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PIER PAOLO PASOLINI 1922-1975

Italiana


Pier Paolo Pasolini 1922-1975

da Dal diario (1945-1947)

[Vicina agli occhi e ai capelli sciolti]

Vicina agli occhi e ai capelli sciolti

sopra la fronte, tu piccola luce,

distratta arrossi le mie carte.



Adolescente ardevo fino a notte

col tuo smunto chiarore, ed era strano

udire il vento e gl'isolati grilli.

Allora, nelle stanze, smemorati

dormivano i parenti, e mio fratello

oltre un sottile muro era disteso.

Ora dove egli sia tu, rossa luce,

non dici, eppure illumini; e sospira

per le campagne inanimate il grillo;

e mia madre si pettina allo specchio,

usanza antica come la tua luce,

pensando a quel suo figlio senza vita.

[Come un naufrago incolume mi volgo]

Come un naufrago incolume mi volgo

e vedo, inteneriti dal passato,

alle mie spalle, oceani di rare

viole, di silenziose primule.

È già un sogno lontano più del cielo

il paesaggio di germogli azzurri

che il trasparente Aprile intiepidiva.

Il tempo è dileguato senza moto:

le farfalle che volano pudiche,

i fiori violenti, l'irta quiete...

E so ancora atterrirmi ad un accento

che disaccordi con la fioca musica

dei campi? Alzare il capo, puerilmente,

angosciato dai baratri celesti

tra i veli tranquilli delle nuvole?

Se l'iroso usignolo nell'azzurro

arido, esala i suoi canti diurni,

lo ascolto ardente, ma non ho speranza.

Io non sogno, non veglio...

da L'usignolo della Chiesa Cattolica
(1943-1949)

La passione

I

Cristo nel corpo

sente spirare

odore di morte.

Ah che ribrezzo

sentirsi piangere!

Marie, Marie,

albe immortali,

quanto dolore...

Io fui fanciullo

e oggi muoio.

II

Cristo, il tuo corpo

di giovinetta

è crocifisso

da due stranieri.

Sono due vivi

ragazzi e rosse

hanno le spalle,

l'occhio celeste.

Battono i chiodi

e il drappo trema

sopra il Tuo ventre...

Ah che ribrezzo

col caldo sangue

sporcarvi i corpi

color dell'alba!

Foste fanciulli,

e per uccidermi

ah quanti giorni

d'allegri giochi

e d'innocenze.

III

Cristo alla pace

del Tuo supplizio

nuda rugiada

era il Tuo sangue.

Sereno poeta,

fratello ferito,

Tu ci vedevi

coi nostri corpi

splendidi in nidi

di eternità!

Poi siamo morti.

E a che ci avrebbero

brillato i pugni

e i neri chiodi,

se il Tuo perdono

non ci guardava

da un giorno eterno

di compassione?

IV

Cristo ferito,

sangue di viole,

pietà degli occhi

chiari dei Cristiani!

Fiore fiorente

sul monte lontano

come possiamo

piangerti, o Cristo?

Il cielo è un lago

che mugge intorno

al muto Calvario.

O Crocifisso,

lasciaci fermi

a contemplarti.

V

Cristo, ai tuoi poveri

figli dispersi

nell'infinito

cielo del vivere,

ecco, morendo

Tu lasci questa

finita Immagine.

Soave fanciullo,

corpo leggero,

ricci di luce...

è San Giovanni.

Perduti in nubi

d'indifferenza

in Sé ci chiama

e a Sé ci informa

questo Tuo Corpo.

VI

Cristo si abbatte

dentro il Suo corpo.

Da sé remote

in quali ardenti

campagne ha sguardo

la Sua pupilla?

Qui è ben cieco,

fermo sull'ossa:

un uccelletto

insanguinato

su una proda.

Dietro, la luce

marcisce il cielo.

Per le vallate

e per le vette

non suona voce:

ultimo e dolce

fruscio la serpe

che si rintana.

O Dio che ombre

dentro il chiarore

delle saette!

La Samaria

annega al buio,

la morte tuona

s'un cimitero

di fresche aiuole!

Polvere e fronde

echi di voci

riversi al vento

nel mesto buio.

Ah siamo uomini

dimentichiamo.

Dietro di Cristo

sui monti morti

il cielo fugge,

è un cieco fiume.

La Messa

Domeniche dei vivi!

L'alba della festa

fa tremare nel seno

del fresco giovinetto

un filo d'erba fresca.

Domeniche dell'anima!

Che febbre, che dolore

esser vivi e mostrarsi

al sole che risplende

sopra i freschi capelli.

Domeniche d'amore!

Egli è tutto vergogna

per l'amore scoperto

nella bianca camicia

e le pupille ardenti.

Domeniche di Dio!

Carne e cielo

O amore materno

straziante, per gli ori

di corpi pervasi

dal segreto dei grembi.

E cari atteggiamenti

inconsci del profumo

impudico che ride

nelle membra innocenti.

Pesanti fulgori

di capelli... crudeli

negligenze di sguardi...

attenzioni infedeli...

Snervato da pianti

ben soavi rincaso

con le carni brucianti

di splendidi sorrisi.

E impazzisco nel cuore

della notte feriale

dopo mille altre notti

di questo impuro ardore.

L'angelo impuro

Eccomi dunque in piena

eccelsa confidenza

con la mia presenza,

angelo impuro ch'amo.

Quanto sterile occorre

urge se tocco il corpo

che da ragazzo amavo

perché certo d'amore.

Ma non so inorridire,

non so abbandonarmi...

Al Dio che non dà vita

chiedo di non morire.

da Le ceneri di Gramsci

Il canto popolare

Improvviso il mille novecento

cinquanta due passa sull'Italia:

solo il popolo ne ha un sentimento

vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia

la modernità, benché sempre il più

moderno sia esso, il popolo, spanto

in borghi, in rioni, con gioventù

sempre nuove - nuove al vecchio canto -

a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno

sopra i portici delle cittadine

di provincia, sui paesi che sanno

ancora di nevi, sulle appenniniche

greggi: nelle vetrine dei capoluoghi

i nuovi colori delle tele, i nuovi

vestiti come in limpidi roghi

dicono quanto oggi si rinnovi

il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola

generazione ogni generazione

vissuta qui, in queste terre ora

umiliate, non abbiamo nozione

vera di chi è partecipe alla storia

solo per orale, magica esperienza;

e vive puro, non oltre la memoria

della generazione in cui presenza

della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta

nella nostra ragione e costruita

per i nostro passaggio - e ora giunta

a essere altra, oltre il nostro accanito

difenderla - aspetta - cantando supino,

accampato nei nostri quartieri

a lui sconosciuti, e pronto fino

dalle più fresche e inanimate ère -

il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato

ch'è nostro privilegio, altre fiumane

di popolo ecco cantare: recuperato

è il nostro moto fin dalle cristiane

origini, ma resta indietro, immobile,

quel canto. Si ripete uguale.

Nelle sere non più torce ma globi

di luce, e la periferia non pare

altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello

Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini

d'Ivrea gridano, e, pei valloncelli

di Toscana, con strilli di rondinini:

Hor atorno fratt Helya! La santa

violenza sui rozzi cuori il clero

calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia

feroce nel feudo provinciale l'Impero

da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli

sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,

sui Comuni sbiancati dalle Alpi,

suona, giganteggiando il travertino

nel nuovo spazio in cui s'affranca

l'Uomo: e il manovale Dov'andastù

jersera... ripete con l'anima spanta

nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù

resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,

e trepidi nel vento napoleonico,

all'Inno dell'Albero della Libertà,

tremano i nuovi colori delle nazioni.

Ma, cane affamato, difende il bracciante

i suoi padroni, ne canta la ferocia,

Guagliune 'e mala vita!, in branchi

feroci. La libertà non ha voce

per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,

qui a Rebibbia sulla misera riva

dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti

è vero, cantando, l'antica, la festiva

leggerezza dei semplici. Ma quale

dura certezza tu sollevi insieme

d'imminente riscossa, in mezzo a ignari

tuguri e grattacieli, allegro seme

in cuore al triste mondo popolare?

Nella tua incoscienza è la coscienza

che in te la storia vuole, questa storia

il cui Uomo non ha più che la violenza

delle memorie, non la libera memoria...

E ormai, forse, altra scelta non ha

che dare alla sua ansia di giustizia

la forza della tua felicità,

e alla luce di un tempo che inizia

la luce di chi è ciò che non sa.

Comizio

Qui è più puro, e colmo di quieto

terrore - se le sere ormai fonde

tremano agli ultimi brusii, poetici

di mera vita - l'incontro delle gronde

urbane con il buio del cielo.

E muri impalliditi, infeconde

aiuole, magri cornicioni, nel mistero

che li imbeve dal cosmo, familiare

e gaio fondono il loro. Ma stasera

un improvviso rovescio sulle ignare

fantasie del passante frana, e gela

il suo trasporto per le calde, care

pareti sconsacrate...

Non più, come un androne, di passi sonori

perché rari, di voci trasparenti

perché quiete, tra splendori

d'umile pietra, la piazza negli spenti

angoli trasale: né solitarie

frusciano le macchine dei potenti,

sfiorando il fianco del giovane paria

che inebbria coi suoi fischi la città...

Una smorta folla empie l'aria

d'irreali rumori. Un palco sta

su essa, coperto di bandiere,

del cui bianco il bruno lume fa

un sudario, il verde acceca, annera

il rosso come di vecchio sangue. Arista

o tetro vegetale guizza cerea

nel mezzo la fiammella fascista.

Il dolore, inatteso, mi respinge

indietro, quasi a non voler vedere.

E invece con le lacrime che stingono

intorno il mondo così vivo, a sera,

nella piazza, mi sospingo come

disincarnato in mezzo a questa fiera

di ombre. E guardo, ascolto. Roma

intorno è muta: è il silenzio, insieme,

della città e del cielo. Non risuona

voce su queste grida; il caldo seme

che il maggio germoglia pur nel fresco

notturno, un greve e antico gelo preme

sui muri preziosi, fatti mesti

come nei sensi di un fanciullo

angosciato... E più qui crescono

gli urli (e in cuore l'odio), più brullo

si fa intorno il deserto

dove il consueto, pigro sussurro

s'è stasera sperduto...

Ecco chi sono gli esemplari vivi,

vivi, di una parte di noi che, morta,

ci aveva illuso d'esser nuovi - privi

d'essa per sempre. E invece, scorta

d'improvviso, in questa lieve piazza

orientale, ecco la sua falange, folta,

urlante - coi segni della razza

che nel popolo è oscura allegria

e in essa triste oscurità - che impazza

cantando la salute. E l'energia

sua non è che debolezza, offesa

sessuale, che non ha altra via

per essere passione, nella mente accesa,

che azioni troppo lecite od illecite:

e qui urla soltanto la borghese

impotenza a trascendere la specie,

la confusione della fede che

l'esalta, e disperatamente cresce

nell'uomo che non sa che luce ha in sé.

Resto in piedi tra questa folla quasi

il gelo, che da Trinità dei Monti,

dai duri vegetali del Pincio, rasi

contro le stelle e i chiusi orizzonti,

spegne la città - mi spegnesse il petto

rendendo puro stupore i monchi

sentimenti, pietà, amarezza. Getto

intorno sguardi che non mi sembran miei,

tanto sono diverso. Non è l'aspetto

di gente viva con me, questo, nei

suoi visi c'è un tempo morto che torna

inaspettato, odioso, quasi i bei

giorni della vittoria, i freschi giorni

del popolo, fossero essi, morti.

Per chi è andato avanti, ecco, intorno,

il passato, i fantasmi, i risorti

istinti. Questi visi giovanili

precocemente vecchi, questi storti

sguardi di gente onesta, queste vili

espressioni di coraggio. La memoria

era dunque così smorta e sottile

da non ricordarli? Tra i clamori

cammino muto, o forse sono muti

essi, nella tempesta che ho nel cuore.

E nel senso di perdita del proprio

corpo, che dà un'angoscia improvvisa,

in silenzio al fianco mi si scopre

un compagno. Con me, intento e indeciso,

si muove tra la ressa, con me guarda

nei visi questa gente, con me il misero

corpo trascina tra petti che coccarde

colmano di vile orgoglio. Poi su me

posa lo sguardo. Tristemente gli arde

col pudore che ben conosco; ed è

così mio quello sguardo fraterno!

così profondamente familiare, nel

pensiero che dà a questi atti senso eterno!

E in questo triste sguardo d'intesa,

per la prima volta, dall'inverno

in cui la sua ventura fu appresa,

e mai creduta, mio fratello mi sorride,

mi è vicino. Ha dolorosa e accesa,

nel sorriso, la luce con cui vide,

oscuro partigiano, non ventenne

ancora, come era da decidere

con vera dignità, con furia indenne

d'odio, la nuova nostra storia: e un'ombra,

in quei poveri occhi, umiliante e solenne...

Egli chiede pietà, con quel suo modesto,

tremendo sguardo, non per il suo destino,

ma per il nostro... Ed è lui, il troppo onesto,

il troppo puro, che deve andare a capo chino?

Mendicare un po' di luce per questo

mondo rinato in un oscuro mattino?

L'umile Italia

II

Ah, rondini, umilissima voce

dell'umile Italia! Che festa

alle pasquali fonti, alle foci

dei fiumi padani, alla mesta

luce della piazzetta, dei noci,

dei filari a festoni da gelso

a gelso, che ai vostri garriti

verdeggiano più umani! che eccelso

significato in quel vostro perso

groviglio, nuovo, di gridi antichi.

È dentro il tempo dato al puro,

allo struggente passare che

lanciate con sopita furia

quei vostri gridi: in sé,

quieto, li accoglie un già scuro

cielo primaverile, o un'alba,

o un lieto mezzogiorno... E passa,

con lo stupendo tempo che gli alberi

ingemma e spoglia, le ore scialbe

accede, raggela i caldi sassi.

È nel tempo puramente umano,

accoratamente umano, che

s'incide il vostro guizzo vano

di animale dolcezza, è

- insieme prossimo e lontano -

nel tempo che non torna, e torna

sempre sopra il mondo che non ha

rimpianti, a sprofondar la gorna

solatia, l'acre aia, l'adorna

campagna, quasi in perdute età.

È indifferenza o nostalgia

il sentimento - anch'esso umano

e fuggitivo - di chi vi spia,

in quel meriggio, in quel gramo

vespro, perse in turchine scie...

La natura vi dà e la natura

vi esprime nel cuore che stordite.

Il tempo che uguale s'infutura

con sé vi trasporta nell'oscura

monotonia che rinnova le vite.

Ah, non è il tempo della storia,

questo, della vita non perduta,

non sono questi gli alti, incolori

luoghi di una patria divenuta

coscienza oltre la memoria.

Ma dove meglio riconoscerli

che in questi antichissimi incanti

in cui son più vicini? Fossili

d'un'esistenza che ai commossi

occhi, non si svela, si canta?

Dove meglio capire, intera,

la natura che deve farsi

nazione, l'ombra che s'avvera

nella chiarezza? Ah dolci intarsi

che nella vellutata sera

della Venezia, della Lombardi,

- terrorizzata quasi nella

troppa ebbrezza, nella pazzia

che troppo la trascina - pia

la rondine intreccia sulla terra.

Più è sacro dov'è più animale

il mondo: ma senza tradire

la poeticità, l'originaria

forza, a noi tocca esaurire

il suo mistero in bene e in male

umano. Questa è l'Italia, e

non è questa l'Italia: insieme

la preistoria e la storia che

in essa sono convivano, se

la luce è frutto di un buio seme.

Le ceneri di Gramsci

I

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l'abbaglia

con cieche schiarite... questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio... Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l'autunnale

maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,

la fine del decennio in cui ci appare

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo...

Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva almeno ardore,

quanto meno sventato e impuramente sano

dei nostri padri - non padre, ma umile

fratello - già con la tua magra mano

delineavi l'ideale che illumina

(ma non per noi: tu morto, e noi

morti ugualmente, con te, nell'umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,

lo vedi?, che riposare in questo sito

estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,

solo ti giunge qualche colpo d'incudine

dalle officine di Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi

mucchi di latta, ferrivecchi, dove

cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.

II

Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.

Scelte, dedizioni... altro suono non hanno

ormai che questo del giardino gramo 11111s184l

e nobile, in cui caparbio l'inganno

che attutiva la vita resta nella morte.

Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

che mostrare la superstite sorte

di gente laica le laiche iscrizioni

in queste grige pietre, corte

e imponenti. Ancora di passioni

sfrenate senza scandalo son arse

le ossa dei miliardari di nazioni

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,

le ironie dei principi, dei pederasti,

i cui corpi sono nell'urne sparse

inceneriti e non ancora casti.

Qui il silenzio della morte è fede

di un civile silenzio di uomini rimasti

uomini, di un tedio che nel tedio

del Parco, discreto muta: e la città

che, indifferente, lo confina in mezzo

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,

vi perde il suo splendore. La sua terra

grassa di ortiche e di legumi dà

questi magri cipressi, questa nera

umidità che chiazza i muri intorno

a smotti ghirigori di bosso, che la sera

rasserenando spegne in disadorni

sentori d'alga... quest'erbetta stenta

e inodora, dove violetta si sprofonda

l'atmosfera, con un brivido di menta,

o fieno marcio, e quieta vi prelude

con diurna malinconia, la spenta

trepidazione della notte. Rude

di clima, dolcissimo di storia, è

tra questi muri il suolo in cui trasuda

altro suolo; questo umido che

ricorda altro umido; e risuonano

- familiari da latitudini e

orizzonti dove inglesi selve coronano

laghi spersi nel cielo, tra praterie

verdi come fosforici biliardi o come

smeraldi: «And O ye Fountains...» - le pie

invocazioni...

