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STORIA - memorialistica - Applebaum, Anne - Gulag

Italiana




Anne Applebaum

GULAG

Storia dei campi di concentramento sovietici



Scansione: Il cameriere del dottor Jaws

Correzione: filuc

Mondadori

Traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana

https: //www.librimondadori.it

ISBN 88-04-52651-3

Copyright (c) 2003 by Anne Applebaum

(c) 2004 Arnaldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

Titolo dell'opera originale: Gulag

I edizione marzo 2004

INDICE

Introduzione

Parte prima

LE ORIGINI DEL GULAG. 1917-1939

I Gli esordi bolscevichi

II "Il primo campo del Gulag"

III 1929, la grande svolta

IV Il canale del mar Bianco

V L'espansione dei campi

VI Il Grande terrore e le sue conseguenze

Parte seconda

VITA E LAVORO NEL GULAG

VII L'arresto

VIII La prigione

IX Trasferimento, arrivo, selezione

X La vita quotidiana

Zona: dietro il filo spinato, 211 - Rezim: regole di vita, 216 - Baraki: il luogo di abitazione, 220 - Banja: il bagno, 227 - Stolovaja: la sala da pranzo, 231

XI Il lavoro

Rabocaja zona: la zona di lavoro, 240 - KVC: la Sezione educativo-culturale, 255

XII Punizione e premio

SlZO: le celle di punizione, 266 - Poctovyj jascik: la casella postale, 271 - Dom svidanij: la Casa degli incontri, 275

XIII Le guardie

XIV I prigionieri

Urka: i criminali comuni, 303 - Kontrik e Bytovoj: i politici e i comuni, 313

XV Donne e bambini

XVI I moribondi

XVII Strategie di sopravvivenza

Tufta: fare finta di lavorare, 369 - Pridurok: cooperazione e collaborazione, 379 - Sancast': ospedali e medici, 388 - "Virtù quotidiane", 399

XVIII Ribellione e fuga

Parte terza

ASCESA E DECLINO

DEL COMPLESSO INDUSTRIALE DEI CAMPI. 1940-1986

La guerra

XIX

XX "Forestieri"

XXI L'amnistia, e il dopo

XXII L'apogeo del complesso industriale dei campi

XXIII La morte di Stalin

XXIV La rivoluzione degli zek

XXV Disgelo... e libertà

XXVI L'era dei dissidenti

XXVII Gli anni Ottanta: i monumenti abbattuti

Epilogo

Appendice

Note

Bibliografia

Glossario

Ringraziamenti

Indice dei nomi

GULAG

Questo libro è dedicato a quanti hanno descritto ciò che è successo

Nei terribili anni della ezovscina ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe". Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all'orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): "Ma lei può descrivere questo?". E io dissi: "Posso".

Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.

ANNA AHMATOVA, Requiem, 1° aprile 1957

Le parole russe in corsivo vengono riportate al singolare.

INTRODUZIONE

E il destino li rese tutti uguali

al di fuori della legge.

Figlio di kulak o comandante rosso

figlio di pope o commissario ...

Qui le classi erano tutte alla pari.

Tutti fratelli gli uomini, compagni di galera,

rutti col marchio di traditore.

ALEKSANDR TVARDOVSKIJ, Per diritto di memoria (1)

Questa è una storia del Gulag, una storia della vasta rete di campi di lavoro che un tempo erano disseminati in lungo e in largo in tutta l'Unione Sovietica, dalle isole del mar Bianco alle sponde del mar Nero, dal Circolo polare artico alle pianure dell'Asia centrale, da Murmansk a Vorkuta al Kazakistan, dal centro di Mosca alle periferie di Leningrado. La parola "Gulag" è l'acronimo di Glavnoe Upravlenie Lagerej, Amministrazione generale dei campi. Nel corso del tempo il termine è passato a indicare non soltanto l'amministrazione dei campi di concentramento, ma anche l'intero sistema sovietico di lavoro forzato, in tutte le sue forme e varianti: campi di lavoro, campi di punizione, campi per criminali comuni e politici, campi femminili, campi per bambini, campi di transito. In un'accezione ancora più ampia, Gulag denota ormai lo stesso sistema repressivo sovietico, l'insieme delle procedure che un tempo i prigionieri chiamavano "tritacarne": arresti, interrogatori, trasferimento in carri bestiame senza riscaldamento, lavoro coatto, distruzione di famiglie, anni trascorsi in esilio, morti precoci e inutili.

Il Gulag aveva dei precedenti nella Russia zarista, nelle squadre di lavoro coatto che dal diciassettesimo secolo all'inizio del ventesimo operarono in Siberia. Assunse la sua forma moderna e più nota quasi subito dopo la Rivoluzione russa, diventando parte integrante del sistema sovietico. Il terrore di massa contro oppositori reali o presunti fu un fattore determinante della rivoluzione fin dall'inizio; già nell'estate del 1918 Lenin, il leader della rivoluzione, aveva chiesto che gli "elementi inaffidabili" venissero rinchiusi in campi di concentramento fuori dalle città più importanti (2). Vennero quindi imprigionati numerosi aristocratici, commercianti e altri definiti "nemici" potenziali. Nel 1921 c'erano 84 campi di prigionia disseminati in 43 province, per la maggior parte destinati a "riabilitare" questi primi "nemici del popolo".

Dal 1929 i campi assunsero un nuovo significato. Quell'anno Stalin decise di avvalersi del lavoro coatto per accelerare l'industrializzazione dell'Unione Sovietica e per estrarre le risorse naturali nell'estremo nord del paese, quasi inabitabile. Quell'anno, inoltre, la polizia segreta cominciò ad assumere il controllo sul sistema penale sovietico, sottraendo a poco a poco all'autorità delle istituzioni giudiziarie tutti i campi e le prigioni del paese. Grazie agli arresti di massa del 1937 e del 1938, i campi entrarono in un periodo di rapida espansione. Alla fine degli anni Trenta se ne trovavano in ciascuna delle dodici fasce di fuso orario sovietiche.

Contrariamente a quanto si è soliti ritenere, dopo gli anni Trenta il Gulag non cessò di svilupparsi, anzi continuò a espandersi per tutta la Seconda guerra mondiale, raggiungendo l'apice all'inizio degli anni cinquanta. In quell'epoca i campi svolgevano ormai una funzione fondamentale nell'economia sovietica. Fornivano un terzo dell'oro del paese, buona parte del suo carbone e legname, e molto di tutto il resto. Nel corso dell'esistenza dell'Unione Sovietica sorsero almeno 476 diversi complessi di campi, costituiti da migliaia di campi singoli, ciascuno dei quali ospitava da qualche centinaio a molte migliaia di persone (3). 1 prigionieri lavoravano in quasi tutti i settori produttivi: taglio del legname, industria estrattiva, edilizia, agricoltura, allevamento, progettazione di aeroplani e artiglieria, e in realtà vivevano in un paese nel paese, quasi in una civiltà separata. Il Gulag aveva le sue leggi, le sue usanze, la sua morale, persino il suo gergo. Produceva una propria letteratura, con i suoi cattivi e i suoi eroi, e lasciava il segno su tutti coloro che vi passavano, fossero prigionieri o guardie. Anni dopo essere stati rilasciati, gli abitanti del Gulag spesso riuscivano a riconoscere per strada gli ex detenuti soltanto "dal loro sguardo".

Tali incontri erano frequenti, perché nei campi l'avvicendamento era rapido. Se gli arresti erano continui, lo erano anche i rilasci. I prigionieri venivano liberati perché avevano scontato la pena, perché si arruolavano nell'Armata rossa, perché erano invalidi o donne con bambini piccoli, perché erano stati promossi dalla condizione di detenuti a quella di guardie. Di conseguenza, il numero totale delle persone rinchiuse nei campi oscillava intorno ai 2 milioni, ma la cifra complessiva dei cittadini sovietici con qualche esperienza "concentrazionaria", come prigionieri politici o comuni, era assai più alta. Dal 1929, quando il Gulag cominciò a espandersi in modo significativo, fino al 1953, anno della morte di Stalin, secondo le valutazioni più attendibili passarono per questo mastodontico sistema circa 18 milioni di persone. Altre 6 milioni circa erano state mandate in esilio, deportate nei deserti del Kazakistan o nelle foreste siberiane. Anche loro, obbligate per legge a restare nei villaggi in cui erano confinate, potevano considerarsi lavoratori coatti, sebbene non vivessero dietro il filo spinato. (4)

I campi, come sistema di lavoro forzato di massa in cui erano coinvolti milioni di persone, scomparvero quando Stalin morì. Egli aveva creduto per tutta la vita che il Gulag fosse essenziale per lo sviluppo economico sovietico, ma i suoi eredi politici sapevano bene che, in realtà, era fonte di arretratezza e assorbiva investimenti. Pochi giorni dopo la morte del dittatore i suoi successori cominciarono a smantellarlo. Tre importanti rivolte, insieme a innumerevoli incidenti minori ma non meno pericolosi, contribuirono ad accelerare il processo.

I campi, però, non sparirono del tutto. Piuttosto si evolsero. Negli anni Settanta e all'inizio degli anni Ottanta alcuni di essi vennero ristrutturati e riadattati per potervi rinchiudere una nuova generazione di attivisti democratici, nazionalisti antisovietici e criminali. Grazie alla rete sovietica dei dissidenti e al movimento internazionale per i diritti civili, in Occidente giungevano con regolarità informazioni su questi campi post-staliniani. A poco a poco assunsero una certa importanza nella diplomazia della guerra fredda. Negli anni Ottanta il presidente americano Ronald Reagan e il suo omologo sovietico Mihail Gorbacev ne discutevano ancora. Solo nel 1987 Gorbacev, egli stesso nipote di prigionieri del Gulag, cominciò a smantellare completamente i campi politici dell'Unione Sovietica.

In ogni caso, anche se durarono quanto la stessa Unione Sovietica, e anche se vi passarono molti milioni di persone, fino a poco tempo fa la vera storia di questi campi di concentramento non era ben conosciuta. In certa misura non lo è nemmeno oggi. Persino i fatti nudi e crudi menzionati sopra, seppure ormai noti alla maggior parte degli studiosi occidentali di storia sovietica, non sono ancora filtrati nella coscienza dell'opinione pubblica occidentale. "La conoscenza umana non si accumula come i mattoni di un muro, che cresce regolarmente grazie al lavoro del muratore" ha scritto una volta lo storico del comunismo francese Pierre Rigoulot. "Il suo sviluppo, ma anche il suo ristagno o arretramento, dipende dal contesto sociale, culturale e politico." (5)

Si potrebbe affermare che il contesto sociale, culturale e politico per la conoscenza del Gulag non esiste ancora.

Mi sono resa conto per la prima volta di questo problema molti anni fa, mentre attraversavo il ponte Carlo, un'importante attrazione turistica di Praga, da poco tornata alla democrazia. Lungo il ponte c'erano artisti di strada e borseggiatori, e più o meno ogni cinque metri qualcuno vendeva proprio quello che ci si aspetterebbe di trovare in vendita in un tale luogo da cartolina. C'erano in mostra quadri di strade ben tenute, bigiotteria e portachiavi con la scritta "Praga". In mezzo al ciarpame si potevano acquistare accessori d'abbigliamento dell'esercito sovietico: berretti, galloni, fibbie e spilline, piccoli ritratti di Lenin e Breznev che un tempo gli scolari sovietici portavano appuntati sulla divisa.

La visione mi colpì per la sua stranezza. La maggior parte delle persone che compravano oggettini dell'esercito sovietico erano americani o europei occidentali. Tutti avrebbero provato ripugnanza all'idea di portare una svastica, ma nessuno trovava strano indossare una maglietta o un berretto con la falce e il martello. Era un'osservazione di secondaria importanza, ma a volte è proprio attraverso tali piccoli dettagli che si comprende meglio il clima culturale. In quel caso, infatti, la lezione non poteva essere più chiara: mentre il simbolo di una strage di massa ci riempie di orrore, il simbolo dì un'altra strage di massa ci diverte.

La scarsità di immagini dello stalinismo nella cultura popolare occidentale può spiegare, almeno in parte, perché tra i turisti di Praga non c'è grande sensibilità sull'argomento. La guerra fredda ha prodotto James Bond e le spy-story, e russi caricaturali come quelli che compaiono nei film di Rambo, ma nulla di ambizioso come Schindler's List o La scelta di Sophie. Steven Spielberg, forse il regista più importante di Hollywood (che vi piaccia o no), ha deciso di fare film sui campi di concentramento giapponesi (L'impero del sole) e nazisti, ma non sui campi di concentramento staliniani, che non hanno catturato nello stesso modo l'immaginazione della Mecca del cinema.

Nemmeno il mondo degli intellettuali è stato molto più aperto al riguardo. Il fatto di aver dimostrato manifesto favore verso il nazismo, un entusiasmo di breve durata maturato prima che Hitler commettesse le atrocità più efferate, ha danneggiato gravemente la reputazione di Martin Heidegger. Invece la reputazione di Jean-Paul Sartre non ha affatto sofferto per il favore da lui dichiarato con aggressività nei confronti dello stalinismo nel dopoguerra, quando chiunque fosse interessato aveva a disposizione moltissime prove delle atrocità perpetrate da Stalin. "Dato che non eravamo membri del Partito" ha scritto una volta Sartre "non avevamo il dovere di scrivere dei campi di lavoro sovietici; eravamo liberi di tenerci al di fuori delle dispute sulla natura del sistema, poiché non si verificavano eventi di significato sociologico." (6) In un'altra occasione disse ad Albert Camus: "Io trovo inammissibili questi campi, come voi, ma è altrettanto inammissibile l'uso giornalistico che ne fa la stampa borghese". (7)

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica qualcosa è cambiato. Nel 2002, per esempio, il romanziere Martin Amis è stato talmente turbato da Stalin e dallo stalinismo da scrivere un libro sull'argomento. La sua opera ha indotto altri scrittori a chiedersi perché fossero così pochi i politici di sinistra e i letterati simpatizzanti ad aver affrontato la questione. (8) Altre cose invece non sono cambiate. Può accadere ancora che un professore universitario americano pubblichi un libro in cui afferma che le epurazioni degli anni Trenta sono state utili, perché hanno favorito l'aumento della mobilità sociale e quindi hanno gettato le basi per la perestrojka. (9) E che un direttore editoriale britannico rifiuti un articolo perché "troppo antisovietico". (10) Ma la reazione più diffusa rispetto al terrore staliniano è la noia o l'indifferenza. In una recensione, peraltro onesta, a un mio libro sulle repubbliche occidentali dell'ex Unione Sovietica negli anni Novanta, si legge la seguente frase: "Fu lì che ebbe luogo la carestia del Terrore degli anni Trenta, in cui Stalin uccise più ucraini degli ebrei trucidati da Hitler. Eppure quanti occidentali se ne ricordano? In fondo la strage fu così... così noiosa e manifestamente priva di drammaticità". (11)

Sono piccole cose: l'acquisto di un oggettino, la reputazione di un filosofo, l'esistenza o l'inesistenza di film di Hollywood. Messe però tutte insieme fanno una storia. Dal punto di vista intellettuale, americani ed europei occidentali sanno che cosa accadde in Unione Sovietica. Il celebrato romanzo di Aleksandr Solzenicyn sulla vita nei campi, Una giornata di Ivan Denisovic, nel 1962-1963 è stato pubblicato in molte nazioni in Occidente. Anche il suo libro sui campi basato sulle testimonianze orali, Arcipelago Gulag, quando uscì in diverse lingue nel 1973, suscitò molti commenti. Anzi, in alcuni paesi Arcipelago Gulag ha provocato una piccola rivoluzione intellettuale, soprattutto in Francia, dove ha convertito a una posizione antisovietica interi settori della sinistra. Negli anni Ottanta, il periodo della glasnost', sono state fatte molte altre rivelazioni sul Gulag, e anch'esse hanno ricevuto all'estero la debita pubblicità.

Ciononostante, in molta gente i crimini di Stalin non provocano la stessa reazione viscerale di quelli di Hitler. Ken Livingstone, ex parlamentare britannico e ora sindaco di Londra, una volta si è sforzato di spiegarmi la differenza. Sì, i nazisti erano "malvagi", mi ha detto. L'Unione Sovietica invece era "deviata". Questa opinione riecheggia la sensazione di molti, persino di quelli che non aderiscono alla vecchia sinistra: l'Unione Sovietica aveva, per così dire, qualcosa di sbagliato, ma non di così sbagliato come la Germania hitleriana.

Fino a poco tempo fa si poteva spiegare questa mancanza di sensibilità riguardo alla tragedia del comunismo come logica conseguenza di un particolare complesso di circostanze. Una di esse è il tempo che passa: con il passare degli anni i regimi comunisti sono diventati davvero meno deprecabili. Nessuno aveva molta paura del generale Jaruzelski, e nemmeno di Breznev, anche se entrambi furono responsabili di terribili devastazioni. Un'altra circostanza era l'assenza di un solido apparato di informazioni, supportato da ricerche d'archivio. La penuria di studi accademici sull'argomento per molto tempo è dipesa dalla scarsità delle fonti. Gli archivi erano chiusi. L'accesso alle località dei campi proibito. Le telecamere della televisione non hanno mai ripreso i campi sovietici o le loro vittime, come era accaduto in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale. E l'assenza di immagini ha comportato una minore possibilità di comprendere.

Ma anche l'ideologia ha distorto il modo in cui abbiamo compreso la storia sovietica e quella europea. (12) Una piccola parte della sinistra occidentale si è sforzata di spiegare e talvolta di giustificare i campi e il terrore che li aveva prodotti, dagli anni Trenta in poi. Nel 1936, quando milioni di contadini sovietici erano già rinchiusi nei campi di lavoro forzato o vivevano confinati, i socialisti britannici Sidney e Beatrice Webb hanno pubblicato un ampio studio sull'Unione Sovietica, che fra l'altro spiegava come il "contadino russo, così pervicacemente asservito, riesce gradualmente ad acquistare ... un senso di libertà politica". (13) All'epoca dei processi farsa di Mosca, mentre Stalin condannava arbitrariamente ai campi migliaia di membri del Partito innocenti, Bertolt Brecht disse al filosofo Sidney Hook: "Più innocenti sono, più meritano di morire". (14)

Ancora negli anni Ottanta c'erano professori universitari che continuavano a descrivere i vantaggi del sistema sanitario tedesco orientale o le iniziative di pace polacche, e attivisti che provavano imbarazzo per lo scalpore e il disagio suscitato dai dissidenti internati nei campi di prigionia est-europei. Forse accadeva perché ai filosofi fondatori della sinistra occidentale, Marx ed Engels, si richiamavano anche i fondatori dell'Unione Sovietica. Pure il lessico era sostanzialmente lo stesso: masse, lotta di classe, proletariato, sfruttati e sfruttatori, proprietà dei mezzi di produzione. Condannare in modo troppo radicale l'Unione Sovietica avrebbe significato condannare una parte di ciò che un tempo era caro a certe componenti della sinistra occidentale.

Ma non erano solo l'estrema sinistra e nemmeno soltanto i comunisti occidentali a essere tentati di trovare per i crimini di Stalin giustificazioni che non avrebbero mai cercato per quelli di Hitler. Gli ideali comunisti - la giustizia sociale, l'eguaglianza - sono per la maggior parte degli occidentali assai più attraenti del richiamo hitleriano al razzismo e al trionfo dei forti sui deboli. Anche se nella pratica l'ideologia comunista significava qualcosa di molto diverso, per gli intellettuali figli delle rivoluzioni francese e americana era più difficile condannare un sistema che, almeno in apparenza, somigliava al loro. Forse questo contribuisce a spiegare perché fin dal primo momento i racconti dei testimoni diretti dei Gulag venivano spesso minimizzati e respinti proprio dalla stessa gente cui non sarebbe mai venuto in mente di mettere in discussione la validità delle testimonianze dell'Olocausto scritte da Primo Levi o Elie Wiesel. Dalla Rivoluzione russa in poi, chiunque volesse informarsi poteva accedere senza difficoltà ai dati ufficiali sui campi di concentramento: il rapporto sovietico più famoso su uno dei primi campi, quello del canale del mar Bianco, fu persino pubblicato in inglese. L'ignoranza da sola non può spiegare perché gli intellettuali occidentali decisero di evitare l'argomento.

La destra occidentale, d'altra parte, si è battuta per condannare i crimini sovietici, ma talora con sistemi che nuocevano alla sua stessa causa. L'uomo che danneggiò di più la causa dell'anticomunismo fu senza dubbio il senatore americano Joe McCarthy. Documenti recenti in cui si dimostra che alcune delle sue accuse erano fondate non cambiano gli effetti della sua zelante persecuzione contro i personaggi famosi americani sospettati di simpatie per il comunismo: i suoi processi pubblici ai filocomunisti finirono per conferire alla causa dell'anticomunismo un carattere sciovinista e intollerante. (15) Alla fine, le sue azioni non favorirono la ricerca storica neutrale più di quelle dei suoi oppositori.

Eppure, non tutti i nostri atteggiamenti verso il passato sovietico possono essere fatti risalire all'ideologia politica. Anzi, in realtà molti sono un sottoprodotto dei nostri ricordi della Seconda guerra mondiale. Attualmente abbiamo la salda convinzione che la Seconda guerra mondiale sia stata del tutto giusta, e sono in pochi a desiderare di veder traballare tale convinzione. Ricordiamo il D-Day, la liberazione dei campi di concentramento nazisti, i bambini che davano il benvenuto ai soldati americani acclamandoli per la strada. Nessuno vuole sentirsi raccontare che la vittoria degli Alleati ha avuto un'altra faccia, una faccia oscura, né che i campi di Stalin, nostro alleato, vasti proprio come quelli di Hitler, il nostro nemico, si espandevano. Ammettere che quando gli Alleati occidentali, dopo la guerra, rimpatriarono a forza migliaia di russi mandandoli a morte certa, e che quando a Jalta consegnarono milioni di persone al dominio sovietico forse aiutarono altri a commettere crimini contro l'umanità minerebbe la purezza morale dei nostri ricordi di quell'epoca. Nessuno vuole pensare che abbiamo sconfitto uno sterminatore con l'aiuto di un altro. Nessuno vuole ricordare quanto questo sterminatore andava d'accordo con gli uomini di Stato occidentali. "Ho una sincera predilezione per Stalin. È sempre stato di parola" ha confidato a un amico il ministro degli Esteri britannico Anthony Eden. (16) Esistono moltissime fotografie che ritraggono insieme Stalin, Churchill e Roosevelt, tutti sorridenti.

E, per finire, la propaganda sovietica ha sortito degli effetti. I tentativi di sollevare dei dubbi sulle opere di Solzenicyn, per esempio, ritraendolo come un pazzo, un antisemita o un ubriacone, hanno avuto un certo impatto. (17) Le pressioni sovietiche su studiosi e giornalisti occidentali hanno contribuito a deviarne le opere. Negli anni Ottanta, quando in un'università americana studiavo la storia russa, alcuni conoscenti mi dissero di non prendermi la pena di continuare dopo la laurea, perché c'erano troppe difficoltà; in quell'epoca, chi scriveva "in favore" dell'Unione Sovietica otteneva con maggiore facilità accesso agli archivi e alle informazioni ufficiali nonché visti per periodi di soggiorno più lunghi nel paese. Chi non lo faceva rischiava l'espulsione e di conseguenza difficoltà professionali. Va da sé che a nessun cane sciolto era consentito l'accesso a qualsiasi tipo di materiale relativo ai campi di Stalin o al sistema carcerario post-staliniano. L'argomento semplicemente non esisteva, e chi frugava troppo in profondità perdeva il diritto di restare nel paese.

Tutte queste spiegazioni, messe insieme, un tempo avevano un qualche senso. La prima volta che ho cominciato a pensare sul serio all'argomento, nel 1989, mentre il comunismo stava crollando, ne vedevo la logica persino io: sembrava naturale, ovvio, che dovessi conoscere molto poco riguardo all'Unione Sovietica di Stalin, la cui storia segreta rendeva tutto ancora più intrigante. Oltre dieci anni dopo, il mio modo di pensare è molto cambiato. Ora la Seconda guerra mondiale appartiene a una generazione precedente. Anche la guerra fredda è finita, e le alleanze e i parametri da essa prodotti sono mutati per sempre. La sinistra e la destra occidentali adesso discutono di questioni del tutto diverse. Allo stesso tempo, l'emergenza di nuove minacce terroristiche contro la civiltà occidentale rende sempre più necessario studiare le antiche minacce comuniste all'Occidente.

In altre parole, il "contesto sociale, culturale e politico" oggi è cambiato, e si accede con molta più facilità alle informazioni sui campi. Alla fine degli anni Ottanta l'Unione Sovietica di Mihail Gorbacev è stata inondata di documenti relativi al Gulag. Per la prima volta i giornali pubblicavano storie sulla vita nei campi di concentramento sovietici. Le nuove rivelazioni aumentavano in modo vertiginoso la vendita delle riviste. Vecchie discussioni riguardo alle cifre - quanti erano i morti, quanti gli arrestati - si sono riaccese. Gli storici russi e le società storiche guidati dall'Associazione Memorial di Mosca, hanno cominciato a pubblicare monografie, storie di singoli campi e persone, stime sulle vittime, elenchi di nominativi dei morti. I loro sforzi sono stati ripresi e amplificati dagli storici delle ex repubbliche sovietiche e dei paesi un tempo membri del patto di Varsavia, e in seguito anche dagli storici occidentali.

Nonostante le molte interruzioni, in Russia la ricerca riguardo al passato sovietico continua ancora oggi. A dire il vero, il primo decennio del ventunesimo secolo è molto diverso dagli ultimi del ventesimo, e la ricerca storica non è più un argomento di primo piano nella vita culturale russa e non suscita lo stesso scalpore di un tempo. La maggior parte degli studi effettuati da ricercatori, russi e non, consiste in un paziente lavoro di indagine, che comporta il vaglio di migliaia di singoli documenti, ore trascorse in archivi freddi e pieni di correnti d'aria, giornate passate a cercare fatti e cifre. Ma questo lavoro comincia a produrre risultati. Piano piano, con pazienza, l'Associazione Memorial non solo ha messo insieme la prima guida ai nomi e ai luoghi di tutti i campi noti, ma ha anche pubblicato una innovativa serie di libri storici e organizzato un archivio immenso di racconti orali e scritti dei sopravvissuti. Insieme ad altri, l'Istituto Saharov e la casa editrice Vozvrasèenie (il nome significa "ritorno") hanno dato ampia diffusione ad alcuni di questi memoriali. Le riviste accademiche russe e la stampa istituzionale hanno inoltre cominciato a pubblicare monografie basate su documenti nuovi, e raccolte degli stessi documenti. Un lavoro analogo viene condotto anche altrove, in particolare dalla Fondazione Karta in Polonia, e dai musei storici in Lituania, Lettonia, Estonia, Romania e Ungheria; e da un gruppetto di studiosi americani ed europei occidentali che hanno tempo ed energia per lavorare negli archivi dell'ex Unione Sovietica.

Mentre effettuavo ricerche per questo libro ho esaminato i loro studi, e altri due tipi di fonti che dieci anni fa sarebbero state inaccessibili. La prima è la marea di nuovi memoriali che hanno cominciato a uscire in Russia, America, Israele, Europa orientale e altrove negli anni Ottanta. Me ne sono ampiamente servita per il mio testo. Nel passato, alcuni studiosi dell'Unione Sovietica mostravano diffidenza nei confronti del materiale memorialistico sul Gulag, perché sostenevano che gli scrittori sovietici di memorie distorcevano le proprie storie per motivi politici, che di solito le componevano molti anni dopo essere stati rilasciati, e che spesso, quando la memoria li tradiva, ricorrevano a narrazioni di altri. Tuttavia, dopo aver letto centinaia di testi di memorie sui campi e aver intervistato una ventina di sopravvissuti, mi sono convinta che era possibile fare una cernita escludendo le testimonianze in apparenza poco plausibili, o plagiate, o politicizzate. Mi sono convinta inoltre che, sebbene non si possa fare affidamento sulle memorie per quanto riguarda i nomi, le date e le cifre, tuttavia esse costituiscono una fonte inestimabile di informazioni di altro genere, in particolare per quanto riguarda alcuni aspetti essenziali della vita nei campi: i rapporti tra i prigionieri, i conflitti tra gruppi, il comportamento di guardie e amministratori, l'importanza della corruzione, persino l'esistenza di amore e di passione. Ho fatto volutamente ricorso a uno scrittore in particolare, Varlam Salamov, che ha scritto una versione romanzata della sua vita nei campi, perché i suoi racconti si basano su fatti realmente accaduti.

Per quanto possibile, ho anche supportato le memorie con ampie ricerche d'archivio, una fonte a cui - benché la cosa possa sembrare paradossale - non tutti amano attingere. Come risulterà chiaro dalla lettura di questo libro, l'influenza della propaganda in Unione Sovietica era talmente forte da alterare la percezione della realtà. Quindi in passato gli scrittori avevano tutte le ragioni per non fidarsi dei documenti sovietici pubblicati in forma ufficiale, che spesso celavano in modo deliberato la verità. Ma i documenti segreti, quelli oggi conservati negli archivi, avevano un'altra funzione. Per gestire i suoi campi, l'amministrazione del Gulag era costretta a tenere registrazioni di un certo tipo. A Mosca avevano necessità di sapere che cosa accadeva nelle province, le province dovevano ricevere istruzioni dall'amministrazione centrale, bisognava elaborare delle statistiche. Questo non vuol dire che gli archivi siano affidabili in assoluto - i burocrati avevano le loro ragioni per distorcere anche i fatti più banali -, ma se utilizzati con criterio possono spiegare certi aspetti della vita nei campi di cui è impossibile sapere qualcosa dalle memorie. Soprattutto, contribuiscono a spiegare perché venivano edificati i campi, o almeno che cosa si aspettava di ricavarne il regime staliniano.

È vero anche che gli archivi sono assai più variegati di quanto molti prevedessero, e che raccontano la vita dei campi da tante prospettive diverse. Per esempio, ho potuto accedere all'archivio dell'amministrazione del Gulag, conservato all'Archivio di Stato di Mosca, che contiene i rapporti degli ispettori, i rendiconti finanziari, le lettere dei direttori dei campi ai loro sovrintendenti a Mosca, le relazioni sui tentativi di evasione e gli elenchi degli spettacoli musicali rappresentati nei teatri dei campi. Ho consultato anche verbali di riunioni di Partito e documenti raccolti in una sezione della osobaja papka di Stalin, il suo "archivio personale". Con l'aiuto di altri storici russi sono riuscita a esaminare alcuni documenti degli archivi militari sovietici, nonché gli archivi delle scorte dei convogli, contenenti per esempio gli elenchi dei prigionieri arrestati che erano autorizzati a trasportare. Fuori Mosca, ho avuto anche accesso ad alcuni archivi locali, a Petrozavodsk, Arcangelo, Syktyvkar, Vorkuta e alle isole Soloveckie, dove erano registrati giorno per giorno gli avvenimenti della vita dei campi, oltre all'archivio del Dmitlag (il campo da cui fu edificato il canale Moscova-Volga), conservato a Mosca. Tutti contengono relazioni sulla vita quotidiana nei campi, moduli di ordinazione, fascicoli personali dei detenuti. A un certo punto mi hanno offerto svariati documenti dell'archivio di Kedrovyj Sor, una piccola sezione di Inta, campo minerario a nord del Circolo polare artico, chiedendomi cortesemente se volevo acquistarli.

Tali fonti, messe insieme, danno la possibilità di parlare dei campi in un'ottica nuova. In questo libro non ho più avuto bisogno di confrontare le "affermazioni" di un gruppetto di dissidenti con quelle del governo sovietico. Non ho dovuto cercare il giusto mezzo tra le relazioni dei rifugiati e i rapporti dei funzionari sovietici. Anzi, per descrivere l'accaduto ho potuto utilizzare il linguaggio di persone molto diverse tra loro, guardie, poliziotti, detenuti di vario genere che scontavano condanne diverse in epoche diverse. Questo libro non è incentrato sulle emozioni e le valutazioni politiche che hanno a lungo contrassegnato la storiografia dei campi di concentramento sovietici, quanto piuttosto sull'esperienza delle vittime.

Questa è una storia del Gulag. Con ciò intendo dire che è una storia dei campi di concentramento sovietici: delle loro origini durante la Rivoluzione bolscevica, della loro evoluzione fino a diventare un settore di primo piano dell'economia sovietica, del loro smantellamento dopo la morte di Stalin. È anche un'analisi del retaggio del Gulag: senza dubbio, i rituali e le norme applicati nei campi di prigionia per politici e criminali degli anni Settanta e Ottanta derivavano direttamente da quelli creati in epoca precedente, e per questo ho capito che andavano trattati insieme.

Al tempo stesso, questo è un libro sulla vita nel Gulag, e quindi racconta la storia dei campi in due modi. La prima e la terza parte sono cronologiche, cioè descrivono l'evoluzione dei campi e la loro amministrazione in forma narrativa. La seconda tratta in modo tematico vari aspetti della vita nei campi. Pur se la maggioranza degli esempi e delle citazioni della seconda parte riguarda gli anni Quaranta, il decennio in cui i campi raggiunsero la massima espansione, ho fatto riferimento pure a esperienze precedenti e successive, senza un ordine cronologico. Certi aspetti della vita nei campi si sono sviluppati nel tempo, e ho ritenuto che fosse importante spiegare come è accaduto.

