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APPENDERE E FISSARE AL MURO

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APPENDERE E FISSARE AL MURO

Appendere e fissare al muro sono due operazioni che comprendono varie attività e che possono sembrare simili; in realtà non lo sono. Si può infatti appendere il quadro, lo specchio, un piccolo scaffale mentre al muro si fissano l'armadio, la libreria, lo scaldabagno. La differenza tra le due operazioni è questa: appendere significa attaccare a una parete un oggetto che gravi con tutto il suo peso su un elemento conficcato nel muro (chiodo, tassello, zanca); fissare vuol dire proprio assicurare al muro, la libreria, il mobile, l'armadietto che posa sul pavimento, ma che può comunque rovesciarsi in avanti, o per l'apertura 24224y2420y di uno sportello o perchè qualcuno si appoggia involontariamente (o meno) non pensando che un elemento pesante e sviluppato in altezza, pur posato sul pavimento, non ha molta stabilità. Ecco quindi come regolarsi in un caso e nell'altro.
La parete si presenta di solito ricoperta di gesso o intonacata, con mattoni generalmente forati (nelle costruzioni nuove) a volte pieni (in quelle vecchie). Può accadere anche di trovare una struttura portante in cemento armato; l'operazione diventa un po' più complessa, poichè il cemento è molto resistente, ma comunque fattibile. Per attaccare un oggetto leggero, in una parete a gesso o a intonaco (ovviamente anche se tappezzata) si possono usare chiodi comuni, conficcandoli nel muro con il martello e tenendo il chiodo con la capocchia leggermente più alta del foro di ingresso. Per oggetti di peso limitato di un paio di chili al massimo (piccoli quadri, stampe, specchi) si consigliano chiodi di un centimetro e mezzo di lunghezza con sezione di un millimetro quadrato da configgere nel muro per una profondità di circa un centimetro. Appendendo oggetti più pesanti, il pericolo che si stacchino è sempre ben presente perchè non è il chiodo a cadere, come comunemente si crede, (un chiodo di un millimetro quadrato di sezione può reggere fino a venti chili) ma il rivestimento della parete che non sopporta carichi così concentrati. Per pesi maggiori, dunque, è bene usare chiodi in acciaio (sono di colore neroazzurro con testa lavorata), preferibilmente muniti di ganci (i cosidetti chiodi a X). Questi chiodi, più lunghi, si possono conficcare nel muro ad una maggiore profondità, fino a raggiungere il mattone sottostante, oppure la malta che tiene uniti i mattoni. In tal modo il carico può arrivare anche fino a dieci chili, perchè, a sorreggerlo, non è più solo lo strato di rivestimento della parete, bensì il mattone o la malta. È bene sfatare una credenza abbastanza comune, e cioè che più il chiodo è grosso più tiene.
Il chiodo a sezione grande non solo fa sì che si stacchino pezzi di intonaco ma, anche se arriva al mattone, si sfila facilmente. Inoltre non bisogna mai usare per i muri chiodi da legno.
Succede, specie quando si usano chiodi lunghi che questi inizialmente penetrino facilmente per poi arrestarsi e incurvarsi. In questi casi o si prova a raddrizzare il chiodo con piccoli colpi di martello oppure si sostituisce con un altro meglio se più appuntito. L'operazione può andare a buon fine oppure fallire come la precedente. A questo punto insistere è sbagliato; il chiodo ha chiaramente incontrato un mattone particolarmente duro o ha colpito la parte esterna del mattone dove corre la costolatura. Si corre anche il rischio di provocare il distacco di piccoli pezzi di intonaco e produrre nel muro un impronta a imbuto profonda da dieci a quindici millimetri e larga anche un paio di centimetri. Non resta quindi altro da fare che spostare il punto di attacco, e riprovare con un nuovo chiodo. È anche possibile ricorrere a un piccolo tassello, preparando con il trapano il foro (più grande del precedente e quindi sufficiente a coprire il danno) dove inserirlo. Un piccolo accorgimento: per evitare che durante l'inserimento del chiodo si formino delle piccole crepe nell'intonaco è sufficiente attaccare sulla parete un minuscolo pezzo di nastro adesivo trasparente, che si toglie dopo aver applicato il chiodo.
Se si deve appendere un quadro, o qualunque altro oggetto che richieda due chiodi alla stessa altezza, è indispensabile misurare la distanza da terra (con il metro fisso) in modo che i due fori risultino perfettamente simmetrici (in caso contrario il quadro rimane storto). Per inserire i tasselli si può invece procedere in due modi, usando cioè il foramuro oppure il trapano.
Nel primo caso si segna con una piccola croce il punto di ingresso, poi si appoggia la cuspide del foramuro e si comincia a battere con il martello con colpi molto leggeri. Man mano che il foramuro penetra, si aumenta la pressione del martello dando, a ogni colpo, una piccola rotazione alla punta del foramuro. Questo accorgimento consente di ottenere un foro abbastanza regolare. Se invece si usa il trapano elettrico (si consigliano i vari modelli Bosch), l'operazione è più rapida. Conviene però iniziare con una punta più piccola, sostituendola sucessivamente con quella dello stesso diametro del tassello che si deve inserire. I tasselli hanno misure differenti: vanno da quattro a dodici millimetri di diametro, e da due a dieci centimetri di lunghezza. I tipi più comuni sono quelli in pvc o nailon, esternamente dentati e cavi all'interno e quelli in gomma a vite. Il tassello in pvc va introdotto nel foro alla profondità necessaria: si infila poi l'apposita vite (è fornita insieme al tassello e può avere un gancio a L oppure a occhiello), e la si avvita fino a che fa resistenza. Se la vite non ha gancio, si può infilare, prima di introdurla nel tassello, un gancetto al quale va poi appeso l'oggetto predisposto; oppure si può lasciarla sporgere di qualche millimetro e appendere direttamente alla vite il mobiletto, lo scaffaletto o altro. Oltre al tassello in pvc c'è poi quello in gomma, a vite, si tratta di un piccolo cilindro di gomma forato nel centro, dentro il quale passa una vite appena più lunga, con filettatura fine, ranella e piccolo dado rotondo posto sul l'estremità che deve entrare nel muro. Dopo aver infilato il tassello nel muro, si comincia a stringere la vite e il dado, si avvicina all'esterno, facendo accorciare il cilindretto di gomma che in tal modo aumenta di volume ancorandosi perfettamente al mattone. È indicato per sostenere anche grandi pesi.
I tasselli in pvc forati danno ottimi risultati sulle pareti piastrellate, perchè il corpo del tassello lavora molto bene sia contro il corpo forato della piastrella sia contro il materiale con cui è fissata al muro. Per assicurare alla parete i mobili, si usano di solito squadrette metalliche forate che si applicano con un lato al muro usando i tasselli sopra descritti, e con l'altro alla parte alta del mobile, dove vengono fissate con le viti apposite. Con questo sistema non si corre più il rischio che il mobile, anche se sovraccarico, possa spostarsi in avanti e crollare.




