitano. Non ho

fatto ventimila chilometri per cenare con uno sco-

nosciuto. ¯

® D'accordo. Visto che insiste. L'avverto che sar.

la prima volta che parlo di me stesso. Si avvicini di

pi- al fuoco. Ha mai assaggiato l'acquavite migliore,

quella di conceria? La fanno fermentare con una

pelle di vacca nel barile. Vado a prenderne un paio

di bicchieri. ¯

Il suo vero nome era J¢rg Nilssen. Si chiamavano

cos anche suo nonno e suo padre, un avventuriero

danese che nel 1910 si addentr. in acque magellani-

che, senza altra compagnia che un gatto, con la spe-

ranza di scoprire un braccio di mare a nordovest

dell'Isola Desolaci¢n. Un canale che permettesse di

uscire nel Pacifico aperto dopo aver passato lo

Stretto, e che evitasse ai naviganti la pericolosa tra-

versata fino a Puerto Misericordia. Il vecchio Nils-

sen non trov. mai l'agognato canale, ma ne scopr

molti altri pi- a nord, arricchendo le carte nautiche

australi. La sfortuna del vecchio Nilssen fu di non

appartenere a nessuna marina militare o corpo d'e-

splorazione accreditato, di modo che le sue scoperte

gli furono sempre sottratte e nessuna di esse porta

oggi il suo nome.

I cileni chiamano questo tipo di gratitudine e di

riconoscimento ® la paga del Cile ¯. Il vecchio Nils-

sen per. non trov. solo l'anonimato, ma anche l'a-

more di un'isolana che fu la sua compagna per molte

brevi estati e molti lunghi inverni patagonici, finch,

l'inevitabile abbraccio della morte non gli strapp. la

donna, lasciandogli come unica compagnia il figlio

nato in mare e culiato dalle onde. Per prolungare

una serie di navigazioni iniziata un secolo prima

nelle fredde acque del Kattegat chiam. il piccolo

Jorg, ma un burocrate cileno con problemi di dizio-

ne lo ispanizz. in Jorge.

® Si chieder. perch, non faccio il nome di mia

madre. S molto semplice: non l'aveva. Mia madre

era una ona, una delle ultime sopravvissute di quella

razza di giganti che molto tempo prima dell'arrivo

di Magellano avevano attraversato migliaia di volte

lo stretto su imbarcazioni costruite con pelli di foca

e corteccia d'albero. 'Moglie', la chiamava mio pa-

dre, e io non arrivai a darle un altro nome perch,

mor pochi mesi dopo la mia nascita, nel 1920. Lui

dur. altri vent'anni, e fedele alla memoria della sua

compagna non cerc. un'altra donna, n, smise di na-

vigare nei canali.

Quel poco che so di lei me lo rifer mio padre nel-

le lunghe notti invernali, al sicuro nei fiordi che si

inoltrano nel continente. Mia madre aveva paura di

sbarcare. Non appena si avvicinavano a un porto o a

una caletta, si chiudeva tremante sotto la coperta

del cutter piagnucolando come un animale ferito. E

aveva le sue buone ragioni: lei era una ona, e come

anche i patagoni, gli yaghan e gli alakaluf, aveva pa-

tito le persecuzioni degli allevatori di bestiame in-

glesi, scozzesi, russi, tedeschi e creoli che si erano

insediati in Patagonia e nella Terra del Fuoco. Mia

madre fu vittima e testimone di uno dei grandi ge-

nocidi della storia moderna. Possidenti che oggi so-

no venerati come paladini del progresso a Santiago

e a Buenos Aires, praticarono la caccia all'indio pa-

gando delle once d'argento, all'inizio, per ogni paia

di orecchie, poi di testicoli e seni, e alla fine per

ogni testa di yaghan, ona, patagone o alakaluf che

venivano portati nelle loro tenute.

Per sfuggire al massacro molti divennero nomadi

del mare, ma nemmeno sulle loro imbarcazioni era-

no al sicuro. La caccia all'indio si trasform. in uno

sport per gli allevatori, e comparvero i primi battelli

a vapore per i canali. Non si accontentarono di

espellerli dalla terra ferma. Li avevano gi. condan-

nati a scomparire con l'incendio di migliaia di ettari

di selva, ma non bastava. Dovevano sterminarli tut-

ti, uno dopo l'altro. Ha mai sentito parlare del tiro

al piccione gelato? Era lo sport degli allevatori di

bestiame, dei Mac Iver, degli Olavarr¡a, dei Beau-

chef, dei Brautigam, dei Van Flack, degli Spencer, e

consisteva nel far salire un'intera famiglia di indios

su un pezzo di ghiaccio galleggiante, su un iceberg.

Poi venivano gli spari, prima alle gambe e poi alle

braccia, e si facevano scommesse su quale sarebbe

stato l'ultimo ad affogare o a morire per congela-

mento.

Alla morte di mio padre io ero un uomo abituato

alla solitudine, e che diffidava del mondo.

Mio padre era una brava persona. Tra di noi par-

lavamo un dialetto danese del Kattegat. Imparai a

leggerlo e a scriverlo col primo libro che mi capit.

fra le mani: il giornale di bordo del Fiona, il veliero

che l'aveva portato fin qui dalla Scandinavia. In se-

guito le autorit. marittime cilene ci obbligarono a

navigare sotto la bandiera nazionale, e per tenere il

giornale di bordo del Paso del Ona dovetti imparare

lo spagnolo.

Il Paso del Ona era un cutter dalla chiglia bassa

comprato da mio padre dopo che una tempesta ebbe

fatto a pezzi il Fiona contro le scogliere di Punta

Diego. Sono nato sul Paso del Ona, e finora l'ho

sempre sentito come la cosa pi- vicina, per me, all'i-

dea di una patria. Ma quella barca ormai non esiste

pi-. Alla morte di mio padre feci il mio dovere: ri-

spettando i suoi costumi e i suoi miti legai il corpo

al timone e lo inabissai nelle acque pi- profonde del

Golfo di Penas. Forse in fondo al mare si S riunito a

sua'moglie'. Chiss....

Rimasi senza altra compagnia che una vecchia, a

cui facevo visita sulla costa occidentale dell'Isola

Van der Meule, all'entrata del Canale di Messier.

La donna non sapeva lo spagnolo, e nemmeno il da-

nese, non sapeva nessuna lingua. Si limitava a can-

ticchiare in ona quando dimenticava la mia presen-

za, e appena si accorgeva che le ero davanti, taceva.

Passavamo cos intere giornate. Anche lei non aveva

un nome.

In quel periodo, le parlo del 1942, vivevo in una

capanna - costruita da mio padre - che ancora resi-

ste ai venti della costa nordorientale dell'Isola Ser-

rano, separata dalla Van der Meule dal miglio e

mezzo del Canale di Messier. Non ero un naufrago,

ma ero solo. Ero l'unico abitante dell'Isola Serrano,

e non mento quando dico che preferivo parlare coi

delfini piuttosto che con la vecchia ona dell'isola

davanti. Per lo meno i delfini mi rispondevano, in-

vece quella povera nonnina soffocava le sue parole

in una paura pi- fitta della nebbia della Terra del

Fuoco. Ma ogni volta che il tempo lo permetteva,

attraversavo il canale su una piccola barca a vela,

scafo e fiocco, nient'altro, per vederla e stare con

lei.

Un giorno non la trovai. Le ceneri del suo fuoco

erano ancora fresche e nei dintorni scoprii impronte

di cacciatori di foche. Se ne era andata trascinando i

suoi anni e le sue paure. Capii che non l'avrei pi- ri-

vista, e che niente mi legava a quelle rotte.

Molti anni dopo venni a sapere come era morta e

che era stata l'ultima ona. La fine di una razza di

navigatori dei mari pi- ostili del mondo. Ricordo

che lo lessi su un giornale di Punta Arenas. Degli

esploratori francesi l'avevano trovata che navigava

alla deriva davanti all'Isola Desolaci¢n, all'uscita

nel Pacifico dallo Stretto di Magellano. Si erano

rotti i remi della sua piccola imbarcazione, che resi-

steva miracolosamente alle onde senza rovesciarsi. I

francesi la fecero salire sulla loro barca, la esamina-

rono, calcolarono che avesse una novantina d'anni,

e la dichiararono pazza perch, non appena si di-

straevano tentava di saltare fuori bordo per tornare

di nuovo sulla sua barchetta. Per calmarla le inietta-

rono un sedativo, e quella fu la sua fine. Non era

pazza. Gli dSi ona vivono nel mare, e lei li aveva

cercati fino all'arrivo degli intrusi.