Dopo aver detto che cos'è questo libro, vorrei anche precisare che cosa non è: non è una storia dell'URSS, una storia delle epurazioni, o una storia della repressione in generale. Non è una storia del dominio di Stalin, del suo Politbjuro, o della sua polizia segreta, di cui ho cercato deliberatamente di semplificare il più possibile la complessa vicenda amministrativa. Anche se mi sono servita degli scritti dei dissidenti sovietici, spesso prodotti in situazione di estrema tensione e con grande coraggio, questo libro non offre una storia completa del movimento sovietico per i diritti umani. In tal senso, non rende piena giustizia nemmeno alla storia di specifiche nazioni e categorie di detenuti, fra gli altri i prigionieri di guerra polacchi, i baltici, gli ucraini, i ceceni, i tedeschi e i giapponesi, che hanno sofferto sotto il regime sovietico, tanto nei campi quanto fuori. Non esamina a fondo le stragi di massa del 1937-38, che avvennero soprattutto all'esterno dei campi, o il massacro di migliaia di ufficiali polacchi a Katyn' e altrove. Dato che si tratta di un'opera destinata a un vasto pubblico e non presuppone una conoscenza approfondita della storia sovietica, questi fenomeni e avvenimenti verranno ricordati. Sarebbe però stato impossibile rendere giustizia a tutto in un solo volume.

La cosa forse più importante è che questo libro non rende giustizia alla storia dei "confinati speciali", milioni di persone rastrellate nello stesso momento e per le stesse ragioni dei prigionieri del Gulag, ma che poi anziché nei campi vennero mandate in esilio in villaggi remoti, dove morirono a migliaia per la fame, il freddo e la fatica. Alcuni furono esiliati negli anni Trenta per ragioni politiche, tra i quali i kulaki o contadini ricchi. Altri negli anni Quaranta per la loro etnia, tra i quali i polacchi, i baltici, gli ucraini, i tedeschi del Volga e i ceceni. Essi subirono diversi destini in Kazakistan, Asia centrale e Siberia, troppo diversi e molteplici per riunirli in uno studio sul sistema dei campi. Ho deciso di citarli, forse in modo arbitrario, quando le loro esperienze mi sembravano particolarmente simili o significative rispetto alle esperienze dei prigionieri del Gulag. Ma sebbene la loro storia sia intimamente legata a quella del Gulag, raccontarla per intero richiederebbe un altro saggio, esteso come questo. Spero che qualcuno presto lo scriverà.

Anche se questo è un libro sui campi di concentramento sovietici, è impossibile parlare di questi ultimi come di un fenomeno isolato. Il Gulag si è esteso e sviluppato in un momento e in un luogo precisi, in concomitanza con altri avvenimenti, e si colloca all'interno di tre contesti. A rigor di termini, il Gulag rientra 1) nella storia dell'Unione Sovietica, 2) nella storia internazionale e russa di prigioni ed esilio, e 3) nel particolare clima culturale dell'Europa continentale a metà del ventesimo secolo, che ha dato origine anche ai campi di concentramento nazisti in Germania.

Quando dico "rientra nella storia dell'Unione Sovietica" intendo una cosa molto specifica: il Gulag non è emerso dal nulla pienamente formato, perché in realtà ha sempre riflesso i criteri generali della società circostante. Se i campi erano sporchi, se le guardie erano brutali, se le squadre di lavoro erano negligenti, dipendeva anche dal fatto che in altre sfere della vita sovietica abbondavano la sporcizia, la brutalità e la negligenza. E nemmeno può sorprendere che nei campi la vita fosse orribile, insopportabile, inumana, i tassi di mortalità elevati. In certi periodi, la vita in Unione Sovietica era altrettanto orribile, insopportabile, inumana, e i tassi di mortalità fuori dai campi erano elevati come al loro interno.

Inoltre, non è certo un caso se i primi campi sovietici furono allestiti subito dopo la Rivoluzione russa, cruenta, violenta e caotica. Durante la rivoluzione e in seguito, negli anni del terrore e della guerra civile, in Russia molti ritenevano che la civiltà fosse stata compromessa per sempre. Lo storico Richard Pipes ha scritto: "Le sentenze di morte erano pronunciate in modo arbitrario: le persone venivano fucilate senza alcuna ragione apparente, oppure rilasciate in modo altrettanto casuale". (18) Dal 1917 in poi, la scala di valori di un'intera società fu capovolta; la ricchezza e l'esperienza accumulate in una vita erano considerate un difetto, divenne di moda chiamare il furto "nazionalizzazione", l'omicidio era considerato un atto accettabile nella lotta per la dittatura del proletariato. In questa atmosfera, non sembrò certo strano o spropositato che Lenin facesse incarcerare migliaia di persone, solo perché erano ricche o aristocratiche.

Nello stesso modo, gli alti tassi di mortalità di certi anni nei campi di concentramento riflettevano in parte gli eventi che si verificavano all'esterno. Salirono all'inizio degli anni Trenta, quando la morsa della carestia strinse tutto il paese. Salirono di nuovo durante la Seconda guerra mondiale: l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica non produsse soltanto milioni di vittime tra i combattenti, ma anche epidemie di dissenteria e di tifo, e ancora una volta la carestia, che coinvolse la gente nei campi e fuori. Nell'inverno 1941-42, quando un quarto della popolazione del Gulag morì di inedia, morì di inedia forse un milione di abitanti di Leningrado, intrappolata dal blocco tedesco. (19 La cronista del blocco, Lidija Ginzburg, definì la fame in quel periodo "una condizione permanente ... sempre presente e si faceva sentire in ogni momento ... il momento più spaventoso e doloroso nel processo di alimentazione era quando il cibo si esauriva con terribile velocità, senza saziare". (20) Come il lettore avrà modo di scoprire, le sue parole ricordano in modo curioso quelle degli ex detenuti.

Ora, è vero che gli abitanti di Leningrado morivano a casa loro, mentre il Gulag distruggeva esistenze, lacerava famiglie, sottraeva i bambini ai genitori, e condannava milioni di persone a vivere in terre desolate e lontane, a migliaia di chilometri dai loro cari. Tuttavia, le orribili esperienze dei prigionieri possono essere paragonate a buon motivo ai ricordi terribili dei "liberi" cittadini sovietici come Elena Kozina, che fu evacuata da Leningrado nel febbraio 1942. Durante il viaggio assistette alla morte per fame di suo fratello, sua sorella e sua nonna. Mentre i tedeschi si avvicinavano, lei e sua madre attraversavano a piedi la steppa, imbattendosi in "scene di disfatta e di caos ... il mondo si stava frantumando in migliaia di pezzi. Tutto era impregnato di fumo e di un terribile odore di bruciato, la steppa era stretta e soffocante, quasi fosse chiusa in un pugno di fuliggine".

Anche se non ebbe mai esperienza dei campi, prima di compiere dieci anni la Kozina conobbe un freddo, una fame e una paura terribili, e fu perseguitata dai ricordi per il resto della sua vita. "Nulla", scrisse, avrebbe potuto "cancellare in me il ricordo del corpo di Vadik quando fu portato via sotto una coperta ... di Tanja che soffocava nell'agonia ... di me e della mamma, le ultime due ad arrancare nel fumo e nel frastuono della steppa in fiamme". (21)

La popolazione del Gulag e la popolazione del resto dell'URSS avevano molte cose in comune oltre alla sofferenza. Sia nei campi sia fuori si riscontravano la stessa trascuratezza nel modo di lavorare, la stessa stupida burocrazia criminale, la stessa corruzione e la stessa cupa mancanza di rispetto per la vita umana. Mentre scrivevo questo libro, ho parlato a un amico polacco del sistema della tufta, la truffa sulle norme di lavoro previste, sviluppato dai prigionieri, di cui parleremo in seguito. È scoppiato in una sonora risata: "Pensi che lo abbiano inventato i prigionieri? Tutto il blocco sovietico praticava la tufta". Nell'Unione Sovietica di Stalin, la differenza tra stare dentro i recinti di filo spinato e stare fuori non era essenziale, costituiva piuttosto una questione di gradazione. Forse per questo il Gulag è spesso stato definito l'espressione quintessenziale del sistema sovietico. Persino nel gergo delle prigioni e dei campi, il mondo al di là del filo spinato non si chiamava "libertà", ma bol'saja zona, la "zona di prigionia grande", più ampia e meno letale della "zona piccola" del campo, ma non più umana, e di certo non più benevola.

Tuttavia, sebbene il Gulag non possa essere completamente isolato dall'esperienza di vita dell'Unione Sovietica in generale, non può nemmeno essere avulso dalla storia lunga, multinazionale, interculturale delle prigioni, dell'esilio, degli arresti e dei campi di concentramento. L'esilio dei prigionieri in località remote dove potevano "pagare il loro debito alla società", rendersi utili, e non contaminare altri con le proprie idee o atti criminali, è una pratica antica quanto la stessa civiltà. I governanti dell'antica Roma e della Grecia mandavano i dissidenti in lontane colonie. Socrate preferì la morte al tormento dell'esilio da Atene. Il poeta Ovidio fu esiliato in un fetido porto sul mar Nero. Nella Gran Bretagna georgiana borseggiatori e ladri venivano inviati in Australia. Nell'Ottocento in Francia i criminali erano deportati alla Caienna. Dal Portogallo venivano trasferiti in Mozambico. 22)

Nel 1917 i nuovi dirigenti dell'Unione Sovietica non dovettero guardare molto lontano per trovare un precedente. Già nel Seicento, in Russia esisteva l'istituto dell'esilio; viene menzionato per la prima volta nella legge russa nel 1649. A quell'epoca l'esilio era considerato una forma innovativa, più umana, di punizione per i reati, di gran lunga preferibile alla pena di morte o alla marchiatura e alla mutilazione, e veniva applicato per una vastissima gamma di reati minori o gravi, dall'annusare tabacco e predire la fortuna all'omicidio. (23) Un gran numero di intellettuali e scrittori russi, compreso Puskin, conobbe l'esilio, altri erano angosciati dalla eventualità di sperimentarlo. Quando era all'apice della fama, nel 1890, Anton Cehov stupì tutti i suoi conoscenti, perché partì per andare a visitare e descrivere le colonie penali sull'isola di Sahalin, al largo della costa russa sul Pacifico. Prima di partire, scrisse al suo editore sconcertato, spiegandogliene le motivazioni:

Abbiamo fatto marcire in prigione milioni di persone senza scopo, senza alcuna considerazione e in modo barbaro, abbiamo cacciato questa gente in catene nel gelo per decine di migliaia di verste, l'abbiamo fatta contagiare di sifilide e corrotta, abbiamo corrotto e aumentato i criminali, ma siamo noi tutti che invece prendiamo da questa faccenda le debite distanze, quasi che non ci riguardasse.. ,24

In retrospettiva è facile trovare nella storia del sistema carcerario zarista molte analogie con i metodi adottati in seguito nel Gulag sovietico. Come il Gulag, per esempio, l'esilio in Siberia non era mai applicato soltanto ai criminali. Una legge del 1736 dichiarava che se l'abitante di un villaggio esercitava una cattiva influenza sugli altri, gli anziani potevano spartire la proprietà del disgraziato e ordinargli di trasferirsi altrove. Se non riusciva a trovare un'altra dimora, allora lo Stato poteva mandarlo in esilio.25 Nel 1948 Hruscev citò questa legge mentre perorava (con successo) la necessità di esiliare i membri delle aziende agricole collettive considerati non abbastanza entusiasti e operosi.26

La consuetudine di esiliare le persone solo perché non erano integrate perdurò per tutto il diciannovesimo secolo. Nel suo libro Siberia and the Exile System, George Kennan, zio dell'uomo di Stato americano, descrisse il sistema del "processo amministrativo" che aveva studiato in Russia nel 1891:

La persona esiliata a quel modo può non essere colpevole di nessun delitto. .. ma se alle autorità locali sembra che la sua presenza in un dato luogo sia "dannosa all'ordine sociale" o "incompatibile con la pubblica quiete" potrà essere arrestata senza mandato, detenuta in carcere per un periodo da due settimane a tre anni, poi trascinata a forza in qualsiasi altro luogo nei confini dell'impero, per esservi posta sotto sorveglianza della polizia per un periodo da uno a dieci anni.27

Introduzione 19

L'esilio amministrativo, che non richiedeva processo e sentenza, era una punizione ideale non soltanto per i sobillatori in quanto tali, ma anche per gli avversari politici del regime. Nei primi tempi, si trattava soprattutto di nobili polacchi che si opponevano all'occupazione russa del loro territorio e delle loro proprietà. In seguito, vennero esiliati gli obiettori di coscienza per motivi religiosi, e i membri di gruppi "rivoluzionari" e di società segrete, tra cui i bolscevichi. Seppure non condannati all'esilio amministrativo - vennero processati e giudicati -, anche i più famosi deportati in Siberia dell'Ottocento erano prigionieri politici: i decabristi, un gruppo di membri dell'alta aristocrazia che nel 1825 aveva inscenato una piccola rivolta contro lo zar Nicola I. Lo zar, con uno spirito vendicativo che all'epoca turbò l'Europa intera, ne condannò cinque a morte. Privò gli altri del loro rango, e li mandò in catene in Siberia, dove alcuni furono raggiunti dalle mogli, straordinariamente coraggiose. In pochi sopravvissero abbastanza a lungo da essere graziati, trent'anni dopo, dal successore di Nicola, Alessandro II, e da tornare a casa a San Pietroburgo, ormai vecchi e stanchi.28 Un altro famoso prigioniero politico è Fedor Dostoevskij, condannato nel 1849 a una pena di quattro anni di deportazione. Dopo essere tornato dall'esilio in Siberia, scrisse Memorie dalla Casa dei morti, che resta ancora oggi la cronaca più letta sulla vita nel sistema carcerario zarista.

Il sistema di esilio zarista, come il Gulag, non fu creato soltanto come forma di punizione. Il governo voleva anche che gli esiliati, criminali e politici, risolvessero un problema economico irrisolto da molti secoli: nelle zone dell'estremo oriente e dell'estremo nord del territorio russo la densità della popolazione era bassissima, quindi l'impero non poteva sfruttarne le risorse naturali. Era questo il motivo principale per cui già nel Settecento si cominciò a condannare ai lavori forzati alcuni prigionieri, una forma di punizione che assunse il nome di katorga, dal greco katérgon, "lavoro forzato". In Russia la katorga aveva molti precedenti. All'inizio del secolo Pietro il Grande si era avvalso di detenuti e schiavi per costruire strade, fortezze, fabbriche, navi e la stessa città di San Pietroburgo. Nel 1722 emanò una direttiva più specifica ordinando che i criminali, con mogli e figli, venissero esiliati nei pressi delle miniere d'argento di Daurja, nella Siberia orientale.29

All'epoca, l'impiego da parte di Pietro del lavoro coatto fu considerato un grande successo economico e politico. Anzi, la storia delle centinaia di migliaia di schiavi che trascorsero la vita a costruire San Pietroburgo ebbe un impatto enorme sulle generazioni successive. Curante la costruzione erano morti in molti, eppure la città divenne

Gulag

un simbolo di progresso e di europeizzazione. I metodi erano crudeli, eppure il paese ne trasse vantaggio. L'esempio di Pietro forse contribuisce a spiegare la pronta adozione della katorga da parte dei suoi successori zaristi. Senza dubbio, anche Stalin era un grande ammiratore dei metodi adottati da Pietro nel settore dell'edilizia.

Ma, nell'Ottocento, la katorga rimaneva una forma di punizione relativamente rara. Nel 1906, solo 6000 condannati alla katorga stavano scontando la pena; nel 1916, alla vigilia della rivoluzione, erano 28.600.30 Un'altra categoria di prigionieri rappresentava una risorsa assai più importante dal punto di vista economico: i confinati, condannati a risiedere a vita in esilio, ma non in prigione, in zone del paese scarsamente popolate, scelte per il loro potenziale economico. Solo tra il 1824 e il 1889 vennero inviati in Siberia circa 720.000 condannati al confino. Molti erano accompagnati dai familiari. Furono loro, e non i detenuti che lavoravano in catene, a popolare a poco a poco le zone desolate e deserte della Russia, ricche di minerali.31

Tali condanne non erano certo leggere, e alcuni dei confinati consideravano la propria sorte peggiore di quella dei condannati alla katorga. Deportati in distretti remoti, in cui la terra era sterile e i vicini scarseggiavano, molti perivano di fame durante i lunghi inverni, o si ubriacavano per la noia fino a morirne. C'erano pochissime donne, il loro numero non superò mai il quindici per cento, ancora meno libri, e nessuna distrazione.32

Nel suo viaggio in Siberia e fino a Sahalin, Anton Cehov conobbe e descrisse alcuni esiliati: "La maggioranza è povera, senza poteri, ha un'istruzione approssimativa e porta con sé nient'altro che la propria calligrafia, il più delle volte assolutamente inutile. Alcuni di essi cominciano a vendersi le camicie di tela olandese, le lenzuola, i fazzoletti, e dopo due o tre anni finiscono per morire nella miseria più nera...".33

Ma non tutti gli esiliati erano poveri e derelitti. La Siberia era molto lontana dalla Russia europea, e in oriente c'era un'amministrazione pubblica più tollerante e gli aristocratici non abbondavano. Talvolta gli esiliati e gli ex detenuti più facoltosi acquisivano grandi proprietà. I più istruiti diventavano medici e avvocati, o dirigevano scuole.34 La principessa Marija Volkonskaja, moglie del decabrista Sergej Volkonskij, patrocinò la costruzione di un teatro e di una sala da concerti a Irkutsk: pur essendo stata privata tecnicamente del suo status, come il marito, gli inviti alle sue serate e ai pranzi privati erano molto ambiti, e se ne parlava anche molto lontano, a Mosca e a San Pietroburgo.35

Introduzione 21

All'inizio del Novecento il rigore precedente in certa misura si era attenuato. La moda delle riforme carcerarie, che nel Novecento si diffuse in tutta Europa, alla fine attecchì anche in Russia. I regimi diventarono meno severi, la polizia più tollerante.36 Anzi, contrariamente a quanto accadde in seguito, in quel periodo al gruppetto di uomini che avrebbero diretto la Rivoluzione russa la deportazione in Siberia poteva sembrare, se non proprio gradevole, comunque una punizione tutt'altro che pesante. In carcere, essendo prigionieri "politici", i bolscevichi potevano contare su un trattamento in certa misura privilegiato rispetto ai criminali comuni, ed erano autorizzati a tenere libri, carta e materiale per scrivere. Il dirigente bolscevico Grigorij Ordzonikidze dichiarò che durante il periodo di detenzione nella fortezza Slissel'burg di San Pietroburgo aveva letto, fra l'altro, Adam Smith, Ricardo, Plehanov, Bogdanov, Frederick W. Taylor, Dostoevskij e Ibsen.37 In base ai criteri dei periodi successivi, i bolscevichi erano anche ben nutriti, ben vestiti, persino pettinati con cura. Una fotografia di Trockij del 1906, quando era detenuto nella fortezza di Pietro e Paolo, lo ritrae in giacca e cravatta, con gli occhiali e una camicia con un colletto straordinariamente bianco. Lo spioncino sulla porta alle sue spalle rappresenta l'unica indicazione riguardo al posto in cui si trova.38 In un'altra, scattata durante l'esilio nella Siberia orientale nel 1900, porta un berretto di pelliccia e un pesante cappotto, ed è circondato da uomini e donne, pure in stivali e pelliccia.39 Mezzo secolo dopo, questi capi d'abbigliamento avrebbero costituito un lusso raro nel Gulag.

Se poi sotto lo zarismo la vita in esilio diventava sgradevole in modo intollerabile, c'era sempre la fuga. Lo stesso Stalin fu arrestato e mandato in esilio quattro volte. Fuggì tre volte, una dalla provincia di Irkutsk e due dalla provincia di Vologda, una zona che in seguito fu costellata di campi.40 Di conseguenza, il suo disprezzo per la "mancanza di nerbo" del regime zarista era sconfinato. Il suo biografo Dmitrij Volkogonov ha scritto: "I detenuti politici non erano costretti a lavorare, potevano leggere, perfino scappare. Effettivamente per scappare dai luoghi di confino bastava volerlo".41 Insomma, l'esperienza siberiana fornì ai bolscevichi un modello originario su cui lavorare, e una lezione sulla necessità di regimi punitivi molto severi.

Se il Gulag è parte integrante della storia sovietica come di quella russa, è anche inscindibile dalla storia europea: l'Unione Sovietica non è stata l'unico paese europeo a produrre nel ventesimo secolo un ordine sociale totalitario o a edificare un sistema di campi di concentramento. Anche se questo libro non si prefigge l'obiettivo di evidenziare analogie e differenze tra i campi sovietici e quelli nazisti, non possiamo nemmeno ignorare del tutto l'argomento. I due sistemi sono stati costruiti più o meno nello stesso periodo, nello stesso continente. Hitler sapeva dei campi sovietici e Stalin sapeva dell'Olocausto. Alcuni prigionieri hanno sperimentato e descritto i campi di entrambi i sistemi. Tra di essi esiste un legame molto profondo.

Innanzitutto, sono collegati perché tanto il nazismo quanto il comunismo sovietico sono nati dalle barbare esperienze della Prima guerra mondiale e della guerra civile russa, immediatamente successiva. I metodi di industrializzazione delle operazioni belliche, ampiamente utilizzati durante entrambi i conflitti, produssero una imponente reazione intellettuale e artistica. Meno evidente, se non per i milioni di vittime, è stato il diffuso fenomeno dell'industrializzazione del sistema detentivo. A partire dal 1914, da una parte e dall'altra del fronte si costruirono campi di internamento e per prigionieri di guerra in tutta Europa. Nel 1918, sul territorio russo si contavano 2.200.000 prigionieri di guerra. La costruzione dei campi, allora e in seguito, fu possibile grazie alla nuova tecnologia, che consentiva la produzione di grandi quantità di fucili, di carri armati e persino di filo spinato. In realtà, alcuni dei primi campi sovietici furono allestiti riadattando i campi di prigionia della Prima guerra mondiale.42

I campi sovietici e nazisti sono collegati anche perché entrambi appartengono alla storia generale dei campi di concentramento, cominciata alla fine del diciannovesimo secolo. Quando dico campi di concentramento, intendo strutture costruite per rinchiudervi la gente non a cagione dei suoi atti, ma del suo status. Contrariamente ai campi di prigionia per criminali o ai campi di internamento per prigionieri di guerra, i campi di concentramento erano studiati per un tipo particolare di detenuti civili non criminali, appartenenti a qualche gruppo "nemico", o comunque a una categoria di persone che, per la loro razza o la loro presunta appartenenza politica, era considerata pericolosa per la società o a essa estranea.43

Secondo questa definizione, i primi campi di concentramento moderni non furono allestiti in Germania o in Russia, ma nel 1895 nella Cuba coloniale. Quell'anno, nel tentativo di porre fine a una serie di insurrezioni locali, l'impero spagnolo cominciò a preparare una strategia di reconcentración, intesa a deportare i contadini cubani dalla loro terra e "riconcentrarli" in campi di detenzione, privando così gli insorti di cibo, rifugio e sostegno. Nel 1900 il termine spagnolo reconcentración era già stato tradotto in inglese e veniva impiegato per descrivere un progetto britannico analogo, avviato per ragioni simili, durante la guerra boera in Sudafrica: i civili boeri furono "concentrati" in campi di prigionia per privare i combattenti boeri di rifugio e supporto.

Da lì l'idea si diffuse ulteriormente. Per esempio, sembra certo che il termine konclager' sia comparso per la prima volta in Russia come traduzione dall'inglese concentration camp, probabilmente grazie alla buona conoscenza di Trockij della storia della guerra boera.44 Nel 1904, anche i colonizzatori tedeschi dell'Africa sudoccidentale adottarono il modello britannico, con una variazione. Invece di limitarsi a rinchiudere i nativi della regione, una tribù di nome herero, li costrinsero a lavorare a vantaggio della colonia tedesca.

Esistono svariati e strani legami tra questi primi campi di lavoro tedeschi in Africa e quelli costruiti nella Germania nazista trent'anni dopo. Fu grazie a queste colonie di lavoro africane, per esempio, che nel 1905 comparve per la prima volta la parola tedesca Konzentrationslager. Il primo commissario imperiale dell'Africa tedesca del Sud-Ovest fu un certo dottor Heinrich Göring, padre di Hermann, che allestì i primi campi nazisti nel 1933. Fu sempre nei campi africani che i tedeschi effettuarono i primi esperimenti medici su esseri umani. Due insegnanti di Joseph Mengele, Theodor Mollison e Eugen Fischer, eseguirono delle ricerche sugli herero: Fischer voleva dimostrare le sue teorie riguardo alla superiorità della razza bianca. Ma le loro convinzioni non erano così inusitate. Nel 1912 un libro di grande successo, Il pensiero tedesco nel mondo, affermava:

[Nulla] può convincere le persone sensate che la conservazione di qualche tribù di cafri sudafricani sia più importante per il futuro dell'umanità dell'espansione delle grandi nazioni europee e della razza bianca in generale ... Solo quando gli indigeni impareranno a produrre valore al servizio della razza superiore ... si guadagneranno il diritto morale di esistere.

Anche se tale teoria è stata di rado esposta con tanta chiarezza, alla base del colonialismo vi erano spesso sentimenti analoghi. Di certo alcune forme di colonialismo, oltre a rinforzare il mito della superiorità razziale dei bianchi, legittimavano l'impiego della violenza da parte di una razza contro un'altra. Si può dunque sostenere che le esperienze corruttive di alcuni colonialisti europei contribuirono a spianare la strada al totalitarismo europeo del ventesimo secolo.46 E non soltanto europeo: l'Indonesia è un esempio di Stato postcoloniale i cui governanti inizialmente rinchiudevano chi li criticava in campi di concentramento, proprio come un tempo i loro padroni colonialisti.

L'impero russo, che durante l'espansione verso oriente aveva assoggettato con pieno successo le popolazioni indigene, non fece eccezione.47 Durante un pranzo di gala descritto nel romanzo di Tolstoj Anna Karenina, il marito di Anna, pubblico funzionario responsabile delle "tribù indigene", sostiene la necessità che le culture superiori assimilino quelle inferiori.48 I bolscevichi, come rutti i russi istruiti, dovevano essere consapevoli che l'impero russo aveva sterminato chirghisi, buriati, tungusi, ciukci e altri. Il fatto che non se ne preoccupassero in modo particolare - mentre, per altri aspetti, erano così interessati al destino degli oppressi - è già di per sé indicativo delle loro intime convinzioni.

Allora non era affatto richiesta una conoscenza approfondita della storia dell'Africa meridionale o della Siberia orientale per progettare i campi di concentramento europei: l'idea che certi tipi di persone siano superiori ad altri era piuttosto diffusa in Europa all'inizio del Novecento. Ed è questo, alla fine, il profondo legame tra i campi dell'Unione Sovietica e quelli della Germania nazista: entrambi i regimi si legittimarono, almeno in parte, istituendo categorie di "nemici" o di "sottouomini" che perseguitavano e sterminavano in massa.

Nella Germania nazista il primo obiettivo furono i disabili e i ritardati. In seguito i tedeschi si concentrarono sugli zingari, gli omosessuali e, soprattutto, gli ebrei. In URSS, all'inizio le vittime furono "quelli di prima" - i presunti sostenitori dell'ancien regime - e poi i "nemici del popolo", espressione vaga che finì per includere non solo i presunti avversar! politici del regime, ma anche specifici gruppi nazionali ed etnici, se davano l'impressione (per motivi altrettanto vaghi) di minacciare lo Stato sovietico o il potere di Stalin. In periodi diversi, Stalin ordinò arresti di massa di polacchi, baltici, ceceni, tatari e, alla vigilia della sua morte, ebrei.49

Anche se tali categorie non erano mai del tutto arbitrarie, non erano mai nemmeno del tutto consolidate. Una cinquantina di anni fa Hannah Arendt ha scritto che tanto il regime nazista quanto quello bolscevico creavano "avversar! oggettivi" o "nemici oggettivi" la cui "identità cambia secondo le circostanze (in modo che, appena liquidata una categoria, si può dichiarare guerra a un'altra)". Con lo stesso criterio, ha aggiunto, "la polizia totalitaria non ha il compito di scoprire autori di delitti, ma di essere pronta quando il governo decide di arrestare una certa categoria della popolazione".50 Ripeto: la gente non veniva arrestata per quello che aveva fatto, ma per quello che era.

In entrambe le società, la creazione di campi di concentramento fu la fase finale di un lungo processo di disumanizzazione di questi nemici oggettivi, un processo che prese avvio con la retorica. Nella sua autobiografia, Mein Kampf, Hitler ha raccontato come d'un tratto avesse capito che gli ebrei erano i responsabili dei problemi della Germania, che qualsiasi "turpitudine o sconcezza" nella vita culturale era riconducibile a loro: "A tagliare cautamente tali bubboni c'era sempre modo di scoprirvi, come il verme nel corpo che si putrefa, un piccolo ebreo spesso accecato dalla subitaneità della luce.. .".51

Anche Lenin e Stalin cominciarono accusando i "nemici" della miriade di fallimenti economici dell'Unione Sovietica: erano "disorganizzatori", "sabotatori" e agenti di potenze straniere. Dalla fine degli anni Trenta, quando l'ondata degli arresti si intensificò, Stalin portò agli estremi tale retorica, denunciando i "nemici del popolo" come parassiti, inquinatori, "erbacce velenose". Parlava dei suoi avversari anche come di "immondizia" che andava "continuamente eliminata", proprio come la propaganda nazista associava gli ebrei all'immagine di parassiti, sanguisughe e malattie infettive.52

Dopo aver demonizzato il nemico, cominciò l'azione vera e propria per isolarlo dal punto di vista legale. Prima che gli ebrei fossero davvero accerchiati e deportati nei campi, furono privati dello status civile di cittadini tedeschi. Proibirono loro di lavorare nell'amministrazione pubblica, di fare gli avvocati o i giudici; di sposarsi con ariani; di frequentare scuole ariane; di esporre la bandiera tedesca; li costrinsero a cucire sui vestiti stelle di David gialle; e li sottoposero a pestaggi e umiliazioni per la strada.53 Prima di essere arrestati nell'Unione Sovietica di Stalin, anche i "nemici del popolo" venivano regolarmente umiliati nelle pubbliche assemblee, licenziati dal lavoro, espulsi dal Partito comunista, ripudiati dai coniugi disgustati e denunciati dai figli adirati.

All'interno dei campi, il processo di disumanizzazione si accentuava e diventava più estremo, contribuendo sia a intimidire le vittime sia a consolidare la convinzione degli aguzzini che quanto stavano facendo era legittimo. Nella sua intervista con Franz Stangl, il comandante di Treblinka, così lunga da farne un libro, la scrittrice Citta Sereny gli chiese perché i detenuti nei campi, prima di essere uccisi, venivano anche picchiati, umiliati e privati dei loro vestiti. Stangl rispose: "Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano".54 Nel suo libro L'ordine del Terrore: il campo di concentramento, il sociologo tedesco Wolfgang Sofsky ha dimostrato come la disumanizzazione dei prigionieri nei lager nazisti fosse perseguita in modo metodico in tutti gli aspetti della loro vita, dall'abbigliamento, uniforme e lacero, alla pri-

Gulag

vazione della riservatezza, alla severità del regime, alla costante attesa della morte.

Anche nel sistema sovietico, come vedremo, il processo di disumanizzazione cominciava al momento dell'arresto, quando i prigionieri venivano privati dei loro indumenti, della loro identità e dei contatti con l'esterno, quando erano torturati, interrogati, sottoposti a processi farsa, se mai si tenevano. Per una peculiare distorsione sovietica, i prigionieri venivano "scomunicati" in modo deliberato, cioè espulsi dalla comunità: si proibiva loro di chiamarsi reciprocamente "compagni" e, dal 1937 in poi, di fregiarsi dell'ambito titolo di "lavoratore d'assalto" senza riguardo a come si erano comportati o a quanto avevano lavorato sodo. Secondo le testimonianze di molti detenuti, dentro i campi e le prigioni non si trovavano quasi mai ritratti di Stalin, che invece erano appesi nelle case e negli uffici di tutta l'URSS.

Ciò non vuole affatto dire che i campi sovietici e nazisti fossero identici. Come scoprirà leggendo il libro qualsiasi lettore con una conoscenza generale dell'Olocausto, all'interno del sistema dei campi sovietico la vita era diversa da molti punti di vista, sia sottili sia e-videnti, da quella del sistema dei campi nazista. C'erano differenze nell'organizzazione della vita quotidiana e del lavoro, diversi tipi di guardie e di punizioni, un genere diverso di propaganda. Il Gulag durò molto più a lungo, e attraversò cicli di relativa crudeltà e relativa umanità. La storia dei campi nazisti è più breve e meno varia: divennero soltanto sempre più crudeli, finché non furono liquidati dai tedeschi in ritirata o liberati dagli Alleati durante la loro offensiva. Inoltre, il Gulag comprendeva un'ampia tipologia di campi, dalle micidiali miniere d'oro della regione della Kolyma agli istituti segreti "di lusso" fuori Mosca, dove gli scienziati prigionieri progettavano armi per l'Armata rossa. Sebbene nel sistema nazista vi fossero diversi tipi di campi, la loro varietà era assai più limitata.