RIPARARE SERRAMENTI E PORTE

Un inconveniente abbastanza comune è quello della porta che, ad un certo momento, comincia a sfregare sul pavimento. Le cause possono essere due. Il legno si è gonfiato, a causa dell'umidità, e in tal caso bisogna togliere la porta e piallare l'estremità inferiore in modo da eliminare il rigonfiamento; oppure si tratta di un cedimento dell'anta dovuto a un difetto nei cardini. Se questi si sono leggermente logorati, in corrispondenza dell'appoggio, basta inserire nel perno di rotazione, montato sul telaio fisso, rondelle metalliche di spessore adeguato; se viceversa i cardini si sono deformati, non resta che rinforzarli con l'inserimento di viti più lunghe, oppure sostituirli. Può accadere anche l'inconveniente contrario a quello descritto, e cioè che tra la porta e il pavimento vi sia una fessura troppo larga che lascia passare l'aria: cosa assai fastidiosa se si tratta di una porta esterna perchè, oltre al passaggio d'aria, si infiltra anche la polvere. Per rimediare a questo guaio basta semplicemente limare le parti dei cardini fissati all'anta, in modo da ridurle leggermente di spessore. Fatto questo, però, può presentarsi un altro problema: la serratura non chiude più perfettamente, perchè la bocchetta che si trova sul telaio fisso non combacia più con la posizione del chiavistello. Non resta quindi che limare leggermente la parte inferiore, o superiore, di tale bacchetta, in modo da allargarla quanto basta per consentire alla serratura di entrare agevolmente.

Come si cambia la serratura.

