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IL GRANDE LIBRO DELLA FANTASCIENZA CLASSICA - Romanzi brevi degli anni '30

Italiana


IL GRANDE LIBRO

DELLA

FANTASCIENZA CLASSICA

Romanzi brevi degli anni '30

A cura di Isaac Asimov, Charles G. Waugh e Martin H. Greenberg

Prefazione di Piergiorgio Nicolazzini

(C) 1991 INTERNO GIALLO

de Camp-Copyright 1939 by Street & Smith Publications, Inc.; Copyright re-



newed ~'1966 by L. Sprague de Camp. Reprinted by permission of the au-

thor.

Gold-Copyright 1938 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed ~1966

by permission of Forrest J Ackerman, for Mrs. H.L. Gold.

Weinbaum-Copyright 1939 by Better Publications, Inc.; renewed ~1967, by

permission of Forrest J Ackerman.

Bates-Copyright 1935 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed ~'1963,

by permission of Forrest J Ackerman.

Williamson-Copyright 1932, renewed 01960 by Jack Williamson. Reprinted

by permission of the Spectrum Literary Agency, Inc.

Campbell-Copyright 1938 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed

1966 John W. Campbell, Jr. Reprinted by permission of the agents for the

author's Estate, the Scott Meredith Literary Agency, Inc.

Russell-Copyright 1937 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed ~'

1965. Reprinted by permission of the Scott Meredith Literary Agency, Inc.

Leinster-Copyright 1934 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed 6

1962. Reprinted by permission of the agents for the author's Estate, the Scott

Meredith Literary Agency, Inc.

Lovecraft-Copyright 1936 by Street & Smith Publications, Inc.; renewed ~

1964. Reprinted by permission of the agents for the author's Estate, the Scott

Meredith Literary Agency, Inc.

Voolrich-Copyright 1938; renewed ~1966 by Cornell Woolrich. Reprinted

by permission of the agents for the author's Estate, the Scott Meredith Litera-

ry Agency, Inc.

Titolo dell'opera originale:

The Mammoth Book of Classic Science Fiction. Short novel of the 1930s

1989 by Robinson Publishing

~ 1991 Interno Giallo Editore s.r.l., Milano

I edizione Edgar giugno 1991

INDICE

Prefazione

7 Introduzione

12 L'ombra fuori del tempo

di H.P. Lovecraft

68 Questione di forma

di Horace L. Gold

124Il corpo di Jane Brown

di Cornell Woolrich

185 Chi va là?

di John W. Campbell Jr.

242 Bivi nel tempo

di Murray Leinster

296 Ahimè, tutto questo pensare

di Harry Bates

331 L'uomo in cerca del futuro

di Eric Frank Russell e Leslie T. Johnson

369 L'arrivo della fiamma

di Stanley G. Weinbaum

425 Dividi e domina

di L. Sprague de Camp

500 Lupi dalle tenebre

di Jack Williamson

«Quello che domani vi attende è un futuro sbalorditivo: i vostri figli, o

forse i vostri nipoti, potranno andare sulla Luna, potranno rendersi in-

visibili, riusciranno a smaterializzare il proprio corpo a New York e

materializzarlo in Cina... tutto in pochi secondi. Sbalorditivo, vero?~

Quale miglior sguardo verso il futuro, se non questo frammento

tratto dall'editoriale di Harry Bates, che non solo inaugura il primo

numero della rivista Astounding Stories, ma un intero decennio? Sin-

golare coincidenza, infatti, perché il primo fascicolo è datato gennaio

1930... ma non si tratta semplicemente di una nuova riYista di fanta-

scienza (anzi, di un nuovo pulp, come vengono definiti i periodici po-

polari dell'epoca per il particolare tipo di carta), ma una di quelle de-

stinate a esercitare l'influenza più duratura, non solo negli anni Tren-

ta ma anche nei decenni successivi.

D'altro canto, la fantascienza era nata ufficialmente solo pochi anni

prima, nel 1926, con la pubblicazione del primo numero di Amazing

Stories a opera del geniale e intraprendente inventore di origine lus-

semburghese Hugo Gernsback, e stava quindi muovendo i primi passi.

Del resto, lo stesso Gernsback aveva parlato della fantascienza (scien-

tiflction nell'originaria formulazione, successivamente modificata in

science flction nell'editoriale di Science Wonder Stories del giugno

1929) con una definizione che già anticipava il tono avveniristico-di-

vulgativo di Bates. Non a caso, i due aggettivi "amazing" (sorprenden-

te) e Nastounding" (sbalorditivo), andavano ad arricchire il già fiorente

campo semantico del "meraviglioso", al quale avevano contribuito al-

tre precedenti testate, meno specificamente indirizzate all'anticipa-

zione scientifica, tra cui Weird Tales e The Thrill Boolc.

La definizione di Gernsback parla apertamente di «un affascinante

romance inframmezzato da realtà scientifiche e visioni profetiche« e

questo rimarrà il segno distintivo della fantascienza nella sua incar-

nazione di genere apopolare", pubblicato cioè su riviste periodiche

esclusivamente dedicate a questo tipo di narrativa.

Già, ma che cos'era stata prima di allora la fantascienza?

Dobbiamo prestar fede alla prodigiosa struttura teorica elaborata

da Darko Suvin,l il quale, utilizzando concetti ripresi dal teatro brech-

tiano, dal formalismo russo e dalla filosofia di Emst Bloch, interpreta

la fantascienza in chiave socio-estetica come un mega-genere che at-

traversa l'intera storia letteraria, dal mito dell'isola altemativa fino al

recentissimo filone cyberpur~k, attraverso la metamorfosi dei generi

dell'utopia, del racconto filosofico, del romanzo gotico, fino all'avve-

nirismo ottocentesco e alla distopia, per convergere infine nell'opera

di Wells e poi nella grande fioritura commerciale di questo secolo?

Questa lettura ha però il difetto tutt'altro che trascurabile di non ren-

dere conto della molteplicità della produzione contemporanea, che

sembra costituire per Suvin, tranne poche eccezioni, motivo d'imba-

razzo più che di indagine sui testi. Oppure dobbiamo individuare pa-

dri fondatori più recenti e specifici, come il Frankenstein di Mary Shel-

ley, i racconti fantascientifici di Edgar Allan Poe, l'avvenirismo di Ju-

les Veme oppure lo scienlific romance di Wells?

Non è questa la sede per stabilirlo. Tuttavia mi pare che l'influenza

esercitata da quest'ultimo sia indiscutibile, perché a Wells non si può

negare il merito di aver codificato gran parte dei temi avventurosi e

speculativi all'interno della più autentica forma precorritrice della

fantascienza, ovvero il romance scientifico: dai viaggi nel tempo in La

m~cchina det tempo (The Time Machine -1895) alla manipolazione del

corpo in L'isola del dottor Moreau (Island of Dr. Moreau - 1896), dal su-

peromismo di L'uomo invisibile (Invisible Man - 1897) all'invasione

aliena di La guerra dei mondi (The War of the Worlds - 1898), dall'im-

maginazione distopica di Quando il donniente si sveglierà (When the

Sleeper Wakes - 1899) all'esplorazione planetaria di I primi uomini

sulla Luna (The First Men in the Moon - 1901).

Tuttavia, il romance scientifico non è solo wellsiano. Già, perché non

è immaginabile un salto così netto dall'opera dello scrittore inglese

alla nascita di Amazing, come forse non spiegano a sufficienza molte

storie della fantascienza. Vi è infatti una tradizione sommersa e mi-

sconosciuta che, a partire dal modello originario o, comunque, più

compiuto, si è espressa in una produzione narrativa forse meno consa-

pevole dal punto di vista speculativo ma tuttavia prodiga di risorse

immaginative, che ha proliferato con una straordinaria varietà di toni

e di accenti nel campo del meraviglioso, negli Stati Uniti come in In-

I Darko Suvin, Metamorphoses of Science Fiction: On the Poetics and History of

a Literary Genre, New Haven and London, Yale University Press, 1979; tr. it. Lia

Guerra, Le metamorfosi della fantascienza. Poetica e storia di un genere letterario,

Bologna, Il Mulino, 1985.

VIII

ghilterra. Del resto, questa fase di storia letteraria è stata approfondi-

ta soltanto di recente,' con una piena rivalutazione della sua estensio-

ne cronologica e della sua portata complessiva, colmando così il vuoto

fra una presunta tradizione "colta" e l'anima "popolare" della fanta-

scienza dei pulp; è un tragitto che parte dalle bizzarre fantasie mate-

matiche di Charles Howard Hinton (fra i primi a usare consapevol-

mente il termine di "scientific romance ) e passa attraverso George

Griffith, M. P. Shiel, Arthur Conan Doyle, William Hope Hodgson, J.

D. Beresford, S. Fowler Wright, John Taine, Olaf Stapledon, nelle ope-

re dei quali più che mai abbondano viaggi immaginari, romanzi a

sfondo utopico o evoluzionistico, guerre future, fantasie escatologiche

o metafisiche.

Inoltre, non si può dimenticare la natura fantastica e proto-fanta-

scientifica di gran parte della letteratura americana dell'Ottocento,

vero e proprio alaboratorio dei sogni", come recita il titolo di un recen-

te volume antologico curato da Carlo Pagetti,2 che si ritrova nelle ope-

re non solo di Irving, Hawthome, Poe, Melville, Bierce, Twain, Lon-

don, ma anche di altri autori meno noti come Fitz-James O'Brien,

Thomas Wentworth Higginson, Edward Everett Hale, Edward Bella-

my. Questa tradizione in parte andrà a saldarsi con il flusso ininter-

rotto di pubblicazioni avventurose tra la fine dell'Ottocento e l'inizio

di questo secolo: dai dime novets di Irwin Beadle alle riviste di S. S.

McClure e soprattutto di Frank Munsey (la prima e più celebre, The Ar-

gosy, venne fondata nel 1882, poi seguita da ~he Au-Story nel 1905, The

Scrap Book nel 1906 e The Cavalier nel 1908), mentre in Inghilterra

George Newnes fondava The Strand Magazine ( 1891 ), presto imitato da

altre celebri testate quali The Idter e Pearson's Magazine. Sulle riviste

di Munsey pubblicò Edgar Rice Burroughs, forse il più importante e

popolare autore di narrativa avventurosa to~t court oltre che specifi-

camente fantascientifica, ma insieme a lui apparvero anche Ray Cum-

mings, George Allan England, Ralph Milne Farley, Homer Eon Flint,

Austin Hall, Abraham Merritt, Otis Adalbert Kline.

Ma quali sono le caratteristiche di un genere consapevole dei forti

legami con i suoi precursori più o meno immediati che finalmente tro-

va una rivista su cui esprimersi? La definizione dello stesso Gemsback

' Cfr. Thomas Clareson, Science Fiction in America, 1870s-1930s: An Annotated

Bibliography of Primary Sources, Westport, CT, and London, Greenwood Press,

1984; e Brian Stableford, Scientific Romance in Bntain, 1890-1950, London,

Fourth Estate, 1985.

2 Carlo Pagetti, a cura di, ll laboratorio dei sogni: Fantascienza americana del-

I'Ottocento, Roma, Editori Riuniti, 1988. E d'obbligo citare al riguardo un'ope-

ra pionieristica, alla quale peraltro il volume di Pagetti s'ispira, ovvero l'anto-

logia critica di H. Bruce Franklin, Future Perfect: American Science Fiction of

the Nineteenth Century, London, Oxford University Press, 1968 (rev. ed. 1978).

mi sembra fondamentale, dal momento che parla esplicitamente di

romance, riconoscendo il debito verso la tradizione più recente e, in-

consapevolmente, al di là di essa, verso una forma narrativa con radici

più lontane; chiunque abbia familiarità con l'antitesi romance vs no-

vel, già teorizzata verso la fine del Settecento, ma oggi riconosciuta co-

me l'asse oppositivo fondamentale che ha strutturato la produzione

letteraria dall'antichità fino a oggi, sa che il romance è la favola eroica

che tratta di persone e di eventi immaginari, mentre il novel è una rap-

presentazione di vita e di costumi reali, ma soprattutto nella formula-

zione di Robert Scholes il romance è in pratica la corrente fantastica

della letteratura, che sceglie la flction avventurosa. Gernsback, che di

teoria letteraria è però digiuno, parla inoltre di "fattualità scientifica"

e "visione profeticaD, implicite anche nel sottotitolo della rivista, che

promette "extravagant fiction today... cold fact tomorrown (racconti

stravaganti oggi... freddi fatti domani), enunciando senza mezze misu-

re il tipo di fantascienza che vuole pubblicare. Infatti sceglie come

coordinate dello spazio narrativo testé individuato una specie di

triangolo di ferro i cui vertici sono costituiti da E. A. Poe con Lo strano

caso del signor Valdemar (The Facts in the Case of M. Valdemar -1845),

Jules Verne con Hector Servadac ( 1877) e H . G . Wells con 11 nuovo acce-

leratore (The New Accelerator -1901), senza dimenticare tuttavia l'ag-

gancio con le riviste che proliferano nei generi popolari d'intratteni-

mento e che propongono varianti del meraviglioso, sia esso "inquie-

tanten, "misterioson, navventuroso", "esotico" o "sentimentalen. In so-

stanza, Gernsback stabilisce l'identità e delimita il territorio di un di-

verso tipo di "meraviglioson, quello scientifico.

I ripetuti richiami alla fattualità e all'anticipazione sembrano sug-

gerire per il testo fantascientifico il ricorso inevitabile a meccanismi

di plausibilità e di verosimiglianza, ma in realtà sono una sorta di

schermo difensivo ~simile a quelli attivati dalle poderose e invincibili

astronavi nei racconti di space opera dell'epoca), dietro il quale si cela

una problematica esigenza di rispettabilità; infatti, si tratta molto più

spesso di principi enunciati piuttosto che dimostrati o verificati, per-

ché l'elemento avveniristico e profetico è certamente in primo piano,

ma solo come ingenuo pretesto per sviluppare il vero nucleo della nar-

razione: I'appropriazione di uno sconfinato territorio fantastico di av-

ventura.

Come si è visto, la prospettiva indicata da Gernsback si amplia al-

l'inizio degli anni Trenta con la nascita dell'altra grande rivista,

Astounding. Dopo alcuni anni di apprendistato, dove prevale la pub-

blicazione di autori presi a prestito da un passato illustre o dalle rivi-

ste puip dei generi contigui, ricchi di figure intercambiabili che obbe-

discono ai medesimi meccanismi, comincia a delinearsi unà precisa

identità della narrativa fantascientifica su rivista. Non a caso, Astoun-

ding entra in campo operando una vera e propria rivoluzione, la cui

portata potrà oggi far sorridere ma che all'epoca si rivelò decisiva, pa-

gando cioè i racconti due cents a parola all'accettazione, contraria-

mente ad Amazing e ad altre riviste dell'èra gernsbackiana, che paga-

vano invece 1/2 cent a parola alla pubblicazione, ma soprattutto offren-

do un certo spazio a firme nuove o comunque dall'inclinazione pretta-

mente fantascientifica. Astounding annoverò dapprima nella sua scu-

deria autori come Ray Cummings, Miles J. Breuer, Paul Ernst, Francis

Flagg, Sterner St. Paul Meek e Victor Rousseau, oltre ad Anthony Gil-

more, pseudonimo comune di Harry Bates e Desmond W. Hall (rispet-

tivamente direttore e assistente della medesima rivista) usato per fir-

mare le celebri avventure di Falco Carse (Hawk Carse); ma la sterzata

definitiva coincise con la nomina nel 1933 di un nuovo direttore, F. Or-

lin Tremaine, che attirò nell'orbita della rivista autori come Nat

Schachner, Stanton A. Coblentz, Raymond Z. Gallun, E. E. "Docn

Smith, Stanley G. Weinbaum, Eric Frank Russell, Horace L. Gold, Do-

nald Wandrei, lo stesso John W. Campbell Jr. (che pubblicò prevalen-

temente sotto lo pseudonimo di Don A. Stuart, ma che soprattutto sa-

rebbe diventato il leggendario direttore della rivista verso la fine del

decennio, inaugurando la Golden Age), ma anche di veri e propri gi-

ganti come Murray Leinster, Edmond Hamilton, entrambi già molto

attivi su altre testate, e infine il giovane Jack Williamson.

Per inquadrare il decennio 1930-1940 non c'è metafora più azzecca-

ta di quella usata da James Gunn: un autentico Uuniverso in espansio-

nen, dove vengono colmati in ondate successive tutti gli spazi di esplo-

razione, come già in un certo senso era accaduto con i voyages extraor-

dinaires di Verne che avevano letteralmente saturato la geografia del

globo, compresi i cieli e, seppur timidamente, persino il nostro satelli-

te. ln questa frenesia espansionistica, la fantascienza continua di fatto

a invocare la plausibilità scientifica e la visione profetica, ma non esi-

ta a metterle in subordine o a liquidarle senza mezzi termini di fronte

alle distese sconfinate dell'universo, piene di misteri, mondi e razze

sconosciute, che quando non si rivelano facilmente addomesticabili,

diventano fatalmente lo spunto per titaniche battaglie e conflitti ga-

lattici dove l'obiettivo è la conquista, la supremazia o la semplice so-

pravvivenza.

Insomma, è l'avventura a regnare incontrastata, come del resto ha

suggerito lo stesso Isaac Asimov, curatore di questo volume (nonché di

un'altra celebre antologia dedicata allo stesso periodo, L'alba del do-

mani); I'intuizione del nbuon dottoren è chiara: nella prima fase (1926-

1938), la fantascienza è a "dominante avventurosan. Si riafferma, in-

somma, il principio secondo cui la scienza e la tecnologia vengono ce-

lebrate come una sorta di ideale collettivo più che effettivamente prati-

cate come strumenti di indagine speculativa; si respira uno sfrenato

x I XI

ottimismo che nasce da un entusiasmo epidermico più che da una ri-

flessione sul ruolo del progresso scientifico, anzi dove quest'ultimo, in

una sorta di impulso vitalistico e sfrenato, pare soltanto un veicolo per

raggiungere uno spazio oggettivo di conquista e di conoscenza illimi-

tata, come se inoltre l'atto di avventurarsi in quegli sconfinati territo-

ri Eantastici fosse una reazione al profondo incubo della Depressione

in cui gli Stati Uniti precipitano all'inizio del decennio, nonché al-

I'incombente minaccia hitleriana sull'Europa.

Nelle opere di questo periodo l'elemento scientifico-tecnologico vie-

ne esibito in maniera magniloquente, come iperbole di se stesso (non è

mai scienza, ma nsuperscienza"), come una sorta di inesauribile spet-

tacolo pirotecnico che però, a un'indagine più attenta, diventa un velo

opaco e impenetrabile; quando invece non subisce questo destino, vie-

ne ridotto alla sua natura puramente didascalica con indigesti brani

esplicativi o interminabili dissertazioni pseudo-realistiche. La scienza

è quindi spesso ridotta a una funzione puramente "verbalen, perché

molti degli autori del periodo sono nulla più che semplici lettori di ri-

viste di divulgazione, e solitamente le loro cognizioni non vanno al di

là del supplemento domenicale di un comune quotidiano; assai rara-

mente fra essi vi sono veri scienziati, nonostante qualcuno esibisca in-

genue credenziali, come per esempio Edward Elmer Smith, indiscus-

so principe della space opera degli anni Trenta, diventato famoso per

l'appellativo "Docn, anche se in realtà era soltanto un rispettabile chi-

mico, esperto semmai in azzeccate formule per l'impasto delle ciam-

belle .

Solo più tardi, verso la fine del decennio, si svilupperà un atteggia-

mento meno acritico, che guiderà la fantascienza a quella che è stata

definita una sorta di npluralità teorica", per cui vengono sistematica-

mente sfidate le impossibilità postulate dalle varie discipline scientifi-

che. La magia è impossibile? Be', ecco un testo narrativo che esplora

un mondo dove la magia funziona sul serio. La teoria della relatività

sostiene che la velocità della luce è un limite invalicabile? Ebbene, ec-

co un altro racconto che sfida questo principio. Ma questa esplorazio-

ne dei limiti teorici contraddistingue una fase successiva, innescata

dalla fantascienza di Astounding e in senso lato dell'Età d'Oro di

Campbell, quindi dovrà essere inquadrata nel decennio successivo,

nonché considerata come il primo passo verso una lenta ma graduale

riappropriazione del bagaglio speculativo e letterario della fanta-

scienza di Wells.

Dunque, I'incarnazione "popolaren della fantascienza rappresenta

per alcuni aspetti un impoverimento rispetto ai vertici raggiunti dagli

scientific romances wellsiani. Lo scrittore inglese aveva sfruttato tutte

le risorse di quella forma narrativa, trasformandola in uno strumento

sofisticato non solo per l'indagine speculativa, ma scoprendo àttraver-

so di esso la vocazione più autentica della fantascienza: quella di farsi

carico del rapporto ambiguo di un'epoca con il progresso e con la sua

mitologia, non solo nell'ambito scientifico-tecnologico, ma nella di-

mensione antropologica e sociale. Questa ambiguità veniva esplorata

in una modalità narrativa in cui rifluivano elementi apertamente di-

dascalici, ma soprattutto satirici, realistici e fantastici, dove la favola

si piegava alle esigenze dell'estrapolazione e dell'analogia.

Ma se la fantascienza delle riviste aveva preso da Wells solo il lato

più epidermico, rinunciando a ogni ambivalenza e preferendo attinge-

re a Burroughs e al ricco patrimonio di narrativa avventurosa ed es-

senzialmente formulaica dei pulp, tuttavia nel ribollente e disordinato

crogiolo degli anni Trenta - una sorta di universo all'indomani del big

bang - vi sono schegge che mostrano una diversa consapevolezza e

mantengono viva per esempio la tradizione utopico-distopica, che

riaffiorerà più consapevolmente non solo nel decennio successivo, ma

soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta.

Se questi sono gli anni in cui vengono pubblicati classici come I soli

che si scontrano (Crashing Suns) di Edmond Hamilton e Quando i

mondi si scontrano (When Worlds Collide) di Philip Wylie e Edwin

Balmer oppure i grandiosi cicli di "Skylark" e dei "Lensmen" di E. E.

UDoc" Smith, o della "Legione dello Spazio" di Williamson, sono an-

che gli stessi che salutano l'uscita di 11 mondo nuovo (Brave New

World - 1932) di Aldous Huxley, cardine della letteratura distopica e

legittimo successore della tradizione ottocentesca di Twain, London e

Wells, che non solo si proietta verso l'Orwell di 1984 e di La fattoria de-

gli animali (Animal Farm), ma estende la sua influenza fino a Vonne-

gut, Bradbury e la "social science fictionn degli anni Cinquanta. Inol-

tre sono gli anni dell'assai meno noto Swastika Night (1937) di Katha-

rine Burdekin, sorprendente escursione sul tema della cosiddetta "sto-

ria alternativan che narra di un'Europa futura dominata dai nazisti,

oppure di Le montagne della follia (At the Mountains of Madness -1936)

di H. P. Lovecraft, maestro del soprannaturale e grande visionario del-

la letteratura americana (apparso appunto su Astounding, tra l'altro,

proprio come L'ombra fuori del tempo, The Shadow Out of Time, com-

preso in questa antologia) o, ancora, il primo dei romances interplane-

tari di Clive Staples Lewis, Lontano dal pianeta silenzioso (Out of the

Silent Planet - 1938), ispirato alla mitologia medievale e di chiaro sa-

pore allegorico, e infine dell'immaginazione cosmica di un altro espo-

nente di spicco del romance scientifico, Olaf Stapledon, con Last and

First Men (1930), Q.l. 10.000 (Odd John - 1935) e 11 costruttore di stelle

(Star Maker - 1937).

E qui il cerchio si chiude, perché la narrativa cosmica, rarefatta e fi-

losofeggiante di Stapledon riflette l'immagine rovesciata della space

opera di E. E. Smith e dei suoi epigoni: gli scenari sono gli stessi, il re-

XII XIII

spiro è sempre quello delle smisurate vastità del cosmo, superuomini

e superciviltà comprese, ma mentre in Smith lo scenario galattico è

una gigantesca arena per scorribande avventurose condotte al ritmo

di un western o di un romanzo di guerra, in Stapledon è il luogo di

un'inedita speculazione intellettuale sul destino e sul ruolo dell'uma-

nità.

E in questo decennio, insomma, che la fantascienza istituisce il

grande laboratorio dove sviluppa un repertorio figurale e un intreccio

di situazioni che preparano, attraverso un'irrimediabile espansione

quantitativa e seriale, I'avvento del genere letterario che oggi cono-

sciamo. E fra il pubblico di lettori che si va formando grazie alla proli-

ferazione di riviste, facilmente sedotto dal ritmo crescente di mirabo-

lanti invenzioni, vi è già chi pochi anni dopo esordirà su quelle stesse

pagine: la prima generazione di lettori di fantascienza che diventeran-

no a loro volta autori e che, con nuovi punti di riferimento e una matu-

rata consapevolezza, saranno pronti ad ampliarne i confini.

Il viaggio continua...

Piergiorgio l~licolazzini

XIV

yl

Isaac Asimov

INTRODUZIONE

La fantascienza trova la propria voce

Non c'è accordo su dove collocare l'inizio della fantascienza. Non

mancano anime tanto ambiziose da avanzare pretese sul mito platoni-

co di Atlantide (350 a.C. circa), né anime tanto liberali da essere pronte

a includere in questo genere letterario il ciclo epico di Gilgamesh (2400

a.C. circa).

A mio parere idee simili sono prive di fondamento. La fantascienza

deve chiamare in causa nozioni scientifiche e tecnologiche, sia pure in

modo indiretto. Deve inoltre occuparsi di una società sensibilmente

diversa dalla società reale del suo tempo, e tale diversità deve dipende-

re da una differenza di livello scientifico e tecnologico. Se tutto ciò è

vero, la fantascienza non può precedere la diffusa consapevolezza del

rapporto tra scienza e tecnica da un lato, e trasformazione sociale dal-

I'altro, cioè non può precedere la rivoluzione industriale. Racconti più

antichi vanno fatti rientrare nel genere della narrativa fantastica, ben-

ché vi si possa fare menzione di viaggi sulla Luna, come nella Storia ve-

ra di Luciano di Samosata (150 d.C. circa).

Vi sono, naturalmente, anche coloro che condividono questo punto

di vista, e quindi ritengono che la fantascienza risalga ai primi decenni

del diciannovesimo secolo. In questo caso il Frankenstein di Mary Shel-

ley, scritto nel 1818, è spesso considerato il primo esempio di questo ti-

po di narrativa. Altri ritengono più giusto includere Frankenstein nella

narrativa gotica, ossia nel filone inaugurato da Horace Walpole nel

1765 con 11 castello di Otranto. Anche opere successive spesso conside-

rate tra le prime del genere fantascientifico- in particolare i racconti

di Poe e quelli di Hawthorne - potrebbero più fondatamente essere as-

segnate al genere gotico.

Una possibilità sarebbe allora quella di fare coincidere la nascita

della vera fantascienza con la pubblicazione nel 1863 di Cinque setti-

mane in pallone di Jules Verne.

Verne scrisse fantascienza senza cedere agli allettamenti del gotico;

fu inoltre il primo a scrivere quasi esclusivamente fantascienza, e a

conquistare in tal modo fama e ricchezza. 111863 appare quindi con-

vincente, come data di nascita del genere

Tuttavia anche a questa proposta può essere mossa un'obiezione. La

fantascienza, la si faccia cominciare nel 2400 a.C., nel 150 d.C., nel

1818 o nel 1863, ha sempre costituito un genere quantitativamente

minoritario nell'ambito della letteratura in generale. Ben pochi autori

hanno provato la loro mano in qualcosa che sia lecito definire "fanta-

scienza", sia pure in base al più elastico dei criteri, e ancora meno nu-

merosi sono gli autori che in tal modo hanno acquisito una certa noto-

rietà - Jules Verne e H.G. Wells essendo i primi che mi vengono in

mente, per il periodo precedente gli anni Venti.

Perché allora non porsi il problema dell'inizio della fantascienza co-

me fenomeno di massa? Quando accadde che gli autori di fantascienza

non fossero più poche unità, ma diverse decine, e poi diverse centi-

naia? Cosa ha aperto alla fantascienza la strada lungo la quale proce-

de ancora oggi, quella di un fenomeno letterario straordinariamente

popolare con molte decine di numi tutelari - basti citare Robert Hein-

lein, Arthur C. Clarke, Anne McCaffrey, Frank Herbert, Ray Bradbury,

Ursula K. Le Guin... e la modestia mi vieta di continuare?

A mio avviso la risposta alle anzidette domande sta nella nascita del

periodico di fantascienza (Magazine Science Fiction), che si può fare

coincidere col primo numero di Amazing Stories pubblicato da Hugo

Gernsback nell'aprile 1926.

Ma vi è chi si oppone strenuamente a questa tesi. Scrittori e critici

che invocano per la fantascienza una piena rispettabilità letteraria

considerano i periodici di fantascienza un "ghetto", che ha ridotto la

fantascienza e una branca della narrativa pulp (quella pubblicata per

lettori di modestissima cultura su riviste di carta scadente detta putp-

wood paper), e dissuaso gli autori "seri" dal cimentarsi in tale genere.

Vi è in questa obiezione un fondo di verità. Il novanta per cento del-

la fantascienza dei periodici consisteva in effetti in puerilità adole-

scenziali (non dimentichiamoci, però, della legge di Sturgeon: il no-

vanta per cento di qualunque cosa è spazzatura). Ciò nonostante i pe-

riodici di fantascienza sono stati un terreno fertile, in cui hanno potu-

to irrobustire le loro capacità giovani autori di talento; giovani autori

che forse, in mancanza di quei periodici, non avrebbero mai potuto in-

traprendere la carriera letteraria, o I'avrebbero intrapresa scrivendo

tutt'altro. La fantascienza "letteraria" non avrebbe mai reso popolare

il genere, anche se rese popolare alcuni grandi scrittori. Furono i pe-

riodici di fantascienza a produrre questo effetto, anche se la fanta-

scienza come genere dovette procedere carponi prima di camminare,

e camminare Drima di correre.

E quindi ingeneroso arricciare il naso davanti al periodico di fanta-

scienZa, e chi lo fa rivela un atteggiamento altezzoso e pedante. (Alcu-

ni pedanti in questione si sono fatti un nome scrivendo su periodici di

fantascienza. Così comportandosi essi corrono quindi anche il rischio

di farsi cogliere in flagrante, nello sgradevole atteggiamento di chi

morde la mano che l'ha nutrito.)

Torniamo quindi alla fantascienza apparsa su periodici. All'inizio,

neanche questo tipo di fantascienza ha avuto una vita facile. Dal mo-

mento che il genere era ancora poco popolare, e pochi scrittori vi si ci-

mentavano, non c erano abbastanza autori per mettere insieme una

rivista mensile. Nei primi numeri Gernsback dovette ripubblicare

opere di H.G. Wells e di Jules Verne, e solo poco per volta nuovi scrit-

tori furono attratti dal nascente genere letterario.

Questi nuovi scrittori erano spesso alle prime armi, quindi dotati di

risorse espressive ancora rudimentali; oppure erano collaboratori di

riviste pulp, che abbandonavano momentaneamente le loro banali sto-

rie d'avventura (o di qualsivoglia altro tipo) per tentare il nuovo filone

di narrativa popolare, avendo però nozioni scarse o inesistenti di cosa

realmente fosse la fantascienza. Di conseguenza le riviste degli anni

Venti non hanno molto da offrire sul piano della qualità.

In quel periodo, come nei periodi precedenti e seguenti, si può dire

che valesse il principio: quanto più lunga la storia, tanto migliore la

qualità. Questo, ovviamente, solo a grandi linee; le eccezioni sono nu-

merose e significative. Quindi non stupisce che uno dei migliori esem-

pi di fantascienza degli anni Venti sia The Skylark of Space, un raccon-

to apparso a puntate su Amazing Stories nel 1928.

Sfortunatamente non possiamo includere romanzi in questo elenco,

dovendo accontentarci di "romanzi brevin - ossia di racconti più lun-

ghi del normale, ma non tanto da non poter essere pubblicati su un

singolo numero di rivista. Dal momento che banali considerazioni di

spazio rendevano più facile pubblicare brevi che veri romanzi, alcuni

dei migliori autori di fantascienza di quel periodo scrissero appunto

romanzi brevi, come constateranno i lettori di questa antologia.

Fu negli anni Trenta che la fantascienza pubblicata dai periodici co-

minciò a trovare la propria voce. Anche quegli autori che mantennero

un taglio pulp - vale a dire prolisso e per certi versi grossolano - si fe-

cero più smaliziati, e pretesero dai lettori un certo impegno intellet-

tuale.

Negli anni Trenta Astounding Stories divenne rapidamente la più

importante rivista di fantascienza. Il primo numero uscì nel gennaio

del 1930, e in breve tempo la diffusione della nuova pubblicazione su-

però quella di Amazing Stories, sia perché Astounding Stories offriva

una migliore remunerazione agli autori, sia perché il suo direttore,

Harry Bates, abbandonò lo stile didascalico e la preferenza per le si-

tuazioni di azione che caratterizzavano la rivista di Gernsback. Col

numero di marzo del 1933, tuttavia, in piena Grande Depressione,

William Clayton - l'editore - fallì. La testata fu acquistata dalla casa

editrice Street & Smith, e la pubblicazione riprese col numero di otto-

bre nel 1933, sotto la direzione di F. Orlin Tremaine.

Tremaine rimase al timone per quattro anni, e il suo principale con-

tributo fu l'idea delle storie "a variante concettuale" - vale a dire delle

storie costruite su qualche ipotesi nuova e interessante, o su qualche

nuova e interessante variante di una vecchia ipotesi. Tale impostazio-

ne piacque molto ai lettori, e la rivista non rischiò mai più il fallimen-

to.

Un ottimo esempio di storia "a variante concettuale" è Bivi net tem-

po di Murray Leinster (pseudonimo di William F. Jenkins), pubblicato

da Astounding Stories nel giugno 1934. Bivi nel tempo è il primo tenta-

tivo di sviluppare il tema degli itinerari temporali indipendenti, ossia

dell'esistenza di universi che in questa o quella situazione-chiave pos-

sono imboccare una strada oppure un'altra, ciascuna strada essendo

però dotata di una propria autonoma esistenza. (Quarant'anni più tar-

di, i fisici impegnati a valutare alcuni degli aspetti più esoterici della

meccanica quantistica dovettero fare i conti con questa nozione lein-

steriana).

Un altro interessante racconto dell'era Tremaine fu Ahimè, tutto

questo pensare! scritto dal precedente direttore della rivista, Harry Ba-

tes. Ahimè, tutto questo pensare! apparve nel numero del giugno 1935

di Astounding Stories. Bates non scriveva molto, ma quello che scrive-

va era di buona qualità. Ahimè, tutto ~uesto pensare! è la terrificante

storia di una generazione evolutiva.

L'autore più in vista dell'era Tremaine fu John W. Campbell Jr. Egli

iniziò la propria carriera come autore di storie di tipo Usuperscientifi-

co", sulla falsariga di E.E. Smith, e in questo campo fu secondo solo al-

lo stesso Smith. Ma in seguito, sotto lo pseudonimo di Don A. Stuart,

cominciò a scrivere storie molto più sottili, dal contenuto assai valido

sia sul piano letterario che su quello dell'impatto emotivo. La prima

storia di questo tipo fu Crepuscolo, pubblicato da Astounding Stories

nel novembre del 1934.

Il migliore, e il più lungo, dei racconti di Stuart fu però Chi va tà?

apparso in Astounding Stories nell'agosto 1938. Chi va la? è incluso in

questa antologia, e se non l'avete mai letto vi invidio, perché è senz'al-

tro una delle storie più intelligenti e insidiosamente spaventose che vi

possa capitare di leggere. Non vi dirò nulla della trama: è senz'altro

meglio che la scopriate da voi.

Nel frattempo, però, si era verificata un'altra piccola rivoluzione.

Nel dicembre 1937, Tremaine era stato promosso a un più alto incari-

co e lo stesso John W. Campbell era diventato direttore di Astounding

Stories. Campbell si amrettò a mutare il nome della rivista in Astoun-

ding Science Fiction; cominciò inoltre a cercare autori con più solide

capacità letterarie, e in grado di descrivere più fedelmente il mondo

della scienza e il modo di lavorare degli scienziati.

Nella maggior parte dei casi, però, egli dovette ricorrere agli autori

già disponibili, cercando di stimolarli e incoraggiarli. Horace Gold

aveva scritto alcuni buoni racconti per Tremaine sotto lo pseudonimo

di Clyde Crane Campbell. Ovviamente non poteva più servirsi di quel-

lo pseudonimo nella nuova situazione. Sul numero di Astounding

Science Fiction del dicembre 1938 Gold pubblicò quindi un racconto

firmato col suo vero nome. Il racconto era Questione di for~na, incluso

nella presente antologia. Si tratta di una descrizione, notevole per rea-

lismo ed efficacia, delle avventure e disavventure di un uomo reso in-

felice, come il titolo accenna, dalla propria forma.

Un altro autore di Tremaine destinato a conquistare fama e allori fu

L. Sprague de Camp. Il suo primo racconto apparve su Astounding Sto-

ries nel dicembre 1937; fu l'inizio di una lunga collaborazione. Spra-

gue de Camp possedeva una solida preparazione in campo storico e

scientifico. Era inoltre uno dei pochi autori di fantascienza molto do-

dati di senso dell'umorismo. Trovò una tribuna a lui particolarmente

adatta quando Campbell decise di fondare una nuova rivista, da af-

fiancare a Astounding Science Fiction. La nuova rivista si chiamò Unk-

nown, e il primo numero uscì nel marzo 1939. L'idea era quella di un

periodico di racconti di genere fantastico, ma non meno rigorosi sul

piano della logica e della coerenza narrativa di quelli pubblicati in

Astounding Science Fiction.

Sprague de Camp divenne rapidamente una colonna della ri~ista, e

il suo spiritosissimo Dividi e domina, con la sua originale, ma tutt'al-

tro che assurda mescolanza di cavalleria medievale e moderna tecno-

logia, apparve nel secondo numero, datato aprile 1939.

Do ora la parola a dieci dei migliori romanzi brevi degli anni Tren-

ta.

H.P. Lovecraft

L'OMBRA FUORI DEL TEMPO

Dopo ventidue anni di incubo e terrore, salvato soltanto dalla dispera- ~r

ta convinzione della fonte mitica di certe impressioni, sono contrario a

garantire la verità di ciò che scopersi in Australia occidentale durante

la notte fra il diciassette e il diciotto luglio del 1935. Vi è motivo di spe-

rare che la mia esperienza sia stata una allucinazione totale o parziale,

per la quale le cause certamente non mancavano. Eppure, il suo reali-

smo fu così terribile che a volte mi sembra impossibile sperare.

Se la cosa è accaduta davvero, allora l'uomo deve prepararsi ad ac-

cettare nozioni del cosmo, e del suo stesso posto nel ribollente vortice

del tempo, la cui mera nozione è paralizzante. Egli deve anche essere, --

messo in guardia contro uno specifico pericolo che è in agguato, e che

pur non potendo inghiottire l'intera razza, potrebbe comportare orrori

mostruosi e inimmaginabili per taluni suoi membri particolarmente

avventurosi.

Per quest'ultimo motivo io sollecito, con tutta la forza del mio essere

di abbandonare ogni tentativo di disseppellire quei frammenti di co-

struzioni sconosciute e primitive che la mia spedizione progettava di

studiare.

Ammesso che fossi sano di mente e ben desto, la mia esperienza di

quella notte non è mai capitata a nessuno. Fu, inoltre, una spaventosa

conferma di tutto ciò che mi ero sforzato di liquidare come mito e so-

gno. Per misericordia di Dio non esistono prove, perché nel mio terrore

perdetti il temibile oggetto che - se reale e portato alla luce da quell'a-

bisso malsano - avrebbe costituito una testimonianza irrefutabile.

Quando m'imbattei per caso nell'orrore ero solo, e fino a oggi non ne

ho fatto parola con nessuno. Non potevo fermare gli altri che scavava-

no nella mia stessa direzione, ma il caso e lo spostamento della sabbia

li hanno salvati finora dal trovarlo. A questo punto sento il dovere di

formulare una dichiarazione precisa, non solo per il mio equilibrio

mentale, ma per awisare coloro che vorranno prendermi sul serio.

Queste pagine - il cui contenuto, almeno all'inizio, risulterà familia-

re ai lettori più attenti dei periodici sia scientifici che d'informazione -

le sto scrivendo nella cabina della nave che mi riporta a casa. Le darò a

mio figlio, il professor Wingate Peaslee, della Miskatonic University,

I'unico membro della mia famiglia che mi sia stato vicino dopo la stra-

na amnesia di molto tempo fa, e l'uomo più informato sugli aspetti più

intimi del mio caso. Di tutte le persone che conosco egli è la meno pro-

pensa a ridicolizzare quanto narrerò di quella notte funesta.

Non l'ho informato verbalmente dei fatti prima di salpare, perché

penso che per lui sia meglio essere messo al corrente per iscritto. Una

comoda lettura e rilettura gli lascerà un quadro più convincente di

quanto potrebbe fare la mia parola confusionaria.

Di questo resoconto farà ciò che meglio crede; potrà rivelarlo, con un

commento idoneo, in qualsiasi campo possa fare del bene. Per amore di

quei lettori non al corrente delle fasi iniziali del mio caso, faccio prece-

dere la rivelazione da un ampio riassunto degli antefatti.

Mi chiamo Nathaniel Wingate Peaslee, e coloro che rammentano le

cronache apparse suoi giornali una generazione fa - o le lettere e gli ar-

ticoli in riviste di psicologia di sei o sette anni addietro- sapranno

qualcosa di me. La stampa fu piena dei particolari della mia misteriosa

amnesia fra il 1908 e il 1913, e si fece un gran parlare delle tradizioni di

orrore, follia, stregoneria che covavano dietro la facciata di normalità

della cittadina del Massachusetts in cui abitavo, e abito anche adesso.

Tengo a precisare che non v'è traccia di pazzia o di episodi inquietanti

nella mia parentela e vita giovanile. E un fatto importantissimo, in re-

lazione all'ombra che calò d'improvviso su di me per ragioni del tutto

esteme.

Può darsi che secoli di oscure leggende abbiano conferito ad Arkham,

città vecchissima e piena di superstiziose dicerie, una speciale vulnera-

bilità a tali ombre, benché anche questo appaia dubbio alla luce degli

altri casi che studiai in seguito. Ma il punto essenziale è che il mio cep-

po e il mio passato sono del tutto normali. Ciò che accadde viene da

qualche altra parte; da dove, ancor oggi esito a dichiararlo esplicita-

mente.

Sono il figlio di Jonathan e Hannah (Wingate) Peaslee, entrambi di

sana, vecchia stirpe di Haverhill. Io nacqui e crebbi a Haverhill nella

vecchia fattoria di Boardman Street presso Golden Hill, e non andai ad

Arkham fin quando non entrai alla Miskatonic University come lettore

di economia politica nel 1895.

Per altri tredici anni la mia vita scorse piana e felice. Sposai Alice

Keezar di Haverhill nel 1896, e i tre figli, Robert, Wingate e Hannah

nacquero rispettivamente nel 1898,1900 e 1903. Nel 1898 divenni pro-

fessore aggiunto e nel 1902 professore di ruolo. Mai provai il minimo

nteresse per l'occultismo o la psicopatologia.

Fu il giovedì quattordici maggio 1908 che ebbe inizio la strana amne-

sia. La cosa fu improvvisa, sebbene in seguito mi rendessi conto che

certe visioni brevi e luminose di parecchie ore prima - visioni caotiche

che mi agitarono moltissimo perché erano senza precedenti - ne dove-

vano avere costituito i sintomi premonitori. Mi doleva la testa e avevo

strane sensazioni - del tutto nuove per me - come se qualcun altro ten-

tasse di impossessarsi dei miei pensieri.

Il crollo avvenne verso le dieci e venti di mattina, mentre stavo te-

nendo una lezione del VI corso di Economia Politica- storia e attuali

tendenze della scienza economica - per gli studenti del primo anno e

qualcuno del secondo. Strane forme cominciarono a danzarmi davanti

agli occhi, e mi sembrò di essere in una stanza bizzarra, diversa dal-

l'aula in cui mi trovavo.

Pensieri e parole presero a divagare, e gli studenti si accorsero che

qualcosa di grave stava accadendo. Poi mi accasciai privo di sensi sulla

sedia, in uno stato di torpore dal quale nessuno fu capace di scuotermi.

Né le mie normali facoltà tornarono a vedere la luce del nostro mondo

per cinque anni quattro mesi e tredici giorni.

Naturalmenté fu da altri che appresi il seguito. Per sedici ore e mezzo

non diedi segni di riprendere conoscenza, benché mi avessero riportato

a casa in Crane Street ventisette e mi avessero prestato le migliori cure

mediche.

Alle tre del mattino del quindici maggio, riaprii gli occhi e cominciai

a parlare, ma ben presto il dottore e la famiglia si spaventarono a mor-

te per la mia espressione e il mio modo di esprimermi. Fu chiaro che

non ricordavo nulla della mia identità e del mio passato, sebbene per

qualche motivo sembrassi ansioso di nascondere questa circostanza.

Guardavo in modo strano le persone intorno a me, e i movimenti dei

miei muscoli facciali erano fuori dal normale.

Anche nel mio modo di comunicare c'era qualcosa che non andava.

Usavo gli organi vocali in modo sgraziato e incerto e la dizione aveva

caratteristiche ampollose, come se avessi appreso la lingua inglese dai

libri e con grande sforzo. La pronuncia era barbaramente estranea, e il

lessico era pieno di strani arcaismi ed espressioni pressoché incom-

prensibili.

Tra queste ultime, una in particolare fu ricordata - con precisione e

angoscia - dal più giovane dei medici per oltre vent'anni. Perché in

quel periodo tale frase cominciò a prendere piede - prima in Inghilter-

ra e poi negli Stati Uniti - e benché complessa e indiscutibilmente nuo-

va essa riproduceva in ogni minimo particolare le parole dello strano

paziente di Arkham, che avevano disorientato la gente nel 1908.

La forza fisica mi tornò subito, benché necessitassi di una notevole

quantità di rieducazione all'uso delle mani, delle gambe e del corpo in

generale. Per questo e per altre perduranti difficoltà connesse col vuoto

di memoria, fui tenuto per un certo tempo sotto strette cure mediche.

Quando mi avvidi che i tentativi di nascondere l'amnesia erano falli-

ti la confessai apertamente e così fui libero di attingere notizie di ogni

genere. Infatti, sernbrò ai medici che io avessi perduto interesse per la

mia vera personalità, non appena avevo scoperto che l'amnesia veniva

accettata come un fatto naturale.

Fu notato che i miei sforzi principali si indirizzavano verso l'appro-

fondimento di certi argomenti della storia, della scienza, dell'arte, del-

la lingua e del folklore alcuni terribilmente astrusi, altri di una sempli-

cità puerile; tuttavia quegli sforzi restarono al di fuori della mia co-

scienza, alrneno in molti casi.

Fu anche notato che possedevo una padronanza inspiegabile di mol-

te cognizioni quasi sconosciute, una padronanza che tendevo non a esi-

bire ma a nascondere. Solevo riferirmi, con noncurante sicurezza, ad

avvénimenti di epoche oscure, al di fuori del campo della storia cono-

sciuta, facendo poi passare questi riferimenti per uno scherzo quando

mi accorgevo della sorpresa che causavano. E quanto al futuro, ne par-

lavo in tal modo che due o tre volte fui causa di vero e proprio spavento.

Queste misteriose alterazioni della coscienza cessarono presto, an-

che se certi osservatori ne imputarono la scomparsa più a prudenza da

parte mia che ad autentica mancanza di congnizioni. Infatti, dimostra-

vo una insolita avidità nell'assorbire lingua, usanze e concezioni del-

I'epoca in cui mi trovavo, come se fossi stato uno studioso in viaggio,

proveniente da una lontana terra straniera.

Appena mi fu permesso, frequentai la biblioteca universitaria a tutte

le ore, e in breve cominciai a far progetti per gli strani viaggi e gli spe-

ciali corsi delle università americane ed europee che sollevarono tanti

commenti negli anni successivi.

Non soffrii mai per la mancanza di contatti eruditi, perché il mio ca-

so clinico mi era valso una certa celebrità fra gli psicologi dell'epoca.

Furono tenute varie conferenze su di me come caso tipico di sdoppia-

mento della personalità, anche se di tanto in tanto misi in imbarazzo i

conferenzieri con bizzarri sintomi o con ironiche allusioni, opportuna-

mente velate.

Di vera cordialità, però, ne incontrai poca. Qualcosa nel mio aspetto

e nel mio modo di parlare suscitava vaghi timori e avversioni in quelli

che incontravo, come se fossi stato enormemente lontano da tutto ciò

che sapeva di normalità e salute. L'idea di un orrore nascosto, collegato

con insondabili abissi, con una strana distanza, era singolarmente dif-

fusa e radicata.

La mia stessa famiglia non fece eccezione. Dal momento del mio ri-

sveglio~ mia moglie mi aveva considerato con estremo orrore e disgu-

sto, giurando che ero un illustre sconosciuto, e che usurpavo il corpo di

suo marito Nel 1910 ottenne il divorzio e non volle mai più vedermi,

ppUre dopo il mio ritorno alla normalità nel 1913. Tali sentimenti fu-

15

rono condivisi da mio figlio maggiore e dalla figlia minore, che da al-

lora non ho più veduti.

Solo il secondogenito, Wingate, fu in grado di vincere il terrore e la

repulsione che il mio cambiamento tendeva a suscitare. In effetti, mi

sentiva estraneo, ma pur avendo solo otto anni si aggrappò all'idea che

il mio io normale sarebbe tornato. E quando fui di nuovo me stesso, lui

mi cercò, e il tribunale mi affidò la custodia del ragazzo. Negli anni

successivi egli mi aiutò negli studi dai quali mi sentivo attratto e oggi,

a trentacinque anni, è professore di psicologia alla Miskatonic Univer-

sity.

Non mi meraviglio, però, della diffidenza che suscitai, perché certo

la mente, la voce, I'espressione della faccia dell'individuo che si svegliò

il quindici maggio 1908 non erano quelle di Nathaniel Wingate Pea-

slee.

Non tenterò di raccontare molto della mia vita tra il 1908 e il 1913,

perché i lettori possono raccogliere tutte le notizie essenziali alla luce

del sole - come dovetti fare io stesso abbondantemente - dagli archivi

dei giornali e dalle riviste scientifiche.

Mi fu consentito di disporre del mio denaro, e lo spesi con parsimo-

nia e nel complesso saggiamente, in viaggi e seminari presso vari centri

di cultura. Anche nei miei viaggi, comunque, le bizzarrie non mancaro-

no, e presero la forma di visite prolungate a luoghi remoti e desolati.

Nel 1909 passai un mese sull'Himalaya e nel 1911 destò molto inte-

resse una gita in cammello che feci negli sconosciuti deserti d'Arabia.

Che cosa mi accadde in quei viaggi non sono mai riuscito a saperlo.

Durante l'estate del 1912 noleggiai una nave e salpai verso l'Artico, a

nord di Spitzbergen, mostrando al ritomo segni di delusione.

Più avanti nello stesso anno trascorsi settimane solitarie addentran-

domi nei vasti sistemi di caverne calcaree della Virginia occidentale,

oscuri labirinti così complicati che non si osò neanche tentare di rico-

struire il cammino da me seguito.

La mia permanen~a presso varie università fu caratterizzata da una

assimilazione di rapidità anomala, come se la mia seconda personalità

possedesse una intelligenza di gran lunga superiore al normale. Ho

inoltre scoperto che il mio ritmo di letture e studi solitari fu fenomena-

le. Apprendevo ogni dettaglio di un libro con una semplice occhiata e

sfogliando velocemente le pagine, mentre la mia abilità nell'interpre-

tare figure complesse in un baleno faceva veramente paura.

A volte comparvero resoconti piuttosto sgradevoli sulla mia capacità

di influenzare i pensieri e le azioni altrui, per quanto avessi avuto l'ac-

cortezza di non fare mai sfoggio di tale facoltà.

Altri sgradevoli resoconti riguardarono la mia intimità con i capi di

certi gruppi di occultisti, e con studiosi sospettati di legami con bande

innominabili di odiosi ierofanti del Vecchio Mondo. Queste voci, ben-

ché mai confermate a quel tempo, furono senza dubbio corroborate dal

tenore di certe mie letture; infatti la consultazione di alcuni libri rari

nelle biblioteche non avvenne in segreto.

Esistono prove tangibili - sotto forma di note a margine - del fatto

che lessi attentamente libri come Cuttes des Goules del Conte di Erlette,

De Vermis Mysteriis di Ludwig Prinn, Unaussprechlichen Kulten di Von

Junzt, i frammenti dell'enigmatico Libro di Eibon e lo spaventoso Ne-

cronomicon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred. Però è anche innegabile

che al tempo della mia strana trasformazione si assisté a una singolare

recrudescenza di culti macabri.

Nell'estate del 1913 cominciai a manifestare segni di noia e di calo di

interesSe, e accennai a vari conoscenti che presto bisognava attendersi

un imminente cambiamento in me. Parlai di episodi della mia vita pas-

sata che riemergeva dall'oblio anche se molti astanti mi giudicarono

insincero perché i ricordi che comunicai furono casuali, e tali che pote-

vano essere stati attinti da vecchie carte private.

Verso la metà di agosto tornai ad Arkham e riaprii la casa di Crane

Street, che era rimasta chiusa a lungo. Là installai un congegno di

aspetto assai strano le cui parti erano state costruite da diversi fabbri-

canti di apparecchi scientifici d'Europa e d'America che tenni accura-

tamente nascosto alla vista di chiunque avrebbe potuto comprenderne

il funzionamento. Coloro che effettivamente lo videro - un operaio, un

domestico e la nuova governante- dicono che fosse uno strano miscu-

glio di barre, ruote e specchi, alto non più di una sessantina di centime-

tri, largo trenta e profondo altrettanto. Lo specchio centrale era circo-

lare e convesso. Ciò fu confermato da quei fabbricanti che riuscii a rin-

tracciare.

La sera di venerdì ventisei settembre misi in libertà la governante e

la ca,meriera fino a mezzogiorno dell'indomani. Nella casa le luci resta-

rono accese fino a tarda ora, e arrivò in automobile un uomo magro,

bruno, dall'aspetto straniero.

Era l'una del mattino quando le luci accese furono viste per l'ultima

volta. Alle due e un quarto un poliziotto osservò la casa ormai buia, ma

l'auto dello sconosciuto era ancora lungo il bordo del marciapiede. Alle

quattrO l'auto non c'era più.

Alle sei una voce esitante dall'accento straniero chiese per telefono

che il dottor Wilson si recasse a casa mia, per risvegliarmi da uno stra-

no svenimento Quella chiamata -interurbana - fu poi rintracciata co-

me proveniente da una cabina pubblica della Stazione Nord di Boston,

ma lo straniero bruno non fu mai più visto.

L~ Quando il medico arrivò a casa mia mi trovò svenuto in soggiorno, in

una poltrona davanti alla quale era stato trascinato un tavolo. Sul pia-

i no levigato c'erano graffl, segno che vi era stato posato un oggetto pe-

sante. Lo strano congegno era sparito e non se ne seppe più nulla. In-

ubbiamente l'aveva portato via il bruno forestiero.

17

Nel caminetto della biblioteca vi erano abbondanti ceneri, evidente-

mente lasciate dalla combustione dei residui di fogli di appunti su cui

avevo scritto dall'inizio la storia dell'amnesia. Il dottor Wilson mi tro-

vò la respirazione molto alterata, ma dopo una iniezione ipodermica

essa divenne più regolare.

Alle undici e un quarto del ventisette settembre mi agitai energica-

mente e la mia faccia, fino a quel momento simile a una maschera, di-

ventò un po' più espressiva. Il dottor Wilson notò che l'espressione non

era quella della mia seconda personalità, ma rassomigliava molto al

mio aspetto precedente. Verso le undici e mezzo mormorai alcune stra-

nissime sillabe, che non sembravano appartenere a una qualsiasi lin-

gua umana. Diedi anche segni di stare lottando contro qualcosa. Poi,

appena passato mezzogiorno - frattanto erano rientrate governante e

cameriera - tornai a esprimermi in inglese.

«...tra i principali economisti di quel periodo Jevons incarna la cor-

rente più propensa al collegamento con le altre branche della scienza.

Il suo tentativo di correlare i cicli di prosperità e depressione del com-

mercio con i cicli fisici delle macchie solari rappresenta probabilmente

l'apice di...«

Nathaniel Wingate Peaslee era tornato, e il suo calendario interno

era fermo al giovedì mattina del 1908, con gli studenti del corso di eco-

nomia che fissavano attenti la logora cattedra sulla piattaforma.

L'adattamento alla vita normale fu per me un processo penoso e diffici-

le. L'oblio di oltre cinque anni della propria vita crea più complicazioni

di quanto si possa immaginare, e nel mio caso i guasti cui porre rime-

dio erano innumerevoli.

Ciò che udii a proposito del mio comportamento dal 1908 in poi mi

stupì e mi turbò, ma tentai di prendere la faccenda con la maggior filo-

sofia possibile. Infine, riottenuto l'affidamento del secondogenito Win-

gate, mi stabilii con lui nella casa di Crane Street e mi sforzai di ripren-

dere l'insegnamento. Mi fu infatti offerto di nuovo il posto di professore

universitario che già mi era appartenuto.

Cominciai a insegnare nel febbraio 1914 e tenni l'incarico per un an-

no. A quel punto mi accorsi di quanto mi avesse danneggiato l'espe-

rienza dell'amnesia. Benché perfettamente integro - almeno così spe-

ravo--e senza lacune nella mia personalità originaria, non avevo più

I'energia nervosa dei vecchi tempi. Sogni confusi e strane idee mi tor-

mentavano di continuo, e quando lo scoppio della guerra mondiale mi

fece rivolgere l'attenzione alla storia, mi ritrovai a pensare a periodi e

avvenimenti di natura stranissima.

La mia percezione del tempo - la capacità di distinguere tra succes-

sione e simultaneità - era alterata in modo indefinibile, sì che assurda-

mente mi pareva di vivere in un'unica epoca, e di poter spaziare con la

mente sull'eternità per conoscere le epoche passate e quelle future.

La guerra mi suscitò strane impressioni di ricordare certe remote

conseguenze future; come se sapessi lo svolgimento degli eventi e po-

tessi guardare indietro verso i loro esiti. Questi quasi-ricordi li seguivo

con gran dolore, e con la sensazione che esistesse una barriera artificia-

le, psicologica a dividerci.

Quando, con circospezione, parlai ad altri di queste mie impressioni

ne ricevetti risposte disparate. Alcune persone mi guardarono con disa-

gio, ma gli esperti di matematica parlarono di nuovi sviluppi della teo-

ria della relatività, teoria destinata in seguito a diventare così famosa.

Il dottor Albert Einstein, dissero, stava per ridurre il tempo a una mera

dimensione.

E Ma sogni e sensazioni inquietanti ebbero il sopravvento su di me, co-

sicché dovetti abbandonare il mio lavoro regolare nel 1915. Fui certo

che le impressioni stavano assumendo una forma insidiosa, dandomi

la continua idea che l'amnesia avesse comportato una qualche forma

sacrilega di scambio, che la seconda personalità fosse stata in realtà

una forza impostasi da regioni sconosciute, e che la mia vera personali-

tà avesse sofferto per la sostituzione.

Da ciò fui indotto a meditazioni confuse e spaventose, circa lo stato

del mio vero io durante gli anni in cui un altro aveva controllato il mio

corpo. Le misteriose cognizioni e la strana condotta dell'inquilino del

mio corpo mi preoccuparono ancora di più quando appresi ulteriori

particolari da persone, giornali e riviste.

Stranezze che avevano confuso i più parevano armonizzarsi terribil-

mente con certe oscure cognizioni che mi avvelenavano il subconscio

nel profondo. Presi a ricercare febbrilmente qualsiasi scampolo di noti-

zia che si riferisse a studi e viaggi dell'altro me stesso durante gli anni

bui.

Non tutti i miei guai furono altrettanto astratti. Vi furono i sogni che

crebbero in vivezza e concretezza. Sapendo come sarebbero stati giudi-

~, cati da molti, ne parlavo di rado con gli estranei, ma feci una eccezione

on mio figlio e con certi psicologi di fiducia. Alla fine, però, decisi di

~liziare uno studio sistematiCo di altri casi, per vedere se certe visioni

j~i~ssero tipiche o meno tra le vittime dell'amnesia.

~' Fui aiutatO da psicologi, storici, antropologi e psichiatri di grande

i~sperienza~ e da studi che comprendevano tutte le documentazioni di

~OppiamentO di personalità, dai tempi delle leggende su presunti casi

F possessione demoniaca fino al presente confortato da accertamenti

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medici; quanto ai risultati, però, questi mi preoccuparono più che con-

solarmi.

In breve appresi che i miei sogni quasi non trovavano riscontro nel

vasto repertorio dei casi di amnesia. Rimase, tuttavia, un'esigua mino-

ranza di casi che per anni mi angustiò e mi impressionò per le analogie

con la mia esperienza. Alcuni erano frammenti di antico folklore, altri

casi clinici negli annali della medicina; uno o due erano aneddoti ri-

portati quasi di sfuggita in opere di storia.

Scopersi così che, se la mia particolare affezione era prodigiosamen-

te rara, esempi di amnesia si erano registrati a lunghi intervalli fin dal-

l'inizio della storia umana. In certi secoli se ne contavano uno, due o tre

casi, in altri nessuno - o almeno nessuno di cui fosse rimasta traccia.

L'elemento essenziale era sempre lo stesso: una persona di normale

intelligenza veniva carpita da una seconda vita misteriosa e portata a

trascorrere una esistenza assolutamente estranea, per un periodo più o

meno lungo; una esistenza caratterizzata all'inizio da una goffaggine

dei movimenti e della parola, poi da una massiccia acquisizione di no-

zioni scientifiche, storiche, artistiche e antropologiche, acquisizione

portata avanti con zelo febbrile e con un potere ricettivo anormale. Se-

guiva un improvviso ritomo alla coscienza normale, tormentata in mo-

do intermittente da oscuri sogni non classificabili, che richiamavano

alla mente frammenti di ricordi confusi ma estremamente inquietanti.

E la stretta somiglianza di tali incubi con i miei - persino nei minimi

particolari - non mi lasciò dubbi sulla loro natura tipica. Uno o due ca-

si avevano un legame in più, di tenue, blasfema familiarità come se fos-

si già giunto a conoscerli attraverso vie cosmiche troppo strane e spa-

ventose da contemplare. In tre casi vi era un accenno specifico a una

macchina sconosciuta, apparentemente assai simile al congegno che

avevo in casa prima del secondo cambiamento.

Un'altra cosa che mi turbò durante le mie ricerche fu la maggior fre-

quenza di casi in cui una breve, fuggevole visione dei tipici incubi si

presentava a persone non colpite da una vera e propria amnesia.

Tali persone erano di intelligenza mediocre o al di sotto della media,

e a volte così rozze da non far pensare che potessero essere veicoli di

erudizione anormale e di acquisizioni mentali soprannaturali. Si ac-

cendevano per un attimo di energia estranea; poi una brusca ricaduta e

un vago ricordo di orrori disumani, presto svanito.

Vi furono almeno tre casi siffatti negli ultimi cinquant'anni, uno solo

quindici anni fa. Qualcosa aveva forse vagato alla cieca attraverso il

tempo venendo da qualche insospettato abisso cosmico? Quei casi era-

no forse esperimenti mostruosi e sinistri di una specie e di una paterni-

tà al di là di ogni sana immaginazione?

Erano quelle alcune delle confuse speculazioni che turbavano le mie

ore di riposo, fantasie favorite da miti scoperti durante i miei studi.

Non potevo infatti dubitare che certe leggende di immemore antichità,

evidentemente ignote a medici e pazienti e collegate ai recenti casi di

amnesia, costituissero una impressionante e temuta elaborazione di

vuoti di memoria come il mio.

Quanto alla natura dei sogni e delle impressioni che crescevano in

me così celermente, ancora ho quasi timore a parlarne. Avevano un sa-

pore di pazzia, e alle volte mi rassegnavo all'idea di stare uscendo di

senno. Vi era un genere speciale di allucinazione che affliggeva coloro

che erano stati colpiti da un vuoto di memoria? Si poteva ipotizzare

che gli sforzi del subconscio per riempire un vuoto angoscioso con

pseudo-ricordi avessero dato origine a misteriose divagazioni fantasti-

che?

In effetti proprio questa fu l'opinione di molti alienisti che mi aiuta-

rono nella ricerca di casi simili al mio, e che condivisero le mie perples-

sità di fronte alle rassomiglianze esatte che scoprii, anche se una spie-

gazione basata sul folklore mi apparve alla fine più plausibile.

Gli alienisti non definirono la mia condizione come pazzia pura e

semplice ma la classificarono piuttosto tra i disordini neuropatici. Il

mio impegno nel cercare di delinearla e analizzarla invece di tentare

invano di liberarmene o di dimenticarla, fu da essi caldamente inco-

raggiato, come un giusto indirizzo terapeutico comforme ai più recenti

indirizzi psicologici. Apprezzai in particolar modo il consiglio di quei

medici che mi avevano tenuto sotto controllo nel periodo in cui ero sta-

to posseduto dall'altra personalità.

I miei primi disordini mentali non furono visivi, ma riguardarono le

questioni più astratte che ho già menzionato. Vi fu anche un senso di

repulsione profonda e inspiegabile verso me stesso. Fui preso da uno

strano timore di guardare la mia figura, come se gli occhi vi scoprissero

qualcosa di completamente estraneo e orribile.

Quando poi mi specchiavo e vedevo le mie consuete sembianze ba-

nalmente vestite di grigio o di blu, provavo uno strano sollievo benché

per arrivarci dovessi vincere un disagio indescrivibile. Evitavo gli

specchi e mi facevo radere sempre dal barbiere.

Ci volle parecchio tempo perché collegassi queste sensazioni con le

fugaci impressioni visive che cominciarono a prodursi. La prima corre-

lazione ebbe a che fare con la misteriosa sensazione di um controllo

:I esternO e artificiale sulla mia memoria.

~ Ero certo che i frammenti di visioni che mi turbavano avessero un si-

|; ~nificato profondo e terribile e uno spaventoso rapporto con me stesso,

~ma che una influenza tenace mi trattenesse dall'afferrare quel signifi-

ato e quel rapporto. Poi sopravvenne la bizzarria dell'elemento tem-

_ o, e con essa i disperati sforzi per collocare le fugaci immagini di sogni

_ ammentari in uno schema cronologico e spaziale.

~Le immagini stesse furono dapprima più strane che orribili. Mi pare-

va di essere in una enorme stanza a volta i cui possenti costoloni in pie-

tra si perdevano quasi tra le ombre sovrastanti. In qualunque tempo o

luogo si svolgesse la scena, il principio dell'arco era tanto noto e tanto

usato quanto al tempo degli antichi Romani.

Vi erano colossali, alte finestre rotonde, porte ad arco e piedistalli e

tavole tanto alti quanto una stanza no}male. Grandi scaffali di legno

scuro tappezzavano le pareti, pieni di volumi di dimensioni mostruose,

con strani geroglifici sul dorso.

Le pareti libere contenevano strane incisioni, consistenti in disegni

curvilinei simili a grafici di funzioni matematiche e in iscrizioni cesel-

late costituite dai medesimi caratteri dei grossi libri. La costruzione in

granito scuro era di tipo megalitico, mostruosamente grande e con file

di blocchi convessi in alto che si adattavano perfettamente alle file con-

cave in basso che vi stavano sopra.

Non c'erano sedie, ma la superficie dei grandi piedistalli era ingom-

bra di libri, carte, materiale per scrivere, o che sembrava tale: recipien-

ti di metallo purpureo decorati da strane figure e bacchette dalle punte

colorate. Per quanto fossero alti, io riuscivo a vedere quei piedistalli co-

me se li sovrastassi. Su alcuni vi erano luminosi globi di cristallo che

servivano da lampade, e macchine incomprensibili formate da condot-

ti trasparenti e sbarre di metallo.

Le finestre erano munite di vetri e di solide sbarre. Benché non osas-

si avvicinarmi e guardare fuori, dá dove ero vidi cime ondeggianti di

vegetali simili a felci. Il pavimento era fatto di solide lastre di pietra ot-

tagonali, e non vidi né tappeti né quadri.

In seguito, ebbi visioni in cui volteggiavo per ciclopici corridoi di

pietra, e su e giù per piani inclinati giganteschi fatti dello stesso mate-

riale. Non esistevano scale, né passaggi più stretti di dieci metri. Certe

strutture per le quali fluttuai dovevano alzarsi verso il cielo per mi-

gliaia di metri.

Verso il basso vi erano molteplici piani di nere volte e botole sigillate

da strisce di metallo che sembravano non venire mai aperte, e che da-

vano una sensazione di particolare pericolosità.

Mi pareva di essere prigioniero, e l'orrore emanava da tutto quello

che vedevo. Intuivo che i geroglifici curvilinei sulle pareti mi avrebbe-

ro distrutto l'anima con il loro messaggio, se non mi fossi trincerato

dietro una misericordiosa ignoranza.

Più tardi i sogni mi portarono visioni, attraverso grandi finestre ro-

tonde e oltre immensi tetti piatti, di curiosi giardini, di ampie zone ari-

de e di parapetti di pietra alti e smerlati, ai quali conduceva il più ele-

vato dei piani inclinati.

Vi erano distese apparentemente infinite di edifici giganteschi, cia-

scuno col suo giardino, allineati lungo vie lastricate, larghe almeno ses-

santa metri. Gli edifici differivano molto l'uno dall'altro, ma pochi mi-

suravano meno di duecento metri di lato. Alcuni parevano così enormi

che dovevano avere una facciata di diverse centinaia di metri, mentre

altri svettavano ad altezze indicibili nel cielo grigio e caliginoso.

Parevano fatti principalmente di pietra o calcestruzzo, e la maggio-

ranza comprendeva lo strano tipo di costruzione curvilinea che avevo

notato nell'edificio in cui mi trovavo. I tetti erano piatti e coperti da

giardini, e avevano i soliti parapetti smerlati. Talvolta vi erano nume-

rose terrazze all'inizio e ampi spazi liberi fra i giardini. Nelle grandi

strade c'era poco movimento, ma nelle prime visioni non riuscii a di-

stinguere i dettagli.

In alcuni luoghi vidi enormi torri scure e cilindriche che si elevavano

ben oltre le altre costruzioni. Si rivelarono di una natura unica, e mo-

strarono segni di vetustà e rovina che avevano del prodigioso. Erano

costruite con uno strano genere di basalto tagliato in quadrati, e leg-

germente affusolate verso la cima arrotondata. In esse non vi erano

tracce di finestre o di altre aperture, eccezion fatta per certi enormi

portoni . Notai anche degli edifici più bassi - butterati da eoni di intem-

perie - che rassomigliavano a quelle torri scure e cilindriche nell'archi-

tettura di base. Attorno a tutte quelle costruzioni particolarmente vec-

chie e di forma cilindrica aleggiava una impalpabile atmosfera di mi-

naccia e di paura concentrata, simile a quella sospesa sopra le botole

ermetiche.

Gli onnipresenti giardini erano quasi terrificanti nella loro stranez-

za, con forme bizzarre e sconosciute di vegetazione che s'incurvavano

su larghi sentieri, affiancati da monoliti decorati da incomprensibili

bassorilievi. Cespugli simili a felci, di una grandezza abnorme, erano

predominanti - alcuni verdi, altri di un pallore diafano, spettrale.

Tra questi sorgevano grandi cose fantomatiche, simili a enormi equi-

seti i cui tronchi simili a bambù torreggiavano fino ad altezze vertigi-

nose. Vi erano poi forme fronzute che ricordavano favolose cicadee,

f, bizzarre macchie verde cupo e alberi simili a conifere.

I fiori erano piccoli, incolori, di specie mai viste, in aiuole geometri-

che e in genere in mezzo al verde.

In qualche terrazza e nei giardini pensili germogliavano fiori più

grandi e più vivaci, dai contorni quasi offensivi, sì da far pensare a una

Q~ltivazione artificiale. Funghi di dimensioni, contorni e colori inim-

' 3 ~aginabjlj punteggiavano lo scenario con esemplari che testimoniava-

una sconosciuta, venerabile tradizione di orticoltura. Nei giardini

~p grandi vi era stato un tentativo di imitare la capricciosità della na-

a, ma sui tetti era stata fatta una maggiore selezione e vi erano più

_ timonianze dell'impiego dell'arte della potatura.

~ cielo era quasi sempre nuvoloso e umido, e talvolta si verificarono

_ pe Piogge torrenziali. Ogni tanto, però, vi erano sprazzi di sole, un

~ che pareva enormemente grande. Qualche volta vidi anche la luna,

i cui mari avevano sfumature diverse dal normale, che non riuscii mai

a identificare precisamente. Quando - molto di rado - il cielo notturno

era sereno vedevo costellazioni quasi irriconoscibili. In alcuni casi ri-

scontrai una certa somiglianza, mai una vera identità. Dalla posizione

dei pochi gruppi che identificai, stimai di trovarmi nell'emisfero terre-

stre meridionale, presso il Tropico del Capricorno.

~1 lontano orizzonte era sempre pieno di vapori indistinti, ma vidi

estensioni, fuori dalla città, di grandi giungle di felci sconosciute, di le-

pidodendri e di sigillariacee, le cui fronde fantastiche ondeggiavano

maliziose nei vapori vaganti. Di tanto in tanto qualcosa sembrava

muoversi nel cielo, ma in quelle prime visioni non distinsi nulla di più

chiaro.

Verso l'autunno del 1914, cominciai ad avere rari sogni in cui fluttua-

vo sopra la città e le regioni circostanti. Vedevo strade interminabili in

mezzo a foreste di paurosa vegetazione con alberi dai tronchi chiazzati,

scanalati e rigati, e in lontananza altre città misteriose come quella che

insistentemente mi tormentava.

Vidi mostruose costruzioni di pietra nera o iridiscente in radure e

spiazzi dove regnava un'eterna penombra, e traversai lunghe strade

rialzate sopra acquitrini tanto scuri che non distinsi la loro umida, ri-

gogliosa vegetazione.

Una volta vidi una zona che si estendeva per innumerevoli chilome-

tri, cosparsa di rovine basaltiche corrose dal tempo, la cui architettura

ricordava le torri senza finestre e dalla sommità arrotondata della città

che mi tornava continuamente nelle visioni.

E una volta vidi il mare - una estensione senza limiti densa di vapo-

ri, al di là delle colossali banchine di pietra di una enórme città tutta

cupole e archi. Grandi, informi ombre si muovevano in alto, e qua e là

la superficie si agitava in modo strano.

Come ho detto, quelle visioni barbare non assunsero subito le loro ter-

ribili caratteristiche. Certamente molte persone hanno sognato cose

intrinsecamente più strane, cose composte da brandelli sconnessi di vi-

ta quotidiana, di immagini e di letture, riunite sotto forma di romanzo

fantastico dagli incontrollati capricci del sonno.

Per un certo tempo accettai quelle visioni come naturali, benché in

precedenza non fossi stato mai un sognatore stravagante. Molte ano-

malie oscure, mi persuasi, dovevano provenire da fonti banali, troppo

numerose per distinguerle; mentre altre parevano riflettere una comu-

ne nozione scolastica della flora e di altre condizioni esistenti nel no-

stro mondo circa centocinquanta milioni di anni fa - nei periodi noti

come Permiano e Triassico.

Nel corso di alcuni mesi, però, l'elemento terrificante comparve con

forza rinnovata. Fu quando i sogni assunsero un indubbio aspetto di ri-

cordi, e quando la mia mente cominciò a collegarli con le mie crescenti

inquietudini, con la sensazione di controllo mnemonico, con la strana

impressione sul tempo, col senso di disgusto provato durante lo scam-

bio con la mia seconda personalità del periodo 1908-1913, e molto più

tardi con l'inesplicabile disgusto per la mia stessa persona.

Quando certi precisi dettagli cominciarono a entrare nei sogni, il lo-

ro orrore crebbe mille volte, finché nell'ottobre 1915 sentii che dovevo

fare qualcosa. Fu allora che intrapresi uno studio tenace di altri casi di

amnesia e di visioni, pensando che così facendo avrei oggettivato i miei

disturbi e mi sarei liberato delle emozioni che mi dominavano.

Tuttavia, come accennato prima, il risultato fu all'inizio pressoché

opposto. Mi sconvolse scoprire che i miei sogni si erano verificati in al-

tri in modo affine, tanto più che certi soggetti erano troppo giovani per

pensare che avessero nozioni geologiche - e quindi un'idea di come si

presentassero i paesaggi preistorici.

E ciò che più conta, molti resoconti fornirono terribili particolari e

spiegazioni in rapporto con le visioni di grandi edifici e giardini simili

a giungle e altre cose. Erano già preoccupanti le visioni e le confuse im-

pressioni, ma quanto accennarono o asserirono alcuni dei sognatori sa-

peva di pazzia e di empietà. Peggio di tutto, la mia stessa pseudo-me-

moria fu sollecitata a concepire sogni ancor più sfrenati e allusioni a fu-

ture rivelazioni. Ciò nonostante la maggioranza dei medici giudicò la

mia iniziativa, nel complesso, opportuna.

Studiai sistematicamente la psicologia, e sotto l'influenza di questo

stimolo mio figlio Wingate fece lo stesso--i suoi studi lo portarono infi-

ne alla sua attuale cattedra di professore. Nel 1917 e 1918 seguii dei

corSi speciali alla Miskatonic University. Intanto la consultazione del-

la documentazione medica, storica e antropologica divenne infaticabi-

le, il che comportò anche viaggi fino a lontane biblioteche e infine la

lettura dei terribili libri di tradizioni proibite dei quali si era tanto in-

teressata la mia seconda personalità. Alcuni di questi erano le stesse

COpie che avevo consultato durante il periodo critico, e fui molto scosso

nel vedere certe annotazioni marginali e apparenti correzioni dell'orri-

~le testo in una scrittura e in un idioma dall'aria stranamente disuma-

Quelle annotazioni erano per lo più nelle rispettive lingue dei vari li-

p, e chi le aveva usate pareva conoscerle tutte con identica padronan-

~- Una nota, però, a margine degli Unaussprechlichen Kulten di von

~zt, differiva in maniera allarmante. Consisteva in geroglifici curvi-

1 25

linei tracciati con lo stesso inchiostro delle correzioni in tedesco, ma

diversi da tutti i geroglifici umani a noi noti. Quei segni erano invece si-

mili, senza tema di errore, ai caratteri che vedevo continuamente nei

miei sogni, caratteri il cui significato talvolta mi pareva di conoscere, o

di essere sul punto di ricordare.

A completare la mia totale confusione, molti bibliotecari mi garanti-

rono che, in base alle precedenti visite e ai cartellini di consultazioni

dei volumi in questione, tutte quelle postille dovevano essere state fat-

te da me durante il periodo della seconda personalità. E ciò malgrado il

fatto che non conoscevo, né conosco, tre delle lingue ivi utilizzate. Met-

tendo insieme le varie documentazioni, antiche e moderne, antropolo-

giche e mediche, giunsi alla conclusione di essere di fronte a una cospi-

cua mescolanza di mito e allucinazione, la cui ampiezza e assurdità mi

lasciarono letteralmente intontito. Solo una cosa mi consolò: il fatto

che i miti risalissero a un'epoca così remota. Quale scienza perduta

avesse suggerito immagini di paesaggi del paleozoico o mesozoico agli

inventori di quelle favole primitive non sapevo immaginarlo, ma le im-

magini erano là. Comunque, doveva pur esserci qualche spiegazione

per la formazione di um'allucinazione ricorrente.

I casi di amnesia fornirono, indubbiamente, il modello generale del

mito, ma in seguito la proliferazione di tradizioni fantasiose deve aver

influito sui sofferenti di amnesia e colorato le loro pseudo-memorie. Io

stesso avevo letto e ascoltato molte di quelle antiche saghe durante il

mio vuoto di memoria - la mia ricerca lo aveva ampiamente dimostra-

to. Non era dunque naturale che i sogni e le impressioni emotive suc-

cessive si colorassero e si modellassero in base a quanto la mia mente

aveva tratto in maniera indefinibile dalla seconda personalità?

Alcuni miti avevano importanti collegamenti con altre oscure leg-

gende del mondo pre-umano, specialmente con racconti indù che par-

lavano di sbalorditivi abissi di tempo, e formavano una parte delle tra-

dizioni dei moderni teosofisti.

Mito primitivo e allucinazione moderna concordavano sulla tesi che

la razza umana sia solo una - e forse la meno importante - delle razze

altamente evolute e dominanti nella lunga vita del nostro pianeta, a

noi ancora in gran parte sconosciuta. Cose di forma inconcepibile, insi-

nuavano, avevano innalzato torri fino al cielo e scavato nei segreti del-

la natura molto prima che lontanissimi progenitori anfibi dell'uomo

fossero usciti strisciando dal mare trecento milioni di anni fa.

Alcune erano calate dalle stelle, poche erano vecchie quanto il co-

smo; altre erano nate rapidamente da germi terrestri tanto prima dei

germi iniziali del nostro ciclo vitale, quanto quest'ultimo è remoto ri-

spetto a noi, di spazi di migliaia di milioni di anni, e di serie di altre ga-

lassie e universi, di questo si parlava. Infatti il tempo, nel senso accet-

tato dall'uomo, non ha in quest'ottica alcun valore.

Ma parecchi racconti e impressioni riguardavano una razza relativa-

mente recente, di forma strana e complicata, dissimile da qualsiasi for-

ma di vita nota alla scienza, che sarebbe vissuta fino a cinquanta milio-

ni di anni prima dell'avvento dell'uomo. Quella, si sosteneva, era stata

la razza più grande di tutte perché essa sola aveva conquistato il segre-

to del tempo.

Aveva appreso tutte le cose che mai si fossero conosciute o che mai si

sarebbero conosciute sulla Terra, mediante una forza mentale capace

di proiettarsi verso il passato e verso il futuro, anche attraverso abissi

di milioni di anni, e di studiare le tradizioni di ogni epoca. Dalle realiz-

zazioni di quella razza nacquero tutte le leggende di profeti, incluse

quelle della tradizione religiosa umana.

Nelle sue grandi biblioteche vi erano una quantità di testi e illustra-

zioni riguardanti tutte le epoche della Terra - storie e descrizioni di

ogni specie passata o futura, con una documentazione completa della

sua arte, delle sue gesta, delle sue lingue e della sua psicologia.

In possesso di una tale scienza che abbracciava tutta l'eternità, la

Grande Razza prelevò da ogni epoca e da ogni forma di vita le concezio-

ni e realizzazioni artistiche e tecniche che più si adattavano alla sua

natura e situazione. La conoscenza del passato, ottenuta mediante una

specie di proiezione mentale al di fuori dei sensi conosciuti, era più dif-

ficile da ottenere che non la previsione del futuro.

Nel secondo caso la direzione era più facile e concreta. Con idoneo

aiuto meccanico una mente poteva proiettarsi avanti nel tempo, se-

guendo l'oscura via extra-sensoriale fino ad avvicinarsi al periodo desi-

derato. Poi, dopo sondaggi preliminari, carpiva le cose migliori tra le

più eccelse forme di vita di quel periodo. Entrava nel cervello dell'or-

ganismo prescelto e là stabiliva le sue vibrazioni, mentre la mente so-

Stituita tornava faticosamente al periodo di quella che l'aveva soppian-

tata, rimanendo nel corpo di quest'ultima fin quando non si verificava

il processo inverso.

La mente proiettata nel corpo dell'organismo del futuro si atteggia-

L va allora come un membro della razza di cui usava la forma esteriore,

imparando il più rapidamente possibile tutto quanto vi era da appren-

dere dell'epoca prescelta e delle sue cognizioni scientifiche e tecniche.

~- ~ Intanto la mente spodestata, gettata indietro nell'epoca e nel corpo

,della usurpatrice, veniva sorvegliata attentamente. Le era impedito di

Fanneggiare il corpo che occupava e le veniva rubato tutto il sapere da

~bili inquisitori. Spesso la interrogavano nella sua lingua, quando ri-

erche precedenti nel futuro avevano fruttato cognizioni di tale lingua.

Se la mente proveniva da un corpo la cui lingua non poteva essere fi-

!a~nente riprodotta dalla Grande Razza, allora ci si serviva di mac-

~e ingegnose che emettevano le frasi nella lingua straniera, come

r strumento che emetteva brani di musica invece che singole note.

I membri della Grande Razza erano immensi coni rugosi, alti tre me-

tri e con la testa e gli altri organi di senso attaccati a membra estensibi-

li, spesse una trentina di centimetri, che partivano dal vertice. Essi

parlavano battendo o grattando enormi zampe o artigli attaccati in

fondo a due dei quattro arti, e camminavano mediante l'espansione e

la contrazione di uno strato viscoso attaccato all'ampia base di tre me-

tri.

Quando lo stupore e il risentimento della mente prigioniera erano

svaniti e quando - nel caso che provenisse da un corpo molto diverso da

quelli della Grande Razza - aveva perduto l'orrore per la sua forma

sconosciuta e temporanea, le veniva concesso di studiare il nuovo am-

biente, sperimentando avvenimenti prodigiosi e ampliando le proprie

conoscenze scientifiche con sensazioni pressoché simili a quelle della

mente usurpatrice.

Con adatte precauzioni, e in cambio di idonei servizi, le veniva per-

messo di vagare per il mondo abitabile in gigantesche astronavi o in

veicoli grandi come transatlantici, forniti di propulsione atomica, e di

far ricerche nelle biblioteche che contenevano gli annali del passato e

del futuro del pianeta.

Questo riconciliò molte menti prigioniere con il loro destino. Perché

tutte erano avide di sapere, e quindi la rivelazione dei nascosti misteri

della Terra- capitoli chiusi di passati straordinari e abissi vertiginosi

del tempo futuro, che comprendevano gli anni successivi alle loro epo-

che di origine - costituiva sempre, malgrado gli spaventosi orrori spes-

so svelati, la somma esperienza della loro vita.

Talvolta certe menti prigioniere avevano il permesso di incontrarsi

con altre menti prigioniere prese dal futuro, per scambiarsi pensieri

con la consapevolezza di vivere cento o mille o un milione di anni pri-

ma o dopo la loro epoca. E tutte erano sollecitate a scrivere abbondan-

temente nella loro lingua, su loro stessi e sulle rispettive epoche, poiché

quei documenti venivano conservati nei grandi archivi centrali.

Possiamo aggiungere che vi fu un tipo speciale di mente prigioniera i

cui privilegi furono assai maggiori di quelli accordati alle altre. Si trat-

tava di esiliate permanenli destinate a morire nel passato perché i loro

corpi del futuro erano stati catturati da membri della Grande Razza, i

quali dovendo affrontare la morte cercarono di sfuggire all'annienta-

mento della propria personalità.

Queste esiliate malinconiche non erano così comuni come si sarebbe

potuto immaginare, poiché la longevità della Grande Razza diminuiva

in essa l'amore della vita, specialmente tra le menti superiori, capaci di

proiettarsi. Da casi di proiezione permanente delle vecchie menti nac-

quero molti di quei cambiamenti durevoli di personalità notati nella

storia posteriore, compresa quella del genere umano.

Quanto ai casi normali di esplorazione, quando la mente usurpatrice

aVeva appreso ciò che voleva del futuro si costruiva una macchina co-

me quella che aveva permesso il primo trasferimento e effettuava a ri-

troso il processo di proiezione. Così essa rientrava nel suo corpo e nella

sua epoca, mentre la mente prigioniera tornava al corpo del futuro, cui

in reáltà apparteneva.

. Solo quando uno dei due corpi era morto durante lo scambio, questa

reintegraZione diveniva impossibile. In tali casi, naturalmente, la

mente esploratrice - a somiglianza di quelle che sfuggono alla morte -

doveva vivere fino alla fine della vita del corpo estraneo, oppure la

mente prigioniera - a somiglianza delle esiliate permanenti - doveva

finire i suoi giorni nel corpo e nella remota epoca della Grande Razza.

Questo destino era meno orribile quando la mente prigioniera ap-

parteneva alla Grande Razza, cosa possibile se si pensa che in tutte le

epoche quella razza si interessò intensamente della propria. Il numero

delle esiliate permanenti della Grande Razza nell'insieme fu scarso so-

prattutto per le gravi punizioni previste in caso di sostituzione delle fu-

ture menti della Grande Razza da parte di moribondi.

Mediante la proiezione, furono presi accordi per infliggere terribili

punizioni alle menti colpevoli nei loro nuovi corpi futuri, e talvolta fu-

rono effettuati nuovi scambi obbligati.

Casi complessi di sostituzione di menti esploranti o già prigioniere

da parte di menti in varie zone del passato furono scoperti e attenta-

mente controllati. In ogni era, a partire dalla scoperta della proiezione

mentale, una quota piccola ma non nulla della popolazione fu formata

da menti della Grande Razza appartenenti a età passate, che vi si trat-

tennero per periodi più o meno lunghi.

Quando una mente prigioniera di origine estranea veniva reintegra-

ta nel suo corpo del futuro, era purgata tramite una complessa ipnosi

meccanica di tutto quanto aveva appreso a proposito della Grande

Razza - Ciò per talune conseguenze preoccupanti connesse col trasferi-

mentO nel futuro di un vasto bagaglio di cognizioni.

I pochi esempi esistenti di palese trasmissione avevano causato, e

causerebbero anche in futuro, grandi disastri. Ed era stato soprattutto

in conseguenza di due casi del genere - stando agli antichi miti - che

l~umanità aveva imparato tutto ciò che sapeva della Grande Razza.

Di quanto è esistito fisicamente di quel mondo lontano eoni, restano

F~ ~Itanto certe enormi, pietrose rovine in luoghi lontani e sotto i mari, e

;~ acune parti dei terrificanti Manoscntti Pnakotici.

'~ Perciò la mente che faceva ritorno alla sua éra conservava immagini

~bolissime e frammentarie di quanto aveva subìto dal momento della

-~ttura. I ricordi da sradicare erano stati sradicati, e in moltissimi casi

llo un buio punteggiato di sogni si protendeva a ritroso, al tempo del

imo scambio. Certe menti ricordavano più di altre, e il casuale acco-

~mentO di ricordi aveva, qualche volta, portato tracce del passato

ibito nelle età future.

Probabilmente non vi fu mai epoca in cui gruppi o culti non conser-

vassero tracce del genere. Nel Necronomicon si accenna alla presenza

di un culto di quel genere fra gli esseri umani, un culto che talvolta for-

nì un aiuto alle menti affinché si librassero attraverso gli eoni partendo

dai giorni della Grande Razza.

Nel frattempo la Grande Razza divenne quasi onnisciente e si dedicò

al compito di organizzare scambi con le menti di altri pianeti - e talvol-

ta di esplorare il loro passato e il loro futuro. Cercò, parimenti, di son-

dare gli anni passati e l'origine di quella sfera nera e morta da eternità,

nel lontano spazio, donde era scaturito il suo patrimonio mentale-

perché la mente della Grande Razza era più antica della sua forma cor-

porea.

Gli esseri di un antichissimo mondo morente, edotti sui segreti ulti-

mi, aveYano guardato innanzi in cerca di un nuovo mondo e di una nuo-

va specie in cui vivere una lunga vita, e avevano mandato le loro menti

in massa nella futura razza più adatta ad accoglierle, cioè gli esseri a

forma di cono che popolarono la nostra terra un miliardo di anni fa.

Nacque così la Grande Razza, mentre la miriade di menti rimandate

indietro furono lasciate morire nell'orrore di stranissime forme. In se-

guito tale razza avrebbe affrontato di nuovo la morte riuscendo però a

salvarsi grazie alla migrazione delle proprie menti migliori nei corpi di

altri esseri con un periodo di sopravvivenza più lungo davanti a loro.

Fu quello lo sfondo delle leggende e delle allucinazioni intrecciate as-

sieme. Quando, attorno al 1920, le mie richerche assunsero una forma

coerente, avvertii un lieve alleggerimento della tensione che le fasi pre-

cedenti mi avevano causato. Dopotutto, e malgrado le fantasie solleci-

tate da cieche emozioni, molti dei miei fenomeni non avevano una spie-

gazione a portata di mano? Qualunque avvenimento fortuito avrebbe

potuto indirizzarmi la mente verso studi occultistici durante l'amne-

sia; e poi avevo letto le leggende proibite e conosciuto membri di culti

antichi e malfamati. Tutto ciò poteva bene avere fornito il materiale

per i sogni e le sensazioni disordinate che mi avevano assalito dopo il

ritorno della memoria.

Quanto alle note a margine scritte nei geroglifici del sogno in lingue

a me ignote, ma a me attribuite dai bibliotecari, forse avevo appreso

una infarinatura di quelle lingue durante la seconda vita, mentre i ge-

roglifici furono indubbiamente creati dalla mia fantasia in base a de-

scrizioni in vecchie leggende, poi riprese dai sogni. Tentai di verificare

certi punti per mezzo di conversazioni coi capi di celebri sette, ma non

arrivai mai a ricostruire i giusti rapporti.

A volte le analogie in casi appartenenti a epoche distanti continuaro-

no a perseguitarmi, come all'inizio, ma d'altra parte riflettei che il fol-

klore era stato più universale nel passato che nel presente.