A mio avviso, comunque, le principali differenze fra il sistema dei lager e il Gulag sono due. Innanzitutto, in Unione Sovietica la definizione di "nemico" era sempre assai più ambigua della definizione di "ebreo" nella Germania nazista. Salvo un esiguo numero di insolite eccezioni, nessun ebreo nella Germania nazista poteva cambiare il proprio status, nessun ebreo all'interno di un campo poteva ragionevolmente sperare di sfuggire alla morte e tutti gli ebrei portavano sempre con sé tale consapevolezza. Anche se milioni di prigionieri sovietici temevano di morire, e a milioni accadde, non c'era una sola categoria di internati la cui morte fosse assolutamente certa. A volte al-

Introduzione 27

cuni prigionieri potevano migliorare la propria sorte svolgendo mansioni relativamente comode, come gli ingegneri o i geologi. All'interno di ogni campo, tra i detenuti esisteva una gerarchia, che alcuni riuscivano a scalare a scapito di altri, o con l'aiuto di altri. Certe volte, quando il Gulag era sovraccarico di donne, bambini e anziani, o quando ci volevano soldati da inviare al fronte, i prigionieri venivano rilasciati con amnistie di massa. Talvolta accadeva che intere categorie di "nemici" d'un tratto beneficiassero di un cambiamento di condizioni. Per esempio, all'inizio della Seconda guerra mondiale, nel 1939, Stalin arrestò centinaia di migliaia di polacchi, e poi li liberò di punto in bianco dal Gulag nel 1941, quando la Russia e la Polonia per un certo periodo divennero alleate. Accadeva anche l'opposto: in Unione Sovietica gli stessi aguzzini potevano diventare vittime. Le guardie e gli amministratori del Gulag, persino gli ufficiali superiori della polizia segreta potevano essere arrestati e ritrovarsi condannati ai campi. In altre parole, non tutte le "erbacce velenose" restavano velenose, e non esisteva un solo gruppo di prigionieri sovietici che vivesse nella costante attesa della morte.55

In secondo luogo, e anche questo si chiarirà nel corso del libro, l'obiettivo prioritario del Gulag, secondo quanto detto in privato dai suoi fondatori e nella pubblica propaganda, era di carattere economico. Ciò non vuoi dire che fosse umanitario. All'interno del sistema i prigionieri venivano trattati come bestie, o meglio come pezzi di minerale ferroso. Le guardie li trasportavano di qua e di là a piacere, caricandoli e scaricandoli da vagoni bestiame, pesandoli e misurandoli, nutrendoli se sembravano utili, facendo loro patire la fame in caso contrario. Per usare il linguaggio marxista, venivano sfruttati, reificati e mercificati. A meno che non fossero produttivi, per i padroni la loro vita non aveva valore.

Tuttavia la loro esperienza era assai diversa da quella degli ebrei e di altri prigionieri inviati dai nazisti in un gruppo speciale di campi chiamati non Konzentrationslager ma Vernichtungslager, luoghi che non erano veri e propri "campi di lavoro" ma piuttosto fabbriche di morte. Ne esistevano quattro: Belzec, Chehnno, Sobibór e Treblinka. A Majdanek e Auschwitz c'erano sia campi di lavoro sia campi di sterminio. Prima di entrare in tali campi i prigionieri venivano "selezionati". Ne inviavano un esiguo numero a fare qualche settimana di lavori forzati, gli altri finivano direttamente nelle camere a gas, dove li trucidavano per poi cremarli subito.

1 er quanto sono stata in grado di accertare, questa forma particolare di omicidio, praticata al culmine dell'Olocausto, non aveva equiva-

Gulag

lenti in Unione Sovietica. È vero che l'URSS trovò altri sistemi per trucidare centinaia di migliaia di suoi cittadini. Di solito venivano condotti di notte in una foresta, allineati, uccisi con un colpo alla testa, sepolti in fosse comuni prima di avere mai visto un campo di concentramento, una forma di omicidio non meno "industriale" e anonima di quella impiegata dai nazisti. A questo riguardo circolano voci secondo cui la polizia segreta sovietica usava i fumi di scarico - una forma primitiva di gas - per uccidere i prigionieri, proprio come facevano i nazisti nei primi anni.56 Anche nel Gulag i prigionieri sovietici morivano, di solito non per l'efficienza dei loro carcerieri ma per la loro rozza negligenza e inefficienza.57 In alcuni campi sovietici, in certi periodi le persone selezionate per il taglio degli alberi in inverno o per lavorare nelle peggiori miniere d'oro della Kolyma andavano incontro a morte certa. Inoltre i prigionieri venivano rinchiusi in celle di punizione fino a quando non morivano di freddo e di fame, venivano lasciati senza cure in infermerie prive di riscaldamento, oppure fucilati a capriccio per "tentata evasione". Tuttavia, nel complesso, il sistema dei campi sovietico non era organizzato allo scopo preciso di produrre masse di cadaveri, anche se talvolta lo faceva.

Sono differenze sottili, ma importanti. Anche se il Gulag e Auschwitz appartengono alla stessa tradizione intellettuale e storica, sono comunque diversi e distinti, sia tra loro sia da sistemi di campi allestiti sotto altri regimi. Il concetto di campo di concentramento può essere abbastanza generale da applicarsi a diverse culture e situazioni, ma persino uno studio superficiale sulla storia interculturale dei campi di concentramento rivela che i particolari specifici - come erano organizzati, come cambiavano nel corso del tempo, quanto potevano diventare inflessibili o disorganizzati, essere crudeli o tolleranti - dipendevano da ogni singolo paese, dalla sua cultura e dal suo regime.58 Questi particolari erano determinanti per la vita, la salute e la sopravvivenza delle persone rinchiuse dietro il filo spinato.

In effetti, leggendo i racconti di chi sopravvisse nei due sistemi, colpiscono più le diverse esperienze vissute dalle vittime che le differenze tra i campi. Ogni racconto ha caratteri particolari, ogni campo offriva vari tipi di orrori a persone con qualità diverse. In Germania si poteva morire di crudeltà, in Russia di disperazione. Ad Auschwitz si poteva morire in una camera a gas, nella Kolyma assiderati nella neve. Si poteva morire in una foresta tedesca o in una landa siberiana, si poteva morire in un incidente in miniera o su un carro bestiame. Dopotutto, la storia della vita di ognuno è soltanto quella di chi l'ha vissuta.

Parte prima

LE ORIGINI DEL GULAG

I

GLI ESORDI BOLSCEVICHI

Ma è spezzata la tua spina dorsale

Mio stupendo, mio povero secolo

E con un sorriso demente C

ome una belva un tempo flessuosa

Ti volti indietro, debole e crudele

A contemplare le tue orme.

OSIP MANDEL'STAM, ;/ seco/o1

Uno degli scopi delle mie memorie è di dissipare la leggenda che vuole che il periodo più crudele delle repressioni rosse sia stato il 1936-37. A mio avviso in futuro le statistiche dimostreranno che ondate di arresti, esecuzioni e deportazioni si abbatterono sull'URSS sin dall'inizio del 1918, ancor prima della proclamazione ufficiale del "terrore rosso", nell'autunno di quell'anno; che la marea continuò a montare sino alla morte di Stalin...

DMITRIJ LIHACEV, La mia Russia2

Nel 1917 la Russia fu attraversata da due ondate rivoluzionarie che spazzarono via la società imperiale come un castello di carte. Dopo l'abdicazione dello zar Nicola II, in febbraio, si dimostrò oltremodo difficile per chiunque fermare o controllare il corso degli eventi. Aleksandr Kerenskij, il capo del primo Governo provvisorio postrivoluzionario, scrisse poi che nel vuoto seguito al crollo dell'ancien regime "tutti i programmi politici e tattici esistenti, per quanto fossero audaci e ben congegnati, sembravano sospesi nel vuoto, inconcludenti e inutili".3

Ma anche se il Governo provvisorio era debole, anche se tra la popolazione regnava lo scontento e se divampava la collera per la carneficina della Prima guerra mondiale, erano in pochi a prevedere che il potere sarebbe finito nelle mani dei bolscevichi, uno dei molti Partiti socialisti radicali promotori di cambiamenti ancora più rapi-

Gulag

di. All'estero i bolscevichi non erano affatto noti. Esiste una storiella apocrifa in cui sono illustrati molto bene gli atteggiamenti degli stranieri: nel 1917, racconta la storia, un burocrate irrompe nell'ufficio del ministro degli Esteri austriaco gridando: "Eccellenza, in Russia c'è stata una rivoluzione!". Il ministro borbotta: "Chi mai potrebbe aver fatto una rivoluzione in Russia? Di certo non l'innocuo Herr Trockij del Café Central!".

Se la natura dei bolscevichi era misteriosa, il loro capo, Vladimir Il'ic Ul'janov, l'uomo che il mondo avrebbe conosciuto con lo pseudonimo rivoluzionario di "Lenin", lo era ancora di più. Durante i molti anni trascorsi all'estero, negli ambienti rivoluzionari Lenin era apprezzato per la sua intelligenza, ma anche poco amato per il carattere intemperante e fazioso. Litigava spesso con altri dirigenti socialisti, e aveva la tendenza a trasformare piccoli disaccordi su questioni di principio in apparenza irrilevanti in discussioni epocali.4

Nei primi mesi che seguirono la Rivoluzione di febbraio, Lenin non era affatto un leader incontrastato, nemmeno all'interno del suo stesso partito. Ancora a metà ottobre 1917 un gruppetto di importanti bolscevichi continuava a opporsi al suo piano di eseguire un colpo di Stato contro il Governo provvisorio, sostenendo che il Partito non era pronto a prendere il potere e che non aveva ancora il sostegno popolare. Ma lui riuscì a spuntarla, e il 25 ottobre attuarono il colpo di Stato. La folla, stimolata dagli incitamenti di Lenin, saccheggiò il palazzo d'Inverno. I bolscevichi arrestarono i ministri del Governo provvisorio. Nel giro di poche ore, Lenin divenne il capo del paese, che ribattezzò Russia sovietica.

Tuttavia, anche se era riuscito a prendere il potere, i bolscevichi contrari alla sua idea non avevano tutti i torti, perché il Partito era davvero spaventosamente impreparato. Quindi molte delle loro prime decisioni, compresa quella di creare lo Stato monopartitico, furono prese per ovviare alle necessità del momento. Davvero i bolscevichi non godevano di grande sostegno tra la popolazione, e scatenarono quasi subito una cruenta guerra civile all'unico scopo di restare al potere. Dal 1918, quando si costituì l'Armata bianca dell'ancien regime per contrastare la nuova Armata rossa guidata dal compagno di Lenin "Herr Trockij del Café Central", nelle campagne russe si svolsero alcune delle battaglie più brutali mai viste in Europa. E gli episodi di violenza non avvennero soltanto sui campi di battaglia. I bolscevichi esagerarono davvero nel reprimere l'opposizione intellettuale e politica in qualsiasi forma si presentasse, attaccando non solo gli avversari dell'ancien regime ma anche altri "socialisti": menscevichi, anarchici,

Gli esordi bolscevichi 33

socialisti rivoluzionari. Il nuovo Stato sovietico non godette di una pace relativa fino al 1921.5

Fu in questo contesto di improvvisazione e violenza che nacquero i primi campi di lavoro sovietici. Come tante altre istituzioni bolscevi-che furono creati ad hoc, in fretta, una soluzione d'emergenza nel pieno della guerra civile. Questo non vuoi dire che già in precedenza i bolscevichi non fossero attratti dall'idea. Tre settimane prima della Rivoluzione d'ottobre, lo stesso Lenin stava già abbozzando un programma dichiaratamente vago, per costringere al "lavoro forzato" i ricchi capitalisti. Nel gennaio 1918, furibondo per l'accanita resistenza antibolscevica, fu ancora più perentorio, e scrisse che avrebbe apprezzato "l'arresto dei sabotatori milionari che viaggiano in prima e seconda classe sui treni": "Suggerisco di condannarli a sei mesi di lavori forzati in una miniera".6

La concezione di Lenin dei campi di lavoro come forma speciale di punizione per un tipo particolare di "nemico" borghese corrispondeva bene alle altre sue idee sui crimini e i criminali. Da un lato, il primo capo sovietico aveva un atteggiamento ambivalente rispetto all'arresto e alla punizione dei malviventi tradizionali - ladri, borseggiatori, assassini - che considerava potenziali alleati. Dal suo punto di vista la causa fondamentale degli "eccessi sociali" (intesi come crimini) era "lo sfruttamento delle masse". Eliminando la causa, gli eccessi sarebbero "svaniti da sé". Quindi non c'era bisogno di punizioni specifiche come deterrente contro i criminali: con il tempo la stessa rivoluzione avrebbe risolto il problema. Quindi, in certa misura, il linguaggio del primo codice penale dei bolscevichi avrebbe scaldato il cuore dei più radicali e progressisti riformatori sociali occidentali. Tra l'altro, secondo il codice non esisteva "la colpa individuale" e la punizione non doveva "essere considerata una contropartita".7

D'altra parte Lenin, come i bolscevichi suoi seguaci che si occupavano di teoria giuridica, sosteneva che la creazione dello Stato sovietico avrebbe prodotto un nuovo genere di criminali: i "nemici di classe". Un nemico di classe si opponeva alla rivoluzione e lavorava apertamente, o più spesso in segreto, per distruggerla. Il nemico di classe era più difficile da identificare di un criminale comune, e molto più difficile da emendare. Al contrario di un criminale comune, se un nemico di classe dichiarava di collaborare con il regime sovietico non poteva mai essere creduto, e nel suo caso bisognava prevedere punizioni più severe di quelle necessarie per un normale ladro o assassino. Insomma, il primo "decreto sulla corruzione" bolscevico, emanato nel maggio 1918, dichiarava: "Se una persona colpevole di

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accettare o pagare tangenti appartiene alla classe agiata e si avvale della corruzione per mantenere o acquisire privilegi legati ai diritti di proprietà, dovrebbe essere condannata ai lavori forzati più gravosi e improbi e le andrebbero confiscate tutte le sue proprietà".8

In altre parole, fin dai primi giorni di vita dello Stato sovietico, le persone andavano condannate non per quello che avevano fatto, ma per quello che erano.

Purtroppo nessuno fornì mai una chiara definizione di che cosa dovesse rappresentare esattamente un "nemico di classe". Di conseguenza, sulla scia del colpo di Stato bolscevico, gli arresti di tutti i generi aumentarono drammaticamente. Dal novembre 1917 i tribunali rivoluzionari, costituiti da sostenitori della rivoluzione scelti a caso, cominciarono a condannare a pene detentive "nemici" della rivoluzione scelti a caso. Le condanne al carcere, a periodi di lavori forzati e persino alla pena capitale venivano comminate arbitrariamente a banchieri, mogli di commercianti, "speculatori" - termine con cui si indicava chiunque fosse impegnato in un'attività economica indipendente - ex secondini del periodo zarista e chiunque altro apparisse sospetto.9

Inoltre i criteri per stabilire chi fosse un "nemico" e chi no variavano da luogo a luogo e talvolta coincidevano con la definizione di "prigioniero di guerra". Quando l'Armata rossa di Trockij occupava una nuova città, prendeva spesso in ostaggio i borghesi, per poterli fucilare in caso di ritorno dell'Armata bianca, un fenomeno frequente sulle linee molto mobili del fronte. Nel frattempo potevano essere destinati ai lavori forzati, spesso a scavare trincee e a costruire barricate.10 La distinzione tra prigionieri politici e criminali comuni era altrettanto arbitraria. Per esempio, i membri illetterati delle commissioni provvisorie e dei tribunali rivoluzionari potevano decidere d'un tratto che un uomo sorpreso a viaggiare in tram senza biglietto aveva offeso la società, e condannarlo per reati politici.11 Alla fine, molte decisioni di questo tipo erano lasciate al poliziotto o ai soldati che eseguivano l'arresto. Feliks Dzerzinskij, fondatore della Ceka, la polizia segreta di Lenin poi destinata a diventare il KGB, aveva un piccolo taccuino nero personale, sul quale scarabocchiava nomi e indirizzi di "nemici" occasionali in cui si imbatteva mentre faceva il suo lavoro.12

Tali distinzioni rimasero vaghe fino al crollo dell'Unione Sovietica, che avvenne ottant'anni dopo. Ciò nondimeno l'esistenza di due categorie di prigionieri, i "politici" e i "comuni", ebbe un effetto significativo sulla formazione del sistema penale sovietico. Durante i primi dieci anni di governo bolscevico i penitenziari sovietici si divi-

Gli esordi bolscevichi 35

sero persino in due categorie, per i due tipi di prigionieri. Tale scissione avvenne spontaneamente per il caos del sistema penitenziario in vigore. Nei primissimi tempi della rivoluzione rutti i prigionieri erano soggetti alla giurisdizione dei ministeri giudiziari "tradizionali", prima il commissariato della Giustizia, poi il commissariato dell'Interno, e rinchiusi nel sistema carcerario "normale". Venivano cioè incarcerati negli edifici del sistema zarista, di solito le prigioni di pietra sporche e tetre ubicate in zone centrali di tutte le città importanti. Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, dal 1917 al 1920, tali istituzioni si trovavano in uno stato di totale dissesto. Le folle avevano invaso le carceri, commissari autonominati avevano depredato i secondini, i prigionieri avevano goduto di ampie amnistie o semplicemente se ne erano andati.13

Quando i bolscevichi ne assunsero il controllo, le poche prigioni ancora operative erano sovraffollate e insufficienti. Già poche settimane dopo la rivoluzione, lo stesso Lenin chiese "provvedimenti drastici per l'immediato miglioramento dell'approvvigionamento alimentare alle prigioni di Pietrogrado".14 Alcuni mesi dopo, un membro della Ceka di Mosca visitò la locale prigione Taganskaja e riferì che c'erano "un freddo e un'umidità terribili", per non parlare del tifo e della fame. La maggior parte dei prigionieri non poteva scontare le condanne ai lavori forzati perché non aveva indumenti. A quanto riferito dall'articolo di un giornale, la prigione Butyrka di Mosca, progettata per ospitare 1000 detenuti, ne conteneva già 2500. Un altro giornale criticava le guardie rosse perché arrestavano "in modo del tutto casuale centinaia di persone ogni giorno, e poi non [sapevano] che farne".15

Il sovraffollamento diede origine a soluzioni "creative". In mancanza di meglio, i nuovi dirigenti rinchiudevano i detenuti in scantinati, soffitte, palazzi vuoti e vecchie chiese. In seguito un sopravvissuto ricordava di essere stato collocato nei sotterranei di una casa abbandonata, con altre cinquanta persone in un'unica stanza senza mobilio e con poco cibo: quelli che non ricevevano pacchi dalle famiglie pativano la fame.16 Nel dicembre 1917 una commissione della Ceka discusse il destino di cinquantasei prigionieri di varia provenienza, "ladri, ubriaconi e diversi "politici"" detenuti nello scantinato dell'Istituto Smol'nyj, il quartier generale di Lenin a Pietrogrado.17

Non tutti soffrivano per lo stato di caos. Robert Bruce Lockhart, un diplomatico britannico accusato di spionaggio (a quanto pare, a giusta ragione), nel 1918 era agli arresti in una stanza del Cremlino.

ter>eva occupato facendo solitari e leggendo Tucidide e Carlyle. Di

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tanto in tanto un ex servitore imperiale gli portava del té bollente o i giornali.18

Persine nelle prigioni tradizionali ancora in funzione, il regime carcerario era stravagante, e le guardie prive di esperienza. Un detenuto di Vyborg, una città della Russia settentrionale, scoprì che nel mondo sconvolto del dopo rivoluzione il suo ex autista era diventato secondino. L'uomo fu ben felice di aiutare il suo padrone di un tempo a trasferirsi in una cella migliore, più asciutta, e alla fine a evadere.19 Un colonnello dell'Armata bianca, invece, ricordava che nel dicembre 1917, nella prigione di Pietrogrado, i detenuti andavano e venivano a piacimento, e di notte i senzatetto dormivano nelle celle. Ripensando a quell'epoca, un funzionario sovietico affermò che "gli unici a non scappare erano quelli troppo pigri".20

La situazione caotica costrinse la Ceka a trovare nuove soluzioni: i bolscevichi non potevano certo permettere ai loro nemici "autentici" di entrare nel normale sistema carcerario. Prigioni disorganizzate e guardie pigre potevano andare bene per borseggiatori e delinquenti minorenni, ma per i sabotatori, i parassiti, gli speculatori, gli ufficiali dell'Armata bianca, i preti, i capitalisti borghesi e altri, da cui l'immaginazione dei bolscevichi era così ossessionata, c'era bisogno di soluzioni più creative.

La soluzione fu trovata già il 4 giugno 1918, quando Trockij affermò che un gruppo di prigionieri di guerra cechi insubordinati doveva essere riportato alla calma, disarmato e rinchiuso in un konc-lager', cioè un campo di concentramento. Ventidue giorni dopo, in un promemoria indirizzato al governo sovietico, Trockij riparlò dei campi di concentramento, prigioni all'aperto, e propose "di instaurare un regime di costrizione per elementi parassitari, di adottare provvedimenti affinché sia la borghesia a eseguire i lavori più sgradevoli, di considerare borghesi tutti gli ex-ufficiali che non vogliono arruolarsi nell'esercito rosso e di rinchiuderli in "campi di concentramento"".21

In agosto, anche Lenin usò la parola. In un telegramma ai commissari di Penza, dove era avvenuta un'insurrezione antibolscevica, ordinò di "applicare spietatamente il terrore su vasta scala contro i kulaki [contadini ricchi], i preti e i bianchi" e di rinchiudere "tutti i sospetti... in un campo di concentramento fuori dalla città".22 Le strutture esistevano già. Durante l'estate del 1918, in conseguenza del trattato di Brest-Litovsk che pose fine alla partecipazione della Russia alla guerra, il regime liberò 2 milioni di prigionieri di guerra. I campi vuoti furono assegnati senza indugio alla Ceka.23

Gli esordi bolscevichi 37

A quell'epoca la Ceka doveva sembrare l'istituzione ideale per assumersi il compito di incarcerare i "nemici" in campi "speciali". Era un'organizzazione del tutto nuova, destinata a diventare "spada e scudo" del Partito comunista, e non aveva vincoli di obbedienza al governo sovietico ufficiale o a nessuno dei suoi dipartimenti. Non aveva tradizioni di legalità, non aveva l'obbligo di obbedire ai dettami della legge, né doveva consultare la polizia, i tribunali o il commissario della Giustizia. Il suo stesso nome diceva molto riguardo all'anomalia del suo status: Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio (in russo Creziycajnaja komissija pò bor'be s kontr-revoljuciej i sabotazem, abbreviato in Ceka). Era "straordinaria" proprio perché esisteva al di fuori della legalità "ordinaria".

Quasi subito dopo la sua creazione, si vide assegnare un compito straordinario da eseguire. Il 5 settembre 1918 a Dzerzinskij fu ordinato di porre in atto la linea politica leninista del terrore rosso. Sferrata a seguito di un attentato alla vita di Lenin, questa ondata di terrore - arresti, incarcerazioni, omicidi - era più organizzata del terrore casuale attuato nei mesi precedenti, e in realtà divenne una componente importante della guerra civile contro le persone sospettate di lavorare per distruggere la rivoluzione sul "fronte interno". Fu cruenta, spieta-ta, crudele, come volevano i suoi esecutori. La "Krasnaja Gazeta", organo di stampa dell'Armata rossa, ne parlava in questo modo: "Senza pietà, senza misericordia, uccideremo i nostri nemici a migliaia. Siano pure decine di migliaia, affogheranno nel proprio sangue. Per il sangue di Lenin ... scorrano fiumi di sangue borghese, molto sangue, il più possibile".24

Il terrore rosso era essenziale nella lotta di Lenin per la conquista del potere. I campi di concentramento, i cosiddetti "campi speciali", erano fondamentali per il terrore rosso. Sono citati nel primo decreto in assoluto sul terrore rosso, in cui si ordinava non solo di arrestare e incarcerare "eminenti rappresentanti della borghesia, latifondisti, industriali, commercianti, preti controrivoluzionari, ufficiali antisovietici", ma anche di isolarli "in campi di concentramento".25 Anche se non esistono dati certi riguardo al numero delle persone detenute, alla fine del 1919 in Russia c'erano 21 campi registrati, mentre un anno dopo erano 107, cinque volte di più.26

Tuttavia, in quella fase non avevano ancora finalità ben precise. I Prigionieri dovevano eseguire lavori forzati, ma a che scopo? Il lavoro coatto doveva servire a rieducarli? O a umiliarli? Oppure si desiderava che contribuisse a edificare il nuovo Stato sovietico? I diversi Algenti sovietici e le diverse istituzioni avevano risposte diverse.

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Nel febbraio 1919 lo stesso Dzerzinskij pronunciò un discorso in cui spiegò con eloquenza la funzione dei campi nella rieducazione ideologica della borghesia. Disse che le nuove istituzioni dovevano

sfruttare il lavoro dei detenuti; [dei] signori che vivono senza lavoro; [di] tutti coloro che non sono capaci di lavorare senza una certa costrizione; o se prendiamo le istituzioni sovietiche, questo castigo dovrà essere applicato nei casi di lavoro poco coscienzioso, poco zelante, quando si verificano ritardi, ecc. ... Ciò che si propone, dunque, è la creazione di una scuola di lavoro.27

Comunque, nella primavera del 1919, quando furono pubblicati i primi decreti ufficiali sui campi speciali, sembrava che avessero assunto la priorità obiettivi un po' diversi.28 I decreti, una lista oltremodo lunga di regole e raccomandazioni, suggerivano che ogni ca-poluogo di regione allestisse un campo per non meno di trecento persone "ai confini della città o in edifici dei dintorni, come monasteri, proprietà terriere, fattorie ecc.". Prevedevano una giornata lavorativa di otto ore, mentre gli straordinari e il lavoro notturno erano autorizzati solo "in conformità al codice del lavoro". L'invio di pacchi di cibo era proibito. Erano consentiti invece gli incontri con i parenti stretti, ma solo di domenica o durante le vacanze. Ai prigionieri che avessero tentato di evadere la condanna doveva essere moltipllcata per dieci. Un secondo tentativo sarebbe stato punito con la morte, una pena molto severa in rapporto alla mitezza delle leggi zariste sulla fuga, che i bolscevichi conoscevano fin troppo bene. E va osservato un elemento ancora più importante: i decreti spiegavano che il lavoro dei detenuti non aveva lo scopo di favorirne la rieducazione, ma di ripagare le spese sopportate per la gestione dei campi. I prigionieri con handicap fisici andavano inviati altrove, i campi dovevano autofinanziarsi. Gli ideatori del Gulag si dimostravano ottimisti nel ritenere che le strutture avrebbero provveduto in autonomia alle proprie spese.29

Dato che il flusso dei finanziamenti statali era irregolare, ben presto i dirigenti dei campi cominciarono a contemplare l'idea di autofinanziarsi, o almeno di utilizzare in modo pratico i loro prigionieri. Nel settembre 1919, in un rapporto segreto mostrato a Dzerzinskij si deprecavano le condizioni sanitarie in un campo di transito, "al di sotto della soglia critica", soprattutto perché molta gente prendeva malattie troppo gravi per lavorare: "In autunno, quando il clima è piovoso, non saranno luoghi adatti a concentrare la gente per sfruttarne il lavoro, ma diverranno terreno di coltura per epidemie e altre malattie". Fra l'altro, l'autore del rapporto proponeva che le persone

Gli esordi bolscevichi 39

inabili al lavoro fossero mandate altrove per aumentare l'efficienza del campo, una tattica che in seguito sarebbe stata applicata più di |

una volta dai dirigenti del Gulag. I responsabili dei campi erano già preoccupati per le malattie e la fame, soprattutto perché un prigioniero ammalato e affamato non serve a niente. La dignità di uomini dei detenuti non importava per nulla ai dirigenti, e nemmeno la loro sopravvivenza.30

In pratica, non tutti i comandanti dei campi si preoccupavano per la rieducazione e l'autofinanziamento. Preferivano invece punire le persone un tempo benestanti umiliandole, facendo sperimentare loro la vita dei lavoratori. In un rapporto proveniente dalla città di Poltava, in Ucraina, stilato da una commissione di indagine dell'Armata bianca dopo la temporanea riconquista della città, si osservava che ai prigionieri borghesi arrestati durante l'occupazione bolscevica erano stati assegnati lavori "considerati un modo per umiliare la gente cercando di svilirla. Per esempio, un uomo arrestato è stato costretto a pulire con le mani uno spesso strato di sudiciume da un pavimento lurido. A un altro è stato ordinato di pulire una latrina e per farlo gli hanno dato solo una tovaglia".31

È vero che queste lievi differenze di intenzioni probabilmente non erano poi così importanti per le molte decine di migliaia di prigionieri che consideravano già abbastanza umiliante il semplice fatto di essere arrestati senza alcuna ragione. E forse non influivano nemmeno sulle condizioni di vita dei detenuti, sempre sconvolgenti. Un sacerdote inviato in un campo siberiano ha raccontato della zuppa fatta con delle frattaglie, delle baracche senza elettricità e in pratica senza riscaldamento durante l'inverno.32 Aleksandr Izgoev, un importante uomo politico dell'epoca zarista, fu inviato in un campo a nord di Pietrogrado. Lungo la strada, il gruppo di detenuti di cui faceva parte fece sosta nella città di Vologda. Invece di essere alloggiati al caldo e di ricevere un pasto cucinato, furono costretti a trascinarsi a piedi da un posto all'altro alla ricerca di un rifugio. Non era stato approntato per loro un campo di transito. Alla fine li alloggiarono in una ex scuola in cui c'erano soltanto "pareti nude e panche". Quelli che avevano dei soldi, alla fine, si comprarono da mangiare in città.33

Questo tipo di cattivo trattamento dovuto al caos non era riservato soltanto ai prigionieri. Nei momenti cruciali della guerra civile, e necessità urgenti dell'Armata rossa e dello Stato sovietico avevano la precedenza su qualsiasi altra cosa, la rieducazione, la ven-

tta'le considerazioni di giustizia. Nell'ottobre 1918 il comandante

Gulag

del fronte settentrionale richiese con urgenza alla commissione militare di Pietrogrado 800 lavoratori per costruire strade e scavare trincee. Quindi "numerosi cittadini un tempo appartenenti alle classi mercantili furono invitati a presentarsi al quartier generale sovietico con la scusa che dovevano essere registrati per svolgere in futuro lavori di cui si presentasse la necessità. Quando arrivavano per registrarsi, li arrestavano e li inviavano alla caserma Semenovskij in attesa di mandarli al fronte". Poiché nemmeno con questo sistema si trovavano lavoratori a sufficienza, il soviet locale - il consiglio direttivo del posto - fece circondare un tratto della prospettiva Nevskij, la strada con i negozi più belli di Pietrogrado, e arrestare chiunque non avesse una tessera di partito o un certificato con cui dimostrare che lavorava per un'istituzione governativa; i malcapitati furono condotti a piedi nelle vicine caserme. In seguito le donne vennero rilasciate, mentre gli uomini furono inviati nel nord: "A nessuno degli uomini mobilitati con questo strano metodo fu consentito di sistemare le faccende familiari, di salutare i parenti o di procurarsi calzature e abiti più adeguati".34

Sebbene l'episodio fu senza dubbio scioccante per i passanti arrestati in questo modo, i lavoratori di Pietrogrado non lo avrebbero trovato poi così strano. Infatti persino nel primo periodo della storia sovietica la linea di demarcazione tra il "lavoro coatto" e la normale attività lavorativa era molto sfumata. Trockij dichiarò a chiare lettere la sua intenzione di trasformare l'intero paese in un "esercito di operai" strutturato come l'Armata rossa. Fin dall'inizio gli operai furono costretti a registrarsi all'Ufficio centrale del lavoro, che poteva inviarli in qualsiasi località del paese. Furono emanati decreti speciali che proibivano ai lavoratori di certe categorie, per esempio i minatori, di lasciare il lavoro. E in quell'epoca di caos rivoluzionario i lavoratori liberi non godevano di condizioni di vita migliori dei prigionieri. Dall'esterno non sarebbe sempre stato facile stabilire la differenza tra un luogo di lavoro e un campo di concentramento.35

Anche questo, però, non era che un preavviso di quanto sarebbe venuto dopo: per quasi tutto il decennio successivo le definizioni di "campo", "prigione" e "lavoro coatto" furono circondate da un alone di ambiguità. Il controllo sulle istituzioni penali rimase sempre oltremodo instabile. Le istituzioni responsabili venivano ribattezzate e riorganizzate di continuo, ogni volta che i diversi burocrati e commissari tentavano di assumere il controllo del sistema.36

Tuttavia, alla fine della guerra civile era ormai stato stabilito un modello. L'Unione Sovietica aveva già sviluppato due sistemi carce-

Gli esordi bolscevichi 41

ari ben distinti, con regole, tradizioni, ideologie diverse. Il commissariato della Giustizia, e in seguito il commissariato dell'Interno, dirigeva il sistema carcerario "ordinario" destinato soprattutto a quel-]' che il regime sovietico definiva "criminali comuni". Sebbene in sostanza fosse anch'esso caotico, i detenuti venivano rinchiusi in prigioni tradizionali e gli obiettivi stabiliti dagli amministratori, così com'erano esposti in un promemoria interno, sarebbero stati comprensibili nei paesi "borghesi": rieducare i criminali per mezzo del lavoro correzionale ("i prigionieri devono lavorare per acquisire competenze di cui avvalersi per condurre una vita onesta") e impedire loro di commettere altri reati.37

Allo stesso tempo la Ceka, ribattezzata via via GPU, OGPU, NKVD e alla fine KGB, controllava un altro sistema carcerario, quello sorto in origine come rete di "campi speciali" o "campi straordinari". Sebbene al loro interno anche la Ceka utilizzasse almeno in certa misura la stessa retorica, parlando di "rieducare" e "riforgiare", questi campi non erano nati per somigliare a normali istituti di pena. Esulavano dalla giurisdizione di altre istituzioni sovietiche, e rimanevano invisibili al pubblico. Avevano regole speciali, punizioni più severe per i tentativi di evasione, regimi più duri. Non sempre i detenuti erano stati condannati dai tribunali ordinari, se pure avevano subito un qualche genere di processo. Istituiti come soluzione di emergenza, a mano a mano che si ampliava la definizione di "nemico" e aumentava il potere della Ceka, essi diventavano sempre più grandi e più potenti. E quando alla fine i due sistemi carcerari, quello ordinario e quello straordinario, furono unificati, si adottarono le regole del secondo. La Ceka divorò i suoi avversari.