Se la serratura da rinnovare è del tipo a maniglie, bisogna innanzitutto staccare queste ultime, togliendo le viti che le tengono fissate al perno quadrato che aziona lo scrocco. Fatto questo, si passa a lavorare sulla battuta della porta rimuovendo le viti che fermano la scatola della serratura all'anta; una volta rimossa si applica nella stessa sede la corrispondente parte di serratura nuova. Questa deve entrare senza difficoltà: in caso contrario occorre limare leggermente la bacchetta, oppure spessorarla con sottili pezzetti di legno. Se i fori della nuova serratura coincidono o sono troppo vicini a quelli precedenti, è necessario riempirli con frammenti di legno e colla e lasciar poi asciugare prima di fissare la serratura nuova. Sistemata l'anta, bisogna ora applicare al telaio fisso, e nella posizione perfettamente corrispondente, la piastra metallica nella quale il chiavistello deve penetrare. Il sistema migliore è quello di far uscire il chiavistello dalla serratura, accostare l'anta al telaio e segnare su questo la posizione del chiavistello. Si fissa quindi al telaio la piastra metallica: anche in questo caso è necessario fare attenzione alla posizione dei fori.

Sostituire il vetro.

Occorre inanzitutto rimuovere dal telaio i frammenti di vetro rimasti attaccati, usando possibilmente, un paio di guanti di gomma. Si comincia da quelli in alto che sono i più pericolanti per passare poi agli altri: si toglie la finestra dai cardini, appoggiandola su un piano di lavoro. Se il vetro era infilato in scanalature si tolgono i pezzi rotti e si ripuliscono poi le scanalature con un piccolo cacciavite. Lo stucco esistente va raschiato e vanno smontati eventuali listelli fermavetro, avvitati o inchiodati. A questo punto occorre prendere le misure della lastra (che devono essere di un paio di millimetri inferiori a quelle rilevate, sia per avere un inserimento più facile, sia per lasciare un po' di gioco in previsione di un'eventuale dilatazione termica e procurarsi quella nuova che, ovviamente, deve avere lo stesso spessore di quella precedente, altrimenti non si riesce a farla entrare nella scanalatura. Messo in sede il vetro, lo si fissa nuovamente con i listelli, oppure con lo stucco che va applicato con la spatola; questo va rifinito comprimendolo e lisciandolo con un attrezzo curvo o anche semplicemente con il dito, in modo da dargli una forma leggermente concava. Prima di rimettere la finestra al suo posto, lasciare asciugare un po' lo stucco.

DIAMO UN'OCCHIATA AL TETTO

È bene eseguire periodici controlli, per verificare se tutti gli elementi sono in buono stato. È importante inoltre eseguire eventuali riparazioni durante la bella stagione, in modo da non essere disturbati dal maltempo. È sempre bene, durante la revisione, controllare le scossaline di protezione e pulire accuratamente i canali di gronda da depositi di foglie e detriti che possono provocare intasamenti. Le varie parti in lamiera zincata devono essere verniciate almeno ogni tre-quattro anni.
La presenza di infiltrazioni d'acqua può dipendere da due motivi:

  1. il manto di copertura è deteriorato (qualche elemento si è rotto oppure si è spostato dalla sua sede);
  2. la struttura ha ceduto in qualche punto.