Forse tutte le altre vittime i cui casi erano simili al mio vantavano

profonde cognizioni e familiarità con i racconti che io avevo scoperto

soltanto durante la mia seconda vita. Quando quelle vittime avevano

perduto la memoria, si erano immedesimate nelle creature dei familia-

ri uniti a loro - i favolosi invasori che si diceva sostituissero le menti

degli uomini - e avevano intrapreso ricerche che, secondo loro, li

avrebbero riportati indietro a un immaginario passato non umano.

Poi, quando riconquistarono la memoria, invertirono la direzione

dell associazione e si identificarono con le precedenti menti prigionie-

re, anziché con quelle usurpatrici. Da lì i sogni e gli pseudo-ricordi che

seguivanO gli schemi del mito convenzionale.

Nonostante l'evidente goffaggine di tali spiegazioni, queste finirono

per soppiantare tutte le altre nella mia mente, soprattutto per la poca

consistenza delle altre teorie. E un ragguardevole numero di eminenti

psicologi e antropologi a poco a poco giunse a condividere le mie idee.

Più riflettevo, più il mio ragionamento mi sembrava convincente; e

alla fine ebbi a disposizione un efficace baluardo contro le visioni e le

impressioni che ancora mi assalivano. Mettiamo che vedessi cose stra-

ne di notte. Ebbene, non erano che frutto di letture o di racconti orali.

Avevo strane repulsioni e visioni? Anche quelle erano solo echi di miti

assorbiti durante la seconda esistenza. Nulla di quanto sognavo, nulla

di quanto sentivo era veramente importante.

Confortato da tale filosofia, ebbi notevoli miglioramenti nell'equili-

brio nervoso, benché le visioni - più che le impressioni astratte - si fa-

cessero più frequenti e ricche di particolari sconvolgenti. Nel 1922 mi

senti in grado di riprendere il lavoro regolare, e sfruttai le nuove cono-

scenze in mio possesso accettando un posto di lettore di psicologia al-

l'università.

La cattedra di economia politica era stata ormai affidata ad altri,

senza contare che i metodi di insegnamento della scienza economica

erano sensibilmente cambiati dal tempo dei miei anni migliori. Mio fi-

glio a quell'epoca si accingeva a seguire gli studi di perfezionamento

per arrivare alla cattedra, e così lavorammo assieme per parecchio

temDo.

~nunque continuai a registrare con cura i sogni vivi, intensi e strava-

ti che mi affollavano la mente. Questi appunti, pensai, erano di au-

ntico valore come documento psicologico. Le fugaci visioni parevano

~ora ricordi, benché io combattessi quella impressione con una buo-

jdose di successo.

31

Scrivendo, trattai le visioni più fantasmagoriche come dati di fatto;

ma dentro di me continuai a considerarle ragnatele illusorie della not-

te. Non avevo mai fatto parola di questi problemi nelle normali conver-

sazioni, per quanto certi riferimenti, filtrati come succede in casi del

genere, avessero sollevato una quantità di voci disperate sulla mia sa-

lute mentale. E buffo constatare come tali voci si limitassero alla cer-

chia dei profani, senza contare un solo seguace tra medici e psicologi.

Delle mie visioni dopo il 1914 ne citerò qui solo poche, in quanto re-

soconti e rapporti più completi sono a disposizione di chi vuole studia-

re seriamente il caso. E evidente che con il tempo le strane inibizioni in

un certo senso svanirono, visto che crebbe moltissimo la portata delle

mie visioni. Comunque non sono mai state altro che frammenti disuni-

ti, apparentemente privi di spiegazione.

In sogno mi sembrava di acquistare una sempre maggiore libertà di

vagabondare. Fluttuavo per misteriosi edifici di pietra, passando dal-

I'uno all'altro per mezzo di enormi corridoi sotterranei, tali da formare

vere e proprie vie di transito. Talvolta negli strati inferiori m'imbatte-

vo in quelle gigantesche botole ermeticamente chiuse intorno alle qua-

li aleggiava un'atmosfera di paura e di cose proibite.

Vidi grandi piscine a mosaico, e stanze piene di strani e inspiegabili

utensili dalle mille fogge, e colossali caverne con macchine complicate,

le cui forme e i cui scopi mi erano sconosciuti e il cui rumore continuai

a udire per anni nei sogni. Vorrei qui far notare che vista e udito erano

gli unici sensi di cui disponessi nel mondo visionario.

Il vero orrore iniziò nel maggio del 1915, quando vidi per la prima

volta delle cose viventi. Questo accadde prima che gli studi mi avessero

insegnato cosa dovevo aspettarmi, tenuto conto dei miti e dei casi clini-

ci. Quando crollarono le barriere mentali, cominciai a intravedere

grandi masse di sottile vapore in varie parti dell'edificio e nelle strade

sottostanti.

Queste si fecero più solide e nette, e infine ne distinsi i contorni mo-

struosi con facilità conturbante. Mi apparvero enormi coni iridescenti

alti circa tre metri e larghi altrettanto alla base, fatti di materia rugo-

sa, squamosa e semi-elastica. Dalla sommità si proiettavano quattro

membra flessibili, cilindriche, ciascuna di trenta centimetri di diame-

tro, e rugose come i coni stessi.

Le membra talvolta si contraevano fino quasi a scomparire, oppure

si estendevano fino a circa tre metri. Due arti terminavano con enormi

artigli o chele, in fondo al terzo vi erano quattro appendici rosse, a for-

ma di tromba. Il quarto arto finiva con un globo irregolare, giallogno-

lo, di circa mezzo metro di diametro e con tre grandi occhi scuri siste-

mati lungo la circonferenza centrale.

Quella testa era sormontata da quattro peduncoli grigi e sottili dota-

ti di appendici a forma di fiore, mentre dal basso pendevano otto an-

tenne o tentacoli verdastri. La grande base del cono principale era li-

mitata da una frangia di sostanza gommosa grigia che muoveva tutta

I'entità mediante l'alternarsi di espansioni e contrazioni.

3 Il loro comportamento, benché innocuo, mi inorridì più del loro

aspett°, perché non è piacevole vedere oggetti mostruosi fare cose che

notoriamente fanno solo gli esseri umani. Quegli oggetti si muovevano

con intelligenza nelle grandi stanze, prendevano libri dagli scaffali, li

portavano sui tavoli o viceversa, e talvolta scrivevano diligentemente

con bacchette speciali sorrette dai tentacoli della testa verdastra. Le

chele enormi venivano usate per portare i libri e nella conversazione il

dialogo consisteva in una serie di schiocchi.

Le creature non indossavano vestiti ma portavano cartelle o zaini ap-

pesi alla sommità del tronco conico. Di solito tenevano la testa e il

membro che la sosteneva al livello del vertice del cono, ma spesso la

sollevavano o I'abbassavano.

Gli altri tre grandi arti pendevano spesso in posizione di riposo lungo

i fianchi del cono e si contraevano fino a un metro e mezzo quando non

servivano. A giudicare da come leggevano, scrivevano e azionavano le

macchine - quelli ai tavoli dovevano svolgere attività intellettuali--ne

conclusi che la loro intelligenza fosse molto maggiore di quella del-

I'uomo.

In seguito li vidi dappertutto; brulicavano per stanze e corridoi, sor-

vegliavano macchine mostruose in cripte a volta, e percorrevano le am-

pie strade su automobili gigantesche a forma di imbarcazione. Smisi di

aver paura di loro quando compresi che pur essendo fisicamente diver-

si costituivano una componente naturalissima del loro ambiente.

Mi si rivelarono differenze individuali fra loro, e alcuni parevano es-

sere sottoposti a qualche specie di controllo. Questi ultimi infatti, pur

non essendo fisicamente diversi, mostravano disomogeneità di gesti e

t abitudini che li distinguevano non solo dalla maggioranza, ma anche

tra di loro.

Scrivevano moltissimo in una gran varietà di caratteri, o almeno co-

sì mi parve nelle confuse visioni; mai nei tipici geroglifici curvilinei

che avevo imparato a conoscere. Pochi, immaginai, usavano il nostro

alfabeto corrente. Moltissimi lavoravano più lentamente della media

3/~- delle altre entità.

Per tutto il tempo dei sogni, la mia parte era quella di una coscienza

~; Corporea con una gamma di visioni maggiore del normale; fluttuavo,

~ppure ero costretto nei limiti delle strade normali e della velocità del

~affico. Fu solo nell'agosto 1915 che certi sospetti di esistenza corpo-

_ a preserO ad angosciarmi. Dico angosciarmi perché la prima fase fu

~a associazione mentale astratta, ma terrificante, della ripugnanza

~porea, già rilevata, con le scene delle visioni.

~er qualche tempo la preoccupazione principale durante i sogni fu

quella di evitare di guardarmi, e ricordo come fui grato per la mancan-

za totale di grandi specchi nelle misteriose stanze. Mi turbò molto il

fatto di vedere sempre le grandi tavole - la cui altezza non poteva esse-

re inferiore a tre metri- non dal basso ma dall'alto.

Poi la tentazione di guardarmi si fece sempre maggiore, finché una

notte non resistetti. Dapprima, abbassando lo sguardo, non vidi nulla.

Un attimo dopo mi accorsi che ciò era dovuto al fatto che la testa era in

cima a un collo flessibile di enorme lunghezza. Ritraendo il collo e ab-

bassando lo sguardo, vidi la massa rugosa, squamosa, iridescente di un

grande cono alto tre metri e largo altrettanto alla base. Fu allora che

svegliai mezza Arkham con le mie grida, quando riemersi come un paz-

zo dall'abisso del sonno.

Soltanto dopo settimane di odiosa ripetizione finii per riconciliarmi

in parte con quelle visioni di me stesso sotto mostruose sembianze. Nei

sogni, allora, mi muovevo con il corpo in mezzo alle altre entità scono-

sciute, leggevo libri terribili presi dagli infiniti scaffali e scrivevo per

ore alle grandi tavole con stili impugnati dai verdi tentacoli che mi

pendevano dalla testa.

Brani di quanto leggevo e scrivevo indugiavano nei miei ricordi. Vi

erano annali di altri mondi e altri universi, e tumulti di vita senza for-

ma al di fuori di tutti gli universi. Vi erano documenti su strani ordini

di esseri che avevano popolato il mcmdo in passati dimenticati, e terri-

ficanti cronache di intelligenze dai corpi grotteschi che lo avrebbero

popolato milioni di anni dopo la morte degli ultimi esseri umani.

rmparai capitoli di storia umana la cui esistenza nessuno studioso di

oggi ha mai sospettato. La maggioranza di tali scritti era nella lingua

dei geroglifici, che io studiai in modo bizzarro con l'aiuto di macchine

ronzanti, e che era evidentemente un idioma agglutinante con sistemi

di radici assolutamente dissimili da quelli esistenti nelle lingue uma-

ne.

Altri volumi erano in lingue sconosciute, che avevo appreso nella

stessa strana maniera. Pochissimi erano scritti in lingue a me note. Pit-

ture di pregevole fattura, sia inserite negli annali sia raccolte in colle-

zioni a parte, mi aiutarono immensamente. E per tutto il tempo mi

parve di scrivere la storia della mia epoca in inglese. Al risveglio, ricor-

davo solo minimi brandelli senza significato delle lingue di cui ero pa-

drone nel sogno, mentre conservavo il ricordo di intere frasi della mia

storia.

Ancor prima che avessi studiato i casi paralleli, o i vecchi miti da cui

indubbiamente erano scaturiti i sogni, io seppi che le entità che mi cir-

condavano erano della più grande razza del mondo, quella che aveva

conquistato il tempo e aveva inviato menti esplorative in ogni epoca.

Seppi anche che ero stato sradicato dalla mia epoca mentre un altro

usava il mio corpo in quell'epoca. Mi pareva di parlare, in una strana

lingua fatta di battiti di artigli, Corl intelletti provenienti da ogni ango-

lo del sistema solare.

Vi era una mente venuta dal pianeta che noi conosciamo come Vene-

re, che viveva in incalcolabili epoche a venire, e un'altra di una luna di

Giove che viveva sei milioni di anni nel passato. Di menti terrestri ce

n'eranO alcune appartenenti alla razza dell'Antartide del Paleogene,

con ali, testa fatta a stella e di natura semi-vegetale; una alla gente-

rettile della leggendaria Valusia; tre agli adoratori di Tsathoggua, iper-

borei pelosi, pre-umani; una agli abominevoli Tcho-Tcho; due agli

aracnidi dell'ultima era della Terra; cinque alla coraggiosa specie dei

coleotteri che verrà subito dopo il genere umano, e nella quale la Gran-

de Razza avrebbe un giorno trasferito in massa le sue menti più acute,

nella imminenza di un'orribile pericolo, e parecchie a diversi rami del-

I'umanità.

Parlai con la mente di Yiang-Li, un filosofo del crudele impero di

Tsan-Chan che verrà nel cinquemila; con quella di un generale del bru-

no popolo dalle grosse teste che governò in Sud Africa nel cinquanta-

mila a.C.; con quella di un monaco fiorentino del dodicesimo secolo, di

nome Bartolomeo Corsi; con quella di un re di Lomar che aveva domi-

nato su quella terribile terra polare centomila anni prima che i tarchia-

ti e gialli Inutos giungessero dall'ovest per annientarla.

Parlai con la mente di Nug-Soth, un mago dei bruni conquistatori

del sedicimila; con quella di un antico romano, Titus Sempronius Blae-

sus, che era stato questore ai tempi di Silla; con quella di Khephnes, un

egizio della quattordicesima dinastia, il quale mi narrò i terribili se-

greti di Nyarlathotep; con quella di un sacerdote del regno di mezzo ad

Atlantide; con quella di un gentiluomo del SuffoLI~ ai tempi di Crom-

well, James Woodville; con quella di un astronomo di corte del Perù

pre-Incas; con quella di un fisico australiano, Nevel Kingston-Brown,

che morirà nel duemilacinquecentodiciotto; con quella di Theodori-

des, un ufficiale greco-bactriano del duecento a.C.; con quella di un an-

ziano francese del tempo di Luigi XIII, Pierre-Louis Montagny; con

quella di Crom-Ya, un condottiero cimmerio del quindicimila a.C., e

oon tanti altri di cui il mio cervello non ha conservato gli impressio-

nanti segreti e i prodigi che mi rivelarono.

~ Ogni mattina mi destavo in fermento, certe volte con la voglia frene-

r~ tica di controllare la verità di informazioni che rientravano nell'ambi-

b delle moderne cognizioni umane. I fatti tradizionali assunsero

ISpetti nuovi e di difficile valutazione, e mi stupii della fantasia onirica

~pace di aggiungere simili appendici alla storia e alla scienza.

I~Rabbrividii per i misteri che il passato poteva celare, e tremai al pen-

~ero delle minacce che il futuro ci avrebbe riservato. Quanto veniva

ennato nei discorsi delle entità post-umane circa la sorte dell'uma-

mi fece un effetto che non so tradurre in parole.

Dopo l'uomo vi sarebbe stata la potente civiltà dei coleotteri, i cui

corpi sarebbero stati catturati dal meglio della Grande Razza quando

la mostruosa condanna fosse calata sul vecchio mondo. Più tardi, alla

chiusura del ciclo della Terra, le menti trasferite avrebbero di nuovo

migrato attraverso il tempo e lo spazio verso un altro luogo, per fer-

marsi nei corpi delle bulbose entità vegetali di Mercurio. Ma dopo di

loro sarebbero venute altre razze, pateticamente abbarbicate al freddo

pianeta e rintanate in profondità piene di orrore, prima della rovina fi-

nale.

Frattanto, nei miei sogni, io scrivevo indefessamente quella storia

della mia epoca che preparavo - in parte volontariamente e in parte

con la promessa di maggiori possibilità di consultazioni in biblioteca e

di viaggi - per gli archivi centrali della Grande Razza. Gli archivi era-

no in un colossale edificio sotterraneo vicino al centro della città, che

imparai a conoscere bene. Quella miniera di informazioni che, secondo

gli intendimenti, doveva durare quanto la razza e sopportare le più vio-

lente agitazioni terrestri, superava tutte le altre costruzioni quanto a

massiccia solidità.

Gli annali, scritti a mano o stampati su grandi pagine di una sostan-

za derivata dalla cellulosa e straordinariamente resistente, erano rac-

colti in volumi che si aprivano dall'alto ed erano conservati in cassette

di un metallo sconosciuto, leggero e inossidabile, di colore grigio, deco-

rate con disegni matematici e con il titolo nei geroglifici curvilinei del-

la Grande Razza.

Queste cassette erano sistemate in innumerevoli file di scaffali muni-

ti di sportelli chiusi a chiave, lavorati nello stesso metallo e chiusi da

manopole dall'intricato funzionamento. La mia storia fu assegnata a

un determinato posto nelle volte del piano più basso o dei vertebrati, la

sezione dedicata alle civiltà dell'uomo e delle razze pelose simili a ret-

tili che ne furono i predecessori immediati nel dominio della Terra.

Ma nessuno dei sogni mi fornì mai un quadro completo della vita quo-

tidiana. Erano tutti frammenti oscuri, sconnessi, e certamente non si

manifestarono nella giusta sequenza. A esempio, ho una idea molto im-

perfetta di come fosse organizzata la mia vita nel mondo onirico; però

mi sembra di aver posseduto una grande stanza di pietra, tutta per me.

Le mie limitazioni di prigioniero scomparvero a poco a poco, così alcu-

ne visioni inclusero vividi viaggi lungo le grandiose strade nella giun-

gla, soggiorni in città misteriose, esplorazioni di enormi rovine scure e

prive di finestre, dalle quali la Grande Razza si teneva lontana per uno

strano senso di paura. Vi furono anche lunghi viaggi per mare su naVi

ti ir.~'rf~lihilmPnte v:'l()ci e ~ite sonra terre selva~e

za, e in un lontano continente vidi i rozzi villaggi delle creature alate e

con il nero muso prominente che si sarebbero evolute come razza do-

minante una volta che la Grande Razza avesse mandato le sue menti

più eccelse nel futuro, per sfuggire a un orrore strisciante. Uniformità

ed esuberante vegetazione erano sempre le note fondamentali del pae-

saggio. Le colline erano basse e rare e di solito mostravano segni di atti-

vità vulcanica.

Sugli animali che vidi potrei scrivere interi volumi. Tutti erano sel-

vatici, perché la civiltà meccanizzata della Grande Razza aveva aboli-

to gli animali domestici, mentre il cibo era interamente vegetale o sin-

tetico. Goffi rettili di grande mole sguazzavano in fumose paludi, flut-

tuavano nell'aria pesante o si gettavano in mari e laghi; e tra quelli io

immaginai di riconoscere vagamente i prototipi più piccoli e meno

evoluti di molte specie - dinosauri, pterodattili, ittiosauri, labirinto-

donti plesiosauri, e simili - resi familiari dalla paleontologia. Uccelli o

mammiferi non ne scopersi.

Il terreno e gli acquitrini pullulavano di serpenti, lucertole, cocco-

drilli e insetti ronzavano di continuo tra la rigogliosa vegetazione. In

~L lontananza, sul mare, mostri sconosciuti nascosti sott'acqua zampilla-

vano altissime colonne di schiuma nel cielo saturo di vapori. Una volta

fui portato sotto l'oceano in un gigantesco sottomarino munito di ri-

flettori, e intravidi orrori viventi di grandezza paurosa. Vidi anche le

rovine di incredibili città sepolte e la profusione di vita crinoide, bra-

chiopode, corallina e ittica che abbondava dovunque.

Poche furono le informazioni che le mie visioni conservarono della fi-

siologia~ psicologia, tradizioni, storia particolareggiata della Grande

Razza, e molti dei punti sparsi che qui raccolgo furono spigolati dagli

studi delle vecchie leggende e da altri casi, più che dai miei sogni.

Col tempo, infatti, letture e ricerche si tennero al passo con i sogni, e

1 ~ in molte fasi le superarono, cosicché taluni frammenti onirici furono

egati in anticipo e costituirono verifiche di quanto avevo imparato.

j~Ciò rafforzO in me la convinzione consolante che simili letture e ricer-

~he, Compiute dalla mia seconda personalità, avessero costituito la

~nte di tutto il tessuto orribile delle pseudo-memorie.

~ L~antichità del periodo cui si riferivano i miei sogni, evidentemente,

_ ~ inferiore ai centocinquanta milioni di anni fa, quando il paleozoico

~ciò il posto al Mesozoico. I corpi occupati dalla Grande Razza non

_ presentarono nessuna linea evolutiva - almeno provata scientifica-

_ ~te- della fauna terrestre, ma possedevano una omogeneità parti-

_ re ed erano di tipo organico molto specializzato, collocabile a metà

_ da tra lo stato ve~etale e auello animale.

uno dei grandi arti flessibili era sempre semifluido, e sotto molti aspet-

ti totalmente diverso dal cibo degli animali colà presenti.

Gli esseri conici possedevano soltanto due dei sensi conosciuti--vista

e udito - quest'ultimo esercitato mediante le appendici a forrna di fiore

sui peduncoli grigi che stavano sopra la testa. Di altri sensi incompren-

sibili - e comunque non ben utilizzabili da menti estranee e prigioniere

racchiuse nei loro corpi - ne possedevano molti I loro tre occhi erano

sistemati in maniera da consentire loro un campo visivo più ampio del

normale. Il loro sangue era una specie di icóre verde scuro di forte den-

sità.

Non avevano sesso, ma si riproducevano per mezzo di semi o spore

che si raccoglievano sulla loro base e si sviluppavano soltanto sott'ac-

qua. Per la crescita dei figli usavano grandi vasche poco profonde - ma

i piccoli venivano allevati in numero modesto data la longevità dei

membri della loro specie - il normale periodo di vita andava infatti dai

quattro ai cinquemila anni.

Individui con evidenti difetti venivano eliminati appena si scopriva-

no tali difetti. Le malattie o I'avvicinarsi della morte, in mancanza del

senso del dolore fisico, venivano riconosciuti da sintomi puramente vi-

sivi.

I morti erano cremati con cerimonie solenni. Ogni tanto, come si è

detto, una mente acuta sfuggiva alla morte proiettandosi innanzi nel

tempo; ma non si trattava di casi numerosi. Quando se ne verificava

uno, la mente cacciata dal futuro veniva trattata con estrema gentilez-

za fino alla morte del suo involucro estraneo.

La Grande Razza formava un'unica nazione o lega la cui coesione era

assicurata da blande regole. Le maggiori istituzioni erano in comune,

ma esistevano quattro divisioni assai nette. Il sistema politico e econo-

mico di ogni unità era una specie di socialismo autoritario con le prin-

cipali risorse distribuite in modo razionale e il potere affldato a un ri-

stretto consiglio di governo eletto con i voti di tutti coloro che avevano

superato certe prove educative e psicologiche. L'organizzazione fami-

liare non era tenuta in gran conto benché si riconoscessero i legami tra

le persone di comune discendenza e i giovani fossero generalmente al-

levati dai genitori.

Rassomiglianze con atteggiamenti e istituzioni umane erano molto

spiccate, naturalmente, in quei campi che riguardavano certi principi

astratti, oppure registravano il predominio dei bisogni basilari e non

specifici comuni a tutta la vita organica. Talune altre somiglianze veni-

vano da una scelta cosciente perché la Grande Razza sondava il futuro

e copiava quanto le piaceva.

L'industria tecnicamente molto evoluta richiedeva pochissimo tem-

po a ogni cittadino; l'abbondante tempo libero veniva dedicato ad atti-

vità intellettuali ed estetiche di varia natura.

Le scienze erano a un incredibile grado di sviluppo e l'arte era un

'~ aspetto essenziale dell'esistenza, sebbene nel periodo dei miei sogni es-

sa fosse già in una fase di decadenza. La tecnologia era grandemente

stimolata dalla perenne lotta per sopravvivere e tenere in vita il tessuto

fisico delle immense città, imposto dai mostruosi sollevamenti geolo-

gici dei primordi.

I reati erano sorprendentemente rari e venivano trattati con un siste-

ma efficacissimo. Le punizioni andavano dalla privazione dei privilegi

e dalla carcerazione, alla morte o a forti torture emotive, e non erano

mai inflitte senza un attento esame dei moventi criminosi.

La guerra, per lo più civile negli ultimi millenni, ma talvolta mossa

contro i Vecchi Alati dalla testa stellata che popolavano l'Antartico, era

un avvenimento insolito, ma orribilmente devastante. Un esercito

enorme che faceva uso di armi simili ad apparecchi fotografici capaci

di prodúrre terribili effetti elettrici, veniva tenuto in efficienza per sco-

pi di cui poco si parlava, ma evidentemente collegati con il perenne ti-

more delle oscure, vecchie rovine senza finestre e delle grandi botole

ermetiche ai piani sotterranei più bassi.

La paura delle rovine e delle botole di basalto era soprattutto una

questione di idee non dette, o al massimo di mezzi sussurri furtivi.

Qualunque cosa essi racchiudessero, era assente dai libri che riempiva-

no i comuni scaffali. Era l'unico argomento considerato tabù dalla

Grande Razza, forse collegato sia con le orribili lotte passate, sia con il

futuro pericolo che avrebbe un giorno costretto la razza a trasferire nel

futuro le sue menti più fervide, in massa.

Le altre informazioni offerte da sogni e leggende erano imperfette e

frammentarie, ma quell'argomento era tenuto segreto in modo assai

sooncertante. I vaghi miti antichi evitavano di parlarne - o forse qual-

siasi allusione in proposito era stata tolta per qualche motivo. E nei so-

gni, miei e di altri, le tracce erano pochissime. I membri della Grande

Razza non si riferivano alla cosa intenzionalmente, e quanto se ne po-

teva sapere veniva soltanto da certe menti prigioniere particolarmente

acute e osservatrici.

Secondo quei ritagli di notizie, il fondamento della paura stava in un

a~ibile antichissima razza di entità estranee, mezze polipi, venuta at-

~averSo lo spazio da universi incommensurabilmente lontani che ave-

~dominato la terra e altri tre pianeti del sistema solare circa seicento

pioni di anni fa. I suoi membri erano solo parzialmente materiali -

pndo il nostro concetto di materia - e il loro genere di coscienza e di

~zzi di percezione differiva notevolmente da quello degli organismi

pstri. Per esempio, ai loro sensi mancava la vista; il loro mondo

~tale era costituito da impressioni misteriose, non visive.

~ano, tuttavia, abbastanza solidi per usare utensili di materia nor-

~, quandO erano in zone cosmiche in cui aveva senso servirsene, e

necessitavano di alloggi - quantunque di genere particolare. I loro sen-

si potevano attraversare tutte le barriere materiali, ma la loro sostanza

no; certe forme di energia elettrica potevano distruggerli totalmente

Erano capaci di moto aereo, malgrado la mancanza di ali o altri mezzi

visibili di sollevamento. Le loro menti erano di tale natura che la Gran-

de Razza non poteva fare scambi con loro.

Quando questi esseri vennero sulla Terra, costruirono grandiose cit-

tà di basalto con edifici senza finestre, altissimi, e distrussero orribil-

mente gli originari abitanti del pianeta. Quella era la situazione quan-

do le menti della Grande Razza saettarono nel vuoto da quel mondo te-

nebroso e trans-galattico noto col nome di Yith nei sinistri e discutibili

Frammenti di Eltdown.

I nuovi arrivati, con gli strumenti che idearono, sottomisero con faci-

lità le entità rapaci e le imprigionarono in quelle caverne della profon-

da terra che queste ultime avevano già collegato con le loro abitazioni

e dove già avevano cominciato ad abitare.

Ne avevano poi sigillate le entrate e li avevano abbandonati al loro

destino, dopo aver conquistato gran parte delle grandi città e rispar-

miato certi edifici importanti per motivi legati più alla superstizione

che a indifferenza, audacia, o zelo scientifico e storico.

Ma, col passare degli eoni vennero segni indistinti e funesti che le co-

se più anziane si erano fatte forti e numerose nel mondo sotterraneo. Vi

furono sporadiche irruzioni di tipo particolarmente detestabile in cer-

te città piccole e remote della Grande Razza, e in alcune vecchie città

abbandonate che la Grande Razza non aveva popolato- luoghi dove gli

accessi agli abissi sottostanti non erano stati opportunamente sigillati

o sorvegliati.

Dopo ciò furono prese maggiori precauzioni, e molti accessi furono

chiusi per sempre - alcuni però furono dotati di botole ermetiche per

uso strategico, in caso di lotta contro le entità più anziane, caso mai

avessero fatto irruzione in luoghi imprevisti.

Le irruzioni di quelle entità dovevano essere state impressionanti ol-

tre ogni descrizione, perché avevano lasciato un marchio permanente

nella psicologia della Grande Razza. Tale fu lo stato di angoscia perdu-

rante che non fu mai detto il vero aspetto fisico di quelle creature. Mai

riuscii a cogliere un chiaro accenno alle loro sembianze.

Vi furono velate allusioni a una plasticità mostruosa e a temporanei

intervalli di invisibilità, mentre altre voci frammentarie si riferivano

al controllo e all'uso militare dei grandi venti da essi operato. Strani

rumori fischianti e orme di piedi colossali con cinque impronte di dita

circolari venivano ugualmente associati a quelle cose.

Era chiaro che la futura catastrofe, così temuta dalla Grande Razza -

I'incombente distruzione che un giorno avrebbe costretto all'esilio mi-

lioni di fervide menti attraverso gli abissi del tempo verso strani corpi

in un futuro più sicuro - aveva a che fare con la generalizzata irruzione

degli esseri antichi, che avrebbero ottenuto la vittoria.

Le proiezioni mentali attraverso le ere avevano preannunziato un ta-

le orrore, e la Grande Razza aveva deciso che nessuno di quelli che po-

tevan° fuggire doveva affrontarlo. Infatti la scorreria avrebbe avuto il

sapore di una vendetta, più che di un tentativo di rioccupare il mondo

esternO, e questo lo sapevano dalla recente storia del pianeta, perché le

loro proiezioni rivelarono un andirivieni di razze successive non di-

sturbate dalle entità mostruose.

Forse quelle entità avevano finito per preferire gli abissi profondi

della Terra alla inquieta superficie devastata dalle tempeste, poiché

per loro la luce non aveva la minima importanza. Forse si erano anche

indeboliti attraverso gli eoni. In realtà si sapeva che sarebbero stati

estinti al tempo della razza post-umana dei coleotteri, nella quale si sa-

rebbero insediate le menti degli esuli.

~el frattempo la Grande Razza continuò la prudente sorveglianza

con potenti armi sempre pronte, nonostante l'argomento fosse bandito

dalla conversazione di ogni giorno e dalla documentazione visibile. E

sempre l'ombra della paura senza nome aleggiava attorno alle botole

sigillate e alle torri oscure e senza finestre.

Ecco il mondo di cui ogni notte i sogni mi portavano echi indistinti e

sparsi. ~Ion spero di darvi una vera idea dell'orrore e dello spavento

contenuti in quegli echi, perché tali sensazioni dipesero essenzialmen-

te da caratteristiche inafferrabili - dalla differente sensibilità della

pseudo-memoria.

Come ho detto gli studi mi consentirono una graduale difesa contro

quei sentimenti sotto forma di spiegazioni razionali e psicologiche, e

tale influenza positiva fu accresciuta dal misterioso potere dell'abitu-

dine, che si dispiega col passare del tempo. Malgrado tutto, il vago ter-

j, IlOre serpeggiante tornava di tanto in tanto, momentaneamente. Ma

t non mi inghiottiva più come una volta, e dopo il 1922 io vissi una vita

rmale di lavoro e di svago.

~ ~E Nel corso degli anni cominciai a capire che la mia esperienza - insie-

v ~e con i casi analoghi e il relativo foL~lore - meritava di essere riassun-

e pubblicata a beneficio degli studiosi più seri . Perciò preparai una

_ ie di articoli che riassumevano tutta la storia, e li illustrai con schiz-

~approssimativi di forme, scene, motivi decorativi e geroglifici, così

_me li ricordavo dai so~ni.

Tali articoli apparvero a intervalli durante il 1928 e il 1929 nel Jour-

nal of the American Psychological Society, ma non suscitarono molto in-

teresse. Intanto io proseguii il diario dei miei sogni con cura minuzio-

sa.

Il I O giugno t 934 la Psychological Society mi spedì la lettera che aprì

la fase culminante e più orribile di quella folle esperienza. La lettera re-

cava il timbro postale di Pilbarra, in Australia Occidentale, e recava la

~irma di un uomo che scopersi essere un assai stimato tecnico minera-

rio. Erano accluse alcune bizzarre istantanee. Ne riproduco il testo in-

tegralmente, e i lettori comprenderanno senza dubbio quale e~fetto eb-

bero su di me la lettera e le fotografie.

Per un certo tempo rimasi inebetito e incredulo. Spesso avevo pensa-

to che un certo fondamento di realtà doveva esistere in alcune parti

delle leggende che avevano colorato i miei sogni, ciò nondimeno ero

impreparato alla tangibile sopravvivenza di un mondo perduto e re-

moto. Più terribili di tutto furono le fotografie, perché là, in un freddo

in~ontrovertibile realismo spiccavano su uno sfondo di sabbia certi

blocchi di pietra deteriorati dalle intemperie, che presentavano la

sommità convessa e la base concava in un modo per me assai eloquen-

te.

E quando esaminai le fotografie con una lente d'ingrandimento vidi

chiaramente su quelle super~ici rovinate e butterate, le tracce di quei

disegni curvilinei e di quei geroglifici la cui importanza era diventata

per me così enorme. Ma ecco la lettera cui credo ci sia poco da aggiun-

gere.

49, Dampier Street

Pilbarra, Australia Occidentale

18 maggio 1934

Professore N.W. Peaslee

presso American Psychological Society

30, Quarantunesima Strada Est

l~lew York City, U.S.A.

Egregio signore,

a seguito di una recente conversazione con il Dottor E.M. Boyle di

Perth, e di certi suoi articoli che il dottor Boyle mi ha appena inviato, ri-

tengo consigliabile parlarle di cose che ho visto nel Gran deserto sabbio-

so, a oriente del nostro terreno aurifero. In considerazione delle curiose

leggende su antiche città con enormi opere in pietra e misteriosi disegni

di geroglifici che lei descrive, sembrerebbe che mi sia capitato fra le ma-

ni qualcosa di veramente importante.

~li indigeni parlano da sempre di «grandi pietre con dei segni sopra«,

e pare che abbiano molta paura di tali oggetti. Le collegano in qualche

modo con le loro leggende su Buddai, il vecchio gigantesco che da secoli

giace addormentato sottoterra, con la testa sul braccio, e che un giorno si

sveglierà e mangerà il mondo.

Vi sono racconti antichissimi e ormai molto vaghi di enormi dimore

Sotterranee fatte di grosse pietre, dove i corridoi conducono sempre più

in profondità e dove sono accadute cose orribili. Gli indigeni sostengono

che una volta alcuni soldati in fuga dopo una battaglia penetrarono in

uno di questi passaggi e non tornarono più indietro, ma che dal luogo co-

minciarono a soffiare venti spaventosi dopo che costoro furono scesi. Tut-

tavia non c'è molto buon senso in ciò che raccontano gli indigeni.

Ma ho ben altro da dirle. Due anni fa, quando esploravo la regione in

cerca di giacimenti, a circa ottocento chilometri a est, nel deserto, mi im-

battei in una quantità di strani pezzi di pietra decorata, forse della misu-

ra di un metro per mezzo metro, e dello spessore di circa sessanta centi-

metri, logorati e butterati quant'altri mai.

Dapprima non rilevai i segni di cui parlavano gli indigeni, ma poi os-

servando meglio notai delle linee profondamente incise. Erano curve

particolari, proprio come avevano affermato i nativi. Ce ne dovevano es-

sere trenta o quaranta blocchi, alcuni quasi sepolti nella sabbia, e tutti in

[ un raggio di circa quattrocento metri.

Incuriosito, ne cercai altri e feci un attento calcolo del luogo con i miei

strumenti. Scattai anche delle foto di dieci o dodici tra i blocchi più tipi-

ci, le cui copie ho accluso alla presente lettera.

Passai informazioni e fotografie alle autorità governative di Perth, ma

3 non hanno assunto alcuna iniziativa in proposito.

Poi conobbi il dottor Boyle, che aveva letto i suoi articoli nel Journal of

theAmerican Psychological Sociely e dopo un poco, mi capitò di accenna-

re alle pietre. Egli si dimostrò interessatissimo e il suo entusiasmo rag-

giunse il colmo quando gli mostrai le istantanee. Disse che le pietre e i se-

gni assomigliavano incredibilmente alle costruzioni da lei sognate e de-

scritte nelle leggende.

Aveva intenzione di scriverle, ma è stato molto occupato. Intanto mi ha

mandato quasi tutte le riviste con i suoi articoli e io vidi subito, dai suoi

disegni e dalle descrizioni, che le mie pietre sono sicuramente dello stes-

so genere. Lo rileverà dalle fotografie. In seguito riceverà notizie dal dot-

tor Boyle.

Ora comprendo quanto sia per lei importante tutto questo. Senza dub-

bio lei si trova di fronte ai resti di una civiltà sconosciuta, forse più antica

di qualunque altra, e tale da formare una base per le sue leggende.

Come tecnico minerario ho nozioni di geologia, e posso dirle che questi

blocchi sono tanto antichi da spaventarmi. Sono per lo più di arenaria e

granitO, benché uno almeno sia fatto di uno strano tipo di cemento o cal-

CestruzzO.

I - ~ Recano tracce evidenti dell'azione dell'acqua, come se questa parte del

3' ~Fndo fosse stata sommersa e poi fosse riemersa dopo lunghe ere - il tut-

~dopo che quei blocchi erano stati tagliati e utilizzati. Penso a centinaia

~migliaia di anni - o forse molti di più, Dio solo sa quanti.

isto il suo precedente, accurato lavoro nel rintracciare le leggende e

tto quanto ad esse si collega, non dubito che lei vorrà guidare una spe-

one nel deserto ed effettuare degli scavi. Il dottor Boyle ed io siamo

~posti a collaborare in tale lavoro se lei, o organizzazioni da lei contat-

,ie, finanzieranno l'operazione.

Io posso mettere assieme una dozzina di minatori per gli scavi pesanti

- gli indigeni non servirebbero a nulla, perché ho scoperto che hanno un

terrore invincibile del luogo. Boyle ed io non ne abbiamo parlato con al-

tri, perché ovviamente spetta a lei avere la precedenza nelle scoperte e

nel mento.

Il luogo è raggiungibile da Pilbarra in circa quattro giorni con un vei-

colo fuoristrada - di cui avremo bisogno per il nostro macchinario. E più

o meno a sud-ovest della pista di Warburton, del 1873, e a centosessanta

chilometri a sud~st di Joanna SpUng. Potremmo abbreviare risalendo il

fiume De Grey invece di partire da Pilbarra - ma tutto questo sarà meglio

discuterlo al momento opportuno.

Approssimativamente le pietre si trovano in un punto a circa 20°3'14"

di latitudine sud, 125~0'39" di longitudine est. Il clim~ è tollido e le con-

dizioni climatiche del deserto sono proibitive.

Attendo con piacere sue notizie sull'argomento e sono veramente im-

paziente di assisterla in qualsiasi progetto lei concepisca. Dopo aver esa-

minato i suoi articoli, sono rimasto molto colpito dal profondo significa-

to dei temi da lei toccati.

Il dottor Boyle le scriverà in seguito. Se necessita di un mezzo di comu-

nicazione urgente, può mandare un cablogramma a Perth e mi sarà tra-

smesso via radio.

Con viva speranza di una sollecita risposta, la prego accettare i sensi

della mia stima.

ROBERT B.F. MACKENZIE

Sulle immediate conseguenze della lettera si può apprendere molto

dai giornali. La mia grande fortuna di ottenere l'appoggio della Mis-

katonic University, e tanto il signor Mackenzie quanto il dottor Boyle si

dimostrarono preziosi nell'organizzare la spedizione in Australia. Non

fummo troppo loquaci circa i nostri obiettivi, perché l'intera faccenda

poteva prestarsi in modo sgradevole ad essere trattata dai giornali po-

polari come fatto sensazionale o faceto. Di conseguenza, i resoconti

stampati furono pochi ma sufficienti a rivelare che si trattava di ricer-

che di rovine australiane con particolari sulle fasi preparatorie.

Il professor William Dyer del corso di geologia - capo della spedizio-

ne antartica della Miskatonic University, nel 1930-31 -, Ferdinand C.

Ashleyn, docente di storia antica, e Tyler M. Freeborn, docente di antro-

pologia, insieme a mio figlio Wingate, furono le persone che decisero di

accompagnarmi.

Il mio corrispondente Mackenzie venne ad Arkham ai primi del 1935

e ci diede una mano nei preparativi finali. Si dimostrò un uomo affabi-

le e di estrema competenza, sui cinquant'anni, di grande erudizione e

con una profonda conoscenza di tutte le condizioni di viaggio in Au-

stralia.

Egli aveva veicoli fuoristrada pronti a Pilbarra, e noi noleggiamm°

un battello abbastanza piccolo da risalire il fiume fino a quel punto. Ci

disponemmo a scavare in maniera accuratissima e razionale setaC-

ciando ogni particella di sabbia ma senza danneggiare niente che po-

tesse apparire in stato naturale o quasi.

Salpammo da Boston a bordo dell'ansimante Lexington il ventotto

marz° 1935 e facemmo una comoda traversata dell'Atlantico e del Me-

diterraneo, poi attraversammo il Canale di Suez e il Mar Rosso percor-

rendo poi l'Oceano Indiano fino alla meta. Non sto a dirvi quanto mi

depresse la vista della piatta costa sabbiosa dell'Australia occidentale

e quanto odiai la rozza città mineraria e i tetri campi auriferi dove i

trattori caricarono il resto dell'equipaggiamento.

Il dottor Boyle, che venne a riceverci, ci apparve anziano, piacevole e

intelligente, e le sue cognizioni di psicologia gli permisero di ingaggia-

re lunghe discussioni con mio figlio e con me.

Disagio e attesa si mescolavano dentro di noi mentre il nostro grup-

po di diciotto persone avanzava sulle aride estensioni di sabbia e roc-

cia. Il venerdì trentuno maggio, guadammo un ramo del fiume De Grey

ed entrammo nel regno della totale desolazione. Mi crebbe dentro un

comprensibile terrore a mano a mano che avanzavamo verso il luogo

dell'antico mondo delle leggende - un terrore, naturalmente, favorito

dal fatto che i miei sogni disturbanti e le pseudo-memorie continuava-

t no ad assalirmi con immutata intensità.

Fu il lunedì, tre giugno, che vedemmo il primo dei massi semisepolti.

Non so descrivere l'emozione con cui toccai veramente - nella realtà

della veglia - un frammento di costruzione ciclopica in tutto e per tutto

simile ai blocchi dei muri degli edifici tanto spesso sognati. Vi era una

inconfondibile traccia di incisioni, e le mani mi tremarono quando ri-

1, conobbi parte di uno schema curvilineo e decorativo, reso familiare da

anni di tormentoso incubo e sconcertanti ricerche.

Un mese di scavi portò alla luce un totale di circa milleduecentocin-

t quanta blocchi in varie fasi di corrosione e frammentazione. Per lo più

erano megaliti con estremità superiori e inferiori ricurve. Una mino-

ranza consisteva in blocchi, più piccoli, piatti, con superfici lisce, a ta-

glio squadrato o ottagonale- come quelli dei pavimenti e dei selciati

del sogno- mentre alcuni erano singolarmente massicci e ricurvi o in-

dinati in maniera da far pensare che fossero stati usati per volte o co-

stoloni~ o parti di archi, o contorni di finestre rotonde.

.Più sCavammo in profondità - e lontano verso nord-est- più trovam-

~o altri massi, anche se non riscontrammo tracce di una disposizione

pinata dei singoli elementi . Il professore Dyer fu atterrito dalla incre-

~ile vetustà dei frammenti, e Freeborn trovò tracce di simboli ricor-

~ti in certe leggende antichissime e oscure della Papuasia e della Po-

_ esia. Lo stato e la dispersione dei blocchi erano una muta attestazio-

_ li Vertiginosi Cicli di tempo e di sollevamenti geologici di brutalità

_ nica.

nevamo anche di un aeroplano e mio figlio Wingate andava

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spesso a diverse altitudini per scrutare il deserto di sabbia e roccia alla

ricerca di segni di contorni indistinti e di grandi dimensioni, di diversi-

tà di livello del suolo o tracce di massi sparsi. I risultati furono negati-

vi; ogni qualvolta pensava di aver visto un segno significativo, la volta

dopo l'impressione era sostituita da un'altra di natura contraria a cau-

sa della sabbia che si spostava col vento.

Tuttavia una o due di quelle impressioni effimere mi colpì in modo

strano e sgradevole. Sembravano collegarsi in un certo modo con qual-

cosa che avevo sognato a letto, ma che non rammentavo più. Avevano

qualcosa di orribilmente familiare, il che mi fece considerare lo sterile

suolo con timore e apprensione anche maggiori.

Durante la prima settimaiia di luglio, crebbe in me una inesauribile

serie di impressioni confuse a proposito di quella zona a nord-est. Era

orrore ed era curiosità, ma in più vi era una costante e sconcertante

sensazione di déjà-vu.

Tentai ogni genere di espedienti psicologici per togliermi quelle idee

dalla testa, ma senza successo. Divenni vittima dell'insonnia, ma ne fui

quasi contento perché abbreviava i periodi onirici. Così presi l'abitudi-

ne di fare lunghe passeggiate solitarie nel deserto, a notte fonda, di soli-

to verso nord-est, laddove mi spingeva misteriosamente l'insieme dei

nuovi impulsi.

Talvolta, durante quelle passeggiate, inciampavo contro frammenti

semi-sepolti. Benché là vi fossero meno blocchi visibili rispetto al pun-

to da dove avevamo iniziato le ricerche, io ero sicuro che sotto terra essi

fossero molto abbondanti. Il terreno era meno piatto che intorno al no-

stro accampamento, e i venti prevalenti ammucchiavano la sabbia qua

e là in fantastiche collinette, mettendo in luce alcune tracce di antiche

pietre ma probabilmente nascondendone molte altre.

Io ero stranamente impaziente che gli scavi fossero estesi a quel ter-

ritorio, eppure nel medesimo tempo inorridivo al pensiero delle even-,

tuali scoperte. Era evidente che stavo scivolando in cattive condizioni !

di salute - e, quel ch'era peggio, senza rendermene conto.

Un indice dei miei nervi malandati si può ricavare dalla reazione a j

una strana scoperta che feci durante un vagabondaggio notturno. Fu la

sera dell'undici luglio, quando la luna inondava le misteriose collinette

di uno strano lucore.

Girovagando un po' oltre i confini abituali, rinvenni per caso una

grande pietra che pareva molto diversa da quelle finora scoperte. ~ra

quasi del tutto nascosta ma io mi curvai e, tolta la sabbia con le mani,

esaminai attentamente l'oggetto, facendo uso della mia torcia elettri-

ca.

Dissimile dalle altre, questa era perfettamente quadrata, senza su-

perfici convesse o concave. Pareva, inoltre, di materia scura, basaltica,

diversa dal granito o dall'arenaria o dal materiale simile al ceme~

dei frammenti ben noti.

D'un tratto mi sollevai e corsi a tutta velocità in direzione dell'ac-

Campamento Fu una fuga inconscia e irrazionale, e solo quando fui nei

pressi della mia tenda mi resi conto veramente del perché avevo corso.

E mi sovvenne un ricordo. La strana foresta scura era qualcosa che ave-

vo sognato e di cui avevo letto, ed era collegata con i peggiori orrori del-

le leggende antiche quanto l'eternità.

Era uno dei blocchi dell'antica costruzione basaltica di cui la mitica

Grande Razza aveva paura--le alte rovine, senza finestre, lasciate dalle

cose terribili, parzialmente immateriali ed estranee, che infestavano

gli abissi profondi della terra e contro le cui forze, invisibili come il

vento, erano state sbarrate le botole e appostate vigili sentinelle.

Restai sveglio tutta la notte ma all'alba mi dissi che ero stato uno

sciocco a lasciarmi sconvolgere dall'ombra di un mito. Invece di spa-

ventarmi, avrei dowto avere l'entusiasmo dell'esploratore.

Il mattino seguente misi gli altri al corrente della scoperta e insieme

a Dyer, Freeborn, Boyle e mio figlio, mi incamminai per esaminare il

blocco anomalo. Ma ci aspettava una delusione. Non mi ero fatto una

idea precisa della posizione della pietra e il vento della notte aveva

completamente mutato la disposizione delle collinette di sabbia.

A questo punto affronto la parte cruciale e più difficile del mio raccon-

to, tanto più difficile perché non sono ben sicuro della sua realtà. A vol-

te ho la spiacevole sensazione che non sognai né fui indotto in errore, ed

~ questa sensazione di sicurezza--in vista delle prodigiose implicazioni

che possono scaturire dalla verità obiettiva della mia esperienza - che

mi obbliga a fare il resoconto.

Mio figlio - psicologo esperto, con una conoscenza completa del mio

caso che giudicava con comprensione - sarà il primo giudice di quanto

~; sto per narrare.

- = In primo luogo descriverò l'apparenza esteriore dell'episodio così co-

~e lo conoSCono quelli dell'accampamento. La notte tra il diciassette e

diciotto luglio, dopo una giornata ventosa, mi coricai presto ma non

scii a dormire. Alzatomi verso le undici e tormentato come al solito

~quella strana sensazione sul terreno di nord-est iniziai una delle mie

lsseggiate notturne, dopo aver visto e salutato una sola persona - un

Fnatore australiano di nome Tupper- al momento di lasciare la no-

zona.

a luna, appena in fase decrescente, brillava nel cielo sereno e ba-

va le antiche sabbie di una radiosità bianca, malata, che mi sembrò

infinitamente malefica. Non c'era vento, né ve ne sarebbe stato per cin-

que ore almeno, come attestato da Tupper e da altri che mi videro

scomparire tra le pallide collinette in direzione nord-est.

Verso le tre e mezzo del mattino si levò un vento violento che svegliò

tutti al campo e fece cadere tre tende. Il cielo era senza nuvole e il de-

serto splendeva ancora sotto il chiarore lunare. Quando il gruppo si

diede a rialzare le tende, si accorse della mia assenza, ma tenuto conto

dei precedenti la circostanza non creò allarme. Tuttavia, almeno tre

uomini - tutti australiani - avvertirono qualcosa di inquieto nell'aria.

Mackenzie spiegò al professor Freeborn che quella era una paura

mutuata dal folkore indigeno - i nativi avevano intessuto una strana

trama di sinistre dicerie sui forti venti che a lunghi intervalli investono

le sabbie quando il cielo è sereno. Tali venti, si mormora, scaturiscono

da strane dimore sotterranee dove sono avvenute cose terribili, e non si

registrano mai se non vicino a luoghi dove sono disseminate le grosse

pietre decorate. ~erso le quattro la tempesta di vento si calmò, di colpo

come era iniziata, lasciando i cumuli di sabbia disposti secondo forme

nuove e ignote.

Erano appena passate le cinque quando arrivai barcollando all'ac-

campamento e una luna gonfia e fungoide calava a occidente. Ero sen-

za cappello, gli abiti stracciati, la faccia graffiata e insanguinata e sen-

za torcia elettrica. Quasi tutti gli uomini erano tornati a letto, ma il

professor Dyer fumava la pipa davanti alla sua tenda. Visto il mio stato

chiamò il dottor Boyle, e tutti e due mi portarono sulla branda e mi fe-

cero sdraiare. Mio figlio, svegliatosi per il trambusto, li raggiunse e tut-

ti cercarono di farmi stare tranquillo per vedere se mi addormentavo.

Ma io non avevo sonno. Il mio stato psicologico era assai strano, di-

verso dalle sofferenze passate. Dopo un poco, insistetti per parlare,

spiegai le mie condizioni in modo sovreccitato e confuso.

Dissi che mi ero stancato troppo e che mi ero disteso sulla sabbia per

un sonnellino. Là avevo avuto dei sogni ancor più terribili del solito e

quando ero stato svegliato dal vento improvviso i miei nervi logori era-

no saltati. Ero fuggito in preda al panico, cadendo spesso sulle pietre

semi-nascoste, e così mi ero stracciato gli abiti e avevo preso quell'a-

spetto malconcio. Dovevo aver dormito a lungo, ecco il perché di tante

ore di assenza.

Nulla assolutamente accennai di cose strane viste o provate - eserCi-

tai il massimo autocontrollo a tale riguardo. Dissi però di aver mutato

opinione a proposito del lavoro della spedizione e sollecitai che si fer-

massero gli scavi in direzione di nord-est.

Il mio ragionamento fu manifestamente lacunoso--accennai infatti

al desiderio di non offendere i minatori superstiziosi, alla possibile in-

sufficienza dei fondi stanziati dall'Università, e ad altre cose non vere o

irrilevanti. Naturalmente nessuno fece caso al mio nuovo parere, nep-

pure mio figlio che si preoccupò evidentemente della mia salute.

J L'indomani mi alzai e girai per il campo, ma non presi parte agli sca-

vi. Decisi di rientrare a casa il più presto possibile a causa dei nervi, e

mio figlio mi promise di accompagnarmi in aereo fino a Perth - mille-

seicento chilometri a sud-ovest - non appena avesse ispezionato la re-

gione che io desideravo abbandonare.

Se, riflettei, la cosa che avevo visto era ancora visibile, avrei potuto

tentare di essere più preciso anche a costo di sembrare ridicolo. Era

prevedibile che i minatori a conoscenza del folklore locale mi avrebbe-

ro appoggiato. Per compiacermi, mio figlio effettuò la ricognizione lo

stesso pomeriggio, volando su tutta la zona che avevo probabilmente

percorso a piedi. Tuttavia, nulla di quanto avevo scoperto era rimasto

visibile.

Si trattava ancora del blocco anomalo di basalto - i movimenti della

sabbia ne avevano spazzate le tracce. Per un attimo rimpiansi di aver

perduto l'oggetto temuto con la mia folle corsa, ma adesso so che la

L perdita fu un atto di misericordia. Preferisco credere che tutta la mia

J esperienza sia stata una illusione, specialmente se, come spero di cuo-

re, quell'abisso infernale non sarà mai trovato.

Wingate mi condusse a Perth il venti luglio, anche se lui si rifiutb di

abbandonare la spedizione e di far ritorno in patria. Mi tenne compa-

gnia fino al venticinque, quando salpò il vapore per Liverpool. Ora nel-

t la cabina dell'Empress, dopo aver meditato lungamente sull'accaduto

ho concluso che almeno mio figlio deve sapere. Starà a lui decidere se

t render nota la cosa o meno.

Per far fronte a qualsiasi eventualità ho preparato un riassunto degli

avvenimenti che fanno da premessa - già noti ad altri in modo sconnes-

so- ed ora narrerò con la massima brevità quanto mi parve che acca-

desse nel periodo in cui fui assente dal campo, quella notte terribile.

Con i nervi a fior di pelle e sospinto verso il terreno di nord-est da

quell'inspiegabile bisogno di ricordare misto a spavento simile a una

brama perversa, camminai con passo deciso sotto la malefica, fulgida

luna Qua e là vidi, mezzo nascosti dalla sabbia, blocchi primitivi e ci-

clopici, abbandonati da immemori eoni.

La vetustà incalcolabile e l'orrore latente di quel mostruoso deserto

Cominciò a opprimermi più del solito, e non potei fare a meno di pensa-

e ai sogni alienanti, alle spaventose leggende che li avevano alimenta-

tij agli attuali timori dei nativi e dei minatori sul deserto e le sue pietre

scolpite.

munque~ continuai il cammino come se fossi diretto a un conve-

~o soprannaturale~ sempre più in preda a sconcertanti fantasie, com-

i~lsionj e pseudo-ricordi. Pensai a certi probabili contorni delle linee

klcune pietre viste da mio figlio con l'aereo, e mi chiesi perché mi

Fsero sembrate subito così minacciose e familiari. Qualcosa tentava

~prirmj lo sportello dei ricordi, mentre un'altra forza ignota si ado-

~;ava per tenerlo chiuso.

La notte era senza vento e la pallida sabbia si presentava con rilievi e

avvallamenti simili a onde marine pietrificate. Non avevo una meta,

ma mi spingevo avanti con una sicurezza dettata dal fato. I sogni si me-

scolavano al mondo circostante ed ogni megalito sotterrato nella sab-

bia sembrava far parte di stanze e corridoi infiniti di costruzioni pre-

umane, scolpito e ornato di geroglifici i cui simboli ben conoscevo in

seguito agli anni trascorsi come mente prigioniera della Grande Razza.

A tratti immaginavo di vedere quegli orrori conici, onniscienti, che si

aggiravano impegnati nei loro consueti lavori e temevo di guardare il

mio corpo per tema di scoprirmi del loro stesso aspetto. Eppure per

tutto il tempo io vidi i blocchi coperti di sabbia e stanze e corridoi; la

luna che brillava maligna e le lampade di cristallo luminoso; il deserto

infinito e le.felci ondeggianti al di là delle finestre. Ero desto e sognavo

nel medesimo tempo.

Non sapevo fin dove mi stessi spingendo né per quanto tempo avessi

camminato - e neppure sapevo in quale direzione -, quando mi accorsi

del cumulo di massi messi a nudo dal vento. Era il gruppo più cospicuo

che avessi visto finora in un unico luogo, e mi colpì così profondamente

che le visioni di mitici eoni passati svanirono di colpo.

Vi fu di nuovo il deserto e la malvagia luna e i frammenti di un passa-

to inimmaginabile. Mi avvicinai, mi fermai e gettai la luce della torcia

su quella pila di rovine. Una collinetta era stata spazzata via dal vento

ed era rimasta una massa irregolarmente rotonda di megaliti e di

frammenti minori di circa dodici metri di diametro, alti da mezzo me-

tro a due metri e mezzo.

Fin dall'esordio, mi ero reso conto che in quelle pietre vi era qualcosa

assolutamente senza precedenti. Non solo la quantità non aveva l'e-

guale, ma qualcosa nelle tracce del disegno, logorate dalla sabbia, mi

colpì mentre le scrutavo sotto i raggi della luna e della torcia.

Non che ve ne fossero di essenzialmente diverse dai reperti rinvenuti

prima. Vi era qualcosa di più sfuggente. L'impressione scaturiva non

quando guardavo le tracce una alla volta, ma quando l'occhio le coglie-

va tutte insieme.

Poi, alla fine, la verità si fece strada dentro di me. La forma curvili-

nea di molti blocchi era pressoché identica - erano pezzi di una vasta

struttura decorativa. Per la prima volta in quel deserto che aveva subi-

to il logorio di-eoni, mi ero imbattuto nelle rovine di una costruzione

nella sua antica posizione, rovinata e frammentaria, è vero, ma ciò no-

nostante reale in senso ben definito.

Issatomi su un ripiano basso, mi arrampicai faticosamente sul cu-

mulo, togliendo qua e là la sabbia con le dita, e sforzandomi continua-

mente di interpretare le variazioni di misura, forma stile, e rapporti di

disegno. Dopo un poco mi ero fatto una vaga idea deila natura della co-

struzione, e dei disegni che un tempo si estendevano lungo le enormi

superfici La perfetta identità dell insieme con certe mie visioni oniri-

che mi spaventò e mi snervò.

Quello era stato un corridoio ciclopico, largo nove metri e alto altret-

tant°, lastricato con blocchi ottagonali e coperto con solido soffitto a

volta. Dovevano esserci stanze che si aprivano sulla destra, e alla estre-

mità doveva esistere uno di quegli strani piani inclinati che scendeva-

no a maggiore profondità.

Sussultai con forza quando mi vennero certe idee, perché esse dice-

vano molto di più dei blocchi in sé. Come sapevo che il livello doveva

essere stato molto sotto terra? Come sapevo che il piano che portava in

alto stava alle mie spalle? Come sapevo che il lungo passaggio sotterra-

neo verso la Piazza dei Pilastri doveva trovarsi a sinistra, un piano so-

pra di me?

Come sapevo che la stanza delle macchine e la galleria che portava a

destra verso gli archivi centrali doveva trovarsi due piani più in basso?

Come sapevo che doveva esserci una di quelle orribili botole sigillate

con il metallo nella parte più bassa, quattro piani sotto? Sconcertato

da questa intrusione del mondo onirico, mi trovai tremante e bagnato

da un sudore freddo.

Poi, alla fine, con un contatto intollerabile, avvertii la corrente di

aria fredda, debole e insidiosa, che sgorgava da un avvallamento situa-

to circa al centro dell'enorme cumulo. In un baleno, come prima, le vi-

sioni svanirono e vidi solo la malefica luna, il deserto sinistro, e il vasto

cumulo della costruzione del Paleogene. Allora dovetti affrontare qual-

cosa di reale e tangibile, eppure carico di infiniti richiami di cupo mi-

stero. Quella corrente di aria non poteva infatti significare che una sola

cosa, un nascosto abisso di grandiose proporzioni, sotto i disordinati

blocchi in superficie.

Il primo pensiero corse alle macabre leggende degli indigeni, a pro-

posito di enormi dimore sotterranee tra i megaliti, dove avvengono co-

se orribili e nascono i forti venti. Poi mi riaffiorarono i ricordi dei sogni

e sentii confusi pseudo-ricordi tormentarmi la mente. Quale genere di

Luogo stava sotto di me? Quale fonte primitiva e inconcepibile di cicli

di miti antichissimi e tormentosi incubi ero sul punto di scoprire?

L~incertezza non durò che un attimo, perché curiosità e zelo scientifi-

co mi tr:lc~in:~r~nr~ ~,V~rt; ~ r.~pr~ rP~

~MI pareva di muovermi automaticamente, come preso nella morsa

un destino ineluttabile. Misi la torcia in tasca e, lottando con una for-

che non credevo di possedere, spostai di lato prima un frammento

~lossale, poi un altro, finché scaturì una forte corrente ricca di umidi-

I~:he ContrastaVa stranamente con l'aria asciutta del deserto. Comin-

a delinearsi una fessura nera, e infine - dopo aver rimosso ogni

Pllmento abbastanza piccolo per le mie forze - un malsano chiarore

~are iuuminò una apertura di grande dimensione, nella quale potevo

Fodurrni.

Estrassi la torcia e mandai il cono di luce nell apertura. All interno vi

era un caos di rovine, che declinavano verso nord con un angolo di circa

quarantacinque gradi, palesemente causate da qualche sprofonda

mento antichissimo del terreno.

Fra il fondo di quel mondo sotterraneo e il livello del terreno vi era

un vuoto di oscurità impenetrabile al cui limite superiore vi erano trac-

ce di volte gigantesche. A quel punto, era chiaro, le sabbie del deserto

stavano direttamente sopra um piano di strutture titar.iche che risali-

vano ai primordi della terra, e non seppi immaginare, né lo so adesso

come si siano conservate attraverso eoni di sconvolgimenti geologici.

Col senno di poi la semplice idea di una discesa solitaria in quell'a-

bisso misterioso - e in un momento in cui nessuno sapeva dove mi tro-

vassi - appare come l'apice estremo della follia. Forse lo fu, eppure

quella notte mi accinsi alla discesa senza esitazione.

Era ancora evidente che il destino continuava a guidare i miei passi.

Usando la torcia a intervalli per risparmiare la pila, intrapresi una fol-

le avanzata giù per la china sinistra e ciclopica che partiva dall'apertu-

ra, talvolta carponi se trovavo un buon appiglio per mani e piedi, e al-

tre volte mi voltavo a guardare l'ammasso di megaliti, quando i movi-

menti erano più precari e procedevo a tastoni.

Ai lati si intravedevano in lontananza pareti in muratura, scolpite e

diroccate, come mi apparivano sotto i raggi diretti della torcia. Di fron-

te, però, avevo le tenebre.

Non tenni conto del tempo durante la scivolata verso il basso. Tanto

era in fermento la mia mente per le tracce e le immagini sconcertanti,

che tutte le questioni obiettive erano da me lontanissime. La sensibili-

tà fisica era morta, e anche la paura era rimasta come un doccione grot-

tesco e innocuo.

Infine raggiunsi un pavimento piano cosparso di blocchi caduti,

frammenti di pietra, sabbia e detriti di ogni genere. Dall'altra parte-

forse a circa dieci metri - si ergevano mura massicce che culminavano

in enormi costoloni. Potevo a malapena intuire che erano scolpiti, ma

non ne distinguevo i particolari.

Ciò che mi colpì di più fu il soffitto a volta. La luce della torcia non ar-

rivava al tetto, ma erano ben visibili le parti inferiori degli archi mo-

struosi. E la loro identità con i miei numerosi sogni era così perfetta

che fui colto da un forte tremito.

Alle spalle e molto in alto una macchia luminosa ma fioca, mi ricor-

dò il lontano chiarore lunare del mondo esterno. I]n vago residuo di

prudenza mi avvertì di non perderlo di vista, altrimenti avrei potut°

non avere una guida per il ritorno.

Avanzai verso il muro di sinistra, dove erano più evidenti le tracce di

incisioni. Il pavimento pieno di disordine era difficile da attraversare

come l'ammasso di pietre più sopra, ma riuscii a trovare la via, se pure

con difficoltà.

In un punto spostai di peso alcuni blocchi e spazzai con il piede i de-

Uiti per vedere come era fatto il pavimento, e rabbrividii per la com-

pleta e lugubre familiarità delle grandi pietre ottagonali la cui superfi-

cie butterata era ancora abbastanza uniforme.

Raggiunta una opportuna distanza dal muro diressi la luce lenta-

mente e minuziosamente sui resti consumati delle incisioni. Sulla su-

perficie di arenaria avevano influito antiche erosioni dovute all'acqua

e si notavano strane incrostazioni che non seppi spiegare.

1- A tratti il muro era sconnesso e deformato, e mi chiesi per quanti al-

tri eoni quell'edificio primitivo e nascosto avrebbe conservato presso-

ché intatta la propria struttura in mezzo agli sconvolgimenti terrestri.

Ma furono soprattutto le incisioni a eccitarmi di più. Malgrado si

stessero sbriciolando si potevano identificare facilmente a breve di-

stanza e la completa e intima familiarità di ogni particolare mi sbalor-

dì. Quánto ai principali attributi di quella antichissima costruzione, il

fatto che mi fossero familiari non era poi così incredibile.

Certi miti, che i creatori avevano fissato con vivezza impressionante,

si erano incorporati in un patrimonio di misteriose tradizioni che, in

qualche modo, erano giunte a mia conoscenza durante il periodo della

amnesia, evocando nitide immagini nella mente subconscia.

Ma come spiegare il modo esatto e 757m1216h minuzioso con cui ogni linea e spi-

rale di quei misteriosi disegni combaciava con quanto avevo sognato

per più di venti anni? Quale oscura e dimenticata iconografia poteva

riprodurre ogni sottile gradazione e sfumatura che, notte dopo notte,

~` aveva assalito la mia visione onirica in maniera tanto costante, precisa

e invariabile?

Perché quello non era un caso o una remota rassomiglianza. Il corri-

doio antico di millenni e rimasto sepolto per eoni, nel quale mi trovavo,

~ra in modo certo e assoluto l'originale di qualcosa che io conoscevo nel

|Sonno così intimamente come la mia casa di Crane Street a Arkham. E

ZVero che i miei sogni mostravano il luogo in condizioni perfette, ma l'i-

ltlentità era comunque innegabile. Ero in grado di orientarmi perfetta-

p~te.

~ La Struttura particolare in cui mi trovavo mi era nota. E noto mi era

p luogo nella terribi le antica città del sogno . Ebbi la paurosa e istintiva

~ezza di poter visitare, senza perdermi, qualsiasi punto di quell'edi-

p o di quella città, che era scampato ai mutamenti e alle devastazio-

i:ere incalcolabili. In nome del Cielo, che cosa significava tutto que-

Come ero arrivato a conoscere quelle cose? E quale muta realtà si

~a dietro agli antichi racconti degli esseri che avevano abitato in

~abirinto di pietra primordiale?

parole non possono che richiamare in modo parziale il tumulto di

into e stordimento che attentava al mio spirito. Il posto lo cono-

~ SapevO ciò che stava sotto di me e ciò che era esistito sopra, pri-

ma che la miriade di piani altissimi fosse precipatata, ridotta in polve-

re e detriti, formando un deserto. Non avevo più bisogno, pensai con un

brivido, di tenere d'occhio la confusa macchia del chiarore lunare.

Ero combattuto tra il desiderio di fuggire, e un febbrile miscugli.o di

bruciante curiosità e strano fatalismo. Che cosa era accaduto a quella

mostruosa megalopoli dell'antichità nei milioni di anni successivi al-

l'epoca del mio sogno? Dei dedali sotterranei che si trovavano sotto la

città e collegavano tutte le torri titaniche, che cosa era rimasto utiliz-

zabile attraverso i sussulti della crosta terrestre?

Ero capitato in un mondo completamente sepolto, di sacrilega anti-

chità? Avrei trovato ancora la casa dell'insegnante di calligrafia e la

torre dove S'gg'ha, la mente prigioniera venuta dai vegetali carnivori

dalla testa stellata dell'Antartide, aveva cesellato certe immagini sugli

spazi vuoti delle pareti?

Il passaggio al secondo piano in basso, che accedeva alla sala delle

menti straniere, sarebbe stato ancora sgombro e accessibile? ln quella

sala la mente prigioniera di una incredibile entità, un abitante semi-

sintetico della vuota cavità interna di un pianeta al di là di Plutone a

diciottomila anni nel futuro aveva conservato una certa cosa che aveva

modellato con la creta.

Chiusi gli occhi e mi passai la mano sulla testa nel vano sforzo di to-

gliermi dalla coscienza quei pazzi frammenti di sogno. Poi, per la pri-

ma volta, sentii nettamente il fresco umido dell'aria circostante che si

muoveva. Rabbrividendo, mi resi conto che una vasta serie di neri

abissi, morti da eoni, dovevano spalancarsi da qualche parte davanti e

sotto di me.

Pensai alle stanze e corridoi spaventosi, e ai piani inclinati come li ri-

cordavo dai sogni. Sarebbe stata ancora aperta la via verso gli archivi

centrali ? L'ineluttabile fatalità mi tormentò insistentemente il cervello

quando rammentai gli imponenti annali che stavano ben ordinati sugli

scaffali nelle cassette rettangolari di metallo inossidabile.

Là, dicevano i sogni e le leggende, si trovava tutta la storia, passata e

futura, del continuum spazio-temporale scritta da menti prigioniere

provenienti da ogni globo e da ogni era del sistema solare. Follia, certo,

ma non ero capitato in un mondo tenebroso, pazzo come me?

Pensai alle cassette di metallo chiuse ermeticamente e ai curiosi mo-

vimenti delle manopole necessari per aprirli. La mia combinazione l'a-

vevo stampata nella coscienza. Quante volte avevo eseguito quell'intri-

cata routine di giri e pressioni diversi, nella sezione vertebrata terrestre

del piano più basso! Tutti i particolari mi erano familiari e vivi.

Se esisteva una cassetta come quella sognata, l'avrei aperta in un at-

timo. E fu allora che la pazzia si impossessò di me. Un istante dopo già

saltellavo e inciampavo tra i detriti pietrosi verso lo scivolo che porta-

va a maggiori profondità.

Da quel punto in avanti le mie impressioni non sono molto attendibili,

in effetti nutro la disperata speranza che tutto faccia parte di un sogno

demoniaco o di una allucinazione scaturita dal delirio. Il mio cervello

fu sconvolto dalla febbre e tutto fu percepito come attraverso una con-

fusione mentale, certe volte solo intermittente.

I raggi della torcia forarono debolmente l'oscurità profonda, portan-

domi fugaci visioni fantasmagoriche di mura e incisioni terribilmente

familiari, rovinate da un'incuria plurimillenaria. In un punto una mas-

sa enorme di materiale era caduta, cosicché dovetti issarmi lungo un

cumulo massiccio di pietre, alto quasi fino al soffitto da cui pendevano

grottesche stalattiti.

Era l'estremo apice dell'incubo, peggiorato dal tormento blasfemo

degli pseudo-ricordi. Una sola cosa mi era ignota, cioè la mia dimensio-

ne rispetto alle mostruose costruzioni. Mi sentivo oppresso da un senso

di insolita esiguità, come se la vista di quelle mura torreggianti per un

povero corpo umano fosse cosa assurda e insopportabile. Non facevo

che guardare il mio corpo vagamente inquieto per la forma umana che

possedevo.

E intanto saltavo, correvo, incespicavo nella mia avanzata nelle te-

nebre dell'abisso, spesso cadevo causandomi lividi ed escoriazioni e

una volta corsi il rischio di rompere la torcia. Ogni pietra, ogni angolo

di quella profondità demoniaca mi era noto e in molti tratti mi fermai e

passai il raggio di luce sulle familiari volte in rovina.

Delle stanze erano crollate del tutto, altre erano spoglie o piene di de-

triti . In alcune vidi cumuli di metallo - parte intatti o quasi, parte rotti,

frantumati o logori - in cui riconobbi i colossali pedistalli e le tavole

dei miei sogni. Che cosa fossero state in realtà, non osai immaginare.

Trovai lo scivolo verso il basso e cominciai a scendere, sebbene dopo

P~ poco fossi arrestato da una voragine che si apriva come una bocca fra-

stagliata, il cui punto più stretto non poteva misurare meno di un me-

tro e mezzo di diametro. Là era precipitata l'opera in muratura, rive-

lando incalcolabili, nere profondità al di sotto.

Sapevo che vi erano altri due piani sotterranei in quell'edificio tita-

nico, e tremai di rinnovato panico ricordandomi della botola in quello

più basso. Non dovevano esserci sentinelle ormai, perché ciò che si era

nascosto laggiù aveva terminato da tempo la sua odiosa opera e si era

tissolto dopo una lunga consumazione. Per l'epoca post-umana, quan-

~;do fosse venuta la razza dei coleotteri, ciò che stava laggiù sarebbe sta-

~to completamente morto. Eppure tremai ancora, ripensando alle leg-

~ende degli indigeni.

Mi ci volle uno sforzo disumano per saltare quel baratro spalancato,

perché il pavimento cosparso di detriti mi impedì di prendere lo slan-

cio, ma la pazzia mi portò avanti. Scelsi un punto vicino al muro di si-

nistra dove la fenditura era meno larga e il punto di approdo abbastan-

za sgombro di pericolosi detriti, e dopo un terribile istante toccai l'al-

tra sponda sano e salvo.

Alla fine, raggiunto il piano inferiore, superai l'archivolto della stan-

za delle macchine, nella quale erano fantastiche rovine di metallo,

mezzo sepolte sotto le volte cadute. Tutto era esattamente come mi

aspettavo e mi arrampicai fiducioso sopra i cumuli che sbarravano

l'entrata di un grande corridoio trasversale. Quello, lo sapevo, mi

avrebbe condotto sotto la città verso gli archivi centrali.

Ere infinite si dipanavano mentre io inciampavo, saltavo, strisciavo

lungo il corridoio pieno di rovine. Qua e là notavo incisioni sui ,muri

macchiati dal tempo - alcune note, altre forse aggiunte in periodi suc-

cessivi ai sogni. Poiché quella era una grossa arteria sotterranea di col-

legamento fra le abitazioni non vi erano archivolti, eccetto nel caso in

cui la strada passava sotto gli strati inferiori dei vari edifici.

A certi incroci mi spostavo di lato per guardare in basso dove si tro-

vavano le stanze che ben ricordavo. Due volte soltanto scopersi cam-

biamenti radicali rispetto ai sogni e in un caso tracciai i contorni del-

I'archivolto che era stato coperto.

Fremetti violentemente e provai una strana debolezza a effetto ritar-

dato mentre dirigevo i miei passi amrettati e riluttanti lungo la cripta

di una di quelle torri grandiose, rovinate, senza finestre, la cui muratu-

ra in basalto parlava di una origine terribile e mitica.

Quella volta primitiva era rotonda e del diametro di almeno sessanta

metri, senza nessuna incisione sulla scura pietra. Il pavimento là era li-

bero da detriti; vi si notavano solo polvere e sabbia, e vidi le aperture

che portavano sia in alto che in basso. Non c'erano né scale né piani in-

clinati - veramente i sogni mi avevano rivelato quelle antiche torri co-

me inviolate dalla favolosa Grande Razza. Coloro che le avevano co-

struite, non avevano avuto bisogno né di scale né di scivoli.

Nei sogni, l'apertura in basso era chiusa e sorvegliata. Adesso era

aperta, nera e spalancata, ed emetteva una corrente di aria fredda e

umida. Non volli pensare a quali illimitate caverne di notte eterna si

celassero nel fondo.

Dopo aver superato una sezione del corridoio piena di detriti dove

dovetti procedere faticosamente aggrappandomi con le mani, raggiun-

si un punto ove il soffitto era completamente sprofondato. I detriti for-

mavano una montagna e io mi ci arrampicai sopra, passando poi per

uno spazio vuoto, senza muri né volte. Quella, riflettei, doveva essere la

cantina della casa del fornitore di metallo, che dava sulla terza piazza,

non lontana dagli archivi. Che cosa ne fosse stato, non potei immagi-

narlo.

Ritrovai il corridoio dopo la montagna di detriti e pietre, ma dopo

averne percorso un tratto mi imbattei in un posto completamente

ostruito dove la volta caduta toccava quasi il soffitto che mostrava pe-

ricolosi cedimenti. Non so come feci a spostare e gettare da parte tanti

blocchi da aprirmi un varco, né come osai sconvolgere gli ammucchiati

frammenti quando il minimo spostamento di equilibrio avrebbe potu-

to far crollare le tonnellate di muratura sovrastante, riducendomi in

poltiglia.

Fu la pazzia pura a spingermi e guidarmi, se pure non fu pazzia tutta

la mia avventura sotterranea - come spero--,una illusione infernale o

un lungo sogno. Però mi aprii un passaggio -o sognai di averlo aperto -

nel quale potei infilarmi a fatica. Mentre procedevo come un serpente

sopra al cumulo di rovine - la torcia, sempre accesa, la reggevo con la

bocca - mi sentii lacerare dalle fantastiche stalattiti che pendevano so-

pra di me.

Mi stavo avvicinando al grande edificio sotterraneo degli archivi che

pareva costituire il mio obiettivo. Scivolando e scendendo lungo il lato

estremo della barriera, e ripresa la via per il rimanente tratto del corri-

doio - ora tenevo la torcia in mano e l'accendevo a intervalli - giunsi

infine a una cripta bassa, circolare, fatta ad archi, ancora in stupendo

stato di conservazione con aperture lungo ogni lato.

Le pareti, almeno quanto di esse vedevo nel raggio della torcia, erano

E piene di geroglifici e cesellate con tipici simboli curvilinei, alcuni suc-

cessivi al periodo del sogno.

Quello, compresi, era il luogo predestinato, e imboccai subito un ar-

chivolto familiare che, stranamente avevo pochi dubbi in proposito,

| ~ conduceva a tutti i livelli sottostanti ancora esistenti. Quella vasta co-

struzione protetta dalla terra, che custodiva gli annali del sistema sola-

" re, era stata costruita con abilità e potenza divine per durare quanto il

sistema stesso.

~L'5 Blocchi di dimensioni straordinarie, posti con genio matematico e

fissati con cemento di incredibile durezza, avevano formato una massa

solida quanto il centro roccioso del pianeta. Lì, dopo epoche più strane

di quanto la mente sana possa concepire, la sua massa sepolta era in-

tatta in tutte le linee essenziali; i grandi pavimenti erano coperti di pol-

vere ma avevano scarse tracce di detriti, altrove così imponenti.

La relativa facilità del cammino da quel punto in poi mi diede stra-

namente alla testa. La terribile impazieza fino allora contrastata dagli

stacolj si trasformò in una specie di frenesia febbrile, e corsi a perdi-

fiato lungo i corridoi dal basso soffitto, al di là dell'archivolto, che ri-

'~ cordavo con orribile precisione.

~; ~ Fui più che sbalordito dalla familiarità di ciò che vidi . Da ogni parte i

battenti degli scaffali di metallo, ornati di grandi geroglifici, avevano

p~n aspetto terrificante; alcuni in ordine, altri aperti, altri deformati da

forze geologiche, non abbastanza violente da aver ragione di quelle ti-

taniche costruzioni.

Qua e là dei cumuli impolverati sotto scaffali aperti e vuoti indicaYa-

no che le librerie erano state scosse dalle vibrazioni terrestri. Certe co-

lonne recavano grandi simboli e lettere che designavano classi e sotto-

classi di volumi.

Una volta mi fermai davanti a una porta aperta, dove vidi le note cas-

sette di metallo ancora a posto in mezzo alla eterna polvere sabbiosa.

Allungando la mano, tolsi uno degli esemplari più piccoli, con una cer-

ta difficoltà, e lo posai in terra per consultarlo. Il titolo era in geroglifi-

ci, però qualcosa nella disposizione dei caratteri mi parve insolito.

Il curioso meccanismo della chiusura mi era perfettamente noto, feci

scattare il coperchio ancora funzionante e non arrugginito ed estrassi il

libro che vi era contenuto. Questo, come mi aspettavo, misurava cin-

quanta centimetri per trentotto, ed era alto cinque centimetri. La sotti-

le copertina di metallo si apriva dall'alto.

Le robuste pagine di cellulosa non avevano subito l'usura della mi-

riade di cicli di tempo, ed io esaminai le strane lettere del testo, colora-

te e segnate a pennello, simboli dissimili dai consueti geroglifici curvi o

da ogni altro alfabeto noto agli uomini eruditi, con un tormentoso e va-

go risveglio della memoria.

Mi venne in mente che quella era la lingua usata da una mente pri-

gioniera che avevo conosciuta di sfuggita nei sogni, una mente origina-

ria di un grande asteroide su cui era sopravvissuta una gran parte della

vita e della tradizione arcaica del primitivo pianeta di cui formava un

frammento. Contemporaneamente rammentai che quel piano degli ar-

chivi era dedicato ai volumi che trattavano dei mondi extra-terrestri.

Quando smisi di esaminare quel documento incredibile notai che la

luce della torcia si stava affievolendo, e mi affrettai a inserirvi un'altra

pila che avevo con me. Poi, munito di una luce più forte, ripresi la corsa

febbrile negli infiniti meandri di corridoi e passaggi, riconoscendo qua

e là scaffali noti, e vagamente turbato dagli echi che producevo cammi-

nando che sembravano fuori posto in quelle catacombe.

Le stesse impronte delle scarpe sulla polvere vecchia di millenni mi

fecero rabbrividire. Mai prima, se i folli sogni racchiudevano qualcosa

di vero, piede umano si era posato su quei pavimenti.

La mia mente cosciente non ha conservato nulla circa le ragioni di

quell'insana corsa. Vi era, tuttavia, una forza di potenza malefica che

influiva sulla mia volontà intontita e sui ricordi semisepolti sì che

oscuramente sentivo di non correre a casaccio.

Raggiunsi un piano inclinato che scendeva e lo seguii verso maggiori

profondità. La torcia saettava su tratti dei pavimenti, mentre correvo

all'impazzata, ma non mi fermai per esaminarli. Il cervello in tumulto

aveva cominciato a battere un determinato ritmo che mi faceva con-

trarre all'unisono la mano destra. Volevo aprire una certa serratura, e

conoscevo tutti i giri e le pressioni da farsi. Sarebbe stato come aprire

una cassaforte moderna con la chiusura a combinazione.

Sogno o no, lo sapevo e lo avevo sempre saputo. Non tentai neppure

di spiegarmi come avesse fatto un sogno - o un brano di leggenda in-

consciamente assimilata--a insegnarmi un particolare così preciso,

complicato e astruso. Non era, infatti, quella esperienza, I'impressio-

nante familiarità con una serie di rovine sconosciute, e le identità di

tutto quanto con ciò che solo i sogni e i frammenti di mito avrebbero

potuto evocare, un orrore che superava ogni spiegazione?

Forse allora ebbi la convinzione - come l'ho adesso nei momenti di

maggiore lucidità mentale - di non essere perfettamente sveglio, e che

tutta la città sepolta non fosse altro che un frammento di una febbrile

allucinazione.

Alla fine, raggiunto il piano più basso, passai in fretta a destra dello

scivolo. Per oscuri motivi, cercai di attutire il rumore dei passi, anche

se così facendo rallentai la velocità. Vi fu uno spazio che io ebbi paura

ad attraversare in quell'ultimo tratto di pavimento profondamente se-

polto.

Appena mi avvicinai, ricordai che cosa io temessi in quel punto. Si

trattava di una delle botole sigillate e sorvegliate. Ormai di guardiani

non ce n'erano, ma proprio per questo tremai e camminai in punta di

piedi, come avevo fatto sotto la nera volta di basalto dove era spalanca-

ta un'altra botola.

Sentii una corrente di aria fredda e umida e desiderai che il mio per-

corso fosse in un altra direzione. Perché seguissi quella via, non avrei

saputo dirlo

~ ~ Quando giunsi sul luogo, vidi che la botola era aperta. Al di là rico-

t minciavano gli scaffali, ed io vidi in terra, davanti ad uno di essi, un

~_ mucchietto pieno di polvere, laddove era caduta di recente una quanti-

tà di cassette. Contemporaneamente fui afferrato da una nuova ondata

di panico, anche se per un poco non ne seppi il motivo.

E I mucchi di cassette cadute non erano inconsueti, perché attraverso

gli eoni quel labirinto senza luce era stato devastato dai sollevamenti

della terra e aveva echeggiato a intervalli per l'assordante clamore di

oggetti che cadevano. Fu solo quando avevo quasi superato quel punto

che mi resi conto del perché tremavo così forte.

lon il cumulo, mi turbava, ma qualcosa che riguardava la polvere

del pavimentO livellato. Alla luce della torcia, mi parve che quella pol-

vere non fosse uniforme come avrebbe dovuto essere, in certi punti ap-

pariva più sottile, in altri era stata smossa da pochi mesi. Non ne ero si-

curo, perché anche dove appariva più sottile lo strato di polvere era

~,Sempre notevole, eppure il sospetto di una regolarità nella supposta di-

guaglianza era una cosa inquietante.

Quando portai la luce vicino a uno dei punti sospetti, non mi piacque

affatto ciò che vidi, perché l'illusione della regolarità divenne grandis-

sima. Era come se vi fossero linee regolari di orme composite, orme che

andavano di tre in tre, ciascuna di circa trenta centimetri quadrati e

con cinque impronte circolari di otto centimetri, una più avanti delle

altre quattro.

Quelle probabili impronte sembravano condurre in due direzioni,

come se qualcosa fosse andata da qualche parte e poi tomata. Erano

molto leggere e potevano essere ingannevoli o casuali, ma vi era un ele-

mento oscuramente terrificante nel modo in cui mi sembravano dispo-

ste. Perché da un lato finivano davanti al cumulo di cassette che dove-

vano essere precipitate non molto tempo fa, e dall'altro vi era la sini-

stra botola, con il freddo vento umido, che si spalancava incustodita su

abissi che oltrepassavano l'immaginazione.

L'aver vinto la paura dimostra quanto fosse forte e prepotente lo strano

senso di costrizione. Nessun motivo razionale avrebbe potuto trasci-

narmi avanti dopo il terribile sospetto delle impronte e i ricordi dei so-

grli che esse suscitarono in me. Eppure la mano destra, anche se tre-

mante dalla paura, si contraeva ritmicamente nell'ansia di girare la

serratura che sperava di trovare. Senza saperlo mi ritrovai oltre il

mucchio delle cassette cadute e correvo in punta di piedi per corridoi

di polvere intatta verso un punto che mi sembrava di conoscere fin

troppo bene.

La mente si poneva domande la cui origine e attinenza cominciavo

appena a intuire. Lo scaffale era raggiungibile dal corpo umano? La

mano umana avrebbe saputo controllare tutti i movimenti della serra-

tura, secondo il ricordo di eoni ? E la chiusura sarebbe stata intatta e in

grado di funzionare? E che cosa avrei fatto, che cosa avrei osato fare,

che cosa speravo e temevo di scoprire? Sarebbe stata la prova di una te-

muta verità, tale da sconvolgere la mente di qualcosa al di là della nor-

male concezione del passato, o mi avrebbe dimostrato che stavo solo

sognando?

Per quello che ricordo, avevo cessato di correre in punta di piedi e

stavo fermo a guardare fisso una fila di scaffali con geroglifici assurda-

mente familiari. Erano in stato di conservazione quasi perfetto, e solo

tre sportelli lì vicino si erano spalancati.

Non so descrivere le sensazioni provate davanti a quegli scaffali, tan-

to completo e insistente era il pensiero di conoscerli da lunga data.

Guardai in alto, verso una fila vicina alla sommità e oltre la portata del

braccio e mi chiesi come fare ad arrampicarmi nel modo migliore. Uno

sportello aperto a quattro file dalla base mi poteva servire, e le chiusu-

re degli sportelli sigillati formavano dei possibili sostegni per mani e

piedi. Potevo stringere la torcia tra i denti, come avevo fatto altrove,

quando mi occorrevano le mani. Soprattutto non dovevo far rumore.

Tirare giù ciò che desideravo prelevare sarebbe stato difficile ma

probabilmente potevo agganciare la chiusura mobile al colletto della

giacca e portarlo come uno zaino. Mi chiesi ancora se la serratura sa-

rebbe stata intatta. Quanto ai giri da fare, non avevo dubbi. Ma sperai

che il movimento non provocasse cigolii o sfregamenti, e che la mano

` funzionasse a dovere.

Mentre rimuginavo questi pensieri, avevo messo la torcia in bocca e

cominciato a salire. Le serrature sporgenti erano appigli modesti ma

come prevedevo lo sportello aperto mi servi parecchio. Usai il battente

e il bordo dell'apertura per issarmi e riuscii ad evitare cigolii troppo

forti.

In equilibrio sul bordo superiore dello sportello e incurvandomi ver-

so destra, raggiunsi la serratura che cercavo. Le dita, in parte intorpi-

dite dall'essermi arrampicato, furono dapprima impacciate, ma in

breve si adeguarono automaticamente al lavoro richiesto. E i movi-

menti erano impressi nella mia memoria.

Giunti da sconosciuti abissi di tempo, i segreti di quel congegno mi

erano arrivati, chissà come, nel cervello, corretti, in ogni dettaglio, e

dopo meno di cinque minuti avvertii uno scatto la cui familiarità mi fe-

, ce sobbalzare perché non mi ero preparato coscientemente. Un attimo

~; dopo lo sportello di metallo si apriva con un lievissimo cigolio.

,~-; Inebetito, guardai la fila di grigie cassette esposte e avvertii un tre-

mendo rigurgito di inspiegabile emozione. A portata della mano destra

vi era una cassetta i Cui geroglifici mi diedero un fremito doloroso più

complesso del semplice spavento. Tutto tremante, riuscii a togliere la

. cassetta fra una pioggia di detriti e a trarla verso di me senza fare mol-

to rumore.

Come la cassetta che avevo precedentemente maneggiato, anche

questa era delle medesime dimensioni, con disegni matematici ricurvi

|~ in bassorilievo. Il suo spessore era di quasi dieci centimetri.

| Incastrandola fra me e la superficie su cui salivo, armeggiai con la

1~ chiusura e alla fine liberai il gancio. Sollevato il coperchio, spostai il

~- pesante oggetto sulle spalle e lo agganciai al colletto. Con le mani libe-

re discesi fino al suolo polveroso e mi disposi a ispezionare il mio botti-

~no.

~ Inginocchiato nella polvere, tolsi la cassetta dalle spalle e la posai a

terra davanti a me. Mi tremavano le mani e l'idea di estrarre il libro mi

~)rizzava e al tempo stesso mi attirava, o mi costringeva a farlo.

Pian piano mi fu chiaro quello che dovevo scoprire, e quella constata-

zione mi paralizzò quasi le facoltà mentali.

Se la cosa era là - e se io non sognavo - le implicazioni sarebbero sta-

te insopportabili per lo spirito umano. Ciò che più mi tormentava era

la momentanea incapacità di sentire che si trattava soltanto di un so-

gno. Il senso di realtà era tremendo - e ancora lo è se ripenso alla scena.

Infine, tremando, tirai fuori il libro dalla cassetta e fissai affascinato

i ben noti geroglifici della copertina. Era in ottime condizioni e le lette-

re curvilinee del titolo mi tennero in stato quasi ipnotico, come se aves-

si potuto leggerle. In verità, non potrei giurare di non averle lette aiuta-

to da qualche barlume di ricordo transitorio e terribile.

Non so quanto tempo passò prima che osassi sollevare il coperchio di

sottile metallo. Temporeggiai e trovai delle scuse con me stesso. Mi tol-

si la torcia di bocca e la spensi per risparmiare la pila. Poi, nel buio, mi

feci coraggio, infine sollevai il coperchio senza accendere la luce. Da ul-

timo, feci scattare la luce sulla pagina aperta - irrigidendomi in antici-

po per prevenire qualsiasi suono, qualunque cosa avessi scoperto.

Guardai un attimo poi crollai. Stringendo i denti, evitai di gridare. Mi

accasciai al suolo e mi portai una mano alla fronte nel buio che mi in-

ghiottiva. Ciò che temevo e prevedevo stava là. O io sognavo, oppure ,

tempo e spazio erano diventati una burla. ,

Probabilmente sognavo, ma vorrei dimostrare l'orrore riportando

quella cosa alla Icue per mostrarla a mio figlio, qualora si trattasse di

realtà. La testa mi girava in modo pauroso, sebbene nella totale oscuri-

tà non potessero esserci oggetti visibili a vorticare davanti ai miei oc-

chi. Idee e immagini del più puro orrore - eccitate dalle visioni che la

fugace occhiata mi aveva spalancato - cominciarono a riversarmisi

nella mente e a offuscarmi i sensi.