Fin dall'inizio il sistema carcerario "speciale" era destinato a occuparsi di prigionieri speciali: sacerdoti, ex funzionari zaristi, speculatori borghesi, nemici del nuovo ordine. Ma c'era una categoria di "politici" che interessava più delle altre alle autorità: i membri dei partiti politici socialisti rivoluzionari non bolscevichi, soprattutto gli anarchici, i socialisti rivoluzionari di sinistra e di destra, i menscevichi e gli altri che si erano battuti per la rivoluzione ma non avevano aderito alla fazione bolscevica di Lenin, o non avevano partecipato a pieno titolo al colpo di Stato dell'ottobre 1917. Essendo ex alleati nella lotta ri-

voluzionaria contro il regime zarista, meritavano un trattamento sperale. Il comitato centrale del Partito comunista discusse più volte il

loro destino, fino alla fine degli anni Trenta, quando i superstiti furono quasi tutti arrestati o fucilati^

Gulag

Lenin era infastidito da questa particolare categoria di prigionieri, anche perché - come tutti i capi di sette chiuse - riservava l'odio più accanito agli apostati. Nel corso di uno dei suoi tipici battibecchi definì un socialista che lo criticava "imbroglione", "marionetta cieca", "sicofante della borghesia" e "lacchè dei parassiti e delle carogne", adatto soltanto per "la fogna dei rinnegati".39 In realtà, già molto prima della rivoluzione Lenin aveva deciso come comportarsi con gli altri socialisti se gli si opponevano. Uno dei suoi compagni di lotta rivoluzionaria rammentava una conversazione sull'argomento:

Gli dissi "Vladimir Il'ic, se andate al potere, il giorno dopo comincerete a impiccare i menscevichi". Lui mi guardò e rispose: "II primo menscevico finirà impiccato per nostra mano soltanto dopo che avremo impiccato l'ultimo socialista rivoluzionario". Poi aggrottò la fronte e scoppiò in una risata.40

Ma i prigionieri che appartenevano a questa categoria speciale di "politici" erano anche assai più difficili da controllare. Molti avevano trascorso anni nelle prigioni zariste e sapevano organizzare scioperi della fame, esercitare pressioni sui carcerieri, comunicare tra le celle per scambiarsi informazioni e organizzare proteste collettive. Inoltre, ed è ancora più importante, conoscevano i sistemi per mettersi in contatto con il mondo esterno e sapevano chi cercare. La maggior parte dei partiti socialisti non bolscevichi della Russia aveva ancora delle filiali all'estero, di solito a Berlino o a Parigi, i cui membri potevano procurare gravi danni all'immagine internazionale dei bolscevichi. Alla terza riunione dell'Internazionale comunista nel 1921 i rappresentanti della filiale all'estero dei socialisti rivolu-zionari, il Partito più affine ai bolscevichi dal punto di vista ideologico (anzi, alcuni di essi per un breve periodo avevano collaborato con i seguaci di Lenin) lesserò ad alta voce una lettera dei loro compagni incarcerati in Russia. La lettera fece scalpore al congresso, soprattutto perché sosteneva che le condizioni di prigionia nella Russia rivoluzionaria erano peggiori che all'epoca zarista. "I nostri compagni sono mezzi morti di fame" dichiarava. "Molti rimangono in carcere per mesi senza che sia permesso loro incontrare i familiari, senza lettere, senza poter fare esercizio fisico".41

I socialisti emigrati potevano fare propaganda in favore dei prigionieri e la facevano, proprio come prima della rivoluzione. Immediatamente dopo il colpo di Stato bolscevico, molti famosi rivoluzio-nari, come Vera Figner, autrice di un libro di memorie sulla vita nelle prigioni zariste, e Ekaterina Peskova, moglie dello scrittore Maksim Gor'kij, contribuirono a rilanciare la Croce rossa politica, un'organiz-

Gli esordi bolscevichi 43

zazione di assistenza per i detenuti che prima della rivoluzione svolgeva attività clandestina. La Peskova conosceva bene Dzerzinskij, con il quale teneva una corrispondenza regolare e cordiale. Grazie ai suoi contatti e al suo prestigio, la Croce rossa politica fu autorizzata a visitare i luoghi di detenzione, a parlare con i prigionieri politici, a mandare loro dei pacchi, persino a fare petizioni per il rilascio dei malati, e mantenne questi privilegi per buona parte degli anni Venti.42 In seguito lo scrittore Lev Razgon, incarcerato nel 1937, che seppe della Croce rossa politica dai racconti della sua seconda moglie, il cui padre era stato un prigioniero socialista, trovò tali attività poco plausibili al punto da definirle "una incredibile favola".43

La cattiva pubblicità diffusa dai socialisti occidentali e la Croce rossa politica infastidivano oltre misura i bolscevichi. Molti erano vissuti per anni in esilio, quindi erano sensibili alle opinioni dei loro vecchi compagni all'estero. Diversi inoltre credevano ancora che la rivoluzione potesse diffondersi in Occidente in qualsiasi momento, e non volevano che il progresso del comunismo fosse rallentato da una cattiva stampa. Già nel 1922 erano così preoccupati dai racconti pubblicati sui giornali occidentali da lanciare il primo dei numerosi tentativi di celare il terrore comunista attaccando il "terrore capitalista". A questo scopo crearono una società di assistenza ai prigionieri "alternativa", la Società internazionale di assistenza alle vittime della rivoluzione, conosciuta in Russia con l'acronimo MOPR, il cui obiettivo dichiarato era di lavorare per aiutare i "centomila prigionieri del capitalismo".44

Anche se la sezione berlinese della Croce rossa politica denunciò immediatamente il MOPR per aver cercato di "tacitare i lamenti di coloro che [stavano] morendo nelle prigioni, nei campi di concentramento e nei luoghi di confino della Russia", altri si lasciarono infinocchiare. Nel 1924 il MOPR dichiarava di avere 4 milioni di iscritti e tenne persino il suo primo congresso internazionale con rappresentanti di tutto il mondo.45 La propaganda lasciò il segno. Quando chiesero allo scrittore francese Romain Rolland di commentare la pubblicazione di una raccolta di lettere di socialisti detenuti nelle prigioni sovietiche, rispose: "Nelle prigioni della Polonia accadono cose quasi identiche; accadono nelle prigioni della California, dove stanno martirizzando gli operai della IWW; accadono nelle galere inglesi delle isole Andamane...".46 La Ceka cercava anche di ovviare al problema della cattiva stampa spedendo i socialisti che creavano dei guai quanto più lontano possibile dai loro contatti. Alcuni vennero mandati con decreto amministrativo in luoghi di confino remo-

Gulag

ti, proprio come faceva un tempo il regime zarista. Altri furono inviati in campi lontani nei pressi della città settentrionale di Arcangelo, soprattutto in un campo organizzato nell'ex monastero di Holmogory, centinaia di chilometri a nord di Pietrogrado, non lontano dal mar Bianco. Ciononostante, anche gli esiliati nei luoghi più lontani trovavano il sistema per comunicare. Dal Narym, una remota regione siberiana, un gruppetto di "politici" detenuti in un piccolo campo di concentramento riuscì a mandare una lettera a un giornale socialista dell'emigrazione, dichiarando di trovarsi in un "isolamento così totale dal resto del mondo che solo le lettere riguardanti la loro salute o quella dei familiari" potevano sperare di giungere a destinazione: "Qualsiasi altro messaggio ... non arriva". Tra loro c'era Ol'ga Romanova, un'anarchica diciottenne che era stata inviata in una zona particolarmente isolata della regione, dove per tre mesi "era stata nutrita con pane e acqua calda".47

Ma il confino in luoghi lontani non assicurava la tranquillità ai carcerieri. Quasi ovunque andassero, i socialisti, abituati al trattamento privilegiato un tempo riservato ai prigionieri politici nelle galere zariste, chiedevano giornali, riviste, il diritto di fare passeggiate e di poter corrispondere con chiunque, e soprattutto di poter scegliere i propri rappresentanti quando dovevano trattare con le autorità. Se gli agenti della Ceka locale rifiutavano perché non capivano la situazione, essendo senza dubbio incapaci di stabilire la differenza tra un anarchico e un piromane, i socialisti protestavano, talvolta in modo violento. A quanto afferma un testo di memorie sul campo di Holmogory, un gruppo di prigionieri ritenne

necessario ingaggiare una battaglia per ottenere le cose più elementari, come la concessione a socialisti e anarchici dei normali diritti dei prigionieri politici. Nel corso di questa lotta furono assoggettati a tutte le punizioni più note, l'isolamento, i pestaggi, la fame, spintoni contro il filo spinato, sparatorie all'edificio organizzate dal distaccamento militare ecc. Basti dire che alla fine dell'anno la maggioranza dei detenuti di Holmogory poteva vantare, oltre ai propri precedenti, scioperi della fame di trenta giorni su trentacinque.. ,48

Alla fine il gruppetto di detenuti fu trasferito da Holmogory al campo di Petrominsk, un altro monastero. A quanto riferito in una petizione che inviarono in seguito alle autorità, vennero accolti con "grida volgari e minacce", chiusi in gruppi di sei in anguste celle dove un tempo stavano i monaci, forniti di pagliericci "formicolanti di parassiti", con la proibizione di fare esercizio fisico, tenere libri e carta per scrivere.49 Il comandante di Petrominsk, il compagno Baculis, cercò di piegare i prigionieri privandoli di illuminazione e riscalda-

Gli esordi bolscevichi 45

mento, e di tanto in tanto sparando alle loro finestre.50 In risposta, loro sferrarono un'altra interminabile serie di scioperi della fame e di lettere di protesta. Alla fine chiesero di essere trasferiti, sostenendo che il luogo era infestato dalla malaria.51

Anche altri comandanti di campi si lamentavano di prigionieri del genere. In una lettera a Dzerzinskij uno raccontava come nel suo campo "i membri della Guardia bianca, che si considerano prigionieri politici" si erano organizzati in un "gruppo agguerrito", e mettevano le guardie del campo nell'impossibilità di svolgere il loro lavoro: "Diffamano l'amministrazione, ne infangano il nome ... disprezzano il buon nome, l'onesto nome dei lavoratori sovietici".52 Alcune guardie presero in pugno la situazione. Nell'aprile 1921 un gruppo di 540 prigionieri di Petrominsk si rifiutò di lavorare e chiese razioni alimentari maggiori. A causa di tale insubordinazione le autorità regionali di Arcangelo ordinarono che fossero tutti condannati a morte. Vennero fucilati come previsto.53

Altrove le autorità cercavano di mantenere la pace nella maniera opposta, soddisfacendo tutte le richieste dei detenuti politici. Berta Sabina, socialista rivoluzionaria, ricordava il suo arrivo nell'"ala socialista" della prigione moscovita di Butyrka come una riunione festosa con gli amici, "gente dell'ambiente clandestino di San Pietroburgo, dei miei anni da studentessa, e di molte città piccole e grandi dove avevamo vissuto durante le nostre peregrinazioni". Ai prigionieri era consentito uscire liberamente dalla prigione. Organizzavano sessioni di ginnastica mattutine, avevano istituito un'orchestra e un coro, creato un "circolo" fornito di riviste straniere e di una buona biblioteca. Secondo la tradizione di epoca prerivoluzionaria, alla liberazione ogni prigioniero lasciava i suoi libri. Un consiglio dei detenuti assegnava le celle, alcune delle quali erano ben arredate, con tappeti sui pavimenti e alle pareti. Un altro prigioniero ricordava: "Passeggiavamo lungo i corridoi come se fossero dei viali".54 Alla Babina la vita in prigione parve irreale: "Riusciranno mai a rinchiuderci?".55

I dirigenti della Ceka si chiedevano la stessa cosa. In un rapporto a Dzerzinskij del gennaio 1921, un ispettore carcerario denunciava scandalizzato la situazione della prigione di Butyrka: "uomini e donne passeggiano insieme, alle pareti delle celle sono appesi slo-gan anarchici e controrivoluzionari".56 Dzerzinskij raccomandò un regime più severo ma, quando venne introdotto, i prigionieri ricominciarono a protestare.

Poco tempo dopo, l'idillio di Butyrka finì. Una lettera dell'aprile scritta da un gruppo di socialisti rivoluzionari alle autorità af-

Gulag

fermava: "Fra le tre e le quattro del mattino un gruppo di uomini armati è entrato nelle celle e ha sferrato un attacco ... le donne sono state trascinate fuori dalle celle per le braccia e i capelli, altre sono state picchiate". Nei rapporti successivi, la Ceka definiva tale "incidente" una ribellione sfuggita di mano, e si decise di non permettere mai più un concentramento simile di prigionieri politici a Mosca.57 Nel febbraio 1922 l'"ala socialista" della prigione di Butyrka era ormai stata smantellata.

La repressione non aveva funzionato. Le concessioni non avevano funzionato. La Ceka non riusciva a controllare i prigionieri speciali nemmeno nei suoi campi speciali. E non poteva neanche impedire che informazioni a loro riguardo raggiungessero il mondo esterno. Era palesemente necessaria un'altra soluzione, tanto per loro quanto per tutti gli altri controrivoluzionari insubordinati rinchiusi nel sistema carcerario speciale. La trovarono già nella primavera del 1923: le isole Soloveckie.

II

"IL PRIMO CAMPO DEL GULAG"

C'è il monaco e c'è il prete, la prostituta e il ladro. C'è il principe e il barone, ma senza le corone...

Non hanno casa i ricchi su quest'isola, né castelli o palazzi...

Poesia di un prigioniero anonimo scritta alle Soloveckie1

Guardando dall'alto della torre campanaria all'angolo estremo dell'antico monastero Soloveckij, le linee di demarcazione del campo di concentramento sono visibili ancora oggi. Spesse mura di pietra circondano ancora la fortezza di Soloveckij, il complesso edilizio centrale costituito da monasteri e chiese del quindicesimo secolo, che in seguito ospitarono l'amministrazione generale del campo e le sue baracche centrali. In direzione ovest si trovano i moli, cui oggi sono attraccate alcune barche da pesca: un tempo ogni settimana, e talvolta ogni giorno, durante la breve stagione in cui le acque sono navigabili nell'estremo nord, vi si affollavano i prigionieri in arrivo. Oltre i moli si vede a perdita d'occhio la piatta distesa del mar Bianco. Per arrivare da qui a Kem', il campo di transito in terraferma da cui un tempo si imbarcavano i prigionieri, il battello ci mette parecchie ore. Il viaggio per Arcangelo, la capitale della regione e il porto più importante del mar Bianco, dura una notte intera.

Guardando verso nord, si vedono i contorni vaghi di Sekirka, la chiesa in cima alla collina nei cui sotterranei un tempo si trovavano le

arrugerate celle di punizione delle Soloveckie. A est si erge la centrale elettrica costruita dai prigionieri, attiva ancora oggi. Alle sue spalle si

stende il terreno dove un tempo c'era l'orto botanico. Nei primi tem-

L'arcipelago delle Soloveckie, nel mar Bianco

pi di vita del campo, alcuni prigionieri vi coltivavano piante sperimentali, per capire che cosa mai potesse crescere nell'estremo nord.

Per finire, al di là dell'orto botanico si estendono le altre isole dell'arcipelago delle Soloveckie, sparse nel mar Bianco: Bol'saja Muksalma, dove un tempo i prigionieri allevavano volpi argentate da pelliccia; Anzer, in cui erano situati campi speciali per invalidi, donne con bambini ed ex monaci; Zajackij ostrov, su cui si trovava il campo di punizione femminile.2 Non è un caso se Solzenicyn ha scelto la metafora dell'arcipelago per descrivere il sistema dei campi sovietico. Soloveckij, il primo campo sovietico progettato e costruito per restare in pianta stabile, diventò un vero e proprio arcipelago, diffondendosi isola dopo isola, occupando mentre cresceva le vecchie chiese e gli edifici dell'antica comunità monastica.

"Il primo campo del Gulag" 49

Già in precedenza il complesso monastico era stato utilizzato copie prigione. I monaci delle Soloveckie, sudditi fedeli dello zar, fin dal sedicesimo secolo avevano collaborato a tenere in carcere gli av-versari politici: tra gli altri, i sacerdoti insubordinati e qualche aristocratico ribelle.3 La solitudine, le alte mura, i venti freddi e i gabbiani, che un tempo avevano attratto una razza speciale di monaci solitari, affascinavano anche l'immaginazione bolscevica. Già nel maggio 1920 un articolo dell'edizione di Arcangelo del quotidiano governativo "Izvestija" descriveva le isole come un luogo ideale per installarvi dei campi di lavoro: "La rigida condizione climatica, il regime di lavoro e la lotta contro gli elementi naturali saranno un'ottima scuola per ogni tipo di elementi viziosi!". Quell'estate cominciarono ad arrivare i primi gruppetti di prigionieri.4

Anche altre persone, collocate assai più in alto nella scala gerarchica, si interessavano alle isole. A quanto pare, fu Dzerzinskij in persona, il 13 ottobre 1923, che convinse il governo sovietico ad assegnare alla Ceka, all'epoca ribattezzata GPU e poi OGPU (Direzione politica statale unificata), la proprietà del monastero confiscato, oltre ai monasteri di Petrominsk e Holmogory. Vennero ribattezzati "campi a destinazione speciale".5 In seguito divennero noti come "campi settentrionali a destinazione speciale": Severnye lagerja osobogo naznacenija, o SLON (slon in russo vuoi dire "elefante"), un nome che sarebbe diventato fonte di umorismo, di ironia e di minaccia.

Nella tradizione popolare dei sopravvissuti, Soloveckij diventò per sempre "il primo campo del Gulag".6 Anche se di recente gli studiosi hanno osservato che all'epoca esistevano molti altri campi e prigioni, è evidente che le Soloveckie avevano un significato speciale, non solo per i sopravvissuti, ma anche per la polizia segreta sovietica.7 Negli anni Venti, Soloveckij non era l'unica prigione dell'Unione Sovietica, ma era la loro prigione, la prigione della OGPU, dove per la prima volta la polizia politica imparò a sfruttare il lavoro coatto a scopo di lucro. Nel 1945, durante una conferenza sulla storia del sistema dei campi, il compagno Nasedkin, allora amministratore capo, affermò che la struttura dei campi era nata alle Soloveckie nel 1920, e che nel 1926 vi era nato anche il sistema sovietico di rieducazione basato sul lavoro coatto.8

Sulle prime questa affermazione appare curiosa, se si considera

e m Unione Sovietica i lavori forzati rappresentavano una forma

di punizione ben nota fin dal 1918. Ma non è poi così strano se si

considera l'evoluzione del concetto di lavoro coatto a Soloveckij. In-

a h, anche se sull'isola lavoravano tutti, nei primi tempi i prigionie-

Gulag

ri non rientravano in un'organizzazione nemmeno lontanamente simile a un sistema. E niente attesta che il loro lavoro producesse profitto di alcun genere.

Tanto per cominciare, all'inizio una delle due principali categorie di prigionieri di Soloveckij non lavorava affatto. Erano circa 300 politici socialisti che, in realtà, avevano cominciato ad arrivare sull'isola nel giugno 1923. Provenivano dal campo di Petrominsk, dalla Butyrka e da altre prigioni di Mosca e Pietrogrado, e subito dopo l'arrivo venivano portati al monastero più piccolo di Savvatievo, molti chilometri a nord del complesso monastico principale. Lì le guardie avevano la garanzia che fossero isolati dagli altri prigionieri e non li infettassero con la loro passione per gli scioperi della fame e le proteste.

Nei primi tempi, i socialisti godevano dei "privilegi" dei prigionieri politici che avevano rivendicato a lungo: giornali, libri, libertà di movimento entro la recinzione di filo spinato ed esenzione dal lavoro. Tutti i partiti politici più importanti, socialisti rivoluzionari di sinistra, socialisti rivoluzionari di destra, anarchici, socialdemocratici e in seguito sionisti socialisti, si sceglievano un capo e occupavano delle stanze nelle diverse ali dell'ex monastero.9

All'inizio a Ekaterina Olickaja, una giovane socialista rivoluzionaria di sinistra arrestata nel 1924, Savvatievo non parve "per nulla simile a una prigione", e questo la sconvolse dopo i mesi trascorsi nel tetro carcere moscovita della Lubjanka. La sua stanza, una cella monastica riconvertita, nella zona che era diventata la sezione femminile dei socialisti rivoluzionari, era

pulita, imbiancata di fresco, con due grandi finestre spalancate che davano sul lago, la cella era piena di aria e di luce. Naturalmente non aveva inferriate. In mezzo c'era un tavolo coperto da una tovaglia. Lungo le pareti, quattro pagliericci accuratamente rassettati. Presso ognuno di essi, un tavolino. Sui tavolini, si vedevano libri, quaderni, un calamaio.

Mentre si meravigliava per l'ambiente, il té servito nelle teiere e lo zucchero nelle zuccheriere, le sue compagne di cella le spiegavano che i prigionieri avevano creato di proposito quell'atmosfera piacevole: "Siamo esseri umani".10 Ben presto la Olickaja venne a sapere che, pur soffrendo di tubercolosi e di altre malattie, e sebbene avessero di rado abbastanza da mangiare, i politici di Soloveckij erano molto ben organizzati: ogni cellula di Partito aveva il suo "anziano", responsabile dello stivaggio, della cottura e della distribuzione del cibo. Dato che avevano ancora lo status speciale di politici erano autorizzati a ricevere pacchi dai parenti e dalla Croce rossa politica.

"Il primo campo del Gulag" 51

Anche se questa istituzione cominciava a incontrare qualche difficoltà - nel 1922 ne avevano perquisito le sedi e confiscato le proprietà - Ekaterina Peskova, che la dirigeva e aveva molte conoscenze era ancora personalmente autorizzata ad aiutare i prigionieri

politici. Nel 1923 inviò a Savvatievo un intero vagone di derrate alimentari. Nell'ottobre dello stesso anno venne imbarcato per il nord un carico di abiti.11

Fu questa, insomma, la soluzione al problema di pubbliche relazioni posto dai politici: date loro più o meno quello che vogliono, ma mandateli il più lontano possibile da chiunque altro. Non poteva durare: il sistema sovietico non avrebbe tollerato a lungo delle eccezioni. Nel frattempo non era difficile vedere al di là dell'illusione: infatti a Soloveckij viveva un altro gruppo di prigionieri, assai più numeroso. "Quando sbarcammo alle Soloveckie sentimmo che stavamo entrando in una nuova e strana fase della nostra vita" scrisse un politico. "Dalle conversazioni con i criminali comuni venimmo a sapere del regime sconvolgente adottato dall'amministrazione nei loro confronti... "12

I dormitori principali della fortezza di Soloveckij stavano riempiendosi in fretta, con molto meno fasto e cerimonie, di prigionieri assai meno garantiti. Passarono dalle poche centinaia del 1923 a 6000 nel 1925.13 Tra di essi c'erano ufficiali dell'Armata bianca e simpatizzanti, "speculatori", ex aristocratici, marinai che avevano combattuto durante la rivolta di Kronstadt e criminali comuni veri e propri. Per questi detenuti era molto più difficile ottenere il té nelle teiere e lo zucchero nelle zuccheriere. O meglio, per loro era più difficile ottenere qualsiasi cosa che altri potevano procurarsi senza difficoltà; infatti in quei primi tempi la vita nei dormitori dei comuni del campo speciale di Soloveckij era caratterizzata soprattutto dal-1 irrazionalità, dall'impossibilità di prevedere qualsiasi cosa, come si capiva sin dal momento dell'arrivo. Secondo quanto racconta un ex prigioniero, Boris Sirjaev, autore di un libro di memorie, la prima notte lui e altri nuovi arrivati furono accolti dal compagno A.P. Nogtev, il primo comandante del campo: "Vi do il benvenuto" disse loro, con un tono che Sirjaev definisce ironico. "Come sapete, qui non esiste l'autorità sovietica, solo l'autorità delle Soloveckie. Potete scor-arvi dei diritti che avevate prima. Qui abbiamo le nostre leggi." La frase "Qui non esiste l'autorità sovietica, solo l'autorità delle Soloveckie" sarebbe stata ripetuta diverse volte, come attestano molti memorialisti.i4

Gulag

Nei giorni e nelle settimane successive la maggior parte dei prigionieri avrebbe fatto esperienza dell'autorità delle Soloveckie, un misto di negligenza criminale e di crudeltà casuale. Le condizioni di vita nelle chiese e nelle celle dei monaci trasformate in prigioni erano primitive, e si faceva poco per migliorarle. Durante la prima notte trascorsa nei dormitori di Soloveckij, allo scrittore Oleg Volkov fu assegnato un posto sulle splosnye nary, ampi tavolacci che in realtà erano larghe assi di legno (di cui parleremo più diffusamente in seguito) su cui dormivano affiancati diversi uomini. Quando si sdraiò, fu assalito dalle cimici: "Una dopo l'altra, come formiche. Non riuscii a dormire". Uscì, e fu subito avvolto da "un nugolo di zanzare": "Guardai con invidia quelli che dormivano sodo, coperti di parassiti".15

Le cose non andavano meglio fuori dalla fortezza. Ufficialmente, lo SLON dirigeva nove diversi campi nell'arcipelago, ciascuno dei quali diviso in battaglioni. Ma alcuni prigionieri vivevano in condizioni ancora più primitive, nei boschi, accanto alle località in cui tagliavano gli alberi.16 Dmitrij Lihacev, che in seguito divenne uno dei più famosi critici letterari della Russia, considerava un privilegio non essere stato destinato a lavorare in uno dei diversi campi senza nome nella foresta. Ne visitò uno e scrisse: "Ne vidi uno e mi ammalai per l'orrore di ciò a cui avevo assistito. C'era gente che veniva cacciata nel bosco (dove di solito c'erano solo paludi e massi) e costretta a scavare trincee con le mani (magari avessero avuto delle vanghe!)".17

Sulle isole minori l'amministrazione centrale dei campi controllava ancora meno il comportamento delle singole guardie e dei capi dei campi. Nelle sue memorie un detenuto, Kiselev, descrive un campo di Anzer, una delle isole più piccole, diretto da un altro cekista, Van'ka Potapov, e costituito da tre baracche più il quartier generale delle guardie, situato in un'antica chiesa. I prigionieri tagliavano alberi senza interruzioni, senza riposare, e con poco da mangiare. Si amputavano mani e piedi perché avevano un disperato bisogno di qualche giorno di riposo. Secondo Kiselev, Potapov conservava queste "perle" in un grosso mucchio, e le mostrava ai visitatori, vantandosi anche di aver trucidato di persona oltre 400 detenuti. "Da lì non tornava nessuno" scrive Kiselev parlando di Anzer. Anche ammettendo che esageri, il suo racconto segnala il vero e proprio terrore rappresentato per i prigionieri dai campi periferici.18

Su tutte le isole, le condizioni igieniche disastrose, il carico di lavoro eccessivo e la penuria di cibo provocavano inevitabilmente malattie, soprattutto il tifo. Circa un quarto dei 6000 prigionieri detenu-

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ti dallo SLON nel 1925 morì durante l'inverno 1925-26, a causa di un'epidemia particolarmente virulenta. Secondo alcune stime, ecco le cifre: forse ogni anno morivano da un quarto a metà dei detenuti, sterminati dal tifo, la denutrizione e altre epidemie. Un documento relativo all'inverno 1929-1930 registra 25.552 casi di tifo nei campi dello SLON (all'epoca assai più estesi).19

Tuttavia, per alcuni prigionieri le Soloveckie significavano una realtà assai peggiore di quella dei disagi e delle malattie. Sulle isole i detenuti venivano sottoposti senza motivo a sevizie e torture di ogni genere, assai meno frequenti nel Gulag in seguito, quando, come sostiene Solzenicyn, l'impostazione schiavistica era diventata un "sistema".20 I fatti sono descritti in molti libri di memorie, ma esiste il rapporto di una commissione d'inchiesta inviata da Mosca alcuni anni dopo, in cui vengono esposti con precisione. Durante le indagini i funzionari di Mosca scoprirono con orrore che le guardie delle Soloveckie d'inverno lasciavano regolarmente i prigionieri nudi nell'antica torre campanaria della cattedrale, priva di riscaldamento, le mani e i piedi legati dietro la schiena con un unico pezzo di corda. Li mettevano anche "sulla panca", li costringevano cioè a stare seduti immobili su pali anche per diciotto ore, a volte legando loro dei pesi alle gambe, con i piedi che non toccavano terra; quella posizione li lasciava storpi per sempre. Talvolta costringevano i detenuti a recarsi nudi nel bagno, a due chilometri di distanza, nel gelo invernale. Oppure li nutrivano di proposito con carne avariata. Negavano loro le cure mediche. Altre volte li costringevano a fare delle cose inutili: per esempio, spostare enormi quantità di neve da un posto all'altro, o saltare dai ponti nel fiume ogni volta che una guardia gridava "delfino!".21

Un'altra forma di tortura specifica delle isole, citata tanto negli archivi quanto nei memoriali, consisteva nell'essere sottoposti "alle zanzare". Klinger, un ufficiale dell'Armata bianca che in seguito fu uno dei pochissimi a riuscire a evadere dalle Soloveckie, racconta di come una volta vide infliggere questa tortura a un prigioniero che si era lamentato perché gli avevano requisito un pacco inviatogli da casa. Le guardie carcerarie, infuriate, reagirono togliendogli tutti i vestiti, compresa la biancheria, e legandolo a un palo nella foresta, che durante l'estate brulicava di zanzare. "Nel giro di mezz'ora tutto il suo Povero corpo era coperto di bubboni per le punture" scrive Klinger.

la fine l'uomo svenne per il dolore e la perdita di sangue.22

Le esecuzioni di massa sembravano quasi casuali, e molti prigionieri ricordano la sensazione di terrore alla prospettiva di una morte

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arbitraria. Lihacev afferma di aver evitato per un pelo la morte durante uno sterminio di massa compiuto alla fine dell'ottobre 1929. In effetti i documenti d'archivio indicano che in quell'occasione furono giustiziate circa cinquanta persone (non trecento come afferma lui), con l'accusa di aver cercato di organizzare una rivolta.23

Scontare una condanna a Sekirka, la chiesa i cui sotterranei erano stati adibiti a celle di punizione delle Soloveckie, era terribile quasi quanto la pena capitale. Circolavano molte storie riguardo a quanto accadeva nei sotterranei della chiesa, ma da Sekirka tornarono talmente in pochi che è difficile avere certezze sulla situazione effettiva. Un testimone vide una squadra incolonnata per recarsi al lavoro: "Di fianco a noi sfilarono uomini stremati, dall'aspetto ferino, circondati da una nutrita scorta. In mancanza di abiti, alcuni erano rivestiti di sacchi. Nemmeno uno di loro aveva gli stivali ai piedi".24

Secondo la leggenda delle Soloveckie, anche la lunga rampa di 365 gradini di legno che dalla chiesa di Sekirka conduceva alle falde della collina veniva usata per sterminare i prigionieri. Quando a un certo punto le autorità del campo proibirono alle guardie di fucilare i prigionieri di Sekirka, quelle cominciarono a organizzare degli "incidenti", spingendoli giù dalla scala.25 Di recente i discendenti dei prigionieri di Soloveckij hanno eretto una croce di legno in cima alla scala, per indicare il punto in cui presumibilmente i loro cari trovarono la morte. Ora è un luogo pieno di pace e piuttosto bello, così bello che alla fine degli anni Novanta il museo di storia locale ha pubblicato una cartolina natalizia raffigurante Sekirka, la scala e la croce.