Il modo più sicuro per individuare la causa dell'infiltrazione è accedere al sottotetto, e ispezionare dal di sotto la copertura. Se si rilevano zone sospette e discontinue, si fa passare un robusto filo di ferro in modo che spunti anche all'esterno. Prima di salire sul tetto, è indispensabile controllare accuratamente la struttura portante per verificare la tenuta. Se il tetto è alto dal suolo, oppure molto pendente, bisogna prendere qualche precauzione, tipo assicurarsi a una robusta corda fissata a un elemento solido della copertura. Se il tetto invece non è molto alto, si può fissare la corda in un punto a terra al di là della costruzione (un albero, un grosso picchetto ben piantato nel terreno e così via). Sostituire gli elementi rotti è molto semplice: se si tratta di cambiare una o più tegole, basta alzare e rimuovere provvisoriamente quelle vicine; se invece è una lastra bisogna togliere gli elementi di fissaggio che possono essere a vite, a dado e bullone o a chiodi. Le viti vanno ovviamente svitate, i chiodi vanno rimossi servendosi del martello da carpentiere (cioè a forcella). In questo caso è meglio frapporre fra il martello e la lastra uno spessore in legno sul quale far leva evitando così di danneggiare la lastra. Rimossa la vecchia, si inserisce la nuova fissandola con viti o chiodi: a lavoro finito si versa sopra acqua in abbondanza per vedere se la riparazione tiene. Se la struttura presenta qualche cedimento bisogna controllare se l'elemento deve essere sostituito integralmente o solo riparato. Vanno poi preparati puntelli da appoggiare sul solaio sottostante e piantare robuste assi sui lati dei travesti che tendono a cedere; si sistemano poi spessori di legno in corrispondenza delle zone di avvallamento e si aggiungono listelli se quelli esistenti sono troppo distanziati oppure risultano particolarmente deboli.
Per ottenere un buon isolamento termico del tetto esistono vari materiali: la scelta, a parte la maggiore o minore coibenza, dipende anche dal tipo di struttura alla quale deve essere applicato l'isolante.
Se il sottotetto non è praticabile (non esistono cioè locali abitabili in mansarda) l'isolante può essere applicato sul solaio senza nessuna preparazione: si stende a secco un primo strato di cartone bitumato sovrapponendo i giunti di almeno cinque centimetri, posandovi sopra un feltro in fibre di vetro o in lana di roccia, con i giunti bene accostati. Lo spessore consigliabile per il feltro varia da sei a dieci centimetri, secondo il grado di isolamento che si intende ottenere. Alcuni tipi di feltro hanno una delle facce in cartone bitumato, quindi non è necessario sovrapporre un secondo strato.
Se la struttura del solaio lo permette, è possibile ottenere un buon isolamento stendendo uno strato di calcestruzzo leggero (tipo quelli realizzati con granuli di vermiculite o di perlite) dello spessore di 10-15 centimetri.
Se non esiste solaio, ma soltanto un semplice controsoffitto, è opportuno scegliere un materiale isolante di tipo leggero (come i feltri già citati) che devono essere semplicemente posati. È importante che l'intercapedine fra lo strato isolante e il tetto sia ben ventilata.
Se, invece, il sottotetto è abitabile, i feltri isolanti si possono applicare all'interno delle falde inclinate. Sulla struttura esistente si fissano listelli di legno di circa quattro centimetri di sezione, paralleli alla linea di gronda: la distanza fra uno e l'altro dipende dall'altezza del materiale isolante, che di solito è alto un metro. I feltri isolanti si inchiodano sui listelli predisposti, a giunti bene accostati, con la faccia ricoperta di cartone bitumato rivolta verso l'interno dell'ambiente (è comunque importante seguire le istruzioni del produttore). Per il rivestimento interno, si utilizza la stessa intelaiatura che sostiene il materiale isolante: secondo i casi, si può impiegare un intonaco eseguito sulla speciale rete portaintonaco oppure un rivestimento con lastre di cartongesso, una perlinatura o altra finitura a piacere.