Insomma. Arrivai a Punta Arenas e mi imbarcai

sul Magallanes, poi passai al Tom, e al San Esteban;

trasportavano tutti legname, carne e granaglie per

l'Europa in guerra. Alcuni anni pi- tardi, a Santan-

der, cambiai rotta e mi divertii a navigare per i Ca-

raibi, finch, non mi tentarono l'Oceano Indiano e il

Pacifico Meridionale. Mururoa, Nuova Zelanda,

Australia, Giappone. Vagai di barca in barca finch,

nel 1980 l'orizzonte mi si chiuse davanti. Nessuna

compagnia di navigazione, nemmeno liberiana, vol-

le assumermi a bordo. Avevo sessant'anni. Un cor-

po troppo logoro per l'alto mare. Che fare? Non mi

sono mai sentito cileno, ma i maori, altra razza di

navigatori, dicono che ogni animale marino fa ritor-

no alla sua insenatura d'origine. E forse S cos, per-

ch, un po' prima di compiere sessant'anni cominciai

ad avere un sogno ricorrente: mi vedevo navigare

per i canali del sud del mondo, e badi che non dico

del Cile; lei pu. andare nel Canale Beagle e chiede-

re alle foche, ai cormorani e ai pinguini delle isole

Pincton, Lennox e Nueva, se si sentono cileni o ar-

gentini. La sovranit. S un fazzoletto inventato per-

ch, i militari ci si asciughino la bava.

Capii che quei sogni erano una specie di richiamo

e tornai. Con i risparmi di quarant'anni di lavoro a

bordo, depositati in una banca panamense, ne ave-

vo abbastanza per una vecchiaia pi- che accettabile

in qualsiasi casa di riposo per marinai, ma il sud mi

chiamava e tornai.

Alla fine del 1981, a Puerto Ibanez, trovai un

cutter dalle linee antiche, fatto per la grande navi-

gazione. Comprai il Finisterre addirittura con un

marinaio a bordo. Davvero. Un gigante buono come

il pane, senza altra casa che la barca, che tutti chia-

mano Pedro Chico per differenziarlo dal padre, un

altro Pedro che supera i due metri.

Con Pedro Chico ci capimmo fin dal primo mo-

mento, mettemmo a punto la barca e salpammo ver-

so sud.

Nell'Isola Serrano trovammo la capanna quasi co-

me l'avevo lasciata quarant'anni prima. L'isola S di-

sabitata. Il clima estremamente ostile e rigido. spa-

venta, e a volte penso che queste migliaia di isole,

isolotti e scogli siano il luogo rimasto pi- vicino al

momento della creazione del mondo. Mi parve il po-

sto migliore per gettare l'ancora nel tempo che mi

resta. Il mio porto. E cos con Pedro Chico navi-

gammo per anni interi senza incontrare nessuno,

con la vita dettata dal saggio umore del mare, paghi

di quello che Ci offriva. Ignoro come intenda lei il

mare, ma io, e credo anche Pedro Chico, lo vedo co-

me un corpo infinito e potente, che nonostante la

sua capacit. distruttiva sopporta generosamente la

debole e arrogante avventura umana. Il mare S un

ristagno di pace violenta: all'improvviso avvertiamo

accanto a noi la presenza di una minaccia.

Cominciammo a notare che i delfini si assentava-

no in epoche anormali. Poi le balene sciocche smise-

ro di saltare davanti alle scogliere dell'Isola Van der

Meule. Il Golfo di Penas, che ogni primavera vede-

va gli accoppiamenti delle balene pilota, si mostrava

immobile come una pentola spenta. Eravamo al cor-

rente del disastro ecologico provocato dai giappone-

si e dai loro peones del regime militare cileno a nord

del Reloncav¡. Sapevamo che la deforestazione mas-

siccia delle cordigliere della costa aveva distrutto,

forse per sempre, lo spettacolo dei salmoni che risa-

livano i fiumi per deporre le uova. Il disboscamento

della selva originaria, di alberi antichi come l'uomo

americano e di semplici arbusti che ancora non face-

vano ombra, aveva fatto di quelle regioni, che erano

sempre state verdi, miserevoli paesaggi in via di de-

sertificazione, e con il taglio si erano sterminate an-

che le migliaia di specie di insetti e di animali mino-

ri che rendevano possibile la vita dei fiumi. Ma tut-

to questo ci sembrava troppo a nord, pi- di mille

miglia ci separavano da quella catastrofe. Che dia-

volo succede nel nostro mare?, ci chiedevamo, e una

mattina d'estate, nel 1984, avemmo la risposta.

Quello che vedemmo ci gel. il sangue nelle vene.

Sa cos'S il Caleuche? La nave fantasma. L'Olandese

Volante con un altro nome. Nemmeno il Caleuche ci

avrebbe impressionato tanto come quello che scor-

gemmo davanti al Golfo di Trinidad, a sud dell'Iso-

la Mornington.

Vedemmo una nave officina di pi- di cento metri

di lunghezza e con vari ponti, ferma, ma con le mac-

chine a tutta forza. Ci avvicinammo fino a ricono-

scere la bandiera giapponese che sventolava a pop-

pa. A un quarto di miglio ricevemmo uno sparo di

avvertimento e l'ordine di allontanarci. Ma riuscim-

mo a vedere cosa stava facendo la nave.

Con un tubo di un paio di metri di diametro sta-

va risucchiando il mare. Aspiravano ogni cosa, pro-

vocando una corrente che avvertimmo anche noi

sotto la chiglia. Dopo il passaggio dell'aspiratore le

onde diventavano una brodaglia scura di acque mor-

te. Tiravano su tutto, senza riguardo per specie

proibite o protette. Con il respiro quasi paralizzato

dall'orrore vedemmo che varie cucciolate di delfini

venivano aspirate e sparivano.

E la cosa pi- orribile di tutte fu accorgersi che, da

uno scolo che spuntava a poppa, ributtavano in ac-

qua i resti indesiderati della carneficina.

Lavoravano in fretta. Queste navi officina sono

una delle pi- grandi mostruosit. inventate dall'uo-

mo. Non inseguono i banchi di pesci. Il loro compi-

to non S pescare. Cercano grasso e olio animale per

l'industria dei paesi ricchi, e per raggiungere i loro

scopi non esitano ad assassinare gli oceani.

Durante quello stesso anno, navigando in mare

aperto nelle vicinanze del Falso Capo Horn, vedem-

mo altre navi simili. Battevano bandiera nordameri-

cana, giapponese, russa, spagnola, e facevano tutte

esattamente la stessa cosa.

Passammo un brutto inverno, quell'anno. Non so

se ero pi- affranto o infuriato, arrivai addirittura a

pensare di riempire di esplosivo il Finisterre per lan-

ciarmi a tutta velocit. contro la prima nave aspira-

trice che avessi scorto. Passammo un pessimo in-

verno.

Davanti allo sguardo strano di Pedro Chico gira-

vo la manopola della radio a onde corte in cerca di

un consiglio. Non sa quanto amiamo la radio noi

marinai. E come se qualche volta la voce di Dio si

ricordasse di noi. Cos, con le speranze sul punto di

colare a picco, trovai finalmente un notiziario inco-

raggiante. Radio Nederland parlava di un'azione di

Greenpeace nel Mediterraneo. Impedivano l'uso

della barra filippina, un'altra sfacciata maniera di

assassinare il fondo marino impiegata dai pescatori

di corallo. Ricordo che balzai in piedi e abbracciai

Pedro Chico. Non siamo soli, Pedro! Non siamo gli

unici a voler salvare il mare! E allora ebbi una delle

sorprese pi- grandi della mia vita: Pedro Chico, che

S un uomo di pochissime parole, mi si rivolse con

una seriet. sconosciuta.

'Padrone, voglio confidarle un segreto. Romper.

un giuramento. Lei sa che sono alakaluf, e che per

noi giurare sulle pietre del focolare S sacro. Padro-

ne, io so dove si nascondono le balene Calder¢n ' E

mi rese partecipe del segreto.

Per questo, non appena vedemmo il Nishin Maru

davanti al Golfo di Corcovado, raggiungemmo l'I-

sola Grande di Chilo, per metterci in contatto con

voi di Greenpeace. Peccato che siate cos lontani.

Ma abbiamo vinto la battaglia contro i giapponesi

senza altro aiuto che quello del mare. Amore e odio.

Vita e morte. Segreto e rivelazione. Tutto allo stes-

so tempo, senza et.. S questo il mare... ¯

Un lungo silenzio segu le parole del marinaio. Lo

scoppiettio del fuoco sembrava prolungarlo invitan-

doci a restare muti.

® Non so che dire. Non so da dove cominciare. ¯

® Diciamo buona notte. Sono stanco anch'io. ¯

® D'accordo. Buona notte, capitano Nilssen. ¯

Il giorno successivo il capitano Nilssen mi tir. gi-

dal letto alle prime luci dell'alba. Nella sala da pran-

zo ci aspettava una generosa caffettiera e pane ap-

pena sfornato. Indovinando i miei pensieri si affret-

t. a informarmi su Sarita.