Se all'inizio degli anni Venti migliaia di persone morirono nei campi dello SLON a causa del clima di irrazionalità e di imprevedibilità, la stessa irrazionalità, la stessa imprevedibilità aiutarono altri non soltanto a vivere ma anche, letteralmente, a ballare e a cantare. Nel 1923 un gruppetto di prigionieri aveva già cominciato ad allestire il primo teatro del campo. All'inizio gli "attori", la maggior parte dei quali, prima delle prove, passava dieci ore al giorno abbattendo alberi nella foresta, non avevano copioni, e quindi recitavano i classici a memoria. Il teatro ebbe un grande sviluppo nel 1924, quando arrivò un intero gruppo di ex attori professionisti (erano stati tutti condannati con l'accusa di appartenere allo stesso movimento "controrivoluzionario"). Quell'anno misero in scena Lo zio Vanja di Cehov e I figli del sole di Gor'kip.

In seguito nel teatro delle Soloveckie vennero presentate opere e operette, e anche esibizioni acrobatiche e film. Il programma di una

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cerata musicale comprendeva un brano orchestrale, un quintetto, un coro e arie d'opera russe.27 Nel marzo 1924 c'erano in cartellone un dramma dello scrittore Leonid Andreev (il cui figlio Daniil, anch'egli scrittore, in seguito venne recluso nel Gulag), una commedia di Gogol' e una serata in memoria di Sarah Bernhardt.28

Il teatro non era l'unica istituzione culturale presente. Alle Solo-veckie c'erano anche una biblioteca, in cui alla fine erano conservati 30.000 volumi, e un orto botanico dove i prigionieri facevano esperimenti con le piante artiche. I detenuti, molti dei quali erano scienziati pietroburghesi, allestirono anche un museo della flora, della fauna, dell'arte e della storia locali.29 Alcuni dei prigionieri più privilegiati disponevano inoltre di un circolo che almeno nelle fotografie ha un aspetto decisamente borghese. Le immagini mostrano un ambiente molto confortevole: un piano, pavimenti di parquet, ritratti di Marx, Lenin e Lunacarskij, il primo ministro sovietico della Cultura.30

Con le vecchie attrezzature litografiche dei monaci i prigionieri producevano anche riviste mensili e quotidiani su cui comparivano vignette satiriche, poesie piene di nostalgia e racconti sorprendentemente franchi. Il numero di dicembre 1925 di "Soloveckie ostrova" (cioè "isole Soloveckie") riporta un breve racconto, la storia di un'ex attrice arrivata alle Soloveckie e costretta a fare la lavandaia, che non riesce ad abituarsi alla sua nuova vita. Il racconto si conclude con questa frase: "Le Soloveckie sono maledette".

In un altro racconto un ex aristocratico, un tempo abituato a "serate intime al palazzo d'Inverno", nella nuova situazione si consola soltanto quando va a trovare un altro aristocratico e parlano dei vecchi tempi.31 Risulta evidente che i cliché del realismo socialista non erano ancora obbligatori. Non tutte le storie hanno il lieto fine che in seguito diventerà immancabile, non tutti i personaggi si adattano con gioia alla realtà sovietica.

Sui giornali delle Soloveckie uscivano anche articoli più colti, dal-1 analisi di Lihacev sul galateo del gioco d'azzardo in vigore tra i criminali, a saggi sull'arte e l'architettura delle chiese in rovina delle isole. Tra 1926 e il 1929, presso la casa editrice dello SLON uscirono ben ventinove pubblicazioni della Società etnografica delle Soloveckie. La società effettuava studi sulla flora e la fauna dell'isola, soprattutto su specie particolari come il cervo nordico o le piante caratteristiche del luogo, e pubblicava articoli sulla produzione di mattoni, le correnti eoliche, i minerali utili e l'allevamento degli animali da pelliccia. Alcuni detenuti si interessarono molto a quest'ultimo argomento, al punto che nel 1927, quando le attività economiche

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dell'isola raggiunsero il massimo sviluppo, un gruppo importò dalla Finlandia alcune volpi argentate "da riproduzione", per migliorare la qualità della razza locale. Tra l'altro, la Società etnografica eseguì un'analisi geologica ancora utilizzata dall'attuale direttore del museo di storia locale.32

Questi prigionieri privilegiati partecipavano anche ai nuovi riti e festeggiamenti sovietici, occasioni da cui la generazione successiva di detenuti nei campi sarebbe stata esclusa di proposito. Un articolo uscito sul numero di "Soloveckie ostrova" del settembre 1925 descrive la festa svoltasi sull'isola in occasione del 1° maggio. Purtroppo c'era brutto tempo:

II primo maggio i fiori sbocciano in tutta l'Unione Sovietica, ma alle Soloveckie il mare è ancora coperto di ghiaccio e c'è un sacco di neve. Tuttavia ci prepariamo a celebrare la festa del proletariato. Sin dal mattino presto nelle baracche c'è agitazione. Qualcuno si lava, qualcuno si rade, qualcuno si rammenda gli abiti, qualcuno lucida le scarpe...33

Rispetto agli anni successivi risulta ancora più sorprendente il fatto che sull'isola continuassero a svolgersi cerimonie religiose. Un ex prigioniero, V.A. Kazackov, ricorda la Pasqua "grandiosa" del 1926:

Poco prima della festa, il nuovo capo della divisione pretese che quanti desideravano andare in chiesa facessero domanda. All'inizio quasi nessuno la presentò: la gente aveva paura delle conseguenze. Ma appena prima di Pasqua presentarono domanda in moltissimi... Una lunga processione si incamminò per la strada diretta alla chiesa Onufrevskaja, la cappella del cimitero, camminavano affiancate molte persone. Come logico non tutti riuscirono a entrare nella cappella. Alcuni rimasero fuori, e quelli che arrivarono tardi non poterono nemmeno assistere alla funzione.34

Anche un altro giornale carcerario, nel numero di maggio 1924, pubblicò un editoriale cauto ma positivo sulla Pasqua, "una festa antica che celebra l'inizio della primavera" e "sotto una bandiera rossa può ancora essere festeggiata".35

Con stupore di molti prigionieri, insieme alle feste religiose continuò a rimanere quasi fino alla fine del decennio anche un gruppetto di monaci locali. Avevano la funzione di "istruttori", dovevano cioè trasmettere ai prigionieri le competenze necessarie per portare avanti le loro attività un tempo floride, l'allevamento e la pesca - le aringhe delle Soloveckie comparivano sulla tavola dello zar - e i segreti della complessa rete di canali utilizzati da secoli per collegare le chiese delle isole. Nel corso degli anni, ai monaci si aggiunsero decine di sacerdoti sovietici e di membri della gerarchia ecclesiastica ortodossa e cattolica, che si erano opposti alla confisca dei beni della chiesa o ave-

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vano violato il "decreto sulla separazione di chiesa e stato". Fino al 1931-1932 i religiosi, un po' come i politici socialisti, erano autorizzati ad alloggiare in un dormitorio speciale all'interno della fortezza, e potevano celebrare la messa nella piccola cappella dell'ex cimitero, un lusso proibito agli altri prigionieri salvo in occasioni particolari.

A quanto pare, tali "privilegi" suscitavano un certo risentimento, e tra il clero e i prigionieri comuni a volte nascevano delle tensioni. Una prigioniera, che dopo aver partorito fu trasferita in una colonia speciale per madri sull'isola di Anzer, ricordava: " [Le monache] dell'isola mantenevano le distanze con noi miscredenti... erano arrabbiate, non amavano i bambini e ci odiavano". Altri preti, come attestano diversi memoriali, assumevano un atteggiamento opposto, dedicandosi all'evangelizzazione e all'attività sociale fra criminali e altri politici.36

Anche il denaro, per chi ne aveva, serviva a farsi esentare dal lavoro nelle foreste e a salvarsi dalle torture e dalla morte. A Solo-veckij c'era un ristorante che serviva i prigionieri (sottobanco). Chi poteva permettersi di pagare le bustarelle necessarie aveva l'opportunità di farsi arrivare il cibo da fuori.37 L'amministrazione del campo a un certo punto istituì addirittura degli "empori" sull'isola, dove i prigionieri potevano acquistare capi d'abbigliamento a prezzi due volte più alti che nei normali negozi sovietici.38 A quanto pare, fra coloro che si compravano i mezzi per non soffrire c'era il "conte Violare", uno smargiasso il cui nome è citato (con le grafie più svariate) in diversi memoriali. Il conte, di solito descritto come "l'ambasciatore messicano in Egitto", subito dopo la rivoluzione aveva fatto l'errore di andare a trovare la famiglia di sua moglie nella Geòrgia sovietica. Fu arrestato insieme alla consorte e deportato nell'estremo nord. All'inizio furono imprigionati, e la contessa dovette lavorare come lavandaia ma, secondo la leggenda del campo, con la somma di 5000 rubli il conte acquisì per entrambi il diritto di vivere in una casa a sé, con un cavallo e un servitore.39 Altri ricordano la presenza di un ricco mercante indiano di Bombay, che poi se ne andò con 1 aiuto del consolato britannico a Mosca. In seguito le sue memorie furono pubblicate sulla stampa dell'emigrazione.40

Questi e altri esempi di prigionieri ricchi che vivevano bene e se ne andavano presto avevano un impatto tale che, nel 1926, un gruppo di detenuti meno privilegiati scrisse una lettera al presidium del comitato centrale del Partito comunista, per denunciare "il caos e la ^lertza imperanti nel campo di concentramento Soloveckij". La protesta era espressa in termini tali da far presa sui dirigenti comunisti: "Chi ha i soldi può servirsene per sistemarsi bene, e tutte le

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difficoltà ricadono sulle spalle dei lavoratori e dei contadini che non hanno denaro". Mentre i ricchi si compravano attività più leggere, scrivevano, "i poveri lavorano dalle quattordici alle sedici ore al giorno".41 Risultò che non erano gli unici insoddisfatti per gli atteggiamenti arbitrari dei comandanti dei campi delle Soloveckie.

Se la violenza casuale e il trattamento iniquo infastidivano i prigionieri, chi stava più in alto nella gerarchia sovietica era contrariato per motivi un po' diversi. Intorno al 1925 risultava ormai evidente che i campi dello SLON, come tutto il sistema carcerario "ordinario", non erano riusciti a realizzare l'obiettivo più importante: diventare autosufficienti.42 Anzi, oltre a non conseguire dei profitti, i comandanti dei campi di concentramento sovietici, "speciali" e "ordinari", continuavano a chiedere finanziamenti sempre più ingenti.

Sotto questo aspetto, il complesso delle Soloveckie somigliava alle altre prigioni sovietiche dell'epoca. Probabilmente sulle isole il contrasto tra gli estremi di crudeltà e di vita agiata erano più stridenti che altrove, per la natura particolare dei prigionieri e delle guardie, ma anche in altri campi e carceri di tutto il paese si riscontravano le stesse irregolarità. In teoria anche il sistema carcerario normale comprendeva "colonie" di lavoro collegate a fabbriche, officine e aziende agricole, e anche la loro attività economica era organizzata male e non produceva profitti.43 In un rapporto del 1928 su uno di questi campi, situato nelle campagne della Carelia - 59 prigionieri, 7 cavalli, 2 maiali e 21 mucche -, un ispettore riferiva che solo la metà dei prigionieri avevano le lenzuola, che i cavalli erano in pessime condizioni (uno era stato venduto a uno zingaro senza autorizzazione), che altri cavalli venivano usati regolarmente dalle guardie del campo per motivi personali, che quando avevano rilasciato il detenuto addetto alla mansione di fabbro nel campo, quello se ne era andato a piedi con tutti i suoi strumenti, che gli edifici del campo non avevano riscaldamento e isolamento termico, salvo la residenza dell'amministratore capo. E c'era di peggio: l'amministratore capo trascorreva fuori dal campo tre o quattro giorni alla settimana e spesso rilasciava i prigionieri in anticipo senza autorizzazione; "rifiutava ostinatamente" di insegnare agronomia ai detenuti e affermava chiaro e tondo di essere convinto che la rieducazione dei prigionieri fosse "inutile". Le mogli di alcuni prigionieri vivevano dentro il campo, altre invece vi trascorrevano lunghi periodi e sparivano nei boschi con i mariti. Le guardie indulgevano in "liti meschine e ubriachezza".44 Non stupisce quindi se i dirigenti locali della

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Caretta nel 1929 furono richiamati all'ordine dai loro superiori perché non avevano "capito l'importanza del lavoro coatto come strumento di difesa sociale e la sua utilità per lo Stato e la società".45

Era evidente fin dall'inizio che i campi non rendevano, i documenti lo dimostrano. Già nel luglio 1919 i dirigenti della Ceka di Come!', in Bielorussia, inviarono una lettera a Dzerzinskij per chiedergli un sussidio urgente di 500.000 rubli: la costruzione del loro campo si era interrotta per mancanza di fondi.46 Nel decennio successivo i ministeri e le istituzioni in lizza per aggiudicarsi il controllo dei campi di prigionia continuavano a contendersi finanziamenti e potere. Ogni tanto venivano decretate delle amnistie per alleggerire il sistema carcerario, un fenomeno che raggiunse il culmine nell'autunno del 1927 quando ne venne concessa una molto estesa in occasione del decimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre. Furono rilasciati oltre 50.000 detenuti delle prigioni ordinarie, soprattutto allo scopo di ridurre il sovraffollamento e risparmiare denaro.47

Il 10 novembre 1925 ormai ai massimi livelli si ammetteva che era necessario "utilizzare meglio i prigionieri". A quell'epoca G.F. Pjatakov, un bolscevico che occupò diverse importanti posizioni in ambito economico, scrisse a Dzerzinskij. Nella sua lettera spiegava: "Sono giunto alla conclusione che per creare le condizioni di base necessarie alla nascita di una cultura del lavoro, in certe regioni bisognerebbe istituire degli insediamenti di lavoro obbligatorio. Tali insediamenti ridurrebbero il sovraffollamento nei luoghi di detenzione. Bisognerebbe ordinare alla GPU di studiare questi problemi". Elencava poi quattro regioni che andavano sviluppate con urgenza: l'isola di Sahalin nell'estremo oriente, la zona circostante la foce dello Enisej all'estremo nord, la steppa del Kazakistan e i territori intorno alla città siberiana di Nercinsk; in seguito in tutte e quattro furono allestiti dei campi. Dzerzinskij ratificò la proposta e la inoltrò a due colleghi per sviluppare il progetto.48

All'inizio non accadde nulla, forse perché di lì a poco Dzerzinskij morì. Comunque, la nota di Pjatakov era foriera di cambiamenti. Alla metà degli anni Venti i dirigenti sovietici non avevano ancora stabilito con chiarezza se le prigioni e i campi dovessero avere come obiettivo prioritario la rieducazione dei prigionieri, la loro punizione/ o la realizzazione di profitti per il regime. Ora le svariate istituzioni interessate al destino dei campi di concentramento a poco a POCO stavano raggiungendo un accordo: i luoghi di detenzione do-

vano essere autosufficienti. Alla fine del decennio, il caotico monile prigioni sovietiche postrivoluzionarie si trasformò, e dal

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caos emerse un sistema nuovo. Oltre a diventare un'impresa economica organizzata, le Soloveckie rappresentavano ora un campo modello, un esempio da donare molte migliaia di volte in tutta l'URSS.

Anche se allora nessuno se ne rendeva conto, in retrospettiva l'importanza delle Soloveckie emerge con chiarezza. In seguito, nel 1930, in una relazione pronunciata a una riunione di Partito alle Soloveckie, un dirigente locale, il compagno Uspenskij, dichiarò: "l'esperienza di lavoro dei campi sulle Soloveckie ha convinto il Partito e il governo che il sistema carcerario deve trasformarsi in tutta l'Unione Sovietica in un sistema di campi correzionali di lavoro".49

Ai vertici, alcuni di tali cambiamenti erano previsti sin dall'inizio, come dimostra la nota inviata a Dzerzinskij. Invece le tecniche del nuovo sistema, i metodi per gestire i campi, organizzare i prigionieri e stabilirne il regime lavorativo, furono studiati sulle isole. Alla metà degli anni Venti forse alle Soloveckie regnava il caos, ma da quel caos emerse il futuro sistema del Gulag.

I motivi dei cambiamenti dello SLON vanno ricercati almeno in parte nella personalità di Naftalij Aronovic Frenkel', un prigioniero che fece strada, fino a diventare uno dei più influenti comandanti delle Soloveckie. A quanto afferma Solzenicyn in Arcipelago Gulag, fu proprio Frenkel' a ideare il sistema per cui i prigionieri venivano nutriti in base alla quantità di lavoro svolto. Questo sistema micidiale, che nel giro di poche settimane eliminava i detenuti più deboli, in seguito - come vedremo - provocò la morte di innumerevoli vittime. D'altra parte, molti storici russi e occidentali contestano l'importanza di Frenkel' e considerano soltanto leggende le storie relative alla sua onnipotenza.50

Probabilmente Solzenicyn attribuisce troppi meriti a Frenkel': anche nei primi campi bolscevichi i prigionieri riferivano di razioni supplementari per il lavoro in più, e comunque l'idea in un certo senso è ovvia e non aveva bisogno di essere messa a punto da qualcuno in particolare.51 Ma dalle fonti d'archivio rese accessibili solo di recente, soprattutto quelle dell'archivio regionale della Carelia, la repubblica sovietica di cui allora facevano parte le Soloveckie, l'importanza di Frenkel' appare evidente. Anche se non inventò il sistema in tutti i dettagli, egli riuscì a trasformare un campo di prigionia in un'istituzione economica in apparenza produttiva, e lo fece in un'epoca, in un posto e in un modo che probabilmente attirarono l'attenzione di Stalin sulla sua idea.

D'altra parte, nemmeno la confusione sorprende. Molti memoriali

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relativi alle prime fasi del sistema dei campi citano il nome di Frenkel': pare evidente che l'identità di quest'uomo era circondata dal mito anche quando lui era vivo. Nelle fotografie ufficiali si vede un uomo dall'aspetto studiatamente sinistro, con un berretto di cuoio e baffi spuntati con attenzione; un sopravvissuto ricorda che era "vestito come un damerino".52 Un suo collega della OGPU, che lo ammirava moltissimo, si meravigliava per la sua memoria perfetta e per la sua abilità di fare i calcoli a mente: "Non metteva mai niente per iscritto" ,53 In seguito anche la propaganda sovietica elogiò con eloquenza la "sua memoria incredibile" e la sua "ottima conoscenza del legname e del lavoro forestale in genere", le sue competenze in ambito di agricoltura e di ingegneria, e la sua sconfinata cultura generale:

Un giorno, per esempio, si mise a chiacchierare con due operai della manifattura di saponi, profumi e cosmetici. Molto presto li ridusse al silenzio, dimostrando di conoscere a fondo la profumeria, e risultò persino che era esperto del mercato internazionale e conosceva i gusti olfattivi degli abitanti della Malesia!54

Altri lo odiavano e lo temevano. Nel 1928, in una serie di riunioni speciali della cellula di Partito delle Soloveckie, i colleghi di Frenkel' lo accusarono di essersi creato una rete di spie: "Quindi sa tutto su tutti prima di chiunque altro".55 Già nel 1927 le voci su di lui erano arrivate addirittura a Parigi. In uno dei primi libri sulle Soloveckie un anticomunista francese diceva di lui: "Grazie alle sue iniziative di una insensibilità spaventosa milioni di infelici soccombono per le fatiche terribili e le atroci sofferenze".56

Inoltre, i suoi contemporanei non ne conoscevano con chiarezza le origini. Solzenicyn afferma che era un "ebreo turco", nato a Costantinopoli.57 Un altro lo descrive come un "industriale manifatturiero ungherese".58 Sirjaev sostiene che proveniva da Odessa, secondo altri invece era austriaco o palestinese, oppure aveva lavorato in America, nello stabilimento della Ford.59 Il suo fascicolo personale del carcere sotto certi aspetti chiarisce le cose: afferma che era nato nel 1883 a Haifa, nell'epoca in cui la Palestina faceva parte dell'impero ottomano. Dà lì si era poi trasferito in Unione Sovietica (passando da Odessa, o orse attraversando l'impero austroungarico), dove si presentava come un "commerciante".60 Nel 1923 le autorità lo arrestarono per "aver attraversato illegalmente le frontiere", il che potrebbe significare che era un commerciante dedito al contrabbando, oppure soltanto che co-

e commerciante aveva riscosso troppo successo per essere tollerato in Unione Sovietica. Lo condannarono a dieci anni di lavori forzati alle Soloveckie.61

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Resta anche del tutto misterioso il modo in cui riuscì a passare dalla condizione di detenuto a quella di comandante. Secondo la leggenda, quando arrivò nel campo la disorganizzazione, lo spreco di denaro e di lavoro lo sbalordirono al punto che si sedette a tavolino e scrisse una lettera molto dettagliata in cui elencò con precisione che cosa non funzionava nelle varie attività del campo, tra cui l'industria forestale, l'allevamento e le fabbriche di mattoni. Infilò la lettera nella "cassetta per i reclami" dei detenuti; un amministratore la lesse e trovandola singolare la mandò a Genrih Jagoda, il cekista che in quel periodo stava scalando in fretta la gerarchia della polizia segreta e finì per diventarne il capo. A quanto si racconta, Jagoda volle subito conoscere l'autore della lettera. Secondo un contemporaneo (e anche secondo Solzenicyn, che non menziona la sua fonte), lo stesso Frenkel' sosteneva di essere stato inviato in tutta fretta a Mosca dove aveva esposto le proprie idee a Stalin e Kaganovic, un suo tirapiedi.62 A questo punto la leggenda diventa nebulosa: dai documenti risulta che Frenkel' negli anni Trenta incontrò davvero Stalin, il quale con ogni probabilità lo protesse negli anni dell'epurazione all'interno del Partito, ma per il momento non sono emerse prove di sue visite a Mosca negli anni Venti. Ciò non significa che non ve ne furono: può anche darsi che i documenti siano andati perduti.63

Le voci sono confermate da alcune prove indiziarie. Frenkel', per esempio, fu promosso da prigioniero a guardia in tempi molto rapidi anche rispetto ai criteri di allora e al caos vigente nello SLON. Nel novembre 1924, quando Frenkel' si trovava nel campo da meno di un anno, l'amministrazione dello SLON aveva già inoltrato la domanda per il suo rilascio anticipato, che fu accolta nel 1927. Nel frattempo l'amministrazione inviava con regolarità alla OGPU delle dichiarazioni colme di entusiasmo riguardo a Frenkel': "Nel campo si è dimostrato un lavoratore così dotato da conquistarsi la fiducia delle autorità dello SLON, e viene considerato autorevole ... è uno dei pochi lavoratori responsabili".64

Sappiamo inoltre che Frenkel' organizzò e poi diresse la Ekonomiceskaja kommerceskaja cast', il Dipartimento economico-commerciale dello SLON, e che cercò di rendere i campi delle Soloveckie non solo autosufficienti, come richiedevano i decreti in materia, ma davvero redditizi, al punto che cominciarono a portar via lavoro ad altre imprese. Certo si trattava di imprese statali, non private, ma negli anni Venti nell'economia sovietica persistevano ancora elementi di competizione, e Frenkel' ne approfittò. Nel settembre 1925, con Frenkel' alla guida del Dipartimento economico, lo SLON si era

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conquistato il diritto di tagliare 130.000 metri cubi di alberi in Carelia perché aveva presentato un'offerta migliore di quella dell'impresa forestale civile concorrente. Inoltre era diventato azionista della Banca pubblica della Carelia ed era in gara per la costruzione di una strada da Kem' alla città di Uhta, nell'estremo nord.65

Le autorità della Carelia si innervosirono subito per tutta questa attività, soprattutto perché all'inizio erano nettamente contrarie alla costruzione del campo. In seguito le loro proteste aumentarono.66 In una riunione convocata per discutere l'espansione dello SLON, le autorità locali protestarono perché non era giusto che, potendo disporre di manodopera a basso costo, lasciasse senza lavoro i normali taglialegna. Poi l'atmosfera cambiò ancora, e furono sollevate obiezioni più serie. Nel febbraio 1926, durante una riunione del Consiglio dei com-missari del popolo della Carelia, molti dirigenti locali protestarono perché lo SLON costava troppo e chiedeva finanziamenti eccessivi per la strada da Kem' a Uhta. "Risulta ormai evidente che lo SLON è un mercante con le mani grandi e avide, e che il suo obiettivo principale è quello di ottenere dei profitti"" dichiarò in tono iroso il compagno Juznev.67

L'Impresa commerciale della Carelia, una società di Stato, era già in assetto di guerra per impedire allo SLON di aprire un proprio punto di vendita a Kem'. L'impresa statale non poteva permettersi la stessa cosa, al contrario dello SLON, che era in condizione di chiedere più ore di lavoro ai suoi dipendenti detenuti e pagarli assai meno, in pratica niente.68 E per giunta a parere delle autorità grazie ai suoi rapporti privilegiati con la OGPU, lo SLON poteva ignorare le leggi locali e non versare denaro all'erario della regione.69

Il dibattito sulla redditività, l'efficienza e l'equità del lavoro coatto proseguì per i venticinque anni successivi (ne parleremo più diffusamente). Ma alla metà degli anni Venti le autorità locali della Carelia non la spuntarono. Nei suoi rapporti del 1925 sulla situazione economica del complesso delle Soloveckie, il compagno Fedor Ejhmans, in quel momento vice di Nogtev, anche se in seguito diresse il campo, vantava i successi economici dello SLON sostenendo che la sua fabbrica di mattoni, un tempo in "condizioni patetiche", ormai prosperava, che le imprese forestali avrebbero superato la produzione prevista dal piano per quell'anno, che era stata ultimata la centrale elettrica e

e la produzione di pesce era raddoppiata.70 In seguito i giornali

e"e Soloveckie e di altre parti dell'Unione Sovietica pubblicarono

estratti dei rapporti per il largo pubblico.71 Riportavano dei calcoli

ecis': in uno il costo quotidiano medio delle razioni era valutato 29

Gulag

copechi, il costo annuale dell'abbigliamento 34 rubli e 57 copechi. Si dichiarava che ciascun detenuto, includendo le spese mediche e di trasporto, costava 211 rubli e 67 copechi all'anno.72 Sebbene nel 1929 il campo avesse ancora un deficit di 1.600.000 rubli,73 con ogni probabilità perché l'OGPU rubava sulle entrate, il presunto successo economico delle Soloveckie veniva strombazzato ai quattro venti.

Ben presto tale successo divenne l'argomento centrale per ristrutturare l'intero sistema carcerario sovietico. Non importava a nessuno se per realizzarlo bisognava diminuire le razioni dei detenuti e peggiorare le loro condizioni di vita.74 Così come nessuno si preoccupava se il prezzo da pagare consisteva nel peggioramento dei rapporti con le autorità locali.

All'interno del Gulag, pochi avevano dubbi sulla persona cui andava attribuito il presunto successo. Tutti erano sicuri che fosse Frenkel' l'artefice della commercializzazione del sistema, e con altrettanta sicurezza lo odiavano per questo. Nel 1928, durante una riunione del Partito comunista delle Soloveckie, acrimoniosa al punto che alcuni stralci dei verbali furono dichiarati troppo segreti per conservarli negli archivi e non sono reperibili, un comandante, il compagno Jasenko, si lamentava per l'eccessiva influenza acquisita dal Dipartimento economico-commerciale dello SLON: "È tutto di sua competenza". Inoltre se la prendeva con Frenkel', "un ex prigioniero liberato dopo tre anni di lavoro perché all'epoca il campo non aveva abbastanza gente [guardie]". Frenkel' era diventato troppo importante, sosteneva Jasenko (dal cui linguaggio si desume una forte vena di antisemitismo): "quando ha cominciato a circolare la voce secondo cui forse se ne sarebbe andato, la gente diceva: "Non possiamo lavorare senza di lui"".

Jasenko confessò di odiare Frenkel' al punto di aver contemplato l'idea di assassinarlo. Altri chiesero perché Frenkel', un ex detenuto, venisse servito con priorità e avesse sconti sui prezzi nei negozi dello SLON, come se ne fosse il proprietario. Altri ancora affermarono che lo SLON si era talmente commercializzato da dimenticare altre sue funzioni: era stata interrotta qualsiasi attività di rieducazione e i detenuti dovevano sostenere ritmi di lavoro eccessivi. Quando si mutilavano per sottrarsi alle norme di produzione, non si indagava sui loro casi

Ma come lo SLON vinse la battaglia contro le autorità della Carelia Frenkel', forse in virtù dei suoi contatti con Mosca, la spuntò all'interno dello SLON riguardo al tipo di struttura da introdurre alte Soloveckie, al lavoro dei detenuti e al loro trattamento.

"// primo campo del Gulag" 65

Come ho già detto, probabilmente non fu Frenkel' a inventare il famigerato sistema del "mangi quanto lavori", in base al quale i detenuti ricevevano razioni alimentari corrispondenti alla loro produzione. Tuttavia sviluppò e fece prosperare il sistema, che da organizzazione abborracciata, in cui talvolta il lavoro veniva "pagato" con razioni alimentari supplementari, si trasformò in un metodo molto preciso e ben regolato di distribuzione di cibo e organizzazione dei prigionieri.

In realtà il sistema di Frenkel' era molto semplice. Divideva in tre gruppi i prigionieri dello SLON secondo le loro possibilità fisiche: quelli considerati capaci di lavori pesanti, quelli capaci di lavori leggeri e gli invalidi. Ogni gruppo aveva una serie di compiti diversi e un insieme di norme per svolgerli. I detenuti venivano alimentati in modo corrispondente alle mansioni, e tra le razioni previste c'erano differenze decisamente drastiche. In base a un progetto stilato tra il 1928 e il 1932, il primo gruppo aveva diritto a 800 grammi di pane e 80 di carne; il secondo a 500 grammi di pane e 40 di carne; il terzo a 400 grammi di pane e 40 di carne. In altre parole, l'ultima categoria riceveva la metà del cibo della prima.76

In pratica con questo sistema si stabiliva molto in fretta quali detenuti sarebbero sopravvissuti e quali erano destinati a morire. I prigionieri forti, relativamente ben nutriti, diventavano più forti. I prigionieri deboli, privati del cibo, diventavano più deboli e alla fine si ammalavano o morivano. Il processo si accelerava e diventava più radicale grazie al fatto che le norme di lavoro erano spesso molto alte, per certi prigionieri irrealizzabili, soprattutto per la gente di città, che non aveva mai svolto attività come estrarre la torba o tagliare gli alberi. Nel 1928 le autorità centrali punirono un gruppo di guardie dei campi perché avevano costretto 128 persone a lavorare nella foresta tutta la notte, durante l'inverno, per realizzare la norma. Un mese dopo, il 75 per cento di loro soffriva ancora di gravi congelamenti.77

Sotto Frenkel' cambiarono anche le attività svolte all'interno dello SLON: non gli interessavano quisquilie come l'allevamento di animali da pelliccia o la coltivazione di piante artiche esotiche. Mandava invece i prigionieri a costruire strade o abbattere alberi avvalendosi della forza lavoro gratuita e non specializzata di cui il sistema disponeva in abbondanza.78 La natura del lavoro cambiò rapidamente la natura del campo, o piuttosto dei campi, poiché lo SLON veva ormai cominciato a espandersi ben oltre l'arcipelago delle Soeckie. A Frenkel' non importava molto se i prigionieri venivano

tenuti in un'istituzione carceraria, in una prigione o dietro il filo spi-

Gulag

nato. Mandava squadre di lavoratori detenuti in tutta la repubblica della Carelia e nella regione di Arcangelo, sulla terraferma russa, a migliaia di chilometri dalle Soloveckie, ovunque fossero necessari79

Come un consulente di gestione che rileva una società in fallimento, Frenkel' "razionalizzò" altri aspetti della vita dei campi, eliminando a poco a poco tutto quello che non contribuiva alla produttività economica. Qualsiasi pretesa di rieducazione fu ben presto lasciata perdere. I detrattori di Frenkel' denunciarono il fatto che aveva chiuso i giornali e le riviste dei campi e interrotto le riunioni della Società etnografica delle Soloveckie. Il museo e il teatro continuavano a esistere, ma soltanto allo scopo di impressionare gli alti papaveri in visita.

Allo stesso tempo la crudeltà casuale cominciò a calare di livello. Nel 1930 la commissione Sanin, una delegazione speciale della OGPU, arrivò nell'isola per indagare su certe voci riguardo a maltrattamenti di prigionieri. Le loro relazioni confermarono le storie di pestaggi e torture eccessive sull'isola. Gli orientamenti precedenti subirono un mutamento radicale: la commissione condannò e giustiziò diciannove agenti dell'OGPU.80 Il loro comportamento era ormai considerato fuori luogo in un'organizzazione che dava valore prioritario alla trudosposobnost', la "capacità lavorativa".