Pensai a quelle probabili orme nella polvere e tremai al rumore del

mio stesso respiro. Riaccesi la torcia e guardai di nuovo la pagina come

la vittima di un serpente guarda gli occhi e i denti del suo distruttore.

Poi, con dita incerte nel buio, richiusi il libro, lo rimisi nella cassetta,

ne feci scattare il coperchio e la chiusura a gancio. Era quello che dove-

vo riportare nel mondo esteriore, se veramente esisteva - se tutto l'a-

bisso esisteva davvero - se io, e il mondo stesso, esistevamo dawero.

Non so per certo quando mi rimisi in piedi traballando, né quando ri-

presi la via del ritorno. Mi rendo ora conto - come misura del mio senso

di separazione dal mondo normale - che neppure una volta guardai l'o-

rologio durante quelle terrificanti ore sottoterra.

Torcia alla mano e con l'infausta cassetta sotto il braccio, mi trovai a

procedere in punta di piedi in una specie di panico silenzioso, oltre l'a-

bisso che emanava il vento e al di là delle tracce simili a orme. Ridussi

le precauzioni quando risalii i piani inclinati, ma non potei scacciare

un'angoscia che non avevo sentito nel viaggio di andata.

Ero terrorizzato all'idea di dover ripercorrere la nera cripta di basal-

to più antica della città, dove fredde correnti scaturivano dalle profon-

dità incustodite. Pensai a ciò che aveva temuto la Grande Razza, a ciò

che avrebbe potuto essere ancora in agguato anche se indebolito e mo-

rente. Pensai a quelle orme a cinque cerchi e a quanto di esse mi aveva-

no rivelato i sogni, e agli strani venti e ai rumori sibilanti ad essi colle-

gati. Pensai ai racconti degli indigeni di oggi, pieni di orrore per i gran-

di venti e per le rovine senza nome.

t Dal simbolo scolpito su un muro sapevo qual era il pavimento giusto

da imboccare e infine giunsi - dopo aver superato l'altro libro che ave-

vo consultato - al grande spazio circolare da cui gli archivolti si dira-

mavano. Alla mia destra, ben riconoscibile, stava l'arco dal quale ero

entrato. Lo varcai, conscio che il resto del cammino sarebbe stato più

difficile a causa delle macerie cadute al di fuori dell'edificio dell'archi-

t vio. Il nuovo fardello della cassetta mi pesava e quando inciampavo sui

detriti e i frammenti, perdevo facilmente il sangue freddo.

Poi arrivai al cumulo di rovine alte fino al soffitto in cui mi ero aperto

un angusto passaggio. Il mio terrore a passare di nuovo da quella stret-

toia fu infinito, perché la prima volta avevo fatto un po' di rumore e ora

- dopo aver visto quelle orme - temevo il rumore più di ogni altra cosa.

La cassetta, inoltre, raddoppiava il problema di attraversare la stretta

fessura.

Ma superai la barriera come potei e spinsi la cassetta attraverso l'a-

pertura davanti a me. Poi, con la torcia in bocca, strisciai anch'io - la

schiena graffiata dalle stalattiti - come poco prima.

Quando tentai di riafferrare la cassetta, questa cadde in avanti lungo

l~ il pendio dei detriti, facendo un baccano terribile e ridestando echi che

E mi fecero venire i sudori freddi. Feci un rapido movimento avanti e la

F ricuperai senza altro rumore, ma un attimo dopo lo slittamento di un

blocco sotto i miei piedi sollevò un fracasso improvviso e senza prece-

~ denti. Quel fracasso fu la mia rovina. Perché, vero o falso, credetti di

', udire una risposta in modo terribile dagli spazi lontani alle mie spalle.

Udii uno strillo, un suono sibilante che non somigliava a niente di ciò

che si ode sulla Terra, e al di là di qualunque adeguata descrizione ver-

bale. Se fu vero, ciò che seguì fu una crudele ironia; se non fosse per il

panico di quella cosa, la seconda cosa non sarebbe mai successa.

Comunque sia il mio smarrimento era assoluto e privo di conforto.

Presa la torcia in mano e afferrata malamente la cassetta, saltai e cara-

collai all'impazzata in avanti con il cervello vuoto, incapace di pensare

ad altro fuorché a uscire precipitosamente da quelle rovine da incubo,

verSo il deserto e la luna che lo contemplava dall'alto.

·~ ~* Me ne accorsi appena quando raggiunsi la montagna di detriti che

rreggiavano nell'oscurità oltre il tetto sprofondato, mi ammaccai, mi

~erii più volte per arrampicarmi sull'erto pendio di blocchi dentellati e

i frammenti.

Poi successe il disastro. Mentre superavo la sommità, impreparato

all'improvvisa pendenza, i piedi mi scivolarono e mi ritrovai in mezzo

a una valanga di rovine il cui fragore, forte come un colpo di cannone,

lacerò la buia aria della caverna con una serie di riverberazioni sonore

da far scuotere la terra.

Non ricordo come emersi da quel caos, ma un fugace frammento di

conoscenza mi dice che mi lanciai, saltellai, mi inerpicai per il corri-

doio fra il frastuono - cassetta e torcia ancora in mio possesso.

Poi, nell'awicinarmi alla primitiva cripta di basalto che tanto teme-

vo, fui colto da totale pazzia. Perché come morirono gli echi della va-

langa, emerse udibile la ripetizione di quel fischio spaventoso e scono-

sciuto, che mi era parso di aver udito prima.

Questa ~rolta lo riconobbi subito, e il peggio era che proveniva da un

punto non dietro, ma davanti a me.

Forse in quel momento gridai forte. Conservo di me l'immagine di un

uomo in fuga attraverso la volta di basalto delle entità più antiche e il

suono dannato che scaturiva dalla botola aperta, oscura, infinitaménte

profonda. Vi era anche il vento, non una semplice corrente fredda e

umida, ma una raffica violenta che eruttava selvaggia e gelida da quel-

I'abisso abominevole da dove proveniva il fischio.

Mi affiorano ricordi di aver saltato e superato guardingo ostacoli di

ogni genere, con quella raffica di vento e il suono acuto che aumentava

di minuto in minuto, e che sembravano awolgermi e avvilupparmi di

proposito.

Quel vento, sebbene l'avessi alle spalle, pareva mi ostacolasse l'avan-

zata, anziché favorirla, come se mi tenesse con un laccio al collo. Incu-

rante del rumore che facevo, superai una grande barriera di blocchi

con notevole fracasso e fui di nuovo nella zona che portava in superfi-

cie.

Ricordo di aver guardato di sfuggita la stanza delle macchine e di

aver quasi gridato quando vidi il piano inclinato che portava verso una

di quelle botole, due piani più in basso, probabilmente spalancata. Ma

invece di gridare, non feci che ripetermi che era tutto un sogno dal qua-

le dovevo svegliarmi. Forse ero nell'accampamento, forse ero a casa, ad

Arkham. E quella speranza protesse la mia integrità mentale mentre

risalivo il pendio verso il piano superiore.

Sapevo, naturalmente, di dover attraversare la spaccatura di un me-

tro e mezzo, ma ero troppo sconvolto da altre paure per rendermi conto

fino in fondo dell'orrore fin quando non vi fui a ridosso. In discesa, il

salto era stato facile, ma potevo scavalcare il vuoto così facilmente in

salita e per di più impedito dalla paura, dalla spossatezza, dal peso del-

la cassetta di metallo e dall'anomalo tormento di quel vento demonia-

co? All~ultimo momento pensai a quelle cose e pensai anche alle entità

innominabili che forse stavano in agguato nei neri abissi sotto di me.

La torcia ondeggiante faceva una fioca luce, ma da certi ocuri ricordi

seppi quando ero vicino alla spaccatura. Le raffiche di vento gelido e le

grida sibilanti e disgustose alle mie spalle agirono per un istante come

un benefico oppiaceo, intontendo l'immaginazione di fronte all'orrore

di quel baratro spalancato. Poi mi accorsi di altre correnti d'aria e di

altri sibili davanti a me, maree di abominio che eruttavano dalla spac-

catura salendo da profondità inimmaginabili,

A quel punto fui dawero sopraffatto dall'incubo. L'equilibrio menta-

le se ne andò e ignorando tutto, all'infuori dell'impulso animale della

|` fuga, mi dibattei e mi tuffai in avanti oltre i cumuli di rovine come se

non vi fosse stato nessun baratro. Poi vidi il bordo dell'abisso, saltai co-

me un pazzo raccogliendo fino all'ultimo grammo di energia e fui im-

mediatamente inghiottito in un vortice di totale e profonda oscurità,

quasi materialmente tangibile.

E qui finisce la mia esperienza, per quanto ne ricordo. Ogni altra im-

pressione appartiene al dominio del delirio fantasmagorico. Sogno,

pazzia, ricordi si mescolarono inestricabilmente insieme in una serie

di allucinazioni fantastiche e frammentarie che nulla hanno in comune

con cose reali.

Una caduta terribile attraverso leghe incalcolabili di tenebre viscose

e sensibili, una babele di rumori del tutto estranei a quanto noi cono-

sciamo della Terra e della sua vita organica. I sensi assopiti ripresero

vitalità in me e captarono voragini e cavità popolate da orrori fluttuan-

ti, che portavano verso rupi, oceani e città brulicanti con torri di basal-

to senza finestre, da cui non brillava mai la luce.

I segreti del primitivo pianeta e dei suoi eoni incalcolabili mi balena-

rono nel cervello senza l'aiuto di vista o udito, e seppi cose che neppure

i sogni più pazzi avevano mai suggerito. Frattanto dita fredde di umido

L vapore mi afferravano e mi abbrancavano, e quel fischiare dannato, so-

prannaturale sovrastava acuto e diabolico tutte le gradazioni di fra-

"b Stuono e silenzio nei gorghi della circostante oscurità.

In seguito vi furono visioni della città ciclopica dei miei sogni, non in

rovina~ ma come l'avevo sognata. Io ero nuovamente nel corpo conico

~ non umano, mescolato con folle della Grande Razza e con le menti pri-

E~ gioniere che trasportavano libri su e giù per gli enormi corridoi e gli

ampi piani inclinati.

Poi, sovrapposte a quelle immagini, vi furono spaventose, fugaci vi-

Sioni di coscienza non visiva: lotte disperate, contorcimenti per libe-

rarmi da tentacoli rapaci di vento sibilante, una fuga insana, come un

. ~ volo di pipistrello, per l'aria semi-solida, un febbrile scavare nelle tene-

'b :,~ bre flagellate da un ciclone, e un pazzesco incespicare e arrancare sugli

ammaSSi di rovine.

Una volta vi fu uno strano lampo invadente e semi-luminoso, un bar-

me debole, diffuso, di uno splendore bluastro in alto, molto lontano.

64 65

Poi mi parve di sognare che scalavo e strisciavo, inseguito dal vento e

mi dibattevo nel bagliore di una luna sardonica in mezzo a una giungla

di detriti che scivolavano e ruzzolavano alle mie spalle in un fragoroso

uragano. Fu l'insistenza maligna e monotona di quel chiarore lunare a

dirmi alla fine che ero riemerso là dove sapevo essere il mondo dei vivi.

Ero bocconi e mi agguantavo alla sabbia del deserto australiano, e

tutto intorno sibilava una bufera di vento, come mai ne avevo cono-

sciute sulla superficie del pianeta. Avevo gli abiti a brandelli e tutto il

corpo era coperto di lividi e di graffiature.

Con molta lentezza mi tornò la coscienza, e non saprei dire a che pun-

to svanì il sogno delirante e dove tornarono i ricordi normali. Pareva ci

fosse stato un rnucchio di blocchi titanici, un abisso sottostante, una

mostruosa rivelazione del passato, e un incubo orrendo alla fine - ma

quanto di tutto questo era reale?

La pila era sparita, e così pure la cassetta di metallo che forse avevo

scoperto. Era mai esistita una cassetta del genere, o l'abisso, o il muc-

chietto di rovine? Sollevai il capo, mi guardai alle spalle, e vidi soltan-

to le sabbie sterili, ondulate del deserto.

Ll vento demoniaco era cessato e la luna gonfia e irreale tramontava

rossastra a occidente. Mi rimisi faticosamente in piedi e cominciai a

muovermi barcollando in direzione sud-ovest, verso l'accampamento.

Che cosa mi era accaduto veramente? Ero solo caduto nel deserto e ave-

vo trascinato un corpo martoriato da un accesso di follia per chilometri

di sabbia e blocchi sepolti? In caso contrario, come riuscire a sopporta-

re la vita?

Con questo nuovo dubbio, tutta la fede nella irrealtà delle mie visioni

generate dai miti, si dissolse ancora una volta nei sospetti infernali di

prima. Se quell'abisso era vero, allora la Grande Razza era reale - e co-

sì i suoi blasfemi poteri e le sue scorribande nel cosmo-, gli enormi

vortici del tempo non erano miti o incubi, ma una reallà terribile, da

distruggere l'anima.

Ero stato, veramente, trasportato in un mondo pre-umano di cento-

cinquanta milioni di anni fa in quei giorni bui e sconvolgenti della am-

nesia? Il mio corpo attuale era stato il veicolo di una spaventosa co-

scienza estranea venuta dagli abissi paleogenici del tempo?

E come le menti prigioniere di quegli orrori a forma di cono avevo

realmente conosciuto la maledetta città di pietra nel suo splendóre pri-

mordiale, e mi ero introdotto in quei corridoi familiari nella disgustosa

forma del mio catturatore? I tormentosi sogni di oltre un ventennio

erano il frutto di ricordi mostruosi ma veritieri?

Avevo veramente parlato un tempo con menti provenienti da irrag-

giungibili angoli di tempo e spazio, imparato i segreti dell'universo,

passato e avvenire, e scritto gli annali del mio mondo per le cassette

metalliche di quegli archivi colossali ? E gli altri - quelle impressionan-

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ti cose più antiche che emanavano pazzi venti e sibili demoniaci - era-

no davvero una incombente minaccia in agguato, nascosta nei neri

abissi dove lentamente si indebolivano, mentre mutevoli forme di vita

trascinavano avanti i loro corsi multi-millenari sulla superficie del pia-

neta, devastata dal tempo?

A queste domande non so rispondere. Se quell'abisso e quanto rac-

chiudeva erano reali, non esiste speranza. Allora, sul serio, incombe su

questo mondo dell'uomo una beffarda e incredibile ombra fuori del

tempo. Ma, fortunatamente, non esiste prova che tali cose non siano al-

tro che nuove fasi dei miei sogni nati dal mito. Non ho portato alla luce

la cassetta che avrebbe costituito la prova, e finora quei corridoi sotter-

ranei non sono stati trovati.

Se le leggi dell'universo sono benevole essi non saranno mai scoperti.

Tuttavia devo dire a mio figlio ciò che vidi o credetti di vedere, e lascio

a lui di giudicare come psicologo la portata della realtà della mia espe-

rienza e di comunicare agli altri questo resoconto.

Ho detto che la spaventosa verità che sta dietro ai miei anni tormen-

tati di sogni ruota assolutamente sui fatti reali di ciò che ritenni di aver

visto in quelle ciclopiche rovine sepolte. E stato per me arduo, letteral-

mente, stendere per scritto la rivelazione cruciale, benché i lettori la

avranno immaginata. Naturalmente, sta nel libro della cassetta - la

cassetta che estrassi dal suo posto segreto fra la polvere di un milione

di secoli.

Nessun occhio aveva mai visto, nessuna mano toccato quel resoconto

dell'avvento dell'uomo sul pianeta. Eppure, quando io accesi la torcia

sul volume, in quell'abisso terrificante, vidi che le lettere stranamente

colorate sulle pagine di cellulosa, scurite dal tempo e friabili, non era-

no sconosciuti geroglifici dei primordi della terra. Erano, invece, le let-

tere del nostro alfabeto comune; e le parole erano vergate in lingua in-

glese, con la mia calligrafia.

itolo originale The Shadow out of Time

ne di Alda Carrer, su licenza di SugarCo Edizioni

67

Horace L. Gold

QUESTIONE DI FORMA

Il telefono irruppe stridulo nel sonno di Gilroy. Con gli occhi risoluta-

mente serrati, il reporter si rovesciò sul fianco, affondò l'orecchio nel

cuscino e tirò la coperta fin sopra la testa. Ma lo squillo imperversava.

Quando aprì le palpebre ammiccando e vide la pioggia che rigava le

finestre, strinse i denti a quello strepito insistente e alzò la cornetta,

lanciando una maledizione nel microfono - non una trita imprecazio-

ne, ma una fantasiosa opinione sulla sorta d'uomo che svegliava croni-

sti stanchi alle quattro del mattino.

--Non prendertela con me--rispose il suo direttore dopo un irrita-

to silenzio.--E stata tua, l'idea. Tu hai voluto occuparti del caso.

Hanno trovato un altro come-si-chiama.

Gilroy si sveglib all'istante.--Un altro catatonico!

--In York Avenue, vicino alla Novantunesima Strada, circa un'ora

fa. E nel reparto osservazione del Memorial Hospital.--La voce a un

tratto si abbassò in un tono confidenziale.--Vuoi sapere che cosa ne

penso, Gilroy?

--Che cosa?--chiese Gilroy in un bisbiglio fiducioso.

--Credo che tu sia suonato. (~uesti catatonici sono solo dei vaga-

bondi. Probabilmente si sono ubriacati fino a ridursi a quella cosa lì,

la catatonia. Via, sii ragionevole, Gilroy, non si meritano più di una

notiziola di quattro righe.

Gilroy, sceso dal letto, si stava vestendo con una sola mano.

--Non questa volta, capo--rispose convinto.--Certo, sono solo

dei vagabondi, ma questo fa parte della storia. Senta... ehi! Lei avreb-

be dovuto staccare un paio d'ore fa. Che cosa ci fa in ufficio?

Il direttore pareva infelice:--Il vecchio Talbot. Domani compie ses-

santasei anni. Ho dovuto confezionare un pistolotto sulla sua vita.

--Che cosa? Perde il suo tempo a rifare una verginità a quell'assas-

sino, a quel bandito...

--Prenditela calma, Gilroy--I'avvertì il direttore.--Ha metà del

capitale del nostro giornale, e non è che ci dia spesso fastidio.

--Okay. Ma lui da solo tiene in piedi la criminalità cittadina. Be',

non ci metterà molto a tirare le cuoia. Può raggiungermi al Memorial,

appena smonta?

--Con questo tempo?--Il direttore rifletté.--Non so. Tu hai un

istinto di prima classe per le notizie, e se pensi che sia una storia coi

fiocchi... oh, all'inferno, va bene!

Il sorriso trionfante di Gilroy s'incrinò, quando il suo piede stracciò

una calza. Appeso il ricevitore, il cronista si diede a esplorare cassetti

spopolati, alla ricerca di un altro paio.

La strada era gelida e desolatamente deserta. La neve annerita si

stava sciogliendo in un deprimente pantano. Gilroy si rannicchiò nel

suo cappotto e avanzò sguazzando nella fanghiglia verso Greenwich

Avenue. Alto e magro com era, con la testa china contro la pioggia bat-

tente, il soprabito svolazzante intorno agli stinchi ossuti, le mani af-

-| fondate nelle tasche e i gomiti appuntiti che sporgevano a filo del cor-

° dinoccolato, assomigliava a un'infelice cicogna che si guardasse in-

torno alla ricerca di un pesce.

il Ma era tutt'altro che infelice. Anzi, era felice, come solo può esserlo

un uomo con una sua teoria prediletta, quando i fatti cominciano a

~| schierarsi dalla sua parte.

Mentre pesticciava nel fango, rabbrividì al pensiero del catatonico

~| che doveva esservi rimasto disteso per ore, incapace di alzarsi, fino a

~jl che l'avevano trovato e trasportato all'ospedale. Povero diavolo! Il pri-

jl mo della serie era stato scambiato per un ubriaco, ma poi il poliziotto

aveva visto il cerotto sul collo.

"Paziente fuggito dopo operazione al cervello", aveva riportato l'o-

spedale. Sembrava ragionevole, salvo che i catatonici non cammina-

no, né strisciano, né si nutrono da soli - anzi, non compiono nessun

movimento muscolare volontario. Gilroy, quindi, non era rimasto

molto sorpreso quando nessun ospedale o chirurgo privato aveva re-

clamato il presunto fuggiasco.

Un autista di taxi avvistò colmo di speranza quella figura agitata

nella pioggia. Gilroy represse l'impulso di abbracciarlo, per averlo

salvato dal vento tagliente, e si cacciò dentro.

--La notte giusta per un omicidio--osservò l'autista in tono ozio-

so.

--Vuole farmi capire che gli affari vanno male?

--Voglio dire che è un tempo schifoso.

. --Accidenti se lo è--esclamò sarcastico Gilroy.--Non si lasci im-

k pressionare~ però. Ho fretta. Memorial Hospital, di volata!

L~autista~ con aria partecipe, virò verso il centro della strada e schiz-

~zo oltre un semaforo battendolo sul tempo.

Tre catatonici in un mese! Gilroy scosse la testa. Era un vero enig-

ma. Non potevano essere scappati. Perché, in primo luogo, qualcuno li

avrebbe reclamati e, in secondo luogo, era fisicamente impossibile. E

come si procuravano quelle nitide incisioni chirurgiche un po' sotto la

nuca suturate con due punti da una mano professionale e protette da

un professionale cerotto? Tagli recenti, per giunta!

A suo giudizio, aveva grande importanza che fossero poveramente

vestiti e in stato di lieve denutrizione. Ma che voleva dire? Scrollò le

spalle. Il suo era come un sesto senso, ecco.

Quando il taxi accostò bruscamente al marciapiede con uno stridore

di freni, Gilroy passò una banconota attraverso il finestrino e scese. La

notte esplose all'improvviso, mentre la pioggia gli si avventava addos-

so con un'ondata ruggente. Lottando col vento, il giornalista si lanciò

verso la porta dell'ospedale.

Fradicio e senza fiato, quasi si pentì della sua alzata d'ingegno: dare

tanto peso a tre catatonici ridotti in miseria! Con cautela, infilò la ma-

no nel cappotto viscido e tirò fuori una tessera completamente inzup-

pata.

La ragazza al banco dell'accettazione vi diede uno sguardo.

--Oh, un giornalista! E successo qualcosa d'importante, stanotte?

--Niente di speciale--rispose lui con noncuranza.--Un povero

vagabondo trovato fra York Avenue e la Novantumesima. E nel reparto

svitati?

La ragazza scorse il registro e annuì--E un suo amico?

--Il mio nipotino.--Mentre si allontanava, Gilroy e la ragazza tra-

salirono al fruscio dell'acqua che sciabordava nelle sue scarpe a ogni

passo.--Devo essere finito in una pozzanghera.

Quando svoltò verso l'ascensore, la ragazza scuoteva la testa, le lab-

bra increspate in una smorfia di matema sollecitudine. Poi, il pianter-

reno scomparve.

Percorse il corridoio imbiancato senza esitare, prestando orecchio

con distacco accademico ai sommessi, orribili gemiti che giungevano

dalla corsia principale. Vicino all'ambulatorio, lo fermò il rumore del-

I'ascensore. Gilroy si voltò a guardare.

Comparve il direttore - un ometto intirizzito, bagnato fino alle ossa

e disgustato. Il giornalista gli si fece incontro e, dopo averlo preso per

il braccio, lo condusse in silenzio all'intemo dell'ambulatorio. Il diret-

tore sospirò rassegnato.

Il medico intemo dell'ospedale alzò appena lo sguardo quando i due

presero posto discretamente fra i praticanti che facevano corona al

letto. Senza sforzo, Gilroy sbirciò sopra le teste davanti, studiando il

soggetto catatonico con occhio clinico.

Il paziente era stato spogliato degli abiti bagnati, asciugato e frizio-

nato con alcool. Totalmente passivo, i muscoli rilassati, gli occhi soc-

chiusi, la bocca spalancata in un'ebete inerzia. Sul collo, la traccia

scura lasciata dal cerotto. Gilroy si storse da un lato. Sotto i capelli ta-

gliati, vide parte della sutura.

--Catatonico, dottore?--chiese con tranquillità.

--Chi è lei?--sbottò il medico.

--Gilroy... Morning Post.

Il dottore tomò a guardare il paziente sul lettino.

_ Catatonia, certo. Nessuna traccia di alcool o di droghe inibitorie.

Lieve denutrizione.

Gilroy si fece largo educatamente nella cerchia degli studenti.

--Lo choc da insulina non funziona, eh? Non c'è motivo per cui

debba funzionare.

--Perché no?--chiese il medico con un sussulto.--Funziona sem-

pre in questi casi... Almeno, temporaneamente.

--Ma non ha funzionato in questo, vero?--insisté brusco il gioma-

lista.

Il dottore chinò il capo sconfitto.--No.

--Cos'è tutta questa storia? E cos'è la catatonia, comunque? Parali-

si o che?--chiese irritato il direttore del giornale.

--E l'ultimo stadio della schizofrenia, o demen~iaprecox, come la si

chiamava una volta--rispose il dottore.--La mente si ribella alle re-

sponsabilità e cerca un periodo dell'esistenza in cui fosse libera dal-

I'angoscia. Regredisce all'infanzia e scopre che esistono le preoccupa-

zioni infantili; si spinge oltre, e si ribella anche a quelle, fino a giunge-

re a uno stato prenatale.

--Ma è una degenerazione per gradi--asserì Gilroy.--Molto pri-

ma del completo crollo psichico, lo schizofrenico viene individuato e

ricoverato in un manicomio. E lì passa attraverso gli stadi dell'imbe-

cillità e dell'idiozia. Solo dopo molti anni di decadimento mentale si

chiude a riccio rifiutandosi di usare i muscoli o il cervello.

Il direttore sembrava perplesso.--E perché lo choc da insulina do-

vrebbe tirarlo fuori da quello stato?

--Non che non dovrebbe!--scattò Gilroy.

--E invece sì--ribatté il medico irritato.--La catatonia è una ri-

bellione negativa. L'insulina riduce io zucchero nel sangue fino a pro-

e curare uno choc, e la fame improwisa scuote il catatonico dalla sua

passività.

--E vero--replicò Gilroy battagliero--ma questo non è un caso

di catatonia! E incredibilmente simile, ma non si è mai sentito di un

't~ catatonico che non si rifiuti di compiere un movimento muscolare vo-

lontario. Non c'è ritenzione salivare! Secondo me, si tratta di paralisi.

--Provocata da che?--lo rimbeccò il dottore.

--Questo spetta a lei stabilirlo. Non sono un medico. Cosa ne dice

di quella ferita alla base del cranio?

yl

--Stupidaggini! Non arriva a mezzo centimetro dal nervo motore.

Si tratta di cerea fle~cibilitas... flessibilità cerea.--Il medico alzò il

braccio del paziente e lo lasciò andare. Il braccio ricadde lentamente.

--Se ci fosse una paralisi generale, anche il cervello sarebbe stato col-

pito. Sarebbe morto, a quest'ora.

Gilroy alzò le spalle ossute e le rilasciò.--E sulla pista sbagliata,

dottore--disse senza scomporsi.--La ferita c'entra di sicuro e la ca-

tatonia non può essere indotta chirurgicamente. Può essere provocata

da una lesione, ma la degenerazione sarebbe graduale. E i catatonici

non camminano, né strisciano. E stato deliberatamente abbandonato,

come gli altri.

--Si direbbe che tu abbia ragione, Gilroy--concesse il direttore.

--C'è qualcosa che non quadra, qui. Avevano tutti e tre le stesse feri-

te?

--Esattamente nello stesso punto, alla base del cranio e a sinistra

della spina dorsale Ha mai visto una creatura così inerme? Provi a

immaginarla mentre scappa da un ospedale, o anche da un chirurgo

privato!

Il medico congedò gli interni e riunì in fretta gli strumenti per una

rapida fuga.--Non ne vedo motivo. Tutti e tre erano poveramente ve-

stiti e denutriti; dovevano vivere in condizioni al di sotto del livello di

sussistenza. Chi poteva volere fargli del male?

Gilroy balzò davanti al medico, sbarrandogli il passo.--Ma non de-

ve essere per forza una vendetta! Poteva trattarsi di un esperimento!

--Per dimostrare che?

Gilroy lo guardò con aria interrogativa.--Non lo sa?

--E come potrei?

Il giornalista si cacciò indietro sulla testa il cappello intriso di piog-

gia e si precipitò verso la porta.--Andiamo, capo. Chiederemo a Moss

d'illuminarci.

--Non troverete qui il dottor Moss--disse il medico.--Non è di

turno stanotte e credo che domani lasci l'ospedale.

Gilroy si fermò di botto.--Moss... lascia l'ospedale!--ripeté sba-

lordito.--Ha sentito, capo? Quello è un dittatore, uno schiavista e un

verme. Ma probabilmente è il primo chirurgo d'America. Ma guardi.

Notizie sensazionali che spuntano da tutte le parti, e lei se ne sta lì a

tirare a lucido la biografia sanguinaria del vecchio Talbot!--Il suo

cappotto si gonfiò nell'onda del rapido passo disarticolato.--Tre ca-

tatonici trovati distesi per strada in un mese. Mai successo prima. Non

possono camminare, né strisciare, e hanno misteriose ferite alla base

del cranio. Ora il più grande chirurgo del Paese viene buttato fuori a

calci dall'ospedale che lui ha portato al primo posto in America. E lei

cosa fa? Se ne sta seduto in ufficio a sciorinare storie su che tipo ga-

gliardo sia Talbot sotto la sua apparenza viscida!

Il medico udì con sollievo scivolare per il corridoio l'ultima eco di

quella voce implacabile, incisiva, sorretta dalla logica. Ma prima di

lasciare la stanza, guardò il paziente.

Era meno sicuro che si trattasse di catatonia. Si sorprese a ripetere

l'osservazione del direttore del giornale: dawero, c'era qualcosa che

non quadrava.

Ma che ragione poteva esserci, di operare tre derelitti e abbandonar-

li a loro stessi? E come poteva 1 operazione avere provocato la catato-

nia?

In un certo senso, gli dispiaceva che il dottor Moss venisse licenzia-

to. Il freddo dittatore schiavista avrebbe potuto fornire una buona teo-

ria. Quella era la coscienza del medico, che parlava. Ma dentro di sé il

dottore sentiva che avrebbe dato qualunque cosa, pur di stare lontano

da quella morbida voce canzonatoria e da quella smorfietta irridente.

All'altezza della Cinquantunesima Strada, Wood giunse all'ultimo uf-

ficio di collocamento della Sesta Avenue. Con ben poche speranze, les-

se le rozze iscrizioni in gesso. Era un'agenzia di collocamento per la-

voratori dell'industria. Wood non era mai stato in fabbrica. Il solo im-

piego che avrebbe potuto ricoprire, era di apprendista tappezziere a

dieci dollari la settimana; ma aveva trentadue anni e l'agenzia avreb-

be chiesto un pagamento immediato di cinque dollari.

Se ne andò depresso, giocherellando con i tre decini in tasca. Tre de-

cini, le monete più piccole e insignificanti d'America...

--Trovato niente, amico?

--Non per me--rispose Wood stancamente, senza quasi degnare

di un'occhiata il suo interlocutore.

Lanciò un ultimo sguardo al giornale prima di lasciarlo cadere sul

marciapiede. Era l'ultimo che avrebbe comprato, decise; con il suo

aspetto miserabile, non poteva rispondere alle inserzioni. Ma la sua

mente si avvinghiava ostinata all'articolo dove Gilroy descriveva gli

orrori della catatonia. Uno stato che, per un capriccio nato dalla fru-

strazione, Wood trovava adesso dotato di una bizzarra attrattiva. Al-

meno, i catatonici avevano un tetto e di che mangiare. Chissà che non

fosse possibile simulare quella malattia...

L'altro aveva continuato a studiarlo. --Laureato, eh?--chiese

mentre Wood si allontanava.

Wood si fermò e si passò una mano sulla faccia irsuta. Luridi polsini

uscirono dalle maniche sfrangiate. I capelli troppo lunghi, lo sapeva

bene, gli si arricciavano dietro le orecchie.--Si vede ancora?--chie-

-Se con voce amara.

--Ci puoi scommettere. Uno che viene dall'università si riconosce

iontano un miglio.

Wood storse la bocca.--Felice di sentirlo. Dev'essere una luce inte-

riore che brilla fra gli stracci.

--Sei un idiota, a venire qua con la tua istruzione. Qui vogliono so-

lo dei disgraziati che non sanno dove sbattere la testa... Tipi come me,

con tanti muscoli e niente cervello.

Wood lo studiò. Era troppo ben vestito e troppo sveglio per aver va-

gato fra le agenzie anche solo da poco tempo. Doveva avere appena

perso il posto, forse cercava compagnia. Ma ne aveva già incontrati

prima, di tipi come quello, con lo sguardo insensibile di un lupo che

scelga le sue prede fra i disoccupati.

--Senti--gli disse Wood--io non ho niente di quello che tu vorre-

sti. Sono ridotto con trenta centesimi. Scusami, se me la batto dalla

mia stanza con i libri e lo spazzolino da denti prima che li agguanti il

custode.

L'altro non si ritrasse, né si lasciò andare a virtuose proteste.--Non

sono cieco--rispose quieto.--Lo vedo bene che sei ridotto male.

--Allora cosa cerchi?--scattò Wood.--Non dirmi che cerchi com-

pagnia da un tipo lercio, ma con la patente di ex-universitario...

Il suo bistrattato amico ebbe un gesto di fastidio.--Risparmia la

scena del cane rabbioso. Mi hanno appena scartato per un lavoro, per-

ché non ho fatto l'università. Settantacinque al mese, alloggio e vitto

assicurato, come assistente del dottore. Ma mi hanno cacciato perché

non ho la laurea.

--Hai tutta la mia comprensione--disse Wood, e si voltò.

L'altro l'afferrò.--Tu sei laureato. Vuoi il lavoro? Ti costerà la paga

della prima settimana... La mia percentuale, capisci?

--Io non ne so niente di medicina. Ero un esperto di codici in un uf-

ficio di cambio, prima che la gente rimanesse a corto di soldi per gli

investimenti. Vuoi che decifri qualche codice? Quello è il meglio che

posso fare.

Wood si stizzì quando lo sconosciuto gli si affiancò, tenendo il suo

passo stracco.

--Non c'è bisogno che ne sappia qualcosa di medicina. Basta che tu

abbia la laurea, un po' di muscoli e di cervello, ecco tutto quello che

vuole il dottore.

Wood si fermò, voltandosi di botto.

--Non mi prendi in giro?

--Ti dico di no. Ma non voglio portare là un testone e farmi sbattere

fuori di nuovo. Devo farti le domande che hanno fatto a me.

Davanti alla prospettiva di un lavoro, la diffidenza di Wood si dis-

solse. Sentiva al tatto i tre decini in tasca - decisamente esigui, e poco

rassicuranti. Significavano due hamburger e due tazze di caffé, o un

letto in qualche lurido dormitorio. Due magri pasti e la notte nell'umi-

da aria di marzo; o un letto e niente cibo.

--Spara--disse risoluto.

--Qualche parente?

--Dei cugini di quinto grado nel Maine.

--Amici?

--Nessuno che mi riconoscerebbe, ormai.--Wood scrutò la faccia

dell'altro.--Che cos'è questa storia? Che c'entrano i miei amici, o pa-

renti...

_ Niente--si amrettò a rispondere lo sconosciuto.--Solo che devi

|- viaggiare un po'. Il dottore non vuole che ti trascini dietro una moglie,

o che devi interrompere il lavoro per scrivere delle lettere, capisci?

Wood non capiva. Era una spiegazione singolarmente zoppicante,

ma ormai era concentrato sui 75 dollari al mese, sulla stanza e il vit-

to... Cibo!

--Chi è il dottore?--chiese.

--Non sono scemo.--L'altro sorrise a muso duro.--Tu ci verrai

con me e mi farai anticipare da lui la mia percentuale.

Wood si avviò insieme al suo compagno verso l'Ottava Avenue. Se-

duto nella metropolitana, evitò d'incontrare sguardi pur casuali e di-

stratti. Teneva i piedi fuori del corridoio, contro la base del sedile, così

da nascondere la suola schiodata e sventagliante della scarpa destra.

Aveva le mani ruvide e screpolate, tenacemente incrostate di sporco.

Risentito, sconfitto, con l'aria di un maturo cane randagio. Che possi-

bilità aveva di essere assunto? Ma perlomeno lo sconosciuto aveva ri-

schiato un nichelino per il suo biglietto.

L Wood lo seguì fuori della stazione della Centotreesima Strada e del-

la Central Park West; insieme salirono sulla collina verso Manhattan

Avenue e proseguirono lungo diversi isolati per il centro. Poi la sua

guida corse lesta su per la scaletta di una vecchia casa. Wood, che ar-

rancava più lento, represse l'impulso di scappare, ma già assaporava

la deprimente sensazione di chi si vede rifiutare un lavoro. Se solo

avesse potuto tagliarsi i capelli, far stirare il vestito e aggiustare le

scarpe! Ma a che serviva pensarci? Gli sarebbe costato un paio di dol-

~- lari. E poi, non c'era niente da fare per quegli orli sfrangiati.

--Vieni!--lo chiamò il suo nuovo amico.

Wood raddrizzò la schiena e rimase a guardare la casa, mentre l'al-

tro suonava deciso il campanello. Era un edificio di tre piani, nessuna

dicitura sopra il campanello, nessuna insegna di un qualunque studio

medico sulle finestre dai pesanti tendaggi. Dall'esterno, poteva sem-

brare una pensione mal tenuta.

La porta si aprì. Un uomo della sua età, di media corporatura, ma

notevolmente sovrappeso, bloccò l'ingresso. Portava un camice bianco

da laboratorio~ Gli occhi mobili e arcigni parevano incongrui nel pal-

~lore della faccia morbida.

--Ancora qui?--chiese impaziente.

--Non è per me, questa volta--rispose il testardo amico di Wood.

--Ho portato un laureato.

Wood si ritrasse umiliato, quando lo sguardo acuto del grassone

percorse il suo abito gualcito e consunto e si fermò con disgusto sui

lunghi capelli che si gonfiavano scomposti intorno alla faccia famelica

e mal rasata. Ecco, già se lo sentiva: "Non fa al caso nostro".

Ma il grassone spinse da parte con la gamba un bel collie e aprì del

tutto la porta. Stranito, Wood seguì il suo accompagnatore nell'angu-

sto corridoio e, per dare un'impressione amichevole, si chinò ad acca-

rezzare le orecchie del cane. Il grassone li condusse in una stanza nu~ia

sul fronte.

--Come si chiama?--chiese con indifferenza.

Wood sentì la risposta bloccarglisi in gola. Dovette tossire.

--Wood--disse.

--Qualche parente?

Wood scosse la testa.

--Amici?

--Non più.

--Che laurea?

--Scienze, Columbia, 1925.

L'espressione del tipo corpulento non cambiò. Infilò la mano nella

tasca sinistra e ne prese un portafoglio.--Che accordo ha con que-

st'uomo?

--Deve avere il mio salario della prima settimana.--In silenzio,

con uno sguardo vorace e patetico, Wood osservb svariate banconote

verdi mutare di mano.--Posso lavarmi e sbarbarmi, dottore?--chie-

se.

--Non sono io il dottore--replicò il tipo florido.--lo mi chiamo

Clarence, senza titoli davanti.--Si voltò rapido verso il troppo curio-

so sconosciuto.--Che cosa stai a fare qui?

L'amico di Wood arretrò verso la porta.--Be', tanti saluti--disse.

--Un bel colpo per tutti e due, eh, Wood?

11 laureato annuì e sorrise felice. Gli era del tutto sfuggita la traccia

d'ironia in quella voce dura.

--L'accompagno di sopra, nella sua stanza--disse Clarence, non

appena il socio in affari del nuovo assunto se ne fu andato.--Credo

che ci sia un rasoio.

Uscirono nello scuro corridoio, tallonati dal collie. Una lampada

scoperta pendeva da un unico filo sopra un tavolo pieghevole. Sul mu-

ro, uno specchio ovale in una cornice dorata rimandava l'immagine di

Wood, sciatta e disordinata, sopra il logoro tappeto steso sul pavimen-

to fino a una porta che dava sul retro della casa. Con un'erta spirale,

una stretta scala si arrampicava verso il primo piano. Era una casa

triste e trascurata, ma l'idea del lusso di Wood si era fatta meno esi-

~ente.

--Aspetti qui, devo fare una telefonata--disse Clarence, e chiuse

alle sue spalle la porta di una stanza di fronte alle scale. Mentre vez-

zeggiava il collie, più che disposto a fare amicizia, Wood sentì Claren-

ce parlare con voce forte e naturale al di là del pannello.

--...Pinero ha riportato un uomo. Tutte le risposte perfette... Co-

lumbia, 1925... Non un centesimo, a giudicare dall'aspetto... Chiamo

Talbot? Per quando?... Okay... Tornerà appena avrà finito con il consi-

glio di amministrazione?... Va bene... Be', che differenza fa? In ogni ca-

so, da loro ha avuto tutto quello che voleva.

Wood sentì lo scatto del ricevitore che veniva posato sulla forcella e

poi rialzato. Moss? Quello era il direttore del Memorial Hospital, il

grande chirurgo. Ma l'articolo sui catatonici accennava qualcosa circa

il suo allontanamento dalla clinica.

--Pronto, Talbot?--diceva intanto Clarence.--Venga domani a

mezzogiorno. Moss dice che sarà tutto pronto per allora... Okay, non si

agiti. Questa è veramente l'ultima volta!... Non si preoccupi. Andrà

tutto bene.

Anche il nome di Talbot suonava familiare a Wood. Poteva essere

quello di cui aveva parlato il Morning Post, il filantropo di sessantasei

anni. Probabilmente voleva essere operato da Moss. Be', non era affar

suo.

Quando Clarence tornò nel corridoio in penombra, Wood pensò solo

ai suoi 75 dollari al mese, con vitto e alloggio; ma, soprattutto, aveva

un lavoro! Poche settimane di cibo decente e la possibilità di comprar-

si qualche vestito nuovo, e in men che non si dica si sarebbe liberato

del suo disfattismo.

Dimenticò perfino la sua meraviglia per l'assenza di una targa pro-

fessionale e di quelle targhette con l'indicazione della sala d'aspetto,

quali s'incontrano di solito nello studio di un medico. Riusciva a pen-

sare solo alla sua stanza pulita al terzo piano, affacciata, chissà, su un

cortile luminoso. E a una rasatura...

Il dottor Moss abbassò la cornetta con movimenti studiati. Quando

percorse a grandi passi il corridoio bianco dell'ospedale verso l'ascen-

Sore, avvertì più di uno sguardo curioso, ma la sua faccia rosea, accu-

ratamente sbarbata, non concedeva risposta a quegli occhi interroga-

tivi. Nell'ascensore, se ne rimase con le mani cacciate con noncuranza

nelle tasche. Il lift non osò guardarlo, né rivolgergli la parola.

Presi cappotto e cappello - lo spazio intorno al banco dell'accetta-

Zione sembrava più affollato del solito, popolato com'era di uomini

~ con lo sguardo penetrante del reporter - il medico proseguì con passo

e~ sostenuto.

Un tipo alto, sorprendentemente magro, che continuava a fissarlo

come un uccello da preda, prese la testa dei cronisti che sciamavano

alle sue calcagna

--Non può andarsene senza una dichiarazione alla stampa, dotto-

re--disse il tipo allampanato.

--Non mi riesce affatto difficile--ribatté lui senza fermarsi.

Si arrestò sul marciapiede, con la schiena freddamente rivolta ai

giornalisti e, senza fretta, chiamò un taxi con un cenno.

--Be', almeno può dirci se è ancora direttore dell'ospedale--insi-

sté lo spilungone.

--Chiedetelo al consiglio degli amministratori fiduciari.

--Un'ipotesi sui catatonici, allora?

--Chiedetela ai catatonici.--Il taxi gli si fermò davanti. Aprì riso-

lutamente la portiera e prese posto. Mentre si allontanava, sentì il suo

persecutore esclamare:--Che freddo rettile schifoso!

Non si voltò indietro a godere della loro sconfitta. Malgrado la cal-

ma esteriore, neppure lui si sentiva molto tranquillo. Quel tipo del

Morning Post, Gilroy, o come si chiamava, aveva scritto un articolo

sensazionale sui catatonici abbandonati ed era giunto ad affermare

che non erano affatto quello che si pensava. Lui aveva cercato in ogni

modo di tenersi fuori dalla furiosa disputa fra le contrastanti supposi-

zioni. Talbot possedeva una quota consistente del giornale. Bisognava

dirgli di mettere fine a quegli articoli, anche se ormai tutta la stampa

stava andando a rimorchio.

Era stata un'intuizione brillante, capire che i pazienti non erano as-

solutamente affetti da catatonia. Ma il reporter del Morning Post si era

assunto un compito formidabile, se voleva scoprire come tre uomini

colpiti da una paralisi generale fossero stati abbandonati senza la più

piccola traccia della loro provenienza, e che relazione esistesse tra le

incisioni e il loro stato. Lui stesso aveva risolto il problema solo da po-

co.

Il taxi tagliò verso la Settima Avenue e proseguì verso la periferia.

Il canzonatorio sorriso di congedo del dottore si dissolse. La mobile

bocca sbiancò, le labbra si tesero in un'espressione tetra. Dove avreb-

be trovato i soldi, adesso? Aveva attinto ai fondi dell'ospedale fino a

lasciare un buco vertiginoso, e non era bastato. Simili a una voragine

senza fine, le sue ricerche potevano prosciugare una dozzina di fondi.

Se avesse potuto convincere Talbot, dimostrargli che i suoi falli-

menti non erano stati altrettanti scacchi, che questa volta non avreb-

be fatto fiasco...

Ma Talbot era un tipo duro da fiaccare. Non un centesimo sarebbe

uscito dalla sua borsa tirata, fino a che non l'avesse completamente

persuaso di aver superato la fase sperimentale. Questa volta non

avrebbe fallito!

Giunto nella strada del dottore, il taxi si fermò. Moss scese agilmen-

te e salì gli scalini di fronte fiducioso, senza guardare né a destra né a

sinistra, benché fosse una bella giornata con un caldo sole dorato é, tra

le due file di vecchie case, si distinguesse Central Park verdeggiante di

germogli.

Aprì la porta ed entrò quasi con impazienza nello stretto corridoio

scuro, ignorando il collie festante che saltava per salutarlo.

--Clarence!--chiamò.--Porta giù il tuo nuovo assistente. Non vo-

glio neanche mangiare.--Si tolse il cappello, il cappotto e la giacca e

li appese distrattamente a un gancio vicino allo specchio.

--Ehi, Wood!--gridò Clarence su per le scale.--Sei pronto?

Sentirono un passo rapido e leggero dal terzo piano.

--Clarence, ragazzo mio--disse Moss con voce bassa e incalzante

--ho capito qual era il problema. Non abbiamo fallito, in realtà. E te

lo dimostrerò... Seguiremo esattamente la stessa tecnica!

--Allora perché sembrava che non funzionasse, prima?

I piedi di Wood apparvero tra le ringhiere al secondo piano.--Capi-

rai appena sarà finito--bisbigliò Moss in fretta. Wood si unì a loro.

Quel pur breve periodo trascorso dopo l'assunzione, era bastato a

trasformarlo. Aveva perso la sensazione demoralizzante di essere un

inutile relitto umano. E se ora si presentava ben rasato e pulito, non

per questo i suoi occhi brillavano di gioia.

--Wood... il dottor Moss--disse Clarence in tono sbrigativo.

Wood farfugliò un discorsetto incoerente, inteso a informarli che era

felice, anche se non ne sapeva nulla di medicina.

--Non è necessario--rispose suadente il dottore.--Le insegnere-

mo di più noi, in materia, di quanto potrebbe spiegarle la maggior

parte dei chirurghi in una vita.

Poteva significare tutto e niente. Wood non cercò di capire il senso

di quelle parole. Era stata la punta di trattenuta ferocia nella voce

sommessa, a turbarlo. Sembrava un ben strano modo di rivolgersi a

un uomo assunto per spostare gli apparecchi e svolgere le mansioni

più ordinarie.

Li seguì in silenzio in una sala operatoria rilucente, rivestita di pia-

strelle. Si sentiva meno a suo agio che nella sua stanza, ma quando al-

lontanò dalla mente l'intonazione di Moss come un accento natural-

mente sarcastico, che lasciava capire più di quanto intendesse vera-

mente, cedette ancora al suo entusiasmo. Si guardb intorno, mentre il

medicO si lavava le mani e le braccia in un profondo lavandino.

~el centro della sala, si trovava un tavolo operatorio, rivestito da un

lindo lenzuolo senza neppure una grinza. Sopra il piano, si divaricava-

no i cinque globi di una lampada scialitica. Era una stanza ben orga-

ata~ Perfino lui poteva vedere come tutto fosse a portata di mano

del dottore: i vassoi con i tamponi, le garze e le pinze, e un dispositivo

per la sterilizzazione che emetteva nuvolette di vapore.

--Noi conduciamo molti esperimenti chirurgici--spiegò il dottor

Moss.--Lei, più che altro, dovrà occuparsi degli anestetici. Mostragli

come si fa, Clarence.

Wood osservò con attenzione. Pareva semplice: aprire e chiudere le

bombole del ciclopropano, dell'elio e dell'ossigeno, tener d'occhio i

quadranti per evitare che si formassero miscele troppo ricche, badare

ai mantici e al filtro dell'acqua....

Già sapeva che gli anestesisti ben addestrati controllano la miscela

aspirandola appena dal naso. Su suggerimento di Clarence, inspirò

leggermente dal cono bisbigliante. Ma non sapeva del ciclopropano,

così rapido, che a volte anche gli anestesisti più esperti ne rimangono

tramortiti...

Giaceva sul pavimento con le braccia e le gambe puntate verso l'alto.

Quando cercò di distenderle, rotolò su un fianco. Gli arti si protende-

vano ancora rigidi. Era intontito dall'anestetico. Qualcosa che somi-

gliava a un cerotto chirurgico gli tirava la pelle in una zona sensibile

del collo.

La sala era buia, dietro le persiane verdi abbassate a schermare la

luce di fuori. Da qualche parte sopra di sé, in fondo al locale, sentì un

respiro affannoso e, prima che potesse drizzarsi per indagare, udì mol-

teplici passi che salivano verso la porta. Si ritrasse sulla difensiva.

La porta si spalancò. La luce brillò nella stanza. Wood balzò in pie-

di... e scoprì che non poteva stare eretto. Ricadde in una posizione ac-

cucciata, di fronte a quegli uomini che l'osservavano con freddo inte-

resse.

--Ha cercato di alzarsi--asserì uno.

--Che altro si aspettava?--sbottò Wood. Ma dalla bocca gli uscì

un ringhio confuso e feroce, inarticolato. Sconvolto e furioso, alzò lo

sguardo verso gli osservatori.

--Tienilo d'occhio, Clarence--disse Moss.--Io mi occuperò del-

l'altro.

Wood volse la testa dalla minacciosa canna della pistola puntata su

di lui e vide il dottore sollevare l'uomo sul lettino. Clarence indietreg-

giò verso la finestra e alzò la tapparella. Un vivido chiarore lunare ri-

scosse il paziente che, mostrandosi a Wood di profilo, fissò gli occhi

vacui sulla rosea faccia levigata di Moss, senza più lasciarla. Dietro le

sue orecchie, si arricciavano lunghi capelli scomposti.

--Ecco qua, Talbot--disse Moss al vecchio.--Vivo e vegeto.

--Lo tiri giù dal letto, e vediamo se si comporta come diceva lei.--

Il vecchio si agitava nervoso poggiandosi al bastone.

Moss trasse le gambe del paziente sul bordo del letto e lo alzò fatico-

samente in piedi. Per un poco, quello rimase dritto senza bisogno di

aiuto, poi, d'un tratto, crollò sulle mani e sulle ginocchia. Allora guar-

dò Wood in faccia.

Solo dopo un minuto di sbigottimento, Wood riconobbe quel volto.

L'aveva visto ogni giorno della sua vita, ma mai con tanto distacco. Gli

occhi vacui, rotondi, i muscoli rilassati in un'espressione idiota.

Satvo che era ta sua faccia...

Fu un'esplosione di panico. Si guardò, per quanto poteva: due gam-

be pelose si dipartivano dalle sue spalle, per finire nelle due zampe an-

teriori di un cane, saldamente poggiate sul pavimento.

Avanzò incespicando verso Moss.--Che cosa mi avete fatto?--ur-

lò. Sortì un ululato ferino. Il dottore spinse gli altri verso la porta e ar-

retrò guardingo.

Wood sentì le labbra stirarsi sopra le zanne. Clarence e Talbot erano

nel corridoio. Moss, vigile sulla soglia, le dita sulla maniglia, lo guar-

dava intento, gli occhi glaciali e impassibili. Quando balzò, Wood si

abbatté con la spalla contro la porta, richiusa di scatto dal dottore.

--Sa cosa è successo--giunse la voce di Moss attraverso il pannel-

lo.

Non del tutto vero. Wood sapeva che era successo qualcosa, ma ri-

fiutava di credere che la faccia dell'uomo strisciante, che lo guardava

stupidamente, fosse la sua. Eppure, lo era. E lui stesso si trovava sulle

quattro zampe di un cane, con un cerotto chirurgico sopra una ferita

che gli bruciava sul dorso del collo.

Da stroncare e annichilire chiunque - troppo fantastico, per potervi

credere. Pensò disperatamente all'ipnosi. Ma gli bastava voltare la te-

sta, per vedere in pieno quello che era stato il suo corpo, poggiato sulle

mani e le ginocchia, come se non potesse stare in piedi.

Lui era fuori del suo corpo. Innegabile. In qualche modo, ne era sta-

to tirato fuori; con qualche droga, o I'ipnosi, Moss l'aveva ficcato nel

corpo di un cane. Doveva ritornare nelle sue membra originarie.

Ma come si fa a tornare nel proprio corpo?

L'intelletto di Wood si lanciò alla cieca in tutte le direzioni. A mala-

pena sentì i tre uomini allontanarsi dalla porta ed entrare nella stanza

attigua Ma, d'un tratto, la sua mente si gelò per il terrore. Il suo corpo

umano appariva completo e impenetrabile, ermeticamente chiuso al-

la sua identità, orrnai estranea.

I ~ Le sue lacrime animalesche, sgorgate in un gelido terrore, si accom-

pagnarOnO a uno scricchiolio di mobili: il bastone di Talbot si arrestò

i~ con un picchiettio inquieto, insistente.

--Questo dovrebbe aver convinto anche lei, no, Talbot?--Adesso

E era Moss, che parlava.--Le loro identità si sono scambiate, senza il

-~ minimo mutamento nella rispettiva conformazione mentale.

Wood trasalì. Voleva dire... no, assurdo! Ma tutto ciò spiegava come

~mai il suo corpo strisciasse sulle mani e le ginocchia, incapace di riz-

zarsi in piedi. Significava che l'identità del collie era dentro il suo cor-

po!

--D'accordo--giunse la risposta di Talbot.--Ma che mi dice del-

I'operazione? Non è doloroso, il trasferimento dei cervelli in due crani

diversi?

--Non è possibile trasferirli in crani diversi--lo contraddisse Moss

con una punta di fastidio.--Non collimano. E poi, non c'è bisogno di

scambiare tutta la materia grigia. Come spiega che certe persone ab-

biano conservato la loro identità, dopo l'asportazione di parte del cer-

vello?

Seguì una pausa.--Non so--ammise Talbot dubbioso.

--A volte le parti del cervello rimosse contenevano centri nervosi: è

subentrata la paralisi, ma l'identità era pur sempre presente. Allora,

in quale parte del cervello era contenuta?

Wood non fece caso al mormorio di risposta del vecchio, ma rimase

intento ad ascoltare Moss, tutte le sue paure soffocate dal tendersi del-

le orecchie, nell'ansia divorante di capire che cosa gli avesse fatto.

--Rifletta--disse il chirurgo.--L'identità doveva trovarsi in qual-

che parte del cervello che non era stata tolta, né poteva essere toccata

senza uccidere il paziente. Ecco dov'era. Esattamente alla base del-

I'organo, dove uno scalpello non poteva giungere senza passare attra-

verso il cranio e il tronco dell'encefalo, con tutti i centri vitali. Lì si

trova nascosto e al sicuro un piccolo corpo misterioso, con un diame-

tro di neanche un centimetro, detto ghiandola pineale. E questa che,

in qualche modo, controlla l'identità. Una volta era un terzo occhio.

--Un occhio, che ora controlla l'identità?--esclamò Talbot.

--Perché no? Le branchie dei pesci nostri progenitori sono diventa-

te la tromba di Eustachio che presiede al nostro equilibrio.

"Fino a che non ho sviluppato una nuova tecnica per rimuovere la

ghiandola, estraendola da sotto il cervello, anziché passare attraverso

il cranio, non si sapeva nulla al riguardo. In primo luogo, cercare di

raggiungerla nel secondo modo, avrebbe significato uccidere il pa-

ziente e, d'altro canto, le iniezioni endovenose o d'altro genere non

hanno alcun effetto. Ma quando ho scambiato le ghiandole pineali di

un coniglio e di un topo, il coniglio ha preso a comportarsi come un to-

po, e il topo come un coniglio; nei limiti del possibile, si capisce. Puro

empirismo: funziona, ma non so perché.

--Allora, perché i primi tre si comportavano come... qual è la paro-

la?

--Catatonici. Ecco, gli scambi in realtà erano stati portati a termi-

ne con successo, Talbot; ma ho ripetuto tre volte lo stesso errore, fino a

che non ho capito. A proposito, mettete a lavorare quel reporter su

qualcosa di meno scottante. Sta arrivando pericolosamente vicino al-

la verità. A parte la ritenzione salivare, le vittime si comportavano

quasi come i catatonici, e più o meno per lo stesso motivo. Io ho scam-

biato la ghiandola pineale dei topi con quella dei tre soggetti. Bene, lei

può immaginare come si comporterebbe un topo, dovendo controllare

il corpo relativamente esteso di un uomo. E al di là delle sue possibili-

tà. Ma la differenza tra il corpo di un cane e quello di un uomo non è

così grande. Il cane è disorientato ma, in ogni modo, tenta di control-

lare il suo nuovo apparato.

--E un'operazione dolorosa?--chiese ancora Talbot.

_ Assolutamente indolore. L incisione è molto ridotta e si cicatrizza

in breve tempo. Quanto alla ripresa, può osservare lei stesso quanto

sia rapida. Ho operato Wood e il cane ieri sera.

Il cervello canino di Wood si diede a una fuga precipitosa rifiutando

di funzionare in modo razionale. Se fosse stato ipnotizzato o drogato,

avrebbe avuto una possibilità di ritorno, prima o poi. Ma la sua identi-

tà era stata strappata con la violenza e in modo permanente dal suo

corpo e immessa a forza nel corpo di un cane. Era totalmente inerme:

dipendeva in tutto e per tutto da Moss, se voleva rientrare nelle sue

forme legittime.

--Quanto vuole?--chiese Talbot con tono furbesco.

t --Cinque milioni!

~- Il vecchio emise una risatina stridula.--Gliene darò 50.000 in con-

tanti.

--Per scambiare il suo corpo morente con uno giovane, forte e sa-

t no?--gli fece eco Moss calcando ogni aggettivo.--Il prezzo è di cin-

.~ que milioni.

--Le darò 75.000 dollari-- ribatté in tono definitivo Talbot.

--Raccogliere cinque milioni è fuori questione. Impossibile. Tutto il

mio denaro è bloccato nelle mie... ehm... finanziarie. Devo impiegare

L` la maggior parte del reddito per le merci, gli stipendi, le spese generali

e l'attrezzatura. Come pensa che possa raccogliere cinque milioni in

contanti?

i~ --Non lo penso--rispose Moss con una punta beffarda.

e Talbot perse le staffe.--Allora dove vuole arrivare~

--L'interesse su cinque milioni è pari esattamente aila metà del suo

reddito In breve, per usare il suo gergo finanziario, sto mettendo un

piede a forza nei suoi racket.

Wood sentì il singulto indignato del vecchio.--Non se ne parla nep-

l~ pure!--esclamò rauco Talbot.--Le darò 80.000 dollari. Sono tutti i

F Contanti che posso racimolare.

--Non sia sciocco, Talbot-- rispose Moss mortalmente calmo.

--Non voglio i soldi per arricchirmi. Ho bisogno di un reddito sicuro

F ~ e abbondante; quanto basti per proseguire nei miei esperimenti senza

dover dissanguare gli ospedali e trovarmi ancora a corto di liquido. Se

uestO esperimento non m'interessasse, non lo farei neppure per cin-

~que milioni, per quel che mi possono servire.

--80.000!--ripeté Talbot.

--Si attacchi ai suoi soldi fino al giorno che creperà! Vediamo, con

un'angina pectoris così avanzata, non dovebbe durare più di sei mesi a

partire da adesso no?

Wood sentì il bástone del vecchio vibrare tremulo sul pavimento.

--Ha vinto, ricattatore a sangue freddo--si arrese Talbot.

La risata di Moss, poi Wood udì scricchiolare i mobili, quando i due

si alzarono e andarono verso le scale.

--Vuole vedere ancora Wood e il cane, Talbot?

--No. Sono convinto.

--Liberati di loro, Clarence. Ma non abbandonarli più in strada

perché i reporter più furbi di Talbot ci possano ricamare sopra. Metti

un silenziatore alla pistola. Lo troverai a pianterreno. Dopo lasciali

nella vasca con l'acido.

Atterrito, Wood girò gli occhi qua e là per la stanza. Doveva scappa-

re con il suo corpo. Perché scappare da solo avrebbe significato non

tornare mai più nel suo corpo: mai, dopo la separazione, Moss avrebbe

potuto restituirlo alle antiche fattezze.

Ma si trovavano al secondo piano, sul retro della casa. Anche se ci

fosse stata una scala antincendio, non avrebbe potuto aprire la fine-

stra. La sola via di uscita era dalla porta.

In qualche modo doveva girare la maniglia, correre il rischio d'in-

contrare Clarence o Moss sulle scale o nell'angusto corridoio, e poi

aprire la pesante porta d'ingresso, guidando e proteggendo il suo cor-

po!

Il collie, esiliato in altre spoglie, uggiolava stupefatto. Wood ricac-

ciò l'istintiva paura che gli serrava il cervello animalesco. Doveva es-

sere freddo.

Dal pianterreno, sentì i passi pesanti di Clarence intento a cercare

qua e là nelle stanze il silenziatore.

Gilroy chiuse la porta della cabina telefonica e si frugò in tasca alla ri-

cerca di una moneta. Fra tutte le invenzioni della scienza umana, la

cabina telefonica è la dimostrazione lampante di come questo sia un

mondo per gente sotto i due metri di altezza. Quando infine tirò fuori

una monetina il giornalista urtò con il gomito contro la porta poi,

mentre compóneva il numero chinandosi verso il microfono, fu co-

stretto a piegarsi come un bastone da passeggio. Ma Gilroy aveva al-

lenato il suo corpo allampanato ad adattarsi agli oggetti concepiti se-

condo una scala inferiore alla sua. L'esiguità dello spazio non gli dava

noia.

Spinse tuttavia all'indietro il cappello sformato ed emise un debole

fischio di scoraggiamento.

84

--Fammi parlare con il capo--disse. Il ricevitore gracchiò contro

il suo orecchio, poi il direttore lo salutò distrattamente. Il cronista sa-

peva che era appena giunto e stava sparpagliando le carte sulla scriva-

nia, all'inseguimento dell'ultimo messaggio arrivato.--Capo, qui è

Gilroy--annunciò.

t --Che cos'hai scoperto sui catatonici?

11 volto ossuto del reporter si accigliò, grave e scorato.--Niente, ca-

po--rispose con voce atona.

--Dove sei stato?

--Al Memorial, tutto il giorno, a guardare i catatonici e aspettare

una illuminazione.

Il direttore prese un tono comprensivo.--Che cosa ne pensi?

--Non ne penso niente. Sono assolutamente idioti e immobili, e

nessuno qui intorno ha un'idea che valga la pena di ascoltare. Che co-

sa mi dice dei rapporti della polizia e degli ospedali?

_ Li stavo guardando proprio prima che mi chiamassi.--Seguì

una breve pausa. Gilroy sentì un fruscio di fogli spinti qua e là.--Ec-

coli qui. La sezione per le impronte digitali non ha nessun riscontro in

archivio. E nessun dipartimento di polizia di qualunque paese, città o

metropoli ha riconosciuto le fotografie.

_ E gli ospedali intorno a New ~ork?--domandò Gilroy con un

barlume di speranza.

--Nessun paziente scomparso.

E Il giornalista sospirò e scrollò le spalle con un gesto eloquente.

E~ --Bene, tutto quello che abbiamo sono dati in forma negativa. Devo-

'~ no averli scelti maledettamente con cura. Tutti i giornali del paese

hanno pubblicato le loro fotografie, ma a quanto pare, quelli non han-

no un amico, né un parente, né precedenti penali.

--Che ne dici di un bell'articolo strappalacrime?--I'incoraggiò il

direttore.--Come mangiano, come sono inermi nei loro vecchi abiti

strappati? Mettere giù una ricostruzione ipotetica delle loro vite, ba-

sandoti sui lineamenti e sulle mani. Che ne dici? Non male, eh?

--Oh, capo--gemette Gilroy.--Io do forfait. Quella roba non è il

mio genere. Non sono un piagnone. Non abbiamo un elemento su cui

lavorare. Questi vagabondi non hanno assolutamente nessun collega-

~; mentO con la vita. Non possiamo scoprire chi erano, da dove vengono,

o che cosa gli sia capitato.

La voce del direttore prese un tono tagliente e incisivo.--Ascolta-

mi, Gilroy!--proruppe.--Smetti di lamentarti, hai capito? Io dirigo

questO giornale, e finché non deciderai di lasciarlo, ti manderò a occu-

parti degli annunci delle nascite, se ne avrò voglia.

''Tu pensavi che questo fosse un buon servizio e mi hai convinto. Be-

~ne, lo penso ancora! Voglio che tu ricostruisca la storia di questi cata-

onici. Voglio che scopra tutto su di loro e come si sono ridotti pe~io

dei paralitici rimbecilliti. E così anche il pubblico. E non mi fermerò

fino a che non lo saprò. Hai capito?

"Mettiti al lavoro e non mollare. Non lasciarti buttare giù! E giusto

per farti capire come ti appoggio... ti do carta bianca per le spese, a

tua discrezione. Ora, in un modo o nell'altro, risali all'origine di questi

catatonici! n

Gilroy per un po' rimase senza parole.--Be', accidenti--balbettò

confuso--farò del mio meglio, capo, non sapevo che la pensasse così.

--Noi due porteremo in luce questa faccenda dall'a alla zeta, Gil-

roy. Ma vieni un'altra volta a lamentarti e a dire che dai forfait, e ti ri-

troverai a fare il fattorino per qualche altro giornale. Mi hai capito? E

dico sul serio!

Gilroy abbassò deciso il cappello.--Ho capito, capo--dichiarò con

tono virile.--Può contare su di me fino in fondo.

Sbatté il ricevitore sulla forcella, aprì la porta e uscì con una nuova

determinazione. Si sentiva investito di tutta la potenza della stampa

- e non era una sensazione ingiustificata: la forza e le risorse d'intelli-

genza di un vasto giornale metropolitano erano schierate compatte

dietro di lui. Ben pochi segreti potevano sfuggire al suo occhio indaga-

tore.

Aveva bisogno solo di pazienza e di un sottile spirito di osservazio-

ne. Trovare il primo indizio sarebbe stato il compito più difficile; do-

po, tutta la storia si sarebbe dipanata da sola. Marciò verso l'uscita

dell'ospedale.

Dietro di sé, sentì dei passi frettolosi, poi avvertì un lieve tocco sul

braccio. Si girò e abbassò lo sguardo sul medico interno dell'ospedale

che, vestito in borghese, rientrava per il suo tumo.

--Lei è Gilroy, vero?--chiese il dottore.--Bene, stavo pensando

alle incisioni sul collo dei catatonici...

--E cosa mi dice?--domandò il giornalista subito sul chi vive, ti-

rando fuori un taccuino.

--Vuoi di nuovo mollare?--domandò il direttore del giornale dieci

minuti dopo.

--Non io capo!--Gilroy poggiò il taccuino con gli appunti steno-

grafici sopra il telefono.--Sono sulla pista buona. Il medico intemo

qui al Memorial mi ha fornito un vero indizio. Lui ha dedotto che i ta-

gli sul collo dei catatonici sono stati aperti per toccare qualche parte

del cervello. Le incisioni penetrano lungo una tangente a mezzo centi-

metro dalle vertebre, quindi non hanno niente a che vedere con la spi-

na dorsale. Dice che da quell'angolatura è impossibile arrivare alla zo-

na posteriore del cervello e che, entrando da dietro, non si arriva a

nessuna parte importante del collo che non si raggiunga più facilmen-

te dalla gola o attraverso la bocca.

"Se con quell'incisione non tagli il midollo spinale, è impossibile

spiegare la paralisi generale, e il midollo decisamente non è stato toc-

cato.

NQuindi, lui pensa che le incisioni dovessero aprire la via verso qual-

che parte alla base del cervello che non si poteva raggiungere da so-

pra. Anche se non sa di quale parte si tratti, o come l'operazione abbia

indotto la paralisi generale.

NAfferrata l'idea? Bene, ecco qui il colpo finale: per arrivare a un

punto esatto del cervello, di solito si toglie un bel pezzo di cranio nei

dintorni. Ma queste incisioni sono state prestabilite fino all'ultimo

millimetro, anche se il dottore non sa a che scopo. Il chirurgo ha ope-

rato basandosi unicamente sulle misurazioni, come in un volo cieco.

Lui dice che solo tre o quattro persone in tutto il paese potrebbero

averlo fatto."

--E chi sono, intelligentone? Ti sei fatto dare i nomi?

Gilroy si offese.--Si capisce: Moss a New York, Faber a Chicago,

Crowninshield a Portland, e forse Johnson a Detroit.

--Bene, cosa stai aspettando?--urlò il direttore.--Vai da Moss!

--Non riesco a trovarlo. Si è trasferito dalla sua casa sul Riverside

Drive e non ha lasciato il nuovo indirizzo. Era piuttosto seccato. Il

consiglio dell'ospedale ha chiesto le sue dimissioni e lui se ne è andato

con una brutta fama di cattivo amministratore.

Il direttore passò all'azione.--Questo ci lascia con quattro uomini

da rintracciare. Trova Moss. Io chiamerò gli altri chirurghi che hai no-

minato. Sembra un buon inizio.

Gilroy riappese. Con una mezza dozzina di lunghi passi, coprì la di-

stanza dall'uscita dell'ospedale, con la sua sgraziata, ma rapida anda-

tura da animale da preda.

Wood era in balìa di un panico paralizzante. Sapeva bene di esserne

bloccato: impossibile in quello stato studiare un piano di evasione ep-

pure, era impotente a controllare la foga atterrita del suo cervelló ca-

nino.

Clarence avrebbe impiegato ben poco a trovare il silenziatore e sali-

re le scale per uccidere lui e il suo corpo. Prima di allora, doveva scap-

1~ pare insieme al suo precedente contenitore

Vacillando~ si rizzò goffamente su due zampe e prese la maniglia fra

~li arti anteriori, ma quelli si rifiutarono di stringere la presa. Sentì

arence fermarsi, poi un rumore, come di qualcuno che frugasse nei

cassetti.

Era terrorizzato. Morse furiosamente il pomolo ma la preda gli sci-

~olò fra i denti. Morse più a fondo. Una fitta di doíore gli attraversò le

~give delicate, ma l'ottone s'intaccò. Appeso alla maniglia, si abbas-

~`

sò a terra, piegando bruscamente il collo per ruotare il pomello. Lo

scrocco si liberò dal gancio. Wood si gettò da una parte, tirando indie-

tro la porta mentre cadeva. Come si aprì uno spiraglio, vi cacciò il mu-

so e l'allargò a forza.

Da sotto, ancora l'eco dei passi pesanti. Senza far rumore, entrò nel

corridoio e guardò per la tromba delle scale. Nessuna traccia di Cla-

rence.

Tutto a un tratto l'assistente uscì da una stanza e si avviò verso le

scale. Appena sentì lo scatto metallico, Wood si accucciò tremante: il

silenziatore era stato applicato alla pistola. Sbarrò la strada al suo

corpo, che si fermò senza protestare, la faccia idiota penzolante sopra

il gradino.

Clarence giunse alla base delle scale e salì tranquillo. Wood si tese,

aspettando che svoltasse la curva e apparisse in vista.

Come scorse i due fuggiaschi, I'assistente s'irrigidì di botto, spalan-

cando la bocca in una smorfia stupefatta. La pistola tremante e impo-

tente al suo fianco, li fissava, il grasso collo pallido ora esposto e invi--

tante. Poi, gli si gonfiò il torace e la laringe s'indurì per lanciare un

grido.

Ma Wood scoprì i lunghi denti? si lanciò in alto, dritto verso Claren-

ce e le zanne scattarono ancora a mezz'aria.

La morbida carne si lacerò fra le sue mascelle. Rovesciò Clarence a

terra, caddero per le scale e rotolarono verso il pianterreno. L'assisten-

te si dibatteva rantolando. Wood avvertì un improvviso fiotto di san-

gue che gli eccitò un appetito sconosciuto, poi si divincolò e atterrò

sulle zampe.

Il suo corpo arrancò dietro di lui, fermandosi ad annusare Clarence,

ma il legittimo proprietario lo trascinò via schizzando verso la porta

d'ingresso.

Dal retro della casa, giunse il passo in corsa di Moss che si precipita-

va a indagare. Wood morse selvaggiamente la maniglia, tirando indie-

tro a tutta forza, terrorizzato all'idea che il dottore arrivasse prima

che avesse aperto la porta.

La serratura scattò. Wood, con il corpo, spalancò l'uscio e il suo al-

ter ego lo seguì ciondoloni fino alla scaletta estema. Dopo averlo spin-

to fm sul marciapiede, Wood lo pilotò di furia verso il Central Park

West, fuori della portata di Moss.

Si guardò indietro e vide il dottore che li guardava dietro la tenda

sulla porta. Agghiacciato, trascinò l'uomo-cane in uno scomposto ga-

loppo fino all'angolo, dove sarebbe stato protetto dal traffico.

Aveva scampato la morte, lui e il suo corpo erano ancora insieme,

ma ìl suo panico ingigantiva. Come poteva nutrire il suo compagno,

dargli riparo e difenderlo da Moss e dai gangster di Talbot?

Ma prima di tutto, si rese conto, avrebbe dovuto proteggerlo dagli

sguardi dei curiosi. Perché il suo corpo affamato si aggirava in cerca di

preda sulle mani e sulle ginocchia, e la vista di un corpo umano che

strisciava annusando qua e là suscitava un disgustato interesse. Non

passò molto, che si trovarono circondati.

Wood aveva una paura d'inferno. Con i denti, si tirò dietro il suo in-

t volucro per la strada e ne guidò l'incerta marcia fino all'altro lato del-

la via, dove il Central Park poteva nasconderli con i suoi alberi e i suoi

cespugli.

Moss era stato più pronto. Un automobile nera sfrecciò oltre un se-

maforo rosso e piombò verso di loro. Dall'altro lato, una vettura della

polizia zigzagava fra il traffico, con la sirena spiegata, finché si fermò

di fianco alla coppia.

L'automobile nera rallentò di colpo.

Wood si accucciò a difendere il suo corpo, fissando torvo la coppia

di poliziotti che si precipitava verso di loro. Uno dei due lo cacciò via

con il piede, e l'altro sollevò il suo corpo per le ascelle, cercando di far-

lo stare in piedi.

_ E completamente suonato, pensa di essere un cane--disse l'a-

gente con tono pietoso.--Pronto per il reparto svitati, eh?

Il primo annuì. Wood perse la ragione. Attaccò, schioccando le ma-

scelle con ferocia. Il suo corpo si unì all'assalto, ringhiando orribil-

mente e mordendo a destra e a manca. Una mossa folle, senza speran-

za, ma non poteva comunicare. Doveva far qualcosa, per non lasciarsi

dividere dal suo compagno. Gli agenti lo respinsero a calci.

D'improvviso si rese conto che forse non l'avrebbero caricato con il

suo corpo, ma l'avrebbero ucciso. Si lanciò alla disperata nel traffico,

prima che facessero sedere il presunto umano nell'automobile.

--Vuoi scendere e piantargli una pallotola prima che morda qual-

cuno?--sentì dire.

--Quello svitato ti farà impazzire--rispose l'altro.--Daremo l'al-

larme dall'ospedale.

'é~j L'automobile partì verso il centro. Wood si lanciò all'inseguimento.

e Le sue zampe mulinavano furiose, ma la vettura lo lasciò indietro, al-

E tre se ne aggiunsero e, dopo pochi isolati, perse di vista i poliziotti.

E Scorse l'automobile nera svoltare incurante del traffico e puntare

rombando verso di lui, con troppa decisione. Non potevano essere al-

tri che i gangster di Talbot.

Gli occhi e i muscoli coordinati con animalesca precisione, si gettò

-~ nel veloce flusso del traffico, attento a non farsi investire e cercando,

~insieme~ un sentiero che portasse nel parco.

Quando ne trovò uno, balzò nella corsia opposta. Fra uno stridore di

~eni, accompagnatO da una sonora imprecazione, sgusciò davanti a

~ln cofano, raggiunse il marciapiede e schizzò lungo il sentiero in ce-

rnto fino a una minuscola foresta di cespugli.

Senza esitare, lasciò il sentiero e corse per i boschetti, attraverso

una macchia rada, ma sufficiente a nasconderlo, addentrandosi di vo-

lata nel cuore del parco.

Con gli occhi invasi dal terrore, osservò l'automobile che, carica di

banditi, perlustrava adesso i due lati alberati del sentiero. Appiattito a

terra, si ritirò piano piano. Gli inseguitori battevano i cespugli a una

distanza rassicurante.

Fin tanto che li aggirava, strisciando da un nascondiglio all'altro,

correva ben pochi rischi di essere scoperto. Ma era angosciato dalla

perdita del suo corpo. La sua vicinanza gli aveva dato una sorta di co-

raggio, anche se non sapeva come avrebbe costretto Moss a restituir-

glielo. Ora, oltre a imporsi al dottore perché l'operasse, doveva anche

ritrovare il suo involucro umano.

Ma il suo stomaco si torceva dalla fame. Prima di fare qualunque

piano, doveva mangiare.

Scivolb furtivo fuori dal suo riparo. I gangster erano lontani, fuori

vista. Con infinita pazienza, strisciò verso uno scoiattolo. L'attenta be-

stiola era vigile e desta. Wood impiegò un'infinità di tempo, prima di

coglierla di sorpresa e spezzarle la spina dorsale. Il pensiero di man-

giare un roditore crudo gli rivoltava le viscere.

Rinculò con la sua preda fra i cespugli. Quando tentò di escogitare

una linea d'azione, il suo cervello canino prese a recalcitrare, terrifica-

to e pazzo nella sua impotenza.

E aveva buone ragioni per aver paura: Moss aveva sguinzagliato i

gangster di Talbot alla sua caccia, e a quest'ora, probabilmente, la po-

lizia lo stava cercando come cane randagio da abbattere. ~.

Mai, in tutti i suoi incubi, aveva immaginato un simile orrore. Era l`

totalmente inerme. Le forze dell'ordine e della malavita erano unite

contro di lui, né aveva modo di svelare che non era affatto un cane, a

quanti potessero eventualmente aiutarlo, con quel suo linguaggio

inarticolato. E poi, chi poteva aiutarlo, salvo Moss? Anche se fosse riu-

scito a sfuggire alla polizia e ai gangster, e a sgusciare non visto oltre

gli accorti impiegati di una clinica, comunicando in qualche modo...

Anche in quel caso, solo Moss poteva portare a termine l'operazione!

Doveva scartare dottori e ospedali. Troppo sclerotizzati per avere

immaginazione. Ma, soprattutto, non potevano convincere Moss a

operare.

Si rizzò sulle zampe e trotterellò cauto fra i ciuffi dei cespugli verso

Columbus Circle. In primo luogo, doveva badare alla polizia e ai gang-

ster. E poi, trovare un modo per comunicare, ma con qualcuno che po-

tesse capirlo ed esercitare una formidabile pressione su Moss.

Gli odori della città solleticavano le sue narici sensibili. Come una

vasta coperta, che ovattava quasi tutti gli altri effluvi, predominava

un odore dolciastro che identificò per quello del vapore della benzina.

Al di sopra, aleggiava il profumo della vegetazione, caldo e umido- e

al di sotto, il sentore muschiato del genere umano.

Per la sua prospettiva canina, era un mondo diverso, con un ampio e

lontano orizzonte terrificante. Odori e rumori componevano scene

fantastiche nella sua mente animalesca. Eppure, era interessante. Il

battito soffocato delle sue zampe contro il morbido terreno trapunto

gli procurava un piacere istintivo, tutti gli abiti di cui aveva bisogno li

portava sopra di sé, e il cibo non era difficile da trovare.

Mentre si nascondeva dalla polizia e dai banditi di Talbot, godeva

perfino di una sorta di libertà, ma era una vile libertà indesiderata,

che non meritava quel prezzo. Come uomo, aveva sofferto la fame, il

freddo, l'indifferenza, senza un tetto né un briciolo di sicurezza. Eppu-

re, malgrado tutto, il suo corpo canino ospitava un'intelligenza uma-

na; lui apparteneva ai bipedi, alla stazione eretta, a una vita da uomo

buona o cattiva che fosse.

In qualche modo doveva tornare in quel mondo, fuori della solitaria

anarchia della sfera animale. E solo Moss poteva ricondurlo all'origi-

ne. Bisognava costringerlo, costringerlo a restituire il corpo che aveva

rubato!

Ma come comunicare, e chi l'avrebbe aiutato?

Verso il confine di Central Park si espose a un pericolo mortale.

Stava trotterellando su un sentiero che rasentava l'ampia strada.

Un'automobile nera in corsa accelerò con micidiale, rapace sveltezza

e gli si accostò. Sentì un plop soffocato. Un proiettile sibilò a due centi-

metri dalla sua testa.

Si accucciò e tornò in tutta fretta nei protettivi cespugli, poi strisciò

lesto da un albero all'altro avendo cura di tenere qualche ostacolo fra

sé e la linea di tiro.

I gangster erano scesi dall'automobile. Li sentì battere i cespugli al-

la sua ricerca. Avanzarono adagio, mentre le sue zampe agili volavano

mettendo fra loro una rassicurante distanza di trecento metri.

Uscì come una freccia dal parco lanciandosi per Columbus Circle

senza badare al traffico. A Broadway, stretto contro gli edifici, al ripa-

ro di ·ma fitta barriera di folla tra sé e la strada, si sentì più sicuro.

Quando fu certo di aver seminato i gangster, svoltò a ovest per certe

strade a senso unico, attento a qualunque segnale di pericolo.

Alle prese con il pericolo fisico, scoprì che la sua mente animale rea-

giva d'istinto e quasi sempre con maggiore astuzia di un cervello uma-

D~impulso~ quando il traffico si muoveva, si accucciava dietro le

scalette~ nei portoni, al riparo di qualunque schermo e, quando il flus-

so si bloccava davanti a un semaforo, correva come il lampo. Le auto-

plobili sbandavano di traverso, spesso lo mancavano di poco ma non

~er questo Wood rallentò il suo trotto se non dopo che aveva áttraver-

sato a zig-zag il centro, allontanandosi costantemente dal centro fino

a raggiungere West Street, lungo il North River.

Si sentì ragionevolmente al sicuro dai gangster di Talbot, ma un'au-

tomobile della polizia si awicinava lentamente sotto la superstrada.

Wood si rannicchiò dietro uno stracolmo bidone della spazzatura al-

l'esterno di un fetido ristorante. E, ancora molto dopo che l'automobi-

le se n'era andata, rimase acquattato al coperto.

Lo stridulo vento che soffiava sul fiume e sui moli coperti sollevò un

giomale dalla pila di rifiuti e lo appiattì contro la vetrina del ristoran-

te.

Nella sua mente animalesca, raggelata da una paura che l'intorpidi-

va, Wood ricordò il pomeriggio precedente, quando si trovava davanti

all'agenzia di collocamento, mentre parlava con uno dei banditi di

Talbot.

Allora, gli era balenato il pensiero che sarebbe stato piacevole essere

un catatonico anziché morire di fame. Ora era più saggio. Ma...

Si rizzò sulie zampe posteriori e rovesciò il bidone, che cadde con

fracasso, rotolando verso il rigagnolo e spargendo le immondizie su

tutto il marciapiede. Prima che dal ristorante uscisse qualche came-

riere in una ridda di improperi, Moss zampettò fra i rifiuti e afferrò

con la bocca un giomale accartocciato. Aveva un amaro sentore di ci-

bo in decomposizione, ma lo tenne stretto e corse via.

A diversi isolati di distanza, entrò in un ampio terreno desolato, fino

a nascondersi dietro un edificio cadente. Al riparo dal vento del fiume,

lisciò il giornale e scorse la prima pagina.

Era una copia, vecchia di un giorno, dello stesso quotidiano che ave-

va gettato davanti all'agenzia di collocamento. Nella colonna a sini-

stra trovò l'articolo sui catatonici, firmato Gilroy.

Prese quindi il foglio fra i denti e arretrò fino a che il giornale, rag-

grinzito, si aprì malamente alla pagina successiva. Era disgustato dal

lezzo di cibo in putrefazione che l'impregnava, ma represse la nausea

e continuò a voltare le grandi, indocili pagine con i suoi denti inetti.

Giunse alla facciata delle intestazioni editoriali e studiò con attenzio-

ne il riquadro del copyright.

Partì quindi di buon trotto, circospetto, sempre tenendosi vicino ai

muri degli edifici, attento alle automobili che potessero trasportare

gangster o poliziotti, rapido come una freccia ad attraversare le strade

fino al primo riparo, e poi via ancora di trotto...

L'aria si scuriva, l'autostrada gettava una lunga ombra. Prima del

calar del sole, coprì quasi cinque chilometri lungo West Street e si fer-

mò non lontano dalla Battery.

Alzò gli occhi sgranati verso il torreggiante palazzo del Morning

Post. Aveva un'aria imprendibile, con quelle porte massicce chiuse a

difesa dal vento.

Rimase davanti all'ingresso principale, in attesa che qualcuno te-

nesse la porta aperta abbastanza a lungo da permettergli d'intrufolar-

si. Con qualche speranza, puntò lo sguardo su un uomo anziano.

Quando aprì, gli fu alle calcagna, ma il vecchio lo ricacciò con gentile

ferrnezza.

Wood scoprì le zanne. Era la sua sola risposta, e lo sconosciuto chiu-

se la porta in tutta fretta.

Tentò un altro approccio, si attaccò a un alto uomo dinoccolato dal-

I'aria abbastanza gentile, a dispetto dell'espressione concentrata. Alzò

gli occhi e agitò la coda goffamente in un saluto amichevole. Lo spi-

lungone si abbassò a grattargli le orecchie, ma rifiutò di farlo entrare.

Poco prima che la porta si chiudesse, Wood gli si lanciò contro e quasi

lo gettò a terra.

Nell'atrio, saettò attraverso le gambe che lo circondavano. Il tipo al-

to gli stava dietro, con un ruggito rabbioso. Un impaurito tramestio di

scarpe dalle spesse suole minacciò di schiacciare l'intruso, che tutta-

via si destreggiò qua e là fra i piedi levati e raggiunse le scale.

Le salì di gran carriera. L'ingresso del secondo piano vantava porte

di cristallo, davanti agli uffici dei dirigenti.

Wood svoltò l'angolo e si arrampicò di volata. Le scale, illuminate

artificialmente, si restringevano. Il terzo e il quarto piano ospitavano

le officine poligrafiche; via ancora, oltre gli uffici dell'amministrazio-

ne, delle inserzioni pubblicitarie...

Arrivato alla sezione editoriale, ansimò davanti alla pesante porta

antincendio e aspettò di riprender fiato. Poi prese la maniglia fra i

denti e la girò. La porta si aprì verso l'interno.

IL Il denso fumo pungente gli serrò le narici sensitive, mentre le sue

orecchie si ritraevano a quel frastuono strepitante.

Avanzò pian piano tra file di scrivanie ingombre e si guardò intorno

in cerca di aiuto. Vide facce assorte, intente alle macchine per scrivere

che ticchettavano sfornando gli articoli; giovanotti che filavano intor-

no a raccogliere le vaschette con le carte; schiere di uomini e donne

che entravano e uscivano dagli ascensori. Facce dallo sguardo acuto,

intelligenti, pronte...

P~ Qualcuno si era voltato a guardarlo mentre passava, poi era tornato

~ al suo lavoro, quasi senza vederlo

jj~ Wood tremò di sollievo. Queste erano le persone che avevano il pote-

re d'influenzare Moss, persone abbastanza perspicaci da capirlo! Si

accucciò e mise una zampa sulla gamba di un cronista occupato a bat-

tere a macchina, alzando lo sguardo fiducioso. Il reporter spalancò gli

~cchi, li abbassò di soprassalto e lo cacciò via

Vattene, squagliati!--gridò rabbioso.--Vattene a casa!

~ Wood si ritrasse. Non si sentiva in pericolo. Era molto peggio: aveva

_ llito. La sua mente lavorò in fretta: se avesse attratto l'interesse, co-

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me avrebbe raccontato la sua storia in modo intelligibile? Come pote-

va spiegarsi con un equivalente delle parole?

L'idea esplose improvvisa. Lui era stato un decifratore di codici in

un ufficio di cambio...

Sedette sulle anche e abbaiò, con sonori versi intermittenti, ora lun-

ghi, ora brevi. Una ragazza urlò. I giornalisti balzarono in piedi al-

larmati e si strinsero in un cerchio via via più compatto. Wood trasmi-

se così il suo messaggio in Morse, un messaggio lento, doloroso, emes-

so a forza con una laringe che non gli apparteneva. Poi, pieno di

ottimismo, cercò intorno con lo sguardo qualcuno che avesse capito.

Ma incontrò occhi ostili, infastiditi, senza la più piccola ombra di

comprensione.

--Quello è il cane che mi ha attaccato!--disse l'uomo alto e ma-

gro.

--Non per fame, spero--ribatté un giornalista.

Wood non si diede del tutto per vinto. Ricominciò ad abbaiare il suo

messaggio, ma un uomo giunse di furia dall'ufficio a vetrate del diret-

tore.

--Che cos'è tutto questo chiasso?--domandò. Scorse Wood nella

cerchia dei cronisti che si ritraevano.--Portate fuori quel maledetto

cane!

--Avanti, portatelo fuori di qui!--gridò il tipo magro.

--E un cane gentile e amichevole. Guardalo con l'occhio ipnotico,

Gilroy.

Wood fissò Gilroy con aria implorante. Non era stato capito, ma

aveva trovato il giornalista che aveva scritto gli articoli sui catatonici!

Gilroy si avvicinò con cautela, ripetendo le frasi che si usano quando

si vuole calmare un cane ribelle.

Wood corse via tra le file di scrivanie. Era così vicino al successo...

doveva solo trovare un modo di comunicare prima che lo prendessero

e lo buttassero ruori!

Balzò sul piano di un tavolo e mandò una boccetta d'inchiostro a

frantumarsi sul pavimento, dove dilagò una macchia scura. Con trepi-

do affanno, afferrò un foglio di carta bianco, intinse la zampa nella

pozza e fece un estemporaneo tentativo di scrivere.

Il fiotto di speranza svanì in fretta. Il suo garretto non era l'articola-

zione universale di un essere umano! Quando lo poggiò sul foglio, il

suo arto si appiattì, totalmente inutile, mentre le sue unghie si muove-

vano all'unisono. Incapace di ritrame tre per scrivere con la quarta,

Wood tracciò solo un'impronta sbavata.

Scoraggiato, anziché opporsi a Gilroy, si lasciò trascinare in un

ascensore. Agitò malamente la coda. Era una ben difficile impresa,

usare quei muscoli estranei di cui si serviva con una deliberazione pu-

ramente intellettuale. Sedette e aprì la bocca in quello che, su un volto

umano. sarebbe stato un sorriso amichevole: bastò comunque a rassi-

curare il giornalista, che gli diede un buffetto sulla testa, ma lo mise

ugualmente alla porta senza remissione.

Eppure, Wood aveva motivo di sentirsi incoraggiato. Era riuscito a

entrare nel palazzo e ad attrarre l'attenzione. Sapeva che un giornale

era il solo centro di potere capace d'imporsi su Moss, ma rimaneva co-

munque il problema della comunicazione. Come risolverlo? La sua

zampa era inutile per scrivere, con quell'unica articolazione, e nessu-

no nell'ufficio capiva i segnali Morse.

Si accovacciò contro il muro di cemento, la mente angosciata che si

dibatteva per trovare una soluzione. Senza una voce articolata, senza

dita prensili, il suo solo metodo per comunicare, a quanto pareva, era

abbaiare in codice. In tutta quella folla, era sicuro che ci fosse qualcu-

no in grado di decifrare i suoi segnali.

In effetti, gli sguardi si voltarono verso di lui. Perlomeno, non ebbe

difficoltà a richiamare l'attenzione. Ma erano sguardi che non capiva-

no.

Per qualche momento, fu come impazzito. Corse dentro e fuori dalla

massa di gente frettolosa, abbaiando con furia il suo messaggio, sal-

tando verso quelli che gli parevano più intelligenti e seguendoli per un

breve tratto, fino a che non appariva fin troppo chiaro che non l'affer-

ravano; allora, si volgeva ad altri, con uno strepito assordante.