III

Uno straccetto rosso, come quello

arrotolato al collo ai partigiani

e, presso l'urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai, bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci... Tra speranza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa

di diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi

d'adolescente di sesso con morte...)

E, da questo paese in cui non ebbe posa

la tua tensione, sento quale torto

- qui nella quiete delle tombe - e insieme

quale ragione - nell'inquieta sorte

nostra - tu avessi stilando le supreme

pagine nei giorni del tuo assassinio.

Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell'antico dominio,

questi morti attaccati a un possesso

che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,

quel vibrare d'incudini, in sordina,

soffocato e accorante - dal dimesso

rione - ad attestarne la fine.

Ed ecco qui me stesso... povero, vestito

dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

dal rozzo splendore, e che ha smarrito

la sporcizia delle più sperdute strade,

delle panche dei tram, da cui stranito

è il mio giorno: mentre sempre più rade

ho di queste vacanze, nel tormento

del mantenermi in vita; e se mi accade

di amare il mondo non è che per violento

e ingenuo amore sensuale

così come, confuso adolescente, un tempo

l'odiai, se in esso mi feriva il male

borghese di me borghese: e ora, scisso

- con te - il mondo, oggetto non appare

di rancore e quasi di mistico

disprezzo, la parte che ne ha il potere?

Eppure senza il tuo rigore, sussisto

perché non scelgo. Vivo nel non volere

del tramontato dopoguerra: amando

il mondo che odio - nella sua miseria

sprezzante e perso - per un oscuro

scandalo della coscienza...

IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore

- nel pensiero, in un'ombra di azione -

mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell'estetica passione;

attratto da una vita proletaria

a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria

sua lotta: la sua natura, non la sua

coscienza: è la forza originaria

dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,

a darle l'ebbrezza della nostalgia,

una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia

giusto ma non sincero, astratto

amore, non accorante simpatia...

Come i poveri povero, mi attacco

come loro a umilianti speranze,

come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante

mia condizione di diseredato,

io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato

più assoluto. Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

V

Non dico l'individuo, il fenomeno

dell'ardore sensuale e sentimentale...

altri vizi esso ha, altro è il nome

e la fatalità del suo peccare...

Ma in esso impastati quali comuni,

prenatali vizi, e quale

oggettivo peccato! Non sono immuni

gli interni e esterni atti, che lo fanno

incarnato alla vita, da nessuna

delle religioni che nella vita stanno,

ipoteca di morte, istituite

a ingannare la luce, a dar luce all'inganno.

Destinate a esser seppellite

le sue spoglie al Verano, è cattolica

la sua lotta con esse: gesuitiche

le manìe con cui dispone il cuore;

e ancor più dentro: ha bibliche astuzie

la sua coscienza... e ironico ardore

liberale... e rozza luce, tra i disgusti

di dandy provinciale, di provinciale

salute... Fino alle infime minuzie

in cui sfumano, nel fondo animale,

Autorità e Anarchia... Ben protetto

dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,

difendendo una ingenuità di ossesso,

e con quale coscienza!, vive l'io: io,

vivo, eludendo la vita, con nel petto

il senso di una vita che sia oblio

accorante, violento... Ah come

capisco, muto nel fradicio brusio

del vento, qui dov'è muta Roma,

tra i cipressi stancamente sconvolti,

presso te, l'anima il cui graffito suona

Shelley... Come capisco il vortice

dei sentimenti, il capriccio (greco

nel cuore del patrizio, nordico

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco

celeste del Tirreno; la carnale

gioia dell'avventura, estetica

e puerile: mentre prostrata l'Italia

come dentro il ventre di un'enorme

cicala, spalanca bianchi litorali,

sparsi nel Lazio di velate torme

di pini, barocchi, di giallognole

radure di ruchetta, dove dorme

col membro gonfio tra gli stracci un sogno

goethiano, il giovincello ciociaro...

Nella Maremma, scuri, di stupende fogne

d'erbasaetta in cui si stampa chiaro

il nocciòlo, pei viottoli che il buttero

della sua gioventù ricolma ignaro.

Ciecamente fragranti nelle asciutte

curve della Versilia, che sul mare

aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

le tarsie lievi della sua pasquale

campagna interamente umana,

espone, incupita sul Cinquale,

dipanata sotto le torride Apuane,

i blu vitrei sul rosa... Di scogli,

frane, sconvolti, come per un panico

di fragranza, nella Riviera, molle,

erta, dove il sole lotta con la brezza

a dar suprema soavità agli olii

del mare... E intorno ronza di lietezza

lo sterminato strumento a percussione

del sesso e della luce: così avvezza

ne è l'Italia che non ne trema, come

morta nella sua vita: gridano caldi

da centinaia di porti il nome

del compagno i giovinetti madidi

nel bruno della faccia, tra la gente

rivierasca, presso orti di cardi,

in luride spiaggette...

Mi chiederai tu, morto disadorno,

d'abbandonare questa disperata

passione di essere nel mondo?

VI

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si rapprende.

E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,

intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco

rotolìo dei tram, dei gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E senti come in quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l'infido

ed espansivo dono dell'esistenza -

quella vita non è che un brivido;

corporea, collettiva presenza;

senti il mancare di ogni religione

vera; non vita, ma sopravvivenza

- forse più lieta della vita - come

d'un popolo di animali, nel cui arcano

orgasmo non ci sia altra passione

che per l'operare quotidiano:

umile fervore cui dà un senso di festa

l'umile corruzione. Quanto più è vano

- in questo vuoto della storia, in questa

ronzante pausa in cui la vita tace -

ogni ideale, meglio è manifesta

la stupenda, adusta sensualità

quasi alessandrina, che tutto minia

e impuramente accende, quando qua

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina

il mondo, nella penombra, rientrando

in vuote piazze, in scorate officine...

Già si accendono i lumi, costellando

Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero

Testaccio, disadorno tra il suo grande

lurido monte, i lungoteveri, il nero

fondale, oltre il fiume, che Monteverde

ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

Diademi di lumi che si perdono,

smaglianti, e freddi di tristezza

quasi marina... Manca poco alla cena;

brillano i rari autobus del quartiere,

con grappoli d'operai agli sportelli,

e gruppi di militari vanno, senza fretta,

verso il monte che cela in mezzo a sterri

fradici e mucchi secchi d'immondizia

nell'ombra, rintanate zoccolette

che aspettano irose sopra la sporcizia

afrodisiaca: e, non lontano, tra casette

abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi

leggeri come stracci giocano alla brezza

non più fredda, primaverile; ardenti

di sventatezza giovanile la romanesca

loro sera di maggio scuri adolescenti

fischiano pei marciapiedi, nella festa

vespertina; e scrosciano le saracinesche

dei garages di schianto, gioiosamente,

se il buio ha resa serena la sera,

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio

il vento che cade in tremiti di bufera,

è ben dolce, benché radendo i capellacci

e i tufi del Macello, vi si imbeva

di sangue marcio, e per ogni dove

agiti rifiuti e odore di miseria.

È un brusio la vita, e questi persi

in essa, la perdono serenamente,

se il cuore ne hanno pieno: a godersi

eccoli, miseri, la sera: e potente

in essi, inermi, per essi, il mito

rinasce... Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,

potrò mai più con pura passione operare,

se so che la nostra storia è finita?

Il pianto della scavatrice

I

Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l'aver amato,

non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato

amore. L'anima non cresce più.

Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù

tra le curve del fiume e le sopite

visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,

disamore, mistero, e miseria

dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri

erano la mia ragione d'esistere.

Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi

strade intorno al porto fluviale,

tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale

è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,

alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,

alle loro borgate, tornano su motori

leggeri - in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore

i giovani, coi compagni sui sellini,

ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci

alte nella notte, qua e là, ai tavolini

dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,

che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci

gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza

della vita in pace si scopre, come

andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo

senza tremare, non vergognarsi

di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino

che suda contro le facciate in corsa

in un colore eterno d'estate;

a difendermi, a offendere, ad avere

il mondo davanti agli occhi e non

soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni

in cui io sono vissuto:

che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell'avere

passioni di uomini

che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze

ignote a me. Stupenda e misera

città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita

ignota: fino a farmi scoprire

ciò che, in ognuno, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,

che di lei vive, sbianca tra violenti

ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie

viuzze, senza dar luce abbagliano

e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po' di calda nuvolaglia.

È la notte più bella dell'estate.

Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate

osterie, non dorme ancora.

Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.

Uomini e ragazzi se ne tornano a casa

- sotto festoni di luci ormai sole -

verso i loro vicoli, che intasano

buio e immondizia, con quel passo blando

da cui più l'anima era invasa

quando veramente amavo, quando

veramente volevo capire.

E, come allora, scompaiono cantando.

II

Povero come un gatto del Colosseo,

vivevo in una borgata tutta calce

e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno

in un autobus rantolante:

e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.

Lunghe camminate in una calda caligine,

lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,

muriccioli, casette bagnate di calce

e senza infissi, con tende per porte...

Passavano l'olivaio, lo straccivendolo,

venendo da qualche altra borgata,

con l'impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele

di giovani invecchiati tra i vizi

di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,

libero - una vampa, un fiato

che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,

brulicava nella meridionale periferia,

dava un senso di serena pietà.

Un'anima in me, che non era solo mia,

una piccola anima in quel mondo sconfinato,

cresceva, nutrita dall'allegria

di chi amava, anche se non riamato.

E tutto si illuminava, a questo amore.

Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall'esperienza

che nasceva ai piedi della storia.

Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,

di gialle praterie sfregate

da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,

o dall'agro, dove si perdeva

la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,

quadrato spettro giallognolo

nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali

di finestre sbarrate, il Penitenziario

tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco

il venticello trascinava qua e là,

le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti

Sabini, dall'Adriatico, e qua

accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini

stridenti nelle canottiere a pezzi,

nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate

che rendevano torrenti di fango

le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo

tra un'ultima striscia d'erba bianca

e qualche acido, ardente immondezzaio...

era il centro del mondo, com'era

al centro della storia il mio amore

per esso: e in questa

maturità che per essere nascente

era ancora amore, tutto era

per divenire chiaro - era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,

non romano, non meridionale,

non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:

vita, e luce della vita, piena

nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale

della cellula, l'ultimo

sventolio del rotocalco: osso

dell'esistenza quotidiana,

pura, per essere fin troppo

prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III

E ora rincaso, ricco di quegli anni

così nuovi che non avrei mai pensato

di saperli vecchi in un'anima

a essi lontana, come a ogni passato.

Salgo i viali del Gianicolo, fermo

da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura - ormai al termine

della città sull'ondulata pianura

che si apre sul mare. E mi rigermina

nell'anima - inerte e scura

come la notte abbandonata al profumo -

una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo

di una vita tornata stanca e acerba...

Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera

sui nuovi muri, la via dove abito.

Presso la mia casa, su un'erba

ridotta a un'oscura bava,

una traccia sulle voragini scavate

di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia

di distruzione - rampa contro radi palazzi

e pezzi di cielo, inanimata,

una scavatrice...

Che pena m'invade, davanti a questi attrezzi

supini, sparsi qua e là nel fango,

davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell'angolo

dove la notte sembra più triste?

Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,

si nasconde, quasi per un ossesso

rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso

di giornate per sempre inadempite

che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze

dove a via Fonteiana si dorme.

Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

passioni. Ma non su queste forme

pure della vita... Si riduce

ad esse l'uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia

nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,

che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili

casi che ne avevano sperduto

il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza

negata, e in ingenuità

il negato equilibrio - alla chiarezza

all'equilibrio giungeva anche,

in quei giorni, la mente. E il cieco

rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,

adulte benché inesperte ideologie...

Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.

Si moltiplicava per mille la gioia

del conoscerlo - come

ogni uomo, umilmente, conosce.

Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,

furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d'oscura

vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò

che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;

in ogni pagina, in ogni riga

che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,

c'era quel fervore, quella presunzione,

quella gratitudine. Nuovo

nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,

i pochi amici che venivano

da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,

mi videro dentro una luce viva:

mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva.

IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,

che profuma di bosco, e mi posa

il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,

sulla bocca: e intorno a me la stanza

è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza

come un velame di pollini... E infatti

cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti

in una luce di paradiso...

Trasportato dall'onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e misero,

non è la periferia di Roma: «Viva

Mexico!» è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,

decrepiti, leggeri come osso, ai confini

di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina

fra le ondulazioni, miste alle nubi,

di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l'ora

della mattina, quando vanno le donne

alla spesa - o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme

fuori dai cortili della scuola.

Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po' sconnessi,

vecchi come il tempo, grigi come il tempo,

e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.

Qualcuno, in quel silenzio, si muove:

qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove

i portali di un dolce Cinquecento

s'aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi

posi sopra la povera erba,

in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l'erma

piazza del comune, e fra casa

e casa, oltre un muretto, e il verde

d'un grande castagno, si vede

lo spazio della valle: ma non la valle.

Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo... Ma il Corso continua,

oltre quella familiare piazzetta

sospesa nel cielo appenninico:

s'interna fra case più strette, scende

un po' a mezza costa: e più in basso

- quando le barocche casette diradano -

ecco apparire la valle - e il deserto.

Ancora solo qualche passo

verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti

e ricciuti. A manca, contro il pendio,

quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,

rossi, un'abside, pèsta di volute

lungo le cancellate cicatrici

del crollo - da cui soltanto essa,

l'immensa conchiglia, sia rimasta

a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,

che prende a soffiare un'aria, lieve, disperata,

che incendia la pelle di dolcezza...

È come quegli odori che, dai campi

bagnati di fresco, o dalle rive di un fiume,

soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu

non li riconosci, ma impazzito

quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,

oppure di uve o nespole perdute

in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.

Io grido di gioia, così ferito

in fondo ai polmoni da quell'aria

che come un tepore o una luce

respiro guardando la vallata

.......... ..... ...... ...................

V

Un po' di pace basta a rivelare

dentro il cuore l'angoscia,

limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,

senza provarlo, il male

lì, nel tuo letto, petto, coscie

e piedi abbandonati, quale

un crocifisso - o quale Noè

ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell'allegria dei figli, che

su lui, i forti, i puri, si divertono...

il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore

si trova pieno, perfetto anche in questa

mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po' di pace... E in te ridesta

è la guerra, è Dio. Si distendono

appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi

l'anima, che pareva tutta spesa,

in azioni di sogno che non rendono

niente... Ecco, se acceso

alla speranza - che, vecchio leone

puzzolente di vodka, dall'offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo -

ecco che tu ti accorgi che sogni.

Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni

tuo interiore tormento,

ogni tua ingenua vergogna

di non essere - nel sentimento -

al punto in cui il mondo si rinnova.

Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove

ogni vento cade: e lì, tumore

che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d'amore,

il senso, lo spavento, la gioia.

E proprio in quel sopore

è la luce... in quella incoscienza

d'infante, d'animale o ingenuo libertino

è la purezza... i più eroici

furori in quella fuga, il più divino

sentimento in quel basso atto umano

consumato nel sonno mattutino.

VI

Nella vampa abbandonata

del sole mattutino - che riarde,

ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati - disperate

vibrazioni raschiano il silenzio

che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d'innocenza.

Già almeno dalle sette, quel vibrare

cresce col sole. Povera presenza

d'una dozzina d'anziani operai,

con gli stracci e le canottiere arsi

dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi

blocchi di fango, le colate di terra,

sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della

benna, che cieca sembra, cieca

sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,

un urlo improvviso, umano,

nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,

subito non sembra più, e ridiventa

morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,

tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,

urlo che solo chi è morente,

nell'ultimo istante, può gettare

in questo sole che crudele ancora splende

già addolcito da un po' d'aria di mare...

A gridare è, straziata

da mesi e anni di mattutini

sudori - accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,

la vecchia scavatrice: ma, insieme, il fresco

sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell'orizzonte novecentesco,

tutto il quartiere... È la città,

sprofondata in un chiarore di festa,

- è il mondo. Piange ciò che ha

fine e ricomincia. Ciò che era

area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,

chiuso in un decoro ch'è rancore;

ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,

e si fa nuovo isolato, brulicante

in un ordine ch'è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche

per farsi migliore. La luce

del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia

in ogni nostro atto quotidiano,

angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell'impeto gobettiano

verso questi operai, che muti innalzano,

nel rione dell'altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

Una polemica in versi

Buio è quasi il meriggio nel lucore

terreo del coppedè vivace

e del marmo fascista, già incolore

quasi disusata divisa d'orbace

di cinici antemarcia non più di primo pelo,

in una sporca fotografia; giace

schermato il sole come in un velo

di grassi, di carta carbone,

di polvere alzata dagli urti sul nero

fondo dei tricicli, dalle gomme

dei filobus che ansando ai semafori

scendono soffici in una pressione

avara, pazzi per mafia

o nevrastenia: e svoltano verdi

per via Quattro Novembre, nell'afa...