® Fa progressi. Naturalmente soffre un po' per le

fratture, ma S una ragazza forte. Come ben sa, sia-

mo in territorio di stregoni, e l'hanno avvisata del

suo arrivo. Le manda i saluti dal suo luogo di conva-

lescenza, e questo biglietto. Tenga. ¯

Su un foglio, scritto con calligrafia tremolante,

Sarita raccontava che, dopo aver visto il Nishin Ma-

ru nei cantieri della marina militare, aveva deciso di

fotografarlo, ma evidentemente non aveva preso le

dovute precauzioni. Aveva portato i rullini al labo-

ratorio di un amico, e mentre usciva con le foto due

sconosciuti avevano tentato di investirla con un'au-

to. Era riuscita a stento a vederli in faccia, ma era

sicura che si trattasse di cileni. Le avevano strappa-

to il materiale e l'avevano lasciata per terra in mez-

zo alla strada. Sarita mi ringraziava di aver fatto in

modo che la portassero in un luogo sicuro, perch,

all'ospedale era stata minacciata di morte se apriva

bocca. Ignorava che era tutta opera di Nilssen, e

preferii non far domande al riguardo. Avevo fiducia

in Nilssen, e la fiducia in qualcuno S uno dei miglio-

ri sentimenti che si possano nutrire.

® E ora che facciamo, capitano? ¯

® Salperemo in direzione nord con il P jaro Loco

per mostrarle il Nishin Maru, poi vireremo verso sud

per raggiungere il Finisterre. ¯

Il P jaro Loco era una grossa lancia con la chiglia

piatta capace di volare a pelo d'acqua grazie a due

potenti motori diesel. Era quella che viene definita

una barca di matuteros, i contrabbandieri dei mari

australi. L'equipaggio era composto da don Checho,

uomo parco di parole, e da un mozzo soprannomi-

nato il Socio, che in seguito mi dette lezioni di alta

cucina navigando a quaranta nodi con onde di un

metro.

Salpammo in direzione nordest costeggiando l'I-

sola di Calbuco, e dopo mezz'ora di navigazione en-

trammo nell'Insenatura del Reloncav¡. Puerto

Montt si profil. all'orizzonte, a nord, e un lieve col-

po di timone prima di giungere all'altezza del molo

militare ci permise di passare vicino ai cantieri della

marina.

S. Era il Nishin Maru. Lo confrontai con la foto

che avevo con me. Era lo stesso Nishin Maru che

Greenpeace aveva bloccato nel porto di Yokohama.

La fiancata di babordo appariva molto danneggiata,

come se avesse subito numerose collisioni, e uno

sciame di operai si dedicava alacremente ai lavori di

riparazione.

® Contro che diavolo ha sbattuto? ¯

® Contro il mare. Come vede, si trova molto lon-

tano dalle Isole Mauritius. ¯

® Questa nave s. Ma il Nishin Maru II naviga ef-

fettivamente su quelle rotte. ¯ E raccontai al capita-

no Nilssen quanto avevamo scoperto riguardo alle

false demolizioni che permettono di navigare illegal-

mente.

® Accidenti. E poi c'S chi dice che la pirateria S

finita. Bene. Ormai ha visto tutto coi suoi occhi e sa

che S la verit.. Adesso le resta da vedere la parte

migliore. Don Checho, direzione sud a tutta mac-

china. ¯

Il P jaro Loco vir. di centottanta gradi e si avvi.

verso sud aprendo un'ampia ferita di spuma nelle

onde.

® S meglio scendere a far compagnia al Socio.

Questo vento taglia la faccia, ma prima voglio farle

vedere qualcosa di interessante. Sa cos'S quello? ¯

Il capitano Nilssen indic. una montagna tra il

giallo e l'arancio che si innalzava accanto al porto.

Vari camion e bulldozer si muovevano sui suoi fian-

chi. Sulla vetta si scorgevano alcune gru.

® S una montagna. So che sembrer. strano, ma

non ricordo nessuna montagna accanto al porto. ¯

® Non S strano. E una montagna nuova, ma non S

nata da qualche eruzione sotterranea. S una monta-

gna di schegge di legno. Una delle molte montagne

di schegge di legno che decorano da cinque anni a

questa parte la costa meridionale cilena. Finiscono

cos le selve, legni nobili e arbusti, tutto trasforma-

to in schegge di legno che vengono imbarcate per il

Giappone. Materia prima per l'industria della carta.

Alcuni dicono che S il prezzo che dobbiamo pagare

per il piacere di leggere, ma non S vero. Saccheggia-

re il bosco originario S molto pi- redditizio che in-

vestire in progetti forestali. ¯

La vista della montagna di schegge di legno pro-

vocava ferite ben pi- laceranti di quelle che il vento

minacciava di aprirci sul volto.

Ci accomodammo sotto coperta in una specie di

cabina, alta a sufficienza da permettere di stare in

piedi, e mentre Nilssen prendeva una carta nautica,

il Socio ci inform. dettagliatamente sullo stufato

d'agnello che ci avrebbe servito a mezzogiorno.

Ogni tanto saliva in coperta, consultava don Che-

cho, e tornava a pestare condimenti nel mortaio.

® Stiamo entrando nel Golfo di Ancud. Vede, so-

no acque tranquille. Se S d'accordo le anticiper.

qualcosa della storia. ¯

® Gliene sarei grato. ¯

® D'accordo. Come sa, anch'io ebbi notizia del

permesso per uccidere balene azzurre, ma non gli

detti importanza. Non in questo periodo. Non all'i-

nizio dell'inverno. Ecco perch,, appena vidi il Ni-

shin Maru davanti al Corcovado, pensai al segreto di

Pedro Chico e non ebbi dubbi sulle loro intenzioni:

cercavano le balene Calder¢n. Eppure qualcosa non

quadrava.

Se anche i giapponesi sapevano del nascondiglio

dei cetacei, avrebbero dovuto rifornirsi in un porto

ben provvisto, e non cos a nord. Avrebbero dovuto

gettare l'ancora a Punta Arenas, l'ultimo porto do-

ve rifugiarsi prima dell'Antartico, e una volta ap-

provvigionati, avrebbero dovuto salpare in direzio-

ne nord verso la Baia Salvaci¢n, e poi navigare in

direzione est, verso i fiordi. Qualcosa non quadra-

va. Puerto Montt S miserabile come magazzino di

provviste, e il Nishin Maru non si era nemmeno av-

vicinato ai suoi moli. Aveva gettato l'ancora davan-

ti al Corcovado come in attesa di qualcosa di im-

portante, e con Pedro Chico ci strizzavamo il cer-

vello pensando a cosa potesse essere.

Lo scoprimmo soltanto la mattina del 4 giugno.

Un piccolo elicottero biposto sorvol. varie volte la

nave cercando di posarsi su una piattaforma di me-

tallo leggero installata sul ponte di poppa. Non ci

riusc perch, inizi. a soffiare Puelche. Sa a cosa mi

riferisco? ¯

Il Puelche. Alla fine dell'autunno si cominciano

a sentire le prime folate di vento provenienti dal-

l'Atlantico, un vento che spazza la pampa, avanza

senza trovare ostacolo nelle cordigliere mozze della

Patagonia argentina, e poco prima di raggiungere il

litorale cileno sfiora le cordigliere basse di Cuatro

Pir mides e Melimoyu, contagiandosi con il soffio

gelato dei ghiacci eterni. Quando giunge sul mare,

di fronte all'estremo nord dell'arcipelago di Las

Guaitecas, Si scontra con i forti venti che arrivano

dal Pacifico e cambia direzione da ovest a nord,

proseguendo cos fino a raggiungere i golfi di An-

cud e del Reloncav¡ con raffiche gelate che fanno

rabbrividire anche le pietre. Quando soffia Puelche

S meglio restare a casa, dicono i marinai dell'Isola

di Chilo,.

® Ci dava dentro, il Puelche. Il Nishin Maru lev.

le ancore e raggiunse Puerto Montt. Solo l. riusc a

posarsi l'elicottero, e dopo averlo legato con cavi e

coperto con teloni la nave guadagn. il mare aperto

in direzione sudovest, cercando l'uscita dal Canale

di Chacao a sud del Golfo di Los Coronados, da-

vanti al Capo di Huechucuicui. Non capivamo la

presenza dell'elicottero, ma ci eravamo resi conto

che il capitano Tanifuji aveva fretta. Affrontava

una tempesta di durata indefinita uscendo in alto

mare e avanzando a tutta macchina verso sud. Rie-

sce a seguirmi sulla carta? ¯

Lo seguivo con tutta la mia attenzione. Mentre

parlava, faceva navigare velocemente l'indice della

mano destra sulla mappa, ma io faticavo a memoriz-

zare i nomi di isole, capi, golfi e altri accidenti geo-

grafici. Gli chiesi un attimo di pausa per prendere

familiarit. con la carta, e lui accett. lasciandomi so-

lo davanti al foglio spruzzato da migliaia di mac-

chioline verdi.

Ma prima di salire in coperta il capitano Nilssen

mi guard. divertito.