Non incontrò che una timida carezza o un intimidatorio rabbuffo.

Infine, cessò quei suoi versi laceranti e si accucciò contro il muro,

sconfitto. Nessuno tenterebbe mai d'interpretare l'abbaiare di un cane

secondo un codice. Quando era un uomo, lui stesso probabilmente

avrebbe reagito allo stesso modo. L'unica nozione che poteva sperare

di trasmettere a quel modo era semplicemente il suo desiderio di atti-

rare l'attenzione. Ma nessuno vi avrebbe cercato un significato più

profondo.

Entrò nel flusso di gente che si affrettava verso la metropolitana,

trottando lungo il marciapiede, attento alle automobili che rallenta-

vano, ma ancora più attento ai rifiuti galleggianti nel canale di scolo.

Provava un'invidia assassina dei piedi umani intorno a lui, in rapido

moto fiducioso verso una destinazione ben nota; egoistici piedi rispet-

tabili, che si rifiutavano di deviare dalla strada verso casa per aiutar-

lo. Appendici di individui che potevano trasmettere le più sottili sfu-

mature e variazioni dei sentimenti, o il pensiero astratto, con le paro-

Ie, la penna, la stampa, attraverso il telefono, la radio, i libri, i

giornali...

Mentre la sua voce era solo uno stridulo verso impotente che faceva

nfuriare gli esseri umani, le sue zampe non servivano ad altro che a

~orrere e sul suo muso a punta non traspariva alcuna emozione.

Proseguì lungo il marciapiede per tre isolati nel quartiere degli affa-

ri, prima di trovare il mozzicone di una matita. Lo prese tra i denti e

corse verso i moli in West Street, anche se aveva solo una vaga idea

per un ultimo esperimento nel campo della comunicazione.

Numerosi fogli di carta, alcuni ancora bianchi, svolazzavano qua e

là nel vento che soffiava dal fiume. Agli stivatori in attesa della paga

sul molo, quello parve solo un cane che ruzzava. Qualcuno gli lanciò

un fischio. In realtà, Wood rincorreva i fogli aerei con mortale serietà.

Quando ne catturò uno, lo tenne saldamente tra le zampe, la matita

stretta nello spazio piatto che separava le sue zanne.

Spostò con la bocca il mozzicone sopra il foglio. Una scrittura goffa

e incerta, che tuttavia infine partorì lunghe lettere tremolanti in stam-

patello. Io SONO UN ~IOMO, scrisse. Il breve messaggio copriva tutto il

pezzo di carta, senza altro spazio per ulteriori informazioni.

Wood lasciò cadere la matita, afferrò il foglio tra i denti e tornò di

corsa verso il palazzo del giornale. Per la prima volta da quando era

sfuggito a Moss, si sentiva tranquillo. Il suo tentativo letterario era

rozzo e informe, ma il messaggio era inequivocabile.

Si unì a uno stanco gruppo di giovani galoppini che rientravano dai

loro incarichi, restò in passiva attesa fino a che la porta si aprì, quindi

balzò sicuro attraverso la piccola processione di novizi. I giovanotti si

scansarono preoccupati, lasciandolo entrare agevolmente.

Ancora si lanciò su per le scale fino alla sezione editoriale, posò il fo-

glio a terra e afferrò la maniglia tra i denti robusti.

Esitò solo un istante, quanto bastava per individuare il cadaverico

reporter. Seduto a una scrivania, Gilroy batteva a macchina il suo ar-

ticolo. Wood andò dritto verso di lui, portando il suo messaggio, quin-

di posò la zampa sul ginocchio appuntito del cronista.

--Che diavolo!--sbottò Gilroy e, ritratta di scatto la gamba, re-

spinse il cane.

Ma Wood tornò indietro ostinato, tendendo per quanto poteva il fo-

glio verso di lui, con un tremito pervaso di aspettativa, fino a che l'u-

mano gli strappò il messaggio di bocca. Poi, con i muscoli rattrappiti,

guardò ansioso quella faccia angolosa, dove cercava di scoprire i segni

di una progressiva illuminazione.

Gilroy tenne gli occhi sulle lettere scarabocchiate, quindi si oscurò

in viso.

--Chi fa lo spiritoso, qui dentro?--gridò d'improvviso. La maggior

parte dei colleghi l'ignorò.--Chi ha lasciato entrare questo botolo e

gli ha dato un biglietto scemo da portarmi? Avanti, chi è il genio?

Wood gli saltò intorno, abbaiando isterico, nel tentativo di spiegar-

si.

--Oh, piantala!--scattò il giornalista.--Ehi, fattorino! Porta giù

questo cane e vedi che non rientri piùl Non ti morderà.

Ancora una volta, Wood aveva fallito. Ma non si sentiva battuto

Quando la folle paura dettata dalla frustrazione si dissolse, lasciando-

gli la mente lucida e sgombra, si rese conto che l'insuccesso era solo

parziale. In realtà, aveva comunicato, ma la mancanza di spazio gli

aveva impedito di essere più chiaro ed esauriente. Il metodo era cor-

retto. Doveva solo migliorarlo.

Prima che il fattorino lo mettesse con le spalle al muro, rubò al volo

una matita da una scrivania deserta.

--Devo lasciargli la matita, signor Gilroy?--chiese il ragazzo.

--Ti presterò la mia, a meno che tu voglia farti staccare un brac-

cio--sbuffò il giornalista, voltandosi verso la macchina per scrivere.

Wood si accucciò di fianco al fattorino, in attesa che arrivasse l'a-

scensore, sempre stringendo gelosamente la matita fra i denti. Non ve-

deva l'ora di uscire dal palazzo e tornare nel terreno abbandonato di

West Street a studiare il modo di scrivere un messaggio più esplicito.

Le sue lettere in stampatello risultavano impossibilmente grandi e

tremolanti, ma con lo stesso distacco razionale che gli era solito quan-

do decifrava i codici, affrontò il problema senza timore.

Sapeva che non poteva servirsi della scrittura manuale o a stampa.

Avrebbe dovuto trovare un altro sistema, adatto ai suoi denti malde-

stri - un sistema che non richiedesse troppo spazio.

Stizzito con quel collie che si ostinava a tornare, Gilroy appallottolò

l'enigmatico e incomprensibile biglietto e lo gettò nel cestino, senza

più farvi caso, salvo considerarlo un semplice scherzo.

Le sue lunghe dita dalle nocche larghe batterono rapidamente l'ulti-

ma pagina dell'articolo. Aggiunse in fondo una breve fila di zeri e di

trattini e, con un fascio di fogli in mano, andò dal direttore.

Il capo studiò il primo paragrafo con attenzione, poi scorse rapida-

mente il resto dell'articolo. Pareva a disagio.

--Non male, eh?--esultò Gilroy.

--Eh, che cosa?--11 direttore rialzò la testa senza capire.--Oh,

certo, molto buono. Molto buono, davvero.

--Devo riconoscerlo--continuò Gilroy in tono ammirato.--Io mi

sarei arreso. Capisce, niente su cui lavorare, solo un mucchio di dati

fantastici senza capo né coda. Ora, all'improvviso, i piedipiatti raccol-

gono un pazzo che si comporta come un cane e ha un'incisione come i

~- Catatonici~ Forse non è affatto più chiaro, ma almeno si comincia a ve-

dere succedere qualcosa. Non so, ho molta fiducia. Arriveremo fino in

fondo...

Il direttore ascoltò distratto, sempre più sulle spine di frase in frase.

~ Hai visto l'ultima vittima?--I'interruppe.

· 3~ Sicuro. Sono in buoni rapporti con il medico interno. Se non

~essi seguito tutta la storia fin dal principio, avrei detto che il tipo

raccattato era davvero senza rotelle. Se ne va in giro saltellando sul

pavimento, annusa qua e là e fa un patetico tentativo di abbaiare. Ma

ha un'incisione alla base del collo. Proprio come gli altri: si vedono

due punti cuciti da una mano esperta, esattamente alla stessa distan-

za dalla spina dorsale. E un catatonico, o comunque dobbiamo chia-

marlo adesso...

--Bene, la storia si sta delineando più rapidamente di quanto pen-

sassi--disse il direttore, lisciando i bordi delle pagine di Gilroy con

una cura solenne.--Ma--e qui la sua voce si abbassò rauca--be',

non so come dirtelo, Gilroy.

Il reporter aggrottò le sopracciglia e lo guardò in tralice.--Qual è il

rospo, questa volta?--domandò disorientato.

--Oh, la solita cosa, lo sai. Devo toglierti questa storia di mano. E

un vero peccato, perché cominciava appena a girare per il verso giu-

sto. Odio dirtelo, Gilroy, ma dopo tutto, accidenti, fa parte del gioco.

--Davvero?--Gilroy posò di piatto le mani sulla scrivania e vi si

appoggiò risentito.--A chi abbiamo pestato i piedi, questa volta? A

nessuno. L'ospedale non ha motivo di lagnarsi. Non ho potuto fare no-

mi perché non ne avevo nessuno. Be', allora, da dove arriva?

Il direttore scrollò le spalle.--Non posso discutere. E un ordine dal-

l'alto. Ma ho una buona dritta da darti, per domani...

Furioso, Gilroy andò alla finestra a guardare nella strada che si scu-

riva. Dietro quell'ordine, non poteva esserci l'amministrazione, ragio-

nò incollerito: non ricevevano inserzioni dall'ospedale. E quanto al

gran capo, Talbot non interferiva mai con la politica del giornale, sal-

vo quando doveva mettere a tacere qualche articolo compromettente

su fatti criminosi. Ma eliminati i direttori, che davano un dito all'opi-

nione pubblica quando quella voleva tutto il braccio, eliminata l'am-

ministrazione, che scendeva in campo solo quando erano in gioco le

inserzioni, non poteva incolpare altri che Talbot.

Tamburellò impaziente con le nocche contro il telaio della finestra.

A che cosa mirava l'ordine del boss? Forse aveva un nuovo modo di pa-

gare i traditori. Il reporter scartò subito l'idea: sapeva che Talbot non

avrebbe scelto un metodo così dispendioso, a rischio che trapelasse

qualcosa, quando il vecchio sistema di sigillare un cadavere in un

blocco di cemento e buttarlo nel fiume era ancora una soluzione effi-

cace ed economica.

--Ci rinuncio--disse senza voltarsi.--Non riesco a capire che in-

teresse ha Talbot.

--Neanch'io--ammise il direttore.

A quella confessione, Gilroy si girò.--Allora sa che è Talbot!

--Certo. Chi altri potrebbe essere? Ma non prendertela, ragazzO

mio.--Si guardò intomo con cautela mentre parlava.--Lasciamo ri-

Dosare questa traccia dei catatonici. Domani potresti scoprire che co-

sa sta dietro al bollettino che Johnson ha trasmesso per telefono dalla

City Hall.

Gilroy scorse le parole scribacchiate sul biglietto. La sua smorfia

prese una sfumatura perplessa.

--Che diavolo è? Tutto quello che ci capisco, è che la A.S.P.C.A. e i

cinofili stanno protestando con il sindaco contro lo sterminio organiz-

zato dei collie bianchi e marroni.

--Appunto.

--E lei pensa che, naturalmente, dietro ci sia la banda di Talbot?--

Quando il direttore annuì, Gilroy alzò le mani in segno di disperazio-

ne.--Questa faccenda di gangster supera la mia intelligenza, capo. Di

solito, riuscivo a capire dove mirassero. Sapevo perché un killer veni-

va fatto fuori, o perché aveva compiuto un delitto; ma non mi vergo-

gno a dirle che mi sfugge perché un capobanda voglia mettere a tacere

una storia sui catatonici, o mandi i suoi tirapiedi a sistemare dei collie

innocenti. Me ne vado a casa... a ubriacarmi...

E uscì infuriato dall'ufficio. Ma prima che il direttore potesse solo

scrollare le spalle, ritornò con un lampo negli occhi infossati.

--Che razza di idioti siamo, capo!--gridò.--Ricorda quel collie,

quello che è venuto con un pezzo di carta in bocca? E che noi abbiamo

buttato fuori, si ricorda? Bene, quello è il cane che la banda di Talbot

vuole fare secco. Sta cercando di portarci dei messaggi!

--Ehi, hai ragione!--Il direttore si alzò dalla sedia e si drizzò con

aria incerta.--Dov'é?

Gilroy agitò le lunghe braccia in un gesto significativo.

t --Allora, forza! Al diavolo cappotti e cappelli!

si precipitarono nella sala dei redattori. I giornalisti del tumo di

notte, ridotto all'osso, bighellonavano qua e là leggendo le carte prima

di uscire per trascinarsi dietro qualche traccia inesplorata.

--Mettete giù quelle carte!--strillò il direttore.--Venite con me,

tutti quanti.

E li sospinse in branco, sconcertati e stizziti, fin dentro l'ascensore.

All'ingresso dell'edificio, scrutò in su e in giù la strada.

t~ --Non è qui in giro, Gilroy. Bene, voi, specie di vagabondi, dividete-

vi e battete le strade intomo, continuando a fischiare. Quando vedete

un collie bianco e marrone, fategli un fischio. Verrà lui da voi. Ora

F~ muovetevi e fate come vi ho detto.

si allontanarono di malavoglia.--Dobbiamo proprio fischiare?--

I~- fece eco un cronista preoccupato.

1~ --Sì, fischiate--ingiunse Gilroy.--Dimenticate la vostra dignità.

r9 ~ischiate!

Si sparpagliarono emettendo quegli acuti segnali che dovrebbero ri-

hiamare i cani. I radi passanti nel quartiere degli affari a quell'ora

rda erano profondamente interessati e incuriositi, ma Gilroy, incu-

rante, lasciò il direttore intento a fischiare presso il palazzo del gior-

nale e andò a zufolare verso West Street. Lasciò alle spalle gli striduli

richiami che giungevano in un soffio dal fiume e frugò le tenebre che si

addensavano lungo l'ampia superstrada.

Per un'ora indagò gli scuri anfratti tra i moli, battendo con cura la

sua zona. Non trovò nulla- solo qualche portuale che scaricava i ca-

mion e il traffico ridotto dei quartieri periferici: cani randagi che fru-

gavano qua e là e qualche disgraziato ridotto alla fame. Nessuna trac-

cia del collie bianco e marrone.

Rinunciò quando cominciò ad avere fame. Ritornò quindi al palazzo,

sperando che gli altri avessero avuto miglior fortuna, irritato con se

stesso per non aver seguito il cane quando ne aveva avuto la possibilità.

Il direttore era ancora là che fischiava a tutta forza, in un capannel-

lo di curiosi in fiduciosa attesa che capitasse qualcosa. Anche gli altri

giornalisti stavano tornando.

--Trovato niente?--chiese il direttore, interrompendo per un atti-

mo i suoi sforzi.

--Niente. Non si è visto qui?

--Non ancora. Oh, tornerà di sicuro, su questo non ho dubbi.--E si

mise di nuovo a fischiare vigorosamente, ignorando gli sguardi e le of-

fensive osservazioni degli astanti, ma rivolgendo un ringhio agli scon-

fitti reporter quando lo superarono lentamente rientrando nel palazzo.

Nella relativa quiete della città, sopra gli acuti del suo direttore,

Gilroy udì un rapido tambureggiare di passi. Guardò sopra le teste

dell'accolta di bighelloni.

Apparve un cronista che correva a tutta velocità, facendo del suo

meglio per lusingare, con le labbra ormai secche, un cane che si av-

vicinava come un fulmine.

--Eccolo che arriva--gridò Gilroy. Si fece strada tra la calca e con

le lunghe gambe coprì in un lampo la distanza che lo separava dal col-

lie. Nella sua eccitazione, emetteva a caso soffi sfiatati tra i denti, ma

I'animale puntò ugualmente dritto su di lui. Dalla bocca, Gilroy gli

strappò uno sporco pezzo di carta. E subito il cane sparì, in direzione

dei moli, mentre una nera automobile di malaugurio scendeva lungo

la strada.

Gilroy si diede all'inseguimento poco convinto, poi si fermò e guar-

dò il foglio che aveva in mano. Per un attimo, maledisse la scarsa luce,

ma quando il direttore gli venne a fianco imprecando perché si era la-

sciato sfuggire il cane, il giornalista gli porse il fantastico messaggio.

--Quel cane sa badare a se stesso--disse.--Legga questo.

Il direttore, accigliato, diede un'occhiata al foglio:

--Be', che mi venga un accidente, è una barzelletta?

--Una barzelletta un corno!

--Be', io non ci capisco niente.

Gilroy si guardò in giro come cercando qualcuno che li aiutasse.

_ Non deve capirlo. E un messaggio in codice.--Ruotò su se stesso,

t puntando un enorme dito nocchiuto sul suo direttore.--Conosce

qualcuno capace di decifrare i codici, i crittogrammi?

--Uhm, vediamo, la polizia, o i G-men...

Gilroy sbuffò.--Darlo ai piedipiatti prima di sapere cosa dice!--

Con cura infilò il foglio con i rudimentali segni a matita nel taschino

interno della giacca e abbottonò il cappotto.--Lei stia qui fuori, ca-

po. Io tornerò con la traduzione. E tenga gli occhi aperti per il nostro

amico.

Prima che il direttore potesse aprir bocca, Gilroy partì a grandi fal-

cate.

Nella sala degli schedari della biblioteca della Quarantaduesima

Strada, Gilroy si stipò nella cabina del telefono e compose un numero.

Aveva gli occhi indolenziti e un mal di testa che lo stordiva. I ragiona-

menti serrati gli spremevano sempre il cervello. Aveva una mente in-

tuitiva, non ponderosamente analitica.

_ Ufficio direttivo, per favore--disse al centralinista notturno.

_ Dev'esserci qualcuno. Non m'importa se è il direttore amministra-

tivo in persona, voglio parlare con qualcuno in quell'ufficio. Aspetterò

in linea.--Ripiegato in una forma conveniente, si lasciò andare con-

tro la parete.--Pronto, chi parla?... Oh, bene. Senti, Rothbart, sono

Gilroy. Fammi un favore, eh? Tu sei il più vicino alla porta d'ingresso.

Troverai il capo lì fuori. Mandalo al telefono e prendi il suo posto fino

a che non ha finito di parlare con me. Mentre sei là fuori, sta attento,

se arriva un collie bianco e marrone. Prendilo, se si fa vedere, e portalo

dentro... D'accordo?... Grazie.

Gilroy tenne il ricevitore contro l'orecchio, divertendosi stancamen-

te a individuare i rumori che gli giungevano attraverso il filo. Non

aveva più fretta, né badò al secondo nichelino infilato prima che il di-

rettore venisse finalmente all'apparecchio.

--Che c'è, Gilroy?

--Niente, capo. Per questo ho chiamato. Ho consultato un libro sui

codici militari, qualche libercolo per bambini e una storia della critto-

grafia nel tempo. Ho trovato alcuni buoni codici, ma nessuno sembra

aVer pensato a un sistema basato sulla punteggiatura. Mai visto il co-

-~dice cifrato dei Confederati? Accidenti, un vero capolavoro... non ne

I ~Sono venuti a capo fin dopo la Guerra Civile! Gli antichi Greci arroto-

I .lavano strisce di carta intorno a dei bastoncini identici. Quando le

~Strisce venivano srotolate, i messaggi non avevano nessun senso, e in-

rCe, intorno ai bastoncini, le parole andavano tutte al loro posto.

--Fa~la finita--inveì il direttore.--Hai scoperto qualcosa di uti-

le?

--Certo. Tutti dicono che il grande segreto è la tavola della frequen-

za: le lettere che vengono usate più spesso delle altre. Ma, d'altra par-

te, dicono che nei messaggi brevi come il nostro, gli indizi importanti,

come le parole brevi sul genere di "e" e "a", i digrammi come "io", Uil",

e perfino trigrammi come "dal" o "sul" spesso vengono omessi per in-

tero.

--Bene, molto interessante. Cosa intendi fare adesso?

--Non so. Forse rivolgersi alla polizia, dopo tutto.

--Niente da fare--rispose con fermezza il direttore.--Chiedi a un

bibliotecario di aiutarti.

Gilroy afferrò al volo l'ispirazione. Sbatté giù la cornetta e si avviò a

grandi passi verso il banco per la consultazione.

--Dove posso trovare qualcuno che s'intende di crittogrammi?--

chiese stridulo.

L'impiegato consultò educatamente i colleghi.--Il custode della sa-

la dei manoscritti è molto bravo--rispose quando tornò.--In fondo

all'atrio...

Gilroy gli gridò un ringraziamento e si lanciò in una corsa scompo-

sta, senza più badare all'impiegato che gli ingiungeva di camminare.

Giunto alla sala dei manoscritti, tempestò al cancello finché il custode

lo fece entrare.

--Dia un'occhiata a questo--gli ordinò il giomalista, gettando il

biglietto su un tavolo.

11 custode lo guardò incuriosito.--Oh, un crittogramma, eh?

--Già. Riesce a capirci qualcosa?

--Be' sembra molto ben fatto--rispose il custode con prudenza

--ma sóno vent'anni che decifro questo genere di cose.--Sedettero al

tavolo nella sala deserta. Per un po', il custode tenne gli occhi inchio-

dati sul foglio scarabocchiato. --Cinque simboli-- disse infine.

--Punto e virgola, punto, virgola, due punti, virgolette. Tredici singo-

le parole, ciascuna con un numero pari di simboli. Devono averli usati

in combinazioni di due.

--Questo l'avevo già capito--gli assicurò Gilroy.--Ma che cosa

dice?

Il guardiano rialzò la testa con aria offesa.--Mi dia una possibilità.

Il codice di Bacone non è stato risolto per tre secoli.

Gilroy emise un grugnito. Non aveva tanto tempo a disposizione.

--Ci sono solo tredici singole parole--proseguì il custode, intrepi-

do a dispetto del precedente baconiano.--Impossibile usare i criteri

di frequenza, i digrammi o i trigrammi.

--Anche questo lo sapevo già--rispose rauco Gilroy.

--Allora perché è venuto da me, se sa già tutto?

Il giornalista scostò di scatto la sedia.--Okay, non le darò più fasti-

dio.

--Cinque simboli per rappresentare 26 lettere. Impossibile. Deve

essere simile al codice dei nichilisti russi. Loro potevano rappresen-

tarne solo 25- La lettera mancante è la uqn O la "jn, con molta probabi-

lità, perché tutt'e due si usano di rado. Bene, le dirò cosa ne penso.

--Che cosa?--domandò Gilroy tutt'orecchi.

--Bisognerà ragionare a pnon, o come si dice.

--Come vuole--sospirò il giornalista.--Basta che lo decifri.

--La radice quadrata di 25 è 5. Chiunque abbia scritto questo bi-

glietto, deve avere composto un quadrato di lettere, di cinque lettere

per lato. Mi sembra ragionevole.--Il custode annuì e sorrise ilare.

--Le combinazioni possibili in un quadrato di 25 sono... dunque...

625. I doppi simboli devono indicare le linee orizzontali e verticali.

Combinazioni possibili, 25. Totale delle combinazioni...uhmm...

15.625. Non molto promettente. Se c'è una parola chiave, dovremo

cercarla sul dizionario, finché non la troviamo. Combinazioni possibi-

li, 15.625, moltiplicate per i vocaboli inglesi...sempre che la parola

chiave sia inglese.

Gilroy si alzò.--Non lo sopporto--gemette.--Tornerò fra un'ora.

--No, non se ne vada--gli disse il guardiano.--Lei mi è di grande

aiuto. Non credo che dovremo esaminare più di 625 combinazioni al

massimo. Faremo in un attimo.

Parlava, ovviamente, in senso relativo. Codice di Bacone: tre secoli-

codice confederato: 15 anni; codice russo di guerra: mai violato. I crit-

tografi devono guardare all'eternità.

Gilroy sedette, mentre il custode disegnava un quadrato:

abcde;

f g h i j "

klmno,

p r s t u .

vwxyz:

La prima combinazione di due simboli, due punti e virgola, corri-

r, spondeva a una "aN, leggendo la prima colonna dall'alto, a partire dal

~- punto e virgola in cima, e per traverso, dal punto e virgola a destra. La

--~ seconda combinazione, un punto e virgola e una virgola, corrisponde-

É ~ra a una "k". Il custode proseguì a quel modo fino a che storse la faccia

e Spinse verso il giornalista la traduzione incompleta:

akddd fz kyoiztd r eztzkprepr

1 --Ha qualche senso per lei?--chiese ansioso.

= Gilroy contrasse la gola, incapace di parlare.

1i~ 103

F

--Potrebbe essere polacco--dichiarò il crittografo--o giappone-

se.

L'angosciato reporter scappò via.

Quando tomò un'ora più tardi, dopo aver mangiato e vagato per la

città, masticando nervosamente qualche sigaretta, trovò il custode

trincerato dietro una barriera di fogli ammonticchiati.

--Va un po' meglio?--gli chiese.

L'altro era troppo assorto per alzare lo sguardo o rispondere. Spian-

do sopra la sua spalla, il reporter vide che aveva predisposto un altro

quadrato. I fogli sul tavolo erano coperti dalle chiavi via via scartate;

a un calcolo approssimativo, doveva aveme tentate un centinaio.

Alla figura su cui stava lavorando era giunto per sistematica elimi-

nazione: aveva tenuto il quadrato originario, cambiando tuttavia la

posizione dei segni d'interpunzione. Scartata quella sistemazione,

aveva mutato il reticolo alfabetico e, dopo averlo messo alla prova,

aveva rimescolato ancora una volta i simboli. Paziente e cocciuto, il

custode infine aveva formato questo sistema:

zuo je,

ytnid .

x s m h c;

wrlgb"

vpkfa:

Senza fretta, contò a partire dal punto e virgola in alto e dal punto e

virgola sulla destra, fermandosi alla "mn. Gilroy, che lo seguiva, annuì

a quel risultato. Fu più veloce del vecchio guardiano nell'interpretare

il punto e virogla e la virgola, una "o". Il punto e il punto e virgola, ri-

petuti due volte, corrispondevano a una doppia "Sn. Prima parola.

moss

Il giomalista si raddrizzò e respirò a fondo. Poi si ripiegò e contò in-

sieme al custode, in verticale e in orizzontale, componendo l'intero

messaggio che il vecchio aveva sbarrato ogni due simboli. Il biglietto

recitava.

I; /:J ;t ;"/~ J n/::l I ;l " /

moss ha operato

I.J;J;.I J:;l J ....I::I;J.J ; 1;,1

catatonici talbot lo

;J / ~ J ~ nl / J J;;

finanzia proteggetemi

J ~ ;J n~;J

da loro

4

_ Mmh--mormorò il guardiano--questo avrebbe senso, se sapes-

si che cosa significa.

Ma Gilroy gli aveva strappato il foglio di mano. Il cancello sbatté al-

le sue spalle.

Mentre tornava all'ufficio in taxi, il giomalista non era troppo gon-

golante. Bussò al divisorio in vetro.--Si sbrighi. Ho già fatto il giro

turistico della città.

Se il cane era stato eliminato, pensava, addio alla storia sui catato-

nici! Il cane era il suo solo anello con I autore dello scritto in codice.

Wood scivolò lungo le buie stradine dietro i mercati di frutta all'in-

'~ grosso in West Street. Bidoni malconci e casse di merce andata a male

offrivano provvidenziali ostacoli e ripari, nel caso i gangster di Talbot

lo seguissero.

Sapeva che doveva allontanarsi dalla zona del fiume. I banditi dove-

vano averlo individuato, ora avrebbero chiamato il quartier generale

di Talbot per chiedere rinforzi. Con le loro veloci automobili, potevano

pattugliare i confini del quartiere in cui lui si aggirava e serrare le file

fino a intrappolarlo. Ma più importante era che i reporter fossero stati

mandati ruori a cercarlo.

Che avessero o meno decifrato il suo semplice codice, non contava

granché; Gilroy infine sapeva che lui cercava di comunicare, e questo

era il punto principale.

J L'animalesco e infallibile senso di orientamento lo guidò nel labirin-

l to di cupe viuzze fino alla zona più vicina al giornale. Guardò oltre

L l'angolo e studiò la strada da una parte e dall'altra: I'automobile nera

della banda non si vedeva. Doveva però correre allo scoperto per un

r centinaio di metri illuminati in pieno dai lampioni, prima di arrivare

all'ingresso del palazzo.

,~ Chiamò a raccolta i potenti muscoli delle zampe, quindi si lanciò sul

marciapiede di cemento. L'ingresso si avvicinava. Le sue zampe si al-

zavano e abbassavano come stantuffi, abbreviando il tratto critico più

rapidamente di quanto fosse concesso a un essere umano e di questo,

Wood era grato.

Avvistò un uomo che si teneva impaziente presso la porta. All'ulti-

mo momentO, rallentò la corsa balzando verso la spessa lastra di cri-

stallo.

Eccoti!--gridò il direttore del giomale.--Dentro, presto!

. E spalancò la porta. S'infilarono all'intemo poi, requisito un ascen-

ore, corsero attraverso la redazione fino all'ufficio in fondo.

Ragazzo, spero che non ti abbiano visto! Sarebbe la fine per tutti

~direttore si torceva adesso dietro la scrivania e di tanto in tanto

~`

~ 105

dava una malevola occhiata all'orologio, imprecando per la lunga as-

senza di Gilroy. Wood si stese ansimando sul freddo pavimento. Si

aspettava che ormai il suo messaggio fosse stato decifrato e aveva per-

fino nutrito la speranza di essere riconosciuto per un essere umano in

un corpo canino; ma ora si rese conto che Gilroy doveva ancora essere

impegnato nell'opera di decodificazione.

In ogni modo, per un poco era al sicuro. Fra non molto, il reporter

sarebbe tornato e allora avrebbero capito cosa gli era successo. Fino a

quel momento, sarebbe stato paziente.

D'un tratto, alzò la testa in ascolto. Aveva riconosciuto il caratteri-

stico passo del giornalista, quasi un metro a ogni falcata. Poi la porta

sbatté e si chiuse alle spalle di Gilroy.

--Il cane è qui, vero? Dia un'occhiata a quello che le ho portato!

E gettò un quadrato di carta sul tavolo. Mentre il direttore leggeva

avidamente, Wood scrutava la sua faccia, ignorando l'abbondante

hamburger scartato da Gilroy. Era stranito dall'interesse più che nor-

male mostrato dal reporter nei suoi confronti; ma, forse, il direttore

avrebbe compreso.

--E così di questo si tratta! Moss e Talbot, eh? Ora è molto più chia-

ro.

--Adesso vedo l'interesse di Moss--osservò Gilroy.--Lui è il solo

da queste parti che potrebbe fare un'operazione del genere. Ma Tal-

bot... non riesco a capire il suo gioco. E chi ha mandato il biglietto?

Come ha avuto la notizia... e dove si nasconde?

Wood quasi impazzì per la rabbia. Lui poteva spiegare: sapeva tutto

quello che c'era da sapere sull'interesse di Talbot per gli esperimenti

di Moss. Il problema della comunicazione era stato risolto, Moss e Tal-

bot erano stati denunciati, eppure lui era egualmente lontano dal ria-

vere il suo corpo originario.

Doveva scrivere un altro messaggio cifrato, più lungo, questa volta,

e più esplicito, rispondendo alle domande poste da Gilroy. Rabbrividì.

Per farlo, sarebbe dovuto andare incontro alla banda di Talbot, e il suo

quadrato era nell'angolo di quel terreno abbandonato: sarebbe stato

troppo buio...

--Dobbiamo farci guidare da lui fino all'autore del messaggio~

disse Gilroy risoluto.--E il solo modo in cui possiamo incastrare

Moss e Talbot. Così, tutto quello che abbiamo è un'accusa senza nessu-

na prova legale.

--Dev'essere da qualche parte nei dintorni.

Gilroy fissò Wood.--E quello che penso anch'io. Il cane è venut°

qui e ha abbaiato per convincerci a seguirlo. Quando gli abbiamo dato

la caccia, è tornato con un biglietto scarabocchiato mezz'ora dopo. pOI

ha portato il messaggio in codice entro un'ora. L'autore deve essere

molto vicino. DODO che il cane avrà mangiato, potremo...--Deglutì

sonoramente e levò lo sguardo stralunato verso il direttore poi, sceso

dal bordo della scrivania, frugò nel lungo pelo sul collo di Wood.

_ Guardi qui, capo, un pezzo di cerotto chirurgico. Quando il cane ha

chinato la testa per mangiare, è rimasto scoperto.

_ E tu pensi che sia un catatonico.--Il direttore scosse la testa con

un sorriso di commiserazione.--Sei matto, Gilroy.

_ Forse lo sono. Ma mi piacerebbe dare un'occhiata sotto il cerotto.

Il cuore di Wood martellò furioso. Sapeva che la sua incisione era

identica a quelle dei catatonici e, se avesse potuto vederla, Gilroy

avrebbe subito capito. Quando il giornalista cominciò a tirare il cerot-

to, cercò di sopportare il dolore tormentoso, ma dovette ritrarsi con

uno scarto.

La ferita era recente, ancora scoperta, e i peli abbarbicati erano fer-

mamente incollati al cerotto. Lasciò comunque che Gilroy riprovasse,

ma era una sofferenza troppo intensa, e poi aveva paura che l'incisio-

ne si squarciasse.

--Smettila--disse il direttore impressionato.--Ti morderà

Gilroy si raddrizzò.--Potrei toglierlo con un po' di etere.

--Non penserai davvero che sia stato operato? Moss non opera i ca-

ni. Probabilmente si è cacciato in una zuffa, o uno dei pistoleri di Tal-

bot l'ha preso di striscio con un proiettile.

Il telefono squillò insistente.--Vorrei ugualmente vedere cosa c'è

sotto--disse il reporter mentre il direttore staccava la cornetta. Di

fronte al crollo repentino delle sue speranze, Wood s'incolpò per aver

resistito a Gilroy.

·~ --Che c'è, Blaine?--chiese il direttore, e rimase in ascolto, scuren-

dosi in viso.--Okay. Stai lontano, se non vuoi correre rischi. Chiama

la redazione e detta il pezzo.--Abbassò la cornetta e disse a Gilroy:

--Guai, un sacco di guai. Le automobili della banda di Talbot incro-

ciano nel quartiere. Blaine aveva paura d'incontrarle. Non so come

potrai far passare il cane.

Wood era allarmato. Lasciò a mezzo il suo pasto e prese ad agitarsi

in direzione della porta, con un uggiolio involontario

Gilroy lo guardò incuriosito.--Giurerei che ha capito quello che lei

ha detto. Ha visto com' è cambiato?

--E il loro modo di reagire alle voci--rispose il direttore.

--Bene, dobbiamo farlo arrivare dal suo padrone--rifletté Gilroy,

mordendosi la guancia.--Io posso riuscirci, se lei mi aiuta

~_ . Certo che ti aiuterò. Ma come?

p -~--Venga --Wood e il direttore attraversarono la redazione attac-

I ~ti alle rapide calcagna del fantasmatico reporter. In silenzio, aspet-

i l~ono tutti quanti l'ascensore, quindi scesero nell'atrio.--Restate

!~U ViCino alla porta--disse Gilroy.--Quando darò il segnale, uscite

corsa.

--Quale segnale?--gridò il direttore, ma il reporter era già in stra-

da fuorivista.

I due aspettarono emozionati. Entro pochi minuti, un taxi si fermò

presso il marciapiede e Gilroy aprì la porta, seduto all'interno, ma sul

chi vive. Guardò l'angolo alle sue spalle: per un po', tutto rimase quie-

to, poi una nera automobile banditesca scivolò lenta e inquisitiva ol-

tre il taxi. La canna di un mitra balenò nella luce gialla. Il giornalista

aspettò fino a che, dopo poco, la vettura svoltò in West Street. Allora

agitò frenetico le braccia.

--Salite!--ordinò seccamente.--In West Street!

Il direttore prese Wood tra le braccia, spalancò la porta e schizzò a

bordo.

Il taxi partì d'improvviso. Wood si accucciò sul pavimento, treman-

do disperato. Aveva dato fondo alle sue risorse ed era lontano come

non mai dal riavere il suo corpo. Si aspettavano che li conducesse dal

suo padrone: acora non avevano capito che lui aveva scritto il bigliet-

to. Dove doveva portarli, come convincerli che era l'artefice del mes-

saggio?

--Credo che qui sia abbastanza lontano--disse Gilroy rompendo il

silenzio. Picchiettò sul vetro divisorio. L'autista si fermò. Giornalista e

direttore scesero, seguiti con qualche incertezza dal cane. Gilroy pagò

l'autista e gli fece cenno di andarsene. Nel quieto isolamento della

grande arteria commerciale, si chinò per tutta la sua statura fino al li-

vello di Wood.--Avanti, ragazzo! A casa!

Wood era in preda al panico. Riusciva a pensare a un solo posto do-

ve condurli. Partì al piccolo trotto, in modo da non affaticarli. Tenen-

dosi accosto ai muri, attraversando di volata le strade, puntò cauto

verso la parte bassa della città.

I due uomini lo seguirono dietro i mercati fronteggianti la super-

strada, verso un terreno più intemo. Il cane girò intorno alle profonde

e malsicure fondamenta di un edificio demolito, scavalcando mucchi

di spazzatura, fino a uno spazio sgombro, protetto dall'ombra, in fon-

do allo slargo. Qui si fermò in attesa.

Gilroy e il direttore si guardarono intorno nelle tenebre.--Venga

fuori!--gridò rauco il giornalista.--Siamo amici. Vogliamo aiutar-

Quando non giunse risposta, i due esplorarono il terreno abbando-

nato, accendendo diversi fiammiferi per illuminare gli angoli scuri

delle fondamenta_ Wood li osservava in preda ad emozioni confuse.

Frugando tra le pile di rifiuti e i muri crollanti della costruzione, per-

devano solo tempo.

Per quanto gli permetteva il buio, individuò il luogo dove aveva di-

segnato il quadrato per la codificazione. Rimase lì fermo ed abbaiò a

più non posso. I due umani si affrettarono a lasciare la loro inutile ri-

cerca.

--Deve aver visto qualcosa--bisbigliò il direttore.

Gilroy protesse un fiammifero nelle mani a coppa e spostò la luce

avanti e indietro nello spicchio triangolare dello spazio libero, quindi

scrollò le spalle.

_ Non è qui--disse il direttore.--Sta indicando il terreno.

Gilroy abbassò il fiammifero. Prima che la fiamma toccasse terra, lo

lasciò cadere con un grido, agitando le dita bruciacchiate nell'aria fre-

sca. Con un mormorio comprensivo, il direttore ne accese un altro.

_ E questo che stai cercando, un gruppo di lettere in un quadrato?

Wood e Gilroy si avvicinarono all unisono. Il reporter accese a sua

volta una fiammella e, alla sua luce, ispezionò con cura il rozzo retico-

lo.

_ Torno fra un secondo--disse. Era troppo scuro per vederlo in

faccia, ma Wood sentì la sua voce, secca e vibrante.--Prendo una tor-

cia elettrica.

_ Che cosa faccio, se il tipo viene fuori?--domandò subito il diret-

tore.

--Niente. Non verrà. Non cammini sopra il quadrato.

Gilroy svanì nella notte. Il direttore accese un altro fiammifero e

studiò il terreno con la cura di un cacciatore di cervi.

_ Che cosa diavolo avrà visto?--si chiese.--Quel ragazzo...--

Scosse la testa scorato e lasciò cadere il fiammifero.

Mai in vita sua Wood aveva conosciuto una simile eccitazione. Che

cosa aveva scoperto Gilroy? Si trattava solo di un altro elemento col-

laterale, come quando aveva capito che i gangster di Talbot gli davano

l~ la caccia, o aveva cominciato a sospettare la sua vera identità? Aveva

risposto che l'autore del biglietto non sarebbe comparso, ma quelle

parole potevano significare tutto e niente. Con tutte le forze, Wood

cercò un sistema per dimostrare in modo inequivocabile chi realmen-

te era. Ma trovò solo un piano puramente negativo: avrebbe seguito il

ggerimento di Gilroy.

A ogni minuto che passava, il direttore sentiva crescere la sua colle-

ra: cambiava posizione contro il muro di mattoni, o passeggiava intor-

no, fino a che, quando il giornalista tornò preceduto da un vivido cono

E di luce, scoppiò:--Falla finita, Gilroy. Non posso sprecare tutta la

~otte. Anche se scopriamo cosa è successo, non potremo stamparlo...

Il giornalista l'ignorò e squadernò il raggio scintillante della sua

,~ torcia elettrica a cinque pile sopra il quadrato magico.

E `~ Ora, guardi bene--disse. Osservò intento Wood, che obbedì

ualmente al suo ordine e si accostò al ginocchio del direttore, scru-

~ndo il terreno.--Il tizio che ha fatto questo quadrato è stato molto

CautO ha rivolto la schiena verso il muro, tenendo sott'occhio il terre-

~P di fronte, in modo da non farsi prendere di sorpresa. Il quadrato è

eSciato rispetto a noi. No, aspetti!--esclamò, come il direttore si

spostò per osservare il quadrato dalla sua base.--Non voglio che vi

lasci le sue impronte. Guardi lì in fondo, dove doveva trovarsi quello

che l'ha tracciato.

Il direttore guardò.--Che cosa vedi?--domandò disorientato.

--Be', il terreno è umido e piuttosto morbido. Dovrebbero esserci

delle orme. E ci sono. Solo che non sono umane!

Il direttore si schiarì la gola.--Stai scherzando!

--Gestatt--recitò Gilroy quasi a se stesso--I'intero è più grande

della somma delle sue singole parti. Noi abbiamo un insieme di fatti

sconnessi, senza nessun legame apparente fra loro. Poi, salta fuori un

elemento, che non pare più importante degli altri, ma d'improvviso va

al suo posto, e noi abbiamo il quadro completo.

--Che cosa stai farneticando?--bisbigliò allarmato il direttore.

Gilroy si abbassò per tutta la sua estensione e raccolse un mozzico-

ne di matita giallo, che rigirò in mano, prima di passarlo al direttore.

--Questa è la matita che il cane ha rubato prima che lo buttassimo

fuori. Può vedere i segni dei suoi denti sui lati, dove la stringeva. Ma ci

sono dei segni anche intorno alla punta. Può darsi che io sia pazzo...--

Prese dalla tasca lo sporco messaggio in codice e lo lisciò.--Ho visto

queste macchie nel momento stesso in cui ho guardato il biglietto, ma

allora non significavano niente per me. Che cosa ne dice?

Il direttore esaminò docile il foglio alla luce della torcia elettrica.

--Potrebbero essere le impronte dei palmi...

--Sì, di un bambino--lo gelò Gilroy.--Solo che non lo sono. Tutti

e due sappiamo che sono le impronte di un paio di zampe, le stesse che

si trovano in fondo al quadrato. Lei sa a che cosa sto pensando. Guardi

come ci ascolta, il cane.

Senza alzare la voce, Gilroy voltò la testa e disse come di passata:

--Ecco che arriva quello che ha scritto il biglietto, proprio dietro il

cane.

Involontariamente, Wood si girò verso il terreno nel buio, ma nep-

pure i suoi acuti occhi poterono distinguere una qualunque persona

nella penombra. Quando li levò verso il giornalista, fissò in pieno due

grigi occhi spaventati.

--Eccola sistemato--disse Gilroy con un tono di voce spaventoso.

--Così quello è il loro modo di reagire alle voci, eh? Niente da fare, ca-

po. Abbiamo un licantropo fra noi, grazie a Moss e Talbot.

Wood abbaiò e saltellò felice intorno alle chilometriche gambe di

Gilroy. Aveva capito!

Ma il direttore rise, una risata perfettamente normale, divertita, e

tuttavia poco convinta.--Tu perdi tempo a scrivere per i giornali,

Gilroy...

--Okay, signor intelligentone--rispose infuriato il giornalista-

--La pianti di ridacchiare e mi dia la risposta a questo che ora le dico

I 10

Il cane viene nella redazione e comincia ad abbaiare. Io pensavo che

stesse solo cercando di indurci a seguirlo, salvo che non ho mai sentito

un cane abbaiare con versi lunghi e brevi prima d'ora. Lui è corso su

per le scale, superando tutti gli altri piani - I'ufficio amministrativo,

gli uffici per la pubblicità e così via - fino alla redazione, perché lì vo-

leva arrivare. Noi lo cacciamo fuori. E lui torna con un biglietto scrit-

to alla meglio, dove dice: «Io sono un uomo«. Quelle quattro parole oc-

cupavano tutta la pagina- Perfino un bambino che impari a scrivere

non ha bisogno di tanto spazio. Ma se lei tenesse una matita fra i denti

e cercasse di unire le barre delle lettere, scriverebbe con dei caratteri

più o meno simili a quelli sul foglio.

"Il cane aveva bisogno di un sistema alfabetico più ridotto, così ha

escogitato un codice elementare. Ma aveva perso la sua matita. Allora,

ne ha rubata una delle nostre. Poi è tornato indietro, stando bene at-

tento alle automobili di Talbot.

"Non ci sono impronte di piedi in fondo a questo quadrato, solo le

orme di un cane. E ci sono due impronte sul messaggio, dove ha pog-

giato le zampe sul foglio mentre scriveva. E per tutto il tempo ha con-

tinuato ad ascoltare ogni parola che dicevamo. Quando ho detto in to-

no distratto che l'autore del biglietto era dietro le sue spalle, lui si è

voltato di scatto. Ebbene?"

Il direttore era tutt'altro che convinto.--Un ottimo addestramen-

to...

--Per essere una persona che rispettavo, ha decisamente il cervello

di una gallina. Qui... non so come si chiami--disse a Wood.--Che co-

sa farebbe se Moss fosse qui?

Wood ringhiò.

--Lei ci dirà dove trovarlo. Non so come, ma è stato abbastanza in-

telligente da pensare a un codice, quindi può anche trovare un altro

modo per comunicare. Allora ci dirà che cosa è successo.

Per Wood, fu il momento del trionfo supremo. E vero, non aveva an-

cora il suo corpo, ma ormai era solo questione di tempo. La sua gioia

alle parole del giornalista fu abbastanza violenta da scuotere la pro-

saica mente poco immaginosa del direttore.

--Ancora non ci crede--I'accusò Gilroy.

--E come potrei?--si lamentò il direttore.--Non so neppure per-

ché ti parlo come se fosse possibile.

(~ilroy frugò in un cumulo d'immondizia, da dove recuperò un pez-

zetto di legno. Rapidamente, scrisse in piccolo le lettere dell'alfabeto

iP una singola riga. Poi, gettato il bastone, si trasse da parte e puntò la

prcia elettrica.--Ora sillabi quello che è successo.

Wood balzò avanti e indietro davanti all'alfabeto, fermandosi via

a davanti alla lettera del caso, che indicava con il muso rivolto verso

~rra.

1~1

--t-a-l-b-o-t v-o-l-e-v-a u-n c-o-r-p-o g-i-o-v-a-n-e m-o-s-s h-a

d-e-t-t-o c-h-e p-o-t-e-v-a p-r-o-c-u-r-a-r-g ~ e-l-o.

--Be', che io sia dannato!--esplose il direttore.

Dopo quell'esclamazione, scese il silenzio. Si sentiva solo il battito

delle zampe sul terreno morbido, un ansito d'eccitazione e il rauco re-

spiro degli uomini.

Wood aveva vinto!

Gilroy sedeva alla macchina per scrivere nel suo appartamento. Wood

stava di fianco alla sedia e osservava i tasti che scattavano veloci. Ma

il direttore misurava nervosamente avanti e indietro il pavimento.

--Ho sprecato metà della serata--si lamentava--e se stamperò

questa storia verrò buttato fuori. Be', accidenti, Gilroy, come pensi

che la prenderà il pubblico, se non riesco a crederci neanch'io?

--Mmh--spiegò il giornalista.

--Ti stai giocando il posto. Lo sai questo, vero?

--Non mi importa granché--rispose Gilroy senza alzare lo sguar-

do.--Wood deve tornare nel suo corpo. E non potrà farlo, a meno che

l'aiutiamo.

--Ma non ti suona ridicolo? "Deve tornare nel suo corpo." Immagi-

na cosa diranno gli altri giomali di questa frase!

Gilroy si agitò impaziente --Non la vedranno--affermb deciso.

--Allora perché diavolo stai scrivendo l'articolo?--domandò il di-

rettore allibito.--E perché non vuoi che torni in ufficio?

--Calma! Fra un minuto avrò finito.--Inserì un altro foglio, che le

sue dita volanti coprirono rapidamente di nere parole accusatorie.

Wood dischiuse la bocca in un sorriso canino in risposta al sorriso del

giornalista, quando abbassò lo sguardo verso di lui, assentendo fidu-

cioso.--Praticamente stai già camminando sui tuoi piedi, amico. An-

diamo.

Allorché Gilroy s'infilò il cappotto svolazzante e si ficcò un cappello

malconcio sulla testa spigolosa, Wood si preparò a schizzare fuori, ma

il direttore indugiava:--Dove state andando?--chiese diffidente.

--Da Moss, naturalmente, a meno che lei abbia in mente un posto

migliore--rispose il reporter.

Wood non tollerava il pensiero di tardare oltre e cominciò a tirare

I'altro per i pantaloni.

--Puoi scommetterci che conosco un posto migliore. Ehi, piantala

Wood... vengo, vengo. Ma accidenti, Gilroy! Sono le dieci passate, e

ancora non ho fatto niente. Abbi cuore e vedi di farla finita in fretta

Strattonato per il braccio dal giornalista e tirato per la gamba da

Wood, il direttore accompagnò i due, pur senza cessare le sue proteste

1 12

Alla porta, comunque, nascose il cane mentre il giornalista chiamava

un taxi. Quando Gilroy fece segno che la strada era sgombra, attraver-

sò di corsa il marciapiede con il collie in braccio.

t Gilroy diede l'indirizzo all'autista. Come lo sentì Wood aprì la boc-

ca in un ringhio silenzioso. Era solo a breve distanzá da Moss, con due

eloquenti portavoce in grado di articolare le sue richieste e, se neces-

sario, mobilitare l'opinione pubblica in suo favore! Che cosa poteva fa-

re Moss contro una simile forza?

Risalirono per la Settima Avenue e lungo il Central Park West. Solo

il direttore aveva l'impressione che andassero a tutta velocità; Gilroy

e Wood si agitavano irritati a ogni semaforo rosso.

Nella strada di Moss, Gilroy avvertì l'autista di rallentare. La casa

del chirurgo era sorvegliata da due pigre automobili nere.

--Scendiamo all'angolo--disse Gilroy.

Si rifugiarono nell'androne di un palazzo di camere ammobiliate.

--E adesso?--domandò il direttore.--Non possiamo farci strada

a forza.

Wood scosse la testa. Nessun ingresso dal retro.

--La sola via è attraverso i tetti--stabilì Gilroy. Sporse la testa e

studiò gli edifici tra loro e la casa di Moss.--Questo è alto sei piani,

quello dopo, cinque, quello a destra della casa di Moss, sei, e la casa di

Moss, tre. Dovremo salire e scendere per le scale antincendio ed entra-

re dal tetto. Pronti?

--Suppongo di sì--rispose il direttore con tono fatalista.

Gilroy saggiò la porta. Era chiusa. Scelse quindi un campanello a

caso e suonò vigorosamente. Seguì un breve silenzio, poi la serratura

scattò. Il giornalista spalancò la porta e corse su per i gradini, facen-

E~ doli a quattro per volta.

--Chi è?--gridò una donna giù per la tromba delle scale.

La superarono di galoppo.--Ci scusi, signora--le gridò Gilroy.

--Abbiamo suonato il suo campanello per sbaglio.

~ La donna parve contrariata e impaurita, ma il giornalista la preven-

LL ne con un sorriso e un gaio gesto della mano mentre filava via.

La porta del tetto era chiusa con un robusto gancio dall'occhiello ar-

rugginito. Gilroy l'aprì a forza con il palmo, e si ritrovarono su un tet-

E to incatramato, gelido e nero sotto il cielo coperto della notte minac-

CiOsa,

Scoperta insieme a Wood la scala antincendio che portava al tetto

essivo~ Gilroy si cacciò l'amico sotto il braccio sinistro e si lanciò

-~ sopra i gradini infissi nel muro.

Questa è follia!--esclamò il direttore.--Non ho mai fatto una

>sa così assurda nella mia vita. Perché non siamo un po' più furbi e

d~iamiamO i piedipiatti?

--Siì?--lo rintuzzò Gilroy senza fermarsi.--E quale sarebbe la

~a accusa?

I 13

--Contro Moss? Be'...

--Ci pensi mentre cammina.

Gilroy e Wood erano già sul tetto vicino e aspettavano sulle spine

che il direttore scendesse. Il direttore scese, ma i suoi pensieri vagava-

no altrove.

--Puoi accusarlo di quello che ha fatto. Ha trasformato un uomo in

un cane.

--Farebbe una grande impressione in un atto di accusa. Se lo scor-

di. Guardi solo di camminare in punta di piedi. Questo maledetto tet-

to scricchiola e rimbomba come un tamburo.

Avanzarono sulle lamine di metallo incatramato. Sotto, potevano

sentire risuonare i loro passi più pesanti nelle camere vuote. Le zampe

del collie ticchettavano in un balletto ritmato. Quando proseguirono a

cavalcioni di un basso muro tra i due edifici, Wood annusò l'aria, in

cerca dei nemici che si annidavano dietro i comignoli, le feritoie e le

porte. Di tanto in tanto, spinto da un fuggevole sospetto, Gilroy dirige-

va il raggio della torcia elettrica avanti a sé. Infine, salirono per una

scala di acciaio verso il palazzo a sei piani vicino alla casa del chirur-

go.

--E accusarlo di rapimento?--domandò il direttore mentre guar-

davano oltre il muro verso il tetto di Moss. ~-

--La prego, non stia a seccarmi. Il corpo di Wood è nel reparto os-

servazione dell'ospedale. Come proverà che Moss l'ha rapito?

Il direttore annuì nel buio e pensò a un altro capo di accusa. Gilroy

puntò la torcia elettrica in pieno sul tetto vicino che apparve comple-

tamente sguarnito.

--Vieni, Wood--disse infilando la torcia elettrica nella cintura.

Prese il cane sotto il braccio sinistro ma, per servirsi della mano de-

stra nell'ascesa, dovette stringere in una morsa il corpo dell'amico.

Wood era grato solo di non poter guardare il tetto tre piani più sotto,

stretto com'era nella presa. Respirava con un rantolo sibilante. Quan-

do il giornalista si tagliò la mano su una squama aguzza di verniCe

rinsecchita, sentì un nodo in gola.

--Va tutto bene--lo rassicurò Gilroy in un bisbiglio.--Ci siamo

quasi.

Sopra di loro, Wood scorgeva il direttore scendere pesantemente

per l'insicura scala imbullonata che, tra le piastre di ancoraggio, on-

deggiava lamentosa staccandosi dallo sporco muro di mattoni. Un

piolo dopo l'altro, scesero adagio, Gilroy afferrandosi a ogni appiglio,

Wood sospeso a mezz'aria e impotente, entrambi con il cuore in gola

quando la scaletta scricchiolava sotto il loro peso.

Infine, quando abbassò il piede e, di sotto, trovò il solido tetto, Gil-

roy sorrise trionfante nel buio. Wood sgusciò dalla sua morsa. Poi il di-

rettore, imprecando, li raggiunse e li seguì fino alla scaletta sul retr°,

.~ ma, questa volta, si offrì di portare lui il cane. Mentre si calavano in-

certi lungo il muro, Wood ne sentiva tremare i muscoli. Lui stesso non

aveVa nulla da perdere, se non una miserabile vita animalesca, eppure

non era del tutto immune dalla paura, di fronte ai pericoli nascosti

che affrontavano- Si sentiva comprensivo verso quel direttore di gior-

nale che, invece, aveva tutto da perdere, e neppure credeva per intero

alla sua vera identità: doveva essergli riuscito ben duro accettare la

scoperta di un uomo in un collie apparentemente normale!

Wood fu depositato sulle sbarre di ferro, poi il giornalista si unì a lo-

ro in gran fretta e diede uno strattone al lucernario. La finestra era

chiusa.

_ Ho bisogno di un piede di porco per aprire--mormorò Gilroy

mentre additava i bordi del telaio.--Non ha un coltello con sé?

Il direttore si frugò distrattamente le tasche e ne trasse un mazzo di

chiavi, oltre a svariati mozziconi di matite, pezzetti di carta, fiammi-

feri e, in ultimo, una limetta per le unghie di poco prezzo nella sua fo-

derina. Gilroy ne usò la punta per sgrommare la vecchia intelaiatura,

scheggiando agevolmente lo stucco, fino a liberare il bordo superiore e

i lati.

I --Ora--disse in un sussurro--scostatevi un poco e state pronti a

prenderlo.

rnserì la limetta contro il bordo superiore e sollevò il vetro dal te-

laio. La lastra rimase sospesa, poggiandosi sugli altri tre lati: il gior-

~: nalista la prese per i bordi e la tolse di mezzo senza rumore.

--Andiamo.--Gilroy si calò a ritroso entro il telaio vuoto.--Mi

passi Wood.

Quando si drizzarono nella stanza buia, sotto lo stesso tetto di Moss

Wood avvertì con un senso di euforia la vicinanza del solo uomo che

odiava, colui che poteva restituirgli il suo corpo.--Ci siamo!--pen-

sava.--Ci siamo!

- --Gilroy--incalzò il direttore--potremmo accusare Moss di vivi-

sezione.

E vero--bisbigliò il reporter. Gli altri due sentirono la maniglia

tremare nella sua mano e si voltarono timorosi.

--Ora dove andiamo?--proruppe il direttore in preda al panico.

,~ --Siamo qui--rispose freddo Gilroy.--Tanto vale che andiamo fi-

p- no in fondo.

La porta si aprì, una pallida luce fioca entrò timidamente. Guarda-

ono il lungo, stretto e squallido corridoio che si stendeva verso le sca-

nel centro della casa. In fondo a quei gradini, avrebbero trovato

~oss.

~ LaCutO olfatto di Wood avvertì subito l'odore del nemico. Il chirur-

E era stato in quella stanza non molto tempo prima.

tScivolò accucciato intorno al pianerottolo in cima alle scale e scese

115

gradino per gradino. Gilroy e il direttore si tenevano alla ringhiera e al

muro, poggiando gran parte del peso sulle mani. Scesero per la stretta

spirale su cui Clarence aveva incontrato le acuminate zanne fatali, giù

fino al corridoio a pianterreno, dove il suo corpo grasso era stramazza-

to in mezzo al sangue.

Wood sentì a distanza il breve e nervoso picchiettio di un bastone,

presto zittito da un collerico sibilo imperioso, quasi impercettibile

perfino per le sue orecchie. Guardò esultante Gilroy con una scintilla

negli occhi cupi e un sogghigno selvaggio della bocca che scoprì la ros-

sa lingua penzolante nella bianca trappola mortale dei denti. Aveva

individuato i rumori e il luogo da cui provenivano. Moss e Talbot era-

no in una stanza sul retro della casa.

Incu}~rò le spalle robuste e avanzò adagio, le zampe rigide, I'aria si-

nistra di tutti i cacciatori di carne quando calano in un'imboscata sul-

la loro preda. All'esterno della porta chiusa, si accucciò, i muscoli rac-

colti per il balzo, le orecchie prudentemente appiattite contro la testa

slanciata. Ma quelle orecchie sentivano le voci soffocate che sfuggiva-

no ai torpidi sensi dei due uomini.

--Si sieda, dottore--diceva Talbot.--Il camion sarà qui tra poco.

--Non mi preoccupa la mia salvezza personale--replicò secco

Moss.--E solo che odio l'inefficienza, specialmente quando lei affer-

ma...

--Be', non è colpa di Jake. Sta tornando da un lavoro.

Wood poteva vedere l'impercettibile sogghigno sulla rosea faccia le-

vigata del medico.--Lei può andarsene in qualunque momento, da

qui a sei mesi, ma la sua avidità non si acquieta, vero Talbot? Non ha

saputo resistere alla tentazione di un guadagno, e in un simile fran-

gente!

--Oh, non perda la testa. I cata-come-si-chiamano non possono par-

lare e il cane probabilmente sta rovistando fra i bidoni della spazzatu-

ra. Che cos'ha da ridire?

--Io sto cambiando residenza per motivi puramente precauzionali.

Lei sottovaluta l'intelligenza umana, per quanto limitata dalle preca-

rie capacità di espressione di un cane.

Wood guardò i suoi compagni con un sogghigno. Il direttore, con la

faccia bianca come un lenzuolo, era raggelato dall'ansia. Gilroy, con

una pistola nella mano destra, tese la sinistra verso la maniglia. Il di-

rettore, involontariamente, fece un movimento per fermarlo, ma la

porta, più rapida, si aprì di scatto verso l'intemo.

Wood e Gilroy si pararono sulla soglia, sinistri nel loro tetro silen-

zio. Talbot guardò appena l'arma. Aveva guardato troppe canne di pi-

stole, per esserne impressionato. Ma quando i sUoi occhi si posaronO

su Wood, lasciò ricadere la mascella in un tremito senile. I suoi polmo-

ni, costantemente in lotta, si contrassero. Lanciò un alto grido angO-

scioSo e si lacerò freneticamente la camicia, per liberare il torace dalla

pressione che lo schiacciava.

--Una lezione pratica per lei, Talbot--commentò Moss impassibi-

le.--Mai sottovalutare un nemico.

Gilroy perse il suo gelido distacco.--Non lo lasci soffocare. L'aiuti.

--Che posso fare?--Moss scrollò le spalle.--Angina pectoris. O si

tira fuori da solo dalle convulsioni, o non ce la fa. Io non posso aiutar-

lo. Ma cosa volete, voi?

Nessuno gli rispose. Inorriditi, osservavano Talbot imporporarsi

nella sua agonia, incapace ormai di urlare, mentre si strappava la ca-

micia sul petto. Gilroy abbandonò la mano con la pistola, ma il chirur-

go non tentò affatto di scappare. L'aria vibrò nel naso rapace del vec-

chio, che si abbatté in un mucchio contorto.

Wood si sentì male. Sapeva che i medici, per autoconservazione, do-

vevano indurirsi, ma solo un mostro di brutale insensibilità poteva

ignorare la spaventevole morte di Talbot come se neppure succedesse

sotto i suoi occhi.

--Oh, via, non è così brutta--commentò Moss con tono acido.

t Wood alzò stranito lo sguardo da quella sorta di bambolotto di pez-

za verso gli occhi duri e intrepidi del chirurgo, che non fece un gesto

per difendersi, o per chiedere aiuto alla squadra di gangster sul fronte

della casa. Con disumana condiscendenza, Moss fissava i tre intrusi.

--Manda all'aria i suoi piani--replicò tra i denti Gilroy.

Moss alzò le spalle, urbano, delicatamente sdegnoso.--Che diffe-

renza fa la sua morte per me? Non ci ho mai tenuto alla sua compa-

gnia.

--Forse no, ma i suoi soldi sembrava che le andassero a genio. Ora è

uscito di scena. Non può più impedirci di stampare tutta la storia.--

Gilroy prese dal taschino un dattiloscritto ripiegato e lo porse a Moss.

Il chirurgo lo lesse con interesse, appoggiato con indolenza contro il

E murO. Giunto alla fine del breve articolo, rilesse il primo paragrafo

quindi, educatamente, lo ridiede a Gilroy.

--E molto chiaro--disse.--Sono accusato di aver scambiato le

identità di un uomo e di un cane. Lei descrive perfino quella che sareb-

be la mia tecnica.

--"SarebbeD!--ruggì Gilroy selvaggiamente.--Intende negare?

E Naturale. Non è tutto troppo fantastico?--Moss sorrise.--Ma

non è questo il punto. Anche se ammettessi ciò di cui mi accusa, come

ensa che potrei essere condannato sulla base di simili prove? Il solo

S testimone~ a quanto pare, è il cane che lei chiama Wood. Sono ammes-

a testimoniare in tribunale, i cani? Non ricordo di preciso, ma ne

~ood era strabiliato. Non si aspettava che Moss rigettasse sfaccia-

pente le accuse. Un uomo comune sarebbe crollato, davanti all'evi-

~za.

117

Punto sul vivo, perfino il direttore, che si teneva in disparte, azzar-

dò:--Abbiamo le prove di una vivisezione illegale!

--Ma non le prove che sia stato io il chirurgo.

--Lei è il solo a New York che potesse compiere l'operazione.

--Veda un po' quanto la porterà lontano una simile prova.

Wood ascoltava con rabbia crescente. In qualche modo, avevano

permesso che Moss dominasse la situazione e si schermisse dalle loro

accuse con fredda, sarcastica dialettica. Nessuna meraviglia che non

avesse tentato la fuga! Si sentiva perfettamente al sicuro. Wood rin-

ghiò fissando con una smorfia di odio il medico, che lo guardò sprez-

zante dall'alto in basso.

--E va bene non possiamo tascinarla in tribunale--concluse Gil-

roy, mentre irr;gidiva il dito sul grilletto.--Non è questo che voglia-

mo, comunque. Quella sua deliziosa curiosità scientifica può indurla a

operare Wood e trasferire la sua identità nel suo corpo.

Il chirurgo non mutò l'espressione altera e, con sbalorditiva noncu-

ranza, osservò l'indice di Gilroy che si tendeva.

--Ebbene, parli--proruppe il giornalista, agitando minaccioso

l'arma.

--Non può costringermi a operare. Tutto quello che può fare, è uc-

cidermi, e io sono indifferente alla mia morte come a quella di Tal-

bot.--Il sorriso di Moss si allargò e si torse agli angoli, rivelando i

denti in un ringhio che era l'immagine speculare, civile e afflnata, di

quello di Wood.--Questa sua operazione comunque mi interessa. La-

vorerò per il mio solito compenso.

Il direttore spinse Gilroy verso l'interno e chiuse di fretta la porta.

--Stanno arrivando--annunciò in un fiato.--I gangster di Talbot.

In due passi, Gilroy mise il chirurgo fra sé e la porta, schiacciando

rudemente la pistola contro l'incrollabile schiena di Moss.--Mettete-

vi dall'altra parte, voi due, in modo da restar nascosti dalla porta

quando si apre--ordinò.

Come si ritrasse insieme al direttore, Wood sentì i passi lungo il cor-

ridoio, quindi un breve silenzio, poi un grido aspro:--Ehi, capo! Il ca-

mion è arrivato.

--Dica loro di andarsene--ordinò Gilroy con voce soffocata.

--Sono nella seconda stanza nel retro della casa--li avvertì Moss.

Gilroy gli piantò nella schiena la canna della pistola.--Se lo vuole

lei. Le ho detto di mandarli via!

--Non oserebbe uccidermi fino a che non avessi operato.

--Se non ha paura, perché vuol farli venire? Dov'è lo spasso?

La porta si spalancò. Un gangster fece per entrare, ma si arrestO,

mentre i suoi occhi, avvezzi alle battaglie, guizzavano dal corpo con-

torto di Talbot verso Moss e quindi verso Gilroy, che si levava incom-

bente dietro il medico. Con un rapido movimento circolare, una pisto-

la balzò dalla fondina sotto la sua ascella.

--Che è successo al capo?--domandò con voce rQca.

--Metti via la pistola, Pinero. Il capo è morto di un attacco di cuore.

La cosa non dovrebbe sorprenderti, se l'aspettava da un giorno al-

I'altro.

--Già, lo so. Ma com'è entrato quel tipo?

Moss si agitò impaziente.--E stato qui tutto il tempo. Rimanda in-

dietro il camion. Non trasloco più. Ci penso io, a Talbot.

Il gangster sembrò incerto ma, in mancanza di un altro comandan-

te, obbedì all'ordine di Moss.--D'accordo, se lo dice lei.--E chiuse la

porta.

Quando Pinero ebbe percorso tutto il corridoio, Moss si voltò di

fronte a Gilroy.

--Vedo che non ha paura... non poi tanta!--esclamò il reporter.

Il medico ignorò quell'uscita tagliente.--Dov'eravamo rimasti?

Ah, sì. Mentre lei se ne stava lì tremando, io ho avuto tempo di ripen-

sare alla mia offerta. Opererò gratis.

--Può scommetterci!--Gilroy fece ondeggiare la pistola.

Moss arricciò il naso.--Quella non ha nulla a che vedere con la mia

decisione. Non ho alcum timore della morte, e non ho paura delle vo-

stre prove. Se sceglierò di operare, sarà solo perché l'esperimento

- m'interessa.--Wood colse lo sguardo assorto di Moss, uno sguardo di

scherno che s'indurì con un riflesso poco promettente.--Ma natural-

mente--soggiunse il chirurgo mellifluo--io opererò di sicuro. Insi-

sto per farlo!

La minaccia nascosta non sfuggì a Wood. Appena si fosse trovato

sotto il bisturi di Moss, sarebbe stata la fine. Una deviazione fortuita

della lama, una minima, ben calcolata negligenza nella miscelatura

del gas anestetico, e il medico si sarebbe liberato dell'accusa sostenen-

do che non era in grado di portare a termine l'operazione: dunque,

non poteva essere lui il vivisezionista. Wood arretrò, scuotendo con

~- violenza la testa da una parte all'altra.

--Wood ha ragione--disse il direttore.--Lui la sa più lunga sul

F ~ Conto di Moss. Non uscirebbe vivo dall'operazione.

~ . Gilroy aggrottò la fronte sconcertato. La pistola nella sua mano era

F~ un inutile strumento di costrizione; perfino Moss sapeva che non l'a-

vrebbe usata... non poteva... per loro, era prezioso solo da vivo. Aveva

F voluto indurlo a operare. Ebbene, pensò, era riuscito nel suo scopo.

Moss si era offerto di effettuare l'intervento. Ma tutti e quattro sapeva-

' .~ no che, sotto il suo bisturi, Wood era condannato. Abilmente, il chirur-

go aveva trasformato la loro vittoria in una disfatta completa.

E allora che diavolo facciamo?--esclamò con foga il reporter.

--Che cosa ne dici, Wood? Vuoi correre il rischio, o tirare avanti den-

tro la pelle di un cane?

Wood si ritrasse con un ringhio.

--Almeno, è ancora vivo--osservò con tono fatalista il direttore.

Moss sorrise, con vellutata ironia protestò che avrebbe fatto del suo

meglio per restituire Wood alle sue norrnali sembianze.

--A parte gli eventuali incidenti--schiumò Gilroy.--La racconti

a un altro, Moss. Andrà avanti così com'è e lei avrà quello che le Spet-

ta.

Lanciò un cupo sguardo a Wood, con un cenno significativo della te-

sta verso il medico.

--Andiamo, capo--disse, conducendo il direttore oltre la porta

che subito richiuse alle loro spalle.--Questi due vecchi amici voglio-

no restare soli, hanno un sacco di cose di cui parlare...

Immediatamente, Wood balzò davanti all'uscio e lì si accucciò, ter-

ribile nella cieca espressione di odio dello sguardo maligno, puntato

sul chirurgo. Per la prima volta, l'atteggiamento di placida indifferen-

za di Moss s'incrinava. Guardingo, il medico strusciò a palmo a palmo

lungo il muro verso la porta. D'improvviso, si rendeva conto che quel-

lo era un animale...

Wood avanzò, tagliandogli la ritirata. Con il pelo ritto, la testa in-

cassata fra le spalle squadrate, le gengive lustre sopra le zanne ricur-

ve, il cane procedeva rigido, con un ritmo lento e inesorabile.

Moss lo guardava angosciato, e al contempo guardava la porta con _~

un penoso rimpianto. Ma ecco lì Wood, che via via riduceva lo spazio

per l'attacco. Il medico si portò le mani alla gola per ricacciare... I

I suoi nervi crollarono. Non poteva parlare con calma a due folli oc- ~ ì

chi animaleschi, allo stesso modo che con un uomo armato di una pi- ~ j

stola. Schizzò di lato e corse verso l'uscita.

Wood si lanciò verso le gambe turbinanti, che si abbatterono su di

lui, facendo precipitare Moss a capofitto sul pavimento. Il medico in-

crociò le braccia sotto la testa, per proteggere la gola, ma il cane calò

le zanne sull'orecchio e lo strappò in un rivolo tinto di rosso. Con un

grido, l'altro portò di scatto le mani alla faccia, cercando di alzarsi

senza abbassare la guardia, ma Wood gli azzannò le dita.

Le mani del chirurgo cedettero. Era in ginocchio, adesso, impotente

a respingere i rapidi assalti mirati, e quei denti come coltelli...

Wood esultava. Un minuto prima, quella rosea faccia liscia era alte-

ra e beffarda. Ora si alzava e si abbassava frenetica al livello dei suoi

occhi, contorta da una paura dilagante, mentre il sangue vivido scor-

reva dalle guance fino a poco prima scrupolosamente ripulite.

Per un istante, la pallida gola balenò scoperta, morbida e inerme.

Con un balzo, Wood la colse di sbieco e l'avvinghiò fra i denti. La car-

ne bianca si lacerò facilmente. Ma una struttura ossea schioccò fra le

sue mascelle mentre proseguiva sullo slancio.

Moss rimase là in ginocchio, dopo che Wood aveva colpito, con la

faccia contratta dal dolore e allibita, le mani flosce ai suoi fianchi. La

gola riversava un fiotto rosso. Poi il volto si prosciugò fino a scolorirsi

in un biancore spettrale, e Moss cadde a terra.

Aveva perso, ma aveva anche vinto. Wood era condannato a vivere

tutta la sua esistenza in un corpo di cane. E non poteva neppure spera-

re di campare per il tempo che gli sarebbe spettato. La vita media di

un cane è di quindici anni. Gliene restava una decina.

Nel suo corpo umano, Wood aveva avuto difficoltà a trovare un la-

voro. Era stato un esperto di codici, ma gli esperti di codici, i venditori

e gli apprendisti operai non hanno posto in un mondo dove i mercati si

contraggono. Le agenzie di collocamento sono saturate da un'offerta

esuberante di menti umane alloggiate in robusti corpi, volenterosi ed

esperti.

La stessa normale intelligenza umana nell'elegante corpo di un col-

lie aveva un assai più alto valore di mercato. Era una rarità, un feno-

meno da contemplare a bocca aperta dopo aver pagato un biglietto

per un simile pnvilegio.

--Gli uomini hanno sempre avuto una passione per i tipi bizzar-

ri--filosofeggiava Gilroy quella sera, mentre andava con Wood verso

il teatro, dove il cane sapiente era stato ingaggiato.--I tipi bizzarri,

che procurano un blando divertimento, vengono pagati per intrattene-

re il pubblico. Quelli veramente buffi hanno onori e potere. Pensaci,

Wood. Io non riesco a immaginarmelo. Quando ci libereremo del no-

~ stro amore per i tipi strambi e li restituiremo al posto che compete lo-

.F ro, avremo un gran bel mondo.

E Il taxi si fermò in una via laterale, all'ingresso del palcoscenico. Mi-

rabolanti cartelloni gialli e rossi, grandi come il murale di una catte-

drale, tappezzavano le pareti del teatro, dove faceva bella mostra

un'immagine ritoccata di Wood con un sorrisetto affettato.

--Perdinci!--esclamb senza fiato l'autista.--Aspettate che lo sap-

piano i miei marmocchi. Ho portato in macchina il Cane Parlante! Di-

co, non è un onore, eh?

Dá tutte le parti, i pedoni si fermavano strabiliati, i taxi si fermava-

no con un rispettoso stridio di freni, finché una torma di ammiratori

calò sul divo.

~, --Non è carino?--strillavano le donne.--E che aria intelligente!

'~ --Sicuro--Wood sentì ancora vantarsi il suo autista.--Io l'ho

portato qui. Com'è?--La voce del tassista si abbassò a un tono confi-

denziale. _ Be', il tipo con lui, il suo manager, credo, gli parlava nello

sso modo con cui io parlo con voi. Come se capisse ogni parola.

- Ma certo che capiva--asserì bellicoso un ascoltatore.

Ma va là--almanaccava un altro.--L'hanno addestrato, come

n-tin-tin~ solo un po' meglio. Ma di sicuro è furbo. Cosa non darei,

~er averlo

I ~n ~ 121

La squadra di polizia del quartiere del teatro irruppe attraverso il

groviglio del traffico e aprì un passaggio fino alla porta del palcosceni-

co.

--Dovreste vergognarvi--diceva un agente.--Tutto questo chias-

so per un botolo!

Wood scoprì le zanne minaccioso, e quello si ritrasse impaurito.

--Tipo intelligente, eh?--lo schernì la folla.--Credi che non capi-

sca?

Era un siparietto studiato da Wood e Gilroy. Riuscivano sempre a

trovare una spalla nelle vesti di un poliziotto zelante, né la folla man-

cava mai di rispondere.

Neppure all'interno del teatro quella celebrità era al sicuro dall'ec-

cesso di entusiasmo dei suoi ammiratori. I suoi colleghi nello spetta-

colo si ostinavano a grattargli la schiena, che pure non gli prudeva, tu-

bando e gorgogliando con straordinaria stolidità.

Le riprese del thriller a Hollywood erano terminate. Ora, mentre an-

davano in scena i numeri di apertura, Wood se ne stava insieme a Gil-

roy lontano dalle quinte, per quanto permetteva la costruzione del

teatro.

--7.000 testoni alla settimana, vecchio mio--rimuginava il mana-

ger.--E solo per fare qualcosa che qualunque babbeo del pubblico

potrebbe fare con la metà dello sforzo. Non è un bell'andare?

Nell'anno trascorso, né l'uno né l'altro erano riusciti ad abituarsi al

crescere delle cifre nei libretti bancari. Film, esibizioni, annunci pub-

blicitari, articoli romanzati nelle riviste... tutto per compensi astrono-

mici.

Ma Wood non avrebbe mai potuto guadagnare abbastanza da ri-

comprarsi il corpo umano in cui aveva fatto la fame.

--Okay, Wood--bisbigliò Gilroy--ci siamo.

Sul palcoscenico, furono accolti da applausi tambureggianti. Wood

fece il suo numero usuale di malavoglia, identificando gli oggetti che

venivano nominati dall'impresario, in un mucchio di oggetti messi in

pila.

Alcune maschere scesero lungo i corridoi fra i posti, raccogliendo le

domande che gli spettatori avevano scritto su pezzetti di carta, quindi

le passarono a Gilroy.

Afferrata una bacchetta con la bocca, il cane si mise di fronte a un

cartello ricoperto di grandi lettere poi, a fatica, indicò, carattere per

carattere, le risposte alle domande dei suoi fan. Il pubblico, per lo più,

gli chiedeva previsioni sul futuro, informazioni sull'andamento del

mercato o sulle corse. Solo pochi saggiavano seriamente la sua intelli-

genza.

Trafitto dalla bianca luce dei riflettori puntati, Wood compitò mec-

canicamente le banali risposte. Gran parte della sua amarezza si era

122

dissolta; in suo luogo, era subentrato un cupo senso di sconfitta, con

un~opaca accettazione della sua vita canina. Il suo conto in banca ave-

va sei cifre a sinistra del puntino dei decimali - più di quanto avesse

mai sognato perfino come a una possibilità fantasticamente lontana.

Ma nessun chirurgo poteva restituirgli il suo corpo, o aumentare la

sua aspettativa di vita, ridotta a meno di dieci anni.

D~improvviso~ la scena si cancellò davanti ai suoi occhi - Gilroy,

l~imponente cartellone con le lettere dell'alfabeto, la greve bacchetta

che reggeva in bocca, lo spazio nero punteggiato da pallide facce me-

ravigliate, perfino la luce bianca che lo fissava...

Giaceva in una branda in una lunga corsia. Né la sensazione delle li-

sce coperte sopra e sotto di lui, o il peso stesso delle coperte sul suo

corpo disteso aveva l'illusoria consistenza dei sogni.

E poi, totalmente snodato dalla mano, il suo indice si mosse secondo

la sua volontà. La sua unghia grattò il lenzuolo con un sonoro raspo

vittorioso.

Un interno, che camminava per la corsia, guardandosi intorno alla

ricerca della fonte di quel suono esultante, incontrò gli occhi di Wood,

illuminati dall'avida fiamma profonda dell'intelligenza. Poi, i due oc-

chi si abbassarono sul dito.

--Lei sta tornando in sé--disse infine il giovanotto.

--Sto tornando in me--rispose quieto Wood, prima che la nuova

scena svanisse e sentisse Gilroy ripetere la domanda che gli era sfuggi-

ta.

Sapeva, ora, che il corpo e la mente erano tutt'uno. Moss si era sba-

gliato; l'identità era qualcosa di più di una piccola ghiandola, qualco-

sa che andava al di là del corpo. La forzata divisione creata dal chirur-

go era innaturale; il tessuto trapiantato stava venendo assorbito e ri-

modellato. In qualche modo, Wood si rendeva conto che quei rinveni-

menti nella sua identità naturale sarebbero continuati, ancora e anco-

ra, fino a divenire uno stato permanente, fino a che fosse ridiventato

un essere llm:~n-~

j~o originale Matter of Form.

ione di Pietro Ferrari.

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Cornell Woolnch

IL CORPO DI JANE BROWN

Le tre del mattino. L'autostrada è vuota sotto una luna crudele. Mac-

chie d'olio fanno luccicare l'asfalto come un nastro di seta blu. La not-

te è totalmente silenziosa tranne per un ronzio che si sente salire da

dietro un'elevazione del terreno.

Due altre lune più luminose, poste una accanto all'altra, compaiono

di colpo sul rialzo, esplodono due ventagli d'argento accecante a gran-

de distanza davanti a loro. Fari. Il ronzio ora si è fatto un rombo. L'au-

tomobile corre a velocità tanto pazza da oscillare a destra e a sinistra.

La strada è diritta. La via è lunga. La notte è breve.

L'uomo ingobbito sul volante è teso; tiene gli occhi fissi, senza sbat-

tere le palpebre, sul bordo del tappeto nero che i fari gli srotolano da-

vanti. Ha occhi simili a due pezzetti di carbone, viso abbronzato, ca-

pelli bianchi. E magrissimo, ma vi è una forza straordinaria nelle dita

ossute che serrano il volante, nelle mascelle irrigidite, sbiancate dalla

tensione.

L'ago del tachimetro oscilla un po' al di sopra dei centoventi...

Il retrovisore rispecchia una donna giovane e stanchissima che dor-

me sul sedile di dietro. Ha le gambe raggomitolate sotto il corpo e si è

drappeggiata intorno una coperta dalla vita in giù. Una mano guanta-

ta di nero è tenuta per il polso dalla cinghia appesa alla fiancata del

veicolo e penzola completamente rilassata. La donna ondeggia nel

sonno con tanta mollezza, con una mancanza di riflessi così totale da

far quasi pensare a un'assenza di vita.

Porta un minuscolo cappellino dal quale parte una fine veletta. Il

vento gliela preme contro il viso. Il naso di lei vi forma sotto una picco-

la protuberanza. In quel punto la veletta dovrebbe gonfiarsi per il re-

spiro della donna, e invece s'incava come se lei lo stesse succhiando at-

traverso le labbra semiaperte. Nel sonno infatti tiene la bocca dischiu-

sa.

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La luna soltanto segue l'automobile nella sua corsa sfrenata, sogghi-

gnando la tiene d'occhio chilometro per chilometro, come dicesse:

"Non ti perdo di vista!"

Una manciata di puntini luminosi emerge dalla notte più avanti. Un

paese o un villaggio posto a cavallo dell'autostrada. L'ago del tachime-

tro comincia ad abbassarsi- L'uomo guarda la ragazza nello specchiet-

to, un po' preoccupato, come se la cittadina dinanzi a loro costituisse

un esame da superare.

Un segnale illuminato balza loro incontro.

ATTENZIONE!

INCROCIO PERICOLOSO--RALLENTARE

L'uomo annuisce torvo, come se trovasse giusto l'aggettivo; solo, non

nel senso in cui è inteso sulla segnalazione.

Le luci s'ingrandiscono, si rivelano lampioni che occhieggiano tra

gli alberi. Improvvisamente ai due lati della strada compaiono dei

~: marciapiedi. Vetrine buie li fiancheggiano.

Con un gesto istintivo l'uomo abbassa la luce dei suoi fari.

| -~ Un grosso autobus che va per la sua strada gli si para davanti. L'uo-

mo mette la freccia, si prepara a sorpassarlo. E allora si produce una

complicazione. Proprio dinanzi a loro la strada è tagliata da un pas-

saggio a livello. Forse nessun treno è passato per tutta la notte fino al

mattino. Cinque minuti prima, cinque minuti dopo e lui avrebbe evita-

,~ ~ to quel ritardo. Ma nell'esatto istante in cui l'automobile e l'autobus il-

luminato si avvicinano affiancati, un campanello si mette a suonare,

una barriera zebrata da cui pendono due lanterne rosse si abbassa e la

strada è bloccata. I due veicoli sono costretti a fermarsi l'uno accanto

all'altro mentre una lunga processione di carri merci passa loro da-

E vanti, interminabile. Quasi simultaneamente un grosso furgone di lat-

1~ taio è emerso dietro la macchina dell'uomo da una strada laterale, in-

|~ chiodandola dove si trova.

t Le luci dell'autobus illuminano l'automobile e cadono sulla donna

dormiente. L'unico passeggero che esso contiene è seduto accanto al fi-

nestrino proprio dalla loro parte. Gli occhi di lui cadono oziosamente

sulla macchina, vedono la donna e restano fissi su di lei, come farebbe-

ro gli occhi di qualsiasi uomo.

Ma il guidatore dell'automobile si impietrisce in una rigidità tre-

n~enda. Le nocche gli si sbiancano. Tiene gli occhi incollati al retrovi-

~le, fissi al passeggero che guarda la donna. Qualcosa di luccicante gli

Lscende dalla fronte, s'impiglia tra le rughe del viso: una goccia di sudo-

i~Poi una seconda, una terza. Il petto si alza e ricade pesantemente

~to la giaCca~ l'uomo respira come se stesse correndo.

asseggero non distoglie gli occhi dalla donna. Probabilmente il

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suo sguardo non ha alcun significato particolare. Lui non ha nient'al-

tro da guardare: perché non dovrebbe guardare una donna, anche se

lei dorme? Si capisce che dev'essere molto bella sotto quel velo? E poi

certi uomini ci nascono, con la mania di fissare le donne.

Ma mentre i carri merci continuano a sfilare e quello sguardo non si

stacca dal suo obiettivo, una delle mani dalle nocche sbiancate si stac-

ca dal volante, striscia sotto la giacca, vi s'insinua profondamente. E

quando ricompare stringe un'automatica.

Gli occhi dell'uomo non si sono mai staccati dal retrovisore, dall'im-

magine della faccia del passeggero sull'autobus. Pare che lui aspetti

che una certa espressione compaia su quella faccia, un'espressione che

tradisca un certo dubbio. E pare che sia pronto a far qualcosa con la pi-

stola se quell'espressione dovesse comparire.

Ma il lunghissimo treno merci finalmente è passato, il campanello

tace, la barriera si rialza. Il guidatore dell'autobus innesta la marcia,

la linea di finestrini illuminati scivola in avanti. La pistola svanisce, la

mano che l'aveva tenuta ritorna vuota sul volante. Un momento dopo

l'autobus svolta, portandosi via il passeggero. L'automobile riprende

la corsa.

L'uomo dalla faccia rugosa emette un lungo sospiro di sollievo, si

asciuga il sudore.

Corre, corre nella notte lungo la strada diritta, sotto la luna che lo

spia. La donna ondeggia e sogna, il velo incavato sulle labbra. I

Comincia una lunga salita e l'automobile non risponde bene quando

l'uomo preme l'acceleratore. Lui guarda l'indicatore della benzina: il

serbatoio è quasi vuoto. Per un momento l'abbronzatura si cancella

dalla sua faccia. Ma dopo tutto è su una strada principale, che gli im-

porta se la benzina finisce? Non deve fare altro che parcheggiare da

una parte e aspettare che qualcuno lo prenda a rimorchio. Perché quel-

I'ombra di panico sul suo viso?

Continua a guidare sfruttando le ultime gocce di carburante che gli

rimangono. Avanza a zigzag da un lato all'altro della strada per com-

battere l'inclinazione che potrebbe fermarlo. 11 motore sputacchia e si

riprende; ormai l'auto è prossima alla cima. Se solo ce la fa a raggiun-

gerla, può discendere dall'altra parte in folle.

L'auto si affaccia finalmente alla cresta. Davanti, la strada corre in

discesa per qualche chilometro e in distanza un grappolo di luci indica

un distributore. L'uomo sente la forza di gravità impadronirsi della

macchina e un momento dopo scende a tutta velocità a motore spento.

Il distributore è vicinissimo, le sue luci sfolgorarono come un'aurora

boreale sullo sfondo della campagna buia. Lui non osa evitarlo, ma la

tensione di nuovo lo afferra mentre si tuffa nella zona illuminata. Fissa

ansioso il retrovisore. Si chiede se deve abbassare le tendine, ma deci-

de di no. Non c'è nulla che stuzzichi la curiosità come delle tendine

suggestivamente abbassate.

t~ ~ Frena. Un inserviente arriva di corsa.

Cinque--dice l'uomo, e fissa immobile l'altro che attacca il tubo

al serbatoio. Lo fissa per tutto il tempo. La pistola è ricomparsa, nasco-

sta sotto un lembo della giacca.

L'inserviente gli si fa accanto.--Una pulita ai finestrini, capo?

L'uomo stira le labbra nel tentativo di un sorriso.--Li lasci stare.

L'inserviente sogghigna a sua volta e i suoi occhi passano dal guida-

tore alla ragazza nel retro dell'auto, indugiano su di lei per un istante.

~: --E stanca morta--dice l'uomo al volante.--Ecco, tenga il re-

E~ sto.--La macchina esce dalla luce rivelatrice, si addentra di nuovo

nell'ombra.

Lo sbigottito inserviente le grida dietro:--Ehi capo, ma questo è un

biglietto da venti dollari...

~! L'automobile ha ripreso la sua corsa folle. Il guidatore ha un sobbal-

~` zo. Che è quel suono scoppiettante alle sue spalle? Un piccolo faro ro-

~- tondo, unico, gli sta correndo dietro. Se l'uomo era stato spaventato

dall'autobus e dalla stazione di servizio, quale parola può descrivere la

sua faccia ora che vede nel retrovisore un poliziotto della strada che lo

segue? La pelle tesa in una maschera da teschio, le labbra contratte,

reprime a fatica l'impulso di accelerare, nel tentativo di distaccare il

poliziotto. Accosta a destra, frena, si ferma. Di nuovo estrae la pistola,

la nasconde sotto la coscia con l'impugnatura leggermente sporgente,

pronta, dal lato più lontano dal finestrino. Quindi resta immobile

stringendo i pugni.

~, La motocicletta lo sorpassa, fa un giro, torna indietro. Il poliziotto

scende, gli si avvicina, pianta un piede pesante sul predellino. Si china

a guardare l'uomo.

|~ --Che fretta ha signore? Stava facendo i centocinquanta.

, --Centosessanta--corregge l'uomo dalla faccia rugosa, con una

calma pericolosa che non è possibile scambiare per umiltà.

--Bene, qui il limite è cento. Mi faccia vedere la patente.

Il guidatore gliela porge con la sinistra; la destra è appoggiata alla

COScia, sfiora un pezzo di metallo nero.

r,~ Il poliziotto legge chinandosi ancora di più per utilizzare le luci del

Cmscotto. La sua arma d'ordinanza è dietro il fianco: se dovesse impu-

~- gnarla in fretta, la cornice del finestrino gli darebbe impaccio ai gomi-

~ ti.--Anton Denholt. Medico, eh? Mi meraviglio di lei, con la sua pro-

F, fessione dovrebbe avere più buon senso! Ed è dello stato confinante

:eh? Voi di lì date più fastidi degli altri . Bene, ora è nel mio stato; non ce

~I'ha fatta a oltrepassare il confine laggiù...

Denholt guarda avanti nella strada come se non avesse mai visto pri-

~ma il segnale del confine.--Non ci stavo provando--dice con la stes-

Fa~oce atona.

poliziottO annuisce.--Magari no--ammette.--Ma perché cor-

~te a centosessanta?

Forse Denholt non ce la fa più ad aspettare che l'altro scopra la ra-

gazza nel sedile dietro, forse i suoi nervi sono in un tale stato di tensio-

ne che preferisce attirare l'attenzione su di lei lui stesso e farla finita.

Fa un cenno con la testa.--A causa sua-- dice.--Il tempo stringe.

Il poliziotto sbircia la donna immobile.--E malata, dottore? --

chiede, con voce più gentile.

Denholt risponde:--E un caso di vita o di morte.--Sta dicendo la

verità, una verità più assoluta di quanto il poliziotto possa immagina-

re.

Prende un'aria di s~cusa .--Perché non I 'ha detto subito ? C'è un buon

ospedale a Rawling. Deve esserci passato circa un'ora fa. Come mai

non ce l'ha portata?

--Non ce n'è bisogno. Posso cavarmela dove la sto portando, se mi

lascia andare. Voglio che arrivi a casa prima che il bambino...

Il poliziotto emette un lungo fischio.--Non mi meraviglio che stava

bruciando le gomme!--Chiude il suo blocchetto, porge la patente a

Denholt.--Vuole una scorta? Farà prima. La mia ronda finisce al con-

fine, ma posso fare una chiamata...

--No, grazie--fa Denholt cortese.--Siamo vicini ormai.

L'automobile scivola via. Ora nell'atteggiamento di Denholt c'è una

sorta di fatalismo mentre accelera di nuovo. Che altro gli può succede-

re dopo quel che è già successo? Di che altra cosa può aver paura... or-

mai?