È la sera che scende, ancor lontana:

come una tempesta, quando addensa

a un tratto le nuvole, ma le dipana

poi lentamente - della sua violenza

abbandonando in cielo la minaccia.

Scolorato il sole fa più intensa

la sua luce, e ogni strada, ogni piazza

quasi in silenzio brulica al frastuono

d'una gente, ch'è solo folla, razza.

«L'ora è confusa, e noi come perduti

la viviamo...», mi mormoravi, amaro,

disilluso di ciò che hai avuto

per dieci anni dentro, così chiaro

che tra mondo e mente quasi era un idillio:

e ha la tua stanchezza - un po' volgare -

una smorfia di vecchio figlio

di immigrati meridionali

affamati e vili dietro il cipiglio

di poveri arrivati, d'ingenui dottrinari.

Hai voluto che la tua vita fosse

una lotta. Ed eccola ora sui binari

morti, ecco cascare le rosse

bandiere, senza vento. Hai

quarant'anni, con sorriso e mosse

- come quelle di chi non spegne mai

il vecchio fuoco - giovanili.

E, spento, regredito ai padri, ti dai

a me, con la confidenza dei febbrili

moti dell'amicizia, e con il calcolo

di chi, inconscio, invano non si umili.

E io... io cedo: posso soltanto

appassionarmi, come sempre: pazzo,

ché dovrei tacere, non offrire il fianco,

non confessare che sono un ragazzo,

ancora, eternamente indifeso;

che non sempre la passione è grazia.

Lo so, spesso ciò che ho avuto ho reso

con un atto che non è diverso

dall'arsione del lampo al magnesio.

Ho fissato col mio occhio inesperto

diventato atrocemente esperto - umile

fotografo che la notte inerte

batte dietro l'immoto miraggio del costume -

gli inutili angoli sperduti

del mondo, con qualche grido, qualche lume,

qualche parola di uomini venduti

nei più scuri mercati della vita.

Ne ho riportato attestati muti

d'allegria in cuore a una città nemica.

Grande, di questa città, è la notte,

e misera: mille fiati di scheletrita

luce getta il flash su file dirotte

di gioventù, torrenti di motori,

laghi d'angoli bui tra palpitanti grotte

e inanimati grattacieli. Ma, in cuore,

ognuno dei mille atti è lo stesso.

Uno, delle mille allegrie, il dolore.

Muti attestati di un popolo oppresso

e non conscio, diviso in scantinati,

tuguri, lotti - proletariato che il sesso

e il terrore tengono attaccato

alle sue strade di fango: ma, per strade

nuove - ancora ignote - a lui segnato

da avidità e cinismo, l'anima invade

la fame della storia. È già vecchio

il piano di lotta di ieri, cade

a pezzi sui muri il più fresco manifesto.

Muta, in una qualunque notte, il congegno

che fa la conoscenza luce dell'oggetto.

E la vita riappare più viva: segno

che qualcosa, in chi la viveva, muore.

Essa è proceduta nel disegno

che non ha fine: ma il vostro dolore

di non esserne più sul primo fronte,

sarebbe più puro, se nell'ora

in cui l'errore, anche se puro, si sconta,

aveste la forza di dirvi colpevoli.

Ma troppo fonda è, in voi, l'impronta

della lotta compiuta, nel grande e breve

decennio: vi siete assuefatti,

voi, servi della giustizia, leve

della speranza, ai necessari atti

che umiliano il cuore e la coscienza.

Al voluto tacere, al calcolato

parlare, al denigrare senza

odio, all'esaltare senza amore;

alla brutalità della prudenza

e all'ipocrisia del clamore.

Avete, accecati dal fare, servito

il popolo non nel suo cuore

ma nella sua bandiera: dimentichi

che deve in ogni istituzione

sanguinare, perché non torni mito,

continuo il dolore della creazione.

Come altri compagni di strada,

il mistico rigore d'un'azione

sempre pari all'idea, non vi chiedo: si paga,

anche questo, con l'aridità. Chi è ossesso

dal timore di essere ciò che fu nei gradi

del suo cammino, ciò che espresse

in ingenui ritorni al popolo, in amori

d'inerme umanitario, in regressi

alla carità - non è. È all'errore

che io vi spingo, al religioso

errore... Si riapre, nel rosso sole

del meriggio d'autunno ancora afoso,

in un'aria di morte, la vostra

festa. Misero e fazioso

è il brusio. Sparge in una chiostra

fra i tronchi freddi falsamente vivace,

le superfici candide la mostra

dei dieci anni d'ingiallite audacie.

Cento baracchette - dove quanto più

ciò che al popolo umilmente piace

cinicamente appare inattuale virtù

di plebe, tanto più è esaltato,

con ingenua ipocrisia, - su

per le misere gobbe, i bagnati

pendii di Villa Glori, empiono l'aria

primaverile della morente estate

di antichi frastuoni di sagra

alla deriva... A migliaia gli iscritti,

piovendo dai rioni dei paria,

vengono all'assalto, si accampano, fitti,

animosi. Snodati i ragazzi

dentro i panni festivi, ricchi

di nastri, fazzoletti, sono come pazzi

di pregustata gioia sotto i cappelli

messicani, rossi come sangue, e tra spiazzi

e albereti, si muovono in drappelli

disordinati, in branchi, soli,

masticando gomma americana, nella

loro generosità senza pudore.

Gli uomini, già perduti in un'abbietta

ubriachezza, nascosta come un dolore,

si portano dietro la famiglia, stretta

intorno alla sporta della merenda,

quasi guide verso la povera vetta...

E là in cima, sotto una tenda

investita dall'incendio senza calore

di cui metà del cielo risplende,

il palco, vuoto. Nulla accora

più di questa innaturale festa.

Tra i gridi più alti, affiora

fondo il silenzio. Nulla resta

di vivo: neanche i colpi acerbi

dei giovincelli pugili, in questa

arena tra i pini, improvvisata, superbi

sopra il piccolo ring, ai gridi

del pubblico accecato da diverbi

ironici e cattivi, allegri e infidi.

Eppure all'appressarsi del momento

più atteso della sera, ha un brivido

umano questo irretimento

di morte: ma non sai ancora

se a più intenso dolore o a più intenso

amore. D'improvviso, nell'aria ormai viola,

la folla nel parco sfigurato

è perduta in silenzi ed in clamori

d'altra vita, di sterminato

esercito, acclamante o in disfatta,

nell'ombra, di un vespro dimenticato.

Come un tremito o una cieca risacca

passa sulla folla. disordinata tra i clivi,

i prati senza erba, le baracche,

una musica intonata dalle bande

sparse qua e là, luccicando l'ottone

tra magliette e coccarde rosse,

nell'ingorgo del fiume senza nome.

Ed ecco, incerto, un vecchio si leva

dalla testa bianca il berretto,

afferra nella nuova ventata di passione

una bandiera retta sulle spalle

da uno che gli è davanti, al petto

se la stringe, e poi mentre cantano

tutti, affratellati intorno alle gialle

trombe paesane, si pianta

sulle vacillanti gambe, e scuote

al tempo la bandiera a lui santa

sopra le teste, cantando con voce

rauca, di povero manovale ubriaco.

Poi il canto, che s'era levato

gioioso, disperato, cessa, e il vecchio

lascia cadere la bandiera, e lento,

con le lacrime agli occhi,

si ricalca in capo il suo berretto.

Su questa baraonda della Villa, il buio

che sommerge la disperata allegria,

è, forse, più l'ombra del dubbio

che la precoce notte. È la nostalgia

dei vecchi tempi, la paura, pur bandita,

dell'errore, che spira tanta malinconia

- non l'aria d'autunno, o una sopita

pioggia - sulla sfiorita festa.

Ma in questa malinconia è la vita.

da La religione del mio tempo

La ricchezza

IV
Serata romana

Dove vai per le strade di Roma,

sui filobus o i tram in cui la gente

ritorna? In fretta, ossesso, come

ti aspettasse il lavoro paziente

da cui a quest'ora gli altri rincasavano?

È il primo dopocena, quando il vento

sa di calde miserie familiari

perse nelle mille cucine, nelle

lunghe strade illuminate,

su cui più chiare spiano le stelle.

Nel quartiere borghese, c'è la pace

di cui ognuno dentro si contenta,

anche vilmente, e di cui vorrebbe

piena ogni sera della sua esistenza.

Ah, essere diverso - in un mondo che pure

è in colpa - significa non essere innocente...

Va, scendi, lungo le svolte oscure

del viale che porta a Trastevere:

ecco, ferma e sconvolta, come

dissepolta da un fango di altri evi

- a farsi godere da chi può strappare

un giorno ancora alla morte e al dolore -

hai ai tuoi piedi tutta Roma...

Scendo, attraverso Ponte Garibaldi,

seguo la spalletta con le nocche

contro l'orlo rosicchiato della pietra,

dura nel tepore che la notte

teneramente fiata, sulla svolta

dei caldi platani. Lastre d'una smorta

sequenza, sull'altra sponda, empiono

il cielo dilavato, plumbei, piatti,

gli attici dei caseggiati giallastri.

E io guardo, camminando per i lastrici

slabbrati, d'osso, o meglio odoro,

prosaico ed ebbro - punteggiato d'astri

invecchiati e di finestre sonore -

il grande rione familiare:

la buia estate lo indora,

umida, tra le sporche zaffate

che il vento piovendo dai laziali

prati spande su rotaie e facciate.

E come odora, nel caldo così pieno

da esser esso stesso spazio,

il muraglione, qui sotto:

da ponte Sublicio fino sul Gianicolo

il fetore si mescola all'ebbrezza

della vita che non è vita.

Impuri segni che di qui sono passati

vecchi ubriachi di Ponte, antiche

prostitute, frotte di sbandata

ragazzaglia: impure traccie

umane che, umanamente infette,

son lì a dire, violente e quiete,

questi uomini, i loro bassi diletti

innocenti, le loro misere mete.

Verso le Terme di Caracalla

Vanno verso le Terme di Caracalla

giovani amici, a cavalcioni

di Rumi o Ducati, con maschile

pudore e maschile impudicizia,

nelle pieghe calde dei calzoni

nascondendo indifferenti, o scoprendo,

il segreto delle loro erezioni...

Con la testa ondulata, il giovanile

colore dei maglioni, essi fendono

la notte, in un carosello

sconclusionato, invadono la notte,

splendidi padroni della notte...

Va verso le Terme di Caracalla,

eretto il busto, come sulle natìe

chine appenniniche, fra tratturi

che sanno di bestia secolare e pie

ceneri di berberi paesi - già impuro

sotto il gaglioffo basco impolverato,

e le mani in saccoccia - il pastore migrato

undicenne, e ora qui, malandrino e giulivo

nel romano riso, caldo ancora

di salvia rossa, di fico e d'ulivo...

Va verso le Terme di Caracalla,

il vecchio padre di famiglia, disoccupato,

che il feroce Frascati ha ridotto

a una bestia cretina, a un beato,

con nello chassì i ferrivecchi

del suo corpo scassato, a pezzi,

rantolanti: i panni, un sacco,

che contiene una schiena un po' gobba,

due coscie certo piene di croste,

i calzonacci che gli svolazzano sotto

le saccocce della giacca pese

di lordi cartocci. La faccia

ride: sotto le ganasce, gli ossi

masticano parole, scrocchiando:

parla da solo, poi si ferma,

e arrotola il vecchio mozzicone,

carcassa dove tutta la giovinezza,

resta, in fiore, come un focaraccio

dentro una còfana o un catino:

non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla

.......... ..... ...... .................

Sesso, consolazione della miseria!

Sesso, consolazione della miseria!

La puttana è una regina, il suo trono

è un rudere, la sua terra un pezzo

di merdoso prato, il suo scettro

una borsetta di vernice rossa:

abbaia nella notte, sporca e feroce

come un'antica madre: difende

il suo possesso e la sua vita.

I magnaccia, attorno, a frotte,

gonfi e sbattuti, coi loro baffi

brindisini o slavi, sono

capi, reggenti: combinano

nel buio, i loro affari di cento lire,

ammiccando in silenzio, scambiandosi

parole d'ordine: il mondo, escluso, tace

intorno a loro, che se ne sono esclusi,

silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce

un nuovo mondo: nascono leggi nuove

dove non c'è più legge; nasce un nuovo

onore dove onore è il disonore...

Nascono potenze e nobiltà,

feroci, nei mucchi di tuguri,

nei luoghi sconfinati dove credi

che la città finisca, e dove invece

ricomincia, nemica, ricomincia

per migliaia di volte, con ponti

e labirinti, cantieri e sterri,

dietro mareggiate di grattacieli,

che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell'amore

il miserabile si sente uomo:

fonda la fiducia nella vita, fino

a disprezzare chi ha altra vita.

I figli si gettano all'avventura

sicuri d'essere in un mondo

che di loro, del loro sesso, ha paura.

La loro pietà è nell'essere spietati,

la loro forza nella leggerezza,

la loro speranza nel non avere speranza.

V
Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

Li osservo, questi uomini, educati

ad altra vita che la mia: frutti

d'una storia tanto diversa, e ritrovati,

quasi fratelli, qui, nell'ultima forma

storica di Roma. Li osservo: in tutti

c'è come l'aria d'un buttero che dorma

armato di coltello: nei loro succhi

vitali, è disteso un tenebrore intenso,

la papale itterizia del Belli,

non porpora, ma spento peperino,

bilioso cotto. La biancheria, sotto,

fine e sporca; nell'occhio, l'ironia

che trapela il suo umido, rosso,

indecente bruciore. La sera li espone

quasi in romitori, in riserve

fatte di vicoli, muretti, androni

e finestrelle perse nel silenzio.

È certo la prima delle loro passioni

il desiderio di ricchezza: sordido

come le loro membra non lavate,

nascosto, e insieme scoperto,

privo di ogni pudore: come senza pudore

è il rapace che svolazza pregustando

chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;

essi bramano i soldi come zingari,

mercenari, puttane: si lagnano

se non ce n'hanno, usano lusinghe

abbiette per ottenerli, si gloriano

plautinamente se ne hanno le saccocce piene.

Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari,

ferini lucidatori, invertiti commessi,

tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,

manovali buoni come cani - avviene

che abbiano ugualmente un'aria di ladri:

troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri

a ritrovarsi in marciapiedi o in prati

preistorici, e iscritti in un'anagrafe

che da ogni storia li vuole ignorati...

Il loro desiderio di ricchezza

è, così, banditesco, aristocratico.

Simile al mio. Ognuno pensa a sé,

a vincere l'angosciosa scommessa,

a dirsi: «È fatta,» con un ghigno di re...

La nostra speranza è ugualmente ossessa:

estetizzante, in me, in essi anarchica.

Al raffinato e al sottoproletariato spetta

la stessa ordinazione gerarchica

dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia,

in un mondo che non ha altri varchi

che verso il sesso e il cuore,

altra profondità che nei sensi.

In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.

Proiezione al «Nuovo» di «Roma città aperta»

Ma che colpo al cuore, quando, su un liso

cartellone... Mi avvicino, guardo il colore

già d'un altro tempo, che ha il caldo viso

ovale, dell'eroina, lo squallore

eroico del povero, opaco manifesto.

Subito entro: scosso da un interno clamore,

deciso a tremare nel ricordo,

a consumare la gloria del mio gesto.

Entro nell'arena, all'ultimo spettacolo,

senza vita, con grige persone,

parenti, amici, sparsi sulle panche,

persi nell'ombra in cerchi distinti

e biancastri, nel freddo ricettacolo...

Subito, alle prime inquadrature,

mi travolge e rapisce... l'intermittence

du coeur. Mi trovo nelle scure

vie della memoria, nelle stanze

misteriose dove l'uomo fisicamente è altro,

e il passato lo bagna col suo pianto...

Eppure, dal lungo uso fatto esperto,

non perdo i fili: ecco... la Casilina,

su cui tristemente si aprono

le porte della città di Rossellini...

Ecco l'epico paesaggio neorealista,

coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,

i muretti scrostati, la mistica

folla perduta nel daffare quotidiano,

le tetre forme della dominazione nazista...

Quasi emblema, ormai, l'urlo della Magnani,

sotto le ciocche disordinatamente assolute,

risuona nelle disperate panoramiche,

e nelle sue occhiate vive e mute

si addensa il senso della tragedia.

È lì che si dissolve e si mutila

il presente, e assorda il canto degli aedi.

Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,

tu devi realmente esistere, perché lui esista:

chi era coperto di croste è coperto di piaghe,

il bracciante diventa mendicante,

il napoletano calabrese, il calabrese africano,

l'analfabeta una bufala o un cane.

Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,

sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:

tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,

ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Frammento alla morte

Vengo da te e torno a te,

sentimento nato con la luce, col caldo,

battezzato quando il vagito era gioia,

riconosciuto in Pier Paolo

all'origine di una smaniosa epopea:

ho camminato alla luce della storia,

ma, sempre, il mio essere fu eroico,

sotto il tuo dominio, intimo pensiero.