PARETI RIVESTITE IN LEGNO

I rivestimenti in legno possono essere eseguiti con vari manufatti, diversi per aspetto e dimensioni: le perline in legno e i compensati sono quelli più usati.
I compensati si trovano in commercio in una grande varietà di tipi, più o meno pregiati, con superficie rifinita oppure grezza e quindi adatta a essere verniciata. Sono pannelli formati da un numero dispari di fogli di legno (tre, cinque, sette e così via) incollati uno sopra l'altro in modo che le fibre di due fogli successivi siano perpendicolari le une alle altre.
È una struttura che dà al compensato resistenza e indeformabilità molto superiori, a parità di peso e di spessore, a quelle del pannello in legno massiccio. La larghezza dei pannelli va da 122 a 170 centimetri, la lunghezza da 170 a 240 circa. Lo spessore varia secondo il numero dei fogli che formano il compensato. Alcuni magazzini specializzati forniscono pannelli tagliati nelle misure desiderate. Il fissaggio dei compensati si fa su un'orditura di sostegno se i muri sono irregolari, oppure presentano macchie di umidità. In questo modo, fra la parete e i pannelli di compensato, si forma una intercapedine di circa due centimetri che impedisce il passaggio dell'umidità. L'orditura va predisposta in modo che oltre ai listelli orizzontali, distanziati circa 50 centimetri uno dall'altro, ci siano anche listelli verticali in corrispondenza di ogni giunto tra un pannello e l'altro. Il fissaggio si ottiene con groppini zigrinati (chiodini a testa piccola). Se i pannelli sono in compensato grezzo, i giunti, anche se ben eseguiti, si notano sempre un po': in tal caso si possono rivestire in carta o tessuto, oppure si possono nascondere i giunti con coprigiunti. I pannelli in compensato impiallicciato, già trattati con vernice trasparente e dotati di scanalature, risolvono bene il problema dei giunti. L'inchiodatura in questo caso si effettua lungo le scanalature: i chiodini (groppini) se accuratamente ribattuti, risultano invisibili.
Prima di incollarli, bisogna sincerarsi che le pareti siano ben asciutte livellate e lisce. Si preparano i pannelli tagliati nelle dimensioni utili e si delineano sui muri gli spazi che corrispondono ai pannelli, curando bene che siano verticali. Naturalmente la parete deve essere ripulita da ogni impurità prima di stendere l'adesivo consigliato dal fornitore. Con lo stesso adesivo si spalma il retro del pannello, poi si aspettano 15 o 20 minuti, cioè il tempo necessario a far evaporare il solvente, e si appoggiano i pannelli contro il muro nella posizione giusta, pigiando bene. Attenzione ai giunti: bisogna che siano bene accostati. Per ottenere un incollaggio uniforme occorre battere la superficie di ogni pannello dal centro verso i lati, con un mazzuolo di legno dopo aver fasciato il mazzuolo per non danneggiare la superficie del pannello. Come si è fatto con il compensato, si può eseguire un rivestimento per incollaggio usando pannelli di masonite o con altri materiali, magari a superficie plastificata.
Le perline di legno sono sottili tavolette impiegate di solito per costruzioni rustiche. Sono lunghe da due a quattro metri e larghe da sei a quindici centimetri. Gli spessori variano dai dieci ai trenta millimetri, così come può variare il profilo che può essere liscio o sagomato, e l'essenza del legno. Per tutta la loro lunghezza le perline hanno sagome a maschio e femmina per potersi incastrare fra loro.
Normalmente si fissano al muro inchiodandole a una orditura di sostegno che può essere formata da listelli di legno (sezione 2x4 centimetri) disposti in senso orizzontale, alla distanza di circa 50 centimetri uno dall'altro e fissati con comuni tasselli a espansione in plastica. Stabilito quanto deve essere alto il rivestimento della parete, si traccia sul muro la posizione dei listelli. Lungo l'asse di ciascun listello si praticano col trapano alcuni fori alla distanza di circa 60 centimetri; appoggiando il listello alla parete nella posizione prefissata, si riporta sul muro, con un punteruolo, la posizione dei fori. In corrispondenza dei punti segnati si inserisce il tassello e poi si fissano i listelli con le viti. Se la parete è irregolare, è bene assicurarsi, con il filo a piombo, se le facce anteriori dei listelli si trovano tutte sullo stesso piano. Se il muro è molto umido, è meglio interporre tra il muro e i listelli una fascia di materiale isolante (cartone catramato o altro). Predisposta l'orditura si applicano le perline tagliate nella misura giusta, cominciando da un lato e procedendo verso quello opposto. Attenzione a non fare giunti nel senso della lunghezza.
La prima perlina si dispone con il profilo a femmina rivolto verso il lato di partenza e si pianta una fila di chiodi a poca distanza dal profilo stesso. Se la verticalità è esatta si inchioda la perlina anche dal lato opposto: se lo spessore lo permette (cioè non c'è pericolo di rottura) è meglio che la seconda inchiodatura avvenga nello spessore del profilo a maschio, in modo da risultare invisibile. I chiodi si piantano di sbieco e si ribattono nel legno con il punteruolo per permettere l'incastro dell'elemento successivo. Le altre perline si inchiodano soltanto su questo lato. Occorre, dopo aver applicato un certo numero di perline, controllare che siano perfettamente verticali. Quasi sempre accade che l'ultima perlina non si inserisca perfettamente a incastro come le altre. Di solito si deve eliminare la parte posteriore del profilo a femmina e poi fissare la perlina con una fila di chiodi vicino a entrambi i bordi. Poichè i chiodi rimangono a vista, occorre ribatterli bene e poi stuccarli usando il tipo di stucco per interno.