A sessanta chilometri dal confine lascia la statale e svolta per una

via secondaria. Dopo un poco comincia a salire, addentrandosi nei pri-

mi contrafforti di una catena di montagne. Il paesaggio cambia, diven-

ta solitario, selvaggio. Cominciano ad apparire dei boschi. Ora ogni co-

struzione fatta da mano umana è sparita, tranne la strada.

Denholt svolta di nuovo, per un sentiero di terra battuta, molto ripi-

do e in disuso. S'inerpica per una lunga salita. Le curve sono numerose

e pericolose, in alcuni punti i rami degli alberi graffiano il tetto i fian-

chi della macchina. Lui deve andare più lentamente, ma sembra che

conosca la strada.

Una cinta di filo spinato emerge di colpo dal nulla, comincia a sno-

darsi parallela al miserabile sentiero. Altissima, fitta, irta di spunzoni,

tale da impedire il passaggio a qualunque essere tranne che ai più pic-

coli animali. Strana una simile necessità di tener lontani gli estranei in

un posto così remoto dal mondo. Un cancello appare, chiuso dai robu-

sti chiavistelli. Un cartello nella parte superiore viene illuminato dai

fari: PROPRIETA PRIVATA. VIETATO L INGRESSO. Una scritta abbastanza co-

mune, ma strana su quella montagna sperduta. Magari un tantino si-

nistra.

L'uomo scende, apre il cancello. Subito un suono lacerante di sirena

esplode dagli alberi vicini. E un segnale d'allarme collegato al cancel-

lo. Urla paurosamente nell oscurità e nel silenzio. Anche quella pre-

cauzione è strana, anormale, sembra dettata dall'idea fissa di un fana-

tico.

La macchina passa, si ferma. Luomo richiude il cancello. La sirena

tace e il silenzio, per contrasto, pare assordante. L'automobile ripren-

de a salire finché i fari non illuminano una casa di tronchi, simile in

tutto e per tutto a un capanno da caccia. Ma non ha un aspetto acco-

gliente, anzi c'è in essa qualcosa di malaugurante, di spaventoso: tanto

appare cupa, dimenticata, segreta. Il tipo di casa che ha mascelle per

ingoiare... che non risputerà mai, lo si avverte, ogni essere vivente che

vi entrerà. Il tetto è una pustola purulenta sotto la luna lebbrosa. E le

luci dei fari contro il fianco della casa s'intersecano formando un ovale

che pare un teschio luminoso.

L'uomo scende di nuovo e va verso la tettoia che ripara la porta prin-

cipale. Si sente un rumore metallico e un'apertura nera sbadiglia sul-

I'oscurità. Lui vi si addentra, mentre la macchina col motore ancora

acceso e la signora dormiente lo attendono obbedienti.

Dentro si accende la luce giallo-verdastra di una lampada a petrolio,

deborda dalla porta rendendo anche più scuri i tronchi neri degli albe-

ri. La casa pare più spettrale che mai.

L'ombra dell'uomo lo precede verso l'automobile. Ora è pronto a ri-

cevere la paziente signora. Spegne il motore, apre lo sportello del retro

e tende le mani all'intero. Scioglie il polso penzolante dalla cinghia, to-

glie la coperta, attira il corpo di lei tra le braccia e lo porta dentro, sor-

reggendolo con la delicatezza di chi reca un fardello prezioso. Si sbatte

la porta alle spalle col calcagno e il mondo esterno viene inghiottito

dall'oscurità.

Attraverso la casa lui porta la donna a una dipendenza invisibile dal di

fuori e molto diversa dal resto della costruzione. Le pareti non sono di

tronchi ma di mattoni intonacati che devono essere stati trasportati

in quel ;uogo inaccessibile con gránde spesa e fatica. C'è anche la cor-

~te elettrica, fornita da un generatore. Dal soffitto grandi riflettori

ffondono un'abbagliante luce bianca. Lo stanzone ha banchi di ferro

mato carichi di fiale piccole e grandi, storte, bruciatori. C'è una ta-

~la operatoria di zinco, vetrine di strumenti. E un'intera parete è oc-

~pata da una doppia fila di gabbie, ciascuna contenente un coniglio.

uomO entra svelto col suo fardello, lo depone sulla tavola operato-

~- La donna non si muove. Lui va a chiudere la porta, tira i due chia-

vistelli in alto e in basso. Si toglie giacca e camicia, indossa un camice

bianco da chirurgo. Toglie da una vetrina una siringa ipodermica, la

lascia cadere in un contenitore pieno di soluzione antisettica, vi accen-

de sotto una fiamma. Poi torna alla tavola.

Il corpo della ragazza è rimasto nella posizione che ha tenuta per

tutto il lungo viaggio: girata di fianco, le gambe ripiegate sotto di sé,

un braccio proteso, la mano penzolante come quando era trattenuta

per il polso dalla cinghia. Denholt si acciglia appena. Cerca di raddriz-

zare le membra irrigidite che gli resistono, non riesce. Comincia allora

a fare ciò che deve con una fretta convulsa, come se ogni momento che

passa fosse insieme un ostacolo e una sfida...

E lo è. La rigidità cadaverica si è insediata. La ragazza dormiente è

morta da lunghe ore...

Denholt comincia a strapparle gli indumenti di dosso. Cappello e ve-

letta, abito nero, scarpe, biancheria volano sul pavimento.

La ragazza evidentemente è stata bellissima, e doveva essere molto

giovane. Il rossetto che si era messa da viva colorisce ancora le labbra

semiaperte. Il corpo è snello e perfetto e non presenta ferite. Questo è

importante. Denholt corre a prendere una bottiglia di alcool, ne inon-

da la carne candida.

Pesca l'ipodermica dal liquido bollente, la riempie da una fiala che

contiene un siero incolore, gira meglio che può la figura inerte a faccia

sotto, espone la nuca. La punta all'ago si posa alla base del collo. Den-

holt alza brevemente gli occhi al soffitto come in preghiera, infila l'a-

go, preme il pistone.

Indietreggia, lascia cadere a terra la siringa. Che si rompe, ma non

gliene importa. Se fallirà, non vorrà mai più usarne un'altra.

La minuscola puntura dell'ago si chiude come farebbe nella came

vivente: rimane visibile, un infinitesimo puntino nero. Lui vi preme un

tampone di ovatta, temendo che la sostanza che ha iniettata possa co-

lar via. Trema da capo a piedi. I secondi si allungano, diventano minu-

Fuori dev'essere ormai l'alba, ma il laboratorio non ha finestre. De-

v'essere l'alba, e il corpo sulla tavola ha esalato l'ultimo respiro... da

quando? La ragazza è dipartita da questo mondo, morta come se fosse

vissuta un milione di anni fa. Grandi cose ha fatto l'uomo nella sua sto-

ria; però mai quando il cuore di un suo simile ha cessato di battere,

mai quando la scintilla della vita si è estinta è stato capace di rianima-

re l'argilla mortale col più comune e più misterioso degli elementi: lo

spirito vitale. E quell'uomo crede di avere un simile potere... Iui solo al

mondo, lui solo~

Sono passati cinque minuti che sembrano un secolo. Nel corpo e nel

viso di lei nulla è cambiato. Lui solleva il tampone, perché le dita gli

dolgono a causa della pressione esercitata. E allora...

Il puntino nero è sparito. La pelle si è richiusa sulla puntura. Den-

holt cerca di dirsi che il fatto è dovuto all'umidità del siero, alla pres-

sione delle sue dita; ma sa bene che solo la vita può rendere di nuovo

elastica la pelle, null'altro. Però vuol proteggersi da una delusione, di-

ce a voce alta:--C'è ancora. Sono io che non lo vedo più, ho gli occhi

annebbiati.

Barcollando va a prendere uno specchietto, torna alla tavola. Gira

lievemente la testa di lei, accosta il vetro alle labbra irrigidite. Qualco-

sa offusca lo specchio, qualcosa di quasi impercettibile dapprima e poi

di più distinto.

--Il sudore della mia mano--sussurra lui. Ma sa che non è vero.

Lascia cadere lo specchio come la siringa, il cristallo si rompe in cento

pezzi. Ma ormai gli ha detto tutto ciò che poteva.

Rimane da sentire il cuore. Se è stato il respiro ad appannare lo

specchio, il cuore deve battere.

Lui la gira completamente, supina. La sua mano le discende lenta-

mente sul petto, si ritira come scottata. Ha sentito non solo le pulsazio-

t ni, ma il calore. Il calore che si sta diffondendo pian piano dalla regio-

ne del cuore, scacciando il gelo marmoreo che imprigiona le altre parti

del corpo. Il torace si alza e si abbassa. Il cuore è vivo, tornato alla vita

nel cadavere; e la vita si sta diffondendo!

Quasi tramortito dallo sbigottimento... anche se ha dato la vita per

quello, nella ferma fede di poterci arrivare, di vederlo accadere un gior-

no... Denholt cade in ginocchio, nasconde il viso tra le mani, singhioz-

za come se gli si spezzasse il cuore. La gioia eccessiva e il dolore estre-

mo sono spesso indistinguibili nelle loro manifestazioni. In quel mo-

mento Denholt è un uomo profondamente umile, del tutto terrificato,

rimpiange quasi ciò che ha fatto... ha infranto una legge divina e lo sa.

Orgoglio e trionfo e la glorificazione di sé che può giungere alla follia

3 verranno dopo.

Dopo un poco si rialza. Lei ha bisogno di aiuto, di cure, o può perder-

E la di nuovo. Con i conigli gli è capitato spesso, finché non ha imparato

quel che c'è da fare. Le calde onde irradianti partite dal cuore sono ar-

rivate in tutto il corpo di lei, ora, e lui sa che sono di un calore anorma-

le. Un colorito vermiglio, il cupo rossore della febbre ha sostituito la li-

vidità della morte, specialmente sul torace, sul collo, sul viso. Ci vuole

~` una temperatura da fornace come quella per costringere il sangue sta-

gnante a circolare di nuovo. Le mette un termometro. Quarantuno,

quarantadue~ una febbre che può tornare a ucciderla per la seconda

r volta. Ma la morte dev'essere cremata in quel rogo e nuova vita infusa

l calor bianco, perché quella non è una nascita biologica, ma un pro-

1" ~ esso chimico

|~ Deve lavorare in fretta.

Apre la porta in un frigorifero, ne toglie dei secchi di ghiaccio che ha

preparato. Avvolge il corpo di lei in un lenzuolo di gomma, le ammuc-

chia intorno il ghiaccio. Le prende la temperatura in continuazione.

Dopo dieci minuti è scesa di parecchio. Il ghiaccio si è andato fonden_

do come se fosse stato posto vicino a una stufa accesa. Ma il cuore e i

polmoni di lei funzionano ancora, il primo pericolo è superato, il pro-

cesso di rivivificazione di per sé non l'ha distrutta. Un lungo gemito le

sfugge dalle labbra, il primo suono della sua seconda vita; il primo mo-

vimento è un agitarsi febbrile. Lei è in delirio. Ma il delirio è l'antitesi

della morte; è la lotta dell'organismo per sopravvivere.

Il laboratorio ha fatto per lei quanto poteva; ora è di cure mediche

che lei ha bisogno, come in una comune malattia. Lui l'avvolge in una

coperta, apre la porta, la solleva dalla tavola operatoria e va a deporla

sul letto in una stanza della casa vera e propria.

Per tutte le lunghe ore di quel primo giorno le siede accanto, contan-

do ogni suo respiro, tastandole il polso, propinandole qualche goccia

di digitale per sostenere il cuore, facendole inghiottire qualche cuc-

chiaio di latte e brandy di tanto in tanto. Lei brucia di febbre. Lui

aspetta di vedere il secondo e più grande mistero rivelarsi a lui, più

grande di quello al quale ha già assistito. La ragione le tornerà in pie-

no, o il cervello resterà morto e inerte nell'organismo ormai tornato al-

la vita? La ragazza sarà un essere inarticolato, idiota, che sarebbe sta-

to meglio non far rivivere? O ricorderà chi era, ciò che le è accaduto

nella prima vita... sarà la prima al mondo a valicare il ponte della mor-

te, a rivelare ai vivi cosa li attende dall'altra parte del sipario d'om-

bra?

Per tutta la giornata la reazione febbrile indotta dal siero continua.

Lei non riacquista la conoscenza, ma vive. E innegabile che vive! Verso

la sera la febbre aumenta un poco, ma questo è normale, ogni dottore

lo sa. Alle dodici della seconda notte, più di ventiquattr'ore dopo la sua ,

morte, I'ansare di lei s'interrompe di colpo e, prima ancora che lui rie-

sca a rendersene conto, la ragazza ha spalancato gli «chi. Ha ripreso

conoscenza! Le palpebre si abbassano, si rialzano, lui vede per la pri-

ma volta il colore di quegli occhi. Sono azzurri. Ora gli occhi azzurri

che hanno visto la morte sono fissi nei suoi: calmi, sereni, per nulla

spauriti.

Le prende in fretta la temperatura. Normale. Il siero è stato accetta-

to dal suo organismo. Ora resta da sapere la risposta al secondo miste-

ro. In termini magici, lui le ha ridato l'anima insieme al corpo? In ter-

mini scientifici: le memorie della passata esistenza si sono trasferite

nella nuova o le cellule cerebrali sono danneggiate in modo irreparabi-

le? ,,

Gli occhi azzurri lo fissano, lo fissano. Lui dice piano, come avesse

paura del suono della sua stessa voce:--Buona sera.

Gli occhi azzurri continuano a fissarlo. Lui aspetta, tremando. Ripe- ',

te ancora:--Buona sera, bella signora.

Il viso di lei si contrae. I grandi occhi spalancati si riempiono di la-

crime che presto cominciano a sgorgarle sulle guance. Le labbra che

hanno conosciuto il rossetto, le sigarette e i baci degli uomini si spor-

gono in un broncio infantile. Ne sfugge un vagito lamentoso, il vagito

di un neonato. Il suono lamentoso e inarticolato che ogni balia cono-

sce.

Per lui il disappunto è terribile: la faccia magra si fa livida, le mani

si aggrappano ai braccioli della poltrona, il petto si gonfia in un lungo

sospiro. Ma dopo un poco si domina, tira fuori dal taschino l'orologio

d'oro, lo fa dondolare davanti a lei. La luce della lampada lo accende

di riverberi. Le lacrime cessano, il piagnucolio s'interrompe. Ora gli

occhi di lei s'illuminano d'interesse. Tende verso l'oggetto le mani dal-

le unghie laccate, sorride. Lo stringe, mormora--Da!--ed emette

gorgoglii di piacere. Il danno non è completo, la ragione le è rimasta,

almeno al suo stadio primario; perché se lei fosse una neonata la sua

reazione rivelerebbe una precocità straordinaria. Le facoltà di lei sono

intatte. E andata meglio di quanto lui credesse.

Dovrà insegnarle a parlare e a camminare di nuovo, come si fa coi

bambini, ecco tutto. L'intelligenza è sopravvissuta, la memoria no. La

memoria di lei è restata nella tomba. Lui mormora:--Il suo corpo ha

vent'anni, ma lei è nell'infanzia della sua nuova vita. La chiamerò No-

va.--Si stropiccia gli occhi con le mani.

Esausto dalla lunga veglia scivola in ginocchio accanto al letto, si ad-

dormenta col capo reclinato sul bordo. Su di lui la mano della risorta

si protende verso i folti capelli bianchi, le dita vi si afferrano mentre lei

gorgoglia beata...

L'aeroplano è un rottame, e mentre ne striscia fuori nella pioggia dirot-

ta, Penny O'Shaughnessy si chiede vagamente come fa a essere ancora

Vivo. Se lo chiede vagamente, ma brevemente, non è tipo da indulgere

in speculazioni. Un ennesimo colpo di fortuna, decide. Per tutta la sua

vita di adulto ha continuato ad averne uno dopo l'altro, ininterrotta-

mente. Anche il suo nomignolo deriva da ciò. Gliel'hanno dato dal

giorno che fu awistato arrivare in volo dai Caraibi dopo che un uraga-

no particolarmente demoniaco aveva portato lo sconquasso nelle Pic-

cole Antille.

--Mi ci sono arrampicato sopra e ho aspettato che si calmasse--

a~Veva Spiegato lui atterrando tra le rovine dell'aeroporto.

Un penny falso rispunta sempre fuori--aveva borbottato qual-

Fmo con voce incredula.

~. 133

Chi altri ha avuto l'aereo colpito dal fulmine come è successo a lui

poco fa, mentre volava alla cieca nella tempesta, così che ha perso

un'ala, eppure è riuscito ad atterrare vivo, anche se sul fianco di una

montagna tra i boschi, e a spegnere il motore al momento dell'impatto

in modo da non essere arrostito nel rogo dell'apparecchio, e a strisciar-

ne fuori con solo una spalla mezzo slogata e un sacco di lividi? Buttarsi

col paracadute non poteva perché stava volando troppo basso, nella

speranza di sbirciare tra le nubi qualche punto abbastaza piatto da

consentirgli l'atterraggio; e comunque non gli va di buttarsi col para-

cadute, odia sprecare un buon aeroplano.

Questo le cui parti sono sparpagliate sul fianco della montagna non

è più tanto buono però, deve ammetterlo. La prima cosa che fa è cer-

carsi in tasca, tirarne fuori una zampa di coniglio e stropicciarla due

volte. Poi si rizza, zoppica a qualche distanza dal rottame, si volge a

guardarlo. Quasi all'istante la folgore che già lo ha colpito una volta in

aria si abbatte su un albero vicino con un gran rimbombo e una piog-

gia di scintille. Il tronco si spezza, cade con rumoroso fruscio di foglia-

me e appiattisce completamente quanto è rimasto dell'aereo.

--Va bene, va bene, quel mio povero aggeggio non vi andava--

brontola O'Shaughnessy rivolgendosi agli elementi in generale.

--L'avevo già capito la prima volta!

Si allontana à testa bassa per proteggersi un poco dalla pioggia che

forma come una solida cortina tutt'intorno. Non ha la minima idea di

dove si trova, perché da buoni quaranta minuti prima del disastro sta-

va volando alla cieca. L'inclinazione del terreno gli dice che è su una

montagna. Si dirige quindi in discesa; uomini e case si trovano di soli-

to nelle valli.

Il suolo è un mare di fango; lui non tanto cammina quanto scivola

sui tacchi da un albero all'altro, aggrappandovisi perché altrimenti

cadrebbe a capofitto chissà quante volte. L'acqua gli penetra i vestiti,

risveglia i tagli e i lividi di cui è coperto; la spalla gli pulsa e in quella

tenebra fitta non si vede nulla.

--Questa sarebbe proprio la sera adatta per un bel pisolino a casa

propria!--borbotta.

I tronchi si confondono col buio che li circonda e si fa sempre più dif-

ficile distinguerli. Lui scivola alla cieca tendendo le braccia in avanti;

con la speranza d'incontrarne uno che lo fermi prima che lui si spiacci-

chi nel fango a faccia in avanti. Ne manca uno completamente... o forse

non c'era affatto... Io sdrucciolone nel fango accelera, lui agita folle-

mente le braccia per mantenere l'equilibrio e infine va a sbattere con-

tro qualcosa che taglia e punge. Una barriera di filo spinato.

Il colpo gli vuota i polmoni di tutta l'aria che contengono e una delle

perfide punte ha mancato di poco il suo occhio sinistro, lacerandogli

invece il sopracciglio. Ma peggio ancora, il suo scontro con quella dan-

nata cosa ha scatenato un segnale d'allarme tra gli alberi. L'urlo della

sirena annega il rumore della pioggia.

I suoi vestiti sono stati afferrati in uma dozzina di posti diversi, insie-

me a un bel po' della sua pelle. Imprecando riesce a liberarsi e come le

vibrazioni della recinzione si calmano, I'allarme cessa. Prende selvag-

giamente a calci il filo e questo trae qualche urletto addizionale dalla

sirena.

Per un minuto è troppo occupato a controllare i nuovi danni subiti

per procedere a investigare l'inospitale barriera. Ed ecco che una luce

fioca, dilavata dalla pioggia, avanza verso di lui dall'altro lato della re-

cinzione, zigzagando incerta come se il suo portatore non vedesse bene

dove va...

--Che diavolo...--qualcuno vive dunque in quel posto dimenticato

da Dio?

La luce gli si ferma proprio davanti dall'altro lato della barriera, e

dietro lui vi scorge una figura avvolta in un mantello, col cappuccio ca-

lato sugli occhi. O'Shaughnessy deve essere praticamente invisibile,

avviluppato com'è dalla pioggia e dal buio.

--Roba sua--ruggisce, agitando il pugno verso il filo.--Guardi

cosa mi ha fatto! Venga fuori e le

Una voce musicale gli risponde da sotto il cappuccio.--Chi è? Che

fa lì?

--Una ragazza!--balbetta O'Shaughnessy, e la collera svanisce

dalla sua voce.--Scusatemi, non potevo saperlo. Non è mia abitudine

dare in escandescenze in questo modo, ma sono stato infilzato in un

L sacco di parti.--Ora la vede, la fissa per un lungo attimo. Intorno alla

ventina e molto bella, è evidente. Lei si accosta alla barriera e i suoi oc-

chi azzurri lo guardano calmi.--Poco più sopra sono precipitato con

I'aeroplano; mi aveva colpito un fulmine

--Che cos'è un aeroplano?--Chiede lei stupita.

Lui resta a bocca aperta e le indirizza un'occhiata di rimprovero,

pensa che non è il momento di scherzare. Sta aspettando un invito a ri-

E pararsi; diamine, non si rifiuterebbe a un cane con quel tempo e in

E quel posto solitario. Ma non viene.

E --Non ha una casa?--chiede lui finalmente.

Lei annuisce e gocce di pioggia cadono dal bordo del cappuccio.

--Certo, è lassù.--Lui le ha rivolto una domanda e lei ha risposto, tut-

to qui.

Lui scatta con crescente impazienza:--Bene, non vuole lasciarmi

entrare un momento? Non la morderò!--Crede proprio che lei stia re-

citando~ che lo prenda in giro, perché la sua voce è quella di una ragaz-

za di città, non ha l'accento campagnolo.

Lei è sgomenta, non sa che fare.--Il cancello è chiuso e le chiavi le

".,ha lui. Nessuno è mai venuto qui, non so come regolarmi. Non posso

chiedere a lui perché è in laboratorio, e non è permesso disturbarlo

quando lavora.

--Bene, non ha almeno un telefono?

--Che cos'è un telefono?

Ouesta volta O'Shaughnessy esplode. Quello che è troppo è troppo.

--Ma chi diavolo si crede di essere? E va bene, si tenga la sua casa. Io

non sono un mendicante. Sarebbe troppo chiedere almeno da che par-

te sta la più vicina strada o fattoria, o non le va di dirmi nemmeno que-

sto?

--Non lo so--fa lei.--Non sono mai uscita fuori da questa....--in-

dica la recinzione.--Non sono mai stata neppure dove sta lei.

Lui sta cominciando a capire che lei non cerca di ridere alle sue spal-

le. C'è un mistero in lei e in quel posto, ma quale sia non riesce a imma-

ginare.--Chi vive qui con voi?--Chiede curioso.

--Papà--risponde la ragazza semplicemente.

La sua assenza è già stata notata, perché una voce allarmata grida.

--Nova! Nova! Dove sei?--Una seconda lanterna viene verso di loro,

zigzagando lesta nell'oscurità. Una figura indistinta emerge, si arresta

spaventata alla vista dell'uomo ritto oltre la barriera, la lantema qua-

si scivola da una mano tremante.--Che c'è? Chi è lei? Come è arrivato

qui?--C'è quasi panico in quelle domande.

nA papà non piace la compagnia" pensa O'Shaughnessy. NVorrei sa-

pere perché". Spiega la sua situazione in poche parole.

L'uomo si accosta, fa cenno alla ragazza di allontanarsi come se

O'Shaughnessy fosse qualche animale pericoloso nella gabbia di uno

zoo.--E solo?--Chiede guardando furtivamente attomo.

A O'Shaughnessy non è mai mancata la grinta trattando con altri

uomini, anzi.--Chi pensa che avessi con me, la Squadriglia Lafayet-

te?--sbotta seccato.--Perché tanti misteri, signore? Ha la coda di

paglia per qualche motivo? O ha impiantato quassù una distilleria

clandestina? Che ne direbbe di offrire riparo a uno straniero, o le pesa

troppo?--Si spazza via dal viso le gocce che ne grondano, con aria di-

sgustata.

La ragazza è rimasta lì fissandoli incerta. L'uomo con la lantema fa

una risatina forzata.--Non abbiamo niente da nascondere, non ab-

biamo paura di niente. Si sbaglia.--protesta. Ma il suo tono alle orec-

chie sperimentate del pilota è più falso di un nichelino di piombo.

--Per tutto l'oro del mondo non vorrei che lei se ne andasse di qui a di-

re in giro che c'è qualcosa di strano nella nostra proprietà. Si sa come

chiacchiera la gente, in un lampo si metterebbero a girare da queste

parti spiando...

"Ah, questo gli brucian pensa O'Shaughnessy.

L'uomo ha tirato fuori una chiave, sta togliendo in fretta i chiavistel-

li. Tanto in fretta che ora sembra quasi aver paura che il pilota se ne

vada prima che lui riesca a aprirgli il cancello.--Ehm... non mande-

ranno una squadra di soccorso a cercarvi quando non la vedranno arri-

vare all'aeroporto?

O'Shaughnessy scatta ancora:--Nessuno mi aspetta da nessuna

parte. Il mio era un volo privato, I'aereo apparteneva a me. Che crede,

che io sia il fattorino di qualcuno o uno di quei piloti da passeggeri?--

Sputa per mostrere il suo disprezzo, la sua indipendenza.

Negli occhietti neri che lo fissano passa un breve lampo, come se

l'uomo trovasse molto soddisfacente ciò che lui ha detto. Spalanca il

cancello.--Venga--invita con tardiva premura.--Venga, entri! No-

va, toma a casa, sarai fradicia; e ricordati di chiudere qu~lla porta! So-

no il dottor Denholt, signore, e per favore non creda che ci sia nulla di

strano in me e in mia figlia.

--In verità mi pareva--risponde il pilota con franchezza, e entra.

Scuote il capo al rinnovato frastuono della sirena.

Denholt svelto richiude il cancello, rimette i chiavistelli facendo così

tacere l'allamme.--Solo una comune precauzione, siamo così tagliati

fuori dal mondo qui--spiega.

O'Shaughnessy non fa altri commenti: ora è in casa di quell'uomo.

Ha una ferrea norma di condotta, come gli arabi: mai abusare del-

I'ospitalità. Dice il suo nome, si stringono brevemente la mano. Ouella

del dottore è snella e forte, una mano da chirurgo; ma anche morbida e

flessibile. C'è come un ammonimento di slealtà in quella pieghevolez-

za.

Conduce l'ospite inatteso nella casa illuminata, che sembra molto

·i accogliente al pilota, calda, asciutta e allegra nonostante la semplicità

del mobilio rustico. La ragazza si è tolta il mantello col cappuccio;

O'Shaughnessy la vede nel soggiomo che attizza il fuoco accoccolata

davanti al caminetto di mattoni, mentre Denholt lo guida nella pro-

pria camera da letto. Vede ora che ha lunghi capelli d'oro, piccoli piedi

~ ~ infilati in mocassini di pelle morbida, corpo snello e flessuoso in un

!. abitino di lana da poco prezzo.

E.~ All'estremità opposta della stanza c'è una porta chiusa e sprangata.

Gli occhi acuti del pilota notano subito due particolari. La porta è di

r~ metallO e non combacia proprio bene con gli stipiti. Un filo di luce la

~, incomicia~ troppo intensa per essere altro che luce elettrica. Strano:

elettricità da una parte, lampade a petrolio dall'altra.

Risente la ragazza: "Lui è in laboratorio e non è permesso distur-

-~ barlo quando lavoran.

~, Risente l'uomo: "Ricordati di chiudere quella porta".

Dice a se stesso. "Vorrei sapere cosa c'è làn.

2 Nella camera di Denholt si toglie gli indumenti fradici, rivelando un

po muscoloso, ma coperto di lividi, graffi e tagli. Il suo ospite fa una

orfia mentre lo esamina.--Si è conciato bene! Meglio disinfettare,

quel filo spinato può essere arrugginito. Aspetti un momento.--Porta

i vestiti bagnati alla ragazza.

O'Shaughnessy aggrotta le sopracciglia. Ancora un particolare so-

spetto. "Perché non mi cura in laboratorio, dove certo sono tutti i suoi

attrezzi e la luce è migliore? Bah, non ci pensiamo."

Denholt ritorna con acqua calda, cerotti, alcool. Il pilota sobbalza al

tocco bruciante del disinfettante, abbozza un ghignetto mortificato.

--Ne ho avute abbastanza per stanotte, credo. A Shanghai una volta

mi feci strappare un molare da un dentista del luogo: la sua idea di

anestetico era di farmi agitare un ventaglio davanti alla faccia da sua

figlia mentre lui si dava da fare con cric e tenaglie.

--Si è messo a gridare?

--No, mi vergognavo di fronte alla ragazza.

Si accorge che Denholt lo fissa da capo a piedi, sembra misurare il

suo corpo snello e forte, dalle spalle ampie, nudo.--E un ragazzo ro-

busto--commenta disinvolto. Ma un brivido gelido attraversa la

schiena del pilota nell'osservare lo sguardo che accompagna quelle pa-

role. O'Shaughnessy si chiede cosa mai significhi. O forse tutti i medici

vi guardano in quel modo, come soppesandovi, quasi voi foste proprio

ciò che hanno in mente come soggetto per qualche esperimento?

--Già--risponde, e c'è un briciolo di sfida nella sua voce.--Penso

d'essere in grado di difendermi discretamente, in caso di necessità.

Denholt continua a guardarlo con aria calcolatrice.

Quando siedono a cena al rozzo tavolo di pino nel calore del fuoco che

fiammeggia nel carninetto, lui rivestito di indumenti presi in prestito

da Denholt, gli è possibile studiare la ragazza da vicino. Non c'è niente

di strano in lei: tutta vibrante di animazione giovanile, il bel visetto

colorito dall'eccitazione di avere un ospite, gli siede davanti divoran-

dolo con gli occhi come se non avesse mai visto prima un estraneo. Ma

nel parlare e nel muoversi dimostra perfetta coordinazione, armonia,

ritmo, equilibrio, comunque si voglia chiamarlo. E una ragazza nor-

malissima, eccezionale solo nella bellezza.

Il vecchio invece ha negli occhi una luce strana, la sua conversazione

e i suoi gesti sono spasmodici e sconnessi. Forse gli anni di solitudine e

d'isolamento gli hanno fatto quell'effetto, lui pensa.

"E va bene, questi sono affari suoiU si dice O'Shaughnessy. "Ma per-

ché tiene una così bella bambina sequestrata quassù? Mai sentito no-

minare un aeroplano, un telefono... Che sta cercando di farle? E una

dannata vergogna!U

Denholt lo coglie a fissare la ragazza.--Mangi--invita premuroso.

--Mangi ragazzo. Ha bisogno di rimettersi in forza dopo quello che ha

passato.

Il pilota sorride e obbedisce. Eppure qualcosa nel tono in cui l'uomo

ha parlato, nel modo con cui lo squadra, lo fa sentire come un vitello

che debba venire ingrassato per il macello. Ma perché? Non capisce.

Il fulmine continua a fiammeggiare fuori delle finestre quasi ininter-

rottamente; su e giù per la montagna si ode un incessante rombo di

tuoni, così profondo che al pilota pare a volte di sentirselo risuonare

nella cassa toracica. Il rumore della pioggia sul tetto non si è calmato

un minuto.

Denholt ora fissa il suo piatto, immerso in chissà quali pensieri.

O'Shaughnessy si rivolge alla ragazza per interrompere il silenzio.

--E da molto che vive qui?

--Due anni.

Lui aggrotta la fronte. E allora come fa a non sapere cosa siano un

aeroplano, un telefono?--E prima dov'era?

--Sono nata qui--fa lei timidamente.

Lui pensa di non aver capito bene.--Mi sembra un bel po' più vec-

chia di due anni--ride.

Lei pare invece incerta, come se l'idea non le fosse mai passata per la

mente.--Non riesco a ricordare più in là di così--spiega lentamente.

_ La primavera scorsa, e un'altra primavera prima, quando stavo im-

parando a parlare e a camminare... sono due anni, no? Da quanto tem-

po ha imparato lei?

Lui non può rispondere; un boccone di coniglio gli è andato di tra-

verso e per poco non lo soffoca. Ma non è quell'incidente che gli fa riz-

zare i capelli alla base della nuca, che gli fa passare un brivido di paura

nel cuore.

--Basta, Nova--dice secco Denholt. Appare teso, nervoso, la for-

chetta gli cade nel piatto come se avesse avuto un sobbalzo.--Nel cas-

settone della mia camera troverai... ehm, delle sigarette per il nostro

ospite.--E appena lei è uscita, il dottore si china verso O'Shaugh-

nessy.--Meglio che le spieghi. Lei non è completamente... a posto.--

Si sfiora la fronte.--Ecco il perché della barriera e di tutto il resto. La

tengo segregata qui con me; è più umano. Non prenda troppo sul serio

ciò che lei le dirà.

Al pilota non va d'impegnarsi su questo punto, neppure con un mo-

nosillabo~ Rivolge solo un lungo sguardo al suo ospite senza dir niente.

La Spiegazione sembra ragionevole, non c'è dubbio, ma lui non riesce a

dimenticare i limpidi, sani occhi della ragazza. Se li paragona a quelli

di Denholt~ di una fissità indagatrice, morbosa, quasi famelica... Do-

Vesse decidere lui chi è il pazzo in quella casa, sa chi sceglierebbe. An-

ora una volta quel brivido gli corre su per la schiena, la carne gli si

aggriccia sotto gli abiti presi in prestito.

Dopo l'interludio hanno ben poco da dire l'uno all'altro, così siedono

davanti al caminetto fumando mentre la ragazza in cucina lava i piat-

ti. Le fiamme proiettano le ombre dei due uomini sulle pareti, lunghe e

oscillanti. Quella di Denholt pare quella di un mostro che emetta fumo

dalle narici. O'Shaughnessy sorride all'idea.

Butta via la sigaretta.--Bene--dice--pare che l'uragano voglia

andare avanti tutta la notte. Inutile aspettare che passi, mi conviene

andarmene.

Il dottore sussulta, poi sorride.--Non starà pensando di lasciarci

ora? Passerebbe il resto della notte a girare senza meta là fuori nel

buio! Aspetti fino a giorno, magari per allora il tempo si sarà calmato e

almeno avrà luce. Abbiamo una stanza in più, non darà fastidio.

Dalla soglia la ragazza implora, quasi spaurita:--Oh, per favore

non se ne vada, signor O'Shaughnessy! E così bello averla qui.

E aspetta la sua risposta.

Il pilota guarda lei, poi il vecchio. Quindi incrocia le lunghe gambe.

--Allora rimango--dice calmo.

Denholt si alza.--Ho un lavoretto da finire... qualcosa che ho lascia-

to a metà quando... quando il suo arrivo mi ha interrotto. Se vuole scu-

sarmi per qualche minuto... Ma può andare a letto quando vuole.--

Poi, con un'occhiata alla porta della cucina.--E ricordi ciò che le ho

detto.

La ragazza torna dopo che il dottore è uscito, gli siede timidamente

davanti dall'altra parte del tavolo sparecchiato. Studia il viso di lui

con occhi socchiusi, come se non avesse mai visto prima un viso d'uo-

mo .

--Sono felice che rimanga--mormora alfine.--Lo desideravo tan-

to, perché... be', forse se lei è qui io non dovrò farmi l'iniezione.

O'Shaughnessy socchiude le palpebre lievemente.--Che iniezio-

ne?--chiede con lentezza quasi sonnolenta.

Lei agita una mano.--Non lo so, so solo che devo farmela. Circa una

volta al mese. Lui dice che se le trascuro mi succederà qualcosa di

brutto. E domani sarebbe il giomo della prossima se lei non fosse ve-

nuto.--Lo fissa con occhi patetici.--A me non piacciono perché dol-

gono orribilmente, e dopo mi fanno sentire tanto male. Una volta ho

cercato di scappare, ma la barriera mi ha fermata.

Un brillio come d'acciaio si accende negli occhi del pilota.--E cosa

ha fatto lui quando l'ha ripresa?--La bruna mano virile sul tavolo si

flette appena.

--Oh, nulla. Mi ha solo parlato, ha detto che era necessario che io le

facessi, mi piacessero o no. Ha detto che lui me le fa per il mio bene. E

che se lasciassi passare troppo tempo tra l'una e l'altra...

--Che succederebbe?

--Non si è spiegato con precisione. Qualcosa di orribile, ha detto.

140

J O'Shaughnessy ringhia quasi tra sé e sé. Dunque la droga eh? Ecco

probabilmente perché lei non ha memorie risalenti a più di due anni

prima e di tanto in tanto dice cose così strane. Ma a rifletterci no, non

può essere. Le iniezioni sono troppo infrequenti. E non le farebbero

tanto male, se si trattasse di droga. E poi, se fossero le iniezioni a pro-

vocarle la perdita di memoria, perché lei dovrebbe aver dimenticato

solo il passato più remoto ricordando invece benissimo quello più re-

cente? O'Shaughnessy non se ne intende di medicina, ma ha girato il

mondo e ne ha viste parecchie. Specie in Oriente e in Sudamerica ha

notato i segni di circa ogni tipo di droga che esista sotto il sole. Nova

non ne presenta alcun sintomo. E fresca come la pioggia che cade al di

fuori.

Le rivolge una domanda per assicurarsi:--Fa dei sogni... sogni pia-

cevoli... dopo aver fatto una di quelle iniezioni?

--No--rabbrividisce lei.--Mi sento come se avessi il fuoco addos-

so. Una volta mi svegliai e avevo tanto ghiaccio intorno...

Non si tratta di droghe, quindi. Forse lui ha giudicato male Denholt:

forse lei ha davvero bisogno di quel trattamento. La sua idea è che si

tratti di un vaccino o di un siero. Magari la ragazza ha avuto qualche

orribile malattia che le ha tolto la memoria e l'uso delle membra due

anni prima, e quelle iniezioni servono ad accelerare la sua guarigione,

a impedire una ricaduta. Eppure Denholt ha cercato di fargli credere

che lei è pazza, e questo assolutamente non è vero. No, in quella casa si

ordisce qualcosa di segreto... e di malvagio. Lo dimostrano la cinta di

filo spinato, l'allarme. Perché poi tenere la ragazza sequestrata quas-

sù, mentre potrebbe ricevere cure e attenzioni molto migliori... am-

messo che ne abbia bisogno... nei moderni ospedali di qualche grande

città?

--Ma è proprio vero che ha imparato a camminare e a parlare due

anni fa?

--Sì--risponde lei.--Adesso le mostro qualcuno dei libri dove ho

imparato.--Torna con uno sgualcito sillabario.

Lui lo sfoglia. "G come gatto. Il gatto vede il topo..." Chiude il libro,

più in alto mare che mai.

3 --Era grande come adesso quando le ha insegnato a camminare?

` --Sì. Portavo questo stesso vestito, ecco perché ne sono sicura. Per

lo più ho imparato da me. Lui mi metteva sul pavimento laggiù e poi

deponeva un pezzo di zucchero su una sedia dall'altra parte della stan-

za e mi incoraggiava a camminare per andarlo a prendere. Se striscia-

ti~ vo sulle mani e sulle ginocchia non me lo dava. Dopo un poco sono riu-

SCita a reggermi in piedi

--Basta!--fa lui. Si sente mancare il fiato.--Giusto a immaginar-

selo c'è da diventare pazzi! E qui... qui intorno si respira davvero aria

di follia! E io so da parte di chi. Non da parte sua! Dio solo sa cosa le ha

~' ~

141

fatto quell'uomo nei primi vent'anni della sua vita, per farle dimenti-

care tutto ciò che dovrebbe sapere...

Lei non risponde, sembra non capire quanto le sta dicendo. Ma la

durezza della sua voce le fa paura, è evidente. Lui vede che può farle

più male che bene facendole sapere che le altre persone non sono come

lei. E una donna adulta ed è stata tenuta qui in condizioni di schiavitù,

di servitù mentale... questo è il massimo che lui riesce a capire. E l'uo-

mo capace di far questo a un altro essere umano è un mostro e un ma-

niaco.

Con voce rauca di pietà e di collera le chiede:--Mi dica, non ha mai

visto in vita sua nessun altro uomo tranne me e il dottore?

--No--mormora lei.--E per questo che lei mi piace tanto.

--Non ha mai visto una ragazza... qualcuno come lei, che le faccia

compagnia?

--No solo lui. Nessun altro.

Lui scatta in piedi come se non riuscisse più a sopportare quella con-

versazione, fa qualche giro intorno alla stanza, torna alla sedia, la

sbatte per terra e si rimette a sedere.

Lei lo fissa timidamente, non dice nulla, ma ha gli occhi incupiti dal-

la paura. Lui appoggia i gomiti sul tavolo, la guarda e riflette. In qual-

che modo sa che la porterà via con sé quando se ne andrà, e si chiede se

ne ha il diritto. Che farà di lei in seguito... Ia lascerà in giro come un

agnello in mezzo ai lupi? O la trascinerà con sé da un bar a una cantina

a un bistrò, quando non sarà in aria a rischiare la pelle per qualche si-

gnore della guerra cinese o per un fuorilegge del Nicaragua? Quello è il

suo genere di vita... Almeno qui lei ha la pace, una certa sicurezza.

Si sentono scattare i chiavistelli alla porta del laboratorio. Vede gli

occhi di lei volgersi da quella parte, ma lui non si volta. Sulla parete

opposta l'ombra oscillante di Denholt appare più minacciosa che mai.

E un pazzo, un criminale, un samaritano... che cosa? Comunque ha as-

sunto il ruolo di Dio nei confronti di questa ragazza... in qualche oscu-

ro modo che lui, O'Shaughnessy, non riesce a intuire... e non ne ha il di-

ritto. Meglio per lei le cantine e i locali malfamati del tropico. Se c'è

nerbo in lei, non la toccheranno. Qui non ha neppure la possibilità di

mettere alla prova la propria tempra.

Il suo affrettato sussurro lo raggiunge mentre Denholt si sta chiu-

dendo dietro la porta.--Non lasci che mi faccia un'altra iniezione.

Forse se glielo chiede lei, acconsentirà!

--Non gliene farà altre dopo l'ultima!--Asserisce lui deciso.

Il dottore si accosta al tavolo, li guarda sospettoso. Poi un sorriso gli

sfiora le labbra.--Ancora alzato, eh? Bene, che ne direbbe di un bel

punch caldo per noi due prima di andare a letto?

Nova fa per alzarsi, ma lui le accenna di restare seduta.--Lo prepa-

ro io.

A O'Shaughnessy non sfugge quel maneggio. Fissa l'altro in viso e

aspetta un poco prima di rispondere:--Perché no?--sporgendo un

poco il mento.

Denholt va in cucina. Il pilota lo vede versare whisky in due bicchie-

roni, aggiungere zucchero. Di tanto in tanto il dottore gli lancia uno

sguardo obliquo, con una specie di ghigno soddisfatto in faccia.

O'Shaughnessy dice piano alla ragazza, che continua a berlo con gli

occhi:--Vada lì dov'è appeso il mio giubbotto ad asciugare. Nella ta-

sca interna troverà una busta impermeabile piena di carte. Tiri fuori le

carte e mi porti la busta senza farsene accorgere.

Introduce quella specie di sacchetto impermeabile sotto la camicia,

la riabbottona, allarga il colletto. Quindi si china in avanti, pianta i go-

miti sul tavolo e il mento sulle mani. Le braccia piegate gli nascondo-

no il petto e il collo. Mormora con voce strascicata qualcosa che lei non

capisce... un'altra delle cose incomprensibili che dice di continuo:

--Posso sentire l'odore di un narcotico a un miglio di distanza.

Denholt arriva coi bicchieri fumanti, le dice:--Meglio che tu vada a

dormire, Nova, è tardi e hai bisogno di riposo. E per domani sai.

Lei rabbrividisce a quelle parole, lentamente si ritira sotto l'occhio

imperioso di Denholt, ma prima lancia uno sguardo di supplica a

O'Shaughnessy. Una porta si apre e si richiude dalla parte del retro.

Denholt però ha notato quello sguardo.--Non so cosa vi stesse di-

cendo la mia pupilla...--comincia.

Ma il pilota non ha voglia di mostrare le sue carte.--Niente, dotto-

re, proprio niente--dice.--Perché? C'era qualcosa che poteva dirmi?

--No, no naturalmente--si affretta a rispondere l'altro.--Solo

che, sa, ha delle allucinazioni su iniezioni, roba del genere. Ecco per-

ché non le permetto più di entrare in laboratorio. Una volta lei mi ha

visto fare un'iniezione a un coniglio e si è impressionata. Sarebbe per-

fettamente capace di venirle a dire che è a lei che ho fatto l'iniezione, e

quel che è peggio ci crederebbe sul serio. Beviamo, su...

Porge all'ospite uno dei bicchieri. O'Shaughnessy lo prende con una

mano, tiene l'altra ripiegata sotto il mento. Alza appena il bicchiere:

--Beviamo a domani.

Lo sguardo penetrante di Denholt lo trafigge per un istante. Poi il vi-

so dell'uomo si rilassa in un lento sorriso di derisione.--Beviamo a

stanotte--ribatte.--Chi è sicuro del domani?

Il pilota tiene il bordo del bicchiere accostato alle labbra, dopo un

poco lo si vede orizzontale... e vuoto. Ma dev'essere proprio stanco, for-

se gli trema la mano, si è bagnato di punch il colletto...

La luce giallo~verdastra della lampada del dottore si allontana dalla

orta della camera da letto che O'Shaughnessy dovrà occupare. La

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stanza è totalmente buia, I'oscurità è tagliata solo dall'occasionale ba-

gliore dei fulmini fuori della finestra alta e stretta. Ma sono meno fre-

quenti ora, anche la pioggia sta rallentando.

O'Shaughnessy giace supino sulla branda zoppicante. Non si è spo-

gliato. Denholt gli ha detto, forse allusivamente: "Sono certo che sarà

morto al mondo in pochi secondi ! " mentre se ne andava. La prima cosa

che fa il pilota, appena la luce della lampada svanisce completamente

e si sente una porta chiudersi da qualche parte, è di togliersi da sotto la

camicia il sacchetto impermeabile ora pieno e vuotare a terra il liqui-

do che contiene.

Il fruscio della pioggia ora più calmo comincia a cullare i suoi sensi

senza che lui se ne accorga. Il dolore dei lividi si attenua, viene cancel-

lato dal sonno che sta cominciando a vincerlo. Le palpebre calano su-

gli occhi. La prima volta che gli succede lui le riapre, si costringe a te-

nerle aperte per pura forza di volontà. Non un suono, non un sussurro

lo aiuta a restare sveglio. La solitaria casa di montagna è mortalmente

silenziosa, e al di fuori non si sentono che il mormorio della pioggia e

l'ovattato rombo dei tuoni. La storia della ragazza comincia a sem-

brargli un sogno, irreale, remoto, fantastico...

Lo scricchiolio soffocato di un'asse del pavimento, appena fuori del-

la sua porta, lo fa destare di colpo. In un primo momento crede di esse-

re ancora a bordo del suo aeroplano, annaspa con le mani per afferrare

la cloche... Poi ricorda dove si trova.

Quanto tempo è passato da quando Denholt l'ha accompagnato lì?

Venti minuti, mezz'ora, un'ora? Forse anche di più. O'Shaughnessy

impreca silenziosamente contro se stesso per essersi abbandonato al

sonno. Ma si è svegliato in tempo: se è l'uomo che sta arrivando...

Dev'essere notte fonda. La pioggia è cessata, si sente solo il picchiet-

tare delle gocce che si staccano dalla grondaia. Un pallido lucore ar-

genteo, fioco e spettrale, entra dal finestrino. L'alba? No, una tarda lu-

na velata dalle ultime nuvole della tempesta.

Lo scricchiolio si ripete, più vicino, più distinto. Sente qualcuno re-

spirare. Disteso sulla branda tira su le ginocchia verso il torace, tende i

muscoli, si prepara al balzo. Cos'avrà l'altro... un coltello, una pistola,

qualche mortale strumento chirurgico? Le braccia del pilota si aprono

in una bieca parodia di abbraccio. L'oscurità nasconde i pugni serrati,

il ghigno minaccioso della sua bocca ..

Qualcuno è entrato. O'Shaughnessy ha sentito lo spostamento d'aria

che ha accompagnato quel passaggio furtivo, piuttosto che udire o ve-

dere qualcosa. Nella stanza sussurrano passi felpati. Una figura indi-

stinta si muove, attraversa la pallida luce argentea troppo debole per

rivelarla chiaramente, passa nella zona d'ombra nella quale si trova.

La branda sussulta, un corpo ne balza, due braccia si protendono ad

afferrare. Risuona un lieve singhiozzo spaurito, mentre la voce di

O'Shaughnessy brontola piano una filza di energiche imprecazioni.

La snella morbidezza del corpo che stringe lo ferma appena in tem-

po, prima che possa far di più che imprigionarle le braccia e farla ri-

manere senza fiato.--No, no--ansima lei--sono io.--Le mani di

lui ricadono. Con un lungo sospiro il pilota balza indietro, la reazione

lo fa barcollare contro la parete per rimettersi in equilibrio.--Lei!

Perché non si è fatta riconoscere? Stavo per...

--Avevo paura che lui mi sentisse. E in laboratorio. Ha lasciato la

porta aperta e io lo stavo spiando da fuori, nel buio..

--Cosa vuol fare, le sta preparando un'altra di quelle iniezioni?

--No, è per lei... Iui si prepara a farle qualcosa, non so che cosa! Ha

portato lì il suo giubbotto, ne ha tolto tutte le carte e le ha bruciate.

Poi... poi ha acceso il fuoco sotto parecchi dei suoi alambicchi e ha

messo a bollire una siringa come fa quando ha a che fare con me. Ma

ha anche un laccio di seta, vi ha fatto un cappio e ne ha preso la misura

intorno al suo collo, poi se l'è tolto e ha provato a lanciarlo e tirarlo

stretto. Ha anche una cosa nera di metallo, con una canna...

--Una pistola--dice piano O'Shaughnessy in tono di scherno.

--Ha previsto tutto, eh? Un narcotico nel punch, un laccio, una pisto-

la. Non ha per caso anche qualche bomba a mano?

Lei gli appoggia le mani sul petto.--Non resti qui, per favore! Io

E non voglio che le succeda nulla di male! Vada via prima che lui arrivi!

E straordinariamente svelto e forte, doveva vedere come mi correva

dietro la volta che cercai di scappare! Forse riuscirò a sgusciarvia sen-

za che lui se ne accorga... Non rimanga così immobile! La siringa stava

già bollendo. L'ho vista!--Piange come se le si spezzasse il cuore.

--Perché non va?

Lui siede invece sulla branda, lentamente infila le scarpe di tela che

Denholt gli ha prestate. Poi allunga le braccia verso di lei, se la tira da-

vanti, la tiene ferma di fronte a sé.

--Nova, ti piaccio?--le dice.

--Mi piaci molto... moltissimo.

Lui si passa le dita fra i capelli, arruffandoli.--Ora ascoltami con

` attenzione. Vuoi sposarmi?

--Che significa sposarti?

--Mi venisse un accidente--mormora lui tra sé.--Bene... vuoi sta-

re sempre con me, andare dove vado io, dirmi spesso quanto sono bra-

L` ~ VO e bello, tirarmi su quando sono depresso... e magari un giorno por-

L tare il lutto per me?

--Certo--dice lei piano.--Voglio starti sempre vicina. Se sposarsi

è questo, è proprio quello che desidero.

Lui le tende una mano.--Va alla porta, guarda il fascio di luce che

sbarra loro la strada, proveniente dalla porta del laboratorio.--C'è

ualcosa che vuoi portare con te? Ma penso che avrai ben poco come

uardaroba. Lui dove tiene le l~hi~vi~

--Quelle del cancello? Nel taschino della giacca, credo, gliele vedo

sempre prendere da lì. Ora non la porta però, si è messo il camice. Sarà

nella sua camera da letto.

--Bene, proveremo a rubarle. Non mi dispiacerebbe fare anche un

occhio nero al tizio per l'occasione, ma non voglio esporti al pericolo.

Anche se probabilmente lui con quella pistola avrà una mira da epilet-

tico guercio da un occhio. Vienimi dietro.

Scivolano fuori nell'oscurità, O'Shaughnessy davanti, la ragazza die-

tro che si tiene in contatto con lui appoggiandogli lievemente una ma-

no sulla schiena. Il corridoio è buio, ma in fondo è sbarrato da una fa-

scia di sinistro biancore che attraversa il soggiorno e il passaggio e si

riflette su una parete.

--Bisogna fare attenzione a queste assi--sussurra lui.--E facen-

dole scricchiolare che mi hai svegliato, e tu non pesi quanto me.--Il

tocco delle dita di lei sulla schiena gli dice che la ragazza trema come

una foglia.--Non aver paura. Sei con me ora.

Un'asse rabbrividisce appena, lui ne balza via agile come un gatto

prima che faccia rumore. La sbarra di luce si approssima lentamente.

L'oscurità della casa è tanto morale quanto fisica, lui pensa. Tintinnii

lievi, suoni come di qualcuno che si stia affaccendando provengono dal

laboratorio ancora distante, magnificati dal silenzio. Il maniaco sta fa-

cendo i suoi preparativi.

Davanti a una porta le dita di lei fanno un segnale.--Qui?--mor-

mora lui.--Resta accanto allo stipite, dove posso ritrovarti, vedo se

riesco a mettere le mani sulla sua giacca.

La trova dopo un sacco di cauti giri, navigando alla cieca. E appesa a

un gancio sulla parete. Trova subito la chiave, ma probabilmente a lei

parrà un secolo che lui è dentro. Scivola di nuovo fuori, allegro e fidu-

cioso come gli capita sempre di essere quando si è messo in qualche

pasticcio.--Eccola. Andiamo adesso.

Un passo dopo l'altro avanzano nel silenzio e nell'oscurità, la sbarra

di luce lontana è l'unica cosa visibile. Un'asse traditrice scricchiola

sotto il piede di lui prima che possa ritrarlo. Restano immobili ascol-

tando il suono echeggiare intomo. Dal laboratorio non si sente più

niente. O'Shaughnessy attira la ragazza contro la parete, vi si addossa

con lei.

Non un suono dal laboratorio. La sbarra di luce, fino a quel momen-

to ristretta, lentamente si allarga. Una sagoma vi si staglia, l'ombra di

Denholt proiettata sul pavimento e sulla parete. Rigido l'uomo si tiene

sulla soglia, in ascolto.

Sulle labbra di O'Shaughnessy è tornato il sorriso. Allunga una ma-

no e afferra quella di lei in una stretta rassicurante. Da molto tempo

non prova più paura. Quando è stata l'ultima volta? Quando aveva di-

ciassette, diciotto anni? Ogni tanto gli capita di pensare che è stata

una perdita per lui... Ia paura dà sapore alla vita. Si chiede come ha

fatto a smarrirla e se mai qualcosa, chissà che cosa, sarà capace di far-

gliela tornare.

Una cosa è certa, lei è spaventata per tutti e due e ce n'è d'avanzo: il

polso esile batte follemente sotto le dita di lui.

La sagoma si muove alfine, comincia a retrocedere nella stanza illu-

minata. Il rumore che l'aveva evocata non si è ripetuto. Tornano i suo-

ni come di chi si sta affaccendando. Solo la sbarra di luce è rimasta lar-

ga, pericolosa da attraversare senza farsi scoprire. Oramai ci sono qua-

si arrivati, possono sentire il respiro di Denholt nel laboratorio.

O'Shaughnessy si ferma, attira Nova di fronte a sé. Le preme sul palmo

la chiave del cancello.--Voglio essere sicuro che tu arrivi laggiù, a

qualunque costo. Tira un respiro profondo e attraversa la zona illumi-

nata. Non aver paura, ci sono io alle tue spalle.

Lei scivola avanti, spia attraverso la porta aperta. Apparentemente

Denholt le volta le spalle. In punta di piedi, agile, lei oltrepassa la bar-

riera luminosa. Dall'altra parte si ferma, si volta ansiosa, aspetta che

L lui la raggiunga~

Un istante dopo lui le è al fianco. Passando davanti alla porta ha ve-

duto di scorcio una figura vestita di bianco china davanti a uno scaffa-

le, intenta a riempire una siringa ipodermica. Sullo sfondo ci sono due

tavole operatorie, non una sola. Una è evidentemente improvvisata:

delle tavole poste su due sedie e coperte da un'incerata. "Per me e per

lei" pensa il pilota. "L'individuo non scherza".

Lei lo tira per un braccio, ma lui di colpo le resiste, s'immobilizza.

La ragazza si volge a guardarlo.--Vieni, vieni! Da un minuto all'altro

ormai...

La mia zampa di coniglio. Lui ce l'ha lì dentro, è nel mio giubbot-

to. Non posso andarmene senza.

--Ma ti ucciderà!

~3 --Sì, lui e dieci altri. Va' alla porta, bambina, e comincia a lavorar-

tela. Voglio che tu sia fuori tiro se quello comincia a sparacchiare. Io

vado a riprendermi il mio portafortuna, lo rivoglio assolutamente.--

Deve strapparsi alla lettera le dita di lei dal braccio, spingerla per met-

terla in moto. Finalmente lei si allontana con un gemito soffocato di

protesta Lui aspetta finché non sente dei fruscii venire dalla porta. Ma

un chiavistello stride sciaguratamente mentre lei lo tira e di nuovo nel

laboratorio cade un improvviso, preoccupato silenzio.

O'Shaughnessy, i muscoli tesi come corde di pianoforte, si fa sulla

soglia illuminata senza fretta, con aria indifferente. Tende una mano

verso l'uomo in camice bianco che si è girato a fronteggiarlo.--Il mio

giubbotto, dottore. Me ne vado.

Denholt ha messo giù la siringa piena. La pistola che la ragazza ha

menzionato è sul tavolo, ma già sotto la sua mano.--Così crede di an-

dársene? E proprio sciocco, amico mio. Sarebbe stato meglio che dor-

misse, come io avevo provveduto a farle fare. Niente timore allora,

niente agonia. Non si sarebbe accorto di morire.

--Anche così non ci sarà timore né agonia.--Il pilota calmo prende

il giubbotto, ne tira fuori la zampa di coniglio e la ripone nella tasca

dei calzoni.--Un'altra volta non abbia tanta fretta di bruciare le mie

carte--dice--o le farò girare la testa a ceffoni.

La pistola è ora spianata contro il suo petto.

Fuori nel buio la pesante porta d'ingresso si apre con un lungo cigo-

lio. Denholt svelto fa un passo in avanti. O'Shaughnessy non si muove,

gli blocca la strada.

Un fruscio di passi in corsa, leggeri, si allontana all'esterno, volando

sul terreno fangoso.

--Chi è?

--Chi vuole che sia? La ragazza. La porto con me.

Il viso di Denholt si trasforma all'improwiso in una maschera di

sgomento:--Non può!--urla.--Non sa cosa significa, pazzo! Non

può riportarla nel mondo con lei! Lei deve star qui, ha bisogno di

me!--La voce si alza stridula, disperata.--Nova! Torna indietro!

--Questo lo dice lei, io non ci credo.--Anche O'Shaughnessy ha al-

zato la voce. Si sposta per mettersi proprio davanti alla pistola, vuole

impedire che l'altro gli scivoli al fianco.

--Mi lasci passare o le sparo. Non volevo danneggiarle la pelle o fe-

rire un organo vitale, ma se mi ci costringe lo farò! E allora nulla potrà

riportarla indietro, capisce, nulla potrà riportarla indietro! Resterà

morto!

Il pilota è immobile, teso, lo misura con gli occhi. E un giocatore:

sente che Denholt è riluttante a sparargli e conta su quella riluttanza,

per quello che vale. Invece di allontanarsi dall'arma fa un passo in

avanti, poi due...

Tra gli alberi gocciolanti esplode la sirena di allarme. Dunque lei ha

aperto l'ultima barriera, ce l'ha fatta!

Ai lati del collo di Denholt le corde si tendono, rivelano al pilota che i

muscoli dell'indice hanno ricevuto l'ordine di premere il grilletto. Lui

si getta da una parte. Le due figure per un attimo appaiono saldate in-

sieme da una sbarra fiammeggiante di luce, rumore e fumo si produco-

no dopo. O'Shaughnessy non sente dolore ma sa che è stato colpito e

che non deve permettere all'altro di colpirlo ancora. La mano che

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stringe la pistola è serrata nella sua, dieci dita obbedienti a due cervel-

li impugnano una sola arma. Fa fuoco ancora e ancora e ancora... cin-

que, sei volte.

Il pilota intanto colpisce la testa di Denholt con la mano libera. I due

barcollano allacciati come in una folle danza. Intorno a loro è una

pioggia di vetri rotti. Il fumo degli spari, la polvere bianca che si stacca

dalle pareti colpite dalle pallottole aleggiano intorno a loro come una

nebbia. O'Shaughnessy finalmente strappa la pistola ormai inoffensi-

va dalle dita dell'altro, la lancia lontano. Altro vetro che si rompe, e

questa volta è accompagnato da un odore acido, pungente, che fa lacri-

mare gli occhi. Lo scricchiolio degli alambicchi polverizzati sotto i lo-

ro piedi fa sembrare che stiano lottando sulla sabbia o sulla neve indu-

rita.

Ora O'Shaughnessy si accorge che non può colpire col braccio sini-

stro, i messaggi del suo cervello arrivano alla spalla e lì si bloccano.

Usa allora il braccio per tenere Denholt, colpisce col destro. Il dottore

pare cercare qualcosa alle proprie spalle, tiene la mano dietro la schie-

na e quando ricompare è stretta intorno a un oggetto lampeggiante.

Un bisturi o roba del genere.

O'Shaughnessy si scioglie dall'awersario, balza indietro. Un colpo

vibrato verso l'alto gli manca per poco il torace. Afferra la mano prima

che tomi a riabbassarsi, la torce. Qualcosa cade a terra con un tintin-

nio. Allontana l'oggetto con un calcio, indietreggia per darsi lo slancio

e avventa alla mascella di Denholt un pugno devastante. Il dottore bar-

colla, scivola sui vetri, cade a terra stordito.

O'Shaughnessy sente la spalla pulsargli dal dolore. Ansima:--Ora

sono riuscito a ficcarglielo in testa che la porto con me?--Si gira e si

avvia a passo un tantino malfermo verso la porta.

Denholt tenta vanamente di rialzarsi, balbetta:--La sta portando

alla morte!

L'allarme continua a suonare, chiamandolo. Il pilota esce dal labora-

torio, si tuffa nell'oscurità, trova la porta aperta. L'aria fresca e umida

della notte tarda lo avvolge. Si volta e vede Denholt stagliato sulla so-

glia del laboratorio dove è riuscito a trascinarsi. Si sostiene allo stipi-

te, barcollando, tende verso di lui una mano in gesto di maledizione...

o di avvertimento.

--Ricordi quello che le dico. La sta condannando a morte. Oggi è il

tredici giugno. Ricordi questa data, la ricordi bene! Ha poco tempo...

poi saprà, saprà anche troppo presto! E tornerà da me, con lei... a stri-

· p SCiare, a supplicarmi di aiutarvi! Sì, v'inginocchierete davanti a me...

L; sarà la mia rivincita!

--E allora potrà spararmi, se le riuscirà--ringhia il pilota da sotto

gli alberi.

--Non la sta portando verso la vita, ma verso la morte... Ia morte

più spaventosa che possa toccare a un essere umano!

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La voce urlante si perde in altre folli imprecazioni ma ormai lui è

lontano, può vedere Nova che lo aspetta tremante davanti al cancello

aperto. Lui sguazza verso di lei sul terreno fangoso, tenendosi una ma-

no sulla spalla ferita. Le sorride e con la sua calma voce strascicata le

dice, abbastanza forte da farsi sentire al di sopra della sirena ora tre-

molante, scarica:--Salve, signora O'Shaughnessy. Ora ce ne andiamo

davvero.

La prende per un braccio.

O'Shaughnessy indugia nel bar della Palmer House, a Chicago, con un

uomo che si chiama Tereshko. A un certo punto si scusa e va a una cabi-

na a telefonare al suo appartamento in North Side.

--Perché non portiamo anche sua moglie a cena?--ha detto Te-

reshko.--Al Chez Paree, magari. Possiamo parlare di affari anche a

suon di musica.

--Splendido--ha risposto lui. Dopo tutto le transazioni d'affari so-

no una specie di guerra: chi ha più colpi li spara. E la luminosa, straor-

dinaria bellezza di Nova O'Shaughnessy equivale a un'intera batteria

di cannoni. Se lui è disposto a usarla per abbagliare il diffidente genti-

luomo col quale sta cercando di accordarsi, ciò non significa che l'ap-

prezzi di meno lui stesso.

Così dice al telefono:--Nova, vieni a raggiungermi al Chez Paree.

Ho con me un uomo. Cerca un pilota ed è disposto a sborsare parec-

chio, così fatti più bella che puoi. Prendi un tassì, tesoro.--Nova si

orienta ancora male nelle strade di città.--Oh, un'altra cosa. Se mi fa

qualunque offerta inferiore agli ottomila, tu mi dai un'occhiata come

per dire "Ma vaneggia?" Hai capito? E non dire una parola di... di quel

posto sulle montagne.

Al Paree ordinano un tavolo per tre. Hanno già bevuto parecchio, e a

Tereshko comincia a fare effetto. Non è proprio sbronzo, ma si fa più

ciarliero. Si sta lasciando un po' andare, insomma.

--Ha molta esperienza nel localizzare zone minerarie dall'alto?

--No, so volare e basta. Ma per quel che ho capito lei vuole solo che

la porti, in modo da guardarsele lei stesso. E questo lo so fare, posso ga-

rantirglielo. Tutto quello che mi serve è la direzione generale e la ben-

zina che occorre.

E evidente che l'ostacolo non consiste nei soldi. Tereshko deve aver-

ne fino alle orecchie, lo porta stampato addosso, anche se nel vestire è

pacchiano, volgare. La sua esitazione... e O'Shaughnessy è buon giudi-

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ce delle motivazioni altrui... pare derivi da un eccesso di cautela, come

se volesse accertarsi con chi ha a che fare prima di mettere le carte in

tavola. Ormai non può dubitare che lui sia un pilota abbastanza esper-

to da portarlo dovunque voglia andare, dopo i ritagli e i documenti che

gli è andato sciorinando davanti per tutto il pomeriggio.

--Naturalmente una cosa mi interessa più di tutte--Tereshko ta-

sta il terreno offrendo all'altro una sigaretta da un astuccio di platino

col fermaglio di smeraldi.--Ed è che la nostra missione rimanga

strettamente fra noi due. Nessuno deve sapere quale ne è lo scopo e la

destinazione. Nessuno, capite? Neppure quando l'avremo portata a

termine.

--Posso garantirle anche questo. Non sono un chiacchierone.

--No, mi sembra il tipo che si fa i fatti suoi... ecco perché l'ho cerca-

ta, in primo luogo.--Molto poco saggiamente ordina un altro cock-

tail.

Ora appare ancora più rilassato.--A questo punto posso confessar-

le--ammette--che la localizzazione di zone minerarie era una sto-

ria. Il metallo che cerco è già stato estratto e coniato, solo che l'hanno

seppellito di nuovo. E si trova esattamente in direzione opposta a quel-

la che vi ho detto. Non in Canada, ma in uno degli isolotti della costa

della Florida. O forse in una delle Bahamas. Suppongo che ciò le forni-

sca qualche indizio. Ma tanto pare proprio che sia l'uomo che fa per

noi, così non importa che sappia tutto.

--Un tesoro di pirati?

--Sì e no--dice Tereshko.--Certo che era davvero di un pirata,

ma risale al tempo del proibizionismo e non a quello del capitano

Kidd. Ormai avrà capito a chi mi riferisco.

O'Shaughnessy non ne ha la minima idea, ma non gli costa niente la-

sciare che l'altro lo ignori.

--Lui tanto non uscirà fino a... vediamo...--Un brillante grosso co-

me una noce fiammeggia mentre lui conta sulle dita.--Fino al 1948, o

forse è il '50? Diavolo, era un grand'uomo e tutto quanto il resto--ora

ha un tono come volesse giustificarsi--ma al resto di noi proprio non

potete dar torto. Dopo tutto si diventa vecchi. Lui la sua parte l'ha avu-

ta, perché noi non dovremmo prenderci la nostra? E dentro già da due

anni, perché dovremmo aspettare ancora?

--Allora non si tratta di roba vostra?

--Non è neanche sua!--scatta l'altro.--E roba di nessuno. Non

L, appartiene più neanche ai fessi ai quali lui l'ha scucita, perché gli pro-

pinava alcool di legno a quattro dollari al dito.

--Dipende dai punti di vista--osserva O'Shaughnessy senza com-

l~i promettersi~

--E da quale altro punto di vista vorrebbe vedere la cosa? Forse che

a roba è utile a qualcuno, seppellita com'è da qualche parte? Non ci

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sarebbe stato bisogno di prendersi tante scocciature se solo... Vede, le

banche non andavano bene, né le cassette di sicurezza o roba del gene-

re, perché i suoi guai erano... guai col Governo. E lui probabilmente se

li stava aspettando. Noi no, ma lui sì, per forza. Infatti proprio poco

prima che arrivassero, lui andò in crociera nelle acque della Florida

col suo yacht. Solo lui e un piccolo equipaggio, e... oh, sì, una ragazza

con la quale se la faceva in quel periodo. Nessuno di r~oi, neppure uno

di noi. Pensammo che fosse strano, perché lui era un ragazzo che ama-

va la compagnia. Fino a quel momento gli sarebbe parso di prender

freddo se non ci avesse avuti sempre intorno. Ma succede una cosa an-

cora più strana. Prima di tornare indietro si fermarono all'Avana. Lui e

la sua dama scendono a terra e a nessuno degli altri viene permesso di

sbarcare. Poi, a un improvviso ordine di lui, lo yacht riparte... senza

che lui e la ragazza tornino a bordo. Pare che dovesse passare a pren-

derli a Bimini, più tardi. Invece non fu più rivisto, un pezzo di legno

bruciacchiato venne ripescato parecchio dopo col suo nome sopra. Si

presunse distrutto in mare da un'esplosione e non un'anima a bordo

sopravvisse. Buffo, no, mandarlo avanti così mentre avrebbe potuto

aspettare quei due in porto?

--Buffo, sì, ma non molto da ridere.--approva O'Shaughnessy.

--E proprio mentre noi stavamo tirando fuori cravatte nere e pre-

parandoci a ordinare corone arriva un telegramma da lui: USpero non

vi siate preoccupati, io sto benissimo, torno in aereo, non è stato un f

terribile incidente?" Trenta giorni dopo esatti lo Zio Sam gli salta al 3

collo e...--Riunisce le dita di una mano, vi depone un bacio, le svento-

la.--E quanto crede che troviamo, dopo che il fumo si è dileguato?

Cinquemila dollari. Diavolo, lui non andava mai in giro senza portare

di più nel portafogli! Ho ragione o no? Ogni altro indizio che abbiamo

seguito da allora si è rivelato infruttuoso. Ce ne abbiamo messo di tem-

po a capitare su quello giusto, ma adesso credo proprio che ci siamo.

Ora pensa di poterci aiutare a fare il buco alla ciambella?

Il pilota fa una spallucciata.--Non c'è niente di difficile. Io posso

portarla a spasso per un mese o due, tutto il tempo che vuole. Bisogna

prendere un mezzo anfibio, naturalmente. C'è un particolare, per l'ap-

parecchio deve darmi un anticipo. Io ho perduto il mio due settimane

fa, è stato allora che mi sono fatto male alla spalla. Non si metta in

mente che sia stata colpa mia... mi ha baciato un fulmine.

--Ci pensiamo noi all'aereo--assicura Tereshko.--Si dia un'oc-

chiata in giro e prenda quello che ritiene migliore per la missione, e

quando torneremo potrà tenerselo come mancia.

UE quanto tempo mi lasceranno per godermelo?" pensa O'Shaugh-

nessy che non è un ingenuo. Ma la cosa non lo impensierisce, c'è già 5,

stata gente che ha cercato di sbarazzarsi di lui dopo essersene servita... f

e non ce l'ha fatta. Anche questo tizio se ne accorgerà.

--La gallinella potrebbe farvi da guida non sarebbe più comodo?

Avete pensato a mettervi in contatto con léi?--dice a voce alta.

--Se ci abbiamo pensato?--brontola l'altro.--La porta della cella

non si era neanche richiusa alle spalle di lui quando cominciammo a

far pressione sulla ragazza. Solo che ci andammo troppo pesanti. Ci

eravamo fatta un'idea sbagliata di lei. Purtroppo era una di quelle ra-

gazzine innocenti, non sapeva niente di quello che faceva lui finché il

coperchio non saltò in aria... forse lo credeva un capitano d'industria o

cose del genere.

Sulle labbra di O'Shaughnessy appare un sorrisetto assolutamente,

sarcasticamente incredulo.

--No, le assicuro che non ce l'ha data a bere--afferma Tereshko.

--Era proprio una ragazza così. Lui del resto ci diceva che con lei era

una cosa seria... sa cosa voglio dire. Lei non era la sua pupa... Iui la

chiamava la sua madonna.

--La madonna delle distillerie clandestine--ride il pilota.

--Voleva sposarla. Era una ragazzina del resto, avrà avuto diciotto

anni. Bene, fra il trauma che ebbe quando seppe con chi si era messa e

noi che cominciammo a farle pressioni, la povera gallinella finì male.

Disse che non sapeva niente di quel che era successo durante quella

crociera. Così la chiudemmo in garage al buio per tutta la notte, per-

ché la paura la inducesse a parlare. Le facemmo paura, come no, tanto

da farla tacere per sempre! La nostra solita fortuna... Lui non le aveva

mai permesso di tagliarsi i capelli, diceva che erano troppo belli così

lunghi, che la facevano sembrare un angelo. Così lei con una forcina

scassina le macchine, ce n'erano sei... accende i motori e respira mo-

nossido fino a lasciarci la pelle. Con un gattino in braccio che lui le ave-

va regalato.

--Particolare commovente.--O'Shaughnessy si acciglia per sim-

patia, non verso di loro ma verso la ragazza torturata e sola nel garage.

Tereshko ghigna.

--Già, non è vero? Di tutti gli sporchi trucchi! La dovemmo lasciar

nascoSta lì tutto il giorno. Quando si fece buio la tirammo fuori, la por-

tammo lontano molte miglia e la lasciammo da qualche parte. Non ho

mai letto che abbiano trovato il cadavere. Seppure l'hanno trovato

non devono esser riusciti a sapere chi era lei, non se n'è mai vista una

parola sui gior...

--Ecco mia moglie--interrompe il pilota alzandosi. L'ha vista al di

Sopra della spalla di Tereshko entrare dalla strada proprio in quel mo-

mentO. Si arresta un istante, si guarda intorno. Li localizza e si avvia

erso il loro, indirizzandogli un sorriso tutto per lui- e diamine, è una

bellezza da mozzare il fiato.

Tereshko le volta le spalle. Si alza anche lui e si volge, preparandosi

a salutarla.

O'Shaughnessy dice:--Nova, ti presento il signor Vincent Tereshko.

Il bicchiere dell'uomo cade a terra con un tintinnio. Tereshko barcol-

la all'indietro, la spalliera bassa della sedia lo urta alla schiena, lui vi

si rovescia sopra battendo la nuca sul sedile imbottito, quindi lui e la

sedia rotolano insieme sul pavimento. Istantaneamente si rialza e dal-

le labbra gli escono grida strozzate che è difficile intendere come paro-

le.--No, no! Via da me! Non sei vera!

Agita le braccia come per respingere un avversario invisibile, quindi

si volta e corre via. attraverso il ristorante, si precipita in strada.

Gli altri due c'impiegano un poco a rimettersi dallo sbalordimento.

--Bene, mi venisse... Ma l'hai visto? Cosa gli ha preso? Un minuto pri-

ma sta qui a parlare con me, un minuto dopo impazzisce.

--E stato a causa mia--dice lei stupita, ancora fissando l'uscita.

Lui scuote la testa impaziente a quella sortita.--Quando mai, co-

m'è possibile che fosse per causa tua? Sii ragionevole. Non sei ancora

abituata alla gente, ogni volta che qualcuno ti guarda pensi che in te ci

sia qualcosa che non va.--Dopo tutto lui non è realmente in grado di

dire chi o che cosa Tereshko abbia visto.

--No, è stato per causa mia--insiste lei, turbata.--Stava guar-

dando me; dritta in faccia! Ho qualcosa di strano? Devo proprio aver-

lo, perché stasera è la seconda volta che mi succede.

Lui sobbalza stupito.--La seconda? Che vuoi dire?

--Proprio adesso, fuori della porta. C'era un uomo seduto in una

berlina ad aspettare qualcuno. Quando sono uscita dal tassì si è volta-

to a guardarmi e poi... poi si è messo a gridare come l'uomo di qui e ha

messo in moto correndo via a centocinquanta all'ora, come se avesse

visto un fantasma...

O'Shaughnessy fa una faccia sbalordita.

--Girati un po'. Lasciati vedere--dice. Lei esegue.--Sei una me-

raviglia da tutte le parti. Non c'è proprio niente in te che possa far im-

pazzire di paura degli uomini fatti. Lui deve aver visto qualcuno che ti

stava dietro. Andiamo a casa e al diavolo tutto. Pare che l'affare sia an-

dato all'aria, e per me va bene così. Puzzava troppo fin dall'inizio.

Passano settantadue ore, la calma prima dell'uragano. Poi, la terza

sera dopo l'incidente, a lui capita di tornare al loro appartamento pri-

ma del solito. Non ha quasi più denaro e ha girato tutto il giorno cer-

cando di ricavare qualcosa dai suoi contatti. Ma non sembra che per il

momento ci sia grande richiesta di piloti mercenari, soldati di fortuna

dell'aria. E adesso lui ha una donna di cui prendersi cura...

Appena svoltato l'angolo la vede in piedi di fronte all'edificio. Sta

evidentemente cercando un tassì. Ne chiama uno con un cenno, e sta

per entrarci quando lui la chiama:--Ehi, Nova! Dove vai?--e arriva

di corsa.

Lei sembra stupita di vederlo. Non confusa, solo stupita.

--Scusami se ho tardato tanto. Non volevo farti aspettare così. Per

questo hai cambiato idea e sei tornato qui? Non sei mica arrabbiato

con me?

Lui chiede:--Di che parli? Perché dovrei essere arrabbiato?

--Perché ti ho fatto aspettare più di mezz'ora prima di raggiunger-

ti.

--Ma chi ti ha detto di raggiungermi?

Lei è più stupita che mai.--Ma tu me l'hai detto di prendere un tas-

sì e venire a...

Lui si guarda intorno, perlustra la strada con gli occhi.

--Vieni, saliamo--disse.--Mi scusi autista non ci serve più.--E

sopra:--Che altro ti ho detto?

--Di venire il più presto possibile, solo questo.

--Ma hai riconosciuto la mia voce al telefono?

--Non ho mai sentito la voce di nessuno tranne la tua, quindi ho

pensato che fossi tu. Parevi molto lontano però.

--Be', non ero io. E mi chiedo chi fosse. Nova, tesoro, ascoltami: do-

po di ciò non devi più uscire sola. Ti darò una parola d'ordine che use-

remo al telefono d'ora in poi. Filo spinato, te ne ricorderai? Se non mi

sentirai parlare di filo spinato saprai che non sono io.

--Va bene, caro.

La sera dopo, al suo arrivo, trova difficoltà a entrare. La chiave fun-

ziona, ma lei ha messo qualcosa contro la porta per bloccarla, forse

una sedia sotto la maniglia. L'ostacolo non lo trattiene molto a lungo.

Entra e lei è lì, ritta in mezzo alla stanza e trema come una foglia.

|~ --Perché hai fatto questo?--domanda lui.--E che è quel buco nel-

la porta, proprio sopra la serratura?

Lei gli si getta fra le braccia, lo stringe.--Hanno telefonato ancora.

Qualcuno ha detto che eri tu, ma io sapevo che non era vero perché non

ha parlato di filo spinato.

--Hanno cercato di nuovo di farti uscire?

--No, no. Hanno detto: aAbbiamo un messaggio per te da parte di

Benny". Chi è Benny?

O'Shaughnessy la fissa soltanto, e gli occhi gli si restringono.

--Poi hanno detto: aCosì ce l'hai fatta, eh?" Poi si sono messi a ride-

re e hanno detto: "Dove l'hai preso a rimorchio il fesso?" Ma di chi par-

1= lavano?

--Di me--fa lui piano.--E poi?

Lei scuote la testa sbigottita.--Io non capivo niente. Hanno detto an-

cora: "Bene, sei stata furba e ci hai presi in giro proprio bene. E stata

~- bella finché è durata, ma adesso non funzionerà più. Ci vediamo, bel-

la".

t --Nient altro?

- Oh, caro, ero così spaventata. Non sapevo dove trovarti, sapevo

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solo che eri da qualche parte giù nel Loop. Ho chiuso la porta a chiave

e mi sono nascosta nell'armadio, lasciando lo sportello aperto di un fi-

lo. Dopo una mezz'ora ho visto girare la maniglia, lentamente, come se

qualcuno cercasse di aprire. Quando non ha funzionato hanno comin-

ciato a suonare il campanello e una voce ha mormorato: "Sono io,

bambina, fammi entrare, ho dimenticato la chiaven. Ma io sapevo che

non eri tu. Mi sono rannicchiata in un angolo, dietro i vestiti...

Lui intanto ha tirato fuori la pistola dalla valigia dove la tiene e la

sta controllando, le mani un poco tremanti, scosso da una collera fu-

riosa. Quella bimba indifesa che lui ama è il suo punto vitale...

Lei continua:--Poi si è sentito uno scoppio e qualcosa ha attraver-

sato la porta ed è entrato qui. Non resistevo più, avevo paura che en-

trassero e mi prendessero. Sono corsa fuori dell'armadio, mi sono ar-

rampicata dalla finestra sulla scala antincendio, mi sono introdotta

nell'appartamento vicino e ho chiesto alla signora che ci abita di na-

scondermi. Le ho spiegato che qualcuno stava cercando di entrare nel

nostro appartamento e lei ha detto che dovevamo chiamare la polizia,

ma poi li abbiamo uditi che se ne andavano. Abbiamo sentito il calpe-

stio dei piedi per le scale, erano parecchi, e poi l'automobile è partita.

Camminando avanti e indietro e cercando di raccapezzarsi lui si

batte la canna della pistola sul palmo e dice:--Senti piccola, non so

proprio che faccenda sia questa, può magari essere un falso allarme,

ma... Sparare un colpo di pistola contro la porta in pieno giorno non è

uno scherzo. Se solo riuscissi a capire di che si tratta! Non mi pare que-

stione che riguardi n2e. Sa il cielo che di nemici me ne sono fatti abba-

stanza, ma non in questa nazione. Nova, dimmi la verità: sei mai stata

prima a Chicago?--Le si ferma davanti e la guarda negli occhi.

--Mai, caro, mai, finché non siamo arrivati qui due settimane fa.

Qui non conosco nessuno all'infuori di te. Credimi, credimi!

Lui le crede, come potrebbe farne a meno?

Ma allora di che si tratta? Se lui fosse ricco direbbe che hanno tenta-

to di rapirla per chiedere un riscatto. Un errore d'identità? Va bene

ma per chi la prendono? Tutta la faccenda è un enigma. Si chiede se

dovrebbe affidare alla polizia il compito di sbrogliarlo. Ma cosa può

dire ai poliziotti? Qualcuno si è fatto passare per me con mia moglie al

telefono, qualcuno ha cercato di entrare nel mio appartamento mentre

ero fuori. Messa così è una storia un po' debole. E comunque lui è un

individualista, abituato a sbrigarsela da sé. Questo enigma rappresen-

ta una minaccia per Nova, quindi preferisce trarla dagli impicci lui

personalmente.

Inaspettatamente Tereshko gli telefona quella sera.--Pronto, sono

Tereshko, O'Shaughnessy--dice.--Sono in un bar di State Street. b

Vorrei concludere quella transazione di cui abbiamo parlato. Non po- ~

tete fare una corsa qui? Sarà affare di una decina di minuti. ~i

_ Che è successo l'altra sera? Pareva che qualcosa l'avesse spaven-

tato.

Una risatella insincera.--Quando mai! Ho avuto solo un accesso di

nausea e ho preferito correre in strada.

Lui accenna a Nova di avvicinarsi, le accosta il ricevitore all'orec-

chio e mormora:--E questa la voce che hai udito le altre volte?

Lei scuote il capo in silenzio.

Lui dice:--No, francamente non me la sento di concludere l'affare,

diamoci un taglio.

Tereshko non sembra prendersela affatto, forse non si rende conto di

quanto ha chiacchierato quella sera.--Mi dispiace, ma in fondo lei è

giudice delle sue cose. Comunque, venga per un bicchierino, tanto per

separarci all'amichevole. Venga solo.

O'Shaughnessy decide subito che andrà, vuole mettere in chiaro una

cosetta. La prima sera Tereshko aveva insistito perché Nova li raggiun-

gesse. Adesso vuole lui solo. Forse quel che gli preme veramente è che

lei resti sola in casa. Forse c'è lui dietro tutta la faccenda. E allora biso-

gna assicurarsene. Dice:--Preparati.--E per strada, un paio d'isolati

più lontano:--Non sei mai stata al cinema, eh? Be', adesso ci andia-

mo.

Compra due biglietti, l'accompagna dentro, le cerca un posto.

--Adesso non ti muovere di qui finché io non torno a prenderti.--Co-

me con una bambina.

--Va bene, caro.

Non c'è ombra di Tereshko nel bar dove avrebbero dovuto incontrar-

si. O'Shaughnessy aspetta venti minuti, poi va a riprendere Nova.

Mentre salgono le scale della loro casa lui stringe la pistola che ha in

tasca.--Adesso credo di sapere chi è il nemico--sussurra fra sé e sé

--anche se non so per quale ragione.

La porta dell'appartamento è aperta. I due si scambiano un'occhia-

ta.--Pensavo... ti ho visto chiudere a chiave quando siamo usciti--

balbetta lei.

--Verissimo--assente lui cupo. Entra per primo, la pistola in ma-

no.

Non c'è nessuno.--Forse erano ladri--dice lui.

Lei si allarma.--I miei vestiti! Tutte le belle cose che tu mi hai da-

to!--Lui sorride a quella reazione così femminile, la vede correre al-

l~armadio. Si volta stupita.

--Manca qualcosa?

--No, ma... non ricordo che ci fosse questo, prima.--Gli mostra un

~ abito di seta nera. Un grande giglio è stato appuntato sulla scollatura.

L ~ Forse c'era e te ne sei dimenticata.

Lei carezza il fiore con le dita.--Ma è vero. Non vendono vestiti con

~fiori veri.

Certo, lui lo sa. Sa anche di che cosa è simbolo quel giglio. Comincia

a fischiettare una canzonetta:--Chicago, Chicago...

Il campanile di qualche chiesa dall'altra parte del fiume suona dodici

rintocchi.--Hai preparato tutto?--chiede lui piano.--Allora porto

giù le valigie. Tu spegni la luce.

Lei obbediente gli scivola dietro per le scale.--Non so quanto lonta-

no potremo arrivare con cinquecento dollari--riflette lui--ma è cer-

to che non posso più lasciarti qui sola di giorno, e neanche posso trasci-

narti in giro con me per tutta la città. Forse possiamo trovare una stan-

za dall'altra parte di Chicago...

Nel vestibolo lui depone a terra le valigie, le fa cenno di restare lì un

momento. Si dirige alla porta, spia al di fuori. Niente. La strada pare

morta.

Ma di colpo qualcosa gli sibila accanto, uscendo dal nulla. Qualcosa

urta il muro dietro di lui, rimbalza ai suoi piedi. Lui non si china a ve-

dere cos'è, lo sa benissimo. Ha già visto un sacco di volte quel genere di

giocattolini. Niente sparo, niente lampo che mostri da quale direzione

è venuto. Stanno usando silenziatori, naturalmente.

Non si è mosso. Pssss! Un'ape o una vespa gli sfiora la guancia, lo

punge, fa uscire una goccia di sangue. Rimbalza ancora contro il muro,

gli cade ai piedi. Questi insetti notturni dawero sembra che abbiano

intenzioni serie.

Lui rientra, si ferma appena dietro la soglia, spiando sempre la stra-

da. Se solo potesse vedere un lampo, rispondere! Intanto rimane mez-

zo dentro e mezzo fuori della porta di ferro battuto e vetro pesante.

Si ode un suono simile a una martellata e il vetro s'incrina circolar-

mente, sbilenchi raggi di ruota lo percorrono facendo centro a un buco

rotondo. Un altro proiettile cade nel vestibolo.

Due mani si aggrappano alla sua giacca, lo tirano indietro.--Caro,

caro, no! Ti farai uccidere se resti qui! Oh, pensa a me!

--Quella lampadina... soffocane la luce con la tua borsetta. Voglio

vedere se colgo almeno un lampo.

Ma lei si rifiuta, gli dice di farlo lui stesso. E quando lo ha trascinato

all'interno del vestibolo gli si aggrappa, lo stringe con tutte le sue for-

ze.--No! No! Non ti lascerò tornare là... vuoi morire? Che ne sarà di

me?--Lui si arrende alfine, sa che altrimenti dovrà tornare indietro

con lei attaccata addosso.

· --Va bene, va bene Dev'esserci un'uscita secondaria da questa ba-

racca.

Ma alla fine del lungo corridoio seminterrato, appena lui esce in

avanscoperta... ecco di nuovo insetti notturni sibilargli intorno, rim-

balzare dal muro.--Aspetta un momento!--ordina lui tagliando cor-

to ai suoi gemiti di protesta.--Credo proprio di aver sbirciato qualco-

sa. Sul tetto della casa di fronte.--Le fa cenno di indietreggiare.--La

lampadina su, la lampadina!--Questa volta lei obbedisce, il corridoio

si oscura dietro di lui.

Impugna la pistola e l'alza lentamente, resta immobile, faccia rivol-

ta al cielo. Una scommessa da giocatore: la sua vita contro la possibili-

tà di colpire un lampo sei piani più su. Il suo pollice sinistro cerca la

zampa di coniglio nel taschino, I'accarezza distrattamente.

A un'esile favilla lassù, dietro il cornicione, risponde il tuono del suo

sparo. Il muro si scheggia al di sopra della sua testa e poi una figura ne-

ra cade goffamente dal tetto della casa di fronte, urta l'asfalto con un

tonfo sordo, fuori vista dietro il muro di cinta.

Ancora lampi da lì, sei in fila, e un suono come di sassolini che gran-

dinano dove si trovano loro due. Ma O'Shaughnessy è già al riparo nel

corridoio.--Non ce la facciamo. Ce n'è un altro lassù, stanno facendo

le cose in stile. Torniamo nell'appartamento.

Salendo le scale lei si prende il viso tra le mani.--Quella caduta

Spero che fosse morto prima di arrivare a terra

--Oh, quello ha pareggiato un po' i conti--fa lui cinico.--Chi di

spada ferisce

Notte in un appartamento di Chicago. Lui dice:--La porta è chiusa

a chiave e ho la pistola. Tu cerca di riposare un poco, tesoro, qui c'è tuo

marito che ti protegge.

--Ma prometti che resterai qui con me, non scenderai di nuovo.

--Prometto.

Così lei si sdraia vestita sul letto e si addormenta, mentre lui fa la

guardia alla finestra dalle tapparelle abbassate, la punta incandescen-

te della sigaretta nascosta dalla mano.

L'uomo del latte arriva e neanche si sogna che la canna di una pistola

sia a un palmo da lui dietro la porta, quando si china a deporre la bot-

tiglia. Nova dorme come una bambina.

Così passa la notte in quell'appartamento di Chicago.

L Tre ore dopo l'alba sono pronti ad andarsene. Adesso c'è abbastanza

L gente per strada da dar loro una possibilità. Se non ce la fanno adesso,

non ce la faranno più. La rete che è stata gettata su di loro la notte pri-

ma si richiuderà appena farà di nuovo buio. Loro vogliono sbarazzarsi

di lui, ma vogliono lei viva. Di questo lui è sicuro.

Ma prima d'incamminarsi lui dice:--Un tassì è rimasto fermo lag-

13; giù all'angolo da quando ha fatto giorno. Io giurerei che c'è rimasto

~, tutta la notte. E lì non c'è pubblico posteggio.

k --Credi che siano... Ioro?

--Non me ne frega un accidenti se sono loro o no, qui ormai mi man-

ca il fiato, devo uscire all'aperto! Resta dietro di me, e se mi vedi cade-

re continua a camminare. Non è la prima volta che mi sparano. Sono

quel tale penny falso che rispunta sempre fuori, te ne sei dimenticata?

Appena mette la mano sulla maniglia, però, s'irrigidisce di colpo, co-

me se un qualche suono indefinibile gli fosse trapelato dall'interno.

--C'è qualcuno fuori--alita.

Lei rabbrividisce.--Troppo tardi!

Lui le fa cenno di metterglisi alle spalle, le fa scudo col proprio cor-

po; allunga la sinistra e gira la chiave, tenendo la pistola puntata.--E

aperto--dice a voce alta.--Entrate a vostro rischio e pericolo.

Per un minuto il battente non si muove, poi comincia a strisciare

verso di loro.