® Non S necessario che impari a memoria la map-

pa. S impossibile. Nessuno S capace di trattenere

tanti nomi nella zucca. Prima di andarmene voglio

raccontarle un aneddoto: un mio buon amico, un

marinaio di Chilo, che si merita il titolo di lupo di

mare, ha lavorato per molti anni come pilota nello

Stretto di Magellano. Prendeva il timone di qualsia-

si barca e la guidava senza problemi verso il Pacifico

o verso l'Atlantico. Ma il mio amico aveva la colpa

di non aver mai studiato in una scuola nautica, e per

il colmo delle disgrazie era socialista. Quando ci fu

il golpe del '73 e i militari si impadronirono di tut-

to, la Capitaneria di Porto di Punta Arenas lo chia-

m. a sostenere un esame per rinnovargli la licenza

di pilota. Insomma, il mio amico C,sar Acosta con i

suoi quarant'anni di esperienza si sedette davanti a

un imbecille con il grado di tenente di marina. L'uf-

ficialetto distese sul tavolo una carta nautica dello

Stretto e gli disse: 'Mi indichi dove sono i banchi di

sabbia pi- pericolosi'. Il mio amico si gratt. la bar-

ba e gli rispose: 'Se lei sa dove sono, mi congratulo.

A me per navigare basta sapere dove non sono'. ¯

Poco prima di mezzogiorno salii anch'io in coper-

ta e trovai i tre uomini che bevevano il mate, senza

preoccuparsi delle nuvole all'orizzonte che nascon-

devano quasi del tutto il profilo delle isole.

Ci lasciammo alle spalle le isole Chauquenes, la

Tac, la Apio e la Chulin, e alle due del pomeriggio

gettammo l'ancora nell'insenatura di Puerto Chai-

t,n per caricare combustibile e goderci uno stupen-

do stufato d'agnello aromatizzato con alloro e chio-

di di garofano.

® Ci riposeremo un'ora. Cerchi di sgranchirsi le

gambe e vuotare il corpo. Adesso arriva un pezzo

difficile, e non S piacevole farlo su questa latta di

sardine. Ancora qualche miglio verso sud ed entre-

remo nella Baia di Corcovado. Sa che ha fortuna?

Seguendo il Nishin Maru su questa stessa rotta tro-

vammo un tempo simile ¯, mi disse il capitano Nils-

sen mentre il Socio interrogava don Checho riguar-

do ai suoi desideri gastronomici serali.

La Baia di Corcovado si apre circa venticinque

miglia a sud di Puerto Chait,n. Durante l'estate,

quando non c'S vento, le acque, di una trasparenza

insuperabile, lasciano scorgere perfettamente il fon-

dale marino, ma d'inverno, con i flutti agitati del

Pacifico aperto, S un tratto dannatamente perico-

loso.

Poche miglia dividono la Baia dalla costa orienta-

le di Chilo,. La zona pi- meridionale di Chilo, S se-

parata dalla punta nord dell'arcipelago di Las Guai-

tecas da un canale largo un'altra trentina di miglia.

Le forti correnti del Pacifico imboccano questo

braccio di mare, ma giunte a met. cozzano nell'Iso-

la Guafo e si dividono per rincontrarsi con maggio-

re brio al centro del canale, e cos avanzano forman-

do vortici spaventosi finch, non sbattono contro la

Baia di Corcovado, ingrandendola nel corso dei se-

coli con l'erosione degli scoscesi faraglioni del Ven-

tisquero Corcovado, che l inabissa la sua enorme

mole di granito a picco sul mare.

Fu una traversata dura. Don Checho e il capitano

Nilssen si dettero il cambio al timone, e io lottai per

mantenere lo stomaco in qualche punto del corpo

che non fossero i piedi o la testa, mentre il Socio,

con i suoi utensili da cucina ben legati al fornello

con strisce di tela, si dedicava ai preparativi della

cena.

Credo che il P jaro Loco abbia fatto in aria la

maggior parte del viaggio. Toccava l'acqua e subito

tornava a sollevarsi in mezzo a colpi furiosi e a ge-

miti dell'alberatura allarmata. Alle cinque e mezzo

di pomeriggio era gi. buio, e all'improvviso, come

per miracolo, entrammo in un'insenatura tranquilla.

Dopo aver fatto un breve giro a sudest di un isolot-

to, don Checho ferm. i motori e il Socio salt. a

terra.

Don Checho mi rivolse la parola per la prima vol-

ta in tutto il viaggio.

® Si S divertito? Ora siamo a sud dell'Isola Refu-

gio. Si chiama cos perch, le alture della cordigliera



di Melimoyu la proteggono dal vento. Sopra sta sof-

fiando Puelche, ma cade una dozzina di miglia pi- a

ovest. Socio, che si mangia? ¯

Il mozzo salut. la repentina loquacit. del suo ca-

po con un euforico: Stufato di mitili!

Seduti in coperta cenammo con un fantastico

piatto a base di mitili, grandi come una mano e di

un irresistibile colore rosato. Dopo mangiato chiac-

chierammo del viaggio e cercai di sapere qualcosa di

pi- sui due uomini. Feci un paio di domande, ma ri-

sposero con svogliati monosillabi; la conversazione

sembrava senza futuro, finch, non li interrogai sulle

caratteristiche dei motori e su dove li avevano ac-

quistati.

I due scoppiarono in una bella risata.

® Glielo racconto, capo? ¯ chiese il Socio.

® Certo, se va in giro con Nilssen vuol dire che ci

si pu. fidare. Ma senza esagerare, Socio. Non ci

metta troppe stronzate. ¯

® Ahiahiahi, S tremendo il mio capo! Allora. Pri-

ma avevamo un motorino tisico che andava quando

voleva lui, e non c'erano i mezzi per comprarne un

altro. Un giorno, o meglio, una notte, Dio che S

grande e vuol bene ai suoi cani ci mand. l'alleanza

per il progresso. Le dice niente la parola Unitas? So-

no delle manovre navali che fanno gli yankee assie-

me ai cileni. Be', successe che una tempesta becc. i

gringos mentre giocavano alle invasioni nella Baia

di Cucao, sulla costa occidentale di Chilo,, e loro la-

sciarono l due lance da sbarco, di quelle grandi con

ponte levatoio e tutto. Il capo e io le vedemmo e ci

dicemmo: 'Accidenti se sono generosi i gringos. Ci

hanno lasciato questi bei motori in regalo'. Li smon-

tammo ed eccoli qui. E pensare che c'S gente ingra-

ta che si lamenta dei gringos. ¯

® Ma questi motori devono essere pesantissimi, e

quello che voi avevate... ¯

® Gliel'ho detto che Dio vuol bene ai suoi cani.

Per puro caso eravamo sul Finisterre, e in quella bar-

ca c'entra tutto. ¯

Il Socio fin il suo racconto e si mise a lavare piat-

ti e pentole. Seduto in coperta accesi una sigaretta e

sentii che cominciavo ad amare il Finisterre.

Alle prime luci dell'alba del 23 giugno ci lasciammo

alle spalle il porto naturale dell'Isola Refugio e ri-

prendemmo a navigare in direzione sud.

Le acque apparivano calme e cristalline, nono-

stante la radio desse notizia di forti venti in mare

aperto. La temperatura non superava i due gradi

quando imboccammo l'ingresso nord del Canale di

Moraleda. A est ci sfilarono davanti le isole Tilo e

Magdalena. A ovest Las Guaitecas, le Leucayec, le

Chaffers, la Carrao, la Filomena, la Huenahuec, la

Tr nsito, la Cuptana, la Melchor, e centinaia di iso-

lotti anonimi, popolati da foche e uccelli marini che

contemplavano impassibili il passaggio del P jaro

Loco.

® Il sette giugno stavamo navigando proprio in

questa zona ¯, cominci. a raccontare il capitano

Nilssen.

® Avevamo individuato la frequenza radio del Ni-

shin Maru e secondo i nostri calcoli era vicinissimo.

Solo le isole ci separavano. Il giapponese navigava a

circa cento miglia dalla costa, e questo dato ci disse

che il tempo giocava a nostro favore. Per entrare nel

Golfo di Penas e cercare il nascondiglio delle balene

avrebbe dovuto fare un giro prima a ovest e poi a

sud, schivando i banchi di sabbia che circondano la

penisola di Taitao. Noi conosciamo una scorciatoia,

poi la vedr., e ci disponevamo ad aspettarlo all'en-

trata nord del Canale di Messier, che volevamo

bloccare col Finisterre. Ma Tanifuji era pi- informa-

to di quanto pensassimo: quell'uomo S astuto come

una volpe affamata. Poi capir. perch, lo dico, ma

prima, approfittando del fatto che siamo qui, voglio

mostrarle qualcosa di interessante, anche se non ha

niente a che vedere col nostro viaggio. Guardi.