Si coagulava nella tua scia di luce

nelle atroci sfiducie

della tua fiamma, ogni atto vero

del mondo, di quella

storia: e in essa si verificava intero,

vi perdeva la vita per riaverla:

e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,

prima, poi la furia della chiarezza:

era da te che nasceva, ipocrita, oscuro

sentimento! E adesso,

accusino pure ogni mia passione,

m'infanghino, mi dicano informe, impuro

ossesso, dilettante, spergiuro:

tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:

sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,

e vinco, questo mio poco,

immenso bene, vinco quest'infinita,

misera mia pietà

che mi rende anche la giusta ira amica:

posso farlo, perché ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna

un emigrato al suo paese e lo riscopre:

ho fatto fortuna (nell'intelletto)

e sono felice, proprio

com'ero un tempo, destituito di norma.

Una nera rabbia di poesia nel petto.

Una pazza vecchiaia di giovinetto.

Una volta la tua gioia era confusa

con il terrore, è vero, e ora

quasi con altra gioia,

livida, arida: la mia passione delusa.

Mi fai ora davvero paura,

perché mi sei davvero vicina, inclusa

nel mio stato di rabbia, di oscura

fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,

la nevrosi mi ramifica accanto,

l'esaurimento mi inaridisce, ma

non mi ha: al mio fianco

ride l'ultima luce di gioventù.

Ho avuto tutto quello che volevo, ormai:

sono anzi andato anche più in là

di certe speranze del mondo: svuotato,

eccoti lì, dentro di me, che empi

il mio tempo e i tempi.

Sono stato razionale e sono stato

irrazionale: fino in fondo.

E ora... ah, il deserto assordato

dal vento, lo stupendo e immondo

sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia

alternativa .......... ..... ...... ...................

.......... ..... ...... .......... ..... ...... .....

da La violenza

Ballate della violenza

I

Io sono un debole, non lo sa nessuno.

C'è una Forza, e io la eleggo a sola

forza del mondo: Dio. La mia storia,

la nostra storia, è soltanto un fumo.

Per il nemico non posso avere amore.

Democratico, sei un debole uomo,

e, per mano mia, sarai vinto:

dovrà tacere in te l'atroce istinto

alla libertà. Forse avrai da Dio perdono:

da me no: io uccido, non convinco.

II

Io sono un nano, e non voglio saperlo.

C'è una grandezza, e in essa m'identifico.

La grandezza è la patria. Mi magnifico

in essa, lapide sopra il mio inferno.

Non ho odio pel nemico, io: ne ho schifo.

Sei un nano, democratico! Io, io,

io so, io ho la luce: tu no.

Per questo io ti impiccherò,

sacrilega coscienza del mio

amore per la grandezza che non ho.

III

Io sono un mediocre, e non c'è prova.

Per questo è sublime la mia idea

della Famiglia, l'umile epopea

del corso increato che mi giova

ogni giorno. Ho disprezzo per chi crea.

Tu sei un mediocre, democratico!

Per questo, se ne ho l'ordine, ti ammazzo.

Eh già! uno del plotone, uno del mazzo!

La finirai di fare il fanatico

idealista, ti leverai dal c....!

IV

Io sono un fallito: posso ammetterlo?

No, certo! Perciò con la paglietta

di traverso, compio la vendetta

con umorismo, con umiltà dialettica:

so l'Ideale, e detesto chi lo infetta.

Quanto a te, democratico fallito,

guarda che io, scherzando, so sparare:

reduce dai fronti d'Oltremare,

là dove tu, vigliacco, ci hai tradito,

posso uccidere in te l'Anti-ideale.

V

Io sono anormale, e, saperlo, non devo.

Isterico e ricattatore mi richiamo

alla Norma. Quanto più mi allontano

da me, in un cursus honorum ch'è sollievo

tragico, tanto più ripudio ciò che amo.

La tua diversità, democratico, è anormale:

io ti condanno alle buie zone

della schizofrenia, nella mia funzione

di Magistrato o Uomo d'Ordine: tremare

devi, tremare!, tu, scandalo e passione.

VI

Io sono un servo: ma dirmelo è reato.

E chi può entrare nella mia coscienza?

Un servo è un mistero: vive senza

vita, fin da piccolo: figlio dedicato

all'Autorità, per antica obbedienza.

So che tu sei, democratico, un servo,

un servo di altri idoli o nazioni.

Non crederai che io te la perdoni!

Un servo umile uccide quello superbo:

aspetta solo un cenno dei padroni.

VII

Io sono un decadente, e lo rifiuto.

C'è un livello stupendo, dove canta

il soldato, e la massaia è santa:

il livello dove splende la salute.

Chi non è sano rovina la pianta.

Marcio democratico, col bisturi

ti resecherò come cancrena:

dolce è la pianta della vita serena

e tu co'l negar tuo la rattristi.

Sì, ti schiaccerò: D'Annunzio insegna.

VIII

Io sono un mite: ma ne ho il pudore.

Fin da ragazzo nella mia cittadina

di provincia, la mia era una vita bizantina.

E così oggi che sono professore.

Il Conformismo è la mia medicina.

Democratico, illuso conformista

di altre idee, tu sei un me stesso

rovesciato, ma ugualmente ossesso.

Perciò ti ucciderò, quasi per mistica

elezione, Pindaro buffone del progresso!

IX

Io sono un immorale, e lo nascondo.

Con questo vizio, benché nato bene

- nonni ex leoni e nonne ex iene,

perciò padre ricco - son venuto al mondo.

È la Morale, così, che mi sostiene.

Democratico, che tu sia un immorale

mi pare ovvio, dato che tu critichi

la mia morale. Ti si deve azzittare,

vai condannato ad un carcere a vita:

e lì magari diventa immortale.

X

Io sono un porco, ma privatamente.

Piccolo borghese, una posizione

discreta, certamente! Diciamo generone,

con negozio al Tritone... Per frenare la gente

occorre il Buon Costume: è mia convinzione.

Porco democratico, sta attento!

'Na cortellata in panza, si sta poco

a dartela, zozzone: col fuoco

non si scherza, non c'è argomento

pel piccolo borghese: il gioco è gioco.

XI

Io sono un povero, e ne sono umiliato.

Odio la povertà, e covo, traditore,

la religione del Possesso in cuore.

Attendo il giorno che sarò rispettato,

fuori dagli altri, fuori dalla storia.

Anche tu, democratico, sei povero:

perché mi togli l'interiore speranza?

Ma il popolo sa il pericolo che avanza:

vai liquidato, tu e le tue nuove

filosofie: noi ci teniamo l'ignoranza.

XII

Io sono un capitalista, e lo so.

Deboli, nani, mediocri, falliti,

anormali, servi, decadenti, miti

immorali, porci, miseri: li do

al tuo Brecht, nuove maschere politiche.

Democratico classista, tu che sai

che non sanno ciò che sono, e sono

ciò che non sanno, non avrai perdono:

in quale nuovo Buchenwald morrai,

fetide ossa senza luce e nome.

da Poesia in forma di rosa

Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

d'esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate, a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

Madri vili, poverine, preoccupate

che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d'amore,

se non d'un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto

l'antico, vergognoso segreto

d'accontentarsi dei resti della festa.

Madri servili, che vi hanno insegnato

come il servo può essere felice

odiando chi è, come lui, legato,

come può essere, tradendo, beato,

e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere

quel poco che, borghesi, possiedono,

la normalità e lo stipendio,

quasi con rabbia di chi si vendichi

o sia stretto da un assurdo assedio.

Madri feroci, che vi hanno detto:

Sopravvivete! Pensate a voi!

Non provate mai pietà o rispetto

per nessuno, covate nel petto

la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,

feroci, le vostre povere madri!

Che non hanno vergogna a sapervi

- nel vostro odio - addirittura superbi,

se non è questa che una valle di lacrime.

È così che vi appartiene questo mondo:

fatti fratelli nelle opposte passioni,

o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo

a essere diversi: a rispondere

del selvaggio dolore di esser uomini.

da Poesie mondane

12 giugno 1962

Ci vediamo in proiezione, ed ecco

la città, in una sua povera ora nuda,

terrificante come ogni nudità.

Terra incendiata il cui incendio

spento stasera o da millenni,

è una cerchia infinita di ruderi rosa,

carboni e ossa biancheggianti, impalcature

dilavate dall'acqua e poi bruciate

da nuovo sole. La radiosa Appia

che formicola di migliaia di insetti

- gli uomini d'oggi - i neorealistici

ossessi delle Cronache in volgare.

Poi compare Testaccio, in quella luce

di miele proiettata sulla terra

dall'oltretomba. Forse è scoppiata,

la Bomba, fuori dalla mia coscienza.

Anzi, è così certamente. E la fine

del Mondo è già accaduta: una cosa

muta, calata nel controluce del crepuscolo.

Ombra, chi opera in questa èra.

Ah, sacro Novecento, regione dell'anima

in cui l'Apocalisse è un vecchio evento!

Il Pontormo con un operatore

meticoloso, ha disposto cantoni

di case giallastre, a tagliare

questa luce friabile e molle,

che dal cielo giallo si fa marrone

impolverato d'oro sul mondo cittadino...

e come piante senza radice, case e uomini,

creano solo muti monumenti di luce

e d'ombra, in movimento: perché

la loro morte è nel loro moto.

Vanno, come senza alcuna colonna sonora,

automobili e camion, sotto gli archi,

sull'asfalto, contro il gasometro,

nell'ora, d'oro, di Hiroscima,

dopo vent'anni, sempre più dentro

in quella loro morte gesticolante: e io

ritardatario sulla morte, in anticipo

sulla vita vera, bevo l'incubo

della luce come un vino smagliante.

Nazione senza speranze! L'Apocalisse

esploso fuori dalle coscienze

nella malinconia dell'Italia dei Manieristi,

ha ucciso tutti: guardateli - ombre

grondanti d'oro nell'oro dell'agonia.

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame

d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,

l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile...

Le belle bandiere

[...]

Di quel biancore fu il sole vero,

di quel biancore furono i muri delle fabbriche,

di quel biancore

fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando

il giorno prima è un poco piovuto),

di quel biancore furono gli stracci di lana,

le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati

degli operai

che avrebbero potuto essere ancora partigiani:

di quel biancore

fu la calura della nuova primavera,

oppressa dal ricordo di altre primavere

sepolte da secoli

in quegli stessi sobborghi e paesi,

- e pronte, Dio!,

pronte a rinascere,

su quei muretti, su quelle strade.

Su quei muretti, su quelle strade,

imbevuti di strano profumo,

dove fiorivano rossi nel tepore

i meli, i ciliegi: e il loro colore rosso

aveva una brunitura, come

se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,

un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,

pometti come susine, che occhieggiavano,

tra le brune, intense

trame del fogliame, calmo, quasi la primavera

non avesse fretta,

volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo

ardente, nella vecchia speranza, d'una speranza nuova.

E, su tutto, lo sventolio,

l'umile, pigro sventolio

delle bandiere rosse. Dio!, belle bandiere

degli Anni Quaranta!

A sventolare una sull'altra, in una folla di tela

povera, rosseggiante, di un rosso vero,

che traspariva con la fulgida miseria

delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie

- e col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto

per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,

ardente rosso affastellato e tremante,

nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione!

Una disperata vitalità

I

(Stesura, in «cursus» di linguaggio «gergale» corrente, dell'antefatto: Fiumicino, il vecchio castello e una prima idea vera della morte).

Come in un film di Godard: solo

in una macchina che corre per le autostrade

del Neo-capitalismo latino - di ritorno dall'aeroporto -

[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]

solo, «pilotando la sua Alfa Romeo»

in un sole irriferibile in rime

non elegiache, perché celestiale

- il più bel sole dell'anno -

come in un film di Godard:

sotto quel sole che si svebaa immobile

unico,

il canale del porto di Fiumicino

- una barca a motore che rientrava inosservata

- i marinai napoletani coperti di cenci di lana

- un incidente stradale, con poca folla intorno...

- come in un film di Godard - riscoperta

del romanticismo in sede

di neocapitalistico cinismo, e crudeltà -

al volante

per la strada di Fiumicino,

ed ecco il castello (che dolce

mistero, per lo sceneggiatore francese,

nel turbato sole senza fine, secolare,

questo bestione papalino, coi suoi merli,

sulle siepi e i filari della brutta campagna

dei contadini servi)...

- sono come un gatto bruciato vivo,

pestato dal copertone di un autotreno,

impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei

delle sue sette vite,

come un serpe ridotto a poltiglia di sangue

un'anguilla mezza mangiata

- le guance cave sotto gli occhi abbattuti,

i capelli orrendamente diradati sul cranio

le braccia dimagrite come quelle di un bambino

- un gatto che non crepa, Belmondo

che «al volante della sua Alfa Romeo»

nella logica del montaggio narcisistico

si stacca dal tempo, e v'inserisce

Se stesso:

in immagini che nulla hanno a che fare

con la noia delle ore in fila...

col lento risplendere a morte del pomeriggio...

La morte non è

nel non poter comunicare

ma nel non poter più essere compresi.

E questo bestione papalino, non privo

di grazia - il ricordo

delle rustiche concessioni padronali,

innocenti, in fondo, com'erano innocenti

le rassegnazioni dei servi -

nel sole che fu,

nei secoli,

per migliaia di meriggi,

qui, il solo ospite,

questo bestione papalino, merlato

accucciato tra pioppeti di maremma,

campi di cocomeri, argini,

questo bestione papalino blindato

da contrafforti del dolce color arancio

di Roma, screpolati

come costruzioni di etruschi o romani,

sta per non poter più essere compreso.

IX
(Clausola)

«Dio mio, ma allora cos'ha

lei all'attivo?...»

«Io? - [un balbettio, nefando

non ho preso l'optalidon, mi trema la voce

di ragazzo malato] -

Io? Una disperata vitalità.»

L'alba meridionale

II

Torno, ritrovo il fenomeno della fuga

del capitale, l'epifenomeno (infimo)

dell'avanguardia. La polizia tributaria

(quasi accertamento filosofico

sugli incartamenti di un poeta)

fruga in quel fatto privato che sono i soldi,

contaminati da carità, dolenti

di inspiegabili consunzioni, e pieni

di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:

però con mia gongolante leggerezza perché qua,

non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.

Torno, e trovo milioni di uomini occupati

soltanto a vivere come barbari discesi

da poco su una terra felice, estranei

ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia

della Preistoria che a tutto ciò darà senso,

riprendo a Roma le mie abitudini

di bestia ferita, che guarda negli occhi,

godendo del morire, i suoi feritori...

[...]

da Teorema
Appendice alla parte prima

Sete di morte

Io sono distrutto, o almeno trasformato

fino a non riconoscermi, perché in me

è distrutta la legge, che -

fino a questo momento -

mi aveva reso fratello agli altri:

un ragazzo normale, o almeno non anormale,

o anormale come tutti... Anche se

(c'è bisogno di dirlo?) pieno

di tutti gli errori che la mia classe

e il mio livello sociale in essa,

porta con sé - e che comunque il privilegio risarcisce.

Nonostante questo,

io, prima che tu entrassi nella mia vita -

rimettendola in discussione

e trasformandola in un cumulo di macerie -

ero come tutti i miei compagni.

È dunque attraverso la distruzione di tutto ciò

che mi rendeva uguale agli altri,

che io divento

- cosa inaudita e inaccettabile - un diverso.

Questa diversità, mi si rivela d'improvviso:

fino a questo momento essa era stata nascosta

dall'instabile ebbrezza che avevo raggiunto

(illudendomi, di potermi tacere

tutto per sempre), con la tua presenza.

Chi mi ha reso diverso (cosa meravigliosa!) mi è stato vicino.

E mi ha distratto così con l'intensità e il sapore

inesprimibile che il suo sesso

aveva dato alla mia vita.

La paura e l'ansia di non averti più vicino

a soddisfare il mio desiderio di vederti e toccarti

dove tu mi sei compagno, ma più giovane e fresco,

come un bambino, e più maturo e potente,

come un padre che non sa quanto sia divino

il suo semplice membro -

è ben diversa dalla coscienza

di dover perderti per tanto tempo, forse per sempre.

È la coscienza della perdita

che mi dà la coscienza della mia diversità.

Che cosa succederà da questa notte in poi?

Il dolore dell'addio sconfina

con questo senso tragico di un futuro

da passarsi in compagnia di un nuovo Pietro,

completamente diverso da me.

E cosa rispondono, in silenzio, a tutto questo

i tuoi occhi seri, amici e oscuramente spietati

(o già lontani)? La tua intenzione

è forse quella di spingermi sulla strada della diversità

fino in fondo e senza compromessi?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Vuoi dire che se questo amore è nato

è inutile tornare indietro,

è inutile sentirlo come una pura e semplice distruzione?

Che, quanto al dolore della separazione,

io potrei trovare qualcuno che potrebbe sostituirti,

e ricreare in me quei sentimenti

di ridicola tenerezza e bestiale passività

nati così da poco e interrotti così bruscamente?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E se tu sei stato un padre senza rughe e senza capelli grigi,

un padre com'egli era quando aveva poco più della mia età,

non potrebbe essere un padre come questo

a sostituirti? Anche se

ciò è inconcepibile e spaventoso,

anzi, proprio per questo?

Identificazione dell'incesto con la realtà

Non sono le cose che sembrano più giuste e semplici

che si rivelano, in conclusione, le più oscure e difficili?

Non è la vita stessa, nella sua naturalezza,

che è misteriosa - e non le sue complicazioni?