--Più in fretta o sparo!--Ma è lui a spalancarlo del tutto con un

calcio.

Due braccia alzate sono la prima cosa che vedono. E poi che non c'è

nessuno dietro la figura solitaria. O'Shaughnessy si fa un poco indie-

tro.

L'uomo è un orientale, un cinese. Porta gli occhiali e ha i capelli ta-

gliati cortissimi. Il cappello gli è caduto accanto.

O'Shaughnessy:--E questo il posto che cercava?

--Sì, se vuole permettermi di asciugarmi la fronte...

--Che c'è, ha caldo?

--No, ma il calore della sua accoglienza...

--Bene, entri e chiuda la porta. Ci sono state brutte correnti tutta la

notte.

Il visitatore s'inchina, nervoso.--Permetta che mi presenti.

--Con tutto il piacere.

--Il mio nome americano è Lawrence Lee. Sono qui per farle una

proposta interessante.

--Ne ho avuta già una, grazie, un paio di giorni fa.

--Ho faticato molto a trovarla...

--E faticherà anche di più a perdermi, se dietro questa faccenda c'è

lei.

--Io rappresento il generale Yang. Sono il suo agente di reclutamen-

to negli Stati Uniti. Ha ordinato parecchi ottimi aeroplani e ha biso-

gno di un buon istruttore. La sua fama ha raggiunto le sue orecchie.

Posso offrirle un posto nel suo stato maggiore?

O'Shaughnessy mantiene la pistola puntata, ma con la sinistra acca-

rezza qualcosa che sta nel taschino.--Da come la mette può essere

davvero un'offerta interessante. Se ci mettiamo d'accordo...

--Mille dollari americani la settimana.

--Mi prende per un novellino? Sa che sono già stato in Cina. Sono

Penny O'Shaughnessy di Winnipeg, il suo generale non può trovare il

mio pari da nessuna parte. I coolies nelle loro risaie si prostravano

quando io passavo nel cielo.--Che lui possa star lì a contrattare con

questa spada di Damocle sospesa sulle ~oro vite è... be', fa parte del fat-

to che è O'Shaughnessy.

--Duemila forse?

--Ora quasi ci siamo.--Si volta verso di lei che gli è ancora alle

spalle.--Di, lo facciamo questo viaggetto?--Poi rivolge un ampio

sorriso al cinese.--Suppongo che a Yang non interesserebbe un pilota

morto.

L'emissario, del tutto privo di senso dell'umorismo:--Un pilota

morto non potrebbe servire al mio padrone in modo soddisfacente.

--Bene, avrò forse qualche piccola difficoltà ad arrivare vivo alla

Northwest Station e non posso prometterle di farcela.--Sente lei

stringerglisi contro tremando.--Tuttavia ecco cosa le dico. Lasci due

biglietti per San Francisco pronti per noi alla stazione. Se non ci fac-

ciamo vedere a reclamarli, potrà sempre farseli rimborsare dalle ferro-

vie... e trovarsi un altro pilota.

--Li vuole per il treno di oggi? Sarà fatto. I biglietti del vapore la

aspetteranno a San Francisco agli uffici della linea N.Y.K. Gradisce un

anticipo di mille dollari?

O'Shaughnessy risponde in cinese:--Non potrei mai ferire con un

rifiuto la sua generosità.--Poi in inglese:--Non si rimetta il cappello

uscendo, così che si veda bene la sua faccia.

L'agente esce inchinandosi.--Felici atterraggi.

Quando si trovano di nuovo soli lui le dice:--Partenza per Shan-

ghai. Il Coast Limited parte alle undici, così abbiamo giusto un'ora per

farcela.

--Ma come faremo a uscire di qui?

--Ancora non lo so, ma ci riusciremo.--Lui torna alla finestra,

sbircia nella strada fra le tende tirate.--Ecco Confucio che se ne va

senza che nessuno faccia caso a lui, non lo hanno messo in relazione

con me.--Poi:--Chi è la grassona che passeggia su e giù con un bar-

boncino?

--Oh, è la signora dell'appartamento accanto, presso la quale ho

cercato rifugio l'altro giorno. Porta sempre a passeggio i cani tutte le

mattine.

--Cani? Io ne vedo uno solo.

--Ne ha due. Ma deve portarli giù uno per volta, se no litigano.

--Ci sono!--esclama lui.--Aspettiamo che risalga.

--Che vuoi fare?

--A portar giù il prossimo sarai tu. Voglio per prima cosa che tu ar-

rivi alla stazione sana e salva e che tu salga su quel treno. Io li tratterrò

qui. Tu chiamami appena sei sistemata... allora tenterò di raggiunger-

_ Lasciarti?--geme lei.

--In questo equipaggio sono io che dò gli ordini. Eccoia che arri-

va.--Va alla porta, la ferma, la fa entrare con lui. La donna ha roton-

dit~ abbondantissime e capelli accuratamente ossigenati sotto un

enorme cappello le cui ali le ondeggiano intorno alla faccia infantile.

--Abbiamo bisogno di un favore. Devo far uscire mia moglie da que-

sto edificio e non posso farlo apertamente... ci spiano. Vuole prestarci

il cappello, il cappotto e il cane? L'altro cane, intendo.

--Felice di prestarle cappello e cappotto, ma Fifi... Ia mia piccola Fi-

fi... chi me la riporterà?

--Mia moglie lascerà tutto al capostazione per lei, potrà riprendersi

ogni cosa dopo. Le assicuro, la sua vita è in pericolo. Vuole far questo

per noi?

--Sì--fa lei guardando Nova.--Credo di capire. Ero sicura di aver

già visto la sua faccia da qualche parte... sui giornali, sapete. Mi dica,

com'era lui? Era cattivo come dicono? Ho sentito dire che faceva met-

tere gente coi piedi in blocchi di cemento...

--Basta così--dice O'Shaughnessy--sta prendendo un granchio.

Per lo scambio bastano due minuti. Il cappello a larghe tese nascon-

de tutto tranne il mento di Nova. Lui le lega un paio di cuscini intorno

con lo spago, uno davanti e l'altro dietro sotto il cappotto, e intanto

chiede scusa:--Senza offesa.

--Oh, per carità--sospira la donna.--Lo so che sono grassottella.

La cicciona resta nel loro appartamento, pensa che sarebbe una buo-

na idea se "gli altri" la vedessero passare avanti e indietro dalla fine-

stra, così da esser sicuri che Nova è ancora là. Quindi sollevano un po-

co le tende. Lui accompagna nel vestibolo Nova e il cane. Il loro com-

miato è un misto di commedia e di tensione.--Io resto un momento

dietro la porta e ti copro con la pistola. Non aver paura. Imita quel suo

modo anatresco di camminare. Va' piano e bada al cane, come fa lei.

Aspetta di arrivare a un paio d'isolati almeno da qua, prima di acciuf-

fare un tassì. E qualunque cosa succeda, non lasciar cadere quei cusci-

ni sul marciapiedi.

--Mio caro, mio caro, se non ti farai vedere io morirò.

--Ci sarò, tesoro.

La grossa figura scivola fuori della porta, saltella a passettini dietro

il cane che tira il guinzaglio. Lui la segue con gli occhi da dietro la por-

ta semichiusa finché può, quindi torna sopra di corsa, a guardarla dal-

la finestra.

Il cane si ferma. La figura sotto il cappellone aspetta con pazienza.

Camminanounaltropoco,dinuovosifermano.--Dannatocane!--Im-

preca lui, sudato dall'ansia. Finalmente, tra passettini e fermate, a tap-

pe quasi impercettibili lei gira intorno all'angolo e lui non la vede più.

Ora i suoi occhi sono fissi sul tassì immobile. Lei è scomparsa anche

dalla loro vista. Se hanno qualche sospetto, se si mettono in moto per

seguirla...

Scorrono i minuti lenti e tesi. Lei ormai dev'essere abbastanza lon-

tana e quelli non si sono mossi. Ormai Nova dovrebbe essere sana e

salva in tassì, in corsa verso la stazione. Quindici minuti dovrebbero

bastarle ampiamente, anche considerando il traffico e i semafori. Ce

l'hanno fatta!

Siede e fuma, aspetta pazientemente. La grassona è ancora lì con

lui. Per lei è un romanzo con la R maiuscola, lo assapora con più deli-

zia di una scatola di cioccolatini.

Ma di colpo, prima quasi che lui se ne accorga, ecco che sono passati

diciassette minuti e lei non chiama, e la sua calma lo abbandona a

ogni boccata di fumo che esala.

Venti minuti. Butta via la sigaretta, passeggia nervosamente su e

giù per la stanza.--Dovrebbe aver già telefonato, a quest'ora--dice.

--Già--assente la grassona.--Non ci vuole tanto ad arrivare alla

Northwest Station da qui.

Venticinque minuti. Mezz'ora.--Forse il telefono è guasto.--Ma

no. Lui scuote il pugno verso l'apparecchio, arde di rabbia impotente.

Adesso balza verso la porta come un leone incollerito. Da una parte

della sua faccia c'è una striatura di sudore.--Non avrei dovuto la-

sciarla andare da sola... accidenti a me! Qualcosa è andato male. Non

ce la faccio più!--dice con voce strozzata.--Vado da lei...

--Ma come farete a...

--Spiccherò la corsa e sparerò se cercano di fermarmi.--E si pre-

cipita fuori, con la grassona che gli ripete sollecita:--Resto io qui. Se

lei chiama. Le dirò che state andando...

Attraversa il vestibolo con due ampie falcate, si getta contro la porta

come un centrattacco impegnato in un'azione. E il modo migliore.

Tiene la pistola in tasca: pronta, impugnata. Sparerà attraverso la fo-

dera se necessario. Sbatte da parte il battente senza rallentare e corre

lungo la parete dell'edificio, testa e spalle abbassate.

Era dawero il tassì. Non ne proviene alcun suono, almeno non da

tanta distanza, solo un lieve fumo azzurrino vi si diffonde intorno; po-

trebbe essere quello dello scappamento se il motore fosse acceso. Lun-

go la parete che sta costeggiando lo seguono lunghe file di schizzi...

polvere e frammenti di muro... ognuno mezzo metro dietro di lui, col-

pendo il posto dove si trovava un secondo prima. Ma non lo raggiun-

gono mai.

Svolta l'angolo incolume, si gira fulmineo, spara un colpo contro il

tassì ora come aureolato di nebbia. Ha messo in moto, si sta allontanan-

do dal marciapiedi. Un tintinnio di vetri: probabilmente ha colpito il

parabrezza. Vede la macchina oscillare come ubriaca e pensa che forse

la pallottola ha danneggiato anche qualche altra cosa oltre al vetro.

Quindi spicca la corsa lungo la strada senza aspettar di vedere altro.

In vista non c'è nulla che possa essergli di aiuto... un camion che avan-

za lentamente, il furgone di una lavanderia. Ma la musichetta di una

radio si sente da qualche parte dietro l'angolo: la radio di un tassì? Ci

arriva in volata, si precipita all'interno e mette in moto il tutto quasi

nello spazio di due sole note della canzone. E al volanté lui stesso.

Il guidatore sbuca costernato dal retro con in mano delle carte da

gioco, strilla:--Ehi! Che le piglia?

--Se non le va, si arrampichi davanti e guidi lei. Ho fretta, non ave-

vo tempo di abbassare la passerella.

--E questi altri?

Nel retro del tassì ci sono altri due o tre autisti che lui ha rapiti men-

tre giocavano a carte.

--Gli facciamo fare un giretto.--A distanza di due isolati l'altra

macchina è apparsa e sta accelerando. Mentre il guidatore gli si ar-

rampica in grembo, O'Shaughnessy lo ammonisce:--Quell'altro tassì

là dietro non deve accostarcisi. Faccia quello che vuole, vada a zigzag,

voli, ma non lo lasci avvicinare! O ci rimetterà le gomme.

L'altro è allarmato.--Che ha combinato? Non mi piace questa fac-

cenda!--Ma esegue una curva che quasi li fa cappottare.

Una serie di altre curve da capogiro e una combinazione di semafori

in loro favore... è certo che la zampa di coniglio sta facendo gli straor-

dinari... e si sottraggono dawero all'inseguimento.

Mancano dodici minuti e mezzo alla partenza del treno quando lui

balza giù dal tassì alla Northwest Station, getta una banconota da cin-

quanta nel finestrino e si tuffa all'interno.

Lo fermano alla barriera.--Biglietti, prego!

--Non ne è stato lasciato uno per me?

--No.

--Allora mia moglie deve esserseli portati tutti e due in treno. L'ha

per caso vista? Una bella bionda con un gran cappello...

--A me le bionde sembrano tutte carine, oggi almeno non ne ho vi-

sta una brutta.

--Fratello, la sua vita amorosa non mi interessa, tutto quello che

voglio è andare a vedere se posso trovarla...

--Ehi, tornate indietro!

Oh, I'agonia di quel selvaggio precipitarsi a capofitto in un vagone

dopo l'altro gridando invano.--Nova! Nova!--Nessun segno di lei.

Si precipita sopra di nuovo, a un chilometro al minuto, buttando qua-

si a terra l'impiegato per la seconda volta. Otto minuti al treno, ora.

Allo sportello dei biglietti:--Due per la Costa... O'Shaughnessy...

sono stati ritirati?

--No, eccoli qui che la stavano aspettando.

Non li ha ritirati ! Allora non è mai arrivata qui ! Sette minuti per tro-

varla, in quella maledetta città! Di nuovo fuori della stazione si guarda

attorno, non sa che fare. Sgomento e pericoloso... eppure impotente.

Pronto a fare qualunque macello, ma ignorando da dove cominciare.

Istintivamente tocca, com'è sua abitudine, la zampa di coniglio. Ed ec-

co, come il genio evocato dalla lampada di Aladino, un fattorino dal

berretto rosso gli si accosta. Uno fra i molti che dardeggiano qua e là

nella stazione, ma quello giusto, proprio quello giusto fra tutti!

--Tassì, capo?

_ No. Un momento, ragazzo. Una signora bionda con un gran cap-

pello... hai visto una persona del genere arrivare qui nell'ultima mez-

z'ora?

_ Aveva un cagnolino tutto ricciuto?

--Sì ! Sì!--Afferra il fattorino per le spalle .--Dimmi che ne è stato

di lei, per amor di Dio!

Il ragazzo ride.

--Le è successo un guaio, poveretta. Aveva dimenticato a casa i sol-

t di per il tassì e il conducente non ha voluto sentir ragioni. L'ha presa

per un braccio e l'ha portata al posto di polizia.

--Quale?

_ Quella della stazione, credo.

Ed è là che la trova quando fa irruzione due minuti dopo, seduta su

una panca sotto l'occhio del sergente di servizio, cane e tutto. C'è an-

che il tassista.

--Abbiamo cercato di metterci in comunicazione con lei, giovanot-

to.--Il sergente si schiarisce la gola con aria di complicità, gli strizza

I'occhio, gli fa capire che non lo metterà nei guai. La moglie che parte

in vacanza, un'altra donna che risponde al telefono: lui capisce.

--Non ci siamo riusciti.

t --Quanto devo? Abbiamo il treno in partenza.

--Due dollari e venti--dice il tassista.

--Ecco. Tenete il resto per il disturbo

Eccoli di nuovo correre all'entrata della stazione, sbarazzati del ca-

ne e dei cuscini. Hanno tre minuti. Lui non si accorge che proprio in

quel momento sta accostando al marciapiede un tassì dal parabrezza

~ fracassato.

t ~ Non c'è bisogno di essere lettori del pensiero perché quelli capisca-

' ~ no che direzione prenderanno le loro prede. Se intendono scappare

dalla città, andranno a una delle stazioni. Così prima hanno perlustra-

to quella di La Salle Street, ora sono arrivati a questa.

Lui la trascina attraverso l'immenso atrio a volta a tutta velocità.

r Un urlo improvviso dietro di loro:--Eccoli!--Cinque uomini li inse-

guonO, uno con una benda insanguinata intorno al capo.

~j~ O'Shaughnessy non osa parlare, la stazione è piena di gente. Neppu-

re i loro inseguitori DosSono, Però: non perché si preOcCuDinO di colPi-

re qualcuno che non c'entra, ma perché stanno correndo troppo in

fretta per mirare. Un facchino viene buttato da una parte, uno dei pi-

stoleri inciampa nella valigia che quello ha lasciato cadere, ruzzola

sul pavimento lucido eseguendo una magnifica capriola. Sulle loro te-

ste gli altoparlanti tuonano:--Coast Limited: Kansas City, Denver,

Salt Lake City, San Francisco, in carrozza.

Lui la spinge attraverso la barriera che si sta chiudendo, getta i bi-

glietti all'impiegato. Uno sparo e si vede la figura in uniforme ripie-

garsi in due: pure l'impiegato ancora tenta di tener chiusa la barriera.

Succede un putiferio: urla, gente che corre, poliziotti della stazione

che convergono agitando i manganelli. Ma una figura è sgusciata via

dalla confusione, li segue di corsa, la pistola in mano. Tereshko.

O'Shaughnessy la issa in un vagone.--Prendi posto, bambina. So-

no con te fra un minuto.--Il treno sta già sussultando.

La pistola di Tereshko fa fuoco, la pallottola porta via la L di El Do-

rado, il nome della carrozza scritto a lettere d'oro e che scivola pian

piano dietro le spalle del pilota. Tereshko non ha la possibilità di spa-

rare un'altra volta. O'Shaughnessy gli è sopra d'un balzo, avventa un

pugno che incontra a metà strada la mascella dell'altro mentre si pre-

cipita verso il treno. L'uomo cade di schianto sulla piattaforma. La pi-

stola gli cade di mano.

O'Shaughnessy gli rivolge un saluto burlesco.--Ho un treno da

prendere, se no ti avrei conciato davvero!--Si volta e afferra il corri-

mano del penultimo vagone, si issa a bordo. Tereshko fissa con occhi

annebbiati il Coast Limited che si allontana.

O'Shaughnessy si lascia andare, un po' stanco, sul sedile accanto a

Nova. Apre le braccia, lei gli si abbandona sul petto, lui la stringe con

protettività feroce:--Tu sei la mia ragazza, per sempre. Che si provi-

no a toglierti a me!

Pochi minuti dopo che il suo Bellanca ha baciato la pista dell'aeropor-

to municipale di Shanghai, O'Shaughnessy è già al telefono e chiede

del Broadway Mansions, il residence dove abitano lui e Nova. Sono

sette settimane che manca dalla città, sette settimane trascorse sulle

montagne rosse dello Szechuan, il "selvaggio west" della Cina, pilo-

tando intorno il grande generale Yang, buttando per lui qualche bom-

ba e trasportando nell'interno parti di mitragliatrici da Ichang, dove i

trasporti fluviali s'interrompono.

Non è un ufficiale o un combattente nell'esercito di Yang, no: solo

un pilota mercenario che rischia il suo apparecchio e il suo collo, pa-

gato in dollari americani e che si prende una licenza di tanto in tanto.

Come ora. Sette settimane è un sacco di tempo.

E ancora vestito della tuta sgualcita e sporca, nera di grasso con la

quale è partito, ma sotto porta una cintura rigirata due volte intorno

al petto e una volta intorno alla vita, imbottita di belle aquile d'oro

solide aquile sostanziose, non più di corso legale a casa, ma buone co-

me sempre in tutte le altre parti del mondo. Quindicimila dollari; il

suo salario di duemila dollari alla settimana e una gratifica di mille

dollari per aver liquidato un carro armato il cui aspetto era antipatico

a Yang. Niente male, un salario di duemila la settimana. Ma sette set-

timane è un sacco di tempo, da qualunque parte lo si consideri.

La voce di lei gli risuona all'orecchio vibrante di ansia. Ogni volta

che il telefono suonava, Nova sperava che fosse lui... ora finalmente è

lui davvero.

--O'Shaughnessy.--Un poema d'amore in una parola. Lei spesso

lo chiama cosi.

--Sono appena atterrato e porto con me quindicimila dollari di eli-

sir di lunga vita. Apri la doccia, tirami fuori lo smoking e preparati per

le celebrazioni!

Si trattiene appena il tempo di veder sistemare il suo aereo come si

deve, poi acciuffa un tassì all'entrata dell'aeroporto.--Il quartiere

bianco. In fretta.

--Certo, capo--sorride il guidatore. Shanghai è più sofisticata di

Chicago.--Salti dentro.

La città è cambiata dall'ultima volta che ne è partito, lo sente nel

momento stesso che arrivano in periferia, attraversano i congestionati

quartieri dei nativi e passano il ponte al di là del quale c'è il quartiere

bianco. Shanghai si sta preparando per la sua distruzione, senza sa-

perlo. E una città che danza sull'orlo della tomba. Nell'aria c'è una

tenSione elettrica, mai si è vista intorno tanta gaiezza, tanta eccitazio-

ne. Le strade che convergono nel Bund sono uno sfolgorare d'insegne

al neon vistose, accecanti, che alternano gli ideogrammi ai caratteri

latini a vista d'occhio. Ingorghi di traffico a ogni incrocio, vigili che

sofffiano nei loro fischietti, marciapiedi affollati, l'urlo dei sassofoni

~ dai locali notturni, e nel cielo le febbrili stelle d'oriente e i riflettori in-

r~ crociati delle navi da guerra ancorate nel Whang-poo. E la città giu-

sta, la notte giusta per avere la più bella ragazza del mondo e quindi-

cimila dollari tutti in una volta.

Davanti a una gioielleria di lusso lui dice:--Ferma un momento.

Balza dentro, esce con un solitario in tasca.

Il grattacielo del Broadway Mansions gli sta davanti. Lui conta le fi-

nestre fino al decimo piano, ne conta tre dall'angolo. Illuminate, in at-

~tesa di lui. Butta all'autista cinque dollari.

L'ascensore sembra strisciare, lui avrebbe voglia di saltarne fuori e

spingerlo. Una coppia inglese guarda con disapprovazione la sua tuta

sporca. Il ticchettio dei passi di lei dall'interno si confonde con la lun-

ga falcata di lui nel corridoio.

--Riconoscerei i tuoi passi anche con un tampone nelle orecchie!

--Sta' attenta, ti macchierai di grasso da capo a piedi.

Entrano abbracciati, parlando insieme.--Pensavo che non tornassi

mai, stavolta!

--Diamine, come ti sei vestita in fretta. Ti trovo già pronta per usci-

re.

In realtà non lo è, sono i guanti che lo traggono in inganno. Lei porta

uno scintillante abito d'argento, lunghi guanti bianchi, ma è in panto-

fole. E ha ancora i capelli sciolti.

Lui ride.--Ma come, ti metti i guanti prima delle scarpe?

Un'ombra le oscura il viso per un istante, ma subito lei si rischiara,

arrossisce.--Oh, saperti finalmente tornato mi ha così scombussola-

ta...

Lui fa la doccia in fretta, salta nello smoking. La sorprende proprio

nel momento che lei sta litigando con un paio di scarpine d'argento...

appena in tempo per afferrare l'espressione agonizzante che sbianca

quel viso così bello. Ma eccolo ridiventare immediatamente sereno.

--Che c'è... troppo strette? Mettine un altro paio.

--No, no, non è questo, mi vanno bene. E solo che ho i piedi un po'

gonfi, fa tanto caldo.

Lui abbandona l'argomento. --Suvvia, dove vogliamo andare?

Astor House, American Club, Jockey Club?--Di nuovo ride quando la

vede inondarsi di costoso profumo, vuotandosi letteralmente addosso

la bottiglia.--Oh, a proposito, forse sarà meglio che ci trasferiamo da

un'altra parte. In questa casa ho l'impressione che ci siano dei proble-

mi con le fognature, si sente un odore strano qui dentro... come di pu-

trefazione...

Ora per un fuggevole istante il viso di lei è stravolto dall'espressione

disperata dei condannati. Nova gli si aggrappa al braccio con selvag-

gia urgenza.--Andiamo, andiamo. Usciamo, caro. E una notte così

bella e tu sei di nuovo qui con me e... Ia vita è tanto breve!

L'atmosfera di tensione elettrica che pervade la grande città sull'or-

lo dell'abisso è più percettibile che mai nel cabaret tenuto da russi

bianchi dove vanno a finire. Si chiama, non del tutto incongruamente,

New York. Infatti non pare per nulla di essre in Cina. Una bionda pla-

tino dagli occhi a mandorla ha appena finito di guaire, con un accento

da Mott Street, I'ultimo successo di Broadway.

O'Shaughnessy riconduce Nova al tavolo scusandosi:--Lo sapevo

di non essere proprio tagliato per ballare, ma non credevo di essere un

tale disastro finché non ti ho guardata in faccia poco fa. Avevi un'e-

spressione come se stessi sul cavalletto di tortura. Perché non me l'hai

detto, bambina...

--No, non eri tu, caro...--ansima lei fievolmente.--Sono... sono i

miei piedi che mi stanno uccidendo.

--Però ho qui qualcosa che ti guarirà. Ci siamo visti poco ultima-

mente, signora O'Shaughnessy, ma ora che sono tornato... vedrai co-

me apprezzo la mia splendida moglie.--Tira fuori di tasca il solitario

da tremila dollari, glielo mostra.--Togliti il guanto, tesoro, e fammi

vedere che figura fa questo faro sulle tue belle dita...

Il viso di lei è una livida maschera di angoscia. Lui le prende la de-

stra.--Su, togliti il guanto.

Il gesto fulmineo, terrorizzato con cui lei gli sottrae la mano la tra-

disce. Il sorriso si cancella lentamente dalle labbra di lui.--Che suc-

cede... non vuoi il mio anello? Stai cercando di nascondere qualcosa,

con quei guanti? Li portavi quando ti sei pettinata, li portavi perfino

quando hai messo la cipria... Che c'è sotto? Toglili, lasciami vedere.

--No, caro, no!

La voce di lui si fa dura.--Sono tuo marito, Nova. Sfilati quei

guanti e laciami vedere le tue mani.

Lei si guarda intorno agonizzante.--Non qui, amore mio! Oh, non

qui !

I singhiozzi le lacerano il petto mentre cerca di tirarsi via un guan-

to. Ha gli occhi brucianti di supplica.--Soltanto un'altra notte, dam-

mi soltanto un'altra notte...--sussurra con voce rotta.--Ripartirai

di nuovo da Shanghai tra così poco tempo! Non guardarmi le mani,

caro, se mi amn..

Il guanto scivola finalmente, cade sul tavolino e di colpo lui sente un

gelido orrore penetrargli il cervello, batterlo, sconvolgerlo, annientar-

lo. L'impatto spietato lo fa barcollare sulla sedia, tanto che deve ag-

grapparsi ai braccioli per resistere alla vertigine.

O_uello che vede è un artiglio... due delle dita hanno le estremità già

denudate di carne fino alla seconda falange; ad altre due non ne aderi-

Scono che pochi brandelli avvizziti, esangui, putrescenti. Solo il polli-

ce è intatto, ma ha già un aspetto malsano, gonfio e floscio. La mano di

un cadavere, la mano di uno scheletro... su un corpo vivo. Un corpo

che solo poco fa era tra le sue braccia, sulla pista da ballo.

Un odore nauseante, la puzza del decadimento, della tomba, avvol-

ge ora i due.

Una donna indica la cosa dal tavolo vicino, urla. L'ha vista. Si na-

sconde la faccia, si rifugia contro la spalla del suo compagno, rabbrivi-

dendo. Ecco che anche lui la vede e di colpo il colletto della camicia

pare essergli diventato troppo stretto.

Anche altri vedono, a uno a uno. Una nube di terrore impalpabile

sembra spandersi all'intorno, dalla cosa orribile che giace lì, in piena

uce, sul tavolo di O'Shaughnessy... Io scheletro alla festa!

Smarrita lei mormora in quel silenzio sgomento:--Volevi che met-

tessi il tuo anello caro...--e lo fa scivolare sull'osso denudato che

sporge come una protuberanza nodosa dalla sua mano. L'anello è len-

to, scivola alla base della cosa e vi rimane appeso, rutilante di baglio-

ri. Un orrore inconcepibile, quel brillante sul dito di uno scheletro.

L'ipnosi si spezza; forse è lo scintillio dell'anello che provoca quel-

l'effetto, liberandolo, restituendolo a una sembianza di controllo su se

stesso. E così colposo e reale, così fuori posto. Non può parlare ma di

colpo afferra Nova, I'attira a sé, le loro sedie si rovesciano, le coppe di

champagne s'infrangono sul pavimento. Con un lembo della giacca lui

avvolge e nasconde la cosa che è stata la sua mano, se la stringe al pet-

to, trascina via la donna avvolgendola della protezione del suo brac-

cio. Passano lasciandosi dietro il bagliore di un abito d'argento, un ali-

to di gardenia, un soffio di decomposizione. La morte è stata portata

via da quel luogo dove i viventi si divertono. L'anello scivola dalla

scheggia d'osso insufficiente a trattenerlo, rotola dimenticato a terra.

--Non così in fretta, caro--ansima lei.--Anche i miei piedi... sono

così. E le ginocchia.

Dopo, nel tassì che sfreccia attraverso le ironiche costellazioni che

un'ora prima erano il Bund, lei dice:--La vita è stata bella, comun-

que, finché è durata. Solo starti vicina è stato... è stato tutto per me.

Lui ripete ciò che ha già detto una volta:--Nessuno ti toglierà mai

a me, nessuno!

Il medico inglese dice:--Mi pare che non sia niente di buono, sa

vecchio mio...

O'Shaughnessy ringhia qualcosa tra le labbra livide.

Il medico tedesco dice:--Non ho mai visto nulla di simile. Questo

caso diventerà sensazionale!

--Il caso magari sì, ma che ne sarà di lei? Questo m'interessa!

--Caro signore...

--Ho capito. Mandatemi la parcella.

Il medico americano dice:--C'è un'infima possibilità... quella che

voi chiamereste mille a uno... che l'olio di chaulmoogra possa farle be-

ne.

--Ma non avevate detto che non era lebbra?

--Non lo è infatti. Forse è un'oscura malattia cinese di cui nessuno

di noi ha mai sentito parlare. Sembra che lei stia diventando un cada-

vere vivente. Gli organi intemi sono intatti, per ora, lo dimostrano gli

esami; è la muscolatura esterna che si sta decomponendo. Se il proces-

so continua... e pare che non possiamo far niente per fermarlo... ci ri-

troveremo con uno scheletro vivente! Allora, però, naturalmente lei

morirà.

Il medico francese... i francesi sono tipi razionali e quindi buoni dot-

tori... dice:--M'sieu, temo che i miei colleghi non abbiano considera-

to la cosa dal giusto punto di vista...

Il viso sciupato di O'Shaughnessy s'illumina.--Cosa può dirmi?

--Solo questo: non c'è speranza. Sua moglie è perduta. Se è un uo-

mo compassionevole... noti, non le do questo consiglio come medico

ma da marito a marito... vada in una fumeria d'oppio di Chapei, ne

compri una quantità sufficiente e...

O'Shaughnessy risponde con voce soffocata:--Non sono uno che si

dà per vinto. Non voglio abbandonare la partita.

C'è una grande pietà negli occhi del medico.--Vada a Chapei, mon

ami. Ci vada stasera. Lo dico per amore della sua sanità mentale. Che

non resisterà alla vista di ciò che si presenterà ai suoi occhi tra qual-

che settimana.

Il pilota pronuncia due volte il nome di Dio, si nasconde il viso col

braccio ripiegato. Il francese gli mette una mano sulla spalla.--Mi

rendo conto di ciò che ha tratto in errore gli altri. Hanno cercato una

malattia dove non esisteva malattia alcuna. Lei non è malata, è lo sta-

to stesso della morte che la possiede. Come dire? Quella carne che si

va decomponendo, che imputridisce, è paradossalmente tessuto sano.

Il microscopio non mente. Vede è come quando una persona viene uc-

cisa, diciamo, da una pallottola. Per tutto il resto è sana, no? Pure gia-

ce nella tomba e la natura dissolve la sua carne. Ecco quel che abbia-

mo qui: l'effetto senza la causa...

Dopo qualche tempo O'Shaughnessy scopre la faccia, si alza, si av-

via lento alla porta.--Lei almeno è onesto--dice.--Bene, la scienza

medica mi assicura che è come se lei fosse già morta. Ma io non mi ar-

rendo. C'è ancora un modo.

Il dottore fa una spallucciata, sfiduciato.--Quale? A che modo pen-

sa? A Lourdes?

--E un modo spaventoso--risponde lui--ma ora è l'unico.

Barcolla fuori nel sole smagliante, erra senza meta, sprofondato nel-

la sua disperazione. E a un certo momento si trova a tremare da capo

a piedi, improvvisamente.

Paura. Di nuovo ha paura, per la pirma volta da quando era un ra-

gazzino. Prova quella paura che aveva creduto di non poter conoscere

mai più. Quella paura che nessun'arma, nessun pericolo, nessun cata-

clisma naturale sono stati capaci d'ispirargli fino a questo momento.

Eccola ora che gli scorre gelida per le vene nell'afa pomeridiana. Pau-

ra per la donna che ama, l'unica paura che possa sgomentare total-

mente un uomo coraggioso.

Paura del modo, il modo di cui ha parlato al dottore. Paura di ciò

che esso implica. Alle sue orecchie risuona ancora la voce folle, urlante

nelle tenebre:--Tornerete da me strisciando, a supplicare perché vi

aimi! Quella sarà la mia rivincita!

E la sua risposta! Oh, non è la certezza che la sua vita farà parte del

prezzo che gli verrà richiesto a farlo tremare; né qualunque orrore,

qualunque tortura che la mente di un pazzo possa escogitare d'inflig-

gergli per vendicarsi. Lui è pronto a sopportare tutto col sorriso sulle

labbra per dare a lei un'ora, un giorno, una settimana di vita in più.

Ma teme ciò che verrà dopo, ciò che lei dovrà affrontare sola, senza di

lui. La barriera di filo spinato che la imprigionerà con un maniaco,

che la terrà rinchiusa come un animale in gabbia dopo che lei ha cono-

sciuto il mondo. Meglio se l'avesse lasciata lì come l'aveva trovata...

Ma il modo è quello e non ne esistono altri. E una volta raggiunta la

decisione il tremore lo abbandona. Non vaga più senza meta. Può

guardare in faccia il destino senza paura.

Ha in tasca i biglietti del piroscafo, quando torna al Broadway Man-

sions. Su tutto il corridoio, dall'ascensore alla porta del loro apparta-

mento, indugia pesante una nuvola di profumo... per nascondere un

odore molto diverso.

Lei è distesa sul letto, sostenuta da cuscinit e una cameriera cinese

le fa vento. Lui sobbalza, si arresta sorpreso. Il folle tempo del suo sbi-

gottimento sembra esser tornato indietro a quella terribile notte,

quando lui era arrivato dalle montagne dell'interno... e non sapeva

nulla ancora. Perché lei è bellissima come sempre ma anche compo-

sta, serena, quasi sorridente, cancellati i segni che la coscienza della

fine orribile le aveva incisi sul viso.

--E arrivata la maschera.--Dice lei con voce lievemente risonan-

te. E quella che porta e che lui vede: una riproduzione perfetta dei suoi

lineamenti, cesellata da un abilissimo artigiano cinese dietro richiesta

di lei. Ha implorato terrorizzata che gliela facesse fare prima che il

suo viso diventasse irriconoscibile. Non per se stessa, ma per l'uomo

che ora è lì e la guarda... I'uomo al quale la vita e l'amore hanno sorri-

so e al quale la vita e l'amore, e il sorriso insieme, sono stati strappati.

Con un gesto lui accenna alla cinese di uscire.

Quando sono soli Nova chiede, indifferente come se volesse sapere

che tempo fa:--C'è speranza?

--Non qui.--Non è la prima volta che la domanda e la risposta si

ripetono, quindi non c'è più trauma.

Lui vede un sacchetto di tela pesante sul comodino accanto al letto.

--Cos'è?

--Un altro agente di Yang è venuto mentre eri fuori. Ha lasciato

dell'oro per te, e insieme la minaccia appena velata che il tuo té sarà

molto amaro se non ti ripresenti subito. Credono che tu voglia pian-

tarli. Meglio che torni da loro, carissimo.

--Neanche per sogno, tesoro. Ho venduto l'aereo. Torniamo negli

Stati Uniti. Ti riporto da Denholt.

Lei rimane in silenzio molto, molto a lungo. Lui la vede rabbrividi-

re, irrefrenabilmente sotto la pesante vestaglia di broccato, come era

successo anche a lui nella via assolata.

Le siede accanto.--Nova, ormai sei con me da quasi un anno. Hai

conosciuto tante ragazze della tua età, sai che nessuna di loro ha im-

parato a parlare e a camminare tardi come te. Evidentemente a te è

accaduto qualcosa di grave, e un solo uomo al mondo sa che cosa sia e

come rimediarvi. Quelle iniezioni... non capisci ora che lui con quelle

ti manteneva in vita? Non abbiamo alternative: dobbiamo tornare da

lui e avere il suo siero.--Amaramente tira fuori una valigia e l'apre.

Aggiunge:--Non fui così furbo come credevo allora. Avrei dovuto sa-

perne di più. E questo che ci ha sconfitti...

Discendono il Whangpoo fino allo Yangtse, fino al Mar della Cina.

Ormai la loro è una corsa contro il tempo, una corsa contro la morte. E

le probabilità paiono tutte contro di loro. Hanno da valicare il più

grande oceano della terra, quindi un intero continente da ovest a est.

Ci vorranno come minimo tre settimane. Potrà lei sopravvivere tanto

a lungo per pura forza di volontà? O hanno aspettato, come sciocchi,

finché non è stato troppo tardi? E poi, come possono esser sicuri che il

soccorso li attenda alla fine del lungo viaggio, perfino il soccorso che

ambedue temono tanto? Forse Denholt se n'è andato: e come ritrovar-

lo in tempo? O la sua pazzia può averlo sopraffatto. Forse in quello

stesso istante lui è stretto in una camicia di forza, il suo cervello anda-

to. Sì, le probabilità a loro favore sono ben poche. Ma... almeno esisto-

no.

Lei è allungata su una sdraio sul ponte, avvolta fino al mento in pe-

santi coperte; il bellissimo viso della maschera tra i capelli d'oro non

sorride mai, non è mai triste, non cambia. Solo gli occhi sono vivi, e la

voce. Lui segue sulle carte il loro progresso quotidiano. Torna a fare i

calcoli cento volte al giorno, pregando di poter avanzare di qualche

millimetro la linea in inchiostro rosso che segue il percorso del piro-

scafo.

Kobe. Cattive notizie. Un giornale anglo-giapponese si è impadroni-

E to della loro storia e l'ha stampata. Deve averla pescata da indiscre-

zioni circolanti a Shanghai. La paura di lei emerge perfino attraverso

la maschera.--Ecco. Lo sanno. "Bellissima donna in preda a una

morte vivente. Il primo caso al mondo di simile male. Il marito la sta

portando a casa..."

~ Un lungo singhiozzo profondo.--Non vedi? I giornali americani se

F~ ne impadroniranno, seguiranno la nostra storia minuto per minuto, le

E daranno la massima pubblicità. E c'è il tuo nome. Queui che volevano

farci del male sapranno che si tratta di noi, sapranno che stiamo tor-

nando indietro. Aspetteranno che sbarchiamo, poi... non ce la faremo

mai, mai. Oh, caro, torniamo indietro! Lasciami morire in Cina... che

~_ differenza fa? Ti ho già provocato abbastanza dolore, non lasciare che

S io sia causa di...

Lui la prende fra le braccia, la tiene stretta.--Sembra proprio che

tu non abbia una grande stima della mia abilità a prendermi cura di

noi due.

Involontariamente lei tende una mano per carezzare il viso chino

sul suo; ma subito ricorda e lascia ricadere l'artiglio inguantato.

Passano i giorni. La storia si è sparsa ora, e il piroscafo è un alveare

ronzante di curiosità. La gente trova tutti i pretesti per accostarsi alla

sdraio di lei, per passarvi davanti in modo da potersi poi voltare e

sbarrare gli occhi. O'Shaughnessy sente due uomini scommettere che

lei non raggiungerà viva San Francisco. Un pomeriggio Nova cerca di

fumare una sigaretta per tenerlo un po' su. Aspira attraverso le labbra

della maschera, il fumo esce dall'attaccatura dei capelli, dalle tempie,

da sotto il mento. Un cameriere a quella vista lascia cadere un vassoio

di bicchieri pieni. Dopo di ciò lei non si muove più dalla cabina.

Tremila anni dopo sono a Honolulu. Collane di fiori e mandolini sul

ponte, nella cabina in penombra un essere muto e immobile, saturo di

profumi, coperto di fiori freschi come se fosse già nella bara. E troppo

doloroso oramai forzare i piedi scarnificati a reggere il peso del corpo

per più di pochi istanti alla volta, anche se sono awolti in bende. I

giornalisti cercano di forzare l'ingresso per vederla. O'Shaughnessy

deve usare i pugni per tenerli a distanza.

Di nuovo in mare per l'ultima tappa del viaggio. Talvolta lui si chi-

na su Nova, le sussurra come l'allenatore di un pugile sfortunato che

ha concluso la ripresa in svantaggio:--Puoi farcela. Solo un altro po-

co, tesoro. Fallo per tuo marito.--Talvolta a notte alta sale sul ponte

e scuote il pugno chiuso... a che? Al piroscafo, all'oceano sconfinato,

all'orizzonte che non si avvicina mai, alle stelle indifferenti?

La zampa di coniglio gli è rimasta praticamente in mano per tutto il

viaggio. E ormai completamente spelacchiata dallo strofinio del suo

pollice, che ha sviluppato quasi il tic di ripiegarsi verso il palmo muo-

vendosi come a carezzare qualcosa.--Ce la faremo, io e te--sussurra

lui, torvo, al suo portafortuna.

Finalmente San Francisco. Gettano l'ancora nella baia... ce l'hanno

fatta! Tutti e tre, lui, lei e la mascotte. Dietro la maschera risuona an-

cora una voce: debole, senza fiato ma viva. E sono ancora vivi gli occhi

nella doppia cornice delle ciglia, quelle vere e quelle artificiali.

Lui ha telegrafato dalle Hawai per fissare un aereo, che ora è pronto

e lo aspetta all'aeroporto laggiù a Oakland. Riesce a far passare Nova,

distesa in una barella, attraverso la massa solida di giornalisti che si

accalcano sui ponti, giù per la passerella, mentre i flash lampeggiano

intomo a loro come costellazioni. La solleva e la porta in un'automo-

bile in attesa davanti alla dogana, e ancora i giornalisti sono intorno a

loro come un branco di segugi latranti. C'è solo un uomo che non lo

mitraglia di domande, non dice una parola... lancia solo una lunga oc-

chiata al bellissimo viso sul corpo avvolto nel bozzolo di coperte che

viene trasferito dalla barella alla macchina, e poi si tuffa nella più

prossima cabina telefonica. O'Shaughnessy non gli è abbastanza vici-

no da sentire che l'uomo fa una chiamata interstatale...

Ecco l'aereo, con un secondo pilota per darsi il cambio con lui. Sono

in volo verso est.--E non atterriamo né per la neve, né per la pioggia,

né per la nebbia, né se il motore ci pianta, finché non si arriva a Loui-

sville--dice O'Shaughnessy.

Per tutta la giornata sfrecciano nello spazio.--Ha quella mappa del

Kentucky che le ho chiesto di procurarmi?

Infine localizza la montagna, vi traccia intorno un grosso cerchio.

--Atterriamo qui, esattamente.

--Ma su quale pista? Ce n'è almeno una? Sarà buio molto prima

che ci arriviamo--protesta il secondo pilota.

--Atterreremo in quel punto-- è la risposta implacabile di

O'Shaughnessy--quando pure dovessimo far diventare questo aereo

una catasta di stecchini. Qui, verso l'orlo del cerchio, dove questa stra-

da secondaria si diparte dalla statale e sale verso ovest. E il punto più

vicino che possiamo raggiungere.

--Si metta in contatto radio con una delle città più vicine, fissi una

macchina che l'aspetti in quel punto, allora. Farà prima.

--Già, ha ragione--annuisce lui. Comincia a chiamare il capoluo-

go della contea.

Nova scuote la testa. Lui le si china accanto per sentire cosa vuole

dirgli.--Se indichi per radio il posto dove vogliamo atterrare... può

essere che tu lo faccia sapere anche a loro. E ci saranno addosso...

--Come possono batterci in velocità, a meno che non siano già nelle

vicinanze?

--Ma è questo il fatto, potrebbero esserci. Tu hai telegrafato da Ho-

nolulu e hai chiesto una carta di questa contea. Loro possono aver in-

tercettato il messaggio. E se ora si trovano nel raggio della nostra ra-

dio, sapranno in che punto esatto dovranno trovarsi.

--Ci si trovino e il diavoli li porti!--è tutto quello che lui risponde.

Manovra i pulsanti.--Pronto, Wellswille? Qui un aereo privato in vo-

~ lo verso di voi con a bordo un passeggero mortalmente malato. Abbia-

t~j rnO urgente bisogno di trasporto a terra...

Allò, qui Wellswille. Qui Wellswille. Non abbiamo comodità

~adatte al vostro caso.

--Non chiediamo un ospedale per il paziente. Ci serve solo un mez-

174 ~ 175

zo di trasporto. Voglio un'automobile nel punto dove la statale dician-

nove incrocia l'autostrada.

--Be'... non saprei.

--Avrà letto i giornali ultimamente--latra lui.--Io sono Penny

O'Shaughnessy!... Sì, sì quello della ragazza in preda alla morte viven-

te, se proprio vuole saperlo! Ora me la manda una macchina dove le

ho chiesto?

--Vengo io personalmente.

--Non vogliamo pubblicità, venga solo. Dovremmo esser lì per le

dieci. Inclini i fari verso l'alto per farci da guida, continui ad accender-

li e spegnerli a intervalli di due minuti, dovremo atterrare a buio pe-

sto. Se ce la facciamo senza trasformarci in frittelle, si tenga pronto a

partire istantaneamente. Non ci venga meno, una vita umana è in pe-

ricolo e questa è la sua unica possibilità.

Un'ora dopo il tramonto Louisville è un tappeto tempestato di pun-

tini luminosi, con lunghe linee occhieggianti che se ne dipartono in li-

nea retta come collane di perle scintillanti. Si dirigono a sudest, verso

il confine col Tennessee.

Alle nove avvistano una linea continua di punti luminosi, dritta co-

me una freccia. La seguono, volando ora così bassi che i fari di qualche

macchina in viaggio per l'autostrada sembrano sfiorare il ventre del-

I'aereo. E dopo trenta o quaranta minuti appare una lucciola nella

campagna buia. Si accende, si spegne, si accende, si spegne...

O'Shaughnessy afferra per le spalle Frazier, il secondo pilota, giubi-

lante.--Ha visto? Mi dia i comandi! A me riuscirà... niente può andar-

mi sbagliato ora!

Girano in una spirale sempre più stretta, si abbassano quasi a tocca-

re il tetto dell'automobile in attesa.--Si tenga forte!--esclama lui e

porta brevemente una mano alla tasca dov'è chiuso il suo portafortu-

na. La terra sale a incontrarli, liscia e nera come una lavagna. Un urto,

un sobbalzo, ancora un sobbalzo, un breve tratto di corsa sul carrello,

una frenata. Lui spegne il motore.

L'automobile che li aspetta ha abbassato i fari per far loro da guida. E

in un campo. Portando Nova a braccia, i due piloti vi si dirigono se-

guendo un sentiero di luce. Il guidatore scende, aiuta O'Shaughnessy a

sistemarla sul sedile di dietro. Ed ecco che una sagoma scura e immo-

bile appare un poco più su, ombreggiata dagli alberi che la nascondo-

no quasi completamente... si materializza come una seconda macchi-

na, ferma, oscurata, apparentemente deserta.

Frazier, che si è fatto da parte, di colpo grida:--Ehi, qui nel fosso

c'è il corpo di un tizio..

--Pigliatela calma, fratello--esorta una voce. Un lampo arancione

parte da un punto proprio dietro la prima automobile. Un'esplosione

infrange la quiete della notte, e il pilota si piega verso la strada come

se ci fosse una moneta e lui languidamente si chinasse a raccoglierla.

O'Shaughnessy non aspetta di vederlo cadere. Balza verso Nova,

vuole strapparla da quella macchina che è una trappola. Ma al di so-

pra del corpo di lei aleggia l'ovale sfocato di un altro viso, rivolto ver-

so di lui.

_ Neanche per sogno--dice una voce ironica.--Lei viene con noi.

si ricomincia da dove c'interrompemmo quella notte... e stavolta non

ci lasceremo imbrogliare!

Un secondo lampo balza ora verso O'Shaughnessy. Per un'infima

frazione di secondo il mondo intero pare immobilizzarsi. Poi si sente

la detonazione della pistola, un urto immenso lo squassa in tutto il

corpo come se fosse finito a capofitto contro un muro di pietra, e un

oceano di dolore lo inghiotte.

Una voce indistinta dice dall'ombra, mentre il suolo gli si alza velo-

ce incontro:--Finitelo voialtri! Ormai mi succede di non fidarmi più

che siano morti dawero, anche se sembrano proprio cadaveri!

Tre comete dardeggiano verso il corpo giacente a terra. Frammenti

di asfalto gli esplodono accanto alla tempia. Un ferro rovente gli tra-

passa il fianco, mentre qualcosa come una martellata gli percuote la

spalla. Sente la propria bocca aprirsi: forse tenta di dire qualcosa.

Da lontano, molto lontano, due voci lo raggiungono:--Hai sentito

E dove volevano andare?

--Sì, e pare proprio una buona idea...

Sopra di lui il motore ronzante scoppia in un ruggito, I'aria che cer-

ca di respirare gli viene sottratta, una nuvola di polvere e brecciolino

lo avvolge. Vede una luce rossa allontanarsi; ecco, ora è sparita. Lui è

solo, solo con il pilota che giace più lontano e un altro tizio che non ha

mai visto, al quale ha solo parlato per radio.

Vorrebbe tanto addormentarsi... morire... Io chiamano... ma non

può. Qualcosa lo disturba, lo tiene sveglio. Qualcosa che deve assolu-

L tamente ricordare. Non si tratta di Nova né del pilota, si tratta di

quell'altro tizio, I'estraneo.

Improvvisamente ricorda. Il tizio aveva una macchina. L'aveva por-

tata per lui. Adesso è morto, ma l'automobile è ancora lì, nascosta sot-

~ to gli alberi. L'ha vista con i suoi occhi.

E Deve arrivare a quella macchina. Lui magari sarà mezzo morto, ma

~- la macchina può portarlo dove deve andare. E deve andare da Nova,

dovunque essa sia.

F o Per prima cosa si rotola prono, e un mucchio di roba bagnata e cal-

da gli esce dalla spalla, dal fianco e dal petto. Questo gli fa capire che

il suo corpo è ancora vivo, perché duole come un accidente. Si butta

dalla parte sana, puntella a terra il braccio intatto che gli è rimasto

per utilizzarne la spinta.

E riusCitO a girarsi in cerchio e vede il tizio, poi il pilota, poi l'auto-

mobile. Comincia a trascinarsi in quella direzione. Sa bene che è inu-

tile tentare di mettersi in piedi.

Si ferma accanto al pilota, lo tocca, lo scuote un poco.

Frazier si muove appena, geme appena.

O'Shaughnessy si muove centimetro a centimetro verso l'automobi-

le. Si muove come un verme, contraendosi e raddrizzandosi, contraen-

dosi e raddrizzandosi; ma non come un verme sano, piuttosto come un

verme che qualcuno abbia schiacciato. Lascia dietro di sé una traccia

umida sull'asfalto.

E facile rizzarsi fino al predellino, ma arrivare attraverso chilometri

di sportello lucido alla maniglia è un'altra cosa. Ci riesce, chissà come.

Il finestrino è abbassato, per fortuna, una mano sulla cornice lo aiuta

a sostenersi. Si lascia cadere sul sedile.

La luce dei fari ora illumina in pieno i due corpi giacenti. La mac-

china traballa, sbanda, si raddrizza.

La corrente di aria fredda dai finestrini toglie un po' di ragnatele dal

suo cervello intontito. Ora sa dove quelli sono andati, dove seguirli.

"Hai sentito dove volevano andare?n ha detto la prima voce, e la se-

conda ha risposto che sembrava una buona idea.

Ecco finalmente il sentiero di terra battuta che s'interseca con la

strada e porta i segni del passaggio recente. Così ripido e pieno di cur-

ve è difficile da percorrere con un braccio solo a tenere il volante

La barriera di filo spinato ora corre da un lato della salita. Lui si

chiede se Denholt sia ancora dietro quel riparo. Ma ecco che vede la

cinta afflosciata a terra e una larga breccia al posto del cancello, e sa

come quelli abbiano fatto a entrare.

Entra anche lui, frena solo quando la loro automobile messa di tra-

verso gli blocca la strada. Al di là appare pallida la sagoma della casa.

Striscia fuori dal sedile, barcolla in avanti, si trova sotto il porticato.

Si aggrappa allo stipite della porta un momento. Non c'è nessuno di

guardia.

Non si sono neanche preoccupati di chiudere la porta, tanto sono si-

curi di aver lasciato tutti i possibili avversari morti laggiù, all'incro-

cio con l'autostrada. La luce bianca del laboratorio gli fa da guida. So-

no tutti lì; mentre si trascina sempre più vicino lui può sentirne le vo- ~

ci. Una è più alta delle altre, risuona stridula, minacciosa. 3

--Non venire a dirci che non sai cosa vogliamo! Perché quella bar-

riera di filo spinato e tutte quelle altre precauzioni se quel che cerchia-

mo non fosse qui? Perché questa ragazza, la Brown, correva qui a rot-

ta di collo con quel fesso che dice suo marito? E proprio il posto adatto

questo, altro che! E noi sempre a pensare che fosse in Florida! Tipico

del capo, davvero, andarsene in crociera da una parte per metterci su

una falsa traccia, e spedire i baiocchi dall'altra. Era furbo, non c'è che

dire, ne ha pensati un sacco di trucchi come questo. Ora fatti furbo tu,

idiota!

_ Nnr r' ~ n n~ l i, Non SO chi siate. cosa vo~liate, ma non c'è de-

naro qui. Solo... solo i risultati di una vita di... Per amor di Dio, state

attento!

La voce di Denholt. Già O'Shaughnessy è arrivato alla soglia e resta

Iì senza che nessuno lo noti. Gli voltano la schiena tutti, anche Nova

tenuta crudelmente ritta da due di loro. Solo Denholt lo fronteggia, lé

spalle al muro.

Anche da dietro lui riconosce una di quelle schiene: è Tereshko.

10

Vicino al suo braccio c'è un alambicco colmo di liquido incolore; I'ha

appena sfiorato col gomito facendolo traballare. Ma come Denholt

glielo indica, si china a guardarlo. La supplica frenetica ha su di lui

I'effetto opposto: si tratta di una cosa che quel vecchio pazzo ritiene

preziosa, quindi il suo impulso è di distruggerla immediatamente.

Con gesto deliberato la spazza via dallo scaffale.--Al diavolo la tua

robaccia! Tutto questo è solo una mascheratura chi credi di fregare?

L'alambicco s'infrange al suolo, il liquido si vérsa, si allarga, ormai

irrecuperabile.

Dalla gola di Denholt esce un grido strozzato, angoscioso. Il vecchio

balza contro di lui che ha distrutto il lavoro di tutta la sua vita. La pi-

stola di Tereshko esplode quasi con indifferenza, Denholt barcolla, si

piega lentamente in ginocchio come un penitente in preghiera.

Dopo un poco lo sentono mormorare:--Sì, è meglio così... ora.--

Si affloscia prono.

Ora è O'Shaughnessy a gettarsi contro Tereshko, e i quattro che gli

stanno dietro vengono sparpagliati dal suo assalto selvaggio. Nova

ora libera, sta per cadere; si sostiene al bordo della tavola operatoria. I

quattro si girano a guardare chi è il nuovo venuto e nella loro sbigotti-

ta incredulità dimenticano di usare le pistole. Tereshko cade all'indie-

tro, la gola serrata dal braccio dell'assalitore che con l'altra mano lo

Colpisce dove può, alla testa, alle costole.

~ La lotta dura ben poco: è troppo ineguale. I quattro si riprendono

r dalla sorpresa, gli si fanno addosso. I calci delle pistole piovono sul

corpo di O'Shaughnessy, gli farmo lasciare la presa, lo schiacciano a

terra.

Tereshko trema di rabbia.--Non lui ancora!--protesta, come con-

tro un'ingiustizia.--Accidenti, non fanno altro che morire e poi rial-

zarsi e rimettersi a camminare! Che diavolo, usiamo forse pistole ad

5 aCqua? O questi qui hanno tutti nove vite?

--Un momento!--E stata la maschera a parlare, e i cinque uomini

179

guardano stupiti il viso impassibile che li fronteggia. Se anche prima

non ha mai mentito, ora certo mente: così calma, così serena, per nul-

la turbata da una scena simile.--Che volete da noi... da me? Perché ci

braccate così? Che vi abbiamo fatto di male?

Tereshko sogghigna:--Tu sei la ragazza di Benedetto, no? Sei Jane

Brown, no? Lo dovresti sapere che vogliamo da te. Noi abbiamo fatto

il suo sporco lavoro per sette anni, e alla fine sei arrivata tu a papparti

il guadagno. Dove sono i soldi che lui ha accumulato in quei sette an-

ni, quando una percentuale su ogni bicchiere bevuto finiva dritta nelle

sue tasche? Dov'è il milione e mezzo di dollari che sparì quando lui fu

arrestato?

--Io non ho mai visto né conosciuto questo Benedetto--dice lenta-

mente la maschera.

--Sgualdrina bugiarda! Quella è la faccia che lui ha baciato tante

volte davanti a tutti noi. La faccia che si teneva sulla scrivania in una

cornice di diamanti. La voce che lo chiamava Benny-tesoro. Gli occhi

che piansero quando lui fu spedito in prigione... Certo! Tu sei Jane

Brown e basta!

Due mani guantate escono dal mantello che l'avvolge tutta, armeg-

giano un poco dietro le orecchie, in mezzo ai capelli d'oro.--Guarda-

temi più da vicino... e ditemi se sono la ragazza di Benedetto... se sono

Jane Brown!--La maschera cade, eppure si ripete identica nel viso

che c'è sotto, ancora intatto, solo più pallido.

Quelli trattengono il fiato dalla sorpresa. Ma poi Tereshko dice nel

silenzio:--Ebbene, portavi una maschera... e allora?--Però la voce

un poco gli trema.

Le mani di lei scendono ai fermagli del mantello, ne afferrano i lem-

bi per aprirlo.

--Guardatemi ancora--esorta lei--e poi ditemi se mi riconosce-

te!

--No, Nova... no!--grida O'Shaughnessy da terra.

La voce di lei si fa dolcissima.--Chiudi gli occhi, O'Shaughnessy...

chiudi gli occhi e tienili chiusi, se mi ami. Perché nessun amore po-

trebbe sopravvivere a questo, nessun amore al mondo

Docile, lui serra le palpebre. Sente il fruscio del mantello di lei, la

corrente d'aria che provoca aprendosi. Vicino a lui risuona come un

singhiozzo. Una pistola cade a terra. Poi un urlo selvaggio, terribile...

un improwiso pestare di piedi che corrono verso la porta. I cinque

fuggono, fulminati dal terrore.

--Via da me! Chi sei, chi sei?

La voce di lei ha ripetuto la domanda... chiara, serena, sepolcrale:

--Ora... sono dawero la ragazza di Benedetto? Sono la ragazza di

qualcuno?

I passi impazziti risuonano sulle assi del porticato. Una porta sbat-

te. Il motore di un'automobile si accende... Ia marcia stride, ingrana

appena. Il rumore della macchina si perde in lontananza. Poi all'im-

provviso uno scroscio, un fracasso di lamiere infrante vola nell'aria

della notte. Fievole, ultimo, risuona un lamento di dolore e di morte...

quindi cade il silenzio come un sipario sull'ultimo atto di un dramma.

Nel laboratorio per lunghi minuti nessumo si muove.

--Sono andati fuori strada--dice teso O'Shaughnessy. Apre gli oc-

chi e vede Nova di nuovo chiusa nel mantello. Dev'essere davvero mo-

ribonda, pensa, per aver spinto i vivi a fuggire come pazzi verso la

morte solo con la sua vista.

Una pistola giace sul pavimento, è tutto quel che resta dei cinque.

Lentamente, penosamente O'Shaughnessy si trascina verso Denholt,

gli si accascia vicino, riesce a rivoltarlo. Gli occhi dello scienziato lo

fissano, ancora vivi.

La voce del pilota è sorda, stridente:--Deve salvarla. Deve. Mi uc-

cida se le ho fatto un torto... ma vede, gliel'ho riportata, lei è il solo che

possa fare qualcosa... Denholt, mi sente?

Il morente annuisce, indica disfatto l'alambicco infranto, il liquido

sparso al suolo.

--Era quello?--O Shaughnessy lo scuote selvaggiamente, terro-

rizzato.--Dev'essercene dell'altro. Non può essere tutto lì! Non può

dirmi come farne dell'altro?

La voce dello scienziato alita fievolmente:--Non c'è tempo.

--Non ha scritto la formula?

Un debole cenno di negazione.--Avevo paura... non volevo che me

la rubassero.

La mano di O'Shaughnessy ha riacquistato tutta la sua forza quan-

do si contrae sulla spalla di Denholt.--Non è possibile. Non può dir-

melo così... che lei deve morire. Che non c'è niente, niente che lei con

tutta la sua scienza e io con tutto il mio amore possiamo fare per lei...

Proprio niente...?--Qualcosa come una mano gelida gli serra la gola.

Piccoli aghi gli pungono le palpebre finché non si sente le ciglia umi-

de. Nova, immobile, china lentamente il capo.

Una mano stringe il braccio di O'Shaughnessy, una mano sottile che

una volta dev'essere stata molto forte.--Aspetti. Si chini, così potrà

udirmi Stavo riempiendo un'ipodermica per uno dei conigli... quan-

do loro sono entrati. Non ricordo che ne é stato... Guardi intorno se

riesce a trovarla. Se è intatta basta per una iniezione... Faccia presto,

si fa buio... me ne sto andando.

Prima di guardare, prima ancora di muoversi, lui tocca il portafor-

tuna che ha in tasca.--Aiutami--dice poi a Nova.--Tu sai com'è,

ne hai viste tante...

Lei alza la testa, si fa da parte... ed ecco lì l'ipodermica, sulla tavola

peratoria E piena di un liquido trasparente, incolore.

Lui torna a chinarsi sul morente, gliela tiene davanti agli occhi.

--Sì, è quella. Tutto ciò che ne resta ora. Sarà perduto per sempre il

mio siero, tra pochi minuti, quando me ne andrò. Lo porto via con

me... dopo quel che ho visto stanotte della natura umana c'è un potere

troppo diabolico in una scoperta simile... per noi è meglio il modo co-

me la natura ha arrangiato le cose...

--Devo sollevarvi? Crede di poter restare in piedi abbastanza a lun-

go da...

--Non c'è tempo.--Rivolge un debole cenno a Nova, lei si awici-

na.--Stenditi sul pavimento qui, dove posso raggiungerti...--Poi a

O'Shaughnessy:--Le tenga sollevati i capelli dalla base del collo. E

mi regga il braccio...

L'ago si solleva, la siringa cade vuota.

Lui mormora, fissandola sfinito:--Un mese ora che sappiamo di non

aver più speranza... Be', forse aveva ragione quel dottore francese...

Ancora quella mano sul suo braccio.--Ascolti. Lei starà male, mol-

to male, per ventiquattr'ore. La reazione. Le tenga impacchi di ghiac-

cio intorno finché la temperatura non si abbasserà. Poi l'iniezione ar-

resterà il processo di decadimento per un poco. Non può riparare ciò

che è già distrutto... ma vi darò un poco di tempo. Un mese, forse più...

Mi dispiace di non potervi dare altro... e soprattutto di non potervi da-

re nessuna speranza.

Poi ciò che vi era in Denholt di umano e compassionevole muore.

--Vede, dopo tutto ho fallito. Non l'ho riportata veramente in vita.

Qualcosa in lei era morto, è rimasto morto. Il sangue stesso delle sue

vene le portava la morte in circolazione nel corpo! Le iniezioni che le

facevo controllavano, fermavano la putrefazione... non di più.

&li occhi del pilota hanno un brillio cupo.--Non aveva il diritto.

Non è stato giusto per lei né per me... e neppure--sorride tristemente

--per quei pistoleri impazziti che ora sono spiaccicati sulla sua mon-

tagna. Ha cercato di ridare la vita, Denholt... e il risultato è la morte.

Le labbra livide si piegano a una smorfia ironica.--Anche la mia--

sussurra il medico. Si drizza appena nelle braccia dell'altro, ora cerca

penosamente di giustificarsi.--Se lei non fosse venuto, O'Shaugh-

nessy... chi può dirlo? Forse nulla di tutto questo sarebbe successo.

Eppure lei ha rappresentato l'elemento umano... quello che io non

avevo contato. Sì, è stato il sangue che mi ha sconfitto... il caldo san-

gue appassionato degli uomini e delle donne, famelico e avido e vivo...

quel sangue che non ho potuto restituire intatto al corpo di Jane

Brown...

La spalla di O'Shaughnessy pulsa di dolore e sangue gli cola giù per

il braccio sotto la manica, giù per il polso e per la mano. Lui lo fissa

come assente e ripensa alle ultime parole di Denholt; poi di colpo una

forza sovrumana lo invade, perché ora ha qualcosa da fare. C'è un'au-

tomobile fuori, e più sotto un aereo che aspetta. E c'è Nova, il viso pal-

lido ora arrossato, acceso di febbre, le palpebre palpitanti, il respiro

affannoso. E c'è... sì, o Voi folli dei del Fato, c'è O'Shaughnessy, I'uomo

che ha ignorato la paura, almeno per se stesso, da quando aveva di-

ciotto anni. Sì, tutte le tessere del mosaico sono ora riunite e il disegno

che formano è chiaro nella mente di lui.

Si sente la testa leggera, ma la sua volontà è inflessibile. Può star rit-

to e muoversi con facilità, mentre poco prima poteva solo strisciare.

Solleva Nova tra le braccia, barcolla appena, esce a passi lenti ma fer-

mi e decisi.

La testa bionda gli riposa sulla spalla. Lei ha gli occhi aperti.--Che

facciamo ora?--chiede, con voce lievemente impastata dalla febbre.

--Che i,porta?--risponde lui. Non vuole dirglielo, non vuole che

lei lo sappia ancora.--Sono qui con te, Jane.

La chiama così per mostrarle che può pronunciare il suo vero nome

con la stessa tenerezza, che non le rimprovera di essere Jane Brown.

Ma lei non vuole. Quel nome non è il suo...

--Il mio nome è Nova--dice ferma e grave.--Nova O'Shaugh-

nessy.

Non dice altro mentre lui l'adagia nell'automobile o durante la di-

scesa, e nemmeno quando la riporta sull'aeroplano che è rimasto nel

luogo dell'atterraggio.

Poi lui va, ora barcollando un poco, a inginocchiarsi vicino al pilota

ferito.

--Come sta?

L'altro annuisce.--Non male, penso. Niente di grave.

--Allora va bene--dice O'Shaughnessy. Spinge un fascio di banco-

note nella mano di Frazier, aiuta l'uomo a mettersi a sedere.--Devo

prendere il suo aereo. Sono contento che stia meglio, perché avrei do-

vuto comunque prendere l'aereo e mi fa piacere non doverla lasciare

qui a morire. Può usare l'automobile per cercare soccorso.

Rughe di preoccupazione si approfondiscono agli angoli degli occhi

del pilota.--Mi sembra impazzitoche è successo lassù? E perché mi

dà questo denaro?

~- --Per compensarla dell'aereo.....in caso..Be' in caso di disgrazia.

Si rialza e se ne va, destreggiandosi sul terreno ineguale. Frazier pu-

re si rimette in piedi e gli barcolla dietro.--Ehi, mi aspetti. L'elica...

Dopo pochi minuti ha le mani sulle pale e dall'intemo dell'aereo la

Voce di O'Shaughnessy chiama:--Contatto!--Frazier dà il colpo alle

pale, I'elica comincia a girare. L'uomo si getta all'indietro e l'apparec-

chio si avvia a balzi, tra il rombo del motore.

In un modo o nell'altro O'Shaughnessy riesce a raffazzonare un de-

collo compiendo una cabrata impossibile, e Frazier sta lì a guardare a

- bOCca aperta, finché il nero del cielo e la distanza non hanno cancella-

to le piccole luci di posizione.

--Pazzo--sussurra asciugandosi il sudore dalla fronte.

Le dure mani di O'Shaughnessy stringono la cloche. Il tuono ora

romba più del motore, i fulmini squarciano le tenebre. La pioggia co-

mincia a frustare l'apparecchio.

Lui ricorda un altro uragano, un altro aereo, un'altra notte; e guar-

da la ragazza che gli è accanto. Lei sembra che avverta il suo sguardo,

apre gli occhi; le sue labbra vorrebbero parlare, ma la febbre che la

brucia non le lascia articolare le parole. Lui gliele legge negli occhi,

tuttavia, e sono chiarissime, e tutto il cuore di lei le accompagna. Non

sono domande; esprimono solo coraggio e fiducia.

--Ti ho portata io a questo--dice lui a quegli occhi.--Ora te ne

traggo fuori. Qui non c'è più posto per noi.

Le dita guantate si contraggono convulse sul polso maschile e paio-

no chiedere: 4Sola? Devo andare sola?".

Almeno lui questo immagina che lei voglia sapere, perché risponde

subito:--Con me, tesoro. Insieme, sempre.

La pressione delle sue dita si rilassa, poi si rinforza, più ferma ora,

tranquilla e tranquillizzante. Così lei gli dice:--Va bene, caro. Per me

va bene.

Il bel viso si annebbia davanti agli occhi di lui. Comincia a fischiet-

tare una stupida canzoncina che del resto non riesce a sentire, ma in

qualche modo lo conforta. Ancora lampi, e più fragoroso il rombo dei

tuoni. Una ventata scuote l'aereo. La massa nera di una cresta di gra-

nito, che sembra una gigantesca ondata sollevata da un tifone e solidi-

ficata dalla mano di Dio, appare davanti a loro.

La mano di lui cerca ora quella di Nova. Lei freme appena, ha gli oc-

chi chiusi. O'Shaughnessy inclina in avanti la cloche, il muso dell'ap-

parecchio s'inclina; la montagna rocciosa e desolata sembra proten-

dersi verso di loro, ma in quei secondi i due sono soli, soli col cielo e

l'uragano.

Ci vuole coraggio e forza di volontà per mantenere la cloche così in-

clinata, per tenere gli occhi aperti e fissare la parete rocciosa, irta di

pini, balzare loro incontro. Le labbra di lui sono serrate, il viso palli-

dissimo. Pure, all'ultimo momento O'Shaughnessy ride, un riso un po'

folle... un riso di sfida, di addio sarcastico e in qualche modo anche di

vittoria .

--Eccoci, bambina!--grida fra i denti.--Ora vedremo come ci si

sente a volare contro il fianco di una montagna!

Solo l'uragano può udire il clangore dell'apparecchio che si fracassa

contro la roccia... ma annega quel suono coi tuoni, come la folgore fa

impallidire le fiamme che si alzano come lingue fameliche dai rotta-

mi.

Titolo originale: Jat2e Brown's Bo~y

Traduzione di AM. Francavilla, su licen~a di Arnoldo Mondadori Editore

John W. Camp~belt jr

CHI VA LA?

Là dentro puzzava. Un fetore strano, composito, che solamente le ba-

racche coperte di ghiaccio di un campo antartico possono conoscere,

composto di acido sudore umano e dell'odore greve, simile a quello

dell'olio di fegato di merluzzo, che si leva dal grasso di foca fuso. Un

sottofondo di linimento contrastava con l'odore del muschio delle pel-

licce inzuppate di neve e di sudore. Inoltre, I'odore acre dello strutto

bruciato, e quello animalesco - ma non del tutto spiacevole - dei cani,

diluiti dal tempo, stagnavano nell'aria.

Persistenti odori di olio lubrificante contrastavano nettamente con

le tracce di quelli del grasso per i finimenti delle slitte, e del cuoio. E

tuttavia, in modo difficile da definire, al di là di tutto quel fetore di es-

seri umani e di ciò che li accompagnava - cani, macchine, cucina - si

avvertiva un'altra traccia. Era strana, faceva rizzare i capelli: era il

debolissimo suggerimento di un odore che non rientrava affatto tra

quelli dell'attività e della vita. Eppure sembrava l'odore di un organi-

smo vivente. Ma veniva dalla cosa che giaceva legata con corde e tela

cerata sul tavolo, e che lentamente, metodicamente, sgocciolava sulle

assi massicce, bagnate e nude sotto la luce forte e non schermata delle

lampadine.

Blair, il biologo della spedizione, piccolo e dalla testa calva, allun-

gava nervosamente la mano verso la tela cerata, facendo trapelare il

ghiaccio scuro e cristallino che stava al di sotto, e poi rimetteva a po-

sto la tela, senza riuscire a stare fermo. I suoi piccoli movimenti di an-

sia repressa, simili a quelli di un uccellino, facevano danzare la sua

ombra sulla fila di biancheria grigia e consunta ch'era appesa al basso

soffittO, e la cintura equatoriale di capelli crespi e grigi che circondava

il suo cranio calvo formava sulla testa dell'ombra una sorta di comica

aureola.

Il comandante Garry spostò di lato le ~ambe mollicce di una tuta di

maglia e si avvicinò al tavolo. Lentamente, il suo sguardo esplorò le fi-

le di uomini ammassati come sardine nell'Edificio Amministrativo.

Infine il suo corpo alto e rigido si raddrizzò, ed egli annuì.--Trenta-

sette. Tutti presenti.--La voce era bassa, ma possedeva la chiara au-

torità del comandante per natura, oltre che per grado.

"Voi conoscete a grandi linee la storia del ritrovamento effettuato

dalla spedizione al polo secondario. Ho parlato con il comandante in

seconda McReady, e con Norris, come pure con Blair e il professor

Copper. C'è differenza di opinioni, e poiché essa riguarda l'intero

gruppo, è dunque giusto che sia il personale della Spedizione, al com-

pleto, a decidere.

"Ora chiederò a McReady di darvi i particolari della storia, poiché

ciascuno di voi è stato troppo occupato con il proprio lavoro per poter

seguire con attenzione il lavoro degli altri. McReady?"

Facendosi avanti dal fondo della stanza velato dal fumo, McReady

parve una figura uscita da qualche mito dimenticato: una gigantesca

statua di bronzo che prendeva vita e si metteva a camminare. Torreg-

giò con la sua altezza di un metro e novanta quando si fermò accanto

al tavolo, e, dopo aver lanciato una delle sue occhiate caratteristiche

al soffitto per assicurarsi che ci fosse ancora spazio sotto le basse travi,

raddrizzò la schiena. La giacca a vento, disadorna e di un chiassoso

color arancione vivo, che aveva ancora addosso, non pareva tuttavia

fuori luogo sulla sua massiccia figura. Anche laggiù, un metro e venti

al di sotto delle folate di vento che soffiavano sulle solitudini antarti-

che sopra il soffitto, il freddo del continente di ghiaccio riusciva ugual-

mente a penetrare, e spiegava la rudezza dell'uomo. Ed egli era come

un uomo di bronzo: folta barba di bronzo rossiccio, folti capelli dello

stesso colore. Le dita nodose e robuste che si stringevano, si allentava-

no, tornavano a stringersi e poi a rilasciarsi sulle assi della tavola era-

no color del bronzo. Anche gli occhi profondamente incassati sotto le

massicce sopracciglia erano bronzei.

La robustezza del metallo capace di sfidare il tempo parlava dai li-

neamenti rugosi e pesanti del suo volto, e dal timbro tonante della sua

voce stentorea.--Norris e Blair sono d'accordo su una cosa; I'animale

che abbiamo trovato non era... di origine terrestre. Norris teme che in

questo ci possa essere del pericolo; Blair dice che non ce n'è affatto.

"Ma riprenderò dal modo, e dal motivo, che ce l'hanno fatto trovare.

A quanto si sapeva prima che noi venissimo qui, si aveva l'impressio-

ne che questo punto si trovasse esattamente al di sopra del polo ma-

gnetico sud della Terra. La bussola punta effettivamente verso il bas-

so, qui, come tutti voi ben sapete. Gli strumenti più raffinati dei fisici,

progettati espressamente per questa spedizione e i suoi studi sul polo

magnetico, hanno scoperto un effetto secondario: un influsso magneti-

co secondario, meno potente, posto a circa 130 chilometri a sudovest

da noi.

"La spedizione al polo magnetico secondario si recò a investigare.

Non c'è bisogno di scendere nei particolari. L'abbiamo trovato, ma

non si tratta della grossa meteorite o della montagna magnetica che

Norris si era aspettato di trovare. I minerali ferrosi sono magnetici,

naturalmente; il ferro lo è ancora di più... e certe leghe speciali lo sono

ancora più del ferro. Dalle indicazioni alla superficie, il polo seconda-

rio da noi trovato era piccolo; talmente piccolo che l'effetto magnetico

da esso posseduto era assurdo. Nessun materiale magnetico immagi-

nabile avrebbe potuto avere un simile effetto. Rilevamenti acustici

eseguiti attraverso il ghiaccio indicavano che si trovava a meno di

trenta metri dalla superficie del ghiacciaio.

"Credo sia bene spiegarvi la struttura del luogo. C'è un ampio pla-

teau, una spianata ininterrotta che si stende per più di 250 chilometri

a sud della stazione, dice Van Wall. Egli non aveva né il tempo né la

benzina per volare più in là, ma a quella distanza continuava a esten-

dersi verso sud. E proprio in quel punto, dove si trovava la cosa sepol-

ta, c'è una catena montuosa sommersa dai ghiacci: una parete graniti-

ca irremovibile, che ha arginato il ghiaccio che avanzava dal sud.

"E a 650 chilometri più a sud c'è il Plateau Polare Sud. Varie volte

mi avete chiesto perché qui da noi faccia più caldo quando si alza il

vento, e molti di voi lo sanno. Come meteorologo, io avrei dato la mia

parola che nessun vento potesse soffiare a meno 50 gradi, e che solo un

vento di 10 chilometri all'ora potesse soffiare a meno 45, senza riscal-

darsi a causa dell'attrito con il terreno, la neve, il ghiaccio e l'aria stes-

sa.

"Ci accampammo laggiù sul bordo di quella catena di monti som-

- mersi dal ghiaccio per dodici giorni. Scavammo il campo nel ghiaccio

azzurro che costituiva la superficie, e riuscimmo a ripararci dalla

maggior parte del vento. Ma per dodici giorni consecutivi il vento sof-

fiò a settanta chilometri all'ora. Salì fino a settantacinque e scese alle

volte fino a sessanta. La temperatura era meno 53 gradi. Salì a meno

~- 51 e scese a meno 56. Era meteorologicamente impossibile, ma conti-

nuò senza interruzione per dodici giorni e dodici notti.

"In qualche punto a sud, I'aria gelida del Plateau Polare scivola giù

per una discesa di 6000 metri, valica un passo montano, passa su un

ghiacciaio e si dirige a nord. Ci deve essere una catena montana che le

r~ fa da canale e da guida per 400 miglia, fino a colpire il plateau liscio

dove abbiamo trovato il polo secondario; poi, 350 miglia più a nord,

~ raggiunge l'Oceano Antartico.

· "Laggiù ogni cosa è coperta dal ghiaccio fin da quando l'Antartide

·~ congelò venti milioni di anni fa. Laggiù non c'è mai stato il disgelo.

~, "Venti milioni di anni fa, I'Antartide cominciava a congelarsi. Ab-

biamo svolto indagini, meditato e costruito illazioni. Ciò che pensia-

o sia successo, si dev'essere svolto pressappoco così: qualcosa scese

dallo spazio: una nave. L'abbiamo vista laggiù nel ghiaccio azzurro:

un oggetto simile a un sottomarino, ma privo di torretta e di timone di

profondità, lungo novanta metri e largo quindici nel punto più ampio.

aEh, Van Wall? Dallo spazio? Sì, ma lo spiegherò meglio più avan-

ti.n La voce ferma di McReady continuò: "Scese dallo spazio, spinta e

sollevata da forze che gli uomini non hanno ancora scoperto, e chissà

come - forse qualcosa, a quel punto, entrò in avaria - fu risucchiato

dal campo magnetico della Terra. Giunse qui a sud, probabilmente

fuori controllo, muovendosi in cerchio intorno al polo magnetico.

Questa è una zona selvaggia, ma quando l'Antartide si stava ancora

congelando dev'essere stata mille volte più selvaggia. Ci devono essere

state delle tormente, delle valanghe, nuova neve che cadeva mentre il

continente si copriva di ghiaccio. Laggiù i turbini dovevano essere

particolarmente violenti, e il vento doveva gettare una cortina impe-

netrabile di bianco sui bordi della montagna che ora è sepolta.

"La nave urtò col muso il granito massiccio, e si spezzò. Non tutti i

passeggeri che erano a bordo furono uccisi dall'urto, ma la nave si de-

v'essere guastata irreparabilmente, il suo meccanismo di pilotaggio si

dev'essere bloccato. Era rimasto intrappolato dal campo magnetico

della Terra, ritiene Norris. Nessuna cosa costruita da esseri intelligen-

ti può scontrarsi con la morta immensità delle forze naturali di un

pianeta e sopravvivere.

"Uno dei passeggeri uscì all'estemo. Il vento da noi osservato in quel

punto non è mai sceso al di sotto di sessanta chilometri all'ora, e la

temperatura non ha mai superato i meno 51 gradi. E a quell'epoca il

vento doveva essere ancora più forte. E la neve scendeva come una col-

tre compatta. La cosa si dev'essere completamente perduta dopo i pri-

mi dieci passi." S'interruppe per un istante, e la sua voce profonda e

ferma lasciò il posto al sibilo del vento che spazzava il tetto, e al-

l'inquieto, maligno gorgoglio dell'aria che vibrava nel camino della

stufa.

La tempesta: un vento di tempesta spazzava il terreno sovrastante

In quello stesso momento, la neve raccolta dal vento echeggiante veni-

va spinta sotto forma di strati orizzontali, accecanti, contro il fronte

del campo sepolto. Se un uomo fosse uscito dai tunnel che collegava-

no, al di sotto della superficie, tra loro gli edifici del campo, quell'uo-

mo si sarebbe perduto dopo dieci passi. Là fuori, le dita nere e sottili

dell'antenna radio s'innalzavano nell'aria per un centinaio di metri, e

sulla sua punta c'era il chiaro cielo notturno. Un cielo di vento sottile e

sibilante che si precipitava senza interruzioni da un orizzonte all'al-

tro, sotto il manto ondulato della vicina aurora. E lontano, a nord, I'o-

rizzonte fiammeggiava dei colori strani, iracondi, del crepuscolo della

mezzanotte. Questa era la primavera, a un'altezza di cento metri sulla

superficie antartica.

Quanto alla superficie stessa... la superficie era la morte bianca.

Morte portata da un gelo dalle dita sottili come aghi, un gelo scacciato

sempre più avanti dal vento, capace di risucchiare l'ultima briciola di

calore da ogni cosa che lo possedesse. Il gelo... e la bianca nebbia della

tormenta senza fine e senza posa, le fini, finissime particelle di neve

che sfioravano ogni cosa e l'oscuravano.

Kinner, il piccolo cuoco dal volto segnato da una cicatrice rabbrivi-

dì. Cinque giorni prima, era uscito alla superficie per andarsi a riforni-

re a una scorta di carne congelata. L'aveva raggiunta con un balzo, dal

sud. La bianca, gelida morte che fluiva lungo il terreno l'aveva acceca-

to in venti secondi. Aveva cominciato a camminare in cerchio, barcol-

lando, incapace di ragionare. C'era voluta quasi mezz'ora perché alcu-

ni uomini con corde lo trovassero in quella caligine impenetrabile.

Era facile per un uomo - o per una cosa - perdersi in dieci passi.

--E a quell'epoca la tormenta era probabilmente ancor più impe-

netrabile di oggi.--La voce di McReady richiamò con un sobbalzo

l'attenzione di Kinner. La richiamò al gradito, umido tepore dell'Edi-

ficio Amministrativo.--E inoltre, a quanto pare, il passeggero della

nave non era affatto preparato a ciò che incontrò. Esso congelò a meno

di dieci passi di distanza dalla nave.

"Noi scavammo nel ghiaccio per trovare la nave, e per caso il nostro

tunnel incrociò il corpo ghiacciato dell'...animale. L'ascia da ghiaccio

di Barclay gli colpì il cranio.

"Quando vedemmo di cosa si trattava, Barclay ritornò al trattore

accese il fuoco, e quando il vapore fu a pressione inviò una chiamata

per far venire Blair e il dottor Copper. Barclay era ammalato, in quel

momento. Rimase malato per tre giorni, anzi.

t UQuando Blair e Copper furono da noi, tagliammo via l'animale e il

blocco di ghiaccio che lo sigillava, come vedete; lo avvolgemmo in un

telo e lo caricammo sul trattore per portarlo qui. Volevamo entrare in

quella nave.

i~ "Raggiungemmo il fianco della nave e vedemmo che il metallo non

era di tipo a noi conosciuto. r nostri attrezzi non magnetici, di bronzo

berillio non riuscivano a intaccarlo. Barclay aveva sul trattore alcuni

utensili d'acciaio, e neppure quelli riuscirono a scalfirlo. Eseguimmo

alcuni test che ci vennero in mente: provammo perfino con l'acido del-

F~ le batterie, ma senza risultato.

'Dovevano conoscere qualche processo passivante che permetteva

al magneSiO di resistere in quel modo all'acido, e la lega doveva essere

Costituita almeno al novantacinque per cento di magnesio. Ma non

avevamo modo di saperlo, e così, quando scorgemmo il portello, ch'e-

,~ ra ancora semiaperto, tagliammo il ghiaccio che lo circondava. C'era

del ghiaccio duro e cristallino all'interno della camera stagna, in pun-

ti che non potevamo raggiungere. Dalla piccola apertura potevamo

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vedere all'interno: c'erano soltanto metallo e attrezzi: perciò decidem-

mo di spaccare il ghiaccio con una bomba.

"Avevamo bombe alla decanite e alla termite. La termite va bene

per sciogliere il ghiaccio; la decanite avrebbe potuto infrangere cose

di valore, mentre invece il calore della termite si sarebbe limitato al

ghiaccio. Il dottor Copper, Norris e io piazzammo una bomba alla ter-

mite da 10 chili, la innescammo e facemmo correre il cavo di collega-

mento lungo il tunnel, fino alla superficie, dove Blair e il trattore a va-

pore ci attendevano. A un centinaio di metri, dietro quella parete di

granito, facemmo esplodere la bomba alla termite.

"Il magnesio della nave prese fuoco, naturalmente. Il bagliore della

bomba ci illuminò e poi si estinse, ma subito riprese nuovamente a

brillare. Corremmo indietro, al trattore, mentre a poco a poco il ba-

gliore aumentava. Dal punto in cui ci trovavamo, potevamo vedere

che l'intero campo di ghiaccio era illuminato dal di sotto da una luce

insopportabile; l'ombra della nave era un grosso cono scuro, diretto

verso nord, dove il crepuscolo era appena terminato. Durò ancora per

un momento, e noi contammo ancora tre forme d'ombra, che poteva-

no forse essere altri... passeggeri... Iaggiù congelati. Poi il ghiaccio co-

minciò a sgretolarsi e a cadere sulla nave.

"Ecco perché vi ho descritto quel luogo. Il vento che scendeva dal

Polo era alle nostre spalle. Il vapore e la fiamma chiara come quella

all'idrogeno furono spazzate via, formando una nebbia di ghiaccio; il

calore che fiammeggiava sotto il ghiaccio fu spinto via, in direzione

dell'Oceano Antartico, prima che ci toccasse. Altrimenti non saremmo

mai tornati indietro, neppure con la protezione di quel costone di gra-

nito che schermava la luce.

"Eppure, anche in quell'inferno accecante, siamo riusciti a vedere

delle grandi forme aggobbite, alcune masse scure che si arrossavano.

Per un certo tempo riuscirono perfino a resistere alla furiosa incande-

scenza del magnesio. Quelli, noi lo sapevamo, dovevano essere i moto-

ri. Segreti che se ne andavano in fumo in quel chiarore abbagliante...

segreti che avrebbero potuto dare all'uomo i pianeti. Misteriose cose,

che potevano sollevare e spingere quella nave... e che si erano saturate

della forza del campo magnetico terrestre. Vidi muoversi le labbra di

Norris, e mi buttai a terra. Non riuscii a udire le parole precise.

"L'isolamento... o quello che era... aveva ceduto. Tutto il campo ma-

gnetico, che avevano assorbito venti milioni d'anni prima, si scatenò

improvvisamente. L'aurora della parte di cielo sovrastante abbassò la

sua lingua su di noi, e l'intero pianoro si bagnò di un fuoco gelido che

copriva la vista. L'ascia che tenevo in mano divenne rossa per il calore,

e sibilò sul ghiaccio. 1 bottoni metallici dei miei vestiti mi bruciarono

la pelle. E da dietro la parete di granito saettò verso l'alto un lampo di

colore blu elettrico.

"Poi le pareti di ghiaccio crollarono sulla nave. Per un istante stri-

dettero come quando si schiaccia tra due pezzi di metallo il ghiaccio

secco.

"Per ore fummo ciechi, costretti a brancolare nel buio, mentre i no-

stri occhi riacquistavano gradatamente la vista. Scoprimmo che tutti

gli avvolgimenti elettrici, entro il raggio di un paio di chilometri, era-

no rottami fusi; la dinamo e tutte le apparecchiature radio, le cuffie e i

microfoni. Se non avessimo avuto il trattore a vapore, non saremmo

mai riusciti a raggiungere il Campo Secondario.

~AII'alba Van Wall volò fino a noi dal Magnetico Principale, come

sapete. Tornammo alla base il più presto possibile. E questa è la storia

di... quell'...animale." La folta barba bronzea di McReady indicò la co-

sa posata sul tavolo.

Blair continuava a muoversi nervosamente: le sue dita minute e ossu-

te si torcevano alla luce della lampada. Piccole lentiggini scure sulle

sue nocche scivolavano avanti e indietro quando, sotto la pelle, i mu-

scoli si contorcevano. Alzò un angolo della tela cerata e fissò con impa-

zienza la cosa scura, incastonata nel ghiaccio, che vi era contenuta.

Il corpo massiccio di McReady si raddrizzò. Quel giorno aveva gui-

dato per sessanta chilometri il trattore a vapore, tra scossoni e sobbal-

zi, per giungere al Magnetico Principale. Perfino la sua calma decisio-

ne aveva dovuto cedere all'ansia di riunirsi nuovamente con altri uo-

mini. Tutto era troppo isolato e tranquillo, laggiù al Campo

Secondario, dove un vento da lupi scendeva dal Polo, ululando. Un

vento da lupi che ululava mentre egli dormiva: il sibilo del vento e la

maligna, indescrivibile faccia del mostro che si alzava minacciosa, co-

sì come egli l'aveva scorta nel ghiaccio chiaro e azzurrino, con un'a-

scia da neve, di bronzo, conficcata nel cranio.

Il gigantesco esperto di meteorologia riprese a parlare.--Il proble-

ma è il seguente. Blair desidera esaminare la cosa. Farla sgelare, fare

dei vetrini da microscopio con i suoi tessuti e così via. Norris ritiene

che ci siano dei pericoli, e Blair ritiene che non ce ne siano. Il dottor

Copper è più o meno dell'idea di Blair. E Norris, ovviamente, è un fisi-

co, e non un biologo. Comunque, ha fatto un'osservazione che merita

di essere esposta a tutti quanti noi. Blair ha parlato di forme di vita

microscopiche che, quando i biologi le trovano, sono ancora piena-

_nnente vitali, perfino in questo luogo freddo e inospitale. Queste forme

di vita congelano ogni inverno e si sgelano ogni estate - per tre mesi -

e Continuan ~ viv~rP

a l9l

--L'osservazione fatta da Norris è questa: sgelandosi, ritomano in

vita. Ci devono essere delle forme microscopiche viventi, associate a

questa creatura. Ce ne sono con tutte le forme viventi che conosciamo.

E Norris ha paura che noi si possa scatenare un'epidemia, una malat-

tia portata da qualche germe sconosciuto qui sulla terra se facciamo

sgelare gli esseri microscopici che sono rimasti congelati laggiù per

venti milioni di anni.

°Blair ammette che simili microrganismi potrebbero conservare an-

cora con sé il potere della vita. Cose prive di organizzazione, quali pos-

sono essere le singole cellule, possono conservare la vita per periodi

sconosciuti, una volta completamente congelate. La bestia in sé è mor-

ta come quei mammut congelati che ogni tanto si trovano in Siberia.

Le forme di vita organizzate, altamente sviluppate non sopportano il

congelamento.

"Ma i microrganismi potrebbero sopportarlo. Norris suggerisce che

rischiamo di mettere in libertà qualche tipo di malattia contro cui

l'uomo, non avendola mai incontrata in precedenza, sarebbe total-

mente privo di difesa.

"La risposta di Blair è che ci possono essere dei simili germi ancora

vitali, ma che Norris ha completamente rovesciato i termini del pro-

blema. Questi germi sono assolutamente non-immuni all'uomo. La

nostra biochimica organica, probabilmente...n

--Probabilmente!--La testa del piccolo biologo si sollevò di scat-

to, con un movimento simile a quello di un uccello. Il cerchio di capel-

li grigi intorno alla sua testa calva si arruffò, come per la collera.