Quella macchia verde che si scorge a babordo S la

costa nord dell'Isola Melchor, separata dalla Victo-

ria da un canale di pochissimi metri di larghezza e

di profondit.. Quel braccio di mare senza nome

sbocca in un'insenatura davanti alle isole Kent e

Dring, a ovest, ed S stato un buon rifugio per i bu-

canieri del passato. Mio padre navig. in quel canale

e a lui si devono le misurazioni di profondit. ripor-

tate sulle carte. S possibilissimo che proprio in

quell'insenatura sia cominciata la leggenda della na-

ve fantasma, il Caleucuie, che per. in origine aveva

un altro nome: Cacafuego. ¯

® Cacafuego? Non l'avevo mai sentito. ¯

® Non mi stupisce. Il suo primo capitano si chia-

mava Alonso M,ndez e rimase in carica solo tre set-

timane. Mor impiccato all'albero maestro per ordi-

ne del suo successore, Francis Drake. ¯

® Il pirata? ¯

® Proprio lui. Sir Francis Drake. Nel 1577 Fran-

cis Drake attravers. lo Stretto di Magellano con

una flotta di sette brigantini. Uno solo, il Golden

Hind, super. la traversata, e su di esso Drake avan-

z. verso nord saccheggiando prima alcune citt. cile-

ne e poi il Per-. Ma a El Callao ebbe la fortuna di

incontrare il Cacafuego, una nave costruita nei can-

tieri del nuovo mondo, mal difesa, ma eccellente

per il carico. Il Cacafuego trasportava una grande

quantit. d'oro e d'argento, una quantit. talmente

grande che Drake non pot, trasferirla sul Golden

Hind e poi affondare il vascello di bandiera spa-

gnola.

Il pirata si trov. davanti a un dilemma: o trasci-

nava il Cacafuego, pesante come una zavorra, verso

nord, in cerca di altri bottini e soprattutto di un

paio di buone navi che gli permettessero di trasbor-

dare i preziosi metalli, o lasciava il vascello prigio-

niero sotto il comando di un uomo di assoluta fidu-

cia. Opt. per la seconda possibilit. e nomin. capita-

no del Cacafuego Williams O'Barrey, un sanguina-

rio irlandese che aveva sul capo una taglia della Le-

ga Anseatica.

Era l'inverno del 1577. Drake sapeva che dal sud

non sarebbe arrivata nessuna nave spagnola, e cos

Si lanci. a vele spiegate verso nord, sperando di sor-

prendere altri vascelli della stessa nazionalit. alla

foce del fiume Guayas. O'Barrey rimase al comando

di un equipaggio di trenta uomini e le sue istruzioni

furono di attendere il ritorno di Drake.

A quel tempo c'erano solo due ragioni che porta-

vano gli uomini ad ammutinarsi: eccesso di fame o

eccesso d'oro. Il secondo spinse l'irlandese alla di-

sobbedienza, e O'Barrey, nel luglio di quell'anno,

spieg. le vele verso sud con la nave carica fino al-

l'orlo. In tre mesi riusc a coprire duemilacinque-

cento miglia, e nell'ottobre una violenta tempesta lo

sorprese vicinissimo a dove ci troviamo, quasi di

fronte all'Isola Lemu.

La nave troppo carica non gli permise di guada-

gnare il mare aperto per affrontare il maltempo, e

cos cerc. rifugio nell'insenatura che formano le iso-

le Melchor, Victoria e Dring. Non lo avesse mai fat-

to: quando la tempesta si plac., scopr tre vascelli

dell'armata spagnola che gli bloccavano l'uscita.

Aveva tardato troppo nel suo temerario tentativo di

raggiungere lo Stretto di Magellano. Per difendersi

il Cacafuego poteva contare solo su due cannoni e

sui moschetti dell'equipaggio. Le navi spagnole, al

contrario, avevano una buona artiglieria, e i corsari

sapevano che li aspettava la forca. O'Barrey, in uno

slancio di ottimismo, credette di trovare indulgenza

negli assedianti in cambio della consegna del botti-

no, ma i pirati non gli perdonarono tanta codardia e

lo impiccarono allo stesso albero a cui gi. avevano

impiccato lo sfortunato capitano M,ndez.

Al cader della notte una fitta nebbia cal. sulla

baia, e gli assedianti non notarono le manovre di

evasione del Cacafuego.

I corsari si portarono cinque miglia a sud dell'in-

senatura e, attraverso un passaggio strettissimo che

separa le isole Victoria e Dring, uscirono nelle ac-

que del canale ora noto come Darwin. Erano eccel-

lenti navigatori quei pirati, e il loro timoniere dove-

va essere un tipo che pensava con le mani. Proba-

bilmente la nebbia copr a lungo il litorale, altri-

menti non si spiega perch, gli assedianti tardarono

quattro giorni a ritrovare la nave fuggitiva novan-

ta miglia pi- a sud, all'entrata del Golfo di Penas,

che si chiam. cos finch, i cartografi inglesi non

eliminarono la tilde.

Gli spagnoli avrebbero potuto attaccare i pirati

nel golfo, ma non lo fecero, probabilmente per

evitare che gli assediati affondassero la nave. Im-

piccando il capitano O'Barrey, i corsari si erano

dimostrati pronti a tutto meno che ad arrendersi,

e cos gli inseguitori li lasciarono entrare nel Cana-

le di Messier. Gli spagnoli non conoscevano i ca-

nali. Non se ne erano mai interessati, come non si

erano interessati alle terre del sud del mondo, for-

se intimoriti dalle descrizioni di mostri e di esseri

da incubo che si supponeva abitassero le isole.

L'unica volta che gli spagnoli si erano mostrati at-

tratti da questi luoghi fu quando Francisco de To-

ledo ordin. la conquista di Trapananda, nome che

resta tutt'ora un mistero, ma lo fece mosso soltan-

to dall'ipotetica ricchezza della Favolosa Citt.

Perduta dei Cesari. Li lasciarono imboccare il Ca-

nale di Messier e aspettarono che la fame e la di-

sperazione li facessero uscire di nuovo in mare

aperto.

Per assicurarsi di non perderli ancora, si divise-

ro il pattugliamento della costa. Una nave rimase

nel Golfo di Penas, all'entrata settentrionale del

canale. Un'altra si port. cento miglia pi- a sud,

all'uscita del Canale Dinley, e l'ultima si appost.

tra l'Isola Madre de Dios e la Baia Salvaci¢n.

Fu una manovra azzeccata: i pirati prima o poi

dovevano uscire, e se tentavano di percorrere attra-

verso i canali le cinquecento miglia che li separava-

no dallo Stretto di Magellano, la nave appostata da-

vanti alla Baia Salvaci¢n li avrebbe visti e avrebbe

potuto bloccare la fuga.

L'attesa si prolung. quattordici mesi, ma il Caca-

fuego non dette segno di vita, finch, gli assedianti,

assieme ad altri quattro vascelli di rinforzo, si lan-

ciarono alla ricerca per i canali. Non lo trovarono

pi-. Nessuno sa se il Cacafuego raggiunse mai il ma-

re aperto, ma ci sono centinaia di leggende degli

ona, degli yaghan e degli alakaluf che parlano di uo-

mini biondi che sbarcavano oro sulle isole per alleg-

gerire la nave. E le leggende dicono che i membri

dell'equipaggio vuotavano le stive, ma tornando a

bordo le trovavano di nuovo piene. Ci sono anche

molti isolani che giurano di aver visto nei canali un

vascello che naviga, pesante, con le vele a brandelli,

e tra le nebbie si sentono i lamenti dell'equipaggio

che implora la libert. del mare aperto.

Ho conosciuto alcuni marinai, come il vecchio

Eznaola, un basco di Puerto Chait,n, che esce anco-

ra inalberando sul cutter bandierine di amnistia, per

mettere fine alla maledizione del pirata O'Barrey e

tirar fuori quei poveri diavoli dalla loro prigione.

Forse il Cacafuego S il Caleucuie. Altrimenti, che

importa? In queste acque c'S posto per tante navi

fantasma... ¯

Al cader della notte girammo a est dell'Isola Vic-

toria per imboccare il Passo del Medio, a nord del-

l'Isola Quemada, ed entrammo nel Gran Fiordo di

Ays,n.

A quaranta miglia dall'entrata del fiordo, navi-

gando verso l'interno del continente, si trovano

Puerto Chacabuco e le citt., dedite all'allevamento

del bestiame, di Ays,n e di Coyhaique, capitale del-

la Patagonia. Ma il P jaro Loco attracc. nella Calet-

ta Oscura, subito all'ingresso del fiordo.

Il Socio ci rimise in sesto dopo la giornata di viag-

giO con una succulenta fricassea di frutti di mare e

alghe, e dopo cena il capitano Nilssen mi spieg. che

mancavano ancora alcune ore di navigazione prima

di arrivare al Finisterre.

® Alcune ore e qualcos'altro. Parola che mi sono

dimenticato di chiederglielo. Sa andare a cavallo? ¯

® S. Anche se non ho mai brillato. ¯

® Non importa. Sono una settantina di chilometri

su terreno scosceso. Ma non si spaventi. Il culo S la

parte del corpo che dimentica prima i maltratta-

menti. ¯

Alle cinque di mattina del 24 giugno lasciammo la

Caletta Oscura e ci addentrammo nel Canale Costa

in direzione sud.

Navigammo quasi in linea retta, toccando appena

il timone in quella specie di sentiero largo un mi-

glio. A ovest avevamo l'Isola Traigu,n e a est i

ghiacci della Cordigliera di Hudson.