L'addio tra te, che te ne vai, e me, una ragazzetta

che solo fra un anno o due potresti sposare,

è la cosa più tragica che possa succedere al mondo.

E poi...

Fino al tuo arrivo io ero vissuta

tra persone - scusa l'eterna parola - normali:

io invece non lo ero; e dovevo proteggermi

(ed essere protetta), per nascondere

i penosi sintomi della mia malattia di classe,

ossia del vuoto in cui vivevo (sinistra salute).

Quella malattia minacciava di continuo,

in me, di venire alla luce,

di smascherare me e tutto.

La cosa, allora, andava presa... con umorismo -

come un vanto, come un'aristocratica abitudine

da coltivare, fioricino di serra, al caldo della casa.

Addirittura (pensa!) come se si trattasse

di una buffa e imperterrita apertura

verso idee anarchiche, o un po' sovversive, luoghi gelati

certamente non visitati da nessuna delle mie pari...

Tu mi hai riportato alla normalità.

Mi hai fatto trovare la soluzione giusta

(e benedetta) alla mia anima e al mio sesso.

La presenza miracolosa del tuo corpo

(che racchiude uno spirito troppo grande)

di giovane maschio e padre,

ha sciolto la mia selvaggia e pericolosa

paura di bambina... Ma adesso,

in questo addio, non soltanto

riprecipito indietro,

ma vado ancora più indietro.

Il dolore è causa di una ricaduta

molto più grave del male

che ha preceduto la breve guarigione.

Le carezze che tu mi dai in silenzio,

forse per consolarmi, forse

- con la crudeltà di ogni atto conseguente,

per spingermi più in fondo e più in dentro

nel mio dolore - hanno un senso

assolutamente oscuro.

Cosa vuoi suggerirmi e propormi, misteriosamente?

Forse qualcuno che possa sostituirti?

E questo qualcuno potrebbe essere qualcuno

che, come te, sostituisca per me il padre,

il padre di Pietro, il Primo Padre?

E perché non addirittura mio padre stesso?

Vuoi forse suggerirmi, attraverso

terribili e mute parole di giustizia,

l'identificazione tra una verità,

sempre inimmaginabile e incestuosa,

con tutta l'intera realtà?

La perdita dell'esistenza

L'interesse di mio marito per la sua industria

era nato con lui, non si distingueva da lui,

faceva un tutt'uno con qualcosa di inesprimibile

che era la sua vita col suo lavoro.

Se egli fosse nato contadino,

avrebbe avuto lo stesso interesse per la terra

e gli arnesi che servono a lavorarla;

se fosse nato marinaio (fino a un secolo fa)

avrebbe avuto lo stesso interesse per il mare e la barca.

Insomma, egli ha lavorato tutta la vita

a una grande industria ereditata dal padre

(suo creatore) spinto da un interesse... naturale.

Come ogni epoca storica, anche la nostra

ha ricostruito la natura, e quindi la naturalezza.

Da grande borghese dell'Alta Italia,

mio marito Paolo ha vissuto la sua natura con naturalezza

(quasicché appunto la sua fabbrica

fosse come la terra o il mare).

Il suo interesse per il proprio lavoro

e per il proprio guadagno (enorme,

e, come i nostri nemici lo definiscono, ingiusto)

è lo stesso che spinge ad agire nei sogni.

Necessario e indistinto. Insomma, egli

non ha mai avuto un interesse oggettivo,

puro e culturale per l'esistenza.

Quanto a Odetta, sono degli interessi

oggettivi, puri e culturali

i suoi culti famigliari?

Ne hanno sì, forse, l'ingenuità,

l'intensità, la mancanza di ogni tornaconto:

ma sono in fondo come esorcismi

rispetto a una vera religione,

o giochi rispetto a un vero lavoro.

Essa si è costruita dei calchi di tali interessi,

e con quei calchi si trastulla

(sentendone però forse il vuoto,

e non rendendosene conto che attraverso l'angoscia).

Pietro, lui, studia: è costretto ad avere

sia pure tra i muri del nostro migliore Liceo cittadino,

qualche obbligatorio interesse per qualcosa...

In questi giorni

sta leggendo il Convito... Può farlo

del tutto impunemente?

Insomma, nella mia famiglia, tutti viviamo

nell'esistenza come essa deve essere;

le idee attraverso cui giudichiamo noi stessi

e gli altri, i valori e gli avvenimenti,

sono, come si dice, un patrimonio comune

a tutto il nostro mondo sociale.

Io, in questo senso, ero peggiore di tutti.

È difficile dire come vivessi;

come, per vivere, mi bastasse la naturalezza del vivere;

occuparmi della mia casa, dei miei affetti,

quasi fossi una contadina, nel suo covo famigliare,

che lotta coi denti e con le unghie per l'esistenza!

Come potevo vivere in tanto vuoto? Eppure ci vivevo.

E quel vuoto era, a mia insaputa,

pieno di convenzioni, ossia

di una profonda bruttezza morale.

La mia grazia naturale (pare) mi salvava:

ma era una grazia che andava perduta.

Come un giardino in un posto dove nessuno passa.

Stava... nei miei occhi barbarici (pare),

nella mia bocca, nei miei zigomi alti e dolci...

nelle forme piene di una magrezza (ahi) di adolescente

manieristica... e probabilmente, sì, stava anche

nel mio cuore, timido, ma capace di sentimenti.

Tuttavia, lì, inaridiva.

Assomigliava all'invecchiare

(ai primi eccessivi pallori, alle prime

maledette rughe, ancora invisibili). Sarebbe inaridito

fino a seccarsi - coincidendo con la fine

di una vita inutile - se tu non fossi giunto.

Tu hai riempito di un interesse puro

e pazzo, una vita priva di ogni interesse.

E hai districato dal loro oscuro nodo

tutte le idee sbagliate di cui vive una signora borghese:

le orrende convenzioni, gli orrendi umorismi,

gli orrendi principi, gli orrendi doveri,

le orrende grazie, l'orrenda democraticità, l'orrendo

anticomunismo, l'orrendo fascismo,

l'orrenda oggettività, l'orrendo sorriso.

Ah, quante cose so di me - dirai. È una coscienza

acquisita per magia - e parlo come nel monologo

del personaggio di una tragedia!

Strano, il mio dolore ha gli accenti

della naturalezza e della verità,

che si hanno normalmente nei momenti mortali della vita:

non sembra contestarla. Forse perché ciò

che in me è stato distrutto dal tuo amore

altro non è che la mia reputazione di borghese casta...

Eppure, mentre tu mi accarezzi, comprensivo e spietato,

mi chiedo: A cosa vuoi spingermi?

A qualcosa che se da una parte può, in qualche modo,

risarcirmi e consolarmi, dall'altra non può, invece,

che ricacciarmi sempre più verso il precipizio

che ho cominciato a guadagnare

decidendo il mio adulterio con te?

Vuoi dirmi, forse, ragazzo come sei, che è possibile

la sostituzione del tuo corpo e della tua anima

col corpo e con l'anima di un ragazzo che ti somigli?

Che i suoi occhi abbiano per me la luce

azzurrina della libidine mescolata alla tenerezza?

E le sue grosse mani il peso rozzo e venerante

di chi, accarezzando, fa male senza accorgersene?

Che sia, insomma, un uomo cresciuto sotto i miei occhi...

come un figlio... fino a diventare

il giovane barbaro che non vuole ostacoli alla sua monta?

E perché, se dev'essere, per età, come mio figlio

(la sua nudità il sacrilegio, la sua erezione l'impossibile),

perché non addirittura mio figlio?

Questa scelta assolutamente estrema -

e senza più alcuna possibilità di tornare indietro -

è l'unico atto che può salvare una vita

dalla mancanza di ogni interesse

e dal vuoto riempito di valori tutti sbagliati?

Una vergogna morale spinta fino al punto

di toccare e concedersi al ragazzo più ragazzo di tutti,

- il proprio figlio divenuto uomo -

è l'unico modo per rovesciare ogni falsa giustizia,

e vivere, sia pure ingiustamente, nella verità?

Ma sono queste cose che io posso

anche solamente immaginare?

La distruzione dell'idea di sé

Tu sei dunque venuto in questa casa per distruggere.

Che cosa hai distrutto in me?

Hai distrutto, semplicemente,

- con tutta la mia vita passata -

l'idea che io ho sempre avuto di me stesso.

Se dunque da molto tempo

io avevo assunto la forma che dovevo assumere

e la mia figura era, in qualche modo, perfetta,

ora, che cosa mi rimane?

Non vedo niente che possa reintegrarmi

nella mia identità. Ti guardo: non mi ascolti

con imparzialità - perché tu non ti dividi in parti -

ma con dedizione - perché tu ti dai tutto a ognuno.

Come può, tuttavia, la tua presenza consolatrice

essere così pura, tanto da manifestare,

quasi, una chiara volontà di distacco?

A che serve consolarmi, se tu, volendolo,

potresti rinviare, anche magari per sempre,

la tua partenza? Invece tu partirai:

su questo non c'è il minimo dubbio.

La tua pietà è dunque subordinata

a qualche altro misterioso disegno.

Vuoi forse dirmi (non parlando, ma semplicemente

attraverso il fatto che sei un ragazzo)

che tu potresti essere sostituito, ora,

da mio figlio o da mia figlia?

Proposta completamente folle (preordinata,

forse, da qualche mia oscura volontà)

eppure giusta, se, benché realizzata

(il membro nudo di mio figlio, la vulva nuda di mia figlia),

non fosse che un simbolo: e se, attraverso essa,

tu mi esortassi alla perdizione più totale,

a mettere la vita fuori di se stessa,

e mantenerla una volta per sempre

fuori dall'ordine e dal domani,

facendo di tutto questo la sola reale normalità.

Forse perché chi ti ha amato deve

(come del resto ogni uomo - che non lo sa)

poter riconoscere a tutti i costi la vita,

in ogni momento? Riconoscerla, e non soltanto

conoscerla, o soltanto viverla?

Sono - dici generosamente, nel mio banale linguaggio borghese -

le eccezionalità più impensabili,

più intollerabili, più lontane dalla possibilità

di essere concepite e addirittura nominate,

che si presentano come i mezzi più efficaci

per riconoscere la vita?

Eccezionalità che, tuttavia, non possono

essere che dei simboli

- se nella realtà, come ogni cosa reale,

sono fatte di nulla e destinate al nulla?

Complicità tra il sottoproletariato e Dio

Ti saluto per ultima, proprio

cinque minuti prima di partire,

che già le valigie sono pronte,

e il taxi è stato mandato a chiamare.

Per ultima e in fretta: perché? Forse perché

la tua povertà e la tua inferiorità sociale

hanno per me qualche valore?

E quindi io con te mi spendo meno,

come se il tuo corpo fosse di seconda qualità,

e il tuo spirito avesse il guizzare inquieto,

stupido, angelico e torpido di una bestia?

No, niente di tutto questo.

Ti saluto male, in fretta e per ultima,

perché io so che il tuo dolore è inconsolabile

e non ha neanche bisogno di chiedere consolazione.

Tu vivi tutta nel presente.

Come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi,

tu non ci pensi, al domani. Del resto,

ci siamo mai parlati? Noi non abbiamo

scambiato parole, quasi gli altri

avessero una coscienza, e tu no.

Invece, evidentemente, anche tu,

povera Emilia, ragazza di basso costo,

esclusa, spossessata del mondo,

una coscienza ce l'hai.

Una coscienza senza parole.

E di conseguenza anche senza chiacchiere.

Non hai un'anima bella, tu. Per tutto questo

la rapidità e la mancanza di solennità

nei nostri saluti, non sono che l'indice

di una misteriosa complicità tra noi due.

Il taxi è arrivato...

Tu sarai l'unica a sapere, quando sarò partito,

che non tornerò mai più, e mi cercherai

dove dovrai cercarmi: non guarderai nemmeno

la strada per dove mi allontanerò e scomparirò,

e che tutti gli altri, invece, vedranno, stupiti,

come per la prima volta, piena di un senso nuovo,

in tutta la sua ricchezza e la sua bruttezza,

emergere nella coscienza.

da Trasumanar e organizzar

Richiesta di lavoro

Poesia su ordinazione è ordigno.

Il costruttore di ordigni può produrne molti

(nient'altro procurandosi che stanchezza per il lavoro manuale).

L'oggetto può essere, talvolta, ironico:

l'ordigno lo è sempre.

Sono passati i tempi in cui, vorace economizzatore,

spendevo tutto, investendo i miei soldi (molti,

perché erano il mio seme: e io ero sempre in erezione)

nell'acquisto di aree di bassissimo valore

che sarebbero state valorizzate da lì a due tre secoli.

Ero tolemaico (essendo un ragazzo)

e contavo l'eternità per l'appunto, in secoli.

Consideravo la terra il centro del mondo;

la poesia il centro della terra.

Tutto ciò era bello e logico.

Del resto, che ragioni avevo di non credere

che tutti gli uomini non fossero come me?

Poi, invece, si sono rivelati tutti di me molto migliori;

e io son risultato essere, piuttosto, uomo di razza inferiore.

Ricambiai l'apprezzamento

e capii che non volevo più scrivere poesie. Ora, però,

ora che la vocazione è vacante

- ma non la vita, non la vita -

ora che l'ispirazione, se viene, versi non ne produce -

vi prego, sappiate che son qui pronto

a fornire poesie su ordinazione: ordigni.

Un affetto e la vita

Ho un affetto più grande di qualsiasi amore

su cui esporre inutilizzabili deduzioni -

Tutte le esperienze dell'amore

sono infatti rese misteriose da quell'affetto

in cui si ripetono identiche.

Sono legato ad esso

perché me ne impedisce altri.

Ma sono libero perché sono un po' più libero da me stesso.

La vita perde interesse perché si è ridotta a un teatro

in cui le fasi di questo affetto si svolgono:

e così ho perso l'ebbrezza di avere strade sconosciute

da prendere ogni sera

(al vecchio vento che annuncia cambiamenti di ore e stagioni).

Ma che ebbrezza nel poter dire: «Io non viaggio più.»

Tutto è monotono perché in tutto non c'è altro

che un certo luccichio di occhi,

un certo modo di correre un po' buffo,

un certo modo di dire «Paolo», e un certo modo

di straziare a causa della rassegnazione.

Ma tutto è messo in forse dal terrore che qualcosa cambi.

In ogni amore c'è una fusione tra la persona che si ama

e qualcun altro: ma ciò è naturale. Nell'affetto

ciò sembra invece così innaturale:

la fusione avviene a tali profondità

che non è possibile darne spiegazioni, trarne motivi

per congratularsi, comunque essa sia, della propria sorte.

La tenerezza che tale affetto impone

al profondo, non conduce né a fecondare

né a essere fecondati, anche se per gioco;

eppure si soccombe ad esso

con lo stesso senso di precipitare nel vuoto

che si prova gettando il seme, quando si muore

e si diventa padri. Infine (ma quante altre

cose si potrebbero ancora dire!),

benché sembri assurdo, per un simile affetto,

si potrebbe anche dare la vita. Anzi, io credo

che questo affetto altro non sia che un pretesto

per sapere di avere una possibilità - l'unica -

di disfarsi senza dolore di se stessi.

Timor di me?

Oh, un terribile timore;

La lietezza esplode

contro quei vetri sul buio

Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce

è un ritorno dalla morte: e chi piò mai ridere -

Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito

Riapparizione ctonia!

Non scherzo: ché tu hai esperienza

di un luogo che non ho mai esplorato, un vuoto

nel cosmo

È vero che la mia terra è piccola

Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati

con una certa lietezza, quasicché non fosse vero

Ma tu ci sei, qui, in voce

La luna è risorta;

le acque scorrono;

il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata

finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo

Chi c'è, in quel vuoto del cosmo,

che tu porti nei tuoi desideri e conosci?

C'è il padre, sì, lui!

Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli;

come ingenuamente dài per certo ciò che non lo è affatto;

fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando,

su questa presunzione che per te è umile

e non sai invece quanto sia superba

essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza -

L'occhio ilare di me mai disceso agli Inferi,

ombra infernale vagolante

nasconde

E tu ci caschi

Tu conosci di ciò che è realtà solo quell'Uomo Adulto

ossia ciò che si deve conoscere;

lei, la Donna Adulta, stia all'Inferno

o nell'Ombra che precede la vita

e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi;

odiala, odiala, odiala;

e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi

semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa -

in voce come una giovane figlia avida

che però ha sperimentato la dolcezza;

Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso

con la trama dei rami neri; ormai classici;

questa è la storia -

Tu sorridi al Padre -

quella persona di cui io non ho alcuna informazione,

che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo -

strano, è da quel mostro di autorità

che proviene anche la dolcezza

se non altro come rassegnazione e breve vittoria;

accidenti, come l'ho ignorato; così ignorato da non saperne niente -

cosa fare?

Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare,

ma il tuo dono te l'ha dato Lui, come tutto;

ed è un Nulla il dono di Nessuno;

io fingo di ricevere;

ti ringrazio, sinceramente grato;

Ma il debole sorriso sfuggente

non è di timidezza;

è lo sgomento, più terribile, ben più terribile

di avere un corpo separato, nei regni dell'essere -

se è una colpa

se non è che un incidente: ma al posto dell'Altro

per me c'è un vuoto nel cosmo

un vuoto nel cosmo

e da là tu canti.