Per finire, sotto la direzione di Frenkel' il concetto di "detenuto politico" cambiò definitivamente. Nell'autunno del 1925 le linee di demarcazione artificiali tracciate tra i condannati per reati comuni e i detenuti per reati controrivoluzionari scomparvero, e i due gruppi vennero mandati insieme in terraferma a lavorare nelle gigantesche industrie per il taglio e la lavorazione del legname della Carelia. Lo SLON non riconosceva più ad alcuni lo status di detenuti privilegiati, considerava tutti i prigionieri potenziale manodopera.81

I socialisti ospitati nelle baracche di Savvatievo costituivano un grosso problema. I politici socialisti non corrispondevano affatto all'idea dell'efficienza economica, poiché rifiutavano per principio di assoggettarsi al lavoro coatto in qualsiasi forma. Rifiutavano persino di tagliare la legna da ardere per uso personale. "Siamo stati condannati all'esilio amministrativo" dichiarò uno: "L'amministrazione deve provvedere a tutte la nostre necessità".82 Non sorprende che tale posizione cominciasse a ispirare risentimento nell'amministrazione del campo. Le loro infinite richieste irritarono soprattutto il comandante Nogtev, il quale nella primavera del 1923 aveva trattato di persona con i politici a Petrominsk, promettendo loro un regim6 più tollerante alle Soloveckie se avessero accettato di andarci senza

"Il primo campo del Gulag" 67

protestare. Si scontrò con loro su problemi come la libertà di movimento, la possibilità di accedere alle cure mediche e il diritto di corrispondere con il mondo esterno. Alla fine, il 19 dicembre 1923, al culmine di una discussione particolarmente aspra riguardo al coprifuoco dei prigionieri, i soldati di guardia alle baracche di Savvatievo aprirono il fuoco su un gruppo di politici uccidendone sei.

All'estero l'incidente fece scalpore. La Croce rossa politica fece passare clandestinamente cronache della sparatoria attraverso le frontiere. Comparvero articoli sulla stampa occidentale ancor prima che in Russia. Il flusso di telegrammi tra l'isola e la dirigenza del Partito comunista era intensissimo. All'inizio le autorità del campo difesero i soldati che avevano sparato, affermando che i prigionieri non avevano rispettato il coprifuoco e che prima di sparare i soldati avevano dato tre avvertimenti.

In seguito, nell'aprile 1924, pur senza ammettere in modo aperto che i soldati non avevano dato alcun preavviso, come sostenevano i detenuti, l'amministrazione dei campi fornì un'analisi più elaborata dell'accaduto. Il rapporto spiegava che i politici erano di una "classe diversa" da quella dei soldati incaricati di sorvegliarli. I prigionieri trascorrevano il loro tempo leggendo libri e giornali, mentre i soldati non ne disponevano. I prigionieri mangiavano pane bianco, burro e latte e i soldati non avevano nulla di tutto questo. Era una "situazione anomala", che aveva prodotto un naturale risentimento: i lavoratori provavano astio verso chi non lavorava, e quando i prigionieri avevano sfidato il coprifuoco si era verificato un inevitabile spargimento di sangue.83 Per confermare le proprie conclusioni, durante una riunione del comitato centrale del Partito a Mosca lesserò ad alta voce alcune lettere di prigionieri: "Mi sento bene, mangio bene ... non è necessario mandarmi abiti e cibo adesso". In altre descrivevano gli splendidi panorami.84 In seguito, quando alcune di queste missive furono pubblicate sulla stampa sovietica, i detenuti sostennero di avere descritto la situazione in modo così idilliaco soltanto per placare i timori dei loro familiari.85

il comitato centrale, indignato, entrò in azione. Una commissione

guidata da Lev Botyj, il dirigente della GPU responsabile dei campi

1 concentramento, condusse un'ispezione nei campi delle Soloveckie e nella prigione di transito di Kem'. Nell'ottobre 1924 su "Izestija" uscì una serie di articoli sull'argomento. "Chi crede che Soveckij sia una prigione deprimente, tetra, dove la gente se ne sta a perdere tempo in celle affollate, si sbaglia di grosso" scrisse N. Kraov- "Il campo è un'enorme organizzazione economica con 3000

Culag

lavoratori impegnati in attività produttive dei più diversi generi" Krasikov intesseva lodi riguardo all'industria e all'agricoltura di Soloveckij, e proseguiva descrivendo la vita nelle baracche socialiste di Savvatievo:

Conducono un'esistenza che può essere definita anarco-intellettuale in tutte le peggiori accezioni. Ozio perenne, tedioso argomentare su divergenze politiche, litigi di famiglia, dispute di fazione, soprattutto un atteggiamento aggressivo e ostile verso il governo in generale, verso l'amministrazione locale in particolare, e soprattutto contro le guardie dell'Armata rossa ... da rutti questi elementi messi insieme consegue l'ostilità di queste trecento persone e rotti a qualsiasi provvedimento o a qualsiasi tentativo delle autorità locali di dare regola e organizzazione alla loro vita.86

Su un'altra rivista le autorità sovietiche sostenevano che i prigionieri socialisti godevano di razioni migliori di quelle dell'Armata rossa. Erano inoltre liberi di vedere i parenti, altrimenti come avrebbero potuto far uscire di nascosto le informazioni? Avevano grande disponibilità di medici, più che nei normali villaggi di liberi lavoratori. Nell'articolo si sosteneva inoltre, con tono beffardo, che i politici pretendevano "farmaci esclusivi, rari e costosi", capsule e ponti d'oro per i denti.87

Era l'inizio della fine. Il comitato centrale, dopo aver discusso a lungo e respinto l'idea di esiliare all'estero i politici - per timore dell'impatto che avrebbe provocato tale provvedimento sui socialisti occidentali e, per qualche oscuro motivo, soprattutto sul Partito laburista britannico - prese la sua decisione.88 All'alba del 17 giugno 1925 i soldati circondarono il monastero di Savvatievo. Concessero ai prigionieri due ore per fare i bagagli, poi li scortarono fino al porto, li costrinsero a salire sulle barche e li inviarono in remote prigioni nella Russia centrale - a Tobol'sk, nella Siberia occidentale, e a Verhneural'sk, negli Urali - dove la situazione era assai peggiore che a Savvatievo.89 Un prigioniero descrive

celle chiuse in cui l'aria è avvelenata dal puzzo stantio, fetido, del bagno; i politici isolati uno dall'altro ... le nostre razioni sono peggiori che a Soloveckij. L'amministrazione della prigione non vuole riconoscere il nostro starosta (capo del gruppo). Non c'è né infermeria né assistenza sanitaria. La prigione ha due piani: le celle del pianterreno sono umide e buie. Vi tengono i compagni malati, alcuni dei quali sono tubercolotici.90

Anche se i socialisti continuavano a lottare per i loro diritti, a inviare lettere all'estero, a mandarsi messaggi in codice battendo sui muri della prigione e a inscenare scioperi della fame, la propaganda bolscevica stava soffocando le loro proteste. A Berlino, Parigi e

"Il primo campo del Gulag" 69

Y rk le vecchie società di assistenza ai prigionieri cominciarono a incontrare maggiori difficoltà nelle collette.91 "Quando si sono verificati i fatti del 19 dicembre" scriveva un detenuto a un amico all'estero parlando dell'uccisione dei 6 prigionieri avvenuta nel 1923, "ci è sembrato, soggettivamente, che il mondo, il nostro mondo socialista "ne sarebbe rimasto sconvolto". Invece, a quanto pare, non si è accorto di quanto è accaduto a Soloveckij e quindi la tragedia è stata coperta da uno scroscio di risate."92

Alla fine degli anni Venti i politici socialisti non avevano più una posizione privilegiata. Condividevano le loro celle con i bolscevichi, i trockisti e i criminali comuni. Dieci anni dopo i politici, o meglio i "controrivoluzionari", non erano più considerati prigionieri privilegiati, ma di rango inferiore, classificati a un gradino più basso dei criminali comuni nella gerarchia dei campi. Non erano più cittadini con quei diritti per cui avevano lottato, ma interessavano i loro carcerieri solo se potevano produrre. Venivano nutriti abbastanza per sopravvivere soltanto se erano abili al lavoro.

m

1929, LA GRANDE SVOLTA

Quando i bolscevichi sono arrivati al potere, erano teneri e permissivi con i loro nemici ... avevamo cominciato con un grande errore. La tolleranza verso quel tipo di potere era un crimine contro le classi lavoratrici. Ben presto divenne evidente...

IOSIF STALIN1

II 20 giugno 1929 la nave Gleb Bokij attraccò nel piccolo porticciolo sotto la fortezza di Soloveckij. I detenuti osservarono la scena dall'alto con grande aspettativa. Invece dei deportati silenziosi e sparuti che di solito sbarcavano dalla Gleb Bokij, scese un gruppo di uomini sani ed energici e una donna, che parlavano e gesticolavano mentre raggiungevano la riva. Nelle fotografie scattate quel giorno, a quanto pare, la maggior parte dei visitatori indossava l'uniforme: tra gli altri c'erano molti importanti Sekisti, tra cui lo stesso Gleb Bokij. Uno di loro, più alto degli altri e con grandi baffi, era vestito in modo più semplice, con un berretto floscio da operaio e un soprabito semplice. Era il romanziere Maksim Gor'kij.

Dmitrij Lihacev era tra i prigionieri che osservavano dalla finestra, e ricordava anche alcuni altri passeggeri: "... era ben visibile l'altura su cui [Gor'kij] rimase a lungo, in piedi, affiancato da una strana figura di donna in giaccone, pantaloni a sbuffo infilati negli stivali e berretto a visiera, tutto di cuoio. Si scoprì che era la nuora (la moglie del figlio Maksim). Era vestita da autentica cekista (secondo lei)". Poi '' gruppo salì su una carrozza del monastero, tirata da "un cavallo che Dio sa da dove era spuntato" e andò a visitare l'isola.2

Come Lihacev sapeva bene, Gor'kij non era un comune visitatore. In quel momento della sua vita era il figliol prodigo più elogiato e più esaltato dai bolscevichi. Pur essendo un socialista impegnato, un

1929, la grande svolta 71

mP° intinto di Lenin, si era opposto al colpo di Stato del 1917. In discorsi e articoli successivi aveva continuato a denunciare con grande veemenza il colpo di Stato e il conseguente terrore, parlando della "politica folle" di Lenin e della "fogna" che era diventata Pie-trogrado. Nel 1921, infine, era emigrato alla volta di Sorrento, da dove in un primo tempo aveva continuato a mandare messaggi critici e lettere adirate ai suoi amici in patria.

Nel corso del tempo aveva cambiato tono, al punto che nel 1928 si era deciso a tornare, per ragioni non del tutto chiare. Solzenicyn afferma, in modo un po' meschino, che tornò perché in Occidente non era diventato famoso come si aspettava e, semplicemente, aveva finito i soldi. Orlando Figes osserva che in esilio era molto infelice, e non tollerava la compagnia di altri emigrati russi, per la maggior parte anticomunisti assai più fanatici di lui.3 Qualsiasi fossero le sue motivazioni, una volta deciso di rientrare si dimostrò determinato ad aiutare il più possibile il regime sovietico. Intraprese quasi subito una serie di viaggi trionfali in rutta l'Unione Sovietica e incluse deliberatamente le isole Soloveckie nel suo itinerario. Si interessava alle prigioni fin dai tempi delle sue esperienze giovanili come delinquente.

Molti autori di memorie citano l'episodio della visita di Gor'kij alle Soloveckie, e sono tutti concordi riguardo al fatto che erano stati fatti in anticipo complessi preparativi. Alcuni ricordano che per l'occasione le regole del campo erano cambiate, che ai mariti era stato concesso di vedere le mogli, forse per dare l'impressione di un clima generale più allegro.4 Lihacev scrive che intorno alla colonia di lavoro furono piantati alberi già adulti per farla apparire meno squallida e che alcuni prigionieri erano stati trasferiti dalle baracche per farle sembrare meno affollate. Ma i memorialisti non concordano su come si comportò davvero Gor'kij al suo arrivo. Secondo Lihacev, lo scrittore si accorse di tutti gli sforzi fatti per ingannarlo. Mentre gli veniva mostrato l'ospedale, dove tutto il personale indossava camici nuovi, arricciò il naso. "Non mi piacciono le parate" disse e se ne andò. Nella colonia di lavoro si fermò solo dieci minuti, e poi si appartò con un prigioniero quattordicenne per apprendere la "verità". Uscì quaranta minuti dopo, in lacrime.5

A parere di Oleg Volkov, invece, che all'epoca della visita di Gor'kij

81 trovava a Soloveckij, lo scrittore "guardò soltanto dove gli diceva-

0 "i guardare".6 E sebbene l'episodio del ragazzine quattordicenne

a riferito anche altrove, secondo una versione lo fucilarono subito

PO la partenza di Gor'kij; secondo altri, invece, tutti i prigionieri tentarono di avvicinare lo scrittore furono respinti.7 Pare certo

Gulag

però che le lettere scritte in seguito a Gor'kij dai prigionieri furono intercettate e, secondo una fonte, almeno uno degli scriventi venne giustiziato.8 V.E. Kanen, un ex agente dell'OGPU in disgrazia finito nei campi, arriva al punto di dichiarare che Gor'kij visitò le celle di punizione di Sekirka, dove firmò il registro della prigione. Un dirigente della OGPU di Mosca che si trovava insieme a Gor'kij scrisse: "Durante la visita a Sekirka ho trovato tutto in ordine, proprio come doveva essere". A quanto afferma Kanen, sotto la sua osservazione Gor'kij aggiunse un commento: "Eccellente, direi".9

Ma anche se non possiamo avere certezze su quanto Gor'kij fece o vide davvero sull'isola, possiamo leggere il suo successivo saggio, composto in forma di diario di viaggio, in cui esalta le bellezze naturali delle Soloveckie e descrive gli edifici pittoreschi e i loro pittoreschi abitanti. Durante il viaggio in barca per arrivare all'isola conosce persino alcuni anziani monaci di Soloveckij. "Come vi tratta l'amministrazione?" chiede loro. "L'amministrazione vuole che tutti lavorino. E noi lavoriamo" gli rispondono.10

Gor'kij descrive anche, con ammirazione, le condizioni di vita, con lo scopo palese di far capire ai lettori che i campi di lavoro sovietici non equivalgono affatto ai campi di lavoro capitalistici (o a quelli dell'epoca zarista), ma sono un tipo di istituzione completamente nuovo. In alcune delle stanze, racconta, ha visto "quattro o sei letti, ciascuno ornato di oggetti personali... Ci sono fiori sui davanzali. Non si ha l'impressione che la vita sia sottoposta a regole troppo rigide. E non somiglia affatto a una prigione, anzi sembra che le stanze siano abitate da passeggeri tratti in salvo da una nave naufragata".

Nei luoghi di lavoro incontra "tipi sani" con camicie di lino e scarponi robusti. Vede pochi prigionieri politici, e quando accade li liquida come "controrivoluzionari, tipi emotivi, monarchici". Quando gli dicono di essere stati arrestati ingiustamente, ritiene che stiano mentendo. A un certo punto sembra far cenno al leggendario incontro con il ragazzo di quattordici anni. Durante la visita a un gruppo di giovani delinquenti, scrive, uno gli porta un biglietto di protesta. Gli altri reagiscono con "alte grida" e chiamano il giovane "delatore".

Ma non dipendeva solo dalle condizioni di vita se Gor'kij parlava delle Soloveckie come di un nuovo tipo di campo. I detenuti, i "passeggeri tratti in salvo" oltre a essere sani e contenti, svolgevano anche una funzione essenziale in un grande esperimento: la trasformazione di persone con tendenze criminali e asociali in utili cittadini sovietici. Gor'kij riprendeva l'idea di Dzerzinskij secondo cui i cam-

2929, la grande svolta

pi non dovevano essere solo dei penitenziari, ma "scuole di lavoro" finalizzate soprattutto a forgiare il tipo di operai richiesto dal nuovo sistema sovietico. A parere suo, l'esperimento si poneva come scopo ultimo l'"abolizione delle prigioni", e stava ottenendo dei successi. "Se una società europea cosiddetta colta osasse effettuare un esperimento come questa colonia" concludeva Gor'kij "e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi". Solo la "modestia" dei dirigenti sovietici, concludeva, aveva impedito loro di farlo prima.

In seguito, a quanto pare, Gor'kij disse che nemmeno una sola frase del suo saggio sulle Soloveckie era stata lasciata "intatta dalla penna dei censori". In realtà non sappiamo se quanto ha scritto deve essere imputato a ingenuità, a un desiderio calcolato di mistificare la realtà o alle imposizioni della censura.11 Quali che fossero le sue motivazioni, il saggio di Gor'kij del 1929 sulle Soloveckie sarebbe diventato una base essenziale per la costituzione dell'atteggiamento pubblico e ufficiale verso il nuovo e assai più esteso sistema di campi concepito quell'anno. In precedenza la propaganda bolscevica difendeva la violenza rivoluzionaria come una necessità, un male temporaneo, una forza purificatrice transitoria. Gor'kij, invece, faceva apparire la violenza istituzionale dei campi delle Soloveckie come una componente logica e naturale del nuovo ordine, e contribuì a riconciliare il pubblico con l'espandersi del potere totalitario dello Stato.12

In seguito risultò che il 1929 sarebbe stato ricordato per molte altre cose, a parte il saggio di Gor'kij. Quell'anno la rivoluzione giunse a maturità. Erano trascorsi quasi dieci anni dalla fine della guerra civile. Lenin era morto da tempo. Si erano effettuati e abbandonati esperimenti economici di vario tipo: la Nuova politica economica, il "comunismo di guerra". Proprio come lo sgangherato campo di concentramento delle isole Soloveckie si era sviluppato, diventando un sistema complesso, lo SLON, anche il terrore casuale dei primi anni dell'Unione Sovietica si era evoluto, dando origine a una persecuzione più sistematica degli elementi percepiti come ostili dal regime.

Nel 1929 la rivoluzione aveva anche acquisito un nuovo leader, diverso dal suo predecessore. Nel corso degli anni Venti, Iosif Stalin aveva sgominato o eliminato prima gli avversar! dei bolscevichi e poi i propri nemici personali, in parte assumendosi l'onere delle decisioni relative al personale del Partito, e in parte facendo ampio uso di informazioni riservate raccolte per lui dalla polizia segreta, di cui

Gulag

si interessava molto. Avviò una serie di epurazioni all'interno del Partito, espellendo per prima cosa gli iscritti, e fece in modo che venissero pubblicizzate con toni emotivi e recriminatori in comizi di massa. Nel 1937 e nel 1938 le epurazioni diventarono letali: all'espulsione dal Partito spesso seguiva una condanna ai campi di lavoro o la morte.

Stalin aveva dimostrato notevole astuzia, riuscendo a sbarazzarsi del suo più importante avversario nella lotta per il potere, Lev Trockij, prima screditandolo, poi esiliandolo su un'isola al largo della costa della Turchia e poi servendosene per creare un precedente. Quando Jakov Bljumkin, agente dell'OGPU e fervente sostenitore di Trockij, andò a trovare il proprio idolo nel luogo d'esilio turco e tornò con un messaggio del fondatore dell'Armata rossa per i suoi sostenitori, Stalin lo fece condannare e giustiziare. In questo modo sancì la determinazione dello Stato di avvalersi di tutta la forza dei suoi organi repressivi non soltanto contro i membri di altri partiti socialisti, ma anche contro i dissidenti all'interno del Partito bolscevico.13

Ma nel 1929 Stalin non era ancora il dittatore che sarebbe diventato dieci anni dopo. A voler essere più precisi, si può dire che quell'anno mise a punto la linea politica con cui avrebbe posto definitivamente al sicuro il suo potere, trasformando nello stesso tempo l'economia e la società sovietica fino a renderle irriconoscibili. Gli storici occidentali hanno attribuito diversi nomi a questa politica: "rivoluzione dall'alto" o "rivoluzione staliniana". Quanto a Stalin, la chiamava "la grande svolta".

Al fulcro della rivoluzione di Stalin c'era un nuovo programma di industrializzazione di una rapidità estrema, quasi isterica. All'epoca, la Rivoluzione sovietica non aveva ancora prodotto autentici miglioramenti materiali nella vita della maggior parte della popolazione. Anzi, gli anni della rivoluzione, della guerra civile e della sperimentazione economica avevano provocato un forte impoverimento. Ora Stalin, forse avvertendo il crescente malcontento popolare, si accingeva a cambiare in modo radicale le condizioni di vita della gente comune.

A questo scopo nel 1929 il governo sovietico approvò un nuovo "piano quinquennale", un programma economico che prevedeva un incremento annuale del venti per cento della produzione industriale. Fu reintrodotto il razionamento alimentare. Per un certo periodo venne abbandonata la settimana di sette giorni, cinque lavorativi e due di vacanza. I lavoratori si riposavano a turno, in modo da evitare la chiusura delle fabbriche. Nei progetti di alta priorità non erano

1929, la grande svolta  75

inconsueti turni di trenta ore, e alcuni lavoratori restavano in servizio per una media di trecento ore al mese.14 Lo spirito del tempo, imposto dall'alto ma adottato con entusiasmo dal basso, consisteva nella corsa al primo posto: i proprietari delle fabbriche e i burocrati, gli operai e gli impiegati, rivaleggiavano tra loro per realizzare il piano, per ottenere risultati superiori a quelli richiesti o almeno per proporre sistemi nuovi e più veloci intesi a superare la produzione prevista. Nello stesso tempo, nessuno era autorizzato a dubitare della saggezza del piano. Questo valeva ai massimi livelli: i dirigenti di Partito che mettevano in discussione il valore dell'industrializzazione forzata non rimanevano in carica a lungo. Valeva anche ai gradini più bassi. Un sopravvissuto dell'epoca ricordava di quando, all'asilo, marciava in tondo con una bandierina, cantando

Cinque in quattro Cinque in quattro Cinque in quattro E non in cinque!

Purtroppo, non capiva affatto il significato della frase, cioè che il piano quinquennale andava realizzato in quattro anni.15

Come accadeva regolarmente con tutte le principali iniziative so-vietiche, l'avvio dell'industrializzazione di massa creò categorie del tutto nuove di delinquenti. Nel 1926 il Codice penale sovietico era stato riformato, tra l'altro con l'ampliamento dell'articolo 58, relativo ai "reati controrivoluzionari". L'articolo, prima costituito da un paio di paragrafi appena, ora conteneva diciotto commi, e la OGPU li utilizzava tutti, soprattutto per arrestare i tecnici specializzati.16 Com'era prevedibile, non si poteva reggere un ritmo di cambiamento così rapido. La tecnologia rudimentale, applicata troppo in fretta, produceva errori. La colpa andava imputata a qualcuno. Da qui l'arresto di "disorganizzatori" e "sabotatori", le cui perfide trame impedivano all'economia sovietica di tener fede alla propaganda. Alcuni dei primi processi farsa, il processo di Sahty del 1928 o il processo del Partito industriale del 1930, in realtà riguardarono intellettuali specializzati in ingegneria o in altre branche tecniche. Lo stesso dicasi per il processo Metro-Vickers del 1933, che suscitò molta attenzione all'estero perché, oltre ai russi, vi erano coinvolti dei cittadini britannici, tutti accusati di "spionaggio e sabotaggio" in favore della Gran Bretagna.17

Si trovò comunque anche un'altra fonte da cui attingere prigionieri- Infatti nel 1929 il regime sovietico accelerò il processo di collettivizzazione forzata nelle campagne, un cambiamento radicale, da certi

Gulag

punti di vista più profondo della stessa Rivoluzione d'ottobre. In un arco di tempo limitatissimo, i commissari rurali costrinsero milioni di contadini a cedere le loro piccole tenute e a entrare in aziende agricole collettive, spesso espellendoli dalle terre che le loro famiglie coltivavano da secoli. La trasformazione indebolì in modo permanente l'agricoltura sovietica, e creò le condizioni per le terribili, devastanti carestie del 1932 e del 1934, in Ucraina e in Russia meridionale, carestie in cui perirono 6-7 milioni di persone.18 Inoltre la collettivizzazione distrusse per sempre il senso di continuità con il passato della Russia rurale.

Furono in milioni a opporsi alla collettivizzazione, nascondendo il grano in cantina e rifiutando di collaborare con le autorità. Li etichettavano come kulaki, cioè contadini ricchi, un termine talmente vago - come "disorganizzatore" - che nessuno riusciva a darne una definizione precisa. Il possesso di una mucca in più, di una stanza da letto in più, o l'accusa di un vicino geloso, bastavano a far condannare contadini la cui povertà era evidente. Per infrangere la resistenza dei kulaki, il regime ripristinò l'antica tradizione zarista del confino amministrativo. Da un giorno all'altro arrivavano in un villaggio camion e vagoni, e portavano via famiglie intere. Alcuni kulaki venivano fucilati, altri rinchiusi nei campi a scontare la pena. Ma in fin dei conti il regime ne deportava la maggior parte. Tra il 1930 e il 1933 furono confinati in Siberia, in Kazakistan e in altre zone a bassa densità demografica dell'Unione Sovietica oltre 2 milioni di kulaki, che vi trascorsero il resto della vita come "confinati speciali", con la proibizione di abbandonare il villaggio di destinazione. Altri 100.000 vennero arrestati e inviati nel Gulag.19

Mentre dilagava la carestia, favorita dalla scarsità di precipitazioni, vi furono altri arresti. Tutto il grano disponibile veniva portato via dai villaggi, e rifiutato in modo deliberato ai kulaki. Finiva in prigione anche chi veniva colto a rubarne piccole quantità, magari per nutrire i figli. Una legge del 7 agosto 1932 prevedeva la pena di morte o una lunga condanna detentiva per tutti i "reati contro la proprietà di Stato" di questo tipo. Poco dopo fu la volta delle "spigolatrici", contadine che per sopravvivere raccoglievano il grano rimasto nei campi dopo la mietitura. Poi arrivarono altri, gente affamata condannata a dieci anni per aver rubato mezzo chilo di patate o qualche mela.20 Tali leggi spiegano perché, per tutti gli anni Trenta, i contadini costituirono la stragrande maggioranza dei detenuti dei campi di prigionia sovietici, e perché, fino alla morte di Stalin, rimasero la principale componente della popolazione carceraria.

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Gli arresti di massa ebbero un impatto enorme sul sistema concentrazionario. Quasi subito dopo l'entrata in vigore di queste leggi, gli amministratori dei campi di prigionia cominciarono a chiedere una revisione rapida e radicale dell'intero sistema. Per tutto il decennio precedente il sistema carcerario "ordinario", ancora diretto dal commissariato dell'Interno (e ancora assai più vasto delle Soloveckie, di competenza della OGPU), aveva continuato a essere sovraffollato, disorganizzato e in deficit. La situazione su scala nazionale era così grave che a un certo punto il commissariato dell'Interno tentò di ridurre il numero dei detenuti condannandone di più ai "lavori forzati senza privazione della libertà", destinandoli cioè a lavorare ma senza essere rinchiusi, per alleviare la pressione nei campi.21

Tuttavia, mentre il ritmo della collettivizzazione e la stretta della repressione aumentavano in modo vertiginoso, mentre milioni di ku-laki venivano sradicati dai luoghi d'origine, tali soluzioni cominciarono ad apparire inopportune dal punto di vista politico. Anche questa volta, le autorità stabilirono che per i pericolosi criminali, nemici del grande sforzo staliniano mirato alla collettivizzazione, ci voleva una forma di detenzione più sicura: la OGPU cominciò a progettarla.

Consapevole che l'aumento dei prigionieri accelerava il deterioramento del sistema carcerario, nel 1928 il Politbjuro del Partito comunista istituì una commissione per affrontare il problema. Ufficialmente la commissione era neutrale, e oltre alla OGPU ne facevano parte rappresentanti dei commissariati della Giustizia e dell'Interno. Fu nominato a dirigerla il compagno Nikolaj Janson, commissario alla Giustizia. La commissione aveva il compito di creare un "sistema di campi di concentramento organizzati in modo analogo ai campi della OGPU" e le sue deliberazioni riguardavano un ambito ben determinato. Nonostante il lirismo usato da Maksim Gor'kij per esaltare il valore del lavoro nella riabilitazione dei criminali, tutti i membri della commissione parlavano un linguaggio di forte impronta economica. Tutti esprimevano le stesse preoccupazioni riguardo alla "capacità di produrre reddito" e spesso discutevano di un "impiego razionale del lavoro".22

Certo, il verbale stilato dopo la riunione della commissione del 15 faggio 1929 registra poche obiezioni pratiche alla creazione di un sistema massiccio di campi: sarebbe stato difficile allestirlo, non c'erano strade che arrivassero all'estremo nord eccetera. Secondo il commissario del Lavoro era sbagliato comminare ai piccoli criminali le stesse pene dei recidivi. Il commissario dell'Interno Tolmacev os-

Gulag

servò che il sistema avrebbe fatto una cattiva impressione all'estero: gli "emigrati della Guardia bianca" e la stampa borghese straniera avrebbero affermato che "invece di allestire un sistema penitenziario mirato a riabilitare i prigionieri per mezzo del lavoro collettivo, abbiamo edificato una fortezza cekista".23

Ma la sua obiezione riguardava il fatto che il sistema appariva sbagliato, non che lo era. Nessuno dei presenti trovò nulla da ridire riguardo al fatto che i campi "modello Soloveckie" erano crudeli o letali. E nessuno fece cenno alle teorie della giustizia penale alternative di cui un tempo Lenin era tanto entusiasta, l'idea che il crimine sarebbe scomparso insieme al capitalismo. Certo nessuno parlava di rieducazione dei prigionieri, della "trasformazione della natura umana" elogiata da Gor'kij nel suo saggio sulle Soloveckie, tanto importante nella presentazione pubblica del primo complesso di campi. Invece Genrih Jagoda, rappresentante della OGPU nel comitato, spiegò con molta chiarezza i veri interessi del regime:

È già possibile e assolutamente necessario trasferire diecimila prigionieri dagli attuali luoghi di confino nella Repubblica russa, per organizzarne e sfruttarne meglio il lavoro. A parte questo, abbiamo ricevuto notizia che campi e carceri stanno straripando anche nella Repubblica ucraina. È ovvio che la politica sovietica non consente la costruzione di nuove prigioni. Nessuno stanzierà fondi per nuove prigioni. La costruzione di grandi campi invece, campi in cui il lavoro verrà sfruttato in modo razionale, è un'altra questione. Abbiamo grandi difficoltà ad attrarre i lavoratori nel nord. Se ci mandiamo molte migliaia di prigionieri, potremo sfruttare le risorse del nord ... l'esperienza delle Soloveckie dimostra che cosa si può fare in quella zona.

Jagoda proseguiva spiegando che la deportazione sarebbe stata permanente. Dopo il rilascio, i prigionieri dovevano essere trattenuti: "con una serie di provvedimenti di carattere amministrativo ed economico possiamo convincere i prigionieri liberati a rimanere nel nord, popolando così le nostre regioni più lontane".24

L'idea che i prigionieri diventassero dei coloni, così simile al modello zarista, non fu dovuta a una riflessione successiva. Mentre la commissione Janson deliberava, un altro comitato del governo sovietico aveva cominciato a indagare sulla crisi lavorativa nell'estremo nord, e a proporre varie soluzioni, come mandare i disoccupati o gli immigrati cinesi a risolvere la situazione.25 Entrambe le commissioni cercavano soluzioni allo stesso problema nello stesso momento, e la cosa non deve sorprendere. Per realizzare il piano quinquennale di Stalin, l'Unione Sovietica aveva bisogno di enormi quantità di carbone, gas, petrolio e legname, tutte materie prime disponibili in Siberia,

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Kazakistan e nell'estremo nord. Il paese, inoltre, necessitava d'oro per acquistare all'estero nuovi macchinari, e i geologi ne avevano trovato di recente nella remota regione nordorientale della Kolyma. Nonostante le temperature rigidis 747d38h sime, le condizioni di vita primitive e l'inaccessibilità dei luoghi, tali risorse andavano sfruttate a velocità da capogiro.

Nello spirito di feroce competizione imperante all'epoca tra i ministeri, in un primo momento Janson propose che il suo commissariato assumesse il controllo del sistema e allestisse una serie di campi per il taglio del legname, in modo da aumentare l'esportazione, un'importante fonte di valuta straniera. Il progetto fu accantonato, forse perché non tutti desideravano che lo gestissero il compagno Janson e la sua burocrazia di legulei. Anzi, nella primavera del 1929, quando il progetto fu d'un tratto rispolverato, le conclusioni della commissione Janson in certa misura erano cambiate. Il 13 aprile 1929 la commissione propose di istituire un sistema di campi nuovo, unitario, eliminando la distinzione tra campi "ordinari" e "speciali". Ancora più significativa è la decisione della commissione di porlo sotto il controllo diretto della OGPU.26

Quest'ultima assunse il controllo dei prigionieri dell'Unione Sovietica con straordinaria rapidità. Nel dicembre 1927 il Dipartimento speciale della OGPU controllava 30.000 detenuti, circa il dieci per cento della popolazione carceraria, soprattutto nei campi delle Solo-veckie. Dava lavoro a non più di mille persone, con un bilancio che non eccedeva lo 0,05 per cento della spesa statale. Invece il sistema carcerario del commissariato dell'Interno comprendeva 150.000 detenuti e assorbiva lo 0,25 per cento del bilancio statale. Tra il 1928 e il 1930 tuttavia la situazione si invertì. Mentre altre istituzioni governative a poco a poco cedevano i loro detenuti, le carceri, i campi e le strutture industriali a essi annesse, il numero di prigionieri sotto la giurisdizione della OGPU salì da 30.000 a 300.000.27 Nel 1931 la polizia segreta assunse anche il controllo dei milioni di "confinati speciali", per la maggior parte kulaki deportati, che in realtà erano ai lavori forzati, poiché non potevano lasciare il luogo di destinazione prescritto e il posto di lavoro, pena la morte o l'arresto.28 Verso la metà degli anni Trenta la OGPU controllava ormai tutta l'immensa forza lavoro di detenuti dell'Unione Sovietica.