Trenta miglia pi- a sud, tenendo come punto di

riferimento, a est, l'Isola Simpson, entrammo nel

Fiordo Elefantes, bordato sulla costa orientale dalle

imponenti vette innevate della Cordigliera di San

Valent¡n, che l eleva i suoi quattromila metri di so-

litudine affilata dai venti. Al centro del fiordo scor-

gemmo varie dozzine di delfini cruzados - begli ani-

mali dalla pelle scurissima screziata sui fianchi da

pennellate d'argento - che si muovevano leggiadri

nelle acque tranquille.

Si avvicinarono al P jaro Loco con la naturalezza

di chi saluta un vecchio amico, e ringraziarono del

pesce, che il Socio lanci. loro, con buffi salti. Frec-

ce di notte e d'argento che prima di tuffarsi, per poi

riemergere accanto alla barca, libravano in aria i lo-

ro due metri, dicendoci qualcosa di indecifrabile

con le piccole bocche dai denti ambrati.

Don Checho tocc. appena il timone per avvici-

nare il P jaro Loco alla riva occidentale, ripida e

verde. Navigavamo davanti alla penisola di Sisque-

lan e poche miglia pi- a sud avremmo incontrato

l'insuperabile barriera gelata dei ventisqueros della

laguna di San Rafael.

L'aria ci annunciava la presenza delle nevi eter-

ne, dei seicentomila ettari di ghiacciai che iniziano

all'estremo sud del Fiordo Elefantes, dove fino ad

appena un secolo fa si riunivano i chono, gli alaka-

luf, gli ona e i chilote per macellare qualche balena

che si era arenata, per scambiare pelli, per cacciare

foche ed elefanti marini, per saldare vecchi conti

con la vita e con la morte, e perch, gli dSi del ma-

re mettessero incinte le vergini e riempissero le te-

ste dei giovanotti con promesse di felicit. e di pia-

ceri.

Un inglese pass. da questi luoghi e guard. senza

capire nulla. Scrisse: ® Tristi solitudini dove sem-

bra regnare sovrana la morte pi- che la vita ¯.

Non cap nulla e quindi ment, da buon inglese. Si

chiamava Charles Darwin.

® Quello che vediamo non S normale ¯, spieg. il

Capitano Nilssen.

® I cruzados sono delfini da mare aperto. Mentre

questi si nascondono nel fiordo, anche se conti-

nuano a essere amichevoli. Forse captano che non

siamo nemici. Chiss.. A volte i delfini mi sembra-

no molto pi- sensibili degli esseri umani, e pi- in-

telligenti. Sono l'unica specie animale che non ac-

cetta gerarchie. Sono gli anarchici del mare. ¯

I delfini continuarono a saltare finch, non toc-

cammo terra. Forse la loro affabilit. S pi- forte del-

l'istinto di conservazione.

Attraccammo a un molo naturale formato da roc-

ce piatte. Preso dallo spettacolo dei delfini non

scorsi l'uomo che ci stava aspettando, avvolto in un

pesante poncho di lana, anche se era difficile non

notarlo perch, Pedro Chico era enorme.

Potei valutare bene la sua statura quando si avvi-

cin. per salutare il capitano Nilssen.

® E l'uomo che scrive? ¯ chiese.

Nilssen fece le presentazioni e il gigante mi tese

la mano aperta.

Dopo aver mangiato un corroborante stufato di

alghe, tra cui il luche e il cochayuyo, ci accomiatam-

mo da Don Checho e dal Socio. Credo che sentir.

per sempre la mancanza dei suoi piatti preparati

ignorando le onde e il vento, o forse usandoli come

un condimento in pi-.

Il P jaro Loco salp. in direzione nord e Pedro

Chico ci accompagn. ai cavalli, tre ronzini a pelo

lungo che sprigionavano vapore dalle froge e non si

lasciavano montare con molto piacere. Ci consegn.

anche degli speroni con la rotella grande e pesanti

poncho di lana; poi cominciammo la cavalcata.

Il cielo si schiar, e cos potemmo goderci il pano-

rama di cordigliere basse, lagune d'acqua dolce, ru-

scelli, boschi, e caverne in cui forse si trovano i te-

sori del Cacafuego. Ben presto cadde la notte, e con-

tinuammo a cavalcare sotto una miriade di stelle che

si specchiavano, moltiplicandosi, nei ghiacciai e nel-

le pareti del ventisquero di San Valent¡n, barriera in-

superabile che taglia la penisola di Taitao.

Taitao si inoltra nel Pacifico per un'ottantina di

miglia. Al suo estremo sudoccidentale si restringe in

una sottile frangia, che vista sulla mappa sembra una

bocca che soffi verso il continente per formare la

bolla verde della penisola di Tres Montes e le bollici-

ne minori delle isole Crosslet.

Anche se c'erano solo due gradi sotto zero, la not-

te chiara e la vicinanza del ventisquero di San Quen-

t¡n davano sensazioni polari. Procedemmo sempre al

trotto o al passo, ed eravamo cos imbacuccati sotto

i pesanti poncho di lana che nessuno pensava a una

sosta per paura di raffreddarsi, finch,, poco prima

dell'alba, Pedro Chico impose il diritto dei ronzini a

una pausa.

Mentre i cavalli si disputavano fili di biada coper-

ti di brina, Pedro Chico prepar. una colazione da

mulattieri - pane, carne bovina secca e mate - che

mi sembr. deliziosa in quei luoghi.

Alle undici di mattina del 25 giugno scorgemmo

le acque tranquille come uno specchio della Baia di

San Quent¡n, chiusa a sud dal braccio della penisola

di Forelius, appendice di quella di Taitao.

L. ci aspettavano due cavalieri immobili sulle loro

cavalcature. Erano i fratelli Eznaola, amici di Nils-

sen, figli del navigatore basco che ancora oggi tenta

di liberare dalla maledizione l'equipaggio della nave

fantasma, e padroni dei ronzini che montavamo.

Li avrebbero riportati alla loro estancia, ® La Be-

namata ¯, percorrendo a cavallo duecentocinquanta

chilometri verso est, attraversando ventisqueros e

cordigliere fino a raggiungere le rive del lago Co-

chrane, sulla frontiera con l'Argentina.

Assieme agli Eznaola, uomini dediti al silenzio,

coprimmo l'ultimo tratto fino al Golfo di San Este-

ban. Laggi- c'era il cutter, che ondeggiava, nervo-

so, per la voglia di salpare.

Il Finisterre era una barca dalle linee gentili. Avevo

immaginato un cutter all'inglese, con varie vele al

terzo e un conveniente numero di fiocchi, ma ave-

vo davanti a me un'imbarcazione con una sola vela

arrotolata attorno a un pennone e un controfiocco

avvolto allo strallo.

Era dipinto di verde e tra le giunture del legna-

me appariva il calafataggio, collocato da mani dili-

genti, senza sfilacciature. L'acqua trasparente del

golfo lasciava vedere parte della chiglia, libera da

scorie, e il capitano Nilssen mi invit. a salire a

bordo.

I dodici metri di lunghezza per quattro di lar-

ghezza erano un monumento alla sobriet.. Il timo-

ne si trovava a un metro e mezzo dalla poppa, priva

di castello. Accanto, come una sentinella, si innal-

zava la base di bronzo ben polito della bussola, e

due anelli di iuta saldamente fissati alla coperta in-

dicavano dove metteva i piedi il timoniere durante

le traversate con mare mosso.

A poppa, con i remi corti che riposavano sul ven-

tre, era appesa una scialuppa in grado di trasporta-

re quattro persone. E a due metri dalla prua c'era il

boccaporto scorrevole, che mi mostr. l'intimit. del

Finisterre.

Si notava che la potente alberatura veniva accura-

tamente lucidata. Vicino alla prua erano sistemate

con ordine le attrezzature e gli utensili. Al centro,

due brande e un tavolo. Da una parte era fissata la

radio, e a poppa c'erano il motore, la pompa di ag-

gottamento, due bidoni di combustibile e la catena

del timone, che scendeva verso la chiglia attraverso

due aperture di metallo rivestito di gomma.

Ci congedammo dagli Eznaola e Pedro Chico mi-

se mano alla barra del timone per allontanare la bar-

ca da riva. Subito spieg. il controfiocco e il Finister-

re si mosse con leggiadra rapidit.. Facemmo cos le

prime miglia in direzione sud, sempre sud, e quando

il capitano Nilssen iss. la vela al terzo stavamo en-

trando nel Golfo di Penas.

® Prenda il timone. Non abbia paura. Si sta avvi-

cinando alla fine del mistero e io devo indicarle cer-

ti punti sulla carta perch, capisca meglio tutto ci.

che vedr.. Pedro Chico come cuoco non S bravo co-

me il Socio, ma con le sogliole alla brace S insupera-

bile. Ha mai assaggiato le sogliole cotte nel sale? Si

prepari a mangiare qualcosa di buono e faccia atten-

zione a quanto sto per dirle.

Vede quella macchia a babordo? S l'Isola Javier.