Gerarchia

Se arrivo in una città

oltre l'oceano

Molto spesso arrivo in una nuova città, portato dal dubbio.

Divenuto da un giorno all'altro pellegrino

di una fede in cui non credo;

rappresentante di una merce da tempo svalutata,

ma è grande, sempre, una strana speranza -

Scendo dall'aeroplano col passo del colpevole,

la coda tra le gambe, e un eterno bisogno di pisciare,

che mi fa camminare un po' ripiegato con un sorriso incerto -

C'è da sbrigare la dogana, e, molto spesso, i fotografi:

comune amministrazione che ognuno cura come un'eccezione.

Poi l'ignoto.

Chi passeggia alle quattro del pomeriggio

sulle aiuole piene di alberi

e i boulevards d'una disperata città dove europei poveri

sono venuti a ricreare un mondo a immagine e somiglianza del loro,

spinti dalla povertà a fare di un esilio la vita?

Con un occhio alle mie faccende, ai miei obblighi -

Poi, nelle ore libere,

comincia la mia ricerca, come se anch'essa fosse una colpa -

La gerarchia però è ben chiara nella mia testa.

Non c'è Oceano che tenga.

Di questa gerarchia gli ultimi sono i vecchi.

Sì, i vecchi alla cui categoria comincio ad appartenere

(non parlo del fotografo Saderman che con la moglie

già amica della morte mi accoglie sorridendo

nello studiolo di tutta la loro vita)

Sì, c'è qualche vecchio intellettuale

che nella Gerarchia

si pone all'altezza dei più bei marchettari

i primi che si trovano nei punti subito indovinati

e che come Virgili conducono con popolare delicatezza

qualche vecchio è degno dell'Empireo,

è degno di star accanto al primo ragazzo del popolo

che si dà per mille cruzeiros a Copacabana

ambedue son lo mio duca

che tenendomi per mano con delicatezza,

la delicatezza dell'intellettuale e quella dell'operaio

(per lo più disoccupato)

la scoperta dell'invariabilità della vita

ha bisogno di intelligenza e di amore

Vista dall'hotel di Rua Resende Rio -

l'ascesi ha bisogno del sesso, del cazzo -

quella finestrella dell'hotel dove si paga la stanzetta -

si guarda dentro Rio, in un aspetto dell'eternità,

la notte di pioggia che non porta il fresco,

e bagna le strade miserabili e le macerie,

e gli ultimi cornicioni del liberty dei portoghesi poveri

sublime miracolo!

E dunque Josvé Carrea è il Primo nella Gerarchia,

e con lui Harudo, sceso bambino da Bahia, e Joaquim.

La Favela era come Cafarnao sotto il sole -

Percorsa dai rigagnoli delle fogne

le baracche una sull'altra

ventimila famiglie

(egli sulla spiaggia chiedendomi la sigaretta come un prostituto)

Non sapevamo che a poco a poco ci saremmo rivelati,

prudentemente, una parola dopo l'altra

detta quasi distrattamente:

io sono comunista, e: io sono sovversivo;

faccio il soldato in un reparto appositamente addestrato

per lottare contro i sovversivi e torturarli;

ma loro non lo sanno;

la gente non si rende conto di nulla;

essi pensano a vivere

(mi parla del sottoproletariato)

La Favela, fatalmente, ci attendeva

io gran conoscitor, egli duca -

i suoi genitori ci accolsero, e il fratellino nudo

appena uscito di dietro la tela cerata -

eh sì, invariabilità della vita, la madre

mi parlò come Lìmardi Maria, preparandomi la limonata

sacra all'ospite; la madre bianca ma ancor giovane di carne;

invecchiata come invecchiano le povere, eppur ragazza;

la sua gentilezza con quella del suo compagno,

fraterno al figlio che solo per sua volontà

era ora come un messo della Città -

Ah, sovversivi, ricerco l'amore e trovo voi.

Ricerco la perdizione e trovo la sete di giustizia.

Brasile, mia terra,

terra dei miei veri amici,

che non si occupano di nulla

oppure diventano sovversivi e come santi vengono accecati.

Nel cerchio più basso della Gerarchia di una città

immagine del mondo che da vecchio si fa nuovo,

colloco i vecchi, i vecchi borghesi

ché un vecchio popolano di città resta ragazzo

non ha da difendere niente -

va vestito in canottiera e calzonacci come Joaquim il figlio.

I vecchi, la mia categoria,

che vogliano o non vogliano -

Non si può sfuggire al destino di possedere il Potere,

esso si mette da solo

lentamente e fatalmente in mano ai vecchi,

anche se essi hanno le mani bucate

e sorridono umilmente come martiri satiri -

Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,

accuso i vecchi di avere accettato la vita

(e non potevano non accettarla, ma non ci sono

vittime innocenti)

la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva -

accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.

Torniamo alla Favela

dove o non si pensa nulla

o si vuole diventare messi della Città

là dove i vecchi sono filo-americani -

Tra i giovani che giocano biechi al pallone

di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano,

chi vuole qualcosa e lo sa, è stato scelto a sorte -

inesperti di imperialismo classico

di ogni delicatezza verso il vecchio Impero da sfruttare

gli Americani dividono tra loro i fratelli superstiziosi

sempre scaldati dal loro sesso come banditi da un fuoco di sterpi -

È così per puro caso che un brasiliano è fascista e un altro sovversivo;

colui che cava gli occhi

può essere scambiato con colui a cui gli occhi sono cavati.

Joaquim non avrebbe potuto mai essere distinto da un sicario.

Perché dunque non amarlo se lo fosse stato?

Anche il sicario è al vertice della Gerarchia,

coi suoi semplici lineamenti appena sbozzati

col suo semplice occhio

senz'altra luce che quella della carne

Così in cima alla Gerarchia,

trovo l'ambiguità, il nodo inestricabile.

O Brasile, mia disgraziata patria,

votata senza scelta alla felicità,

(di tutto son padroni il denaro e la carne,

mentre tu sei così poetico)

dentro ogni tuo abitante mio concittadino,

c'è un angelo che non sa nulla,

sempre chino sul suo sesso,

e si muove, vecchio o giovane,

a prendere le armi e lottare,

indifferentemente, per il fascismo o la libertà -

Oh, Brasile, mia terra natale, dove

le vecchie lotte - bene o male già vinte -

per noi vecchi riacquistano significato -

rispondendo alla grazia di delinquenti o soldati

alla grazia brutale.

da Poesie disperse

La passione del '45
Epigrafi

Coi tuoi occhi infossati

i capelli leggeri,

il volto deciso

il riso impetuoso

e il silenzio insistente...

Tu non chiedevi altro che meritare

le più alte delle nostre parole:

e adesso è chiaro

quel tuo pudico tacere e gridare,

quel tuo umiliarti

e adirarti.

Tu cercavi in noi, inutilmente,

il tuo cuore...

È chiaro il tuo volto sofferente,

è chiaro il tuo riso

è chiaro il tuo pudore,

è chiara la tua innocenza,

e il tuo darti agli altri

smanioso di offrirti,

di testimoniare

con forza giovanile

il tormento,

con la violenza la pietà.

Nei tuoi ritratti,

le tue vesti, i tuoi libri,

non sentiremo più la tua vita

La tua giovinezza

non splende per noi chinata

sulla terra dell'orto

e non splendono i tuoi capelli.

Fu un vento ignoto a spirare

sul tuo mondo, su te,

e vi ha tutto sconvolto.

Libertà, la tua bocca ridente,

Libertà, la tua fronte pallida,

Libertà, le tue spalle leggere.

Poi il vento è caduto.

Dispersa la tua vita,

stringi nel pugno la tua fede.

Dai silenzi della tua vita

torna solo la voce

della tua fede silenziosa.

Possiamo noi pronunciare le parole

per cui hai dato il tuo corpo

temendo di non dare troppo?

Italia, Libertà...

e parole più umane, amore,

imprudenza, sacrificio...

E a chi non vi creda

mostrale mutate

nel terribile sangue

che era di tua madre.

Fu questo il tuo gioco

per cui tua madre attende

d'essere morta,

nient'altro,

in questa estranea terra.

Ma che cosa ci hai dato?

Qualcosa di immenso,

e tu lo sapevi,

ragazzo,

lo sapevi morendo solo

sotto gli alberi testimoni

e la neve calpestata dai piedi

che andavano alla morte

Qui in Italia

le nubi possono ora solcare il cielo

e il vento scuotere gli alberi,

l'Isonzo e gli altri fiumi

correre al mare...

Nella nostra Italia

gli uccelli possono cantare,

esser verdi le foglie

e giocare i ragazzi.

Il sole può illuminare le acque

e la pioggia cadere

e sui monti brillare la neve.

Tu non puoi essere,

tu che ci hai dato la neve

la pioggia, la luce,

i venti, le nubi...

Gridiamo: Amore,

gridiamo forte: Amore,

che ne risuonino i monti,

e le valli,

e tuoni nelle orecchie: Amore!

C'è un ragazzo,

un candido morto,

che vive in quel grido.

Marilyn

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l'avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d'oro.

Il mondo te l'ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d'oro.

Il mondo te l'ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l'antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dietro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L'obbedienza richiede molte lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d'oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte.

Poeta delle Ceneri

Sono uno

che è nato in una città piena di portici nel 1922.

Ho dunque quarantaquattro anni, che porto <molto> bene

(soltanto ieri due o tre soldati, in un boschetto di puttane,

me ne hanno attribuiti ventiquattro - poveri ragazzi

che hanno preso un bambino per un loro coetaneo);

mio padre è morto nel '59,

mia madre è viva.

Piango ancora, ogni volta che ci penso,

su mio fratello Guido,

un partigiano ucciso da altri partigiani, comunisti

(era del Partito d'Azione, ma su mio consiglio:

lui, aveva cominciato la Resistenza come comunista),

sui monti, maledetti, di un confine

disboscato con piccoli colli grigi e sconsolate prealpi.

Quanto alla poesia, ho cominciato a sette anni:

ma non ero precoce se non nella volontà.

Sono stato un «poeta di sette anni» -

come Rimbaud - ma solo nella vita.

Ora, in un paese tra il mare e la montagna,

dove scoppiano grandi temporali, d'inverno piove molto,

in Febbraio si vedono le montagne chiare come il vetro,

appena al di là dei rami nudi, e poi nascono le primule sui fossi

inodore, e d'estate gli appezzamenti, piccoli, di granoturco

alternati a quelli verdecupo dell'erba medica

si disegnano contro il cielo sfumato

come un paesaggio misteriosamente orientale -

ora, in quel paese,

c'è una cassapanca piena dei manoscritti di uno dei tanti ragazzi poeti.

La cosa più importante della mia vita è stata mia madre

(le si è aggiunto, solo ora, Ninetto).

Nel '42 in una città dove il mio paese è così se stesso

da sembrare un paese di sogno, con la grande poesia dell'impoeticità,

formicolante di gente contadina e piccole industrie,

molto benessere,

buon vino, buona tavola,

gente educata e grossolana, un po' volgare ma sensibile,

in quella città ho pubblicato il primo libriccino di versi,

col titolo, per allora, conformista di «Poesie a Casarsa»,

dedicato, per conformismo, a mio padre,

che l'ha ricevuto nel Kenia.

Era là prigioniero, vittima ignara e senza critica

della guerra fascista.

Gli ha fatto un immenso piacere, lo so, riceverlo:

eravamo grandi nemici,

ma la nostra inimicizia faceva parte del destino, era fuori di noi.

E segno di quel nostro odio, segno ineluttabile,

segno per un'indagine scientifica che non sbaglia,

- che non può sbagliare -

quel libro dedicato a lui

era scritto in dialetto friulano!

Il dialetto di mia madre!

Il dialetto di un mondo

piccolo, ch'egli non poteva non disprezzare,

- o comunque accettare con la pazienza di un padre...

E ciò per una precedente contraddizione:

una di quelle, ancora, che non possono tradire gli scienziati!

Là dove si parlava quel dialetto, egli si era infatti innamorato.

Innamorato di mia madre.

Così, attraverso lei, il mondo piccolo, inferiore,

contadino, quasi negro, ch'egli disprezzava

l'aveva reso schiavo:

ma anche stavolta, lui non lo sapeva.

Non sapeva che il suo padrone era quell'amore

che attraverso una donna bambina (mia madre!)

bella, dalla bella gola, dall'anima troppo innocente

di angelo inadatto a vivere fuori dai paesi, appunto, dai campi,

aveva vanificato tutte le sue certezze morali

di misero uomo fatto per essere lui, il padrone.

Così ora, quel dialetto,

era una cosa diabolica.

Era il centro di mille altre contraddizioni.

Di cui la più cocente consisteva nel fatto che non poteva essere ammessa:

<perché> era consacrata dalla stampa

e dalle candide pagine di un libro di poesia

di cui il figlio ventenne era l'Autore.

Dunque non si poteva nemmeno cominciare l'esame,

dato che non erano ammissibili,

di quelle contraddizioni: che furono così come nubi nere,

con spaventosi tuoni, indice di totale sconfitta e di morte,

in fondo all'orizzonte luminoso dell'orgoglio di un padre prigioniero.

Bene, alla fine della guerra

è tornato in Italia, con quel libretto di versi friulani

nella valigia.

Cimelio sacro, ricordo di famiglia, attestato di grandezza

anche futura.

Devo aggiungere che mio padre approvava il fascismo.

<E qui c'è la seconda contraddizione, quella pubblica:

il fascismo non tollerava i dialetti, segni

dell'irrealizzata unità di questo paese dove sono nato,

inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti.>

Per questo quel mio libro non fu recensito nelle riviste ufficiali.

E Gianfranco Contini dovette inviare la sua recensione

(la gioia letteraria, quella, più grande della mia vita)

ad un giornale di Lugano.

Con la fine del fascismo, cominciò la fine di mio padre.

Questo del fascismo è un alibi, con cui pure giustifico il mio odio,

ingiusto, per quel povero uomo: e devo dire tuttavia ch'è un odio,

orrendamente misto a compassione.

Ora che ho immeritatamente quarantaquattro anni,

circa l'età che lui aveva al tempo delle mie prime poesie,

lo vedo fuori dalla mia storia,

in una vicenda che mi è totalmente estranea,

in cui io sono un colpevole eroe oggettivo.

Perché devo ricordare

che, col mio amore iniziale per mia madre,

c'è stato un amore anche per lui: e dei sensi.

Devo ricordare i miei passetti di ragazzino di tre anni,

in una città perduta miseramente tra i monti,

dall'aria già un po' austriaca,

quasi alle sorgenti di un fiume dal nome di museo e di guerra

e di miseria,

un fiume celeste fra grandi ghiaie pedemontane -

i miei passetti lungo il ciglio di una strada

colpita da un sole che non era della mia vita

ma di quella dei miei genitori,

verso il ciglio dove mio padre, uomo giovane,

stava orinando...

Devo aggiungere, ancora, per finire questa storia -

molto irregolare nell'insieme del mio poema -

che quei miei versi friulani sono i miei più belli

(insieme a quelli scritti fino a ventitré, ventiquattro anni,

pubblicati più tardi col titolo «La meglio gioventù»,

e insieme anche ai coevi versi italiani,

nati da quella profonda elegia friulana

di autolesionista, esibizionista e masturbatore,

tra i gelsi e le vigne viste con l'occhio più puro del mondo;

si chiamano, quei versi, «L'Usignolo della Chiesa Cattolica»,

e il loro «falsetto» è ancora una musica atroce

e sottile che, da laggiù, mi affascina e mi attira indietro.

Non posso dirvi altre cose

del mio soggiorno

in quel paese di temporali e primule,

un po' d'Oriente ai confini piccolo borghesi con l'Austria:

s'incaricheranno magari dei giornalisti italiani fascisti

o semplicemente anticomunisti.

Fuggii con mia madre e una valigia e un po' di gioie che risultarono false,

su un treno lento come un merci

per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve.

Andavamo verso Roma.

Avevamo dunque, abbandonato mio padre

accanto a una stufetta di poveri,

col suo vecchio pastrano militare

e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee.

Ho vissuto <...>

quella pagina di romanzo, l'unica della mia vita:

per il resto, <che volete,>

son vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso.

Avevo tra i miei manoscritti anche il mio primo romanzo:

erano quelli i tempi di «Ladri di biciclette»

e i letterati stavano scoprendo l'Italia.

(Ora io non sono più un letterato,

evito gli altri, non ho niente a che fare

coi loro premi e le loro stampe.)

Arrivammo a Roma,

aiutati da un mio dolce zio,

che mi ha dato un po' del suo sangue:

io vivevo come può vivere un condannato a morte

sempre con quel pensiero come una cosa addosso,

- disonore, disoccupazione, miseria.

Mia madre si ridusse per qualche tempo a fare la serva.

E io non guarirò mai più di questo male.

Perché io sono un piccolo borghese, e non so sorridere...

come Mozart...

In un film - che ho chiamato «Uccellacci e uccellini» -

ho tentato sì è vero l'opera buffa, suprema ambizione di uno scrittore,

- ma ci sono riuscito solo in parte,

perché io sono un piccolo borghese

e tendo a drammatizzare tutto.

Come sono diventato marxista?