--Ehi, basta dare un'occhiata...

--Lo so--ammise McReady.--Quella cosa non è terrestre. Non

sembra probabile che possa avere una biochimica sufficientemente si-

mile alla nostra da rendere anche lontanamente possibile un'infezione

reciproca. Direi che non c'è pericolo.

McReady fissò lo sguardo sul dottor Copper. Il fisico scosse lenta-

mente la testa.--Nessunissimo pericolo--affermò con aria di sicu-

rezza.--L'uomo non può infettare o essere infettato da germi che vi-

vono in forme relativamente vicine alla nostra come possono esserlo i

serpenti. E i serpenti sono, vi assicuro--la sua faccia ben rasata fece

un sorriso inquieto--molto più vicini a noi di quanto non lo sia...

quella cosa.

Vance Norris si fece avanti, irritato. Egli era relativamente basso in

quella riunione di omoni, con la sua statura di un metro e settantacin-

que o poco più, e la costituzione massiccia e muscolosa lo faceva sem-

brare ancora più piccolo. I suoi capelli neri erano ricci e duri come

corti fili di ferro, e i suoi occhi avevano il colore grigio dell'acciaio

spezzato. Se McReady era un uomo di bronzo, Norris era d'acciaio. I

suoi movimenti, i suoi pensieri, il suo portamento avevano gli impulsi

rapidi, secchi, delle molle d'acciaio. I suoi nervi erano d'acciaio: duri,

pronti ad agire, facili a corrodersi.

Egli era certo del proprio punto di vista, ora, e scattò in sua difesa

con un caratteristico, rapido fiotto di parole smozzicate.--Biochimi-

ca differente, al diavolo. Quella cosa può essere mortale, o, per Dio,

può non esserlo, ma a me non piace affatto. Maledizione, Blair, fa' ve-

dere a tutti il mostro che ti stai accarezzando là sotto. Fagli vedere

quella cosa schifosa, e lascia che decidano da soli se sono disposti a

permettere che si scongeli qui, in questo accampamento.

"E a proposito di scongelarsi, poi. Se la vogliamo scongelare, deve

venire scongelata in una delle capanne, questa sera stessa. Qualcuno...

chi è di guardia questa sera? Magnetismo? ...no, Connant. Questa sera,

raggi cosmici. Bene, ti tocca startene a tenere compagnia a questa

mummia di Blair che ha venti milioni di anni.

"Togli la tela, Blair. Come diavolo possono sapere cosa stanno per

accettare, se non possono vederla? Può benissimo avere una biochimi-

ca diversa. Non so che cos'altro abbia, ma so che ha molto che non mi

va. Se si può giudicare dall'espressione della sua faccia--e non è uma-

na, perciò non si può mai dire - era infastidita al massimo, quando è

congelata. Infastidita, anzi, è un termine molto approssimativo per

definire ciò che provava: approssimativo come dire che rivela un odio

folle, pazzesco, insano. Nessuna delle due definizioni giunge a sfiorare

la realtà, neppure lontanamente.

°Come diavolo possono capire, questi uomini, la cosa su cui stanno

votando? Loro non hanno visto quei tre occhi rossi, e quei capelli blu

che sembrano vermi che si agitano. Che si contorcono... accidenti, con-

tinuano a contorcersi anche in questo stesso istante, dentro il ghiac-

cio!

°Nessuna cosa che sia stata mai generata dalla Terra sarebbe riusci-

ta ad avere un'espressione come quella: I'indescrivibile concentrato,

sublimato, di collera distruttrice a cui quella cosa ha atteggiato il pro-

prio volto quando si è guardata intorno, in questa solitudine di ghiac-

cio, venti milioni di anni fa. Folle? Era completamente impazzita: una

follia bruciante, fulminante!

aAI diavolo! Continuo a fare brutti sogni da quando ho visto per la

prima volta quei tre occhi. Incubi. Ho sognato che quella cosa si scon-

gelava e tornava in vita... che non è stata morta, e neppure del tutto in-

Cosciente~ per tutti questi venti milioni di anni, ma soltanto rallenta-

ta, in attesa. E la sognerete anche voi, mentre quella maledetta cosa

che la Terra non riconoscerebbe mai come sua, continuerà a sgocciola-

re e sgocciolare nella stanza dei raggi cosmici, questa notte.

"E tu, Connant" Norris si girò di scatto verso lo specialista in raggi

Cosmici °ti divertirai certamente a rimanere lì tutta la notte, nel silen-

zio. Col vento che soffia al di sopra di te, e quella cosa che sgocciola..."

~, Tacque per un istante, e si guardò intorno.

; _ 193

NLo so. Dite che non sono scientifico. Ma adesso ecco la scienza: la

psicologia Avrete incubi per un anno. Ogni notte, da quando ho posa-

to l'occhio su quella cosa, li ho. E per questo che la odio... sì, la odio

proprio... e non la voglio tra i piedi. Rimettetela là da dove è venuta, e

lasciatela nel ghiaccio per altri venti milioni di anni. Ho avuto degli

incubi molto dettagliati: che non è fatta come noi - cosa che è ovvia -

e che la sua carne è di tipo diverso dalla nostra, e che essa la può con-

trollare. Che può cambiare la propria forma, e assumere l'aspetto di

un uomo, e mettersi in agguato per uccidere e divorare...

"Non si tratta di un argomento logico. Lo so. Ma quella cosa, co-

munque, non obbedisce alla logica terrestre. Forse possiede una bio-

chimica aliena, e forse i suoi microbi hanno una biochimica differente.

Un germe non può resistere alla nostra biochimica, ma voi, Blair e

Copper, cosa mi dite di un virus? Un virus è solo una molecola di enzi-

mi, mi insegnate. Per operare gli occorre soltanto una molecola protei-

ca di un corpo qualsiasi.

aE come potete essere certi che, con tutti i milioni di varietà di vita

microscopica che può ospitare, nessuna di tali varietà sia pericolosa?

Che mi dite di malattie come l'idrofobia, la comune rabbia, che attac-

ca qualsiasi creatura a sangue caldo, qualunque sia la sua biochimi-

ca? E la psittacosi, la febbre trasmessa dai pappagalli? La tua biochi-

mica è come quella dei pappagalli, Blair? E la putrefazione pura e

semplice, la cancrena, allora? Questa non fa affatto la schizzinosa, non

guarda la biochimica!"

Blair sollevò lo sguardo interrompendo i propri movimenti nervosi

quel tanto che bastava per incontrare per un istante gli occhi incolleri-

ti, grigi di Norris.--Finora, di tutto ciò che hai detto, I'unico male che

si trasmetta sono i sogni. Posso arrivare ad ammetterlo.--Un sorrisi-

no vagamente maligno, da diavoletto, si disegnò sulla faccia coperta

di rughe dell'omino.--Ne ho fatti anch'io. Trasmette l'infezione dei

sogni. Che, senza dubbio, è una malattia estremamente pericolosa!..

NE per quanto riguarda le altre cose da te elencate, i tuoi concetti SUl

virus sono affetti da gravi errori. In primo luogo, nessuno ha dimostra-

to che la teoria della molecola enzimatica costituisca la vera - e l'uni- !

ca possibile - spiegazione. E in secondo luogo, fammelo sapere, quan-

do ti prenderai il mosaico del tabacco o la ruggine del grano. Una

pianta di grano è molto più vicina, come biochimica, al tuo corpo, di

quanto non possa esserlo questa creatura di un altro mondo.

"E anche la rabbia che tu hai citato è un fenomeno assai circoscritto.

Non puoi prenderla, né trasmetterla a una pianta di cereale o a un pe-

sce: e il pesce è un discendente collaterale di un antenato comune a te

e al pesce. Mentre questa cosa, Norris, non lo è affatto." Blair indicò

compiaciuto, con la testa, la massa deposta sul tavolo e coperta dalla

t ~ r:~t~_

_ E allora scongela quella maledetta roba in una vasca di formali-

na, se proprio vuoi scongelarla. Io avevo suggerito di...

--E io ti ho detto che la cosa era priva di senso. Non si possono ac-

cettare dei compromessi. Perché tu e il comandante Garry siete venuti

qui a studiare il magnetismo? Perché non vi siete limitati a studiarlo a

casa vostra? A New York c è tutto il magnetismo terrestre che volete

lo non potrei studiare il tipo di vita che questa cosa ha posseduto un

tempo, se dovessi servirmi di campioni tenuti in formalina: esatta-

mente come VOi non potreste ricavare a New York il tipo di informa-

zioni che vi occorrono. E se questa cosa venisse trattata con la formali-

na maz ptU, tn tutto il futuro, si pofrà averne un duplicato! La razza di

cui faceva parte deve essersi ormai estinta, nei venti milioni di anni in

CUi e rimasta congelata, cosicché, anche se fosse venuta da Marte, noi

non potremmo mai più trovarne un'altra. E... Ia nave è distrutta.

c e un solo modo m cui lo si deve fare, e questo è il miglior modo

possibile Deve essere scongelata lentamente, con attenzione; non in

Il comandante Garry fece un passo avanti, e Norris indietreggiò

borbottando irosamente tra sé e sé.--Credo che Blair abbia ragione

signori. Che cosa dite voi?

Connant brontolò:--Ci sembra giusto, credo... solo che forse do-

vrebbe starsene lui a fare la guardia mentre si sgela.--Fece un sorri-

sino rassegnato, scostandosi dalla fronte un ciuffo di capelli rossi co-

me una ciliegia matura.--Magnifica idea, anzi: che se ne stiá a far da

balia al cadavere che gli è così simpatico!

Garry sorrise. Una risata generale di assenso si diffuse a ondate tra

i gruppo.--Penso che qualsiasi spettro quella cosa possa avere pos-

seduto, debba già essere morto di fame da tempo, se è rimasto da que-

ste parti per tanti anni, Connant--disse Garry.--E tu mi sembri ca-

pace di tenergli testa. Connant, detto anche l'Uomo di Ferro, sarà cer-

° capace di tenere testa a qualsiasi oppositore, credo!

Connant si agitò nervosamente.--Gli spettri non mi danno molti

pensieri. Comunque, diamo un'occhiata a quella cosa. Io

E mpaziente, Blair stava già sciogliendo le corde. Un singolo stratto-

c- ne assestato alla tela cerata rivelò la cosa. Il ghiaccio si era un po'

,, Ci0 to a causa del calore della stanza, ed era chiaro e azzurrino come

un Vetro spesso, di buona qualità. Risplendeva umido e lucido sotto la

ce aspra della lampadina appesa al soffitto.

a stanza, immediatamente, si fece muta. La cosa giaceva a faccia

su, sulle assi grezze e unte del tavolo. L'ascia da ghiaccio era rotta

na la sua punta era ancora conficcata in un cranio di forma strana

occhi folli, pieni d'odio, brillavano di una fiamma vivente, lucida

rne sangue appena sgorgato, in una faccia contornata da un orribile

rto nido di vermi: vermi blu, mobili, che strisciavano dove ci sa-

e dovuto essere del pelo

Van Wall, il pilota alto un metro e ottanta, fatto di 90 chili di nervi

di ghiaccio, emise uno strano gorgoglio strangolato e scappò in corri-

doio. Metà dei presenti guadagnarono le porte. Gli altri indietreggia-

rono goffamente per allontanarsi dal tavolo.

McReady rimase immobile a un capo del tavolo a osservarli: il suo

corpo massiccio restò piantato solidamente sulle gambe robuste. Nor-

ris, all'altro capo, fissava la cosa con occhi truci, carichi di odio bru-

ciante. Fuori della porta, Garry cercava di parlare contemporanea-

mente con una mezza dozzina di uomini.

Blair aveva con sé un martello da tappezziere. Il ghiaccio che rac-

chiudeva la cosa si sfaldava facilmente sotto quell'artiglio d'acciaio,

liberando gradualmente ciò che teneva imprigionato da ventimila

millenni...

--Lo so che quella creatura non ti piace, Connant, ma non si può fare

a meno di scongelarla ora. Tu dici di lasciarla stare com'è adesso, fino

al nostro ritorno alla civiltà. Certo, ammetto che la tua obiezione, che

nel mondo civile potremmo fare un lavoro più accurato e completo, è

ragionevole. Ma... come possiamo far attraversare l'Equatore a questo

blocco? Dovremo fargli attraversare prima una zona temperata, poi la

zona equatoriale, e poi una buona metà dell'altra zona temperata, pri-

ma di arrivare a New York. Tu non sei molto entusiasta di dover rima-

nere nella stessa stanza per una notte; però, che cosa consigli? Che

metta quella cosa in ghiacciaia con i quarti di bue?--Blair rialzò il

capo, interrompendo per un attimo il suo minuzioso lavoro di scalpel-

latura. Il suo cranio pelato e macchiettato di efelidi annuì trionfante.

Kinner, il cuoco massiccio dalla faccia segnata da una cicatrice, ri-

sparmiò a Connant la fatica di rispondere.--Ehi, stammi ad ascolta-

re, professore. Tu prova solo a ficcare quella roba in ghiacciaia con la

carne, e, per tutti gli dèi che sono mai esistiti, io ci ficco anche te a te-

nerle compagnia. Voialtri sapientoni avete già abusato dei miei tavoli

della mensa per metterci ogni cosa di questo campo che si poteva

muovere, e io ho dovuto sopportarlo senza dire niente. Ma provate a

mettere una cosa come questa nella mia ghiacciaia fuori, o anche solo

nella ghiacciaia qui dentro, e poi la vostra sbobba ve la cucinerete voi.

--Ma, Kinner, questo è l'unico tavolo dell'Accampamento Magneti-

co Principale che sia abbastanza ampio per lavorare comodamente

obiettò Blair.--Tutti noi te l'abbiamo spiegato.

--Certo, e tutti voi ci avete portato qualcosa. Clark porta qui i suoi

cani tutte le volte che si azzuffano, e li mette sul tavolo per ricucirli.

Ralsen ci porta le sue slitte. Accidenti, I'unica cosa che non abbiate an-

cora messo su questo tavolo è I aeroplano. E ci avreste messo anche

quello, se soltanto aveste potuto inventare un modo per farlo passare

nei tunnel.

Il comandante Garry sorrise in direzione di Van Wall, il massiccio

capo pilota. La folta barba bionda di Van Wall fremette in modo so-

spetto mentre egli rivolgeva gravemente un cenno d'assenso a Kinner.

_ Hai ragione, Kinner. Il reparto aviazione è l'unico che ti tratti in

modo corretto.

_ In effetti, qui dentro a volte diventa davvero un po' troppo affol-

lato--ammise Garry.--Ma temo che tutti noi proviamo la stessa

sensazione, di tanto in tanto. Non c è molta privacy, in un accampa-

mento all'Antartide.

_ Privacy? E che diavolo è? Sapete, quello che dawero mi ha fatto

piangere, è stato quando ho visto Barclay attraversare questa stanza a

passo di marcia, salmodiando: "L'ultima asse del campo! L'ultima as-

se del campo!" e portarsela via per costruire quella specie di casetta

che si è fatto sul trattore. Accidenti, la luna intagliata nella porta che

si è portato via mi è davvero mancata: più di quanto non mi sia man-

cato il sole quando è tramontato. Ciò che Barclay si portava via non

era solamente l'ultima asse di legno. Si portava via l'ultimo pezzetto

di intimità che esistesse in questo posto maledetto da Dio.

Un sorriso si fece strada perfino sul volto arcigno di Connant, men-

tre si alzava un'ennesima volta il bonario mugugno di Kinner. Ma su-

bito si dileguò quando i suoi occhi scuri, profondamente infossati, si

volsero nuovamente verso la cosa dagli occhi rosso vivo che Blair scal-

pellava via dal bozzolo di ghiaccio. Si passò una manona tra i capelli

lunghi fino alla spalla, e con gesto familiare spostò una ciocca che gli

cadeva dietro l'orecchio.--So che la baracca dei raggi cosmici diver-

rà un po' troppo affollata, se dovrò starci seduto insieme con quella

cosa--brontolò.--Perché non continui a togliere il ghiaccio che ha

intorno, e nessuno verrà a ficcarci il naso, ti assicuro, e poi non appen-

di quella roba sopra la caldaia del generatore? Il calore è sufficiente.

Riuscirebbe a scongelare un pollo, o perfino un quarto di bue, in poche

L ore.

--Lo so--protestò Blair, posando il martello per poter meglio ge-

sticolare con le dita ossute coperte di lentiggini; il suo corpo minuto

era teso dall'impazienza.--Ma tutto questo è troppo importante per

Correre rischi. Non c'è mai stato un ritrovamento come questo; non

potrà mai più essercene uno uguale. E l'unica possibilità che l'uomo

potrà mai avere, e occorre eseguire le cose nel modo più esatto.

} --Senti, ricordi quei pesci che abbiamo preso tempo fa, nel Mare di

~ Ross? Congelavano quasi nello stesso momento in cui li Dosavamo sul

1~ ~ 197

ponte, e poi ritornavano in vita se li scongelavamo lentamente. Le for-

me di vita inferiori non muoiono, se le si congela rapidamente e le si

sgela con lentezza. Noi abbiamo...

--Ehi, per l'amore del cielo! Stai dicendo che quella maledetta cosa

ritornerà a vivere!--strillò Connant.--Piglia quella tua schifosa be-

stia... No, ci penso io! La faccio a pezzetti così piccoli che...

--No! No, sciocco.--Blair balzò davanti a Connant per proteggere

il suo prezioso ritrovamento.--No. Soltanto le forme di vita rnferiori.

Per l'amor di Dio, lasciami finire. Non puoi scongelare le forme di vita

superiori e pretendere che rivivano. Aspetta un momento, ora... ferma-

ti! Un pesce può riaversi dopo essere stato congelato, poiché è una for-

ma di vita talmente bassa che le singole cellule del suo corpo possono

riprendere a vivere, e questo da solo basta a ripristinare la vita. Ma

ogni altra forma di vita, superiore a quella di un pesce, che si faccia

scongelare allo stesso modo resterà morta. Anche se le cellule singole

ritornano in vita, esse poi muoiono, poiché per vivere hanno bisogno

di organizzazione, di un'attività cooperativa. In ogni animale che non

abbia subìto danni e che sia stato congelato rapidamente c'è una sorta

di vita potenziale. Ma non può, non può, in nessuna circostanza, ridi-

ventare vita attiva negli animali superiori. Gli animali superiori sono

troppo complessi, troppo delicati. Questa è una creatura intelligente,

giunta a un livello di evoluzione, che equivale a quello a cui siamo

giunti noi. O forse superiore. Ed è altrettanto morta quanto potrebbe

esserlo un uomo congelato.

--Come fai a saperlo?--chiese Connant, brandendo minacciosa-

mente l'ascia che aveva afferrato un istante prima.

Il comandante Garry gli posò una mano sulla spalla massiccia, per

calmarlo.--Aspetta un istante, Connant. Desidero chiarire un punto.

Sono d'accordo: non scongeleremo questa cosa, se c'è la sia pur remo-

ta possibilità che ritorni in vita. Sono d'accordo che è un essere estre-

mamente spiacevole da avere tra noi, vivo; non avevo idea che questa

remota possibilità di resurrezione potesse esistere.

Il dottor Copper si tolse la pipa dai denti e sollevò il suo corpo mas-

siccio, scuro, dalla cuccetta dove era rimasto a sedere fino a quel mo-

mento.--Blair sta facendo un discorso tecnico. Quella cosa è morta.

Morta come i mammut che trovano in Siberia, congelati. La vita po-

tenziale è come l'energia atomica: c'è, è lì, ma nessuno può farla usci-

re, ed essa certamente non si libera da sola, se non in casi rarissimi:

rari come il radium nella nostra analogia fisica. Abbiamo ogni sorta di

prove che gli animali non rivivono dopo essere stati congelati: neppu-

re i pesci, parlando in generale; non esiste alcuna prova contraria, che

cioè le forme di vita superiori possano rivivere, in nessuna circostan-

za. Che cosa volevi dire, Blair?

Il piccolo biologo scosse il capo. La sottile corona di capelli che face-

va cerchio intorno alla sua pelata tremolò della collera del giusto.

_ Volevo dire--cominciò in tono risentito--che le singole cellule

potrebbero esibire talune caratteristiche che possedevano quando era-

no in vita, se venissero scongelate nella debita maniera. Le cellule dei

muscoli umani sopravvivono per molte ore, dopo che l'uomo muore.

Per il semplice fatto che sopravvivono, e che sopravvivono alcune al-

tre cose, poche, comunque, come i capelli e le unghie, non potete cer-

tamente accusare un morto di essere uno zombie o qualcosa di simile.

"Ora, se io scongelerò questa cosa nel modo adatto, forse avrò la

possibilità di determinare il tipo di pianeta da cui proviene. Noi non

sappiamo, né potremmo sapere con alcun altro sistema, se sia prove-

nuta dalla Terra o da Marte o da Venere o dal di là delle stelle.

"E per il semplice fatto che ha un aspetto diverso da quello del-

I'uomo, voi non potete accusarla di essere malvagia, o crudele o chissà

cosa. Forse l'espressione che vediamo sulla sua faccia è l'equivalente

di una rassegnazione al destino. Il bianco, per i cinesi, è il colore del

lutto. Se gli uomini possono avere usanze differenti perché non po-

trebbe una razza, così diversa da noi, avere un codicé diverso per in-

terpretare le espressioni del viso?"

Connant rise piano, senza alcuna allegria.--Pacifica rassegnazione

al destino! Se quello è il meglio che riesce a fare quando si tratta di

rassegnarsi, non credo di avere alcuna voglia di vedere l'espressione

che ha quando impazzisce di collera. Quella faccia non è mai stata in-

tesa perché esprimesse la pace. Anzi, non ha mai avuto alcun pensiero

filosofico corrispondente alla pace, nella sua natura.

"So che adesso è il tuo beniamino, ma cerca di ragionare. Quella co-

sa ha passato la sua adolescenza nel male, facendo lentamente arrosti-

re vivi i locali equivalenti dei gatti, e ha raggiunto poi la maturità ac-

E compagnandosi con nuove, ingegnose torture."

E --Non hai il minimo diritto di dire queste cose--ribatté irosamen-

te Blair.--Come puoi fare la benché minima affermazione a riguardo

di espressioni facciali che per loro intrinseca natura sono completa-

t mente diverse da quelle umane? Può darsi che non esista neppure, l'e-

quivalente umano di quei sentimenti. Si tratta solamente di un modo

diverso con cui la Natura ha scelto di svilupparsi: un ulteriore esem-

E pio della meravigliosa capacità di adattamento che troviamo nella

j~ Natura. Cresciuta su un pianeta diverso, forse più aspro, essa ha una

forma e connotati diversi. Ma è un figlio legittimo della Natura, esat-

tamente come lo sei tu. Tu ora esibisci l'infantile debolezza umana

consistente nell'odiare ciò che è diverso. Sul suo mondo d'origine, essa

probabilmente classificherebbe te come una mostruosità bianca

smorta come la pancia di un pesce, con un numero insufficiente di oc-

chi e un corpo fungoide, pallido e gonfio di gas. Solo perché la sua na-

tura è diversa, non hai alcun diritto di affermare che tale natùra è ne-

cessariamente malvagia.

199

Norris proferì un unico, tonante:--Puah!--Abbassò lo sguardo

sulla cosa.--Può darsi che le creature provenienti da altri mondi non

debbano necessar2amente essere malvage soltanto perché sono diverse,

certo. Ma quella creatura lo era dawero! Figlia della Natura, eh? Be',

per l'Inferno, come doveva essere malvagia quella Natura!

--Ehi, volete piantarla lì, voialtri rompiscatole, di polemizzare tra

di voi? e volete decidervi a togliere quella roba dal mio tavolo?--

brontolò Kinner.--E metteteci un telo sopra. Ha un aspetto indecen-

te.

--Kinner mi diventa pudico--lo burlò Connant.

Kinner guardò con la coda dell'occhio il corpulento fisico. La guan-

cia sfregiata si torse, unendosi alla linea delle labbra strette per for-

mare un ghigno.--D'accordo, grand'uomo, ma di cosa ti lamentavi

un minuto fa? Possiamo mettere quella roba su una sedia accanto alla

tua, queta sera, se lo desideri.

--Non ho paura della sua faccia--ritorse Connant.--Non mi dà

nessun particolare piacere fargli la veglia funebre, ma vedrò ugual-

mente di farlo.

Il sorriso di Kinner si allargò.--Già, già--fece. Si accostò alla stu-

fa e cominciò alacremente a far scendere la cenere, seppellendo le

schegge di ghiaccio. Blair si rimise al lavoro.

- Clic - riferì il contatore dei raggi cosmici. - Clic, brrrp, clic. -

Connant sobbalzò e lasciò cadere la matita.

--Maledizione.--Il fisico lanciò un'occhiata all'indirizzo dell'altra

estremità della baracca, al contatore Geiger collocato sul tavolo ac-

canto a quell'angolo, e si mise carponi sotto il tavolo dove stava lavo-

rando, per cercare di recuperare la matita. Poi si rimise a sedere e ri-

prese il lavoro, cercando di scrivere in modo più chiaro. La sua calli-

grafia tendeva ad avere sobbalzi e fremiti, all'unisono con i suoni

improvvisi, simili al verso di una gallina soddisfatta, che emetteva il

contatore Geiger. Il sibilo attutito della lampada a petrolio che usava

per l'illuminazione, la mescolanza di gorgoglii e di fanfare provenien-

te dalla decina di persone che dormivano nel corridoio della Casa Pa-

radiso costituivano i rumori di fondo su cui s'inserivano i chioccolii ir-

regolari del contatore e il fruscio occasionale del carbone che si asse-

stava nella stufa panciuta di rame. Oltre al debole, continuo

d77p-drip-dr2p della cosa nell'angolo.

Connant si strappo di tasca un pacchetto di sigarette, ne batté il fon-

200

do in modo che una sigaretta saltasse fuori, quindi si piazzò fra le lab-

bra il cilindretto di tabacco. L'accendino fece cilecca, ed egli frugò rab-

biosamente in mezzo álla pila di carte, per trovare un fiammifero. Fe-

ce scorrere varie volte la ruota dell'accendino, lo lasciò cadere sul

tavolo con un'imprecazione e si alzò per andare a prendere con le mol-

le, dalla stufa, un pezzo di carbone acceso.

L'accendino funzionò poi al primo colpo, non appena egli fu ritorna-

to alla scrivania.

Il contatore emise una serie di chioccolii soddisfatti quando una sal-

va di raggi cosmici lo raggiunse. Connant si voltò verso il contatore

per indirizzargli un'occhiata di stizza, e cercò di concentrarsi sull'in-

terpretazione dei dati raccolti nel corso della precedente settimana. Il

riepilogo settimanale...

Poi vi rinunciò, arrendendosi alla curiosità, o al nervosismo. Prese

la lampada dalla scrivania e la trasportò sul tavolo nell'angolo. Poi ri-

tornò alla stufa e raccolse le molle. La bestia continuava a sgelarsi da

diciotto ore, ormai. Egli la tastò con la molla, ponendo in quell'atto,

un inconsapevole cautela: la carne non era più dura come le lastre di

una corazza, ma aveva assunto una consistenza di gomma. Sembrava

una massa di gomma bagnata, azzurra, coperta di luccicanti goccioli-

ne d'acqua simili a piccoli gioielli rotondi, alla luce della lampada a

petrolio.

Connant provò l'irragionevole desiderio di versare l'intero serbatoio

di petrolio su quella cosa contenuta nella cassa, e di gettarvi la siga-

retta accesa. Insensibili, i tre occhietti rossi lo fissavano trucemente, e

i bulbi oculari color rubino rimandavano a lui i raggi di luce fumosi e-

opachi.

Comprese vagamente di avere continuato a fissare quegli occhi per

un tempo assai lungo, e addirittura comprese in modo assai vago che

insensibili, quegli occhi, non lo erano più. Ma questo non gli parve im-

portante: come non gli parve importante il faticoso lento movimento

delle appendici simili a tentacoli che spuntavano dalla base del collo

sottile, lentamente pulsante.

Connant riprese la lampada e ritornò alla sedia. Si mise a sedere

fissando le pagine di espressioni matematiche che aveva davanti a sé.

Il chioccolio del contatore, adesso, era divenuto, stranamente, meno

fastidioso; il fruscio dei carboni nella stufa non riusciva più a distrarre

la sua attenzione-

Il cigolio del pavimento di assi di legno, dietro di lui, non interruppe

il filo dei suoi pensieri, mentre egli scriveva in modo automatico il re-

SOConto settimanale, riempiva colonnine di cifre e apponeva delle note

di commento, col riassunto delle osservazioni

Il cigolio delle assi del pavimento si fece piu vicino.

201

Blair riemerse bruscamente dalle profondità del sonno, agitate da in-

cubi. La faccia di Connant galleggiava vagamente sopra di lui; per un

istante gli parve la continuazione degli orrori scatenati che gli erano

apparsi nel sogno. Ma la faccia di Connant era rabbiosa, e un poco spa-

ventata.--Blair... Blair, maledetto dormiglione, sveglia.

--Uhm?... Eh?--Il piccolo biologo si strofinò gli occhi e le sue dita

ossute e lentigginose si raccolsero a formare come il pugno mutilato di

un bambino. Dalle cuccette adiacenti, altre facce si sollevarono per

fissarli.

Connant si raddrizzò.--Alzati... e muoviti. Il tuo maledetto anima-

le è scappato.

--Scappato?... cosa?--La voce stentorea del capo pilota Van Wall

s'innalzò a un volume che fece tremare le pareti. Dal fondo del tunnel

di comunicazione, altre voci si misero improvvisamente a urlare. I do-

dici abitanti della Casa Paradiso si precipitarono d'improvviso nella

stanza: Barclay, massiccio e quasi tondo in un enorme paio di mutan-

doni di lana, portava con sé un estintore.

--Che diavolo succede?--chiese Barclay.

--Questa vostra maledetta bestia si è liberata. Mi sono addormen-

tato una ventina di minuti fa, e quando mi sono svegliato, la cosa non

c'era più. Ehi, Doc, col cavolo che ci hai raccontato che quelle bestie

non possono ritornare in vita. La maledetta vita potenziale descritta

da Blair ha sviluppato un potenziale del diavolo e ci è scappata sotto il

naso.

Copper lo fissò con occhi vacui.--Non era... terrestre --sospirò

d'improvviso.--Io... io credo che le leggi della Terra non siano valide

per essa.

--Be', si è messa in lista per una licenza e se l'è presa da sola. Dob-

biamo trovarla e catturarla in qualche maniera.--Connant imprecò

amaramente; i suoi occhi neri e infossati erano torvi e incolleriti.--E

un miracolo che quell'infernale creatura non mi abbia divorato men-

tre dormivo.

Blair gli restituì lo sguardo, e i suoi occhi pallidi furono improv-

visamente pieni di paura.--A meno che... ehm... uhm... dovremo sco-

prirlo.

--Scoprilo tu. Era la tua beniamina. Io ne ho più che abbastanza;

starmene seduto laggiù per sette ore, con il contatore che ticchettava

ogni pochi secondi, e voialtri dormiglioni qui dentro a fare il coro dei

russanti. Mi meraviglio di essere riuscito ad addormentarmi. Vado al-

I'Amministrazione.

Il comandante Garry entrò in quel momento, chinandosi per passa-

re sotto I uscio. Era occupato ad allacciarsi la cintura.--Non ce ne sa-

rà bisogno. Il ruggito di Van sembrava il suo aeroplano quando decol-

la controvento. Allora, non era morta?

--Non sono stato io a portarla fuori in braccio, di questo potete es-

serne certi--ritorse Connant.--L'ultima volta che l'ho vista, da quel

suo cranio spaccato cominciava a uscire una poltiglia verde, come

quando si schiaccia un grosso bruco. Doc ha detto in questo istante

che le nostre leggi non valgono per quella cosa, non è terrestre. Be', è

un mostro ultraterreno, con un caratterino ultraterreno, a giudicare

dalla faccia, e se ne va a spasso con la testa spaccata e il cervello che

gli cola fuori.

Sulla soglia comparvero Norris e McReady; dietro di loro, gli stipiti

incorniciavano le facce di molti uomini tremanti.--Qualcuno l'ha vi-

sta venire da questa parte?--domandò Norris, in tono innocente.

--Alta circa un metro e venti, tre occhi rossi, cervello che cola fuori...

Ehi, qualcuno ha controllato che non sia uno scherzo di dubbio gusto?

Se lo fosse, penso che tutti sareste d'accordo con me nel prendere il be-

niamino di Blair e legarlo al collo di Connant come l'albatros nella

ballata dell'antico marinaio.

--Non è una burla--disse Connant, rabbrividendo.--Oh, Dio,

preferirei che lo fosse. Preferirei portarmela al...--S'interruppe. Un

urlo selvaggio, sovrannaturale, echeggiò lungo i corridoi. Gli uomini

s'irrigidirono bruscamente. Metà dei presenti si volse verso quella di-

rezione.

--Credo che sia stata localizzata--terminò Connant. I suoi occhi

scuri si posavano qua e là, animati da uno strano nervosismo. Corse

alla sua cuccetta nella Casa Paradiso, e quasi immediatamente fu di

ritorno con un pesante revolver calibro 45 e un'ascia. Li brandì tutti e

due con delicatezza, e si avviò lungo il corridoio in direzione del cani-

le.--Andando in giro a caso, deve avere imboccato il corridoio sba-

gliato... ed essere finita tra i cani. Ascoltate, i cani hanno spezzato le

catene...

I guaiti semiterrorizzati della muta si erano trasformati nella confu-

Sione selvaggia della caccia. Le voci dei cani rimbombavano negli

stretti corridoi, e insieme con esse giunse un basso ringhiare intermit-

tente: odio allo stato puro. Uno strillo di dolore; una dozzina di guaiti

ringhiosi.

Connant corse alla porta. A un passo da lui, McReady, poi Barclay e

:~ il comandante Garry lo seguirono immediatamente. Altri uomini si

avviarono di corsa verso l'Amministrazione, e verso le armi: la capan-

r~ na delle slitte. Pomroy, che si occupava delle cinque mucche dell'Ac-

r Campamento Magnetico Principale, si avviò per il corridoio nella dire-

zione opposta: aveva in mente un certo forcone dal manico lungo qua-

si due metri e dalle punte assai sottili.

Barclay si arrestò con uno scivolone, quando la mole gigantesca di

McReady fece una brusca giravolta e si allontanò dal tunnel che con-

duceva al canile, svanendo in una direzione laterale. Nel dubbio, il

meccanico esitò per un momento, senza lasciare l'estintore che aveva

in mano, mentre decideva il percorso da seguire. Poi riprese a correre

dietro le ampie spalle di Connant. Qualunque cosa McReady avesse in

mente, ci si poteva fidare che fosse capace di metterla in atto.

Connant si arrestò al gomito del corridoio. Il respiro sibilò brusca-

mente nella sua gola.--Gran Dio...--La pistola sparò con fragore di

tuono; tre assordanti, quasi tangibili ondate di suono echeggiarono

negli stretti corridoi. Poi altre due. Il revolver cadde sulla neve com-

pressa del camminamento, e Barclay vide l'ascia da ghiaccio passare

in posizione difensiva. 11 corpo massiccio di Connant gli ostruiva la vi-

sta, ma dietro di esso egli udì qualcosa che miagolava e, follemente, ri-

deva. Adesso i cani erano più calmi: nel loro basso ringhiare c'era una

mortale serietà. Zampe munite di artigli raschiavano sulla neve indu-

rita, catene spezzate sbattevano e tintinnavano.

Connant bruscamente cambiò piede, e Barclay poté vedere cosa ave-

va davanti. Per un istante rimase impietrito, poi il fiato gli uscì dalle

labbra in una feroce bestemmia. La cosa si lanciò contro Connant, e le

braccia poderose dell'uomo calarono l'ascia, di piatto, su quella che

sarebbe potuta essere una testa. Ci fu un terribile scricchiolio, ma poi

la carne ridotta a brandelli, lacerata da una mezza dozzina di cani da

slitta inferociti, ritornò di nuovo in piedi. Gli occhi rossi bruciavano di

un odio ultraterreno, di un'ultraterrena, insopprimibile vitalità.

Barclay volse contro di essa l'estintore; il getto accecante, corrosivo,

di nebbia chimica confuse la cosa, la disorientò e, insieme con il sel-

vaggio attacco dei cani - incapaci di provare per più di pochi istanti

paura di qualsiasi cosa che fosse, o che potesse essere, viva - la tenne a

bada.

McReady, aprendosi la strada in mezzo agli altri, stava arrivando

dal corridoio stretto, stipato di persone che non riuscivano a vedere la

scena. L'attacco di McReady aveva la decisione di qualcosa di proget-

tato con cura. Una delle torce a cherosene usate per riscaldare i motori

dell'aereo era stretta nelle sue mani bronzee. La torcia ruggì impetuo-

samente quando egli svoltò il corridoio e aprì la valvola. Il rabbioso

miagolio salì di tono. I cani si ritirarono precipitosamente dalla lancia

di fiamma, lunga quasi un metro e di colore bluastro.

--Bar, prendi un cavo sotto tensione, portalo fino a noi in qualche

maniera. E un manico. Possiamo folgorare con l'elettricità questo...

mostro, se non riesco a incenerirlo io.--McReady parlava con l'auto-

rità di chi ha già in mente un programma d'azione. Barclay si avviò

per il lungo corridoio, diretto all'impianto generatore, ma già prima

di lui Norris e Van Wall si erano messi a correre.

Barclay trovò il cavo nell'armadietto dei pezzi di riserva dell'impian-

to elettrico, nella parete del tunnel. La voce di Van Wall echeggiò in un

grido di avvertimento:--Tensione!--quando la dinamo con motore

a benzina, tenuta di riserva per i casi di emergenza, entrò rombando

in azione. Una mezza dozzina di uomini, intanto, si era già radunata

laggiù; carbone e legna venivano infilati nel focolare dell'impianto

elettrico a vapore. Norris, che bestemmiava con voce bassa e monoto-

na, lavorava con dita svelte e sicure dall'altra estremità del cavo di

Barclay, collegandola a una presa.

I cani si erano ritirati, quando Barclay raggiunse il gomito del corri-

doio: si erano ritirati di fronte a una mostruosità inferocita che lancia-

va fiamme dai tre occhi rossi e pieni d'odio, miagolando per la rabbia

di vedersi in trappola. I cani formavano un semicerchio di musi spor-

chi di rosso, con una frangia di denti bianchi e scintillanti, e uggiola-

vano con malvagia bramosia che quasi uguagliava la furia degli occhi

rossi. Calmo, McReady stava all erta nel gomito del tunnel: nelle mani

aveva la torcia ancora ferocemente accesa, ed era pronto a rimetterla

in azione contro il mostro. Fece un passo di lato senza distogliere gli

occhi dalla bestia quando Barclay lo raggiunse. C'era un sorriso esile e

tirato sulla sua scarna faccia bronzea.

La voce di Norris lanciò un richiamo dal fondo del corridoio, e Bar-

clay fece un passo avanti. Il cavo elettrico era fissato con del nastro

isolante al lungo manico di una pala da neve: i due conduttori erano

stati allontanati tra loro, e venivano tenuti alla distanza di un paio di

spanne per mezzo di un pezzo di legno legato ad angolo retto, di tra-

verso, sull'impugnatura del manico. I fili di rame, privi d'isolamento,

caricati a 220 volt, scintillavano alla luce delle lampade a petrolio. La

cosa miagolò, s'immobilizzò per un attimo e poi cercò di sottrarsi.

McReady si accostò al fianco di Barclay. I cani davanti a loro avverti-

rono la natura del piano degli uomini con l'intelligenza quasi telepati-

ca dei cani da slitta addestrati. Il loro uggiolio divenne più acuto, più

sommesso, e i loro passi al rallentatore li portarono più vicini al mo-

stro. All'improvviso un enorme cane dell'Alaska, nero come la notte, si

lanciò contro la cosa intrappolata. Essa si voltò come un turbine, col-

pendo il cane con le zampe armate di artigli affilati come sciabole.

Barclay fece un balzo in avanti e affondò la sua arma. Un urlo sovru-

mano, acutissimo, si alzò e si ruppe, soffocato. L'odore di carne brucia-

ta si fece più aspro in tutto il corridoio; si alzarono volute pigre di fu-

mo denso e grasso. L'eco del rombo della dinamo a benzina divenne un

tonfo cupo, all'altro capo del corridoio.

Gli occhi rossi si velarono nella tremolante parodia, sempre più rigi-

da, di una faccia. Membra simili a braccia e a gambe sobbalzarono e

tremarono~ I cani balzarono avanti, e Barclay ritirò la sua arma mon-

ata sul manico di una pala. La cosa che giaceva sulla neve non si mos-

se più, mentre i denti scintillanti la facevano a brandelli.

204 = 205

Garry si guardò attorno, nella stanza affollata. Trentadue uomini: al-

cuni ancora tesi per il nervosismo, appoggiati contro la parete; altri

incerti e rilassati; alcuni seduti; molti, volenti o nolenti, costretti a ri-

manere in piedi per mancanza di spazio, vicini come sardine. Trenta-

due, più i cinque che si stavano occupando di ricucire le ferite dei ca-

ni: trentasette in tutto, il personale al completo.

Garry cominciò a parlare:--D'accordo, penso che siamo arrivati

tutti. Alcuni di voi... tre o quattro al massimo... hanno visto ciò che è

successo. Tutti voi avete visto la cosa che è sul tavolo, e potete farvi

un'idea generale. A beneficio di chiunque non l'avesse vista, ora solle-

verò...--La sua mano corse al telo cerato che copri~a il rigonfiamento

della cosa deposta sul tavolo. Ne usciva un acre odore di carne brucia-

ta. Gli uomini si affrettarono a dire che non ce n'era bisogno, e si agita-

rono preoccupati.

--Ho proprio idea che Charnauk non guiderà più nessuna muta--

continuò Garry.--Blair vuole poter mettere le mani su questa cosa,

per compiere degli esami più dettagliati. Noi vogliamo sapere che co-

s'è successo, ed essere certi che adesso sia permanentemente, comple-

tamente morta. Giusto?

Connant sorrise.--Chiunque non sia d'accordo può venire qui a te-

nerle compagnia per la notte.

--D'accordo, allora. Blair, che cosa mi puoi dire di essa? Che

cos'era?--Garry si voltò verso il piccolo biologo.

--Mi chiedo se l'abbiamo mai vista nella sua vera forma natura-

le.--Blair portò lo sguardo sulla massa ancora coperta dalla tela ce-

rata.--Può darsi che imitasse le creature che hanno costruito quell'a-

stronave... ma non penso che sia la ~erità. Secondo me, quella era la

sua vera forma. Quelli di noi che erano vicino al gomito del corridoio

l'hanno vista in azione; la cosa che c'è sul tavolo è il risultato. Quando

si è liberata, a quanto pare, ha cominciato a guardarsi attorno. L'An-

tartide è ancora coperta di ghiaccio come lo era intere epoche geologi-

che fa, quando questa creatura la vide per la prima volta... e si conge-

lò. Dalle osservazioni da me compiute mentre si stava scongelando, e

dai campioni di tessuto organico che in quella occasione ho staccato e

colorato, credo che fosse originaria di un pianeta più caldo della Ter-

ra. Non poteva, nella sua forma naturale, sopportare la temperatura.

Non c'è alcun organismo vivente sulla Terra che possa vivere nell'An-

tartide durante l'inverno, ma la miglior soluzione di compromesso so-

no i cani. La cosa ha trovato i cani, e in qualche modo è riuscita ad av-

vicinarsi a Charnauk e a ucciderlo. Gli altri cani hanno sentito il suo

odore... o il suo rumore... non so, e si sono inferociti, hanno spezzato le

catene e l'hanno attaccata prima che avesse finito con Charnauk. La

cosa che noi abbiamo trovato era in parte Charnauk, che stranamente

era morto solo per metà, in parte Charnauk semidigerito dal protopla-

sma di quella creatura, simile a gelatina, e in parte era un residuo del-

la cosa che abbiamo trovato originariamente, fusosi, o qualcosa di si-

mile, fino a raggiungere lo stato base del suo protoplasma.

--Quando i cani l'hanno attaccata, essa si è trasformata nella mi-

glior creatura da combattimento che le è venuta in mente. A quanto si

direbbe, una bestia di un altro pianeta.

--Trasformata--scattò Garry.--E in che modo?

--Ogni organismo vivente è costituito di gelatina... di protoplasma

cioè, e di minuscole, submicroscopiche entità chiamate nuclei, che

controllano la massa che li circonda, il protoplasma. Questa cosa non

era altro che una modificazione del piano universale seguito dalla Na-

tura; cellule, costituite di protoplasma, controllate da nuclei infinita-

mente più piccoli. Voi fisici potreste paragonarla... paragonare uma

cellula isolata di qualsiasi organismo vivente... a un atomo; la massa

dell'atomo, la parte che riempie lo spazio, è costituita dalle orbite de-

gli elettroni, ma le sue caratteristiche sono determinate dal nucleo

atomico.

"Queste considerazioni non s'allontanano in modo troppo radicale

da ciò che già conosciamo. Si tratta solamente di una modificazione

che non abbiamo mai incontrato in passato. E altrettanto naturale, al-

trettanto logica, quanto ogni altra manifestazione della vita. Obbedi-

sce esattamente alle stesse leggi. Le cellule sono fatte di protoplasma,

le loro caratteristiche sono determinate dai nuclei.

"Solo che in questa creatura i nuclei cellulari possono controllare le

cellule con un atto di votontd. Ha digerito Charnauk, e, mentre lo dige-

riva, ha studiato ciascuna cellula dei suoi tessuti, e ha modificato le

proprie cellule in modo da imitarla esattamente. Alcune parti della

cosa... le parti che hanno avuto il tempo di cambiare fino in fondo...

sono cellule di cane. Ma non hanno nuclei come quelli delle cellule di

cane.n Blair sollevò un angolo della tela cerata. Ne uscì una zampa di

cane tutta lacerata, coperta di ispidi peli grigi. nQuesta, per esempio,

non è affatto canina; è imitazione. Di alcune parti non sono certo, il

nucleo si nasconde dietro un altro nucleo che imita quello delle cellule

canine A tempo debito, neppure un microscopio avrebbe potuto mo-

strare la differenza."

--E supponendo--chiese amaramente Norris--che avesse avuto

tUtto il tempo che voleva?

--Allora sarebbe diventata un cane. Gli altri cani l'avrebbero accol-

ta tra loro. Noi l'avremmo accolta tra noi. Noi stessi l'avremmo accol-

ta come uno di noi. Non credo che possa esistere uno strumento capa-

ce di distinguerla: né il microscoDio. né i raoai X. né altro. E un mem-

bro di una razza supremamente intelligente: una razza che ha appreso

i segreti più profondi della biologia, e li ha volti a proprio uso.

--E che cosa intendeva fare?--Barclay lanciò un'occhiata alla tela

cerata e ciò che si nascondeva sotto di essa.

Blair sorrise, a disagio. L'ondeggiante aureola di capelli sottili che

circondava il suo cranio pelato si scosse, accompagnando il movimen-

to dell'aria.--Impadronirsi del mondo, immagino.

--Impadronirsi del mondo! Proprio questo, tutto da solo?--Con-

nant boccheggiò.--Mettersi sul trono come un dittatore solitario?

--No.--Blair scosse il capo. Il bisturi che aveva continuato a strin-

gere fra le dita gli cadde di mano; si chinò a raccoglierlo, cosicché,

mentre parlava, la sua faccia rimase nascosta agli altri.--Divente-

rebbe la popolazione del mondo.

--Diventerebbe... Popolerebbe il mondo? Perché, si riproduce in

modo asessuale?

Blair scosse il capo e trangugiò.--E un... non ne ha bisogno. Pesava

38 chili. Chamauk ne pesava circa 40. Sarebbe diventato Charnauk, e

gli sarebbero rimasti 38 chili per diventare... o Jack, per esempio, o

Chinook. Pub imitare qualsiasi cosa, ossia diventare qualsiasi cosa. Se

avesse raggiunto il Mare Antartico, sarebbe diventato una foca... ma-

gari due foche. Avrebbero potuto attaccare un'orca marina, e poi di-

ventare due orche, oppure un branco di foche. O magari avrebbe preso

un albatros, o un gabbiano, e sarebbe volato fino in Sudamerica.

Norris imprecò a voce bassa.--E ogni volta che avesse digerito

qualcosa, e l'avesse imitato...

--Gli sarebbe rimasto il proprio peso di partenza, per ricominciare

di nuovo--terminò Blair.--Nulla potrebbe ucciderlo. Non ha nemi-

ci naturali, poiché diventa qualsiasi cosa voglia diventare. Se un'orca

marina lo attaccasse, diventerebbe un'orca marina. Se fosse un alba-

tros e un'aquila lo attaccasse, diventerebbe un'aquila. Signore, po-

trebbe diventare un'aquila femmina. Tornare indietro, fare il nido e

deporre le uova!

Sei sicuro che quella creatura infernale sia morta?--chiese il

dottor Copper, piano.

--Sì, grazie al Cielo--rispose il piccolo biologo.--Quando hanno

portato via i cani, io stesso sono rimasto lì, a colpirla per cinque minu-

ti con l'aggeggio per la folgorazione elettrica costruito da Bar. Ormai è

morta... e cotta.

--Allora possiamo soltanto ringraziare che siamo nell'Antartide,

dove non ha neppure un'unica, singola, solitaria forma di vita da imi-

tare, tolti gli animali dell'accampamento.

--Noi--fece Blair, con una risatina sciocca.--Potrebbe imitare

noi. Un cane non riuscirebbe a percorrere seicentocinquanta chilome-

tri fino al mare; non c'è cibo. Non ci sono gabbiani da imitare in que-

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sta stagione. Non ci sono pinguini, così nell'entroterra. Non c'è nulla

che possa raggiungere il mare da questa località... eccetto noi. Noi ab-

biamo il cervello. Noi possiamo farlo. Non capite?... Deve imitare noi...

deve essere uno di noi... è l'unico modo in cui può servirsi di un aeropla-

no... votare per due ore, e dominare... essere... tutti gli abitanti della Terra.

Ha un mondo da raccogliere... se imita noi!

--Ma non lo sapeva ancora. Non ha avuto la possibilità di imparar-

lo. Aveva fretta... era in pericolo... ha preso la cosa che ha trovato, la

più vicina alla sua stessa taglia. Ecco... io sono Pandora... ho aperto il

vaso! E l'unica speranza che può uscirne... è che non c'è nulla che pos-

sa uscirne! Voi non mi avete visto. Me ne sono occupato io. Ho risolto

il problema. Ho rotto il magnete di ciascun aereo. Non è rimasto un

solo aereo che possa volare. Nulla può volare.--Blair rise sciocca-

mente e si accasciò a terra, piangendo.

Il capo pilota Van Wall si tuffò in direzione della porta. I suoi passi

erano un'eco che svaniva nel corridoio mentre il dottor Copper si pie-

gava senza fretta sul corpo del piccolo uomo steso sul pavimento. Dal

suo armadio all'altra estremintà della stanza, egli prese qualcosa e

iniettò un'imprecisata soluzione nel braccio di Blair.--Forse ritorne-

rà normale quando si sveglierà--disse con un sospiro, rialzandosi.

McReady lo aiutò a sollevare il biologo e a trasportarlo di peso su una

cuccetta.--Dipende solo da questo: se riusciremo a convincerlo che

quella cosa è morta.

Van Wall ritornò nella baracca, strofinandosi con aria distratta la

folta barba bionda.--Non pensavo che un biologo potesse portare

avanti fino in fondo una simile iniziativa. Si è dimenticato dei ricambi

del secondo armadietto. Tutto a posto. Li ho rotti io.

Il comandante Garry annuì.--Mi domandavo della radio.

ll dottor Copper sbuffò.--Non penserete che possa scappare via su

'~ un'onda radio, vero? Se sospendessimo le trasmissioni, arriverebbero

cinque spedizioni di soccorso nel giro di tre mesi. La cosa da farsi è

quella di parlare, senza riferire niente. Ora mi chiedo se

McReady fissò il medico con aria interrogativa.--Potrebbe essere

come una malattia infettiva. Ogni cosa che abbia assorbito il suo san-

gue

p Copper scosse il capo.--Blair ha dimenticato una cosa. Sarà benis-

i~ simo capace di imitare, ma deve possedere, almeno fino a un certo

- punto, una propria chimica organica, un proprio metabolismo. Se non

li avesse, allora diventerebbe cane, certo... ma resterebbe un cane e

niente di più. Deve essere un cane fasullo. E dunque lo possiamo sco-

prire mediante prove sul siero. E la sua chimica, poiché proviene da

un altro mondo, deve essere così completamente, radicalmente diver-

sa, che alcune cellule, ad esempio quelle che raggiungono l'organismo

dalle gocce di sangue, sarebbero trattate come germi patogeni dall'or-

L~ ganismO del cane... o dell'uomo.

--Sangue?... Una di quelle imitazioni sarebbe capace di sanguina-

re?--domandò Norris.

--Certo. Nel sangue non c'è nulla di arcano. I muscoli sono compo-

sti di acqua per il 90~o; il sangue è diverso soltanto in questo: ha qual-

che centesima parte di acqua in più, e meno tessuto connettivo. Un'i-

mitazione sanguinerebbe normalmente--gli assicurò Copper.

Dalla cuccetta, Blair si rizzò bruscamente a sedere.--Connant...

Dov'è Connant?

Il fisico si recò accanto al piccolo biologo.--Sono qui. Che cosa

vuoi?

--Tu sei?--disse Blair, ridendo scioccamente. Tornò a sprofondare

nella cuccetta, contorcendosi in mute risate.

Connant lo fissò con occhi vacui.--Che? Sono io cosa?

--Sei dawero lì?--Blair fu scosso da un accesso di risate.--Sei

dawero Connant? Quella bestia voleva essere un uomo... non un cane!

Il dottor Copper si alzò stancamente dalla cuccetta e lavò con cura la

siringa ipodermica. Il sottile tintinnio parve molto rumoroso, nella

stanza affollata, ora che la gorgogliante risata di Blair era finalmente

cessata. Copper rivolse lo sguardo verso Garry e scosse lentamente il,

capo.--Non c'è speranza, temo. Non credo che riusciremo mai a con-

vincerlo che la cosa è morta.

Norris fece un sorriso incerto.--Non credo che riuscirete a convin-

cere me. Oh, accidenti a te, McReady.

--McReady?--Il comandante Garry distolse lo sguardo da Norris

per fissare McReady con curiosità.

--Gli incubi--spiegò Norris.--McReady aveva una teoria sugli

incubi da noi avuti alla stazione Secondaria dopo avere trovato quella

cosa.

--E com'era?--Garry fissò McReady senza battere ciglio.

Per lui rispose Norris, parlando inquieto, a scatti.--Che la creatura

non fosse morta ma avesse una sorta di esistenza enormemente rallen-

tata- un'esistenza che le permetteva comunque di essere vagamente

cosciente del passare del tempo, e del nostro arrivo dopo infiniti anni.

Io stesso ho sognato che era capace di imitare le cose.

--Be'--brontolò Copper--ne è capace.

--Non fare lo stupido--ritorse Norris.--Non è questa la parte che

mi preoccupa. Nel sogno poteva leggere la mente; leggere i pensieri e

le idee e i modi di agire individuali.

_ E cosa c'è di male? Mi pare che la cosa vi preoccupi più di un'al-

tra, e cioè il pensiero di come sarà divertente avere con noi un matto,

in un campo antartico.--Copper indicò con il capo la sagoma dor-

miente di Blair.

McReady scosse lentamente la testa.--Voi sapete che Connant è

Connant: infatti egli non soltanto assomiglia a Connant... cosa che, a

quantO cominciamo a pensare, era capace di fare anche la bestia... ma

pensa come Connant, parla come Connant, si comporta con noi come

si comporta Connant. E per farlo non basta solamente un corpo che as-

somigli al suo, occorre anche la mente stessa di Connant, i suoi pensie-

ri e i suoi caratteristici modi di agire. Pertanto, anche se da una parte

voi sapete che la cosa avrebbe potuto assumere un aspetto simile a

quello di Connant, dall'altra l'intera questione non vi preoccupa mol-

to, poiché voi sapete che la mente della cosa proverrebbe da un altro

mondo: sarebbe una mente completamente inumana, non potrebbe

reagire e pensare e parlare come un uomo che conosciamo, e non po-

trebbe farlo in maniera così abile da ingannarci anche solo per un mo-

mento. L'idea che quella creatura imiti uno di noi è affascinante, ma è

irreale, poiché la cosa è troppo inumana per poterci ingannare. Essa

non possiede una mente umana.

--Come ho detto in precedenza--ripeté Norris, fissando McReady

senza battere ciglio--tu riesci a dire le cose più infernali nel più in-

fernale dei momenti. Mi fai il favore di completare il tuo pensiero... in

un modo o nell'altro?

Kinner, il cuoco della spedizione dal volto segnato da una cicatrice,

era rimasto fermo accanto a Connant fino a quel momento. Improv-

visamente si scosse e, attraversando l'intera lunghezza della stanza af-

follata, si diresse alla sua cucina, dove si mise rumorosamente a scuo-

t tere la cenere dal focolare della stufa.

--Alla cosa non servirebbe a niente--disse il dottor Copper a voce

bassissima, come se pensasse a voce--limitarsi ad assomigliare a

t qualcosa che essa cerca di imitare; dovrebbe comprenderne le sensa-

i zioni, le reazioni. E la cosa è profondamente inumana; ha poteri di imi-

~ tazione che vanno al di là di qualsiasi concetto degli uomini. Un buon

L attore, mediante l'esercizio, può giungere a imitare un altro uomo, i

suoi modi di agire, in modo sufficiente a ingannare quasi tutti. Natu-

ralmente~ però, nessun attore riuscirebbe a imitarlo in modo talmente

t~` perfetto da ingannare uomini che sono vissuti con la persona imitata

nella assoluta mancanza di privacy che c'è in un accampamento del-

E I~Antartide. Ciò richiederebbe un'abilità superumana.

--Oh, ci sei arrivato anche tu?--Norris lanciò un'imprecazione, a

voce bassa.

Connant, che era fermo accanto alla parete, da solo, a un'estremità

[ della stanza, si guardò intorno ferocemente. con il viso nallidissimo

Con una sorta di lentissima osmosi, gli uomini si erano pian piano

spostati verso l'altra estremità della stanza, e adesso intorno a lui s'e-

ra fatto il vuoto.--Santo Dio, volete starvene zitti, voi due menagra-

mo?--A Connant tremava la voce.--Che cosa sono, io? Una sorta di

esemplare microscopico che voialtri state dissezionando? Un verme

talmente sudicio da doverne parlare in terza persona?

McReady alzò lo sguardo su di lui; per un istante, le sue mani cessa-

rono di torcersi lentamente.--Ci divertiamo moltissimo. Peccato che

non ci sia anche tu. Firmato: Tutti.

"Connant, se ti pare di essere in una posizione infernale, basta che tu

ti metta per un momento nei panni degli altri. Tu hai l'unica cosa che

noi non abbiamo: tu sai qual è la risposta. Ti dirò una cosa: in questo

momento tu sei la persona più temuta e rispettata di tutto il Campo

Magnetico Principale."

--Gesù; se tu potessi vedere i tuoi occhi--disse Connant, boccheg-

giando.--Smettila di fissarmi, per favore! Che cosa diavolo intendi

fare?

--Ha qualche suggerimento, dottor Copper?--chiese a voce ferma

il comandante Garry.--Questa situazione è impossibile.

--Ah, sì?--ritorse Connant.--Venite da questa parte, e guardate

quella folla. Santo Cielo, sembrano esattamente la muta di cani dietro

il gomito del corridoio. Benning, la pianti di agitare quella maledetta

ascia da ghiaccio?

La lama di bronzo cadde a terra con un suono metallico quando il

meccanico degli aerei, innervosito, mollò la presa. Si chinò all'istante

e la raccolse, la soppesò lentamente, facendosela girare tra le mani,

mentre i sui occhi scuri si muovevano a scatti per tutta la stanza.

Copper si sedette sulla cuccetta accanto a Blair. Il legno cigolò ru-

morosamente. Lontano, in fondo a un corridoio, un cane uggiolò per il

dolore, e le voci tese degli addestratori dei cani si alzarono piano.

--Un esame al microscopio--disse il dottore, pensoso--sarebbe

inutile, come ci ha detto Blair. E già trascorso un tempo considerevo-

le. Però un esame del siero risulterebbe conclusivo.

--Esame del siero? Che cosa intende dire esattamente?--doman-

dò il comandante Garry.

--Se ho un coniglio cui è stato iniettato sangue umano... che per i

conigli è un veleno, naturalmente, così come è un veleno il sangue di

qualsiasi altro animale, escluso i conigli stessi... e le iniezioni conti-

nuassero per qualche tempo, salendo continuamente di dose, il coni-

glio diventerebbe immune all'uomo. Se poi gli togliessimo una piccola

quantità del suo sangue, e la lasciassimo sedimentare in una provetta

e aggiungessimo al siero trasparente una goccia di sangue umano, ci

sarebbe una reazione assai appariscente, la quale dimostrerebbe che il

sangue che abbiamo introdotto è umano. Se aggiungessimo sangue di

mucca o di cane... o qualsiasi altro materiale proteico diverso da un'u-

nica cosa, cioè il sangue umano... non si verificherebbe alcuna reazio-

ne. Questo sarebbe la dimostrazione definitiva.

_ E mi puoi dire dove posso trovare il coniglio che ti serve, dotto-

re?--chiese Norris.--Cioè, senza andare in Australia: non vogliamo

perdere tempo per arrivare fino là.

_ so che non ci sono conigli in Antartide--disse Copper, annuen-

do col capo--ma il coniglio è solo l'animale che si usa di solito. Ogni

altro animale, a eccezione dell'uomo, va ugualmente bene. Ad esem-

pio, un cane. Ma la cosa richiederà alcuni giorni, e, data la mole della

bestia, una grossa quantità di sangue. Due di noi dovranno diventare

donatori.

--Posso offrirmi io?--chiese Garry, annuendo.--Mi metterò im-

mediatamente all'opera.

--E per quanto riguarda Connant, nel frattempo?--domandò Kin-

ner.--Uscirò da quella porta e mi metterò a correre verso il Mare di

Ross, piuttosto che cucinare per lui.

--Potrebbe anche essere umano...--cominciò a dire Copper.

Connant esplose in una serie di imprecazioni.--Umano! Potrei an-

che essere umano, accidenti a te, maledetto segaossa! Ma cosa diavolo

credi che io sia?

--Un mostro--disse seccamente Copper.--E adesso chiudi il bec-

cO e dammi retta.--Dal viso di Connant era scomparso ogni colore; si

mise pesantemente a sedere quando l'accusa venne pronunciata.

--Finché non lo sapremo... e tu sai bene quanto noi che abbiamo degli

ottimi motivi per mettere in dubbio la cosa, e soltanto tu sai quale po-

trà essere la risposta... ci si aspetta logicamente che noi ti si metta sot-

to chiave. Se tu sei... non umano... sei molto più pericoloso del povero

Blair qui presente, e per quanto riguarda Blair mi occuperò io stesso

di chiuderlo a chiave in modo che non possa uscire. Prevedo che il suo

prossimo passo sarà quello di provare il violento desiderio di uccider-

ti, di uccidere i cani e probabilmente anche noi. Quando si sveglierà,

sarà sicuro che noi tutti siamo non umani, e nulla in Terra potrà cam-

biare le sue convinzioni. Sarebbe più gentile lasciarlo morire, ma non

possiamo farlo, è chiaro. Finirà in una delle baracche, e tu potrai ri-

manere nella baracca dei raggi cosmici insieme con le tue apparec-

chiature. Che poi è la cosa che faresti in qualsiasi caso. Devo andare a

preparare un paio di cani.

Connant annuì, amaramente.--lo sono umano. Fa' in fretta con

quell~esame. I tuoi occhi... Signore, se solamente tu potessi vedere i

tuoi occhi, come mi fissano...

Il comandante Garry osservò con ansia mentre Clark, l'addetto ai

cani, teneva fermo il grosso eschimese bruno e Copper dava inizio alle

miezioni. Il cane non era eccessivamente ansioso di collaborare: l'ago

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pungeva, e già al mattino aveva sperimentato la sua dose di cucito.

Cinque punti suturavano una lacerazione che gli partiva dalla spalla

per giungere fino a metà del corpo, passando sulle costole. Una lunga

zanna era spezzata a metà; la parte mancante si sarebbe potuta trova-

re semisepolta nell'osso della spalla della cosa mostruosa che giaceva

sul tavolo dell'edificio Amministrazione.

--Quanto occorrerà?--chiese Garry, stringendosi delicatamente il

braccio. Era tutto indolenzito per la puntura dell'ago usato dal dottor

Copper per estrarre il sangue.

Copper alzò le spalle.--Non lo so, detto francamente. Conosco il

metodo in generale e l'ho usato sui conigli. Ma non ho mai sperimen-

tato con i cani. Sono animali grossi, goffi per questo tipo di lavoro di

laboratorio; naturalmente, i conigli immuni all'uomo, li forniscono

opportuni laboratori: pochi sono i ricercatori che si prendano la fatica

di prepararseli da sé.

--Ma che cosa se ne fanno, laggiù?--chiese Clark.

--La criminologia è un campo vasto. A dice di non aver ucciso B, e

che il sangue sulla sua camicia viene da un pollo. La polizia fa un test,

poi spetterà ad A spiegare come mai quel sangue reagisca con i conigli

immuni all'uomo, e non con quelli immuni al pollo.

--Che ne faremo di Blair nel frattempo?--chiese stancamente

Garry.--Va benissimo lasciarlo dormire lì per un po', ma quando si

sveglierà...

--Barclay e Benning stanno mettendo qualche robusto chiavistello

sulla porta della baracca dei raggi cosmici--rispose Copper, con un

sorriso torvo.--Connant si sta comportando da geniluomo. Ho l'im-

pressione che il modo con cui gli altri lo guardano possa contribuire a

fargli desiderare un po' di privacy. Dio sa, come tutti noi, individual-

mente, abbiamo pregato per un po' di intimità.

Clark rise amaramente.--Adesso non più, grazie tante. Fitta briga-

ta, vita beata.

--Blair--continuò Copper--dovrà a sua volta avere intimità... e

chiavistelli. Avrà certamente in testa un piano ben dettagliato, quan-

do si sveglierà. Avete mai sentito il modo per fermare l'afta nei bovini,

quello che usavano una volta?

--Se non c'è afta, non ci sarà afta--Copper spiegò.--Potete sba-

razzarverne uccidendo ogni animale che ne mostra i segni, e ogni ani-

male che è stato vicino a un animale ammalato. Blair è biologo, e co-

nosce certamente questa vecchia storia. Inoltre ha paura di questa co-

sa che abbiamo messo il libertà. Probabilmente avrà già chiara la

risposta: uccidere tutto e tutti in questo campo, prima che un gabbia-

no o un albatros che si spinge all'interno con la primavera capiti per

caso da noi e... si prenda la malattia.

Le labbra di Clark si torsero.--Mi sembra logico. Se le cose doves-

sero diventare troppo brutte... forse faremmo meglio a lasciare libero

Blair. Ci impedirebbe di commettere suicidio. Anzi, potremmo fare un

voto, un giuramento, che se le cose dovessero veramente volgere al

peggio, si provveda a fare una cosa simile.

Copper rise piano.--L'ultimo uomo rimasto in vita al Campo Ma-

gnetico Principale... non sarebbe un uomo--spiegò.--Qualcuno do-

vrà uccidere quelle... creature che non desiderano uccidersi da sole, lo

sai. Non abbiamo abbastanza termite per farlo tutto in una volta, e l'e-

splosivo alla decanite non servirebbe a molto. Ho l'impressione che

anche i piccoli pezzi di una di quelle cose possano essere autosufficien-

ti.

--Se possono--disse Garry, pensoso--modificare il loro proto-

plasma a volontà, non pensa che si limiteranno a modificare se stessi

trasformandosi in uccelli e poi se ne voleranno via? Possono leggere

tutto ciò che occorre sugli uccelli, e imitare la loro struttura senza ve-

nire direttamente in contatto con essi. Oppure imitare uccelli del loro

pianeta.

Copper scosse il capo e aiutò Clark a liberare il cane.--L'uomo ha

studiato gli uccelli per centinaia di anni, cercando di imparare come

costruire una macchina che volasse come loro. Non riuscì mai a sco-

prire il modo; infine, il successo gli giunse quando rinunciò nettamen-

te a quell'idea e si mise a cercare nuovi metodi. Tra conoscere il prin-

cipio in generale e conoscere nei dettagli la struttura dell'ala e del-

I'osso e del tessuto nervoso c'è molta, moltissima differenza. E per ciò

che riguarda gli uccelli di altri mondi, forse, anzi molto probabilmen-

, te, le condizioni atmosferiche che abbiamo qui sono talmente diverse

~r da quelle che regnano laggiù che i loro uccelli non potrebbero volare.

Anzi, forse quella creatura è venuta da un pianeta come Marte, con

~-~ un'atmosfera talmente rarefatta che non esistono gli uccelli.

Barclay entrò nella stanza, portando con sé un rotolo di cavo d'ac-

ciaio per i comandi degli aerei.--Tutto fatto, Doc. La baracca dei rag-

gi cosmici non può essere aperta dall'interno. E adesso, dove mettia-

mo Blair?

Copper guardò Garry.--Non c'è nessuna capanna riservata ai bio-

logi. Non so dove potremmo isolarlo.

@ --Che ne dice della baracca Est?--chiese Garry, dopo averci pen-

sato per un momento.--Blair è in grado di badare a se stesso, oppure

ha bisogno di... essere sorvegliato?

L Ne è abbastanza in grado. Saremo noi, quelli da sorvegliare--

~`. gli assicurò Copper, con amarezza.--Prenda una stufa, un paio di

sacchi di carbone e qualche arnese per mettere a posto il tutto. Non c'è

~ pib stato nessuno dallo scorso autunno, vero?

·L Garry scosse la testa.--Se diventa rumoroso... mi pare che possa

~ essere una buona idea.

Barclay sollevò gli attrezzi che aveva con sé e fissò Garry.--Se il

brontolio che sta emettendo ora è una buona indicazione, passerà l'in-

tera notte cantando. E le sue canzoni non ci piaceranno.

--Che cosa dice?--chiese Copper.

Barclay scosse il capo.--Non avevo voglia di ascoltare a lungo. Se

vuoi, puoi ascoltarlo tu. Ma ho capito che quel maledetto idiota ha fat-

to tutti i sogni che ha fatto McReady, e qualcuno in più, anche. Ha dor-

mito accanto alla cosa, a ogni fermata che abbiamo fatto nel ritornare

dal Polo Magnetico Secondario, ricorda. Ha sognato che la cosa era vi-

va, e l'ha sognato in maggiori dettagli. E - che possa dannarsi l'anima

- sapeva che non si trattava solamente di un sogno, o almeno aveva

motivo di pensarlo. Sapeva che aveva dei poteri telepatici che si stava-

no vagamente ridestando, e che non solo poteva leggere la mente, ma

poteva anche proiettare i pensieri. Non erano sogni, vedi. Erano pen-

sieri in libertà che la cosa proiettava, un po' come Blair, in questo stes-

so momento, sta proiettando i suoi... una sorta di mormorio telepatico

nel sonno. Per questo sapeva così tante cose dei suoi poteri. Penso che

tu, Doc e io non siamo così sensibili, se pensi di poter credere alla tele-

patia.

--Non posso farne a meno--sospirò Copper.--Il dottor Rhine del-

la Duke University ha mostrato che esiste, e ha mostrato che alcune

persone sono assai più sensitive di altre.

--Be', se desideri sapere un mucchio di dettagli, va' ad ascoltare ciò

che Blair comunica. Ha costretto la maggior parte dei ragazzi a scap-

pare via dell'Edificio dell'Amministrazione; Kinner continua a sbatte-

re le casseruole come se fosse carbone che rotola lungo uno scivolo.

Quando non ha sottomano nessuna casseruola da sbattere, sbatte la

cenere.

--A proposito, comandante, cosa faremo questa primavera, adesso

che gli aeroplani sono in panne?

Garry sospirò.--Temo che la nostra spedizione sia destinata a esse-

re una netta perdita. Non possiamo dividere le nostre forze in questo

momento.

--Non sarà una perdita... se continueremo a vivere, e riusciremo a

uscire fuori da questa situazione--gli promise Copper.--Il ritrova-

mento da noi fatto, se riusciremo a metterlo sotto controllo, è abba-

stanza importante. I dati sui raggi cosmici, il lavoro sul campo ma-

gnetico e quello sull'atmosfera non subiranno gravi ritardi.

Garry rise senza allegria.--Stavo proprio pensando alle trasmis-

sioni radio. Riferire a mezzo mondo i meravigliosi risultati dei nostri

voli esplorativi, cercando di ingannare persone come Byrd ed Ells-

worth nella madrepatria, facendo loro credere che stiamo facendo

qualcosa.

CoDDer, serio, annuì.--Si accorgeranno che c'è qualcosa che non

va. Ma uomini come quelli hanno abbastanza giudizio per capire che

non cercheremmo di ingannarli se non avessimo una qualche sorta di

motivo, e aspetteranno il nostro ritorno per giudicarci. Penso che in

fin dei conti la situazione risulterà la seguente: gli uomini abbastanza

esperti per riconoscere il nostro inganno aspetteranno il nostro ritor-

no. Gli uomini che non hanno fede e discrezione sufficienti ad attende-

re, non avranno neppure l'esperienza necessaria a scoprire un ingan-

no. Noi conosciamo a sufficienza le condizioni di qui per poter imba-

stire un plausibile bluff.

--Solo perché non inviino spedizioni di "salvataggion--si augurò

Garry.--Quando - e se - saremo in grado di uscire, dovremo informa-

re il capitano Forsythe di portare con sé una scorta di magneti, quan-

do verrà da noi. Se invece... no, per ora lasciamo perdere.

--Se non potremo mai allontanarci, vuoi dire?--chiese Barclay.

--Mi chiedevo se un bel racconto in presa diretta di un'eruzione o di

un terremoto via radio, con un opportuno finale sonoro ottenuto me-

diante un candelotto di decanite sotto il microfono, non potesse aiu-

tarci. Nulla, ovviamente, riuscirà a tenere lontano la gente in eterno.

Ma una di quelle eleganti, melodrammatiche scene tipo "ultimo su-

perstite" potrebbe convincerli a non affrettarsi troppo.

Garry sorrise, sinceramente divertito.--E anche gli altri uomini

del campo si danno da fare per trovare simili idee?

Copper rise.--Che cosa crede, Garry? Siamo sicuri di poter vincere

in definitiva. Ma non sarà una cosa troppo facile, penso.

Clark alzò la testa e sorrise, distogliendo gli occhi dal cane che, a

forza di carezze, cercava di far tornare alla calma.--Sicuri, hai detto,

dottore?

Blair si aggirò inquieto per tutta l'ampiezza della piccola baracca. I

suoi occhi scattavano e tremolavano lanciando vaghe occhiate sfug-

r~ genti ai quattro uomini che lo accompagnavano: Barclay, alto un me-

,1~ tro e ottanta e pesante più di 80 chili; McReady, un gigante bronzeo; il

dottor Copper, basso, tozzo e robusto; e Benning, un metro e settanta-

Cinque di nervi d'acciaio.

Blair si rannicchiò contro la parete più lontana della baracca Est: la

sua roba era accumulata in mezzo al pavimento, accanto alla stufa, e

formava come un'isola tra lui e i quattro uomini. Le sue mani ossute

Continuavano a stringersi e ad aprirsi, terrorizzate. I suoi occhi chiari

emolavano inquieti e la sua testa calva e coperta di lentiggini guiz-

zava da una parte all'altra con movimenti da uccellino spaventato.

--Non voglio che nessuno venga qui. Mi farò da mangiare da me--

disse, nervosamente.--Kinner può essere umano, ora come ora, ma

ne dubito. Troverò una soluzione, ma non intendo mangiare nessun ci-

bo che voi mi mandiate. Voglio scatolette. Scatolette chiuse ermetica-

mente.

--Va bene, Blair, te le porteremo questa sera--promise Barclay.

--Hai del carbone, e il fuoco è acceso. Farò un ultimo...--Barclay si

fece avanti.

Blair corse immediatamente a rifugiarsi nell'angolo più lontano.

--Esci fuori! Sta' lontano da me, mostro!--urlò il piccolo biologo, e

cercò di aprirsi la strada con le unghie nella parete della baracca.

--Stai lontano... stai lontano... non intendo lasciarmi assorbire... non

voglio...

Barclay si rilassò e si tirò indietro. Il dottor Copper scosse il capo.

--Lascialo solo, Bar. Per lui sarà più facile controllarsi da solo. Dob-

biamo occuparci della porta, credo...

I quattro uomini uscirono. Con efficienza, Benning e Barclay si mi-

sero al lavoro. Non c'erano lucchetti in Antartide: non c'era abbastan-

za intimità per renderli necessari. Ma in ciascuno degli stipiti erano

state awitate delle grosse viti, e cavo di scorta degli aerei, un cavo

d'acciaio intrecciato, estremamente robusto, venne legato tra le viti e

teso forte. Poi Barclay si mise all'opera con un trapano e un seghetto:

in poco tempo aprì nella porta uno sportellino da cui si sarebbe potuto

passare nella stanza gli alimenti, senza necessità di aprire la porta.

Tre spessi cardini presi da una cassa di provviste, due nottolini e una

copiglia da dieci centimetri assicuravano che non venisse aperto al-

I'interno.

All'interno, Blair si muoveva nervosamente. Tra sbuffi e impreca-

zioni a mezza voce, era intento a spingere qualche oggetto in direzione

della porta. Barclay aprì lo sportello e diede un'occhiata, mentre il

dottor Copper cercò di sbirciare da dietro le sue spalle. Blair aveva

spinto contro la porta la pesante branda. La porta, ormai, era impossi-

bile ad aprirsi senza la sua collaborazione.

--Non so, ma ho l'impressione che quel poveraccio abbia ragio-

ne--disse McReady, sospirando.--Se riesce a uscire, ha giurato di

uccidere tutti noi, nessuno eccettuato, il più presto possibile: progetto

col quale non siamo molto d'accordo. Ma c'è qualcosa, dalla nostra

parte di quella porta, che è ben peggio di un maniaco omicida. Se si

trattasse di scegliere tra i due, credo che verrei qui di persona a toglie-

re il cavo che blocca la porta.

Barclay gli sorrise:--Fammelo solo sapere, e ti farò vedere il modo

più svelto per toglierlo.

Il sole tingeva l'orizzonte settentrionale di arcobaleni multicolori,

sebbene tramontato già da due ore. Il campo di neve si stendeva a per-

dita d'occhio verso nord, e scintillava, sotto quei colori fiammeggian-

ti, con un milione di glorie riflesse. Basse montagnole bianche e tonde

sull'orizzonte settentrionale mostravano la Catena Magnetica, che su-

perava di poco la cima della tormenta. Piccole spirali di neve spinta

dal vento si allontavano dai loro sci mentre facevano ritorno all'ac-

campamento principale, a due miglia di distanza. Il dito scheletrico

dell'antenna radio s'innalzava come un sottile ago nero sullo sfondo

bianco del continente antartico. La neve sotto gli sci era come sabbia

fina: dura e frusciante.

--La primavera--disse Benning con amarezza--è giunta. Non è

divertente? Io aspettavo con ansia di potermi allontanare da questo

maledetto buco scavato nel ghiaccio.

_ Non ci proverei, se fossi in te--disse Barclay.--La gente che

cercherà di squagliarsela di qui nei prossimi giorni risulterà estrema-

mente impopolare.

_ Come va il tuo cane, dottor Copper?--chiese McReady.--Hai

già qualche risultato?

--In trenta ore? Magari ne avessi! Oggi gli ho fatto un'iniezione del

mio sangue. Ma penso che occorreranno altri cinque giorni. Non cono-

sco a sufficienza il procedimento per fare più in fretta.

--Mi chiedevo se Connant fosse... cambiato, ci avrebbe avvertito

così in fretta dopo la fuga della creatura? Non avrebbe aspettato un

po' di più, in modo da darle maggiore possibilità di assumere la nuova

forma? Non avrebbe aspettato che finisse di dormire?--chiese lenta-

mente McReady.

--Quella cosa egoista. Al vederla, non ti pareva che si ispirasse ai

più alti principi di giustizia, no?--gli fece notare il dottor Copper.

--Ogni parte di essa è la sua totalità, ogni sua parte pensa a se stessa,

immagino. Se Connant fosse stato cambiato, allora, allo scopo di sal-

vare la propria pelle, egli avrebbe dovuto... ma i sentimenti di Con-

nant non sono cambiati; sono perfettamente imitati, o sono i suoi. E

chiaro che l'imitazione farebbe esattamente le stesse cose che farebbe

Connant.

_ Di', Norris o Van non potrebbero sottoporre Connant a qualche

tipo di test? Se la cosa è più intelligente degli uomini, allora potrebbe

ConosCere la fisica più di quanto si suppone possa conoscerla Connant,

e loro due potrebbero accorgersene--suggerì Barclay.

Copper scosse stancamente il capo.--No, se legge nella mente. Non

puoi prepararle una trappola. Van ha già suggerito la stessa cosa la

Scorsa notte. Sperava che rispondesse a certe domande di fisica alle

quali anche lui vorrebbe dare una risposta.

Quest'idea di uscire a gruppi di quattro ci rallegrerà l'esisten-

za disse Benning, guardando i propri compagni.--Ciascuno di noi

terrà d'occhio i propri compagni per accertarsi che non facciano nulla

219

di... particolare. Gente, diventeremo proprio un bel gruppo di persone

ispirate alla reciproca fiducia! Ciascuno guarda il vicino esibendo il

massimo di fede e di fiducia... ora comincio a capire cosa intendesse

Connant quando diceva: ~Vorrei che potessi vedere i tuoi occhi~. Di

tanto in tanto dobbiamo avere anche noi lo stesso sguardo, credo.

Ognuno di noi si guarda attorno con uno sguardo del tipo: «Mi chiedo

se gli altri tre non siano per caso...~>. Tanto per chiarire, non voglio che

questo non si applichi anche a me.

--Per quanto ne sappiamo, l'animale è morto, con qualche residua

perplessità a riguardo di Connant. Nessun altro è sospetto.--McRea-

dy fece lentamente questa asserzione.--L'ordine di stare sempre in

"gruppi di quattron è soltanto una misura precauzionale.

--Mi aspetto che tra un po' Garry dia l'ordine di "quattro per cuc-

cetta~.--Barclay sospirò.--Pensavo che già prima si avesse poca in-

timità, ma da quell'ordine in poi...

Nessuno osservava con tensione superiore a quella di Connant. Una

piccola provetta sterile, piena a metà di un liquido paglierino. Una...

due... tre... quattro... cinque gocce della soluzione chiara che il dottor

Copper aveva preparato con le gocce di sangue prese dal braccio di

Connant. La provetta venne scossa attentamente, poi collocata in un

matraccio pieno di acqua pura e tiepida. Il termometro lesse la tempe-

ratura del sangue, un piccolo termostato scattò e poi la piastra elettri-

ca di riscaldamento cominciò ad arrossarsi, mentre le luci delle lam-

padine si abbassavano un poco. 3~

Poi minuscoli fiocchi bianchi di precipitato cominciarono a formar- ~a

si e a scendere come neve all'interno del liquido paglierino.--Signo- .

re--disse Connant. Si lasciò cadere pesantemente in una cuccetta, ;

piangendo come un bambino.--Sei giorni...--singhiozzò.--Sei

giomi dentro quella baracca, chiedendomi se quel maledetto test

mentisse.

Garry si avvicinò silenziosamente a lui, e gli appoggiò il braccio sul-

la spalla.

--~on poteva mentire--disse il dottor Copper.--Il cane era im-

mune all'uomo... e il siero ha reagito.

--E... è a posto?--ansimò Norris.--Allora... l'animale è morto...

morto per sempre?

--E umano--disse Copper, con sicurezza--e l'animale è morto

Kinner scoppiò a ridere, istericamente. McReady si voltò verso di

lui e cominciò a schiaffeggiarlo metodicamente: uno, due, uno, due. Il

cuoco rise, deglutì, pianse e infine si mise a sedere, strofinandosi la

guancia e mormorando vaghi ringraziamenti.--Se avevo paura, Si-

gnore, se avevo paura...

Norris rise seccamente.--E credi che noi non ne avessimo, razza di

scimmione? Pensi che Connant non ne avesse?

L'edificio Amministrazione si rianimò come per un improvviso rin-

giovanimento. Alcuni cominciarono a ridere, gli uomini ammassati

accanto a Connant parlarono con voci troppo alte, voci convulse, ner-

vose, che ridiventavano sollevate e amichevoli. Qualcuno lanciò un

suggerimento, e una decina di persone si diresse agli sci. Blair. Blair

poteva rinsavire... Il dottor Copper continuava a pasticciare con le sue

provette, sollevato dal nervosismo, occupato a provare varie soluzio-

ni. Il gruppo di salvataggio diretto alla baracca di Blair uscì dalla por-

ta, con gli sci che battevano rumorosamente. Lungo il corridoio i cani

emisero un rapido suono che stava a metà tra un guaito e un uiulato,

quando l'aria di eccitazione e di sollievo giunse fino a loro

Il dottor Copper continuò a pasticciare con le sue provette. Il primo

a notarlo fu McReady: lo vide seduto sul bordo della cuccetta, con in

mano due provette piene di liquido paglierino reso bianco dai fiocchi

del precipitato. La sua faccia era più bianca dei fiocchi nella provetta,

e dai suoi occhi, terrorizzati fino a un attimo prima, scendevano lacri-

me silenziose.

McReady si sentì trapassare il cuore da una gelida lama di paura

che gli raggelò il petto. Il dottor Copper sollevò lo sguardo.

--Garry--gridò con voce roca.--Garry, per l'amor di Dio, venga

qui.

Il comandante Garry si diresse rapidamente verso di lui. Il silenzio

calò bruscamente sull'edificio Amministrazione. Anche Connant alzò

lo sguardo, si sollevò rigidamente in piedi.

--Garry... i tessuti del mostro... anch'essi formano il precipitato. Il

testo non prova niente. Prova solo che il cane era anche immune al

mostro. Uno dei due che hanno donato il sangue... uno di noi due, io e

lei, Garry... uno di noi è un mos~ro.

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i --Bar, richiama indietro quegli uomini prima che arrivino da

Blair--disse piano McReady. Barclay si recò alla porta- debolmente

le Sue grida giunsero agli uomini rimasti nella stanza, tesi e silenziosi

~>oi ritornO all'interno.

--Stanno tornando--annunciò.--Non ho spiegato loro il perché.

Solo che il dottor Copper ha detto di non andare.

--McReady--sospirò Garry--adesso il comando è tuo. Che Dio ti

possa aiutare. Io non posso farlo.

Il gigante di bronzo annuì lentamente, fissando sul comandante

Garry gli occhi profondi.

--Potrei essere io--Garry aggiunse.--Io sono certo di non esserlo,

ma non posso dimostrarlo a voi in alcun modo. Il test del dottor Cop-

per è andato in fumo. Il fatto che egli stesso ci abbia mostrato che è

inutile, mentre al mostro sarebbe stato utile che tale inutilità non fos-

se nota, sembra dimostrare che egli è umano.

Copper si dondolò lentamente sulla cuccetta, avanti e indietro.--Io

so di essere umano. Anch'io non ho modo di dimostrarlo. Uno di noi

due è un bugiardo, perché quel test non può mentire, e il test afferma

che uno di noi due lo è. Io ho dato la prova che il test è inutile, e questo

parrebbe dimostrare che io sono umano, e ora Garry ha dato la dimo-

strazione logica che io sono umano... una dimostrazione che non

avrebbe dovuto dare, se fosse il mostro. E un giro vizioso che gira... gi-

ra... gira...

La testa del dottor Copper, poi il suo collo e le spalle cominciarono

lentamente a girare, al ritmo delle parole. Poi, bruscamente, stese la

schiena sulla cuccetta, scoppiando in una fragorosa risata.--Non c'è

bisogno di dimostrare che uno di noi è un mostro! Non c'è affatto biso-

gno di provarlo! Ho-ho. Se siamo tutti dei mostri, il ragionamento fila

lo stesso! Siamo tutti mostri... tutti... Connant e Garry e io... e tutti voi.

--McReady--chiamò piano Van Wall, il capo pilota dalla barba

bionda--tu avevi cominciato gli studi di medicina prima di passare

alla meteorologia, no? Puoi escogitare qualche test?

McReady si avvicinò lentamente a Copper, gli tolse la siringa dalla

mano e la lavò accuratamente in una soluzione di alcool al 95 per cen-

to. Garry rimase immobile a sedere, sul bordo della cuccetta, con il

volto rigido come legno, sorvegliando Copper e McReady.--Ciò che

Copper ha detto, è possibile--fece McReady, sospirando.--Van, vuoi

aiutarmi, per favore? Grazie.--L'ago si piantò nella coscia di Copper.

La sua risata non si interruppe, ma lentamente si trasformò in un sin-

ghiozzo e poi in un sonno profondo quando la morfina fece effetto.

McReady si voltò di nuovo. Gli uomini che erano partiti per recarsi

da Blair erano fermi all'altra estremità della stanza, con gli sci spor-

chi di neve e gocciolanti; le loro facce erano bianche come i loro sci.

Connant aveva in ciascuna mano una sigaretta accesa: da una traeva

boccate, con espressione assente, e intanto fissava il pavimento. Il bru-

ciore di quella che teneva nell'altra mano richiamò bruscamente la

sua attenzione; egli la fissò, poi fissò stupidamente quella da cui aspi-

rava. Infine ne gettò una a terra e la calpestò lentamente con il tacco.

222

--Il dottor Copper--ripeté McReady--potrebbe avere ragione. Io

5o di essere umano... ma è chiaro che non posso dimostrarlo. Ripeterò

il test per mia personale informazione. Se un altro di voi vuole farlo, lo

faccia pure a sua volta.

Due minuti più tardi, McReady mostrò la provetta in cui il precipi-

tato bianco si separava lentamente dal siero paglierino.--Anche que-

sta reagisce al sangue umano, e quindi nessuno dei due è un mostro.

--Non pensavo che potessero esserlo--disse Van Wall, con un so-

spiro.--Anche questa sarebbe stata una soluzione insoddisfacente

per il mostro: scoprendolo, avremmo potuto uccidere i mostri nascosti

tra noi. Ma perché il mostro non ci ha distrutto, mi chiedo? Sembra

che sia libero tra noi.

McReady sbuffò. Poi rise piano.--Elementare, mio caro Watson. Il

mostro desidera avere disponibili delle forme di vita. Non può anima-

re un corpo morto, a quanto pare. Si limita ad attendere... ad attende-

re l'occasione più opportuna. Noi che siamo ancora umani, ci tiene di

riserva.

Kinner rabbrividì violentemente.--Ehi. Ehi, Mac. Mac, io lo sa-

prei, se fossi un mostro? Lo saprei, se il mostro mi avesse già preso?

Oh Signore, io potrei già essere un mostro.

--Lo sapresti--rispose McReady.

--Ma non lo sapremmo noi.--Norris rise seccamente, quasi isteri-

camente.

McReady guardò l'ultima provetta di siero che ancora restava.

--C'è una sola cosa a cui questa maledetta roba può servire, però--

disse, pensoso.--Clark, tu e Van potete venire ad aiutarmi? Gli altri è

meglio rimangano tutti insieme qui dentro. Tenetevi d'occhio tra di

voi--disse con amarezza.--Ma badate a non combinare qualche

guaio, se capite cosa intendo dire.

McReady si avviò lungo il tunnel, in direzione del canile seguito da

Clark e Van Wall.--Ti occore altro siero?--Domandò Cíark.

McReady scosse il capo.--Test. Ci sono quattro vacche e un toro, e

quasi settanta cani, laggiù. Questa sostanza reagisce soltanto al san-

gue umano... e ai mostri.

~4cReady, ritornato all'edificio Amministrazione, si recò silenziosa-

~ente al lavandino. Clark e Van Wall si unirono a lui un istante più

tardi. Sulle labbra di Clark era sorto un tic che le contraeva in smorfie

--Che cosa avete fatto?--sbottò Connant.--Altre immunizzazio-

ni?

Clark fece una smorfia, poi sobbalzò per un singulto.--Immunizza-

zioni. Già. Immuni, sicuro.

--Quel mostro--disse con voce ferma Van Wall--è molto razio-

nale. Il nostro cane immune era perfettamente a posto, e abbiamo pre-

levato da lui un po' di siero per i test. Ma ora non ne faremo più.

--Non possiamo usare il sangue umano... su un altro cane?...--co-

minciò Norris.

--Non ci sono--disse McReady, lentamente--altri cani. E neppu-

re vacche, devo aggiungere.

--Non ci sono altri cani?--Benning appoggiò lentamente le spalle

allo schienale.

--Sono molto cattivi quando cominciano a cambiare--disse Van

Wall, soppesando le parole.--Ma lenti. Quell'aggeggio per la scossa

elettrica che hai fatto tu, Barclay, è molto efficace. Resta solamente un

cane... il nostro cane immune. Il mostro ce lo ha lasciato, in modo che

potessimo divertirci con i nostri inutili test. Gli altri...--Sollevò le

spalle e si asciugò le mani.

--Le vacche...--Kinner deglutì a vuoto.