UNA PORTA A PROVA DI RUMORE

L'imbottitura della porta è un'operazione non difficile e neppure costosa: conviene utilizzare un foglio di gommapiuma o di schiuma sintetica dello spessore di due centimetri. Il materiale di rivestimento può essere in carattere con l'arredamento ma, in ogni caso, è bene che sia assorbente come è, ad esempio, il panno. Prima di tutto si smonta l'anta e la si posa sul piano di lavoro, con la faccia da rivestire rivolta verso l'alto e si tolgono tutti gli accessori metallici, cioè maniglia e copriserrature. Con un robusto paio di forbici si tagliano in misura esatta gommapiuma e rivestimento; la gommapiuma va fatta aderire all'anta con l'apposito adesivo a contatto, ma non è necessario un incollaggio totale. Basta stendere una striscia di adesivo sulla parte alta della porta e una striscia uguale sulla gommapiuma, si attende qualche minuto l'evaporazione del solvente, come si fa con tutti gli adesivi a contatto, e si appoggia poi la gommapiunia nel punto incollato dell'anta. Si preme bene con le mani, si attende qualche minuto e si ripete l'operazione sul bordo inferiore della porta tendendo bene la gommapiuma. Il rivestimento va fissato con graffe iniziando dal bordo superiore, per poi passare a quello inferiore e poi ai lati. È importante che il materiale sia teso al massimo in modo che l'imbottitura sottostante risulti ben compressa e uniforme. A questo punto, si rimontano gli accessori centrando le posizioni tramite i fori passanti sull'altro lato dell'anta. Volendo applicare borchie o chiodi da tappezziere a testa larga per impunturare l'imbottitììra, è necessario segnare le posizioni con il gesso.
Da ultimo, si fissa una cornicetta dì legno sagomata tutt'intorno al rivestimento, usando chiodini senza testa. Se l'anta da rivestire ha qualche parte in vetro, occorre applicare un pannello in compensato tra la gommapiuma e l'anta della porta; il pannello può essere incastrato a pressione nel telaio, oppure incollato all'anta.