Ebbene... andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera,

quelli che nascono subito dopo le primule,

- e poco prima che le acacie si carichino di fiori,

odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime

della più bella stagione -

e scrivevo sulle rive di piccoli stagni

che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi

intraducibili si dicono «fonde»,

coi ragazzi figli dei contadini

che facevano il loro bagno innocente

(perché erano impassibili di fronte alla loro vita

mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano)

scrivevo le poesie dell'«Usignolo della Chiesa Cattolica»:

questo avveniva nel '43:

nel '45 <fu tutt'un'altra cosa>.

Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi,

si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo

ed erano marciati

verso il centro mandamentale, con le sue porte

e i suoi palazzetti veneziani.

Fu così che io seppi ch'erano braccianti,

e che dunque c'erano i padroni.

Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.

[...]

Grande è il tuo spiritualismo, America!

Ma sarà ancora più grande quando sarà sfatata la sua innocenza!

Io amo Ginsberg:

era tanto che non leggevo poesie di un poeta fratello -

credo dai tempi, in quel paese di temporali e di primule,

in cui ho letto i canti greci di Tommaseo, e Machado.

Nessun artista in nessun paese è libero.

Egli è una vivente contestazione.

Pound va in prigione come Siniavskij e Daniel,

e il Sig. Lennon ha scandalizzato tutti, credo anche i Russi.

[...]

<Quanto a me,

un innocente non è mai creduto,

ed egli del resto è troppo occupato a pensare

a un fiume celeste tra grandi ghiaie pedemontane,

che scorre nel sole dei suoi genitori,

in altre vite,

in vite interpretate in altro modo,

in un significato diverso della vita,

che non è neanche quello dei sogni,

se la nostra vita non è che un'ombra

sulla nostra vera vita che non conosciamo.>

<A Roma>, dal '50 a oggi, Agosto del 1966,

non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente.

Ho insegnato, dopo quell'anno di disoccupazione e fine della vita,

in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese:

frattanto mio padre

ci aveva raggiunto

e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre.

Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi.

Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco,

una casa di poveri, all'estrema periferia, vicino a un carcere.

C'era un palmo di polvere d'estate, e la palude d'inverno.

Ma era <l'Italia, l'Italia> nuda e formicolante,

coi suoi ragazzi, le sue donne,

i suoi «odori di gelsomini e povere minestre»,

i tramonti sui campi dell'<Aniene>, i mucchi di spazzature:

e, quanto a me,

i miei sogni integri di poesia.

Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione.

Mi pareva che l'Italia, la sua descrizione e il suo destino,

dipendesse da quello che io ne scrivevo,

in quei versi intrisi di realtà immediata,

non più nostalgica, quasi l'avessi guadagnata col mio sudore.

<Certo, quanto conta, anche nel senso più misero

una condizione economica:>

non aveva peso il fatto ch'io fossi ricco di cultura e amore,

aveva molto più peso il fatto che io, certi giorni,

non spendessi nemmeno le cento lire per farmi radere la barba dal barbiere:

la mia figura economica, benché instabile e folle,

era in quel momento, per molti aspetti,

simile a quella della gente tra cui abitavo:

in questo eravamo proprio fratelli, o almeno pari.

Perciò, credo, ho molto potuto capirli.

<E per capire i miei romanzi intraducibili,

leggete la prefazione di Oscar Lewis al suo romanzo registrato:

si tratta di quello.>

[...]

Anche il borghese italiano può essere, dunque, razzista.

Non ne ha avuto finora occasione,

la prima occasione minima,

i miei romanzi,

l'hanno scatenato.

Ho provato quello che può provare un negro a Chicago,

il terrore.

Ma io dimentico presto,

e tutti i terrori

non sono divenuti che una cosa

sopra e addosso a me, una cosa speciale, quella cosa,

e così l'ho accantonata e sofferta nelle viscere:

mi si è aperta un'ulcera,

di cui certamente prima o poi morirò.

Brutto colpo per il sogno interrotto della mia giovinezza!

La borghesia italiana intorno a me è una torma di assassini.

Non spero certo migliore accoglienza dalla borghesia americana.

Nel mondo del capitale la vita è una scommessa

da vincere o da perdere:

è la condizione umana del laicismo borghese.

Chi si scopre, o si confessa, o non teme il ridicolo,

finisce male: è la legge.

Cari Americani, non pacifisti e non spiritualisti,

ossia enorme maggioranza benpensante,

il vostro Dio è un idiota

come ogni cittadino medio

che desidera con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito

di essere come tutti gli altri:

ed è per questo suo amore folle per l'uguaglianza, che la odia.

Chi di voi ha pianto

per il ragazzo greco condannato a morte

per obiezione di coscienza?

Fate un breve esame di coscienza:

chi non ha versato queste lacrime è un porco.>.

[...]

Ma io non sto facendo che un poema

bio-bibliografico, torniamo all'argomento:

«Ragazzi di vita» e «Una vita violenta»

sono i titoli di quei miei due romanzi

che hanno <spiato> l'odio razzista italiano.

Scritti nel cuore degli Anni Cinquanta.

Mentre i titoli dei miei libri di versi,

scritti in gestione contemporanea, sono:

«Le ceneri di Gramsci»,

«La religione del mio tempo»,

«Poesia in forma di rosa».

È in quest'ultimo che qualcosa si è rotto:

forse era la presenza, ancora a me non direttamente nota,

della nuova sinistra americana, <e l'operare lontano di Ginsberg.

Vi ho falsamente abiurato dall'impegno,

ma perché so che l'impegno è inderogabile,

e oggi più che mai.>

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,

ma nel vivere:

bisogna resistere nello scandalo

e nella rabbia, più che mai,

<ingenui come bestie> al macello,

torbidi come vittime, appunto:

bisogna dire più alto che mai il disprezzo

verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità,

sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà,

non cedere in un atto e in una parola

nell'odio totale contro di esse, le sue polizie,

le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali:

e qui

io, piccolo borghese che drammatizza tutto,

così bene educato da una madre nella dolce e timida anima

<...> della morale contadina,

vorrei tessere un elogio

della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:

io privilegiato poeta marxista

che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,

e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,

io, profondamente perbene,

faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,

il suicidio

sono, con la religione, la sola speranza rimasta:

contestazione pura e azione

su cui si misura l'enorme torto del mondo <...>.

Non è necessario che una vittima sappia e parli.

Nel '60 ho poi girato il mio primo film, che,

come ho detto, s'intitola «Accattone».

Perché sono passato dalla letteratura al cinema?

Questa è, nelle domande prevedibili in un'intervista,

una domanda inevitabile, e lo è stata.

Rispondevo dunque ch'era per cambiare tecnica,

che io avevo bisogno di una nuova tecnica per dire una cosa nuova,

o, il contrario, che dicevo la stessa cosa, sempre, e perciò

dovevo cambiare tecnica: secondo le varianti dell'ossessione.

Ma ero solo in parte sincero nel dare questa risposta:

il vero di essa era in quello che avevo fatto fino allora.

Poi mi accorsi

che non si trattava di una tecnica letteraria, quasi

appartenente alla stessa lingua con cui si scrive:

ma era, essa stessa una lingua...

E allora dissi le ragioni oscure

che presiedettero alla mia scelta:

quante volte rabbiosamente e avventatamente

avevo detto di voler rinunciare alla mia cittadinanza italiana!

Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa,

un po' alla volta, la letteratura,

io rinunciavo alla mia nazionalità.

Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi,

voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano,

protestavo, ingenuamente, inscenando un'abiura

che, nel momento di umiliarmi e castrarmi,

mi esaltava. Ma non ero del tutto

sincero, ancora.

<Poiché il cinema non è solo un'esperienza linguistica,

ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica.>

Un giorno andavo, come un pesce fuori dalla rete,

nell'aria secca

nei dintorni di un promontorio vacante d'anime, malato

nell'azzurro,

e ora vi dirò cosa mi successe e come realmente andarono le cose.

Andavo, quel giorno, per una strada secca,

con le mani altrettanto secche e così il cervello - vi dirò

che solo il ventre era vivo, come quel promontorio nell'inutile azzurro.

Tutti i miti erano crollati e decomposti ma almeno nel promontorio

qualcuno viveva.

Insomma, spinto dal ventre vivente e dalla mia miopia,

mi pilotai nel sole secco,

su un po' d'asfalto,

tra alcuni cespugliacci d'autunno ancora estivi,

contro un casale solo al sole,

con disegni vivaci di vecchie pareti e vecchi paletti e vecchie

reti e vecchie stecconate, azzurro e bianco,

- siamo in Italia - dove il sole misto alla pioggia dolcemente puzzava.

Là dentro c'era un ragazzo torvo, col grembiule (credo di ricordare), i capelli

fitti da donna,

la pelle pallida e tirata, una certa folle innocenza negli occhi,

di santo ostinato, di figlio che si vuole uguale alla buona madre.

<In pratica - lo vidi subito - un povero ossesso:

cui l'ignoranza dava tradizionali sicurezze,

trasformando la sua cadaverica nevrosi in rigore

d'obbediente figlio identificato coi padri.>

Come ti chiami, che fai, vai a ballare, hai la ragazza,

guadagni abbastanza,

furono gli argomenti con cui retrocessi dal primo impeto

della vecchia libidine della controra come un pesce seccato,

prendendo la coca cola.

Voi avete visto il mio Vangelo.

Avete visto i volti del mio Vangelo.

Non potevo sbagliare, perché talvolta, quando si gira, le decisioni

[dovevano avvenire

in pochi minuti:

non ho sbagliato mai, nei volti,

nei volti <...>

perché la mia libidine e la mia timidezza

mi hanno costretto a conoscere bene i miei simili.

Conobbi subito in pochi minuti anche lui,

il misero indemoniato del casale assediato dal sole.

L'inverno veniva,

a contraddire il superstite sole <...> alle avventure,

e l'inverno veniva

ed era lì nel suo volto,

con le sue tenebre le sue case silenziose, la sua <...> castità.

Mi ritirai.

Ma non in tempo perché egli non sentisse, come una donna,

il terrore per il padre non simile ai padri

che avevano costituito, per la sua obbedienza, il mondo.

Ebbene, prima non so che piccola autorità

di quel promontorio abbandonato dagli uomini e assalito

dai borghesi <calanti> da Roma, idioti e consacrati alla norma,

gli credette.

Gli credette poi non so che comandante,

dal viso pestato da un <destino poveramente mondano>.

Gli credette un giudice istruttore

con negli occhi la stessa espressione

di bianco caprone dei palazzetti novecento di quel borgo assurdo,

dove operava.

Gli credette infine il Presidente del tribunale

che mi condannò,

sia pure a venti o trenta giorni, formali.

Il ragazzo dal pallore di santo aveva raccontato

che era entrato nella sua bottega, quel giorno di sole,

un bandito, con un cappello nero,

il quale si era infilato un paio di guanti neri,

aveva caricato una pistola con una pallottola d'oro,

gli aveva intimato la resa

e aveva sottratto dal suo cassetto circa tre dollari.

Andandosene, poi, lo aveva minacciato,

poiché lui, l'aggredito, aveva afferrato, per difendersi, un coltello.

Ti ho raccontato queste cose

in uno stile non poetico

perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.

Esisteva poi in Italia un certo Salvatore Pagliuca,

senatore di non so che partito,

esisteva giù, nel sud di Levi, tra villaggi

secchi al sole delle alluvioni,

dove crescono splendidi ulivi

e splendide ginestre.

A digiuno di ulivi e di ginestre,

come io ero a digiuno della sua esistenza,

questo Signor Salvatore Pagliuca,

vide la mia storia sopra Accattone, e sentì

che un moro dai denti scintillanti, come un lupo feroce

dal calcio prezioso,

si chiamava Salvatore Pagliuco.

Si ritenne offeso, mi fece querela, vinse il processo

e ottenne molti milioni di danni.

Ti ho raccontato questa cosa

in uno stile non poetico

perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.

Un giorno dei primi Anni Sessanta

(il periodo in cui tutto questo accadde)

consegnai a un piccolo re del cinema di nome Amato e al suo compare Amoroso

una sceneggiatura che porta l'agreste titolo di:

«Ricotta».

Forse avrete visto questo mio film

al Festival di New York di qualche anno fa.

In quello scenario

scritto come scrive uno scrittore,

c'era qualche parola non lieve,

e poca grazia verso la religione della borghesia cattolica

del mio paese.

Per una delle tante ragioni che tu, critico cinematografico conosci bene,

il film andò a monte, Loved morì,

e Loving,

<mi intentò> un processo

accusando il mio copione

<scabroso> per il pubblico medio

di avergli impedito di fare il suo film.

Sarebbe <...> come se il Sig. Crawther

consegnasse a Levin, per richiesta dello stesso Levin,

un manoscritto troppo roseo, buono solo per educande,

e il Sig. Levin, non trovandolo buono,

per ragioni sue,

gli facesse un processo perché l'eccessivo color roseo

del copione di Crawther, del dolce Crawther,

gli aveva impedito di realizzare il film ch'egli voleva.

Ho perso anche questo processo e non so quante decine di milioni

dovrei sborsare <a quella perla del> signor Loving

rovinato da quella mia prima stesura

di un copione inadatto agli italiani medi.

<...>

Anche questa cosa te l'ho raccontata

in uno stile non poetico

perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.

Così è decaduta la stima per la poesia, tipica

delle infanzie che credono nell'eterno; illusione

che non affossa i nazionalismi, inconsciamente, credendo

(con infantile passione) nell'assolutezza

della lingua di una nazione; nel suo uso di canto o musica

(ch'è assolutamente assurda

appena passata la dogana); illusione

che non affossa neanche la logica e il classicismo

(un misero filologo può ricostruire tra parola e parola

- isolata e confitta nel silenzio - il discorso tagliato,

un povero discorso

senza idee, senza religione se non il culto

assai poco religioso, infine, della poesia nella letteratura).

Ma non solo è caduta

la stima per questa poesia

che è della storia <piccola> del mio tempo

(in cui mi trovo <incastrato>,

senza potervi sfilare un solo volto, anche il più estraneo,

un solo libro, anche il più dimenticato);

ma per la poesia stessa. Non è essa, dunque, che conta, mai.

<Almeno se concepita> come poesia.

La lingua dell'azione, della vita che si rappresenta

è così infinitamente più <affascinante>!

È essa che si ricostituisce - appena chiuso -

da un libro di versi: essa è prima e dopo:

in mezzo c'è un <veicolo espressivo>

che la evoca, ecco tutto. Opera di stregoni.

Solo l'amore per quella lingua del non-io che si esprime

con pari diritto, pari forza dell'io,

dà al poeta

l'abilità.

Ma la professione di poeta in quanto poeta

è sempre più insignificante. È proprio necessario

immettere quella lingua vivente in una lingua di convenzione,

perché poi si liberi, tornando quella che è, vivente, nel lettore?

Non sa, egli, dialogare con la realtà?

L'umile valore del poeta

è rievocarla così come egli la vede? Ma ciò è serio?

Perché non la contempla in silenzio,

- santo, e non letterato?

Tuttavia i giovani, cosa fanno,

nelle sere delle loro città di provincia,

o anche nelle grandi metropoli,

se non parlare di letteratura?

Coi loro passi <faziosi>, lungo le vie appena scoperte

cariche di sensi segreti e di storia?

Scoprendo i letterati, come le puttane o i misteri

di un quartiere, o le abitudini di una vita sociale

ch'è ormai loro, mentre è ancora dei padri

(che perciò preparano una guerra per mandarli a morire)?

Interrogandomi

alla luce del sole di Agosto a Manhattan deserto (come vi dicevo),

vengo a sapere che

io (che solo attraverso la letteratura ho potuto essere poeta)

non sono più un letterato.

Io ho in sorte

di ricordare brevi colli, su un fiume anch'esso

con acque blu molto trasparenti sui piccoli sassi,

tra ghiaie come ossari prima tra i magredi,

tristemente verdi, poi tra i vigneti

(folli l'estate, di umido, sfumato silenzio quasi orientale)

dei colli,

e infine tra bonifiche il cui odore

basta a scatenare, per due occhi selvaggi

e un grembo selvaggiamente puro, lo sfinimento che attanaglia

e fa venir voglia di morire.

Su quei grami colli - veri cimiteri, senza fiori -

si lottò contro i fascisti e i Tedeschi, e mio fratello,

come vi ho detto, vi ha lasciato i suoi diciannove anni,

come un falco che sapeva appena volare, e volava così bene.

Quello che voi, con una piega di ironico ma antipatico sorriso

(che vi sforma il volto falsamente sicuro, di malati)

chiamate, vistosamente sottolineandolo, l'«impegno»,

è, per una quindicina d'anni,

vissuto da parassita sulla gloria e il dolore di quei cimiteri.

Cioè, non è stato.

È ora, che esso comincia a essere.

Ora che quei cimiteri senza fiori

hanno anch'essi la loro fioritura.

<Per un'ansia d'impopolarità forse,

Anche il mio amico Moravia ha paura,

quando non vuol comprendere questo. E con lui,

e molto peggio di lui (che arcanamente è teso

in una imperterrita volontà di capire) tutti gli altri

che in Italia

hanno il nome e la funzione di «letterati».>

Tutti rinnegano quell'impegno con la taciuta,

nevrotica volontà di adularvi: chi lo fa con contrizione,

chi gonfiando il petto come una puttana.