Dietro c'S il Canale Chear e una serie di fiordi che

si inoltrano fino a venti miglia all'interno del conti-

nente. La mattina dell'8 giugno, da sudovest, ci in-

vest a pi- di quaranta nodi un vento da uragano,

che ci imped di fare la manovra progettata, e cioS

di raggiungere il centro del Golfo di Penas ed entra-

re a tutta velocit. nell'imboccatura settentrionale

del Canale di Messier. Pensavamo di ormeggiare di

nascosto nel Passo del Suroeste, che collega il canale

al mare aperto separando le isole Byron e Juan Stu-

ven. Da quella posizione sarebbe stato facile per noi

bloccare la via al giapponese, ma quel maledetto

vento soffiava sempre pi- forte e ci obblig. a cerca-

re riparo nel Canale Chear.

Verso mezzogiorno, nel golfo, c'erano onde alte

tre metri; a quanto pare il capitano Tanifuji aveva

sottovalutato il nome del luogo dove navigava. Il

ventaccio e le onde obbligarono anche lui a cercare

rifugio, e vedemmo comparire il Nishin Maru all'en-

trata meridionale del Canale Chear.

Ci separava meno di mezzo miglio. Noi riusciva-

mo a scorgere tutta la sagoma del Nishin Maru, men-

tre loro ci vedevano solo in parte. Al cader della

notte ci persero completamente di vista, e allora ci

cercarono via radio, attraverso la frequenza della

capitaneria di Punta Arenas. Il radio operatore, in

uno spagnolo abborracciato, ci chiese se eravamo in

difficolt.. Rispondemmo di no, aggiungendo che

eravamo pescatori di frutti di mare sorpresi dalla

tempesta. Dopo una lunga pausa cercarono di nuo-

vo la comunicazione, questa volta per dirci che sta-

vamo parlando con una nave della marina militare

che eravamo in zona di manovre, e che avevamo

l'ordine di salpare verso nord. Rispondemmo: d'ac-

cordo, e passammo la notte a osservare le luci del

Nishin Maru sull'orizzonte sud.

All'alba il ventaccio era un po' calato, ma la sua

direzione non vari.: continuava a soffiare da sud. Il

Canale di Messier ce lo sparava contro come un get-

to d'odio. Per uscire da l navigammo lungo la costa

nord dell'Isola Javier, e tagliando le onde quasi di

lato raggiungemmo la zona ovest del golfo. Passata

Punta Anita fummo investiti dai venti buoni del Pa-

cifico, venti che soffiano da ovest a nordest, e met-

temmo la barca a tutta velocit. per attraversare in

diagonale il golfo. Ci riuscimmo, anche se quasi a

costo di rompere il timone; sapevamo di avere varie

miglia di vantaggio sul Nishin Maru, ma passando

davanti al Canale di Messier, a una trentina di mi-

glia dall'ingresso nord, quel dannato vento ci gett.

contro la Boca de Canales, l'entrata di un labirinto

di fiordi che si inoltrano nella terra ferma anche per

cento miglia, e che comunicano tra di loro attraver-

so passi molto stretti, noti a pochissimi uomini. Mio

padre fu uno di loro, e anche Pedro Chico S capace

di trovarli a occhi chiusi. Rimanemmo l. Non pote-

vamo fare altro che aspettare che il vento calasse.

Eravamo a venti miglia dall'imboccatura settentrio-

nale del Canale di Messier.

Da laggi- avvistammo il giapponese che navigava

al centro del golfo. Si dirigeva a tutta macchina ver-

so il canale. Non potevamo competere con lui in

quella corsa e vedemmo che lo raggiungeva costeg-

giando la Penisola di Larenas.

Tanifuji conosceva benissimo sia la sua destina-

zione che la rotta: prima avrebbe fatto quindici mi-

glia in direzione sud nel Canale di Messier, e dopo

trentacinque a sudovest attraverso il Canale di

Swett, poi sarebbe entrato nello Stretto Baker, do-

ve avrebbe proseguito per venti miglia in linea retta

verso est per sboccare finalmente nella Grande In-

senatura Senza Nome, racchiusa dalla terra ferma e

dalle isole Videnau, Alberto e Merino Jarpa. In

quell insenatura ci sono pi- di cinquanta fiordi, do-

ve avevano trovato rifugio vari gruppi di balene

Calderon.

Noi ripiegammo le vele ed entrammo a motore

nella Boca de Canales.

Il primo tratto non S difficile. Nelle prime qua-

ranta miglia il Finisterre evita senza problemi le anse

e gli scogli, ma poi vengono i banchi di alghe e le pa-

le delle eliche minacciano continuamente di fermar-

Si. Nonostante tutto nel pomeriggio riuscimmo a

raggiungere l'entrata del Canale Troya, che separa

le Isole Alberto e Merino Jarpa, e rincontrammo la

Nishin Maru nella Grande Insenatura Senza Nome

C'era pochissima luce, ma ci bast. per scoprire lo

stile di caccla del capitano Tanifuji. Ha mai sentito

parlare della caccia ai cavalli all'australiana? S sem-

plicissimo: cercano in elicottero le mandrie di caval-

li selvaggi e aspettano che cada la notte. Poi con po-

tenti riflettori li fanno impazzire di paura, i cavalli

corrono in circolo senza allontanarsi, e i cacciatori li

mitragliano dall'aria.

Ecco perch, Tanifuji aveva aspettato l'elicottero

nella Baia di Corcovado. L., nella Grande Insenatu-

ra, stavano mitragliando le balene che accorrevano

curiose al richiamo dei riflettori.

All'alba i giapponesi non avevano ancora finito di

caricare a bordo balene morte. Li vedemmo issarne

sulla nave una ventina, una dopo l'altra, e avevano

lavorato tutta la notte senza sosta, per cui S impos-

sibile sapere esattamente quante ne hanno uccise.

L'acqua della penisola puzzava di sangue e da tutte

le parti fluttuavano brandelli di pelle.

Sentii che ero arrivato alla fine di un lungo viag-

gio. Ormai non mi restavano da vedere altre infa-

mie. Pensai di sbarcare a terra Pedro Chico e di lan-

ciarmi a tutta velocit. con il Finisterre contro la sala

macchine del Nishin Maru. Ho cinquecento litri di

combustibile a bordo, che fanno una bella molotov.

Pedro mi lesse nel pensiero e per la seconda volta mi

parl. come un estraneo:

'No, Padrone. Io sono di queste acque pi- di lei'.

E cal. in mare la scialuppa.

Lo vidi remare verso il Nishin Maru, e quando lo

raggiunse, i marinai cominciarono a buttargli addos-

so spazzatura, lattine, scarti, che Pedro rilanciava

contro di loro senza riuscire a colpirli. Subito dopo

presero a frustarlo con un potente getto d'acqua. I

giapponesi ridevano mentre lo bagnavano, e Pedro

dovette concentrarsi per mantenere a galla la scia-

luppa .

Io non sapevo, non potevo immaginare a cosa mi-

rava rimanendo attaccato al Nishin Maru mentre i

marinai addirittura gli orinavano addosso. Quello

che accadde subito dopo lo vedr. domani, ma sareb-

be stupido non raccontarglielo adesso.

A un certo punto, quando altre due manichette

d'acqua si erano aggiunte alla baldoria e Pedro sta-

va per affondare, accanto alla scialuppa emerse la

schiena di una balena Calder¢n, che con grande at-

tenzione spinse Pedro e la sua barca lontano dalla

nave. Poi, obbedendo a un richiamo che nessun al-

tro uomo ha mai sentito in mare, un richiamo cos

acuto che lacerava i timpani, trenta, cinquanta,

cento, una miriade di balene e di delfini nuotarono

rapidi fin quasi a toccare la costa, per poi far ritor-

no ancor pi- velocemente e sbattere la testa contro

la nave.

Senza badare al fatto che a ogni carica molti di

loro morivano con le teste fracassate, i cetacei ripe-

terono gli attacchi, finch, il Nishin Maru, spinto

contro la costa, minacci. di incagliarsi. Lo portaro-

no vicinissimo agli scogli, e c'era panico a bordo.

Alcuni marinai insensati calarono delle scialuppe di

salvataggio che appena toccarono l'acqua furono

fatte a pezzi a colpi di coda. Altri li vidi cadere in

mare durante le spinte. All'improvviso scoppi. un

incendio a bordo, l'elicottero bruci. sul ponte di

poppa, e Tanifuji dette ordine di allontanarsi a tut-

ta macchina, senza preoccuparsi per la sorte dei

marinai che ancora si agitavano in acqua, e che fu-

rono implacabilmente massacrati dalle balene e dai

delfini.

Non riesce a credermi? Ha ragione, ma domani

vedr. con i suoi occhi il luogo e i resti della batta-

glia. L'avevo avvertita che la storia era incredibile,

come anche il fatto che abbiano lasciato andar via

il Nishin Maru quando erano quasi riusciti a farlo

incagliare, e che abbiano spinto la scialuppa con

Pedro a bordo fino al Finisterre senza nemmeno sfio-

rarlo.