MANUTENZIONE PER LA BARCA

Qualsiasi tipo di imbarcazione, dopo essere stata a contatto dell'acqua per diversi mesi, ha bisogno di essere revisionata. Il nemico principale di ogni scafo è la flora marina. La vegetazione, che rimane attaccata alla parte sommersa, deve essere accuratamente asportata, altrimenti può provocare grossi danni alle strutture di galleggiamento, oltre a ridurre di molto la velocità dell'imbarcazione. Bisogna quindi rimuoverla per tempo, prima che si asciughi o indurisca. Le alghe infatti, quando sono ancora umide e morbide, si possono eliminare con facilità usando acqua dolce e uno spazzolone di saggina molto duro. È un'operazione che va eseguita in simultanea, dirigendo il getto dell'acqua, piuttosto violento, sullo scafo e passando contemporaneamente lo spazzolane. Se invece le alghe hanno fatto in tempo a indurirsi, occorre eliminarle con l'apposito raschietto triangolare. Mentre si usa bisogna far bene attenzione a non intaccare lo scafo. Eliminate le incrostazioni, si deve controllare lo stato della vernice della carena; se è ancora buono è sufficiente passare un paio di mani di vernicetta antivegetativa: se invece è scrostata, bisogna ridipingere lo scafo. E ridipingere non sigììifica mettere nuova vernice su quella già esistente, ma vuol dire sverniciare, carteggiare, e passare poi la nuova vernice.
Per sverniciare esistono appositi soffiatori d'aria calda regolabili, che possono arrivare fino a 600-700 gradi e che, con l'aiuto del raschietto, consentono di asportare la vecchia vernice in modo piuttosto rapido. Prima di applicare la vernice bisogna carteggiare lo scafo con carta abrasiva a grana molto grossa o meglio ancora, con la levigatrice orbitale. Se si usa la levigatrice è bene ripassare con carta vetrata a grana fine. Conclusa questa fase del lavoro si passa all'applicazione della vernice nuova, prima la protettiva, poi la colorante. L'applicazione della vernice deve essere eseguita in modo molto accurato, poichè è proprio questa che protegge lo scafo dalla corrosione dell'acqua e della vegetazione.
Se lo scafo è in legno (che è un materiale estremamente poroso) occorre un tipo di vernice impermeabilizzante che penetri in profondità nei pori del materiale e, infine, due mani di vernice antivegetativa. Da questa operazione non devono essere naturalmente escluse le opere morte, cioè le parti che non stanno a contatto con l'acqua. Anche queste vanno sverniciate, se occorre, stuccate se si sono prodotte delle fessurazioni, carteggiate e poi rifinite con due mani di smalto. La barca in abs, polietilene o vetroresina, è un po' più diffìcile da verniciare della barca in legno: lo smalto normale non è infatti adatto poichè non regge allo sforzo a cui è sottoposta la carena alle sollecitazioni tipiche dei materiali di sintesi. Bisogna quindi usare smalti specifici per scafi in plastica, e lavorare con molta attenzione perchè questo tipo di smalto non è poi così facile da stendere. Per facilitare il lavoro si consiglia di dare prima una mano di mordente, che rende più facile la presa dello smalto. Il mordente va steso a pennello, lasciato asciugare, quindi passato con due mani di smalto, che va applicato in senso diagonale, prima in un verso, poi in quello opposto. Tra la prima e la seconda mano bisogna carteggiare affinchè la superficie risulti molto ben levigata. Dopo la seconda mano, si passa di nuovo la carta vetrata a grana molto fine. Da ultimo si può passare un polish per lucidare la superficie smaltata. Per riparare un'eventuale piccola falla nella barca di plastica, si procede nel seguente modo: delimitare la parte con nastro adesivo, poi incidere con il bisturi la parte e toglierla formando una specie di tassello a bordi abbastanza regolari. Si stacca quindi il tassello e si sostituisce con uno nuovo delle stesse misure, sempre in abs, avendo cura di smussare leggermente i bordi. Si applica allo scafo e si salda facendo colare, in corrispondenza delle giunture, un po' di abs liquido: per accelerare il processo di solidificazione si può anche usare un generatore di aria calda. Si termina il lavoro carteggiando accuratainente lo scafo: si consiglia di usare carta vetrata molto fine.
L'arte del fai da te richiede, naturalmente, oltre a pazienza, entusiasmo e tempo disponibile, tutti gli attrezzi necessari: e il lavoro riesce bene se gli attrezzi sono quelli giusti e di buona marca. Sapere già cosa scegliere, quali sono quelli che danno le migliori garanzie, è quindi molto importante. Gli elettroutensili Bosch sono molto sicuri, essendo dotati di un doppio isolamento, nonchè del cosiddetto sistema di sicurezza vitale aggiunta. Questo è reso possibile dalla carcassa composta da un materiale speciale, il poliammide, che assicura un isolamento totale. In tal modo anche se viene forata accidentalmente una linea elettrica, l'effetto isolante del poliammide impedisce la conduzione della corrente a chi maneggia il trapano. Un ulteriore punto di vantaggio degli elettroutensili Bosch è costituito da un particolare tipo di isolamento protettivo dell'indotto: i fili che lo avvolgono vengono impregnati di una speciale laccatura chiamata esterimid, applicata almeno otto volte. L'avvolgimento è eseguito con una macchina automatica che attorciglia il filo di rame. I singoli fili vengono successivamente saldati al collettore attraverso un procedimento speciale, in modo che ognuno di essi sia uguale all'altro. Si tratta di una nuova tecnica Bosch, completata dall'impregnamento di poliestere che garantisce una maggiore resistenza al calore e una maggiore durata (rispetto ad altri tipi di impregnatura). Tutti questi procedimenti proteggono il motore da sovraccarichi di tensione. Anche un buon ingrassaggio ha un'importanza decisiva per la durata: e tutti gli ingranaggi Bosch sono protetti da un sottile strato di grasso che evita ulteriori manutenzioni particolari. La filosofia della Bosch è sempre stata quella di costruire macchine di notevole potenza, che si combinano con una particolare leggerezza: il risultato è una estrema maneggevolezza degli utensili e un invidiabile rapporto fra peso e potenza. L'utilizzazione sempre più frequente di elementi costruttivi elettronici ha inoltre portato a un miglioramento considerevole nella funzionalità degli apparecchi a tutto vantaggio della versatilità. Tutti questi accorgimenti, uniti alla scelta di materiali speciali, tendono inoltre a diminuire al minimo la dispersione di corrente in produzione di calore, riducendo il consumo di energia.





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