Per far fronte alle nuove responsabilità, l'OGPU riorganizzò il suo Dipartimento speciale per i campi e lo ribattezzò Amministrazione generale dei campi di lavoro correzionale e degli insediamenti lavorativi. Alla fine questa designazione poco maneggevole fu abbrevia-

Gulag

ta in Amministrazione generale dei campi, in russo Glavnoe Upravlenie Lagerej. Da qui l'acronimo con cui divenne noto il dipartimento, e poi il sistema stesso: Gulag.29

I detenuti e gli storici dei campi di concentramento sovietici di massa fin dall'inizio hanno discusso riguardo ai motivi per cui erano stati creati. Erano spuntati per caso, come effetto collaterale della collettivizzazione, dell'industrializzazione e di altri processi in corso nel paese? O Stalin aveva programmato con cura la nascita del Gulag, progettando in anticipo di arrestare milioni di persone?

In passato alcuni studiosi hanno affermato che alla base dell'istituzione dei campi non c'era un progetto globale. Uno storico, James Harris, ha sostenuto che furono i dirigenti locali, e non i burocrati moscoviti, a dare l'impulso per la costruzione dei nuovi campi nella regione degli Urali. Le autorità degli Urali, costrette da un lato a soddisfare le richieste impossibili del piano quinquennale e dall'altro a far fronte alla gravissima carenza di manodopera, accelerarono il ritmo e la ferocia della collettivizzazione per quadrare il cerchio: ogni volta che strappavano un kulak dalla sua terra, creavano un altro lavoratore coatto.30 Un altro storico, Michael Jakobson, seguendo un ragionamento analogo, ritiene che le origini del sistema carcerario di massa sovietico siano state "banali": "I burocrati perseguivano obiettivi irrealizzabili di autosufficienza delle carceri e rieducazione dei detenuti. I funzionari cercavano manodopera e fondi, espandevano la rete della burocrazia e cercavano di realizzare obiettivi impossibili. Amministratori e secondini applicavano con scrupolo norme e regolamenti. I teorici giustificavano e spiegavano. Alla fine tutto veniva stravolto, modificato o abbandonato".31

In effetti non sorprenderebbe se il Gulag fosse nato per caso. All'inizio degli anni Trenta, i dirigenti sovietici e soprattutto Stalin cambiavano di continuo impostazione, adottavano una linea politica e poi la stravolgevano, quindi facevano dichiarazioni pubbliche studiate apposta per nascondere la realtà. Non è facile, quando si legge la storia di quel periodo, individuare un diabolico piano generale messo a punto da Stalin o da chiunque altro.32 Per esempio, fu Stalin stesso a lanciare la collettivizzazione, ma poi, nel marzo 1930, almeno in apparenza cambiò opinione, e se la prese con i funzionari rurali troppo zelanti cui "il successo aveva dato alla testa". Qualunque cosa volesse dire, nella pratica ebbe scarsi risultati, e lo sterminio dei kulaki continuò per anni senza battute d'arresto.

Inoltre, pare che all'inizio i burocrati della OGPU e la polizia segre-

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ta da cui fu progettata l'espansione del Gulag non avessero idee molto chiare riguardo ai loro obiettivi finali. Anche la commissione Janson prendeva delle decisioni e poi le stravolgeva. Inoltre la OGPU seguiva una linea politica in apparenza contraddittoria. Per esempio, nel corso di tutti gli anni Trenta, continuò a concedere frequenti amnistie per ovviare al sovraffollamento delle prigioni e dei campi. Alle amnistie seguivano sempre nuove ondate di repressione, e la costruzione di nuovi campi, come se Stalin e i suoi scagnozzi non sapessero mai con certezza se volevano lo sviluppo del sistema o no, o se diverse persone dessero ordini contrastanti in momenti diversi.

Nello stesso modo il sistema dei campi attraversò molti cicli: ora più repressivo, ora meno, ora di nuovo repressivo. Persine dopo il 1929, quando i campi erano impostati ormai secondo precisi criteri di efficienza economica, nel sistema permanevano alcune anomalie. Ancora nel 1937, per esempio, molti prigionieri politici erano rinchiusi in carcere con l'esplicito divieto di lavorare, un fatto apparentemente in contraddizione con la tendenza generale all'efficienza.33 E poi certi cambiamenti di carattere burocratico non erano troppo importanti. Infatti, negli anni Trenta cadde la distinzione ufficiale tra campi della polizia segreta e campi della polizia normale, ma continuò a persistere la differenza tra i "campi", destinati in linea di principio a criminali pericolosi e politici, e le "colonie", per piccoli delinquenti con condanne più brevi. Tuttavia, nella pratica in campi e colonie l'organizzazione del lavoro, l'alimentazione e la vita quotidiana erano molto simili.

Eppure, oggi un numero sempre crescente di studiosi ritiene che Stalin, pur senza avere elaborato un progetto preciso, nutrisse comunque un'incrollabile fiducia riguardo agli enormi vantaggi del lavoro dei prigionieri, e abbia continuato a nutrirla fino alla fine dei suoi giorni. Perché?

Alcuni, come Ivan Cuhin, ex agente dei servizi segreti e studioso di storia delle origini del sistema dei campi, ritengono che Stalin all'inizio abbia appoggiato il progetto molto ambizioso dei campi per consolidare il proprio prestigio. In quell'epoca, dopo una lunga e aspra lotta per il potere, non era ancora un leader affermato nel paese. Forse ritenne che nuove imprese industriali, realizzate con l'aiuto del lavoro coatto dei prigionieri, lo avrebbero aiutato a mantenere la sua posizione.34

Forse Stalin fu anche ispirato da un precedente storico più antico. Robert Tucker, fra gli altri, ha dato ampie dimostrazioni del suo interesse ossessivo per Pietro il Grande, un altro governante russo che

Gulag

ricorse in modo massiccio al lavoro di servi della gleba e prigionieri per realizzare imponenti edifici e grandiose opere di ingegneria. In un discorso al Plenum del comitato centrale pronunciato nel 1928 proprio quando stava preparandosi a lanciare il suo progetto industriale, Stalin osservò ammirato:

Quando Pietro il Grande, che aveva relazioni commerciali con i paesi più avanzati dell'Occidente, edificò a ritmo febbrile fabbriche e industrie per fornire l'esercito e potenziare le difese del paese, la sua fu un'impresa eccezionale per superare d'un balzo i limiti della sua arretratezza.35

Le parole che ho voluto sottolineare con il corsivo esprimono il rapporto della "grande svolta" di Stalin con la politica del suo predecessore settecentesco. Nella tradizione storica russa, Pietro è ricordato come un governante grande e crudele, e queste due caratteristiche non sono considerate in contraddizione. In fondo, nessuno ricorda quanti servi della gleba morirono durante la costruzione di San Pietroburgo, ma tutti ammirano la bellezza della città. Forse anche Stalin ammirava il suo esempio.

Tuttavia, l'interesse di Stalin per i campi di concentramento non ebbe certo origini razionali: forse la sua passione ossessiva per i grandi progetti edilizi e le squadre di lavoratori coatti in qualche modo era legata alla sua forma particolare di megalomania. Mussolini disse una volta di Lenin: "È un artista che ha lavorato gli uomini così come altri artisti hanno lavorato il marmo o il metallo".36 Questa definizione si adatta meglio a Stalin, il quale traeva un genuino piacere dalla visione di corpi umani in gran numero che marciavano o ballavano con perfetto sincronismo.37 Era affascinato dal ballo, dalle esibizioni ginniche con accompagnamento musicale e dalle parate in cui sfilavano gigantesche piramidi composte di corpi umani anonimi, contorti.38 Inoltre, come Hitler, Stalin era un appassionato di cinema, soprattutto dei musical hollywoodiani, con il loro enorme cast di cantanti e ballerini coordinati. Forse traeva un piacere diverso, ma i° qualche modo analogo, dalla visione degli squadroni di prigionieri che al suo comando scavavano canali e costruivano ferrovie.

Ma non importa se la sua ispirazione fosse di carattere politico, storico o psicologico: l'essenziale è che fin dalla nascita del Gulag, Stalin seguì con attenzione la vita dei campi ed esercitò un'influenza enorme sul loro sviluppo. Per esempio, la decisione cruciale di sottrarre al controllo delle normali istituzioni giuridiche tutti i campi dell'Unione Sovietica e assegnarli alla OGPU fu presa quasi sicuramente per sua volontà. Già nel 1929 Stalin aveva molto a cuore l'organizzazione.

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Si interessava alla carriera dei dirigenti della polizia segreta, e seguiva personalmente la costruzione di case confortevoli per loro e le loro famiglie.39 Invece l'amministrazione carceraria del commissariato dell'Interno non godeva affatto del suo favore, poiché i dirigenti avevano sostenuto i suoi avversari nelle aspre lotte intestine che avevano avuto luogo in quel tempo tra le fazioni del Partito.40

Tutti i membri della commissione Janson di certo erano al corrente di questi fatti, e già di per sé questo forse bastò a convincerli ad affidare l'amministrazione delle prigioni alla OGPU. Ma Stalin interveniva anche in forma diretta sulle decisioni della commissione. A un certo punto delle complesse deliberazioni, il Politbjuro ribaltò letteralmente la propria decisione originale, dichiarando di essere intenzionato a sottrarre le prigioni alla polizia segreta e a restituirle al commissariato dell'Interno. Tale ipotesi offese Stalin. In una lettera del 1930 a Vjaceslav Molotov, suo stretto collaboratore, definì quest'idea un "intrigo" orchestrato dal commissario dell'Interno, "marcio fino al midollo". Ordinò al Politbjuro di attuare la sua decisione originaria, e chiuse del tutto il commissariato dell'Interno.41 La decisione di Stalin di assegnare i campi alla OGPU ne stabilì il carattere futuro. Li sottrasse al normale controllo giudiziario e li pose sotto il saldo comando burocratico della polizia segreta, scaturita dal mondo misterioso e al di fuori della legalità della Ceka.

Anche se non esistono molte prove a conferma di questa tesi, può darsi che sia stato lui a insistere sulla necessità di costruire "campi come quelli delle Soloveckie". Come già è stato detto, i campi delle Soloveckie non furono mai redditizi, né nel 1929 né in seguito. Nell'anno lavorativo giugno 1928-giugno 1929 lo SLON ricevette ancora un sussidio di 1.600.000 rubli dal bilancio dello Stato.42 Pur se magari appariva più redditizio di altre attività locali, chiunque si intendesse di economia capiva che non si trattava affatto di competizione a"a pari. I campi per il taglio degli alberi in cui lavoravano i prigionieri risultavano sempre più redditizi delle altre imprese forestali, Per esempio, ma solo perché i contadini dipendenti dalle imprese lavavano soltanto d'inverno, quando non potevano coltivare.43 Comunque, i campi delle Soloveckie davano la sensazione di esse-produttivi, almeno a Stalin, il quale credeva anche che fossero cutizi proprio per i metodi "razionali" di Frenkel', la sua distribuzione di cibo in rapporto al lavoro e la sua eliminazione degli ex-"inutili". La conferma che il sistema di Frenkel' aveva conquista-aPprovazione ai massimi livelli si trova nei suoi risultati: oltre a essere molto presto imitato in tutto il paese, lo stesso Frenkel' fu no-

Gulag

minato capo della costruzione del canale del mar Bianco, il primo progetto importante del Gulag dell'era staliniana, una carica prestigiosa per un ex detenuto.44 In seguito, come vedremo, fu protetto dall'arresto e da una possibile condanna a morte grazie all'intervento di dirigenti ai massimi livelli.

Che Stalin preferisse il lavoro di prigionieri a quello normale è dimostrato anche dal suo interesse per i minimi particolari dell'amministrazione dei campi. Per tutta la vita chiese con regolarità notizie sulla "produttività dei detenuti" nei campi, sovente espresse in statistiche dettagliate: quanto carbone e petrolio avevano prodotto quanti prigionieri assegnavano al lavoro, quante medaglie avevano ricevuto i dirigenti.45 Si interessava soprattutto alle miniere d'oro del Dal'stroj, il complesso di campi nella zona della Kolyma, all'estremo nordest, e chiedeva notizie precise e regolari sulla geologia della Kolyma, sulla tecnologia mineraria del Dal'stroj, sulla qualità e quantità dell'oro estratto. Per avere la certezza che i suoi editti venissero attuati nei campi più remoti, inviava squadre di ispettori, e spesso chiedeva anche ai capi dei campi di farsi vedere di frequente a Mosca.46

Quando un dato progetto gli interessava, talvolta si lasciava coinvolgere ancora di più. I canali, per esempio, gli stimolavano l'immaginazione, e talvolta sembrava che volesse scavarne dappertutto in modo indiscriminato. Una volta Jagoda fu costretto a scrivere a Stalin, obiettando con educazione al suo desiderio poco realistico di scavare un canale nel centro di Mosca avvalendosi del lavoro coatto.47 A mano a mano che Stalin assumeva maggiore controllo sugli organi di potere, costringeva anche i suoi colleghi a concentrarsi sui campi. Nel 1940 il Politbjuro discuteva ormai quasi tutte le settimane un qualche progetto del Gulag.48

Ma il suo interesse non era soltanto teorico. Lo incuriosivano anche gli esseri umani detenuti nei campi: l'identità degli arrestati, il luogo in cui erano state emesse le condanne, la loro fine. Leggeva di persona, e talvolta commentava, le domande di scarcerazione inviategli dai prigionieri o dalle loro mogli, e spesso commentava con un paio di parole ("tenerlo al lavoro" o "rilasciare").49 E poi chiedeva notizie sui prigionieri o i gruppi di prigionieri che gli interessavano, come i nazionalisti dell'Ucraina occidentale.50

Alcuni dati fanno pensare che Stalin si interessasse a certi prig10' nieri non solo per motivi politici, e questo non riguarda soltanto i suoi nemici personali. Già nel 1931, prima di consolidare il proprio potere Stalin fece approvare dal Politbjuro una risoluzione con cui si gara11

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a un'influenza enorme sull'arresto di certe categorie di tecnici spe-

. alizzati.51 E non è una coincidenza se la procedura con cui in questa ima fase vennero arrestati ingegneri e specialisti induce a supporre

n livello di pianificazione più strutturato. Forse non è nemmeno un o se nel primo gruppo in assoluto di prigionieri inviati nei nuovi campi auriferi della Kolyma c'erano sette famosi specialisti di estrazione mineraria, due esperti di organizzazione del lavoro e un ingegnere idraulico con molta esperienza.52 E non è un caso, forse, se - coinè vedremo - alla vigilia della partenza di una spedizione incaricata di costruire un campo nei pressi delle riserve petrolifere della repubblica dei Komi, l'OGPU era riuscita ad arrestare uno dei geologi di punta dell'Unione Sovietica.53 Tali coincidenze non avrebbero potuto essere pianificate dai dirigenti politici locali, impegnati a fronteggiare le tensioni esistenti in quel momento.

Per finire, c'è una prova del tutto indiziaria, ma comunque interessante, da cui si può dedurre che gli arresti di massa della fine degli anni Trenta e dell'inizio degli anni Quaranta forse furono effettuati, almeno in parte, per placare il desiderio di Stalin di procurarsi manodopera coatta e non, come molti hanno ipotizzato, per punire quanti considerava potenziali nemici. Gli autori del più autorevole testo russo sulla storia dei campi osservano "il rapporto che esiste tra la redditività delle attività economiche dei campi e il numero dei prigionieri inviativi". Di certo non è casuale, sostengono, se le condanne per reati minori d'un tratto divennero più severe, proprio nel momento dell'espansione dei campi, quando c'era necessità urgente di più lavoratori detenuti.54

Alcuni rari documenti d'archivio accennano alla stessa cosa. Nel 1934, per esempio, Jagoda scrisse una lettera ai suoi subordinati in Ucraina, chiedendo 15-20.000 prigionieri, tutti "abili al lavoro": ce n era urgente necessità per ultimare il canale Moscova-Volga. La lettera è datata 17 marzo, e in essa Jagoda chiedeva anche che i capi della OGPU locale "prendessero ulteriori provvedimenti" per far arrivare i prigionieri entro il 1° aprile. Non veniva però spiegato con chiarezza dove procurarsi questi prigionieri. Furono arrestati per assolvere alla richiesta di Jagoda?55 O come ritiene lo storico Terry artin, Jagoda stava solo cercando di garantire un afflusso abbon-nte, regolare, di lavoratori nel sistema dei campi, obiettivo che di "tto non realizzò mai?

^ gli arresti avevano lo scopo di popolare i campi, risultarono di

eh me *enza quasi ridicola. Martin e altri hanno anche osservato

°§ni ondata di arresti coglieva di sorpresa i comandanti dei

Gulag

campi, e rendeva loro difficile conseguire anche solo una parvenza di efficienza economica. Inoltre gli ufficiali addetti agli arresti non sceglievano nemmeno le vittime in modo razionale; invece di limitarsi ad arrestare giovanotti sani che potevano diventare ottimi lavoratori nell'estremo nord, incarceravano in gran numero anche donne, bambini e anziani.56 La mera illogicità degli arresti di massa sembra confutare l'ipotesi di un'attenta pianificazione della mano-dopera coatta, e ha indotto molti a concludere che gli arresti venissero effettuati innanzitutto per eliminare i presunti nemici di Stalin, e solo in seconda istanza per popolare i suoi campi di prigionia.

Tutto sommato, però, queste spiegazioni dell'espansione del Gulag non si escludono a vicenda. Con ogni probabilità Stalin ordinava gli arresti sia per eliminare i nemici sia per acquisire schiavi per il lavoro. Poteva essere spinto tanto dalla sua personale paranoia quanto dalle richieste di operai provenienti dai dirigenti provinciali. Forse la formula è espressa meglio in modo più semplice: Stalin, dopo aver proposto il "modello Soloveckie" di campi di concentramento alla sua polizia segreta, selezionava le vittime, e i suoi subordinati coglievano con entusiasmo l'opportunità di obbedirgli.

IV IL CANALE DEL MAR BIANCO

Non più acque sonnolente e scogli muscosi:

qui, grazie alla forza della manodopera,

si costruiranno fabbriche

sorgeranno città

le ciminiere si staglieranno

contro i cieli del nord.

I palazzi sfolgoreranno delle luci

di biblioteche, teatri e ritrovi...

MEDVEDKOV, prigioniero del canale del mar Bianco1

Soltanto una delle obiezioni sollevate durante le riunioni della commissione Janson causò qualche preoccupazione. Pur essendo certi che la grande nazione sovietica avrebbe ovviato alla mancanza di strade, pur avendo poche remore riguardo allo sfruttamento dei prigionieri come lavoratori coatti, Stalin e i suoi accoliti continuavano a essere oltremodo suscettibili riguardo al linguaggio usato dagli stranieri per descrivere all'estero i loro campi di lavoro.

In realtà, contrariamente a quanto si crede di solito, all'epoca gli stranieri parlavano abbastanza spesso dei campi di prigionia sovietici. Alla fine degli anni Venti, in Occidente la conoscenza dell'argomento era piuttosto diffusa, forse più che alla fine degli anni Quaranta. Lunghi articoli sulle prigioni sovietiche erano comparsi sulla stampa tedesca, francese, britannica, americana, soprattutto sulla stampa di sinistra, che aveva ampi contatti con i socialisti russi incarcerati.2

Nel 1927 lo scrittore francese Raymond Duguet pubblicò un libro straordinariamente accurato sulle isole Soloveckie, Un bagne en Russie r°uge (Una colonia penale nella Russia rossa), descrivendo tutto, dalla

Il canale del mar Bianco, Russia settentrionale, 1932-1933

Uhta

Medv$zegoSk\

.' Petrozavodsk \

San Pietroburgo

Kotlas

300 Km

personalità di Naftalij Frenkel' agli orrori della tortura delle zanzare. S.A. Malsagov, un ufficiale georgiano dell'Armata bianca che riuscì a evadere dalle Soloveckie e a varcare il confine, nel 1926 pubblicò a Londra Island Hell (Isola dell'inferno), un'altra descrizione di Solo-veckij. In conseguenza delle voci circolanti su come in Unione Sovietica si abusava del lavoro dei prigionieri, la Società britannica contro lo schiavismo indisse persino un'indagine sulla questione, e stilò un rapporto in cui denunciava la presenza dello scorbuto e dava prove dei maltrattamenti.3 Un senatore francese scrisse un articolo molto citato, basato sulla testimonianza dei rifugiati russi, in cui paragonava la situazione dell'Unione Sovietica alle scoperte fatte dalla Lega delle Nazioni nel corso di un'indagine sullo schiavismo in Liberia.4

Tuttavia, dopo l'espansione dei campi avvenuta tra il 1929 e il

// canale del mar Bianco 89

1930, l'interesse degli stranieri per la sorte dei socialisti detenuti scemò, fecalizzandosi invece sulla minaccia economica rappresentata - almeno in apparenza - dai campi per gli affari dell'Occidente. Le società e i sindacati minacciati cominciarono a organizzarsi. Soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti aumentarono le pressioni per un boicottaggio delle merci sovietiche, più a buon mercato di quelle locali e che si presumeva fossero prodotte grazie al lavoro coatto. Per colmo di paradosso, il movimento per il boicottaggio appannò l'intero problema per la sinistra occidentale, che soprattutto in Europa sosteneva ancora la Rivoluzione russa, anche se molti dirigenti provavano disagio per il destino dei loro confratelli socialisti. Il Partito laburista britannico, per esempio, si oppose al bando contro le merci sovietiche perché diffidava dei motivi per cui le società lo promuovevano.5

Invece negli Stati Uniti i sindacati, e in particolare la Federazione americana del lavoro, si schierarono in favore del boicottaggio. Per farla breve, vinsero. Il Tariff Act americano del 1930 decretava: "Tutte le merci ... estratte, prodotte o manufatte sfruttando il lavoro di detenuti o il lavoro coatto ... non saranno autorizzate a entrare in alcun porto degli Stati Uniti".6 Su questa base, il dipartimento del Tesoro statunitense bloccò l'importazione di pasta di legno e fiammiferi sovietici.

Anche se il Dipartimento di Stato statunitense non riuscì ad attuare il blocco, che durò soltanto una settimana, le discussioni in materia continuarono.7 Nel gennaio 1931 il Comitato per le risorse del Congresso statunitense si riunì per esaminare disegni di legge "relativi alla proibizione di importare merci prodotte in Russia tramite il lavoro coatto".8 Il 18, 19 e 20 maggio 1931 "The Times" di Londra pubblicò una serie di articoli oltremodo particolareggiati sul lavoro coatto in Unione Sovietica, concludendo con un editoriale di condanna della recente decisione del governo britannico di concedere al paese il riconoscimento diplomatico. L'editorialista affermava che prestare denaro alla Russia avrebbe "conferito maggior potere a quanti operano apertamente per sovvertire il governo e distruggere l'impero britannico".

Il regime sovietico prese molto sul serio la minaccia di boicottaggio e varò una serie di provvedimenti per impedire che esso bloccasse l'afflusso di valuta pregiata. Alcuni avevano natura cosmetica: la commissione Janson, per esempio, abbandonò definitivamente in tutte le dichiarazioni pubbliche l'espressione konclager', o "campo di concentramento". Dal 7 aprile 1930 in poi, tutti i documenti ufficiali

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definivano i campi di concentramento sovietici ispravitel'no-trudovye lagerja (ITL), cioè "campi di lavoro correzionale". Da quel momento fu l'unico termine usato.9

Le autorità dei campi effettuarono altre modifiche cosmetiche in loco, soprattutto nell'industria del legname. A un certo punto la OGPU modificò il suo contratto con Karellis, l'ente che si occupava del taglio degli alberi in Carelia, per far apparire di non avvalersi più del lavoro di prigionieri. In quel periodo vennero tecnicamente "trasferiti" dai campi della OGPU 12.090 prigionieri. In realtà continuavano a lavorare, ma la loro presenza veniva occultata dietro la farragine burocratica.10 Anche in quest'occasione, i dirigenti sovietici si preoccuparono più delle apparenze che della realtà.

Altrove i prigionieri che lavoravano nei campi per il taglio degli alberi furono davvero sostituiti da operai liberi, o più spesso da "coloni" al confino, kulaki che non avevano maggiori possibilità di scelta dei prigionieri.11 Secondo alcuni memorialisti, talvolta questo cambiamento avveniva nel giro di ventiquattr'ore. George Kitchin, un uomo d'affari finlandese che prima di essere liberato con l'aiuto del suo governo trascorse quattro anni nei campi della OGPU, scrisse che, poco prima della visita di una delegazione straniera,

dall'ufficio centrale di Mosca arrivò un telegramma in codice che ci intimava di liquidare del tutto il nostro campo in tre giorni, e di farlo in modo tale che non ne rimanesse traccia ... furono inviati telegrammi in tutte le postazioni di lavoro per interrompere le operazioni nel giro di ventiquattr'ore, per radunare i detenuti nei centri di evacuazione, cancellare le tracce dei campi penali, come le recinzioni di filo spinato, le torrette di guardia e le insegne; per far vestire abiti civili a tutti i funzionar!, disarmare le guardie e aspettare ulteriori istruzioni.

Kitchin fu condotto a piedi fuori dalla foresta insieme a parecchie migliaia di altri prigionieri. Secondo lui, durante quella e altre evacuazioni immediate morirono oltre 1300 prigionieri.12

Nel marzo 1931 Molotov, all'epoca presidente del Consiglio dei commissari del popolo, era convinto che nell'industria forestale sovietica non lavorasse più nessun prigioniero, almeno nessun prigioniero visibile, e invitò tutti gli stranieri interessati ad andare a verifi-care di persona.13 Qualcuno c'era già stato: nell'Archivio del Partito comunista della Carelia è registrata la presenza nel 1929 di due giornalisti americani, "il compagno Durant e il compagno Wolf ", entrambi collaboratori della TASS, l'agenzia di stampa sovietica, e di tutti i "giornali radicali". I due furono accolti al suono dell'Internazionale, l'inno dei lavoratori, e il compagno Wolf promise di "raccontare agli

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operai americani come vivono quelli dell'Unione Sovietica e come stanno creando una nuova vita": non fu l'ultima occasione per sceneggiate del genere.14

Ma anche se nel 1931 ormai il movimento per il boicottaggio non esisteva più, la campagna promossa in Occidente contro il lavoro coatto in Unione Sovietica non era stata del tutto improduttiva: per-sino sotto Stalin il paese era e sarebbe rimasto molto sensibile riguardo alla propria immagine pubblica all'estero. Alcuni storici, tra cui Michael Jakobson, oggi ipotizzano che la minaccia del boicottaggio forse fu addirittura un importante fattore da cui dipese un cambiamento di strategia politica più vasto. L'industria del taglio degli alberi, che richiedeva un gran numero di operai non specializzati, aveva rappresentato un modo ideale per sfruttare i prigionieri. Ma l'esportazione di legname era una delle più importanti fonti di valuta pregiata per l'Unione Sovietica, e non si poteva correre il rischio di un altro boicottaggio. I prigionieri dovevano essere mandati altrove, preferibilmente in un posto in cui la loro presenza potesse essere esaltata, non nascosta. Le possibilità di scelta non mancavano, ma una in particolare piaceva a Stalin: la costruzione di un grande canale dal mar Bianco al Baltico, in un territorio il cui terreno era costituito in gran parte solo di granito.

Nel clima dell'epoca, il canale del mar Bianco, in russo Belomorkanal, abbreviato in Belomor, non era un caso unico. Quando ebbe inizio la sua costruzione, l'Unione Sovietica aveva già avviato l'attuazione di progetti altrettanto grandiosi, che richiedevano un massiccio impiego di manodopera, tra cui le acciaierie di Magnitogorsk, le più grandi del mondo, enormi fabbriche di trattori e automobili, e grandi nuove "città socialiste" costruite in mezzo alle paludi. Tuttavia, il canale del mar Bianco spiccava persino tra i rampolli della gigantomania degli anni Trenta.

Innanzitutto, come molti russi sapevano, il canale rappresentava la realizzazione di un sogno molto antico. I primi progetti per l'edificazione di una via d'acqua di questo tipo erano stati messi a punto nel Settecento, quando i mercanti zaristi cercavano un sistema per trasferire le navi cariche di legname e minerali dalle fredde acque del mar Bianco ai porti commerciali del Baltico senza dover compiere un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri nel mar Glaciale artico, circumnavigando la grande penisola scandinava.

Si trattava di un progetto estremamente ambizioso, anzi sconsiderato, e forse era proprio per questo che nessuno vi si era mai impe-

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gnato. Era necessario scavare per più di 200 chilometri, costruire cinque dighe e diciannove chiuse. I progettisti sovietici intendevano costruire il canale avvalendosi di una tecnologia molto arretrata, in una regione preindustriale dell'estremo nord che non era mai stata esplorata in modo adeguato e, per usare l'espressione di Maksim Gor'kij, "dal punto di vista idrografico [era] terra incognita".16 Ma tutte queste cose forse avevano contribuito a rendere il progetto attraente per Stalin. Voleva un trionfo tecnologico, mai conseguito dal-l'ancien regime, e lo voleva il più in fretta possibile. Non pretendeva soltanto la costruzione del canale, ma anche che avvenisse entro venti mesi. Una volta ultimato, avrebbe portato il suo nome.

Stalin era il principale promotore del canale del mar Bianco, e desiderava esplicitamente che fosse posto in opera per mezzo del lavoro coatto. Prima della costruzione, rimbeccava con furia coloro che chiedevano se, considerato il volume di traffico relativamente ridotto del mar Bianco, fosse davvero necessario realizzare un progetto tanto costoso. "Mi hanno detto" scrisse a Molotov "che Rykov e Kviring vogliono affossare la questione del canale del nord, in contrasto con le decisioni del Politbjuro. Bisognerebbe fargli abbassare la cresta e dargli una bacchettata sulle dita!" Durante una riunione del Politbjuro in cui si discuteva del canale del mar Bianco, Stalin scarabocchiò in fretta alcune frasi rabbiose dalle quali si evince quanto credesse nel lavoro dei detenuti: "Per la sezione settentrionale del canale, penso di affidarmi alla GPU [lavoro coatto]. Nello stesso tempo dobbiamo incaricare qualcuno di calcolare di nuovo le spese previste per la costruzione di questa prima sezione ... Troppo".17

E certo dei desideri di Stalin non si faceva mistero. Quando il canale fu finito, i suoi principali amministratori gli attribuirono il merito di aver dimostrato "ardimento" nell'intraprendere la realizzazione del "mastodonte idrotecnico" e l'"impresa meravigliosa di non averlo fatto con la manodopera tradizionale".18 Si può intravedere l'influenza di Stalin anche nella rapidità con cui partì il progetto. La decisione di avviare la costruzione fu presa nel febbraio 1931, e dopo sette mesi appena di attività di progettazione e perlustrazioni preliminari, in settembre cominciarono i lavori.

Dal punto di vista amministrativo, fisico e persino psicologico, i primi campi di prigionia legati al canale del mar Bianco furono un prodotto dello SLON. I campi del canale furono organizzati sul modello dello SLON, utilizzavano l'attrezzatura dello SLON ed erano amministrati da quadri dello SLON. Non appena avviato il progetto, subito i dirigenti del canale vi trasferirono molti prigionieri dai cam-

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pi in terraferma e dalle isole Soloveckie. Per un certo periodo forse il vecchio SLON e le nuove burocrazie del canale del mar Bianco se ne contesero il controllo/ ma vinse l'amministrazione del canale. Alla fine lo SLON cessò di essere un'entità indipendente. La fortezza delle Soloveckie fu ristrutturata per funzionare come carcere di massima sicurezza, e l'arcipelago divenne una divisione del campo di lavoro correzionale Belomor-Baltijskij [mar Bianco-Baltico], noto come Bel-baltlag. Anche molti secondini e amministratori della OGPU si trasferirono dallo SLON al canale. Fra gli altri, come già detto, Naftalij Frenkel', che diresse sul campo l'attività del canale dal novembre 1931 alla sua ultimazione.19

Nei ricordi dei sopravvissuti, il caos associato alla costruzione del canale assume un carattere quasi mitologico. La necessità di risparmiare denaro si traduceva nel fatto che i prigionieri usavano legname, sabbia e pietre invece di metallo e cemento. Ogni volta che era possibile, si prendevano scorciatoie. Dopo molte discussioni si decise che il canale avrebbe avuto solo tre metri e mezzo di profondità, appena sufficienti per le navi. Dato che la tecnologia moderna era troppo costosa o non disponibile, i progettisti del canale si avvalsero di grandi masse di lavoratori non specializzati. Durante i ventuno mesi della costruzione i circa 170.000 prigionieri e "confinati speciali" impiegati per scavare il canale ed erigere le monumentali dighe e le chiuse usarono vanghe di legno, rudimentali seghe a mano, picconi e carriole.20

Nelle fotografie dell'epoca, tali strumenti appaiono sicuramente primitivi, ma solo una disamina attenta ci rivela quanto lo fossero. Alcuni di essi sono ancora esposti nella cittadina di Medvezegorsk, un tempo punto di accesso al canale e alla "capitale" del Belbaltlag. Medvezegorsk, che ora è un villaggio dimenticato della Carelia, si distingue soltanto per il suo albergo enorme, deserto, infestato dagli scarafaggi, e per il suo piccolo museo di storia locale. I picconi esposti sono in realtà lame di metallo appena sbozzate, legate a manici di legno con cuoio o corda. Le seghe sono lamine di metallo piatte, con denti intagliati in modo rozzo. Per frantumare i grandi massi, anziché la dinamite i prigionieri usavano "mazze", grossi pezzi di metallo avvitati a manici di legno, con cui conficcavano nella pietra cunei di ferro.