--Anche quelle. Hanno avuto una bella reazione. Hanno un aspetto

molto ridicolo, quando cominciano a sciogliersi. Una bestia non ha

molte possibilità di scappare in fretta, quando è legata con la catena

da cani, e doveva essere legata, per la riuscita dell'imitazione.

Kinner si alzò lentamente in piedi. I suo occhi sbarrati corsero per

l'intera stanza e giunsero a fermarsi, su un recipiente di stagno posto

nella dispensa. Lentamente, un passo dopo l'altro, si ritirò verso la

porta, aprendo e chiudendo silenziosamente la bocca, come un pesce

fuor d'acqua.

--Il latte...--boccheggiò.--Le ho munte un'ora fa...--La sua vo-

ce si spezzò e divenne un urlo mentre si buttava fuori della porta. Uscì

sulla banchina polare senza giacca a vento o abiti pesanti.

Van Wall lo seguì per un istante con lo sguardo, pensosamente.

--Probabilmente è impazzito senza rimedio--disse infine--ma po-

trebbe anche essere un mostro che fugge. Non ha preso gli sci. Prepa-

rate una di quelle torce degli aerei... non si sa mai.

L'esercizio fisico dell'inseguimento fece loro bene: era una cosa che

andava fatta. Tre degli altri vomitavano tranquillamente. Norris gia-

ceva supino, con la faccia verdognola, e fissava senza battere ciglio il

fondo della cuccetta sopra la sua.

--Mac, da quanto tempo le mucche... non sono più mucche?

McReady scosse le spalle, impotente. Si recò al secchio del latte e

cominciò a lavorare su di esso con la sua piccola provetta di siero. Il

latte formò una nuvoletta all'interno della provetta, rendendo difficile

dare un giudizio. Infine McReady rimise la provetta nella rastrelliera

e scosse il capo.--Il test è negativo. Questo significa che erano muc-

che al momento della mungitura, oppure, essendo delle perfette imita-

zioni, che hanno dato del lattte perfettamente imitato.

Copper si agitò inquieto nel sonno ed emise un gorgoglio che stava a

metà tra il ridere e il russare. Occhi silenziosi si piantarono su di lui.

--La morfina... su um mostro...--cominciò a chiedere qualcuno.

--Lo sa Dio--disse McReady, alzando le spalle.--Agisce su ogni

animale terrestre a me noto.

Connant, bruscamente, sollevò la testa.--Mac! I cani devono avere

inghiottito pezzi del mostro, e i pezzi li hanno distrutti! I cani, ecco il

posto dove era il mostro. Io ero chiuso a chiave. Questo non dimostra

che io?...

Van Wall scosse il capo.--Spiacente. Non dimostra nulla su cib che

tu sei; dimostra solo ciò che non hai fatto.

--Non dimostra neppure quello-- disse McReady, sospirando.

--Siamo impotenti. Poiché non ne sappiamo abbastanza, e siamo così

nervosi, non riusciamo neppure a ragionare correttamente. Chiuso a

chiave! Avete mai visto come un globulo bianco attraversa la parete di

un vaso sanguigno? No? Emette uno pseudopodo. E poi te lo trovi di

là... dall'altra parte della parete.

--Oh--fece Van Wall, tristemente--le vacche hanno cercato di

sciogliersi, no? Avrebbero potuto sciogliersi del tutto... divenire sem-

plicemente un filo di materia e scivolare sotto la porta per poi rico-

struirsi dall'altra parte. Legarli con corde, no... non servirebbe neppu-

re questo. E in un serbatoio sigillato non potrebbero vivere...

--Se spari a uno nel cuore, e quello non muore, allora è un mo-

stro--disse McReady.--E il miglior test a cui riesco a pensare, così

su due piedi.

--Niente cani--disse Garry, piano.--E niente vacche. Ora deve

imitare uomini. E chiudere la gente a chiave non risolve niente. Il tuo

test potrebbe essere utile, Mac, ma temo che la cosa sarebbe un po' du-

ra per gli uomini...

F, Clark alzò lo sguardo dalla stufa, quando Van Wall, Barclay, McReady

e Benning entrarono, scuotendosi la neve dagli abiti. Gli altri uomini

E affollati nell'edificio Amministrazione continuarono ostentatamente a

fare ciò che stavano facendo: giocare a scacchi, a poker, leggere. Ral-

sen riparava una slitta, sul tavolo- Van e Norris~ con le te~te vicino.

leggevano dei dati sul magnetismo, mentre Harvey leggeva ad alta vo-

ce alcune tabelle.

Il dottor Copper ronfava piano, sulla sua cuccetta. Garry stava lavo-

rando con Dutton a un fascio di messaggi radio, su un angolo della

cuccetta di Dutton e su una piccola frazione del tavolo della radio.

Connant aveva occupato la maggior parte del tavolo con i fogli dei ri-

levamenti dei raggi cosmici.

Dall'altro capo del corridoio, nonostante le due porte, si udiva abba-

stanza forte la voce di Kinner. Clark posò rumorosamente un bricco

sulla stufa e rivolse silenziosamente a McReady un cenno del capo. Il

meteorologo si avvicinò a lui.

--Non è che mi dispiaccia cucinare--disse Clark nervosamente

--ma non c'è un modo di far tacere l'amico? Tutti noi pensiamo che

sarebbe preferibile toglierlo dalla baracca dei raggi cosmici.

--Kinner?--McReady indicò l'uscio col capo--Temo di no. Potrei

dargli un narcotico, penso, ma non abbiamo riserve illimitate di mor-

fina, e non è in pericolo di perdere la ragione. E semplicemente isteri-

co.

--Be', siamo noi che siamo in pericolo di perdere la nostra. Tu sei

stato via un'ora e mezzo. La cosa è andata avanti senza interruzione,

per tutto il periodo, e andava avanti già da due ore. C'è un limite, sai.

Garry si avvicinò lentamente a loro, con aria di scusa. Per un istante

McReady colse una scintilla ferina di paura, di orrore, negli occhi di

Clark, e in quello stesso istante seppe che anch'egli l'aveva negli occhi.

Garry... Garry o Copper... era certo un mostro.

--Se potessi farlo smettere, Mac, penso che sarebbe una buona poli-

tica--disse Garry, parlando tranquillamente.--Ci sono già abba-

stanza... tensioni, in questa stanza. Eravamo d'accordo che sarebbe

stato meglio avere Kinner qui, poiché ogni altra persona del campo è

sotto costante sorveglianza.--Garry rabbrividì debolmente.--E cer-

ca, per l'amor di Dio, cerca di trovare un test che funzioni.

McReady sospirò.--Sorvegliato o no, ciascuno di noi è teso. Blair

ha sbarrato il portello, cosicché ora non possiamo aprirlo. Dice di ave-

re abbastanza cibo, e continua a gridare: «Andate via, andate via... sie-

te dei mostri. Non mi lascerò assorbire. Non voglio. Lo dirò agli uomi-

ni quando arriveranno. Andate via.« E così... siamo andati via.

--Non c'è qualche altro test?--chiese Garry, implorante.

McReady scosse le spalle.--Copper aveva perfettamente ragione. Il

test del siero sarebbe stato assolutamente decisivo se non fosse stato...

contaminato. Ma ci è rimasto un solo cane, e ormai è immunizzato.

--Con la chimica? Un test chimico?

McReady scosse il capo.--La nostra chimica non è così progredita.

Ho cercato col microscopio, lo sai.

Garry annuì.--Il cane mostro e il cane vero erano identici. Ma... de-

vi continuare. Cosa faremo dopo cena?

Van Wall si era unito a loro senza far rumore.--Dormiremo a tur-

no. Metà dormono, metà restano svegli. Mi chiedo quanti di noi siano

mostri. Tutti i cani lo erano. Noi pensavamo di essere al sicuro, ma in

qualche modo ha preso Copper... o te.--Gli occhi di Van Wall si mos-

sero inquieti.--Potrebbe avervi presi tutti... e tutti voi, io eccettuato,

forse ve lo state chiedendo, state facendo dei progetti. No, non è possi-

bile. Vi limitereste a saltarmi addosso. Io sarei inerme. Noi umani, ho

I'impressione, dobbiamo essere ancora in maggioranza, in questo mo-

mento. Ma...--e s'interruppe.

McReady rise seccamente.--Stai facendo la stessa cosa che Norris

ha rinfacciato a me. Lasciare a mezzo un'affermazione. «Ma se ancora

uno cambia, questo potrebbe spostare l'equilibrio delle forze.« La co-

sa non lotta. Non credo che lotti mai. Deve essere una creatura pacifi-

ca... nel suo irripetibile modo. Non ne ha mai avuto bisogno, perché ha

sempre ottenuto il proprio scopo in altri modi.

Le labbra di Van Wall si storsero in un sorriso malato.--Allora, tu

seggerisci che forse ha già la maggioranza, e si limita ad attendere...

tutti si limitano ad attendere... tutti voi, per quel che ne so io... atten-

dere finché io, che sono l'ultimo degli umani, abbandono la cautela

per addormentarmi. Mac, hai notato i loro occhi, tutti fissi su di noi?

Garry sospirò.--Voi due non siete rimasti a sedere qui per quattro

ore filate, mentre tutti i loro occhi silenziosamente valutavano l'infor-

mazione che uno di noi due, io e Copper, è certamente un mostro... e

che forse lo siamo entrambi.

Clark ripeté la sua richiesta.--Non volete farlo tacere? Mi fa im-

pazzire. Almeno fategli abbassare la voce.

--Continua a pregare?--Chiese McReady.

--Continua a pregare--Grugnì Clark.--Non ha smesso un secon-

do. Le preghiere non mi danno fastidio, se pensa che gli facciano bene,

ma quello urla, canta salmi e inni e grida preghiere; pensa che Dio non

riesca a udire bene, a questa distanza.

:. --Forse Dio non ci riesce proprio--brontolò Barclay--altrimenti

egli avrebbe fatto qualcosa per questa cosa uscita dall'inferno.

--Qualcuno finirà per sperimentare il test che dicevi, se non riusci-

rai a farlo stare zitto--disse Clark, trucemente.--Penso che un col-

tello da macellaio in testa potrebbe essere un test altrettanto valido

j~ che un proiettile nel cuore.

Prepara la cena. Io vado a vedere cosa posso fare. Magari in qual-

i~ che armadio posso trovare qualcosa di utile.--McReady si mosse

stancamente verso l'angolo che Copper usava come farmacia. Erano

tre armadietti alti, di assi grezze e due erano chiusi con un lucchetto:

I in essi erano depositate le medicine del campo. Dodici anni prima,

McReady si era laureato in medicina, aveva cominciato a fare pratica

in un ospedale e poi si era indirizzato verso la meteorologia. Copper

era un ottimo medico: un uomo che conosceva completamente, in mo-

do aggiornato, la sua professione. Più di metà dei farmaci disponibili

erano completamente sconosciuti a McReady; molti degli altri se li

era dimenticati. Laggiù non c'era una grossa biblioteca medica, non

c'erano a disposizione collezioni di giornali medici da cui imparare le

cose che aveva dimenticato: le cose che a Copper sarebbero parse sem-

plici, elementari, tanto che non le aveva giudicate meritevoli di essere

incluse nella piccola biblioteca che si era portato e che era ridotta al

minimo. I libri pesano, e ogni grammo dell'equipaggiamento era stato

portato in aereo.

McReady prese un barbiturico, speranzosamente. Barclay e Van

Wall gli stavano dietro. Un uomo non andava da nessuna parte da so-

lo, al campo Magnetico Principale.

Ralsen aveva tolto dal tavolo la slitta, e i fisici si erano allontanati;

al loro ritorno, la partita a poker si era interrotta. Clark serviva il cibo.

Il tintinnio dei cucchiai e i suoni attutiti del pasto erano l'unico segno

di vita della stanza. Non vi furono parole quando i tre ritornarono;

semplicemente, tutti gli occhi si fissarono su di loro con aria interro-

gativa, mentre le mascelle si muovevano metodicamente.

McReady s'irrigidì bruscamente. Kinner urlava un inno religioso,

con voce roca e spezzata. Guardò stancamente Van Wall, gli rivolse un

sorriso tirato e scosse il capo.--Ehm-ehm.

Van Wall lanciò una bestemmia e si sedette al tavolo.--Dovremo

sopportarlo finché non gli mancherà la voce. Non può continuare a

gridare a quel modo per tutta l'eternità.

--Ha la gola di bronzo e la laringe di ghisa--spiegò ferocemente

Norris.--Oppure, con un po' di licenza, potremmo dire che è uno dei

nostri amici. In tal caso potrebbe andare avanti, rinnovandosi la gola,

fino alla consumazione dei secoli.

Il silenzio precipitò bruscamente sull'accampamento. Per venti mi-

nuti, tutti mangiarono senza pronunciare una parola. Poi Connant

balzò in piedi, furente.--Siete qui immobili come un mucchio di sta-

tue di marmo. Non dite una sola parola, ma, oh, Signore, she occhi

espressivi avete! Continuano a roteare come un sacco di bilie di vetro

rovesciate su un tavolo. Sbattono, si chiudono e fissano... e mormora-

no cose. Voi ragazzi non potreste guardare da qualche altra parte, per

favore, tanto per cambiare un po'?

"Senti, Mac, sei tu che comandi, adesso. Proiettiamo qualche film

per il resto della notte. Li avevamo tenuti da parte per farli durare.

Durare a che scopo? Chi potrà vedere quelle ultime bobine? Vediamo-

le finché possiamo, e guardiamo qualcosa che, una volta tanto, non so-

no le nostre facce".

--Buona idea, Connant. Io per primo sono disposto a fare tutto ciò

che posso per cambiare la situazione.

_ Alza il volume, Dutton. Forse riuscirai a superare gli inni--sug-

gerì Clark.

--Ma non spegnere completamente la luce--disse Norris, piano.

--Le luci saranno spente-- disse McReady, scuotendo il capo.

_ Proietteremo tutti i cartoni animati che abbiamo. Non vi dispiace

vedere i vecchi cartoni animati, vero?

--Bello, bello, un film per bambini, mi sento giusto in quello spiri-

to.--McReady si voltò a guardare colui che aveva parlato: un tale

magro e allampanato, originario del New England, che rispondeva al

nome di Caldwell. Caldwell si stava riempiendo lentamente la pipa, e

teneva su McReady un occhio un po' acido.

Il gigante di bronzo fu costretto a ridere.--D'accordo Bart, hai vin-

to. Forse non siamo proprio nello spirito adatto per Braccio di ferro e

Topolino, ma è qualcosa.

--Allora giochiamo alle classificazioni--suggerì lentamente Cald-

1 well.--O magari voi lo chiamate in altro modo. Si fanno delle righe

su un foglio di carta, e si segnano classi di oggetti... animali ad esem-

pio. Una riga per la U, e una per la S e così via. Come ad esempio

"Umano" e "Sconosciuto". Penso che sarebbe un gioco più utile. La

classificazione, ho l'impressione, è una cosa che in questo momento ci

serve più che il cinema. Forse qualcuno ha una matita per tirare le ri-

ghe: per tirare le righe tra gli animali U e gli animali S, tanto per fare

un esempio.

_ McReady sta cercando di trovare quel tipo di matita--gli rispo-

se tranquillamente Van Wall.--Ma abbiamo tre tipi di animali, qui,

'~ come sai. Uno che comincia con M. E non ne vogliamo altri.

--Matti, intendi dire. Uh-uh. Clark, ti do una mano con quei piatti,

in modo che si possa cominciare lo spettacolino.--Caldwell si alzò

lentamente in piedi.

Dutton e Barclay e Benning, che si occupavano di allestire il proiet-

tore e gli altoparlanti, svolgevano il loro lavoro senza parlare, mentre

~ I'edificio Amministrazione veniva spazzato e i piatti venivano lavati.

'~ McReady si spostò lentamente fino a raggiungere Van Wall, e si sedet-

te nella cuccetta accanto a lui.--Mi chiedevo, Van--disse con un

sorriso ironico--se dire o non dire le mie idee prima di passare al-

I applicazione. Mi dimenticavo che gli animali S, come li chiama

Caldwell~ possono leggere la mente. Ho una vaga idea di una cosa che

potrebbe funzionare. Ma è ancora troppo vaga per pensarci sopra.

~, Continua la proiezione, mentre io cerco di pensare alla logica della co-

sa. Lasciami questa cuccetta

~`* Van Wall alzò gli occhi e annuì. Lo schermo si sarebbe trovato prati-

amente allineato alla cuccetta, e laggiù le immagini lo avrebbero di-

tratto di meno, in quanto sarebbero state quasi inintelligibili.--For-

e dovresti dirci quello che hai in mente. Ora come ora, soltanto gli S

conoscono il tuo piano. Potresti... diventare un S prima di passare al-

l'azione.

--Non occorrerà molto, se riuscirò a chiarirmi l'idea. Ma non vo-

glio che si ripeta la situazione: tutti mostri meno il cane del test. Fa-

remmo meglio a spostare Copper e a metterlo nella cuccetta diretta-

mente sopra la mia. Tanto, neanche lui guarderà lo schermo.--

McReady indicò col capo la forma di Copper, intenta a russare piano.

Garry li aiutò ad alzare e a trasportare il dottore.

McReady si appoggiò alla cuccetta e cadde in una sorta di trance

per la concentrazione, cercando di calcolare possibilità, operazioni,

metodi. Quasi non notò che gli altri si distribuivano in silenzio ai pro-

pri posti, e che lo schermo s'illuminava. Vagamente, le preghiere folli,

urlate da Kinner e i suoi inni striduli gli procurarono un senso di fasti-

dio finché non entrò in funzione il sonoro. Le luci erano spente, ma le

vaste zone dello schermo su cui erano proiettati i colori chiari riflette-

vano abbastanza luce da permettere la visibilità. La luce riflessa face-

va scintillare gli occhi degli uomini, che continuavano a roteare senza

posa. Kinner continuava a pregare, urlando, e la sua voce era un rauco

accompagnamento ai suoni riprodotti meccanicamente. Dutton alzò il

volume dell'amplificatore.

Per così tanto tempo la voce del cuoco aveva continuato a echeggia-

re, che a tutta prima McReady fu solo vagamente consapevole di una

sorta di mancanza di qualcosa d'indefinito. Nella sua posizone sdraia-

ta, di fronte al corridoio che portava alla baracca dei raggi cosmici, la

voce di Kinner l'aveva raggiunto con molta chiarezza, nonostante il

sonoro delle pellicole. Ora si accorse improwisamente che la voce si

era interrotta.

--Dutton, ferma il suono--gridò McReady, rizzandosi bruscamen-

te a sedere. Le immagini guizzarono ancora, mute e stranamente futili

in quell'improvviso, profondo silenzio. Il vento che si andava alzando

sulla superficie al di sopra di loro inviava malinconiche lacrime di

suono nei camini delle stufe.--Kinner si è fermato--disse McReady,

piano.

--Per l'amor di Dio, allora riattacca il suono: potrebbe essersi fer-

mato per ascoltare--gridò Norris.

McReady si alzò in piedi e si avviò lungo il corridio. Barclay e Van

Wall lasciarono i loro posti all'altra estremità della stanza per segurli.

Macchie colorate si gonfiarono e si distorsero sul dorso della tuta di

maglia grigia che Barclay indossava quando egli attraversò il fascio

luminoso del proiettore, che era ancora in funzione. Dutton accese le

luci, e le immagini cinematografiche svanirono.

Norris era alla porta come aveva chiesto McReady. Garry sedeva

tranquillamente nella cuccetta più vicina alla porta, costringendo

Clark a farsi da parte. Molti degli altri erano rimasti esattamente do-

v'erano. Solo Connant andava lentamente avanti e indietro per la

stanza, con un ritmo fisso e invariabile.

_ Se non la pianti, Connant--sbottò Clark--faremo volentieri a

meno di te, umano o no che tu sia. La vuoi piantare di andare su e giù?

--Scusa--il fisico andò a sedersi su una cuccetta, e si mise a guar-

darsi pensosamente le dita dei piedi. Passarono quasi cinque minuti,

cinque epoche geologiche, in cui l'unico suono era quello del vento,

prima che McReady riapparisse alla porta.

--Noi--annunciò--non abbiamo abbastanza fastidi, qui. Qual-

cuno ha cercato di aiutarci. Kinner ha un coltello in gola, e questo è il

motivo che gli ha fatto smettere di cantare, probabilmente. Abbiamo

mostri, matti e macellai. C'è qualche altra M che ti viene in mente

Caldwell? Se c'è, tra non molto incontreremo anche quella.

--Blair è libero?--domandò qualcuno.

--Blair non è affatto libero. A meno che non sia capace di volare. Se

c'è qualche dubbio sull'origine del nostro gentile aiutante, questo può

chiarire da dove è venuto.--Van Wall mostrò un coltello lungo una

trentina di centimetri e dalla lama sottile, avvolto in un tovagliolo. Il

manico di legno era mezzo bruciato, e le zone carbonizzate avevano il

caratteristico schema del ripiano della stufa della dispensa.

'L~ Clark lo fissò.--Sono stato io a bruciarlo, oggi. Mi sono dimentica-

to di quel coltello e l'ho lasciato sulla stufa.

Van Wall annuì.--E io ne ho sentito l'odore, ricordi? Sapevo che il

coltello veniva dalla dispensa.

--Mi domando--disse Benning, lanciando un'occhiata circospetta

E agli altri uomini presenti nella sala--quanti altri mostri abbiamo?

Se qualcuno si fosse allontanato dal suo posto, fosse andato dietro lo

schermo~ fino alla dispensa, e poi alla baracca dei raggi cosmici, e poi

fosse ritornato... perché è poi ritornato, vero? Sì, siamo tutti qui. Se

S uno di noi ha potuto fare tutto questo...

--Forse è stato un mostro a farlo--suggerì Garry, pacatamente.

--C'è anche questa possibilità.

--Il mostro, come tu stesso hai detto oggi, ha soltanto uomini da

irnitare. Pensi che vorrebbe ridurre la sua... scorta, diciamo?--Fece

, ~notare Van Wall.--No, ci dobbiamo occupare di un normale delin-

uente~ un assassino. Di solito lo chiameremmo un "inumano assassi-

" penso, ma ora come ora dobbiamo stare attenti ai termini. Abbia-

o degli assassini inumani, e adesso anche degli assassini umani, o al-

~nenO uno di essi.

--C'è un umano in meno--disse piano Norris.--Forse i mostri

adesso hanno forze pari alle nostre.

--Lasciamo perdere--disse McReady, sospirando e voltandosi

verso Barclay.--Bar, per favore, puoi prendere quel tuo aggeggio

elettrico? Vorrei assicurarmi che...

Barclay si avviò per il corridoio per prendere lo strumento della fol-

gorazione elettrica, mentre McReady e Van Wall tornavano alla ba-

racca dei raggi cosmici. Barclay li raggiunse mezzo minuto più tardi.

Il corridoio che portava alla baracca dei raggi cosmici faceva delle

curve, così come quasi tutti gli altri corridoi del Campo Magnetico

Principale, e Norris era di nuovo all'ingresso del tunnel. Ma tutti udi-

rono, piuttosto attutito, l'improvviso urlo di McReady. Ci fu un sel-

vaggio tonfo di colpi sordi: ssh-tunk, shluff.--Bar-Bar...--E un urlo

selvaggio che sembrava un miagolio, e che tacque prima ancora che

Norris, di corsa, raggiungesse il gomito del corridoio.

Kinner, o ciò che era stato Kinner... giaceva sul pavimento, tagliato

quasi in due dal grosso coltello impugnato da McReady. Il meteorolo-

go era appoggiato al muro, e il coltello che teneva in mano era sporco

di sangue. Van Wall si agitava piano sul pavimento, gemendo, con la

mano che meccanicamente si strofinava la mascella. Barclay, con un

indescrivibile bagliore selvaggio negli occhi, calava metodicamente

l'arma elettrica che teneva in mano e colpiva... colpiva... colpiva.

Sul braccio di Kinner si era sviluppato uno strano pelame scaglioso,

e la carne si era contorta. Le dita si erano accorciate, la mano si era ar-

rotondata, le unghie erano divenute artigli lunghi sette centimetri,

cornei e color rosso mattone, duri come l'acciaio e affilati come rasoi.

McReady sollevò il capo, fissò il coltello che stringeva in mano e lo

lasciò scivolare a terra.--Be', chiunque sia stato, adesso può parlare.

E stato un assassino inumano in un senso: nel senso che ha assassinato

un inumano. Giuro su tutto ciò che c'è di sacro che Kinner era un ca-

davere senza vita, steso sul pavimento, quando siamo arrivati. Ma

quando la cosa ha capito che intendevamo pungerla con la scossa elet-

trica... è cambiata.

Norris lo fissò con allarme.--Oh, Signore, se quelle cose sanno reci-

tare! Starsene qui seduta per ore e ore, gridando preghiere a un Dio

che odiava! Urlare inni con voce spezzata... inni di una chiesa che non

ha mai conosciuto. Farci impazzire con le sue grida senza tregua...

UBene, allora parli, chiunque sia stato. Lui non lo sa, ma ha fatto un

favore al campo. E voglio sapere come diavolo ha fatto a uscire da

quella stanza senza essere visto. La cosa potrebbe servire per sorve-

gliarci meglio."

--Quelle urla... quei canti. Neppure l'altoparlante riusciva a vin-

cerli.--Clark rabbrividì.--Era un mostro.

--Oh--disse Van Wall, comprendendo a un tratto.--Tu sedevi ac-

canto alla porta! Ed eri già quasi dietro lo schermo.

Clark annuì, confuso.--La cosa è tranquilla, adesso. E morta...

Mac, il tuo test non vale niente. Era morta in qualsiasi caso, mostro o

uomo che fosse, era morta.

MacReady rise piano.--Ragazzi, vi presento Clark, I'unico di cui

sappiamo che è umano. Clark, colui che dimostra di essere umano cer-

cando di commettere un omicidio... senza riuscirci. E per favore gli al-

tri cercheranno di evitare per un po' di tempo di dimostrare di essere

umani? Credo che possiamo fare un altro test.

_ Un test!--esclamò allegramente Connant, poi la sua faccia tornò

a rabbuiarsi.--Sarà un'altra di quelle faccende alla "così è se vi pa-

re.n

--No--disse McReady, senza batter ciglio.--Guarda bene e sta'

attento. Vieni nell edificio Amministrazione. Barclay, porta il tuo ag-

geggio. E qualcuno... Dutton... resta con Barclay per assicurarti che lo

faccia. Ciascuno tenga d'occhio il proprio vicino, perché, per l'inferno

da cui questi mostri sono scaturiti, io ho effettivamente qualcosa, e i

mostri lo sanno. Diventeranno pericolosi!

Il gruppo entrò bruscamente in tensione. Un'atmosfera di schiac-

ciante minaccia era scesa su tutti. Gli uomini si fissarono con attenzio-

ne; con maggiore attenzione di prima: I'uomo accanto a me è un mo-

stro inumano?

--Di che si tratta?--chiese Garry, quandQ furono di nuovo nella

sala principale.--Quanto tempo richiederà?

--Non lo so, con esattezza--disse MacReady, con voce stridula.

.l --Ma so che funzionerà, e non c'è possibilità d'equivoco. Dipende da

una qualità fondamentale dei mostri, non dipende da noi. E stato ~in-

ner a convincermi, proprio ora.--Rimase immobile nella sua solidità

bronzea, finalmente di nuovo sicuro di sé.

--Questo--disse Barclay, sollevando l'arma dal manico di legno

sormontato dai conduttori aguzzi e carichi--diverrà assolutamente

neCessario~ mi par di capire. Il generatore elettrico non si fermerà sul

più bello?

Dutton annuì.--Il serbatoio è pieno, e il generatore a benzina è

prontO a entrare in funzione. Van Wall e io l'abbiamo preparato per la

proiezione cinematografica, I'abbiamo controllato accuratamente più

volte, lo sai. Chiunque tocchi quei fili, muore--assicurò trucemente.

Io lo so perfettamente.

Il dottor Copper si agitò vagamente nella cuccetta, strofinandosi gli

· occhi con mani intorpidite. Si mise lentamente a sedere, batté le pal-

pebre ancora pesanti di sonno e di morfina, e negli occhi gli comparve-

ro gli orrori indescrivibili degli incubi generati dalla droga.--Gar-

mormorò--Garry, ascolta. Egoisti... sono venuti dall'inferno, e

~ono diabolicamente egoisti... io...--poi si lasciò ricadere nella cuc-

etta e riprese a russare piano.

_ L

2~7 ~ 233

McReady lo guardò, pensosamente.--Tra poco lo sapremo--disse,

annuendo lentamente.--Ma hai detto giusto, egoisti. Forse ci hai pen-

sato nella sonnolenza, adesso. Non mi ero chiesto che sogni tu potessi

fare. Ma è giusto. Egoisti è la parola. E devono esserlo per forza, sai.--

Si voltò verso gli uomini della baracca: uomini tesi, silenziosi, che si

fissavano con occhi da lupo.--Egoisti, e, come ha detto il dottor Cop-

per, ciascuna parte è un irltero. Ciascun pezzetto è autosufficiente, un

animale in se stesso.

"Questa frase, e un'altra, vi sveleranno tutto. Non c'è niente di arca-

no nel sangue: è un normalissimo tessuto organico, esattamente come

un pezzo di muscolo o un pezzo del Eegato. Ma non ha la stessa quanti-

tà di tessuto connettivo, sebbene abbia milioni, miliardi di cellule vi-

venti.n

La grossa barba bronzea di McReady si arricciò in un crudele sorri-

so.--Questo è sufficiente, in un certo senso. Io sono sicurissimo che

noi umani tuttora superiamo di numero voi... altri. Voi altri che siete

qui. E noi abbiamo una cosa che voi, razza di un altro mondo, eviden-

temente non avete. Non un istinto imitato, ma l'articolo genuino,

compenetrato nelle ossa, un autentico fuoco inestinguibile e trasci-

nante. Noi lotteremo: lotteremo con una ferocia che voi potrete cerca-

re di imitare, ma che non potrete mai uguagliare! Noi siamo umani.

Noi siamo reali. Voi siete imitazioni, falsi fino al cuore di ogni vostra

cellula.

"D'accordo. Adesso siamo alla resa dei conti. Voi lo sapete. Voi, con

la vostra lettura del pensiero. Avete colto l'idea nel mio cervello. Ma

non potete farci nulla. Siete lì immobili...

"Basta. Il sangue è un tessuto. Devono sanguinare, e se non sangui-

nano quando li tagli, allora, per Dio, sono falsi! Copie venute dall'in-

ferno! Se sanguinano... allora quel sangue, separato da loro, è un indi-

viduo... un iru~i~iduo appena nato, un altro individuo a pieno titolo, esat-

tamf~nte come gli altri, chR si sono staccati, tutti, da un solo onginale,

sono degli individui separati!

"Hai capito, Van? Hai visto la risposta, Bar?n

Van Wall rise molto piano.--Il sangue... il sangue non obbedirà. E

un nuovo individuo, con tutto il desiderio di proteggere la propria vita

che ha l'originale: la massa più grande da cui si è distaccato. Il saugue

si metterà a vivere... e cercherà di allontanarsi da un ago rovente, ad

esempio!

McReady prese il bisturi dalla tavola. Dalla scansia prese una fila di

provette, una piccola lampada ad alcool, e un pezzo di filo di platino

fissato a una bacchetta di vetro. Sulle sue labbra aleggiava un sorrisO

di truce soddisfazione. Per un momento alzò gli occhi su coloro che lo

attorniavano. Barclay e Dutton si avvicinarono lentamente a lui, te-

nendo pronto il loro strumento elettrico dal manico di legno.

--Dutton--disse McReady--tu potresti metterti accanto al punto

dove hai giumtato i cavi elettrici. Tanto per essere sicuri che nessuna...

cosa lo strappi.

Dutton si spostò.--Adesso, Van, suppongo che tu vorrai essere il

primo.

Pallido in viso, Van Wall fece un passo avanti. Con delicatezza e pre-

cisione, McReady gli tagliò una vena alla base del pollice. Van Wall fe-

ce una piccola smorfia, poi tenne immobile il dito mentre un paio di

centimetri di sangue si raccoglievano nella provetta. McReady rimise

la provetta nella rastrelliera, diede a Van Wall un po' di allume per

fermare il sangue e gli indicò la tintura di iodio.

Van Wall rimase immobile a osservare. McReady riscaldò il filo di

platino con la fiamma della lampada ad alcool, poi lo tuffò nella pro-

vetta. Il filo sfrigolò piano. Per altre quattro volte ripeté la prova.--E

umano, direi.--McReady sospirò e si raddrizzò.--Per ora, la mia

teoria non ha ancora ricevuto una conferma, ma nutro buone speran-

ze, vi assicuro.

"Tra l'altro, non fatevi distrarre da questi test. Abbiamo con noi al-

cuni indesiderabili, non c'è dubbio. Van, per favore, da' il cambio a

Barclay all'arma elettrica. Grazie. A te, Barclay, e posso dire che mi

auguro che tu resti con noi? Sei un ottimo ragazzo."

Barclay sorrise nervosamente; fece una smorfia quando il bisturi lo

tagliò. Infine, con un largo sorriso, riprese la sua arma.

--Il signor Samuel Dutton... Barclay!

Tutta la tensione accumulata si scaricò in quell'istante. Per grande

che fosse la parte d'inferno che i mostri avevano in sé, in quell'istante

gli uomini la uguagliarono. Prima ancora che Barclay avesse la possi-

bilità di muovere la sua arma, una ventina d'uomini si gettò sulla cosa

che aveva assunto le sembianze di Dutton. La cosa miagolò, e soffiò, e

cercò di farsi spuntare le zanne... e poi rimasero soltanto cento pezzi

Strappati e schiacciati. Senza coltelli e senza armi, con solo la forza

brutale di una squadra di uomini scelti, la cosa venne schiacciata, di-

t laniata.

Lentamente gli uomini si rialzarono, con gli occhi fiammeggianti,

freddissimi nelle loro emozioni. Solo un bizzarro tic alle labbra tradi-

va una sorta di nervosismo.

E Barclay si fece avanti con la sua arma. Brandelli di cosa fumarono e

bruciarono con un odore acre. L'acido che Van Wall versò su ciascuna

j, gOCcia di sangue sollevò fumi spessi e irritanti.

McReady sorrise: i suoi occhi infossati erano lucidi e accesi e vivaci.

--Forse--disse piano--ho sottovalutato le possibilità dell'uomo

andO ho detto che nulla di umano avrebbe potuto uguagliare la fe-

ia degli occhi della cosa da noi trovata. Rimpiango di non aver avu-

~° la possibilità di trattare queste cose in modo più adatto. Olio bol-

235

lente... o piombo fuso per esempio o forse arrostirle a fuoco lento nella

caldaia della turbina. Quando ripenso all'uomo che era Dutton...

"Non importa. La mia teoria è stata confermata da... da uno che sa-

peva? Bene, Van Wall e Barclay sono immuni. Io penso, allora, che

cercherò di dimostrarvi una cosa che già so. Che anch'io sono umano."

McReady tuffò il bisturi nell'alcool, accostò alla fiamma la lama af-

filata, e poi si tagliò in modo esperto la base del dito.

Venti secondi più tardi, distolse lo sguardo dalla scrivania e lo posò

sugli uomini in attesa. I sorrisi che comparivano sui loro volti erano

aumentati: sorrisi amichevoli, eppure con qualcosa d'altro negli oc-

chi.

--Connant--disse McReady, ridendo piano--aveva ragione. I ca-

ni da slitta che hanno tenuto a bada la cosa in quel gomito di corridoio

non erano certamente più feroci di voi. Chissà perché noi riteniamo

che soltanto il sangue di lupo abbia diritto alla ferocia? Forse nella

crudeltà spontanea il lupo ha la palma, ma dopo questi sette giorni...

Iasciate ogni speranza, o lupi che entrate qui dentro!

"Forse si potrà risparmiare del tempo. Connant, per favore, vuoi..."

Anche ora, Barclay e la sua arma si dimostrarono troppo lenti. C'e-

rano più sorrisi, meno tensione, quando Barclay e Van Wall termina-

rono il loro lavoro.

Garry disse con voce bassa e amara:--Connant era uno dei migliori

di tutti noi... e cinque minuti fa sarei stato pronto a scommettere che

era un uomo. Quelle maledette cose sono più che delle imitazioni.--

Garry rabbrividì e tornò a sprofondarsi nella cuccetta.

E trenta secondi più tardi, il sangue di Garry cercava di ritrarsi dal

filo rovente di platino, e lottava per uscire dalla provetta: lottava con

la stessa frenesia con cui un'imitazione di Garry improvvisamente fe-

roce, dagli occhi rossi, in via di dissoluzione, lottava per sottrarsi al-

l'arma guizzante come un serpente che Barclay spingeva verso di essa,

con la faccia pallida e sudata. La cosa nella provetta urlò con una voce

minuscola e metallica quando McReady la rovesciò sui carboni arden-

ti della stufa.

14

--Abbiamo finito?--il dottor Copper guardò giù dalla cuccetta con

occhi tristi, iniettati di sangue.--Quattordici...

McReady annuì.--In un certo senso, se soltanto avessimo potuto

evitare permanentemente la loro diffusione, mi piacerebbe avere qui

con noi anche solo le imitazioni. Il comandante Garry... Connant.--

Dutton... Clark...

--Dove le portano?--Copper indicò la barella che Barclay e Norris

stavano portando via.

--Fuori. Sul ghiaccio, dove hanno fatto a pezzi una quindicina di

casse, hanno aggiunto mezza tonnellata di carbone e poi aggiungeran-

no cinquanta litri di benzina. Abbiamo versato acido su ogni goccia

versata, su ogni piccolo frammento. I pezzi più grossi li inceneriremo.

--Mi sembra un buon programma.--Copper annuì stancamente.

--Mi domandavo, non hai detto se Blair...

McReady sobbalzò.--Ce ne siamo dimenticati! Avevamo tante al-

tre cose da fare! Mi chiedo... pensi che potremo guarirlo, ora?

--Se...--cominciò il dottor Copper, e tacque significativamente.

McReady sobbalzò una seconda volta.--Neppure un matto. Ha

imitato Kinner e la sua isteria religiosa...--McReady si volse verso

Van Wall, seduto al lungo tavolo.--Van, dobbiamo fare una spedizio-

ne alla baracca di Blair.

Van alzò gli occhi e lo fissò con espressione interrogativa, poi la

preoccupazione svanì per un istante dal suo volto, sostituita dalla sor-

presa e dal ricordo. Poi si alzò, annuì.--Barclay. E meglio che venga

anche Barclay. E stato lui a mettere i cavi, e può trovare il modo di en-

trare senza spaventare eccessivamente Blair.

Tre quarti d'ora, nel gelo dei 38 gradi sotto zero, mentre il sipario

dell'aurora si gonfiava sopra le loro teste. Il crepuscolo durava quasi

dodici ore, fiammeggiava a nord sulla neve che sotto i loro sci era si-

mile a bianca sabbia cristallina. Un vento di circa dieci chilometri al-

l'ora spingeva linee di neve in direzione nordest. Occorrevano tre

quarti d'ora per raggiungere la baracca semisepolta dalla neve. Dalla

piccola baracca non si alzava alcun filo di fumo, e gli uomini amretta-

rono il passo.

--Blair!--Barclay gridò nel vento, quando era ancora distante un

centinaio di metri.--Blair!

--Zitto--disse McReady, piano.--E corri. Può darsi che voglia fa-

re una lunga tappa. Se dobbiamo metterci al suo inseguimento... sen-

za aerei, e con il trattore fermo...

t --Un mostro può avere la resistenza di un uomo?

--Se si rompe una gamba, non resta fermo più di un minuto--os-

servò McReady

Barclay emise tutt'a un tratto un gemito soffocato e indicò qualcosa

in alto. Confusa sullo sfondo del cielo illuminato dal crepuscolo, una

~i creatura alata volava in cerchi di grazia e leggerezza indescrivibili.

randi ali bianche si inclinavano leggermente, e l'uccello passava so-

~ra di loro in silenzio, incuriosito.--Un albatros--disse Barclay,

~ianO.--Il primo della stagione. Chissà per quale motivo si è spinto

~osì avanti nell'entroterra? Se c'è un mostro in libertà

~ ~orris si curvò sul ghiaccio, e si aprì in fretta gli abiti pesanti, la

236 ~ ~7

giacca a vento. Poi si raddrizzò, con la giacca a vento che sbatteva e

con un'arma di metallo azzurrino in mano. L'arma ruggì la sua sfida al

bianco silenzio dell'Antartide.

La creatura volante emise un grido roco. Le sue grandi ali si mosse-

ro freneticamente, mentre una dozzina di penne si staccavano dalla

sua coda. Norris fece nuovamente fuoco. L'uccello ora aveva preso a

muoversi rapidamente, lungo una linea di ritirata quasi retta. Gridò

di nuovo, altre piume caddero al suolo, e con grandi battiti d'ali riparò

dietro un costone di ghiaccio e scomparve.

Norris si affrettò a raggiungere gli altri.--Non tornerà indietro--

disse, ansimando.

Barclay gli indicò di tacere, e con la mano gli segnalò qualcosa. Una

luce azzurrina, stranamente intensa, usciva dalle fessure della porta

della baracca. Dall'interno proveniva un basso ronzio, unito a un tic-

chettio di utensili: i suoni, in qualche modo, parevano trasmettere un

messaggio di frenetica attività.

McReady impallidì.--Che Dio ci aiuti se quella cosa...--Afferrò

Barclay per la spalla, e fece con le dita il gesto di tagliare dei fili, mo-

strando l'intreccio di cavi che bloccava la porta.

Barclay si tolse di tasca le pinze, e senza fare alcun rumore si ingi-

nocchiò presso la porta. Il suono dei cavi che si spaccavano fece un

chiasso indescrivibile nel silenzio dell'Antartide. Ad opporsi al rumore

dei cavi c'erano soltanto lo strano, delicato ronzio proveniente dall'in-

temo della baracca, e i rumori di utensili metallici.

McReady spiò da una fessura della porta. Inspirò profondamente e

le sue dita si serrarono dolorosamente sulla spalla di Barclay. Il me-

teorologo fece un passo indietro.--Non è...--spiegò molto piano

--Blair. E inginocchiato presso qualcosa che ha posato sulla cuccet-

ta... qualcosa che continua a sollevarsi. Qualunque sia l'oggetto su cui

sta lavorando, è una cosa che sembra uno zaino... e galleggia.

--Facciamo irruzione insieme--disse Barclay, deciso.--No, Nor-

ris, resta dietro, e impugna quella tua arma. Può darsi che la cosa sia

armata...

Insieme, il corpo massiccio di Barclay e la forza gigantesca di

McReady colpirono la porta. All'interno, la cuccetta che era stata so-

spinta contro il battente cigolò fortemente e andò in pezzi. La porta

crollò a terra, scardinata, e gli stipiti si inclinarono verso l'interno.

Come una palla azzurra di caucciú, una cosa balzò all'attacco. Una

delle sue quattro braccia simili a tentacoli guizzò avanti, come un ser-

pente nell'atto di mordere. In uma mano con sette tentacoli, un tubo

metallico lungo venti centimetri, sottile e lucente, scintillò e si alzò

puntandosi contro di loro. Le labbra della cosa, sottili come linee, si

spalancarono rivelando una dentatura da serpente, con una smorfia di

rabbia, mentre gli occhi rossi fiammeggiavano.

238

Il revolver di Norris rimbombò in quello spazio chiuso. La faccia

stravolta dall'odio si contorse per il dolore, e il tentacolo si ritrasse

bruscamente. L'oggetto di metallo lucente che teneva in mano era un

rottame frantumato, la mano dai sette tentacoli era una massa di car-

ne maciullata da cui colava un liquido giallo-verdastro. La pistola

ruggì ancora tre volte. Tre fori ciechi si aprirono al posto dei tre occhi,

prima che Norris le scagliasse 1 arma sulla faccia.

La cosa urlò con odio belluino, portandosi agli occhi un tentacolo si-

mile a una frusta. Per un istante strisciò sul pavimento, sferzando sel-

vaggiamente con i tentacoli, con il corpo che si contorceva. Poi si rial-

zò, barcollando, mentre gli occhi ciechi si agitavano, ribollivano osce-

namente, e la carne macellata sporgeva fuori in grumi umidicci.

Barclay si rimise in piedi e si tuffò in avanti con un'ascia da ghiac-

cio. Una piattonata del pesante attrezzo schiantò il cranio della cosa.

Ancora una volta il mostro immortale cadde a terra. I tentacoli guiz-

zarono ancora, e bruscamente Barclay si sentì avvolgere i piedi dalla

stretta di una corda livida, vivente. La cosa prese a dissolversi mentre

egli cercava di afferrarla: una striscia incandescente che gli mordeva

la carne delle mani come fuoco vivo. Freneticamente cercò di togliersi

di dosso quella materia, di tenere le mani dove non potessero venire

colpite. La cosa accecata toccò e tirò gli abiti robusti, pesanti, imper-

meabili, cercando carne... carne da trasformare...

La grossa torcia che McReady si era portato tossì profondamente.

Poi ruggì la sua disapprovazione. Poi rise con un gorgoglio, ed emise

una lingua di fiamma biancazzurra, lunga un metro. La cosa sul pavi-

mento urlò, sbatté ciecamente i tentacoli che si contorcevano e si ince-

nerivano nella rabbia della torcia. Strisciò sul pavimento, rotolando-

si, urlò e sobbalzò follemente, ma sempre McReady le puntò la torcia

sulla faccia, sugli occhi ciechi che bruciavano e ribollivano inutilmen-

te. Frenetica, la cosa strisciò e gemette.

Da un tentacolo germogliò un crudele artiglio... e si accartocciò nel-

la fiamma. Senza interruzione, McReady continuò la sua offensiva

L truce e programmata. Inerme, folle, la cosa si ritrasse dalla torcia gor-

t gogliante, dalla lingua carezzevole, sottile. Per un momento si ribellò,

L urlando il suo odio inumano al contatto della neve ghiacciata. Poi si

~; ritirO davanti al rovente soffio della torcia, immersa nel fetore della

~li propria carne bruciata. Disperatamente continuò a indietreggiare...

~ sempre di più, sulla neve dell'Antartide. Il vento pungente la colpì,

1~ Spostando anche la lingua di fiamma; invano la cosa si dibatté, la-

sciando sul suo cammino una scia di fumo nauseabondo e oleoso.

McReady ritornò silenziosamente alla capanna. Barclay lo attende-

va sulla soglia.--Altre?--gli chiese il gigantesco meteorologo.

Barclay scosse il capo.--No. Si è suddivisa?

- Aveva preoccupazioni di tutt'altro tipo--lo rassicurò McReady.

--Quando l'ho lasciata, era un tizzone rovente. Che cosa stava facen-

do?

Norris rise seccamente.--Siamo proprio furbi, noialtri. Rompiamo

tutti i magneti, così che gli aerei non volino più. Strappiamo dai trat-

tori i tubi della caldaia. E poi lasciamo sola per una settimana, in que-

sta baracca, quella cosa. Sola e indisturbata.

McReady osservò più attentamente l'interno della baracca. L'aria,

nonostante la porta fosse aperta, era calda e umida. Su un tavolo al-

I'altra estremità della stanza era appoggiato un oggetto fatto di tubi a

serpentina e di piccole elettrocalamite, di tubi di vetro e di valvole ra-

diofoniche. Al centro c'era un pezzo di roccia. E dal centro della roccia

proveniva la luce che permeava tutto l'ambiente: una luce azzurrina,

più chiara del bagliore di un arco voltaico. E dalla pietra veniva anche

il debole ronzio. Su un lato c'era un altro meccanismo di vetro cristal-

lino: un dispositivo soffiato con incredibile precisione e delicatezza:

piastre metalliche e una strana luccicante sfera che non pareva com-

posta di alcuna materia esistente al mondo.

--Che cos'è?--McReady si avvicino.

Norris grugnì.--Lascialo com'è, per poterlo esaminare. Ma credo

di poter indovinare. Si tratta di un generatore atomico. Quella roba a

sinistra... è una cosettina semplice semplice, che riesce a fare ciò che

gli uomini cercano di fare con i ciclotroni da 100 tonnellate e altri

grossi calibri. Separa i neutroni dall'acqua pesante: acqua che preleva

dal ghiaccio circostante.

--E dove ha trovato... oh. Certo. Un mostro non può venire chiuso:

né in una stanza, né fuori di essa. Ha rovistato gli armadietti delle at-

trezzature.--McReady osservò l'apparato.--Dio, che intelligenza de-

ve avere quella razza.....................I

--La sfera luccicante... credo sia una sfera di pura forza. I neutroni

possono passare attraverso ogni materia, e la Cosa voleva farsi una

scorta di neutroni. Basta proiettare neutroni contro il silicio... il cal-

cio... il berillio... qualsiasi cosa, in pratica, e si libera energia atomica.

Quell'oggetto è il generatore atomico.

McReady prese dalla tasca un termometro.--Qui dentro ci sono 50

gradi, nonostante la porta sia aperta. I nostri abiti hanno tenuto lonta-

no il caldo, in una certa misura, ma io comincio a sudare.

Norris annuì.--La luce è fredda. Me ne sono accorto. Ma fornisce

attraverso quell'avvolgimento il calore necessario per riscaldare l'am-

biente. La cosa aveva tutta l'energia che si possa desiderare. Poteva te-

nere questo ambiente tiepido e confortevole, nei termini in cui la sua

razza pensa al tepore e al comfort. Hai notato la luce, il suo colore?

McReady annuì.--La risposta è al di là delle stelle. Da dietro le

stelle, da un pianeta più caldo, che ruota attorno a un sole più lumino-

so, più azzurro, sono giunte quelle cose.

240

McReady spostò lo sguardo sulla porta, sulla scia bruciata e sporca

di fumo che attraversava ciecamente la neve.--Non ne giungeranno

altre, ritengo. E stato un puro caso che siano atterrate qui, e la cosa è

successa venti milioni di anni fa. Ma perché si sarà presa la briga di

costruire tutto questo?--E indicò I apparato sul tavolo.

Barclay rise piano.--Hai notato l'oggetto a cui stava lavorando

quando siamo entrati? Osserva.--Indicò il soffitto della baracca.

Il meccanismo, simile a uno zaino e fatto di lamierini presi da vec-

chi barattoli di caffè, con cinghie pendenti e una cintura di cuoio, ade-

riva al soffitto. In esso ardeva un minuscolo, rovente cuore di fiamma

sovrannaturale, eppure quella fiamma lambiva il legno del soffitto

senza danneggiarlo. Barclay lo raggiunse, afferrò due delle cinghie che

pendevano e lo tirò in basso con una certa fatica. Se lo assicurò attor-

no al corpo. Un piccolo salto gli fece percorrere una lunga traiettoria

da un capo all'altro della capanna.

--Antigravità--disse McReady, piano.

--Antigravità--annuì Norris.--Sì, li abbiamo fermati senza ae-

roplani e senza uccelli. Gli uccelli non sono arrivati... ma avevano sca-

tole di caffè e pezzi di apparecchi radio, e vetro, e l'officina durante la

notte. E una settimana... un'intera settimana a disposizione. Da qui

all'America in un balzo solo, con l'antigravità alimentata dall'energia

atomica della materia.

--Noi li abbiamo fermati. Un'altra mezz'ora... quando siamo arri-

vati stava legando le cinghie al suo apparecchio, in modo da poterlo

indossare... e noi saremmo rimasti isolati nell'Antartide, a sparare a

ogni essere animato che provenisse dal resto del mondo.

--L'albatros...--disse piano McReady--pensi che...

--Adesso che lo zaino era quasi finito? Con l'arma mortale che ave-

va in mano?

--No, per grazia di Dio, che evidentemente ci riesce a udire molto

bene, anche qui in Antartide, e grazie a un margine di mezz'ora, siamo

riusciti a tenere per noi il nostro mondo, e anche gli altri pianeti del si-

stema solare; e l'antigravità, sai, e anche l'energia atomica. Poiché le

cose sono venute da un altro sole una stella al di là delle stelle. Le cose

sono venute dal mondo di un soie più azzurro.

olo originale: Where Goes There?

aduzione di Riccardo Valla, su licenza di Editrice Nord

241

Murray Leinster

BIVI NEL TEMPO

Ripensandoci, sembra strano che nessuno, eccetto il professor Minott,

avesse previsto in anticipo quel che sarebbe accaduto. Le indicazioni

erano più che evidenti. All'inizio di dicembre, il professor Michaelson

annunciò di avere scoperto che la velocità della luce non era un assolu-

to: non poteva venire considerata invariabile. Naturalmente, quello

era uno dei primi indizi di quanto stava per succedere.

Una seconda indicazione si ebbe il 15 febbraio, quando, alle 12 e 40,

tempo medio di Greenwich, il sole diventò all'improvviso di colore l

bianco-azzurro e l'aumento enorme della radiazione fece aumentare la ji

temperatura della superficie terrestre di 12 gradi in cinque minuti. Al

termine di quei cinque minuti, il sole tornò alla radiazione normale,

senza altri sintomi di perturbazione.

Naturalmente, seguì una gran ridda di pubblicazioni di aspiranti al-

la fama scientifica, ma non si trovò una spiegazione plausibile del fe-

nomeno che giustificasse la totale mancanza successiva di perturba-

zioni nella fotosfera solare.

Un terzo, chiaro prodromo degli eventi di giugno fu quello che capi-

tò il 10 marzo, quando la giraffa di sesso maschile del Giardino Zoolo-

gico del Bronx, a New York, smise di mangiare. Nei nove giorni che se-

guirono cambiò forma, assorbendo le proprie estremità, persino il col-

lo e la testa, in una straordinaria massa a forma ovoidale di carne e

ossa, ancora vivente, che il decimo giorno cominciò spontaneamente a

dividersi e che il dodicesimo giorno si scisse in due masse carnose leg-

germente pulsanti.

Il giorno dopo, nelle due masse apparvero delle protuberanze. Creb-

bero, assunsero una forma precisa, e venti giorni dopo l'inizio del feno-

meno, diventarono gambe,~olli e teste. E poi due giraffe, entrambe di

sesso maschile, si aggirarono nel recinto. Ognuna pesava un po' men°

della metà dell'animale ori~inario. Avevano Dezzature identiche. E

mangiavano e si muovevano e si comportavano come due animali nor-

mali, anche se immaturi.

Un fenomeno simile fu segnalato dalla repubblica Argentina, dove

uno stallone delle pampas stava riproducendosi nello stesso straordi-

nario modo, sotto gli occhi attenti degli scienziati argentini.

J Oggi sembra incredibile che gli scienziati del tempo non avessero

compreso il significato di queste stranezze. Oggi conosciamo abba-

stanza le tensioni che le produssero, anche se non si verificano più. Ma

tra il gennaio e il giugno, le agenzie di stampa nazionali erano piene di

dispacci dello stesso genere.

Per due giomi il fiume Ohio scorse a ritroso. Per sei ore gli alberi di

Euclid Park a Cleveland agitarono pazzamente i rami come se fossero

investiti da una tremenda tempesta, benché non spirasse un alito di

vento. E a New Orleans, verso la fine di maggio, i pesci uscirono dal

fiume Mississippi e nuotarono nell aria, poi "annegarono" nell'aria che

- inspiegabilmente li sorreggeva, si girarono a pancia in su e galleggia-

rono placidamente a un livello d'acqua immaginario, circa quattro

metri e mezzo al di sopra dell'asfalto della città.

Ma a quanto pare Minott fu I unico che intuì il significato, oggi rela-

tivamente chiaro, degli sviluppi successivi. Minott era allora docente

di matematica presso il Robinson College di Fredericksburg, Virginia.

Sappiamo ora che egli previde con buona approssimazione ciascuno

degli eventi che ancor oggi fatichiamo a spiegarci, benché essi abbiano

influenzato la vita di tutti gli abitanti del pianeta - nonché, probabil-

t mente, di altri pianeti dei quali non sospettiamo nemmeno l'esistenza.

~-r Minott non fece alcun tentativo di condividere con altri le sue sco-

perte. A prima vista ciò può sembrare incredibile, ma in realtà un si-

mile tentativo sarebbe stato inutile. Minott era un semplice assistente

- non un vero professore - in quella che non si può definire altrimenti

che un'oscura università di provincia. Non godeva di particolare repu-

tazione scientifica, e perfino i suoi colleghi di facoltà e i suoi ex inse-

gnanti dell'Università Johns Hopkins lo consideravano impulsivo, pre-

suntuoso~ inaffidabile e bisognoso di un corso di aggiornamento in

buona educazione. Fargli abbassare la cresta sarebbe piaciuto molto a

tutti quanti. Se Minott avesse reso pubbliche le sue teorie, con ogni

robabflità nessuno le avrebbe prese in considerazione, neppure per

onfutarle. Le sue ipotesi matematiche, oltretutto, erano così avanzate

che pochissime persone al mondo sarebbero state in grado di capirle -

propriO com'era avvenuto, all'inizio, con la Teoria della relatività di

~ Einstein - e non si sarebbe potuta escogitare nessuna verifica speri-

; ~lentale~ salvo attendere la spontanea perturbazione cosmica che si

I ~erificò più tardi.

| ;~I Se anche avesse tentato di far valere i prodromi - descritti in prece-

~enZa_ della perturbazione in questione come prove delle proprie teo-

rie, con ogni probabilità Minott non avrebbe ottenuto altro che di farsi

passare per matto.

Eppure egli sapeva. Se a metterlo sulla strada giusta fosse stato il re-

soconto di Michaelson sulle variazioni della velocità della luce, che

provò l'esistenza di irregolarità mai osservate in precedenza - tra l'al-

tro la velocità della luce ha ormai cessato di presentare qualsiasi ano-

malia - o se altre violazioni delle normali leggi della natura avessero

rappresentato il punto di partenza per le sue ipotesi stravaganti, è una

questione sulla quale non possiamo nemmeno congetturare. Quel che

è certo è che Minott aveva previsto ogni cosa prima che effettivamente

accadesse. Aveva previsto tutto così bene da poter calcolare l'ammon-

tare delle nostre possibilità di sopravvivenza, risultato pari a uno su

quattro. La quale catastrofica previsione gli avrebbe valso di essere su-

bito zittito in malo modo, se l'avesse resa nota anzitempo.

A ogni modo egli non fece alcun tentativo di mettere sul chi vive gli

abitanti del pianeta Terra; si procurò invece vari libri e alcune rivoltel-

le. Per fronteggiare il più grande pericolo mai corso dall'uomo in qual-

siasi luogo e in qualsiasi tempo, e tentare la più stravagante impresa

che mente umana avesse mai concepito, fece preparare dei panini im-

bottiti. Può darsi che abbia avuto successo: non lo sapremo mai.

Sulla vita di Minott, dalla nascita agli eventi in questione, siamo ab-

bastanza bene informati. Era figlio di un agricoltore della Virginia oc-

cidentale, e particolari manifestazioni di genio non erano mai state os-

servate in nessun ramo della sua famiglia. Aveva frequentato una

scuola di campagna che riuniva in un unico edificio le elementari, le

medie e le superiori, rendendosi insopportabile a ogni e ciascun inse-

gnante che ebbe a che fare con lui. Riuscì poi a iscriversi all'Università

Johns Hopkins di Baltimora, dimostrando lo stesso talento nel render-

si sommamente impopolare. Era dotato di un'intelligenza di prim'or-

dine- di ciò non possiamo più dubitare - ma era così smodatamente

ambizioso, e così ardentemente desideroso di dimostrare questa sua

qualità da suscitare noia e insofferenza dovunque andasse. E ormai ce-

lebre un aneddoto riguardante la breve dissertazione che presentò co-

me prova scritta alla fine del primo anno, su una questione di calcolo

delle probabilità. Non contento di avere risolto il problema in modo

assolutamente non ortodosso, egli aggiunse il seguente, sarcastico

post-scriptum: Ciò che precede è ctò che ci si aspetta da uno studente de-

sideroso di ottenere un buon voto. Si dà il caso che sia anche incredibil-

mente p~ertle. Una soluzione un po' più elegante potrebbe essere la se-

guente...

Dopo di che aveva riformulato il problema in termini dei quali i suoi

insegnanti non avevano capito una virgola, e ottenuto una soluzione

che nessuna delle matematiche conosciute poteva giustificare. La pro-

va scritta era stata conservata Der caso, e doDo l'universale riconosci-

mento del genio di Minott fu attentamente studiata. L'equazione di Mi-

nott è ora considerata con riverenza, e ha rivoluzionato il trattamento

matematiCo di moltissimi aspetti della teoria delle probabilità.

L'ispido carattere di James Minott ha causato al mondo una grande

perdita. Egli era amareggiato per via della sua impazienza, assillato

dalla sua intelligenza, e palesemente dotato di un'ambizione incompa-

tibile col ruolo di insegnante di matematica presso il Robinson College

di Fredericksburg. Forse se il suo temperamento fosse stato più norma-

le il mondo ne avrebbe guadagnato. E forse ne avrebbe guadagnato an-

che Minott. Ma è inutile abbandonarsi alle congetture. Quel che è certo

è che se egli non avesse bruciato i suoi appunti, la notte di quel fatale

- quattrO giugno, le nostre conoscenze matematiche sarebbero oggi così

progredite da permetterci di inserire tutte le scienze, senza eccezioni,

in una nuova CorniGe unitaria. Già i pochi pezzi di carta superstiti rin-

t venuti nel suo camino ci lasciano intravedere barlumi di tale metateo-

~ia unitaria, turbando i sonni di filosofi e scienziati: il loro valore è

semplicemente inestimabile. Alcuni frammenti bruciacchiati sono in-

sopportabili nella loro enigmaticità, ma gli appunti più importanti

Minott deve averli portati con sé, in qualche luogo impossibile da in-

dovinare dove potrebbero benissimo aver dato frutto.

Alle 7,30 del mattino del 5 giugno la cittadina di Joplin nel Missouri,

stava destandosi dal suo buon sonno estivo. Sulle foglioline d'erba

brillava la rugiada e molti rami sfavillavano del diadema intessuto dai

a ragni mattinieri ai prirni raggi del sole.

~ella periferia più a est della città, un liceale uscì di casa sbadiglian-

do e cominciò a darsi da fare con la falciatrice in giardino; ogni tanto

guardava l'orologio perché temeva di arrivare tardi a scuola. Poco più

| in là una scassatissima utilitaria stentava a mettersi in moto. Ci fu una

detonazione di gas nel tubo di scappamento e dopo qualche sternuto,

lo Sconquassato motore si decise a muoversi. L'auto rimase ferma, con

il motore al minimo, come in attesa. Dalle case si levavano alte le grida

dei bimbi. Una lavandaia negra apparve tra gli alberi di un giardino e

, si diresse verso una fune per stendere i panni. Da una finestra si senti-

va una radio che comandava: un, due, tre, quattro! Alte le braccia!... tre,

uattro! Indietro quelle spalle, mi raccomando!... due, tre, quattro!. Poi,

improvviso~ la radio chiocciò. Cominciò a emettere un acutissimo

tridio meccanico che si trasformò in breve in uno strano chioccolio.

~Poi fece un fracasso spaventoso: come se avessero messo in onda tutta

FCI energia statica di diecimila folgori. E fu il silenzio.

Il liceale si piegò sul manico della sua falciatrice. Cadde a sedere sul-

|l erba rorida di rugiada nel momento stesso in cui la radio smetteva di

~are quel tremendo baccano. La lavandaia negra si aggrappò treman-

do al tronco dell'albero più vicino. Dal cesto della biancheria, rove-

sciatosi al suolo, si sparsero sul prato umidi panni variopinti. Tra le al-

tissime grida di terrore dei bimbi, voci di donne spaventate gridavano:

--Il terremoto! Il terremoto!--Dalle ville, dalle palazzine della via si

videro uscire, correndo, i pacifici abitanti di Joplin. Uno uscì dalla fi-

nestra e si lasciò scivolare giù per una colonna della veranda, e finì

bocconi nel rosaio del suo giardino. Pochi secondi, e tutti erano in stra-

da.

E poi fu il silenzio. Un silenzio vuoto pauroso. Non c'era stato il ter-

remoto. Non era crollata alcuna casa. Non s'era incrinato nemmeno

un camino e non s'era udito cadere al suolo un piatto, una lastra di ve-

tro dalle finestre. La sensazione provata da tutte quelle persone non

era quella di un effettivo movimento del suolo. Un movimento c'era

stato, la terra s'era mossa, ma in modo che nessun uomo poteva imma-

ginare. Quelle persone avrebbero saputo di quel movimento solo dopo

molto tempo. In quell'istante, non seppero far altro che rimaner lì, a

bocca aperta. A guardarsi l'un l'altro, stupefatti.

E nel silenzio profondissimo fattosi improvvisamente tutt'intorno,

in quel silenzio rotto soltanto dal vagito d'un neonato, dal ronzio som-

messo d'un motore d'auto, s'udì un altro rumore: il passo cadenzato

delle fanterie in marcia. Lo accompagnava un clangor di metallo, un

cupo sferragliare. E si sentì abbaiare un comando pronunciato in una

lingua che non era inglese. Da un capo d'una stradina periferica di Jo-

plin del Missouri, il 5 giugno, avanzava un folto drappello d'uomini ar-

mati di lancia e spada. Stringevano al petto lo scudo e vestivano il cor-

to gonnellino dei soldati di Roma. Di sotto agli elmi guardavano intor-

no a sé non meno stupiti dei cittadini di Joplin. A passo cadenzato, la

milizia di Roma antica avanzava. Ogni soldato stringeva la lancia con

l'aria di chi è abituato a servirsi di quell'arma.

A un secco comando, la truppa si fermò. Un ufficiale basso, dal volto

raggrinzito con una corta spada al fianco rivolse una domanda agli

sbalorditi cittadini, agitando la corta spada. Il liceale trasalì. L'uomo

incartapecorito ripeté imperiosamente la sua domanda. Balbettando,

il liceale riuscì a pronunciare qualche sillaba e, uditala, il vecchio bor-

bottò soddisfatto. Poi prese la parola, impaziente, ma compitando

chiaramente. Sbalordito, il liceale si rivolse ai suoi compatrioti e disse

quasi incredulo:--Vuol sapere come si chiama la nostra città. Parla

latino. Sì, quello che ci insegnano a scuola. Dice che non ha trovatO

questa città sulle sue carte e quindi non sa dove è andato a finire. Co-

munque, ha annunciato di aver preso possesso di Joplin in nome di Va-

lerius Fabricius, imperatore di Roma e di tutta la terra. Dice--Conti

nuò balbettando il ragazzo--che la sua è la prima delle sei coorti della

Quarantaduesima Legione di guarnigione a Messaglia. Laggiù a due

giorni di marcia da quella parte--concluse, puntando il dito in dire-

zione di St. Louis.

L'auto si mise improvvisamente in movimento. S'awentò lungo la

strada tra uno stridio di pneumatici. Chiese il passaggio con un autori-

tario colpo di clacson, e si precipitò verso i legionari romani che l'a-

docchiarono impietriti dallo stupore. Suonò nuovamente il clacson, e

I'auto continuò a dirigersi verso di loro.

A un ordine fulmineo, i militi si scagliarono sull'auto con le lance in

resta, agitando minacciosamente le spade. Sino a quell'istante, tutti

gli abitanti di Joplin, nessuno escluso, avevano creduto che quegli ar-

mati fossero un branco di comparse del cinema o un gruppo di buon-

temponi mascherati, o qualche cosa d'altro, altrettanto pazzo, tuttavia

comprensibile. Ma i soldati che si buttarono all'assalto dell'auto face-

~ano sul serio! L'aggredirono da ogni parte come se fosse una bestia

strana e probabilmente feroce. Furono visti battagliare con la macchi-

na animati da disperato valore.

Non recitavano, no! Non ci fu niente di fittizio nel modo con cui pas-

sarono a fil di lancia il povero signor Horace B. Davis che aveva sem-

plicemente chiesto la strada per giungere in tempo al magazzino di co-

tone presso il quale era capo contabile. Convinti che il meschino si ac-

cingesse a farli trucidare da quello strano mostro, s'erano affrettati,

in~lece, a trucidare lui. Il liceale assisté al triste spettacolo sempre più

pallido. Quando un uomo armato di spada si fece avanti per mostrare

al capitano la testa mozza del signor Davis, da un orecchio del quale

pendevano ancora in modo grottesco gli occhiali, il ragazzo piombò

svenuto a terra.

L'alba del 5 giugno colse Cyrus Harding nell'atto di deglutire frettolo-

samente la prima colazione. Poco prima, e solo per pochi istanti, egli

s'era sentito poco bene. Aveva avvertito una strana vertigine. Adesso,

' ~ inVece~ si sentiva proprio in forma. L'odore di fritto riempiva la cucina,

sua moglie cucinava, e lui vuotava rumorosamente il piatto. Aveva

mani ossute e callose e la sua espressione era compiaciuta e soddisfat-

ta. Lanciò un'occhiata al calendario, omaggio della Compagnia di

mangimi e fertilizzanti di Bryan, Ohio, e disse:--Oggi lo sceriffo sven-

de la roba di Amos. Spero di aggiudicarmi quei quaranta acri a nord

per un boccone di pane.

| --Te li aveva offerti da un anno!--commentò stancamente la don-

na.

-~ --E vero!-- confermò ancor più soddisfatto Cyrus Harding.

--Amos aveva anche mollato sul prezzo. Comunque, nessuno oserà

ontrastarmi l'acquisto di quella terra, alla vendita all'asta. Sanno che

~ni preme e sanno che posso diventare un vicino molto pericoloso, se

~hi pestanO i piedi. Oh! Mi conoscono bene e la terra l'avrò a molto me-

~p di quel che me ne chiedeva Amos! Sperava di venderla bene, per ti-

r avanti ancora un anno! L'avrò a metà prezzo.

S'alzò da tavola, asciugandosi la bocca con il dorso d'una mano e si

diresse verso la porta.

--Quel bracciante dovrebbe già essere avanti con l'aratura--com-

mentò.--Vado a dargli un'occhiata e poi andrò all'asta!

E spalancata la porta della cucina rimase sbalordito. Abitualmente

quando apriva la porta, Cyrus si vedeva davanti l'aia. Mai troppo in or-

dine, a dire il vero, quell'aia si spalancava su una pianeggiante distesa

di campi, in quella stagione fittamente coperti di promettenti piante

di granturco, sin dove si perdeva l'orizzonte.

Ora lo spettacolo era del tutto diverso. Tutto era rimasto come pri-

ma sino all'aia. Ma oltre era un sogno delirante. Enormi, rigogliose fel-

ci arboree lanciavano il loro fogliame a trenta metri di altezza. Una fit-

tissima trina di rami fronzuti formava un tetto d'incredibile consisten-

za, steso a proteggere una giungla primeva quale nessun uomo al

mondo aveva mai veduto. Al confronto di quella giungla, le impenetra-

bili foreste del Rio delle Amazzoni sarebbero sembrate un parco. Era

un inestricabile groviglio di vegetazione in cui la crescita era guerra, la

guerra era vita, e la vita era un conflitto mortale e spietato. Nessun uo-

mo avrebbe potuto avanzare neppure di tre metri in quella giungla. Se

ne levava un fetore nel quale si mescolava il lezzo della decomposizio-

ne, I'odore di linfe vegetali, il profumo di fiori dalle vivide corolle. Era

la giungla che i paleobotanici ascrivevano al Carbonifero: la giungla

che aveva dato vita ai nostri giacimenti di carbone.

--Non è possibile--disse con un filo di voce Cyrus Harding.

La moglie non gli rispose. Non aveva visto. Stava rigovernando le

stoviglie che erano servite alla colazione del suo signore e padrone.

Scese gli scalini della cucina scosso e con gli occhi sbarrati, dirigen-

dosi verso l'assurda apparizione che nascondeva i suoi campi. L'appa-

rizione rimase, nonostante il suo avvicinarsi. A una decina di metri di

distanza si fermò, sempre a~tonito e con gli occhi spalancati, ancora

incredulo, e per giunta assillato dal dubbio terrificante di essere diven-

tato pazzo.

Poi qualcosa si mosse nella giungla. Un lungo collo serpentino, del

diametro di quasi un metro alla base, che si riduceva allo spessore di

una trentina di centimetri immediatamente dietro la testa della pro-

porzione di un barile. Quel collo mostruoso si snodò per sei metri, fin-

ché non fu proprio sopra Cyrus Harding. L'uomo si vide osservato da

un paio d'occhi dallo sguardo freddo e inespressivo. La bestia spalancò

la bocca e Cyrus Harding lanciò un urlo.

Anche sua moglie alzò gli occhi. Guardò attraverso il vano della por-

ta e vide la giungla. Vide le fauci del mostro che si chiudevano sul ma-

rito. Vide socchiudersi gli occhi assenti di quel "qualcosa" che inghiot-

tiva tossicchiando. Vide un rigonfiamento scivolar giù nel collo mo-

struoso: dal tratto più sottile, proprio dietro la testa, sino alla seZione

enorme che s'inseriva nel corpaccio nascosto tra la selva. Vide quella

testa rientrare nella giungla e scomparire quasi istantaneamente.

La vedova di Cyrus Harding impallidì. Si mise il cappellino e con

aria rassegnata uscì dalla porta che dava in strada. S'incamminò deci-

sa verso la casa più vicina. Mentre procedeva, diceva a se stessa, con

composteZZa:--Sapevo che sarebbe finita così. Sono impazzita. Mi

chiuderanno in un manicomio. Ma almeno non dovrò più sopportarlo.

Non dovrò più sopportarlo!

E alle 10,30 del mattino del 5 giugno, James Minott puntò le due pisto-

le delle quali era armato su un gruppetto di studenti. Dal suo viso era

scomparsa anche l'ultima traccia dell'espressione severa del docente

le cui estreme facoltà di nuocere non vanno oltre l'assegnazione di un

cattivo voto. Sostituiti gesso e matita con due pistole, continuava a

sorridere gelido. Ma negli occhi gli brillava una luce minacciosa. Tanto

che le quattro ragazze del gruppo rimasero con il fiato mozzo dallo

spavento. Anche gli studenti, abituati a vederlo soltanto in classe, si re-

sero conto in un baleno che James Minott non solo sapeva adoperare le

armi, ma era deciso a servirsene. E guardarono il loro assistente di ma-

tematica con il rispetto pavido che ci ispira uno scassinatore, un rapi-

natore di trista fama o un assassino di professione. Agli sguardi dei

suoi allievi James Minott era salito molto in alto. Trasformatosi al-

l'istante in un capo, era diventato addirittura un despota, grazie alle

sue rivoltelle.

--Come vedete--disse Minott con voce piana--io avevo previsto

la situazione nella quale ci troviamo. Da un momento all'altro, inutile

nascondercelo, tutta la razza degli uomini, noi compresi, può venir

t spazzata via in modo così radicale che cerchereste invano di immagi-

narlo. Potremmo anche sopravvivere: e io sono preparato a trarre il

masSimO profitto dalla mia soprawivenza, se sopravviveremo.

E James Minott tacque, per osservare attentamente, l'uno dopo l'al-

tro, gli studenti che l'avevano seguito per esplorare la foresta di se-

quoie inspiegabilmente apparsa a nord di Fredericksburg.

--So che cosa è successo--affermò gelido Minott.--E so anche

quanto pUò accadere ancora. E so anche come comportarmi d'ora in

poi. Chi di voi è pronto a seguirmi, lo dica. Se c'è qualcuno che recalci-

s. tra. Ebbene... La situazione non tollera ribelli o ammutinati! Sarò co-

'~ Stretto a sparargli.

Et _ Professore!--esclamò Blake innervosito.--Per prima cosa si do-

- - vrebberO accompagnare a casa le ragazze!

--Le ragazze non torneranno mai più a casa!--disse Minott, cal-

~mo.--Non ci tornerà nessuno di voi. Non appena vi sarete convinti

~che Sono pronto a servirmi delle armi, vi dirò che cosa è successo e cosa

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significa. Sono settimane che mi preparo ad affrontare questa evenien-

za.

A mezzogiorno del 5 giugno, s'aprì la porta della prigione. Entrò un uo-

mo dal viso adorno di un bel paio di baffi. Indossava una strana unifor-

me grigia. Avvicinatosi al detenuto, gli batté gentilmente la mano su

una spalla.

--Sono il dottor Holloway, medico militare--si presentò con inco-

raggiante urbanità.--Vuole avere la bontà di dirmi che cosa le è suc-

cesso? Sono certo che si potrà accomodare ogni cosa.

--... Ma... maledizione!--proruppe il prigioniero.--Ero partito da

Louisville, stamattina. Quando sono a metà strada mi piglia un capo-

giro, un malessere strano e... Chi ne capisce niente? Si vede che ho sba-

gliato strada, perché a un certo momento mi guardo intorno e il pae-

saggio mi sembra poco familiare. E poi salta fuori un soldato in unifor-

me grigia e si mette a urlare. Io accelero e quello si mette a spararmi

addosso. Fermo l'auto, e mi arrestano perché ho la bandiera america-

na dipinta sull'auto! Sbattono in galera un povero diavolo che viaggia

per la Compagnia Dolciaria Zio Sam soltanto perché... Ma uno non

può esporre la bandiera della sua nazione?

--Beh, nella sua nazione, sì--convenne il medico con atteggiamen-

to conciliante.--Ma dovrebbe sapere, signore, che qui permettiamo

di esibire solo la nostra bandiera! In sostanza ha violato le nostre leggi!

--Vio... violato le sue leggi?!-- esclamò attonito il detenuto

--Ma... E mai possibile che non si possa esporre la bandiera america-

na negli Stati Uniti?!

--Negli Stati Uniti, è padrone di farlo--disse il dottore sorridendo.

--E lei ha varcato il confine senza accorgersene, evidentemente. Vuole

che glielo dica francamente? I nostri soldati l'hanno scambiata per un

pazzo! Sono convinto, invece, che si è trattato di un semplice errore...

--Confine?--ripeté balbettando sbalordito il prigioniero.--Dove

mi trovo? Non sono negli Stati Uniti, forse? Se non ci sono, dove diavo-

lo sono finito?

--A dieci miglia al di là del confine della Confederazione, vecchio

mio!--esclamò il medico.--E sconfinato per errore e, me ne rendo

perfettamente conto, non è stato per recarci offesa. La farò rilasciare

immediatamente. C'è già abbastanza tensione tra Washington e Rich-

mond, senza l'ennesimo incidente di frontiera a irritare le nostre teste

calde.

--Confederazione?--disse il prigioniero.--Non verrà a dirmi che

allude agli Stati Confederati...?

--Proprio a quelli, vecchio mio! Alludo agli Stati Confederati del-

I'America del Nord! Che cos'altro credeva?

--Io sono diventato matto!--dichiarò cupo il detenuto, deglutendo

faticosamente.--Devo essere impazzito! Ma... E Gettysburg?

--Gettysburg? Certo! Vuole che non la ricordi? E le altre batta-

glie?--Il dottore annuì con aria indulgente.--E ne andiamo giusta-

mente fieri! Nel corso di quella battaglia, il fato della Confederazione

si decise nel corso degli ultimi dieci minuti di lotta! Più di una volta mi

sono chiesto che cosa sarebbe stato di noi se la carica di Pickett fosse

stata respinta. Ma due giorni dopo il vittorioso assalto di Pickett, I'In-

ghilterra ci riconosceva ufficialmente, mentre la Francia seguiva il suo

esempio a una settimana di distanza. I crediti illimitati accordati alla

Confederazione in quei giorni, ci permisero di concludere vittoriosa-

mente la guerra. Se ne era dimenticato? Ce la siamo cavata per il rotto

della cuffia, in quell'occasione!

Il prigioniero deglutì ancora. Guardò dalla finestrella del carcere...

Vide un grosso edificio sulla facciata del quale era scritto a grandi let-

tere: PALAZZO Dl GIUSTIZIA. Davanti c'era un'asta altissima. Vi garriva

allegramente alla brezza meridiana la bandiera della Confederazione!

La sera del 5 giugno, I'ufficiale postale di North Centerville, Massachu-

setts, uscì dal recinto che lo separava dal pubblico per ascoltare anche

lui la Unovità". La panciuta stufa dello spaccio irradiava una luce acco-

gliente, sebbene poco necessaria. Prima di cominciare il suo discorso,

il testimone oculare ridacchiò.

--Dico sul serio, oh! Li ho visti doppiare il capo! Erano una trentina

a bordo d'un barcone lungo diciotto o venti metri, che aveva intorno ai

fianchi dei cosi rotondi... una specie di scudi! Remavano come inde-

moniati. Appena vedono la nostra città, rimangono lì coi remi a mez-

z'aria e fanno una faccia stupita che non vi dico. Vengono quasi a riva e

appena ci scorgono si mettono a parlare un dialetto che nessuno capi-

sce. Ohé! Non parlavano mica in americano, non parlavano! Il vecchio

Peterson che è lì con un pesce che ha abboccato all'amo in quel mo-

mentO, appena li sente lascia andare la canna in acqua. Poi tenta di ri-

spondere a quelli là. Si capiscono, ma fanno una fatica d'inferno. Al-

lora quelli della barca virano di bordo e se ne vanno. I casi sono due: o

eranO attori del cinema che avevano voglia di prenderci in giro o quei

ricconi dell'altra riva ne hanno inventata una nuova per ammazzare la

noia Roba da matti, vi dico! Da matti! Fatto sta che il vecchio Peter-

Son sostiene che quei buffoni parlavano una specie di scandinavo anti-

co O che so io. Ha raccontato che gli hanno detto di essere venuti da

Leifsholm~ o qualcosa del genere, giù lungo la costa. Ma quel che è fan-

tasticO è che sostenevano di non aver mai visto la nostra città! Buona

questa no? Ma non è finita; perché dice che quelli là erano Vichinghi!

Chiamávano Winland l'America e giuravano che... Bontà divina! Che

cosa succede ? !

Urla, invocazioni, ruppero improvvisamente la quiete della notte.

Da lontano, s'udì tuonare un fucile da caccia. Gli oziosi convenuti a

scambiare quattro chiacchiere uscirono sul portico. In dodici punti di-

versi della spiaggia si erano accesi alti falò. Illuminavano di luce rossa-

stra una decina di imbarcazioni dalla prua alta, adoma d'un serpente,

che s'avvicinavano alla riva velocissime, sotto l'impulso dei remi. Al

chiarore delle torce, si vedevano corazze e spade accendersi di baglio-

ri. Brutalmente ghermita da un omone dalla lunga capigliatura bion-

da, una donna lanciò un grido di terrore. Corazza ed elmo del guerriero

scintillavano orrendamente. L'aggressore rideva. Ad affrontare quel

gigante biondo avanzò un uomo che indossava una tuta da lavoro.

Brandiva minacciosamente una scure...

11 gigante lo abbatté con un fendente della spada già intrisa di san-

gue, e lanciò un grido selvaggio. Gli vennero a prestar man forte altri

guerrieri vestiti e armati come lui. 11 sacco e la carneficina ripresero

con rinnovato fervore, mentre da un'altra imbarcazione subito accorsa

balzavano sulla spiaggia altri armati. Poco dopo, balenavano i primi

incendi...

Tutto intorno al gruppetto, si levavano altissimi i tronchi degli alberi.

Alberi giganti. Alberi magnifici. Svettavano nel cielo, alti quarantacin-

que, cinquanta metri, con un'aria di calma venerabile che era a un

tempo la prova più convincente della loro reale esistenza, e l'aspetto

meno accettabile della realtà affermatasi improvvisamente nelle im-

mediate vicinanze di Fredericksburg, in Virginia. Il piccolo drappello

di cavalleggeri s'era fermato, pavido in sella, accanto a quelle mo-

struose creature della foresta. Minott osservò con occhio critico i tre

giovanotti e le quattro ragazze che facevano parte della sua comitiva

di studenti del Robinson College.

E Minott, ormai, non era più il docente che s'era offerto di mettersi

alla testa di una piccola spedizione uscita in esplorazione. Era quel che

si dice un condottiero deciso a tutto.

Alle otto e trenta del mattino del 5 giugno, gli abitanti di Frederick-

sburg avevano avvertito all'unanimità uno strano stordimento. Era

passato subito. Il sole brillava luminoso. Nulla, sembrava, era interve-

nuto a mutare gli abituali aspetti dell'esistenza di tutti i giorni. Dopo

un'ora, tuttavia, la sonnecchiante cittadina ronzava di eccitazione. La

strada che portava a Washington, proprio quella che tutte le carte

chiamavano Statale n. 1, era rimasta improvvisamente interrotta a

circa tre miglia a nord. A tagliarne bruscamente il percorso era appar-

sa, come per magia, una colossale, gigantesca foresta. Le comunicazio-

ni telegrafiche con Washington erano rimaste interrotte. Le stazioni

radio della ca~itale non trasmettevano più. Nessuno, in tutta Frede-

ricksburg, ricordava d'aver mai visto alberi così alti come quelli della

straordinaria foresta. Somigliavano soltanto a quelli di certe fotogra-

fie delle gigantesche sequoie della costa del Pacifico, ma... insomma!

Non poteva essere!

In un'ora e mezzo, Minott aveva trasformato in drappello di caval-

leggeri un pugno di studenti decisi a veder da vicino la foresta. E non

sfuggì a nessuno che Minott si sceglieva i compagni con strana ocula-

tezza. Tre giovani e quattro ragazze in tutto. Se li avesse lasciati fare,

gli studenti si sarebbero pigiati nella sconquassata utilitaria apparte-

nente a uno di loro, ma Minott aveva scartato quest'idea.

--Ci troveremo sbarrata la via all'altezza della foresta--aveva ri-

cordato Minott, sorridendo.--Non sarebbe più divertente esplorarla

a dorso di cavallo? Ci penso io, ai cavalli.

Le cavalcature furono pronte di lì a una decina di minuti. Scompar-

se per andarsi a infilare i pantaloni da cavallerizze, al loro ritorno le

ragazze avevano notato, molto soddisfatte, che oltre alle selle, i cavalli

avevano anche capaci bisacce. Con il solito sorrisetto, Minott era stato

pronto a spiegare:--Dato che si parte per una spedizione, è giusto at-

trezzarci da veri esploratori. Nelle bisacce ho fatto mettere dei viveri.

Quando saranno vuote le colmeremo di tutte le rarità botaniche che

troveremo.

E partirono. Le ragazze emozionate, i giovani compiaciuti e soddi-

sfatti. Peccato che ad attenuare la loro gioia intervenissero di continuo

le motociclette e le auto che li sorpassavano rombando. I cittadini di

Fredericksburg accorrevano in massa all'improbabile foresta.

Nel punto in cui la statale era interrotta, si erano già ammassate au-

tomobili a centinaia. Una vera folla di curiosi sbarrava l'occhio sui

| tronchi altissimi della selva. I tronchi giganteschi affondavano nella

terra radici di grandezza mai vista. Qua e là, spiccava al suolo la mac-

chia di qualche cespuglio. Ovunque, tra i tronchi, spirava un senso di

pace, di serenità profonda

t Su tutto una sensazione di pace e assoluta serenità e di eterno. Dalla

folla dei convenuti si levava un mormorio sommesso. Si commentava,

E si cercava di spiegareEra uno spettacolo impossibile. La foresta pa-

reva un miraggio.

I cavalieri giunsero sul luogo, proprio quando una frotta di coraggio-

si usciva dalla foresta nella quale aveva osato addentrarsi. Tornavano

increduli, dubitando dei loro sensi, benché tutti avessero le mani piene

di rami, di foglie. Ce n'era uno che aveva raccolto una quantità di bac-

'L che mai viste sulla costa atlantica.

Accortosi delle intenzioni di Minott, un agente levò una mano per

dare l'alt al drappello dei giovani.

--Ehi!--disse.--Abbiamo sentito degli strani rumori venire da lì

dentro, e sino a che non saremo sicuri di quel che sta succedendo, non

lascio passare nessuno!

--Saremo molto cauti--promise Minott.--Sono il professor Mi-

nott del Robinson College e guido i ragazzi che si propongono unica-

mente di far raccolta di qualche specie botanica. E poi sono armato di

pistola. Non potrà succederci nulla di male.

E aveva spronato il cavallo. Ancora privo di ordini precisi, il poli-

ziotto aveva allora ceduto al desiderio di Minott con un'alzata di spal-

le. Ma aveva poi impedito a tutti gli altri di accedere alla foresta per

compiervi un'esplorazione. Pochi minuti dopo, gli otto cavalli e i loro

cavalieri erano scomparsi alla vista.

Erano passate tre ore da quell'istante. Per tre ore, Minott aveva gui-

dato il drappello puntando un poco più a sud della direzione nord est.

Sino a quel momento non avevano incontrato animali pericolosi. Ave-

vano osservato, in compenso, molte piante familiari. Avevano visto co-

nigli in quantità, e in un caso una sfuggente forma grigia che Tom

Munter, il laureando in zoologia, aveva supposto essere un lupo. Lupi,

nei dintomi di Fredericksburg non se n'erano mai visti. Neanche se-

quoie, a dire il vero. E gli esploratori non avevano trovato traccia di vi-

ta umana, benché Fredericksburg si trovasse in una zona agricola,

densamente popolata. In tre ore, i cavalli dovevano aver coperto alme-

no quindici miglia senza che la foresta accennasse a finire. Il giovane

Blake cominciò a protestare quando fu avvistata la sagoma gibbosa

d'un animale che non poteva essere altro che un bufalo selvaggio, raz-

za estintasi sin dal lontano 1820 a est delle Montagne Rocciose.

--Qui stanno succedendo un sacco di stranezze, signore--aveva

cominciato il ragazzo imbarazzatissimo.--Per quel che mi riguarda,

sono pronto a continuare l'esplorazione, quanto vuole, ma non dobbia-

mo dimenticare le ragazze! Se non facciamo presto a ritornare, il pre-

side ce la farà pagare cara!

Era stato allora che Minott aveva puntato i revolver sui ragazzi, an-

nunciando tranquillamente che non sarebbe tornato indietro nessuno.

E che egli sapeva che cosa era successo e che cosa potevano aspettarsi.

E che sarebbe stato pronto a fornire qualsiasi delucidazione, non appe-

na i suoi ascoltatori si fossero convinti che era pronto a usare la pistola

in caso di ammutinamento. 5

--Ci affrettiamo a fare atto di sottomissione--si affrettò a dire il

giovane Blake.

Aveva stretto rigidamente le labbra, ma non aveva battuto ciglio.

Venuto a mettersi prudentemente tra Maida Haynes e la canna delle

pistole, continuò:--Vorremmo sapere in virtù di quale strano feno-

meno gli alberi di questa foresta, che dovrebbero trovarsi a cinquemi-

la chilometri di distanza da noi, crescono in Virginia. Quel che mi inte-

ressa maggiormente, tuttavia, è questo: perché il suolo sul quale si tro-

va questa foresta nuova di zecca è rimasto topograficamente lo stesso

di prima? I rilievi si stendono nella direzione in cui si stendevano an-

che ieri, ma, scomparso quanto vi si trovava ventiquattro ore fa, è sal-

tata fuori questa incredibile foresta.

_ Magnifico, Blake!--esclamò Minott approvando soddisfatto.

--Sei un buon osservatore. Benché avessi le mie buone ragioni per la-

sciarti a casa, ho preferito averti con me perché sapevo che sei un buon

geologo. Saliamo in cima a quella collinetta, prima. Dovremmo veder-

vi il Potomac, se non mi sbaglio. Poi vi spiegherò. Temo, tuttavia, che

dovremo cavalcare ancora a lungo, oggi.

Riluttanti, i cavalli si spinsero ansando lungo il pendio. Si procede-

va fra tronchi giganteschi e folta boscaglia: in tre ore non s'era incon-

trata una sola strada tracciata dall'uomo. Gli avventurosi esploratori

dovevano trovarne una in cima al colle. Era un viottolo stretto, tutto

segnato dai solchi serpeggianti lasciati dai carri. I cavalieri ne seguiro-

no il tracciato senza parlare. Dopo un quarto di miglio di continui an-

t dirivieni, il sentiero scendeva all'improvviso. Davanti a Minott e ai

suoi compagni si stendevano le acque del Potomac.

Tutti i cavalieri, tranne uno, lanciarono grida di stupore. Sulle rive

del fiume c'era un abitato. Nel porticciolo si dondolavano alcune im-

barcazioni. Natanti e navicelle apparvero anche più lontano: alcune

risalivano faticosamente il fiume venendo dalla direzione di Chesapea-

ke Bay, e altre che filavano veloci trascinate dalla corrente che andava

verso valle. Ma non si trattava né delle barche né del villaggio che ci si

aspettava di vedere sul Potomac.-

5 Il villaggio era piccolo e tutto cinto da mura di fango. Piccole figure

d'uomini vestiti d'azzurro si muovevano indaffarate tra i campi che

circondavano l'abitato da ogni parte. Le costruzioni, la linea ricurva

dei tetti e soprattutto la sagoma inconfondibile di quello che non pote-

va essere che un tempio, proprio al centro del villaggio fortificato, era-

no cinesi. Le imbarcazioni in vista differivano dalle classiche giunche

- unicamente nelle vele, che sembravano esser fatte di tela, invece che di

bambù. I campi tutto intorno alle basse mura di fango erano coltivati

in modo assolutamente inusitato. Lungo il fiume, là dove la riva avreb-

be dovuto ospitare le caratteristiche marcite del Potomac, si vedevano

intensive colture di riso.

E all'improvviso, accanto ai cavalieri, spuntò un uomo. Oltre all'am-

pio cappello che gli copriva il capo, indossava una camicia ampia, ara-

bescata, di cotonina imbottita. Portava pantaloni di cotone e calzava

L un paio di zoccoletti. Era il prototipo del contadino cinese. Lo sembrò

ancor di più quando, rivolti gli ~7cchi