E ora mi lasci il timone. Sa che se la cava? Non lo

stringe, lo sente tra le mani, ed S questo il segreto

dei bravi timonieri. Si prepari a mangiare qualcosa

di buono. Pedro Chico ha pronte le sogliole. ¯

Quella notte, ancorati all'ingresso dello Stretto Ba-

ker, non riuscii ad addormentarmi. Mi tornavano

alla memoria tutte le storie di mare che ho letto nel-

la mia vita, e si confondevano con il racconto del ca-

pitano Nilssen.

Ben imbacuccato salii in coperta. Il capriccioso

inverno australe mi offriva una notte incomparabi-

le. Le migliaia di stelle sembravano a portata di ma-

no, e la vista della Croce del Sud, che indicava i

confini polari, mi colm. di emozione, di una forza e

di una sicurezza sconosciute. Finalmente anch'io

sentivo di appartenere a qualche luogo. Finalmente

sentivo quel richiamo, pi- potente dell'invito della

trib-, che uno ascolta o crede di ascoltare, o si in-

venta come palliativo alla solitudine. L., in quel

mare sereno ma mai calmo, su quella bestia silenzio-

sa che tendeva i muscoli preparandosi all'abbraccio

polare, sotto le migliaia di stelle che testimoniavano

la fragile ed effimera esistenza umana, seppi final-

mente che appartenevo a quei luoghi, e che se anche

fossi mancato, avrei portato con me per sempre

quella pace terribile e violenta, precorritrice di tutti

i mlracoli e di tutte le catastrofi.

Quella notte, seduto sul ponte del Finisterre,

piansi senza rendermene conto. E non per quanto

era accaduto alle balene.

Piansi perch, ero di nuovo a casa.

Il 26 giugno spunt. senza nuvole e la tempera-

tura scese con violenza: otto gradi sotto zero.

Le acque della Grande Insenatura Senza Nome

offrivano una quiete piatta, e il Finisterre navi-

gando col controfiocco vi apriva una sottile cica-

trice.

All'improvviso Pedro Chico mi scosse una spal-

la indicandomi un corpo voluminoso che emerge-

va a tribordo, e per la prima volta in vita mia as-

sistei ai vigorosi salti di una balena Calder¢n.

Il cetaceo librava in aria i suoi sette metri, si

immergeva a tribordo, e dopo pochi minuti ri-

compariva a babordo ripetendo il suo prodigioso

esercizio ginnico. La balena ci scort. per due ore,

finch, non arrivammo sul campo di battaglia, co-

me diceva il capitano Nilssen.

Sull' acqua galleggiavano ancora brandelli di

pelle nera, pezzi color giaietto di vari metri di

lunghezza, come resti di naufragi, divorati dai pe-

sci che affacciavano le teste alla superficie.

Sulla costa dell'Isola Alberto si erano riuniti

migliaia di uccelli marini e di rapaci venuti dalle

pampas patagoniche. Finivano i resti della carne-

ficina. Si scorgevano chiaramente le ossa di molte

balene, e altre pi- piccole, forse di delfini, o de-

gli sfortunati marinai del Nishin Maru.

Ricordai che avevo con me una macchina foto-

grafica. Chiesi al capitano Nilssen se potevo fare

qualche scatto, ma rispose con voce stanca:

® Questo deve deciderlo lei ¯.

Pedro Chico mi fissava. Solo allora mi accorsi che

il gigante aveva gli occhi di un azzurro intenso, e

che mentre tornava a posare lo sguardo sul mare co-

perto di spoglie, un'espressione di infinito dolore si

appropriava del suo volto. Rimisi a posto la macchi-

na fotografica.

® Pedro, lei come si spiega il fatto che le balene

l'abbiano aiutata? E che prima non si siano di-

fese? ¯

Pedro Chico mi rispose senza staccare gli occhi

dal mare.

® Dal mio padrone avr. saputo che sono alakaluf.

Sono nato in mare e so che ci sono cose che non si

possono spiegare. Accadono e basta. La mia gente, i

pochi che restano, dicono che le balene non sanno

difendersi e che sono gli unici animali capaci di

compassione. Quando calai in acqua la scialuppa e

remai verso la baleniera, sapevo che l'equipaggio mi

avrebbe attaccato e che le balene vedendomi indife-

so, aggredito da un animale pi- grosso, non avreb-

bero esitato a venirmi in aiuto. E cos S stato. Han-

no avuto compassione di me. ¯

® Cosa ne sar. delle balene che sono rimaste? ¯

® Se ne andranno. La Calder¢n che ci ha scortato

S un maschio esploratore. Cercheranno altre insena-

ture, altri fiordi, verso sud, sempre pi- a sud, finch,

non finiranno il mondo ¯, concluse Pedro Chico

muovendo con dolcezza il timone.

® Be'. Ora ha visto. Pu. scrivere quello che vuo-

le ¯, disse il capitano Nilssen e aggiunse:

® Non dimentichi di menzionare il Finisterre. Le

barche che hanno conosciuto il sapore dell'avventu-

ra si innamorano dei mari d'inchiostro e navigano

bene sulla carta ¯.

Epilogo.

Il 6 luglio tornammo ad Amburgo. Dico tornammo

perch, Sarita venne con me.

Con una gamba ingessata e una fascia ortopedica

intorno al ventre si accomod. in aereo continuando

a chiedermi che cosa avevo visto nei canali.

Dopo un rapido viaggio di ritorno il Finisterre ci

aveva lasciato a Puerto Chacabuco, in fondo al

Gran Fiordo di Ays,n, dove gli amici del capitano

Nilssen tenevano Sarita al sicuro da qualsiasi minac-

cia.

Da Puerto Chacabuco ci avevano accompagnato a

Coyhaique, e da l a Balmaceda, sulla frontiera con

l'Argentina, per prendere un aereo che ci aveva por-

tato a Santiago.

Erano passati pochissimi giorni da quando avevo sa-

lutato il capitano Nilssen, Pedro Chico e il Finister-

re, eppure sembravano lontanissimi nella mia me-

moria mentre attraversavamo in volo il cono dell'A-

merica Meridionale.

® E adesso che far., capitano? ¯

® Finch, il Finisterre si terr. a galla, navigher..

Dica a quelli di Greenpeace che contino su di lui. S

una buona barca. ¯

® E ha il miglior equipaggio che si possa immagi-

nare. ¯

® Si fa quel che si pu.. Vero, Pedro? ¯

® Capitano. Non so se ci rivedremo mai. Non so

nemmeno se scriver. qualcosa su ci. che ho visto.

Prima di partire da Amburgo quelli di Greenpeace

mi hanno dato questo distintivo. S l'emblema del-

l'organizzazione. Penso che starebbe bene sull'albe-

ro del Finisterre. ¯

® Grazie. Anche noi abbiamo un regalo per lei,

be', per suo figlio. Le aveva chiesto una conchiglia

per sentire il suo mare, vero? ¯

® Capitano... Pedro... ¯

® Buon viaggio... ¯

Santiago, Buenos Aires, Rio de Janeiro. L'Atlantico

sotto strati di spuma bianca.

® Su, amburghese posticcio. Dimmi a che pensi. ¯

® Alla clinica in cui ti porteremo. Vedrai che in

poco tempo potrai giocare a tennis. E ai litri di birra

che ti faremo bere. ¯

® Non scriverai nulla, vero? Rimarr. tutto dentro

di te come un grande segreto. Qualunque cosa tu

abbia visto ti ha detto anche che sei di laggi-, e que-

sto 'essere di laggi-' S un voto di silenzio. ¯

® Non so se scriver. qualcosa. Ma a te, a quelli di

Greenpeace e ai miei soci racconter. una storia, una

volta sola, e voi deciderete se crederci o no. E quan-

to a essere di laggi-, s, non ne sono mai stato pi- si-

curo. Ripenso a certe parole del capitano Nilssen.

Quando mi ha parlato della sua vita, si S riferito a

una barca che ormai non esiste pi- come alla cosa

per lui pi- vicina all'idea di patria... ¯

Venti ore pi- tardi, in Europa.

Sarita dormiva placidamente, al sicuro da qualsia-

si minaccia, e io pensavo all'incontro coi miei figli.

Immaginavo l'espressione con cui il maggiore avreb-

be accolto la bellissima conchiglia che mi avevano

regalato Nilssen e Pedro Chico.

Era una conchiglia di loco. Un mollusco gigante

che si trova solo nei mari australi. La tolsi dalla bor-

sa e mi accomodai sul sedile appoggiandomela all'o-

recchio. S. Non c'erano dubbi. Quella era l'eco

violenta del mio mare. Il vocione aspro e secco del

mio mare. Il tono eternamente tragico del mio

mare.

Forse il pensiero dei miei figli mi port. a far caso

al ragazzino seduto accanto a me al di l. del corri-

doio. Doveva avere circa tredici anni e leggeva con-

centratissimo, con la fronte corrugata dal fragore

dell'avventura.

Mi chinai come un intruso sfacciato per vedere la

copertina del libro.

Il ragazzo leggeva Moby Dick.

Barcellona, luglio 1989.

Coyhaique, febbraio 1990.

Amburgo, agosto 1990.










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