Io non voglio ritornare a quei colli,

né come turista né come visitatore di tombe, sia chiaro.

Anch'io, anch'io li ho dimenticati.

E a ragione! Nella loro azione e nell'ideologia

che la dettava, come una forma di sublime catechismo,

ebbi la mia ribellione di giovane.

Vi ho preso forse

anche abitudini indelebili

di moralismo e dignità.

Ma non ci torno, in quei luoghi che ci sono ma <sono invisibili>.

...

A questo punto, <...> Non voglio commuovermi sulle mie ragioni,

cioè sul fatto

che non solo, l'«impegno»,

non è finito, ma che anzi, incomincia.

Mai l'Italia fu più odiosa.

<Oltretutto con il tradimento degli intellettuali,

con questo revisionismo del Partito Comunista, lupo

che stavolta veramente è agnello, - il compagno

Longo allo Spiegel aveva una faccia adulatrice di letterato

che si finge disperatamente in pari coi tempi,

respingendo così ogni violenza palingenetica del comunismo:

sì, anche il comunista è un borghese.

Questa è ormai la forma razziale dell'umanità.>

Forse, impegnarsi contro tutto questo

non vuol dire scrivere, da impegnati,

direi, ma vivere.

Quanto alle mie opere future, <...>

vedrai <...> un giovane arrivare un giorno

in una bella casa

dove un padre, una madre, un figlio e una figlia,

vivono da ricchi, in uno stato che non critica se stesso,

quasi fosse un tutto, la vita pura e semplice;

c'è anche una serva (di paesi sottoproletari); viene,

il giovane,

bello come un americano,

e subito, per prima, la serva si innamora di lui,

e si tira su le sottane. Egli <le dà la dolce

pesante rabbia del suo membro>. S'innamora, poi,

di lui, il figlio; dormono i due, nella stessa camera

del ragazzo, coi resti dell'infanzia; ed anche al figlio

egli dona il suo membro di seta, più adulto e potente;

e lo stesso dono, accondiscendente e generoso,

perché egli è colui che dà, egli farà alla madre,

adoratrice delle sue vesti, i calzoni, la maglietta,

gli slip, lasciati in uno chalet

in un caldo giorno d'estate, sul Tirreno;

e ancora lo stesso dono egli farà al padre, divenendo

padre del padre - poiché egli con ambigua dolcezza materna,

e, per nome, padre -

al padre svegliato all'alba

da un dolore che lo taglia a metà,

alla pancia, e scopre, alzandosi per andare in bagno

la bellezza muta delle quattro del mattino

col sole già folgorante... e scoprirà il suo amore

con la stessa meraviglia

con cui ha scoperto quel sole:

un amore come quello di Ilja Ilic per il suo servo

contadino e ragazzo; ma cosciente, e drammatico

perché egli il vecchio industriale con la faccia

di Orson Welles, è un piccolo borghese, e drammatizza tutto.

Lo stesso dono del membro, durante le ore

della malattia del padre - e prima che al padre -

egli farà alla figlia quattordicenne, innamorata

di suo padre, e che lo scopre, il giovane tutto amore,

attraverso gli occhi innamorati, appunto, del padre. Poi

il giovane se ne va:

la strada in fondo a cui scompare

resta deserta per sempre.

E ognuno, nell'attesa, nel ricordo,

come apostolo di un Cristo non crocefisso ma perduto,

ha la sua sorte.

È un teorema:

e ogni sorte è un corollario.

Le sorti sono quelle che sai,

quelle del mondo dove tu col tuo antipatico

sorriso anticomunista, e io col mio infantile odio

antiborghese, siamo fratelli:

ne sappiamo tutto!

Come prende una nevrosi d'ansia

e come una piccola vittima femmina di quattordici anni,

finisca nel letto di una clinica,

coi pugni così stretti che nemmeno uno scalpello

potrebbe scalzarli,

come un ragazzo parli tra sé come un matto

dipingendo e inventando nuove tecniche,

fino a diventare

un Giacometti, un Bacon,

con lo spettacolo dei suoi spettri figurativi

simboli della tragedia del mondo in un'anima malata

maleodorante del livore meschino del male; come

una donna di mezza età, bella ancora, e curata

non sappia dimenticare il Cristo della Chiesa

e insieme, una volta perduta,

non sappia resistere al desiderio di perdersi, ancora,

e così viva tra ragazzi facili e angoscie cristiane;

e come infine un padre

che aveva confuso la vita con il possesso,

una volta posseduto,

perda la vita, la butti via: doni cioè il suo possesso

- una fabbrica alla periferia della grande città -

ai suoi operai; e si perda nel deserto,

come gli Ebrei.

Casi di coscienza, tutti questi.

Ma la serva diventa, invece, una santa matta,

<...>

va nel cortile della sua vecchia casa sottoproletaria,

tace, prega, e fa miracoli,

guarisce gente,

mangia ortiche soltanto, finché i capelli le divengono verdi,

e infine, per morire,

si fa seppellire piangendo da una scavatrice,

e le sue lacrime rampollando dal fango

divengono una fonte miracolosa.

Prima del Padre e della Madre,

nel paradiso terrestre, c'era un Primo Padre,

è nella sua intimità che, <primamente>, siamo vissuti.

Ma poi, l'importante è stato l'amore della madre

con cui ci siamo identificati

perché non possiamo vivere

se non identificandoci con qualcuno. Non possiamo, quindi,

concepire amore che non abbia la dolcezza materna.

Quel primo Padre ha così dolcezza di Madre.

Ma in una famiglia borghese

egli non è più in grado

<che di scatenare drammi morali.

La religione, la religione del rapporto diretto con Dio

è ancora nel mondo anteriore a quello borghese>.

Gli operai stanno a guardare.

...

Ti tacerò, amico, quello che, in stasimi e episodi,

e cori al luogo delle dissolvenze

scriverò sul silenzio di Pilade,

che diverrà rivolta,

e tradimento,

contro l'amico della <sensuale> adolescenza, dal membro eretto,

Oreste, il principe socialista,

e il degenerare di alcune delle Furie purificate

e segregate sui monti festosi nel cielo e nel cielo perduti:

il ritorno di queste Furie regredite al vecchio stato

nella città liberata, con loro, dalla monarchia;

la regressione di Elettra,

lei figlia, che amò il padre Re, e ora è fascista come

si è fascisti nel cupo rimpianto di errate origini;

la fuga di Pilade nei monti delle Furie divenute Eumenidi,

le dee dei partigiani

e dell'amore improvviso che lega un partigiano a un altro partigiano;

la preparazione della lotta,

e il ritorno a capo di un esercito irregolare,

- il misterioso esercito dei monti;

l'alleanza tra Elettra fascista e Oreste liberale

e fautore di riforme,

nella città divenuta opulenta;

l'intervento di Atena

che protegge Elettra e Oreste figli della ragione

e li unisce, mettendo a tacere l'ululato

delle Furie antiche che vagano per la nuova città;

l'incertezza di Pilade

di fronte alla città arricchita

che non ha più bisogno di lui;

il suo incontro

nella notte della vigilia che precede la battaglia

col vecchio amico dell'adolescenza,

rimasto giovane,

bello come ai tempi dei loro primi amori

quando le donne erano sconosciute;

e il loro abbandonarsi a discorsi sull'amore e sull'anima

che nulla hanno a che fare con la realtà presente,

e che li accomuna;

e, infine, la solitudine di Pilade,

alla fine della notte,

che, prima dell'alba, dovrà pur prendere una decisione.

E poi, tu credi,

che si possa fare un sogno, non ricordarlo,

e avere da questo sogno, mutata la vita?

Tu credi che un padre possa fare un sogno, in cui

veda se stesso amare suo figlio,

non so sotto che vesti,

se del padre stesso ragazzo, o di un estraneo

che è il padre del padre (ragazzo)

o <l'identificazione> a sé della propria madre... Nessuno,

neanche io, saprà mai quel sogno.

Ma il padre ne avrà mutata tutta la vita.

Ricordi Eracle

che chiede al figlio di chiamare tutti i suoi compagni

più forti, e <di portarlo sulle spalle,

in cima al monte vicino alla città,

il monte della città>

quello ch'è meta di pellegrinaggi e di avventure di ragazzi

come succede nei mondi <preindustriali>?

E giunti lì in cima, il figlio e gli altri ragazzi,

avrebbero dovuto preparargli il rogo,

e farlo morire?

Entra in quel sogno, se sei padre.

Tu, padre, che magari innocentemente, sei complice

dei padri

<che vogliono liberarsi dei figli

mandandoli a morire in guerre che si combattono

nei luoghi dell'Alibi, l'estremo Oriente della storia>.

Qui, per una volta,

il padre non vuole la morte del figlio, ma il suo amore.

Diviene lui il figlio, e nel figlio, ragazzo, vede forse il padre,

e lo ama, non vuole ucciderlo, ma esserne ucciso,

non possederlo, ma esserne posseduto.

Sì, ma quel padre è un uomo borghese del nostro mondo,

ha un'industria sotto i monti della Brianza (festosi nel cielo

e nel cielo perduti):

come potrà accettare le conseguenze di quel sogno, del resto,

non ricordato?

Le accetterà <stravolgendole>. Sapendo e non sapendo.

Si farà cogliere dal figlio nudo sopra la madre.

Cercherà dei pretesti per colpire il figlio,

e, quindi, farsi colpire.

Aggredirà il figlio

per attirarlo su lui,

per essere il centro della sua vita.

Finché il figlio, il lieve figlio <mozartiano>,

<pacifista> e obiettore di coscienza, se ne andrà

dalla casa ricca,

avendo ascoltato dal padre delirante una dichiarazione d'amore.

Non lo odierà - ti dico - il ragazzo

(uno di quei ragazzi nuovi, tanto migliori di noi),

e, se avesse potuto farlo,

avrebbe dato al padre mendicante tutto il suo oro,

l'avrebbe posseduto come il ragazzo del popolo

possiede, per pochi dollari, colui che non ha forza d'essere uomo

e lo invoca dunque come un salvatore...

Se ne va, per le vie del mondo,

con una ragazza,

nient'altro che una puttana, e un amico:

né si saprà mai a chi vada il suo amore

benché egli, certamente, profonda il suo oro

sul grembo della ragazza.

Viene il padre, spia, lo trova, corrompe la ragazza,

sta a guardare dietro alla porta il loro amore,

scopre quello che il figlio

ha senza mistero, come ognuno ha,

eppure è in lui <orrendamente insopportabilmente misterioso>.

Non può il padre, vivere dopo aver visto quell'amore,

entra e colpisce a morte il figlio,

che esce piangendo e salutando la vita

dalla stanza di uno dei mille <...> coiti della sua vita.

Muore. E su lui morto il padre si china ad abbottonare

i calzoni aperti sul fulgore immacolato della canottiera.

<Il padre, dopo tanti anni>, come nei romanzi d'appendice,

conclude il lungo sogno della sua vita

sognando sul terrapieno di una stazione

come in un verso di Ginsberg.

Ecco.

Ecco, queste sono le opere che vorrei fare,

che sono la mia vita futura - ma anche passata

- e presente.

Tu sai, tuttavia te l'ho detto, anziano amico, padre

un po' intimidito dal figlio, ospite

alloglotta potente dalle umili origini,

che nulla vale la vita.

Perciò io vorrei soltanto vivere

pur essendo poeta

perché la vita si esprime anche solo con se stessa.

Vorrei esprimermi con gli esempi.

Gettare il mio corpo nella lotta.

Ma se le azioni della vita sono espressive,

anche l'espressione è azione.

Non questa mia espressione di poeta rinunciatario,

che dice solo cose,

e usa la lingua come te, povero, diretto strumento;

ma l'espressione staccata dalle cose,

i segni fatti musica,

la poesia cantata e oscura,

che non esprime nulla se non se stessa,

per una barbara e squisita idea ch'essa sia misterioso suono

nei poveri segni orali di una lingua.

Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani

tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente.

E, poiché non posso tornare indietro,

a fingermi un ragazzo barbaro,

che crede la sua lingua l'unica lingua del mondo,

e nelle sue sillabe sente misteri di musica

che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere

e letteraria follia, possono sentire

- in quanto poeta sarò poeta di cose.

Le azioni della vita saranno solo comunicate,

e saranno esse, la poesia,

poiché, ti ripeto, non c'è altra poesia che l'azione reale

(tu tremi solo quando la ritrovi

nei versi, o nelle pagine in prosa,

quando la loro evocazione è perfetta).

Non farò questo con gioia.

Avrò sempre il rimpianto di quella poesia

che è azione essa stessa, nel suo distacco dalle cose,

nella sua musica che non esprime nulla

se non la propria arida e sublime passione per se stessa.

Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti,

che io vorrei essere scrittore di musica,

vivere con degli strumenti

dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare,

nel paesaggio più bello del mondo, dove l'Ariosto

sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta

innocenza di querce, colli, acque e botri,

e lì comporre musica

l'unica azione espressiva

forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.

da Poesie inedite

[Mi destai d'improvviso, io ero solo]

Mi destai d'improvviso, io ero solo.

Conobbi l'assiuolo ai vecchi gemiti

che dal cielo battevano vicini

dentro il mio petto.

Con quel canto fui vivo nel silenzio.

Ma, perduto nei sogni, del mio corpo

nulla restava se non una delusa

morta memoria.

E anche tu (memoria, non immagine)

su di me, su quel canto sovrastavi

e facevi tremendo quel silenzio

non comparendo.

M'eri in dissoluzione nella buia

carne, nei sogni: una mortale spoglia

sperduta dietro questa vita; eppure

ti amavo sempre.

Introduzione

... el vuelo! el vuelo! el vuelo!
A. Machado

A Casarsa nasceva, un giorno, il sole:

e io dov'ero? Nella schiuma lieve

iridata del sonno, con il cuore

dentro un soave bozzolo di luce,

volavo. Estasiato, senza ali,

volavo a mezza strada tra la terra

e il cielo, volavo nella luce

delle campagne illuminate in sogno.

da Scartafaccio

Commosso sulla mia infelicità

Commosso sulla mia infelicità,

felice credo nel conforto della

parola che svela, che degrada.

Temo solo la morte, il puro fatto

della morte. Tutto il resto si gioca.

[Se qualcuno mi chiede (e qualcuno]

Se qualcuno mi chiede (e qualcuno

me lo chiede) dove vado con me

risponderei di non saperlo. Ho avuto

fin nel ventre materno, con la gioia,

questa sicurezza in una vera,

assoluta, inconoscibile irrealtà.

da L'hobby del sonetto

[C'era nel mondo - nessuno lo sapeva -]

C'era nel mondo - nessuno lo sapeva -

qualcosa che non aveva prezzo,

ed era unico; non c'era codice né Chiesa

che lo classificasse. Era nel mezzo

della vita e, per confrontarsi, non aveva

che se stesso. Non ebbe, per un pezzo

nemmeno senso; poi riempì l'intera

mia realtà. Era la tua gaiezza.

Quel bene hai voluto distruggerlo;

piano piano, con le tue stesse mani;

gaiamente: te n'è rimasto

un fondo, inalienabile: mi sfugge

il perché di tanta furia nel tuo animo

contro quel nostro amore così casto.

Benevento, 3 febbraio 1973



Anche esplosivi. [N.d.A.].

Sartre. [N. d. A.].

Pubblicata in Antologia poetica della Resistenza italiana, a cura di E. F. Accrocca e V. Volpini, Landi, Firenze, 1955.

Composta, su musica di Marcello Panni, per un recital di Laura Betti, Giro a vuoto n. 3, rappresentato per la prima volta a Milano il 12 novembre 1961; e pubblicata in Laura Betti, a cura di F. Crivelli, s. i. d. (ma 1963). Nel film La rabbia era recitata dalla voce fuori campo di Giorgio Bassani.

Pubblicata su «Nuovi Argomenti», luglio-dicembre 1980, a cura di Enzo Siciliano, con una nota del medesimo secondo il quale, nella maggior parte, questi versi sarebbero stati scritti nell'agosto del 1966. Ora in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993, con la seguente nota: «Siciliano precisa che Poeta delle Ceneri porta come primitivo titolo scritto a macchina Who is me, e una dicitura aggiunta a penna biro «Appendice al volume antologico di versi». Avvalendoci del riscontro sul dattiloscritto, abbiamo apportato alcune correzioni al testo di «Nuovi Argomenti», in particolare abbiamo restaurato (tra parentesi uncinate) un lungo brano che nel dattiloscritto non reca un chiaro segno di cancellatura, ma piuttosto un segno di incertezza. Abbiamo invece conservato i puntini di sospensione tra parentesi quadre già inseriti in «Nuovi Argomenti» quando le cancellature sono evidenti; abbiamo infine segnalato con <...> i luoghi dove l'autore prevedeva l'inserimento di parole o di versi che non sono mai stati scritti».

Prima delle Cinque poesie d'amore, risalenti agli anni 1945-1946, in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993.

Testo introduttivo del gruppo di poesie Via degli amori (1946), in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993.

Primo dei tre testi che compongono Scartafaccio 1948 in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993.

Fa parte della sezione Poesia con letteratura, in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993. I testi risalgono al 1951-1952 e rivisti nel 1964.

Fa parte della sezione L'hobby del sonetto in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993. I testi risalgono al 1971-1973.


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