Tutto, dalle carriole ai ponteggi, era costruito a mano. Un detenuto ricorda: "Mancava qualsiasi genere di tecnologia. Persine le comuni automobili erano una rarità. Tutto veniva fatto a mano, talvolta con l'aiuto di cavalli. Scavavamo la terra a mano, e la portavamo via con le carriole, e scavavamo anche le gallerie a mano, e portavamo via le pietre".21 Persine la propaganda sovietica vantava il fatto

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che le pietre erano portate via dal canale con "il Ford Belomor... un camion pesante su quattro piccole e solide ruote di legno ricavate da ceppi".22

Le condizioni di vita erano altrettanto precarie, nonostante gli sforzi di Genrih Jagoda, il capo della OGPU che aveva la responsabilità politica del progetto. Jagoda sembrava davvero convinto della necessità di assicurare ai detenuti condizioni di vita decorose, se dovevano ultimare il canale nei tempi previsti, e spesso esortava i comandanti dei campi a trattarli meglio, a "provvedere in modo scrupoloso a fornire ai detenuti l'alimentazione, l'abbigliamento e la protezione adeguati". I comandanti obbedivano, e lo stesso fece il capo della divisione Soloveckie del progetto del canale nel 1933. Ordinò tra l'altro ai suoi subordinati di eliminare le code alla distribuzione della cena, di far cessare i furti di cibo dalle cucine e di contenere l'appello della sera in un'ora di tempo. In generale, le razioni alimentari erano più abbondanti di quelle di alcuni anni dopo, e tra i prodotti raccomandati c'erano salsicce e té. In teoria, i prigionieri ricevevano ogni anno una tenuta da lavoro completa.23

Tuttavia, l'estrema fretta e la mancanza di pianificazione provocarono inevitabilmente grandi disagi. Con il procedere dei lavori, bisognava costruire nuovi campi lungo il percorso del canale. Ogni volta i detenuti e i confinati arrivavano e non vi trovavano niente. Prima di cominciare a lavorare, dovevano costruirsi dei capannoni di legno e organizzarsi per l'approvvigionamento alimentare. Nel frattempo, talvolta succedeva che prima di riuscire a completare questi lavori preliminari morissero per il freddo durante i rigidissimi inverni della Carelia. Secondo certe stime, perirono oltre 25.000 prigionieri, una cifra da cui sono esclusi tutti coloro che, rilasciati perché ammalati o vittime di incidenti, morirono poco dopo.24 Un prigioniero, A.F. Losev, scrisse a sua moglie che provava il sincero desiderio di tornare nel ventre della prigione della Butyrka, perché qui doveva dormire su cuccette troppo affollate: "Se durante la notte ti giri sull'altro fianco, dovranno girarsi almeno altre quattro o cinque persone". La testimonianza successiva di un ragazzine, figlio di kulaki esiliati e deportato insieme a tutta la famiglia in un insediamento appena costruito lungo il canale, è ancora più disperata:

Finimmo a vivere in un capannone con due piani di cuccette. Dato che nella nostra famiglia c'erano dei bambini piccoli, ci fu assegnato un letto in basso. Le baracche erano grandi e fredde. Le stufe restavano accese venti-quattr'ore al giorno, perché in Carelia il legname abbonda ... nostro padre, da cui proveniva la maggior parte del cibo che mangiavamo, riceveva per

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tutti noi un terzo di secchio di zuppa verdastra, nel cui liquido scuro galleggiavano due o tre pomodori verdi o un cetriolo, qualche pezzo di patata gelata, mischiata con un paio d'etti di orzo o piselli.

Inoltre, il ragazzo ricorda che suo padre, impegnato nella costruzione di nuove case per i coloni, riceveva 600 grammi di pane, sua sorella 400. Doveva bastare per tutti i nove membri della famiglia.25

In quel periodo, come del resto in seguito, alcuni problemi trasparivano dai rapporti ufficiali. Durante una riunione della cellula del Partito comunista del Belbaltlag, tenutasi nell'agosto 1932, furono avanzate proteste per la cattiva organizzazione nella distribuzione del cibo, le cucine sporche e i crescenti casi di furto. Il segretario della cellula scriveva con pessimismo: "Non ho alcun dubbio che il canale non verrà costruito in tempo.. .".26

Ma la maggior parte delle persone non poteva permettersi di dubitare. Le lettere e i rapporti scritti dagli amministratori del canale durante la sua costruzione esprimevano implicitamente il panico generale. Stalin aveva decretato che il canale doveva essere ultimato in venti mesi, e i suoi costruttori si rendevano conto alla perfezione che dal rispetto dei tempi prefissati dipendevano le loro condizioni di vita future, anzi la loro stessa sopravvivenza. Per accelerare il lavoro, i comandanti dei campi cominciarono a adottare tecniche già utilizzate nel mondo lavorativo "libero", come le "competizioni socialiste" tra le squadre di lavoro, corse contro il tempo per raggiungere la norma o trasportare le pietre o scavare una fossa per primi, oppure "tirate" di una notte intera, in cui i prigionieri lavoravano "volontariamente" ventiquattro o quarantotto ore di fila. Un detenuto ricorda quando nel suo cantiere venne installato un impianto di illuminazione elettrica, in modo che l'attività potesse proseguire ventiquattr'ore su ventiquattro.27 Per le sue buone prestazioni un prigioniero ricevette in premio 10 chili di farina bianca e 5 chili di zucchero. Diede la farina ai fornai del campo, che gli prepararono diverse forme di pane. Le mangiò tutte in una volta, da solo.28

Oltre alle competizioni, le autorità del campo introdussero anche il culto dell'udarnik, il "lavoratore d'assalto". In seguito, i lavoratori d'assalto furono ribattezzati stacanovisti, in onore di Aleksej Staha-nov, un minatore efficientissimo e oltremodo produttivo. Gli udarnik e gli stacanovisti erano prigionieri che avevano superato la norma e Perciò ricevevano un supplemento alimentare e altri privilegi, tra cui il diritto (impensabile in seguito) a un nuovo abito intero ogni anno, oltre a una nuova tenuta da lavoro completa ogni sei mesi.29 Gli operai più efficienti ricevevano anche razioni alimentari assai

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migliori. Nelle mense mangiavano a tavoli separati, sotto manifesti che dicevano "Per gli operai migliori, il cibo migliore". Quelli meno bravi di loro sedevano sotto manifesti che dicevano: "Qui mangiano peggio: scansafatiche, fannulloni, poltroni".30

Per finire, gli operai più efficienti venivano rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al cento per cento ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale fu completato in tempo, nell'agosto 1933, vennero liberati 12.484 prigionieri. Molti altri ricevettero medaglie e premi.31 Un detenuto festeggiò il suo rilascio anticipato con una cerimonia in cui si svolse anche la tradizionale offerta russa del pane e del sale, mentre gli astanti gridavano: "Urrà per i costruttori del canale!". Nella foga del momento, cominciò a baciare una sconosciuta. Finirono per trascorrere la notte insieme sulle rive del canale.32

La costruzione del canale del mar Bianco è significativa sotto molti aspetti: per il caos imperante, per l'estrema fretta, per l'importanza che le attribuiva Stalin. Ma la retorica impiegata per descrivere il progetto fu davvero unica: il canale del mar Bianco fu il primo, l'ultimo e l'unico progetto del Gulag mai messo in piena luce dalla propaganda sovietica in patria e all'estero. E l'uomo scelto per spiegare, promuovere e giustificare l'impresa agli occhi dell'Unione Sovietica e del resto del mondo fu nientemeno che Maksim Gor'kij.

Questa scelta non sorprende. Ormai Gor'kij era davvero ben inserito nella gerarchla stalinista. Dopo il trionfale viaggio di Stalin in battello a vapore, nell'agosto 1933, lungo il canale ormai ultimato, Gor'kij guidò centoventi scrittori sovietici in una spedizione analoga. Gli scrittori erano (o sostenevano di essere) talmente eccitati dalla gita che quasi non riuscivano a tenere in mano il taccuino: le loro dita "tremavano per lo stupore".33 Quelli che poi decisero di scrivere un libro sulla costruzione del canale ricevettero moltissimi incoraggiamenti materiali, tra cui "un sontuoso banchetto in piedi all'Asto-ria", un lussuoso albergo di Leningrado di epoca zarista, per festeggiare la loro partecipazione al progetto.34

Anche in base agli standard piuttosto bassi del realismo socialista, il libro prodotto dai loro sforzi, Kanal imeni Statina (II canale Stalin), è un'attestazione straordinaria della corruzione degli scrittori e degli intellettuali nelle società totalitarie. Come era accaduto per la visita di Gor'kij alle Soloveckie, Kanal imeni Stalina giustifica l'ingiustificabile, e sostiene non solo di documentare la trasformazione spirituale dei prigionieri in fulgidi esemplari dell'Homo sovieticus, ma

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anche di aver creato un nuovo genere letterario. Il grosso dell'opera, di cui Gor'kij scrisse l'introduzione e la conclusione, non è il lavoro di un singolo autore, ma di un collettivo di trentasei, che unirono gli sforzi per cogliere lo spirito della nuova era con un linguaggio fiorito, ricco di iperboli, e una lieve manipolazione dei fatti. Una fotografia del libro ne riassume il tema: in essa si vede una donna in abito da detenuta che brandisce un trapano con grande determinazione. Sotto c'è la didascalia: "Trasformando la natura, l'uomo trasforma se stesso". Il contrasto con il freddo linguaggio impiegato dalla commissione Janson e con il piano economico della OGPU non potrebbe essere più spiccato.

A quanti non conoscono bene il genere, alcuni aspetti del realismo socialista di Kanal potrebbero sembrare un po' sorprendenti. Per cominciare, il libro non tenta di celare del tutto la verità, poiché descrive i problemi posti dalla mancanza di tecnologia e di specialisti esperti. A un certo punto viene citato Matvej Berman, all'epoca comandante del Gulag, che dice a un subordinato dell'OGPU:

"Vi verranno assegnati mille uomini sani. Sono stati condannati a pene diverse dal governo sovietico. Eseguirete il lavoro con questa gente."

"Mi consenta una domanda: dove sono le guardie?" chiede l'agente dell'OGPU.

"Organizzerà le squadre di guardie sul posto. Le sceglierà tra di loro."

"Benissimo, ma io di petrolio non so nulla."

"Prenda come assistente il detenuto Dukanovic, che è ingegnere."

"A che scopo? È specializzato nella trafilatura a freddo dei metalli."

"Che cosa pretende? Dobbiamo condannare i professori di cui lei ha bisogno ai campi di concentramento? Nel Codice penale non esiste una clausola del genere. E non siamo un consorzio petrolifero."

Con queste parole Berman congedò l'agente mandandolo a fare il suo lavoro. "Una follia" osservano gli autori di Kanal. Dopo "un paio di mesi", però, l'agente e i suoi colleghi si vantano l'uno con l'altro dei successi conseguiti con la marmaglia di detenuti del loro gruppo. "Io ho un colonnello che è il miglior taglialegna di tutto il campo" dichiara uno. "Io ai lavori di scavo ho un sovrintendente che è un ex cassiere condannato per malversazione" afferma un altro.35

Il messaggio è chiaro: le condizioni oggettive erano difficili, il materiale umano rozzo, ma la polizia politica sovietica, onnisciente e infallibile, nonostante tutte le difficoltà era riuscita a trasformare quegli uomini in buoni cittadini sovietici. Insomma, venivano raccontati fatti autentici - l'arretratezza tecnologica, la mancanza di specialisti competenti - allo scopo di rendere verosimile un ritratto peraltro immaginario della vita nei campi di prigionia.

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In realtà, il libro è incentrato soprattutto su aneddoti commoventi, di carattere semireligioso, su prigionieri che si "riformano" lavorando al canale. Molti dei detenuti che nascono in questo modo a nuova vita sono criminali, ma non tutti. Diversamente dal saggio di Gor'kij sulle Soloveckie, che negava o minimizzava la presenza di prigionieri politici, Kanal descrive alcuni eminenti politici convertiti. L'ingegnere Masloy, ex "disorganizzatore", "ostacolato da un pregiudizio di casta", cerca di "schermare con il ferro gli oscuri e profondi processi di rigenerazione della sua coscienza che sorgono di continuo dentro di lui". L'ingegnere Zubrik, ex sabotatore di origini operaie, "si è guadagnato con onestà il diritto di tornare in seno alla classe nella quale è nato".36

Ma Kanal imeni Statina non fu affatto l'unica opera letteraria dell'epoca a elogiare il potere rigenerante dei campi. Un altro esempio significativo si può ritrovare nel dramma di Nikolaj Pogodin Aristo-kraty, una pièce sul canale del mar Bianco, anche perché riprende un tema bolscevico già esistente, quello della "simpatia" dei ladri. Rappresentato per la prima volta nel dicembre 1934, il dramma di Pogodin (poi ripreso in un film intitolato Zakljucennye, cioè "Detenuti") ignora i kulaki e i politici che costituivano la maggior parte dei costruttori del canale, e descrive invece gli allegri tiri mancini dei banditi del campo (gli "aristocratici" del titolo) impiegando il gergo criminale in forma molto annacquata. Va detto che nella commedia ci sono un paio di note sinistre. A un certo punto un criminale "vince" una ragazza a carte, e questo vuoi dire che il suo avversario deve catturarla e costringerla a cedergli. Nell'opera di fantasia la ragazza riesce a fuggire, nella realtà probabilmente non sarebbe stata altrettanto fortunata.

Alla fine, comunque, tutti confessano i loro delitti passati, vengono illuminati e cominciano a lavorare con entusiasmo. Cantano una canzone:

Ero un feroce bandito sì,

Rubavo alla gente, odiavo il lavoro

La mia vita era nera come la notte

Ma poi mi hanno preso al canale

E il passato sembra ormai un brutto sogno

È come se fossi rinato

Voglio lavorare, vivere e cantare...37

All'epoca questo genere di cose veniva acclamato con giubilo come forma di teatro nuova ed estrema. Jerzy Gliksman, un socialista polacco che assistette a una rappresentazione di Aristokraty a Mosca nel 1935, racconta l'esperienza:

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Invece di essere al solito posto, il palcoscenico era costruito al centro dell'edifìcio, e il pubblico stava seduto in circolo intorno. Lo scopo del regista era di attrarre la gente più vicino all'azione del dramma, di colmare lo scarto tra attore e spettatore. Non c'era sipario, e la scena era troppo semplice, quasi come nel teatro elisabettiano... l'argomento, la vita in un campo di lavoro, in sé era accattivante.38

All'esterno dei campi, la letteratura di questo genere aveva una duplice funzione. Da una parte contribuiva a sostenere la campagna per giustificare di fronte a una scettica opinione pubblica estera il rapido sviluppo dei campi di prigionia, dall'altra serviva probabilmente a placare i cittadini sovietici, turbati dalla violenza della collettivizzazione e dell'industrializzazione, promettendo loro un lieto fine: persino le vittime della rivoluzione staliniana avrebbero avuto l'occasione di rifarsi una vita nei campi di lavoro.

La propaganda funzionava. Dopo aver visto Aristokraty, Gliksman chiese di visitare un campo vero. Con una certa sorpresa, fu subito condotto al campo "vetrina" di Bol'sevo, non lontano da Mosca. In seguito ricordava "bei letti bianchi e bella biancheria, bei bagni. Tutto era d'una pulizia immacolata" e conobbe un gruppo di prigionieri più giovani che gli raccontarono le stesse storie edificanti descritte da Pogodin e da Gor'kij. Conobbe un ladro che al momento studiava per diventare ingegnere. Incontrò un teppista che aveva capito gli errori della sua vita e ora gestiva il magazzino del campo. "Come potrebbe essere bello il mondo!" sussurrò un regista francese all'orecchio di Gliksman. Per sua sfortuna, cinque anni dopo Gliksman si ritrovò sull'impiantito di un vagone bestiame stipato di gente, diretto a un campo di lavoro che non aveva niente a che vedere con la struttura modello di Bol'sevo, in compagnia di prigionieri molto diversi da quelli della commedia di Pogodin.39

Anche all'interno del Gulag questo genere di pubblicità esercitava una certa influenza. Le pubblicazioni dei campi e i "giornali murali", fogli appesi nelle bacheche perché i prigionieri li leggessero, contenevano lo stesso genere di storie e poesie presentate agli esterni, anche se in una prospettiva leggermente diversa. In questo senso è esemplare il giornale "Perekovka" (Rieducazione) scritto e pubblicato dai detenuti del canale Moscova-Volga, un progetto partito nella scia del "successo" del canale del mar Bianco. "Perekovka" profondeva lodi ai lavoratori d'assalto e ne descriveva i privilegi ("Non devono fare la fila, stanno seduti a tavola e il cibo viene servito loro dalle cameriere!"), ma senza inneggiare, come gli autori di Kanal imeni Stalina, ai vantaggi della trasformazione spirituale e concentrandosi piuttosto

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sui privilegi concreti che i detenuti avrebbero potuto conseguire lavorando con maggior zelo.

E certo non perorava con lo stesso fervore una maggiore equità del sistema sovietico. Il numero del 18 gennaio 1933 ripubblicava un discorso pronunciato da Lazar' Kogan, un comandante dei campi: "Non possiamo stabilire se qualcuno è stato arrestato a ragione o a torto. Questo è compito del procuratore ... Con il vostro lavoro siete tenuti a produrre qualcosa di valido per lo Stato, e noi siamo tenuti a fare di voi qualcosa di valido per lo Stato".40

Interessante è anche la rubrica, quanto mai ingenua, dedicata dal giornale alle "proteste". I prigionieri scrivevano per lamentarsi di "bisticci e insulti" nelle baracche delle donne, oppure del "canto di inni"; delle norme impossibili da realizzare; della penuria di scarpe o di biancheria pulita; delle violenze inflitte ai cavalli senza necessità; del mercato nero al centro di Dmitrov, il quartier generale del campo; e del cattivo uso dei macchinari ("Non ci sono cattive macchine, solo cattivi operatori"). In seguito, questo genere di apertura sui problemi del campo era destinata a scomparire e sarebbe stata circoscritta alla corrispondenza privata tra gli ispettori e i loro padroni assoluti a Mosca. All'inizio degli anni Trenta, invece, la trasparenza era molto comune, sia fuori del Gulag sia dentro. Era una componente naturale dello sforzo frenetico, impellente, per migliorare le condizioni di vita, migliorare gli standard lavorativi e soprattutto tenere il ritmo con le richieste febbrili del gruppo dirigente staliniano.41

Passeggiando oggi sulle sponde del canale del mar Bianco, è difficile immaginare quell'atmosfera quasi isterica. Ci sono andata in una pigra giornata dell'agosto 1999, in compagnia di diversi storici locali. Ci siamo fermati per un attimo a Povenec a vedere il piccolo monumento alle vittime del canale, su cui è incisa una breve iscrizione: "Agli innocenti, periti mentre costruivano il canale del mar Bianco, 1931-1933". Mentre eravamo lì, un mio compagno ha insistito perché celebrassimo in forma solenne, fumando una Belomor. Ha spiegato che un tempo la marca di sigarette Belomor era la più diffusa dell'Unione Sovietica, e per decenni era rimasta l'unico monumento ai costruttori del canale.

Nelle vicinanze si ergeva un vecchio trudposelok, o "insediamento di confino", ormai praticamente deserto. Le grandi case di legno, un tempo solide, costruite nel tipico stile della Carelia, erano sbarrate. Molte avevano cominciato a deteriorarsi. Un abitante locale, originario della Bielorussia - parlava persino un po' di polacco - ci ha rac-

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contato che qualche anno prima aveva cercato di comprarne una, ma il governo locale non gliel'aveva voluta vendere. "Ora sta cadendo a pezzi" ha detto. Coltivava in un orticello dietro l'edificio zucche, cetrioli e lamponi. Ci ha offerto un liquore fatto in casa. L'orto e i suoi 150 rubli di pensione, all'epoca circa 22 dollari al mese, gli bastavano per vivere, ha detto. Ovviamente, sul canale non si riusciva a trovare lavoro.

E non stupisce: i ragazzini ci nuotavano e ci buttavano pietre; le mucche sguazzavano nell'acqua bassa e fangosa, e nelle crepe del cemento crescevano erbacce. Lungo una delle chiuse, in un piccolo capanno con le tendine rosa e, all'esterno, i pilastri di stile staliniano originali, la donna addetta al controllo del livello dell'acqua ci ha raccontato che al massimo passavano sette navi al giorno, spesso solo tre o quattro. Più di quante ne aveva viste Solzenicyn nel 1966, quando trascorse sul canale una giornata intera e osservò solo due chiatte che trasportavano legna da ardere. La maggior parte delle merci viaggiava ormai per ferrovia, come del resto avviene anche oggi, e un operaio del canale gli spiegò che il livello dell'acqua è così basso "che neanche i sottomarini ci passano da soli: li caricano sui barconi e li rimorchiano".42

Dopotutto, la via d'acqua dal Baltico al mar Bianco non era così indispensabile.

L'ESPANSIONE DEI CAMPI

Andiamo avanti e alle nostre spalle marcia allegramente tutta la squadra. Davanti a noi il successo degli stacanovisti apre una strada nuova...

Perché non conosciamo più la strada vecchia, dalle nostre galere siam sorti all'appello. Sulla via del trionfo stacanovista con fede marciamo verso una vita di libertà.

Dalla rivista "Kuznica", pubblicata nel Sazlag1

Dal punto di vista politico, all'epoca il canale del mar Bianco fu il più importante progetto del Gulag. Grazie all'interessamento personale di Stalin, non furono risparmiate le risorse per la sua costruzione. Inoltre, un'imponente campagna di propaganda assicurò che la sua realizzazione nei tempi previsti venisse strombazzata ai quattro venti. Eppure, il canale non era un esempio tipico dei nuovi progetti del Gulag, tra i quali non fu né il primo né il più vasto.

In effetti, ancora prima che la costruzione del canale cominciasse, la OGPU aveva già cominciato a inviare alla chetichella lavoratori carcerati in tutto il paese, senza trambusto e propaganda. Alla metà degli anni Trenta, il sistema del Gulag disponeva già di 300.000 detenuti, disseminati in una dozzina circa di complessi di campi e in alcuni siti più piccoli. Aveva collocato a lavorare 15.000 persone nel Dallag, un nuovo campo nelle zone più orientali. Oltre 20.000 stavano costruendo e tenendo in attività industrie chimiche nel Vislag, un campo organizzato sulla base della divisione Viserskij dello SLON, sul versante occidentale degli Urali. Nel Siblag, in Siberia occidentale, i prigionieri stavano costruendo le ferrovie settentrionali, fabbri-

L'espansione dei campi 103

cavano mattoni e tagliavano alberi, mentre i 40.000 prigionieri dello SLON erano impegnati nella costruzione di strade, nel taglio di legname per l'esportazione e nella lavorazione del 40 per cento del pescato del mar Bianco.2

Contrariamente al campo del canale del mar Bianco, non si trattava di luoghi detentivi da vetrina. Pur avendo certamente maggiore peso economico per l'Unione Sovietica, non partirono gruppi di scrittori per descriverli. La loro esistenza non era del tutto segreta, almeno non ancora, ma neppure veniva pubblicizzata: i "veri" successi del Gulag non erano destinati al consumo, né all'estero né in patria.

Con l'espandersi dei campi, anche il carattere della OGPU si modificava. La polizia segreta sovietica continuava a spiare come prima i nemici del regime, a interrogare i sospettati di essere dissidenti, e a smascherare "complotti" e "cospirazioni". Dal 1929 la polizia segreta si addossò anche parte della responsabilità per lo sviluppo economico del paese. Nel decennio successivo in un certo senso i suoi uomini furono all'avanguardia, perché spesso organizzavano l'esplorazione e anche lo sfruttamento delle risorse naturali dell'Unione Sovietica. Progettavano ed equipaggiavano spedizioni geologiche che cercavano di localizzare carbone, petrolio, oro, nichel e altri metalli nel sottosuolo della tundra gelata delle regioni artiche e su-bartiche dell'estremo nord sovietico. Decidevano quale delle enormi riserve di alberi andava tagliata prima per essere esportata come legname pregiato. Allestirono una rete sconfinata di collegamenti stradali e ferroviari per trasferire queste risorse nelle città e nei centri industriali più importanti del paese, costruendo un rudimentale sistema di trasporti in territori disabitati per migliaia e migliaia di chilometri. A volte prendevano parte di persona a tali imprese, marciando nella tundra avvolti in folte pellicce e con pesanti stivali, e telegrafando a Mosca le loro scoperte.

I prigionieri acquisirono nuovi ruoli insieme ai loro carcerieri. Anche se alcuni continuavano a svolgere lavori pesanti dietro il filo spinato, estraendo carbone o scavando canali, tra il 1930 e il 1935 i detenuti navigavano anche con le canoe lungo i fiumi a nord del Circolo polare artico, trasportavano le attrezzature necessarie per le indagini geologiche e battevano la strada verso le nuove cave di carbone e i pozzi petroliferi. Erigevano le baracche, svolgevano il filo spinato e montavano le torrette di guardia per nuovi campi. Costruivano gli impianti necessari per lavorare le materie prime, piantavano i picchetti per la ferrovia e facevano gettate di cemento per le strade. Infine si insediavano nei nuovi territori, popolando le zone vergini.

Gulag

In seguito gli storici sovietici hanno definito con lirismo questo episodio della storia sovietica l'"Apertura dell'estremo nord", ed è vero che rappresentò un'autentica rottura con il passato. Persine negli ultimi decenni di dominio zarista, quando finalmente in tutta la Russia era esplosa, sebbene in ritardo, la rivoluzione industriale nessuno aveva tentato con tanta determinazione di esplorare e po. polare le regioni più settentrionali del paese. Il clima era troppo rigido, il prezzo potenziale di vite umane troppo ingente, la tecnologia russa troppo primitiva. Il regime sovietico si lasciava turbare meno da tali preoccupazioni. Anche se in campo tecnologico non era molto più avanzato, teneva in scarsa considerazione la vita delle persone che mandava ad "aprire la strada". E se alcuni morivano, pazienza. Se ne sarebbero trovati altri.

Le tragedie abbondavano, soprattutto agli albori di questa nuova era. Di recente un documento ritrovato nell'archivio di Novosibirsk ha confermato la veridicità di un episodio particolarmente atroce, che da tempo fa parte del folclore dei sopravvissuti del Gulag. È firmato da un istruttore del comitato di Partito di Narym, in Siberia occidentale, e inviato nel maggio 1933 all'attenzione di Stalin; descrive con precisione l'arrivo di un gruppo di contadini deportati, definiti "elementi arretrati", sull'isola di Nazino, nel fiume Ob'. I contadini erano confinati, e quindi era previsto che si insediassero sul posto per coltivare la terra:

II primo convoglio comprendeva 5070 persone, il secondo 1044, per un totale di 6114 persone. Le condizioni di trasporto erano spaventose: cibo insufficiente e disgustoso, mancanza d'aria e di spazio ... Risultato: una mortalità di circa 35-40 persone al giorno. Tuttavia queste condizioni di vita si sono dimostrate un vero e proprio lusso rispetto a quello che aspettava i deportati sull'isola di Nazino ... L'isola di Nazino è un luogo totalmente vergine, senza ombra di abitazione ... Niente attrezzi, niente sementi, niente cibo ... La nuova vita è incominciata. Il giorno dopo l'arrivo del primo convoglio, il 19 maggio, ha iniziato a nevicare, e si è alzato il vento. Affamati, dimagriti, senza un tetto, senza attrezzi... i deportati si sono ritrovati in una situazione senza via di uscita. Non riuscivano neppure ad accendere dei fuochi per tentare di sfuggire al freddo. La gente ha incominciato a morire ... Il primo giorno sono stati sepolti 295 cadaveri. Solo il quarto o il quinto giorno dopo l'arrivo dei deportati sull'isola, le autorità hanno inviato per nave un po' di farina, in ragione di qualche etto a persona. Dopo aver ricevuto la loro magra razione, te persone correvano verso la riva del fiume e tentavano di diluire con l'acqua un po' della farina nella sapka [il cappello], nei pantaloni o nella giacca. Ma moltissimi deportati tentavano di ingoiare la farina così com'era, e spesso morivano soffocati. Nel corso di rutto il soggiorno sull'isola i deportati nof hanno ricevuto nient'altro che un po' di farina ...

L'espansione dei campi 105

11 20 agosto, tre mesi dopo, continuava il funzionario di Partito,

asi 4000 dei 6114 "coloni" erano morti. I sopravvissuti erano riu-iti a restare vivi mangiando la carne dei cadaveri. Secondo un altro Detenuto, che conobbe alcuni dei sopravvissuti nella prigione di Tornsk, avevano l'aspetto di "morti viventi" ed erano tutti agli arresti con l'accusa di cannibalismo.3

Anche quando il tasso di mortalità non era così tremendo, le condi-Zj0ni di vita nei più noti tra i primi progetti del Gulag potevano raggiungere livelli intollerabili. Il Bamlag, un campo organizzato per la costruzione di una tratta ferroviaria tra il lago Bajkal e l'Amur, nella zona più orientale del paese, nell'ambito della prevista rete ferroviaria espressa transiberiana, rappresenta un esempio significativo di come le cose potevano andare storte per la semplice mancanza di programmazione. La ferrovia fu costruita in fretta e furia, come il canale del mar Bianco, senza fare preparativi di sorta. I progettisti del campo eseguirono la perlustrazione del terreno, il progetto e la costruzione della ferrovia simultaneamente; la costruzione cominciò prima che fossero ultimate le esplorazioni. Ciononostante, i periti dovettero consegnare i loro rapporti sui 2000 chilometri di percorso in meno di quattro mesi, senza scarpe, abiti e strumenti adatti. Le carte esistenti erano imprecise e questo provocò errori costosi. Secondo un sopravvissuto, due squadre di operai (ciascuna addetta al controllo di una tratta di percorso diversa) "scoprirono di non poter arrivare a congiungersi e ultimare il lavoro, perché i due fiumi lungo i quali procedevano si univano solo sulle carte, mentre in realtà seguivano diversi percorsi".4

Al quartier generale del campo, nella città di Svobodnyj (che significa "libero"), appena iniziati i lavori, cominciarono ad arrivare contingenti di detenuti a ritmo continuo. Tra il gennaio 1933 e il gennaio 1936 il numero dei prigionieri passò da poche migliaia a oltre 180.000. Molti erano già deboli all'arrivo, senza scarpe e vestiti malamente, malati di scorbuto, sifilide, dissenteria, e tra loro c'erano sopravvissuti alle carestie che avevano imperversato nelle campagne dell'Unione Sovietica all'inizio degli anni Trenta. Il campo era del tutto impreparato. Al loro arrivo, i prigionieri di un contingente vennero sistemati m Baracche buie e fredde, e fu distribuito loro del pane coperto di pol-Vere. I comandanti del Bamlag non erano in grado di fare fronte al Caos, come ammettevano nei rapporti inviati a Mosca, ed erano parti-

arrnente ma^ attrezzati per affrontare il problema dei prigionieri

°'i- Di conseguenza, quelli troppo ammalati per lavorare furono

essi a razioni disciplinari e lasciati a patire la fame. Un contingente

persone morì trentasette giorni dopo l'arrivo.5 Prima che la fer-

Gulag

rovia fosse ultimata, probabilmente perirono decine di migliaia di prigionieri.

Storie simili venivano raccontate in tutto il paese. Nei cantieri ferro-viari del Sevlag, a nordest di Arcangelo, nel 1929 gli ingegneri stabili-rono che il numero dei prigionieri assegnati al loro progetto doveva essere sestuplicato. Tra aprile e ottobre di quell'anno, cominciarono ad arrivare come previsto altri contingenti di detenuti, e non trovarono nulla. Un prigioniero ricorda: "Non c'erano baracche, e nemmeno un villaggio. Da un lato si ergevano delle tende per le guardie e l'attrezzatura. Non c'era molta gente, forse 1500 persone. Per la maggior parte contadini di mezza età. Ex kulaki. E criminali. Non si vedevano intellettuali...".6

Tuttavia, anche se i complessi di campi allestiti all'inizio degli anni Trenta erano disorganizzati e impreparati a ricevere prigionieri denutriti, provenienti dalle regioni colpite dalla carestia, non tutti precipitarono in una disorganizzazione fatale. Se le circostanze nell'insieme erano favorevoli - una situazione locale abbastanza buona, abbinata a un forte sostegno da Mosca - alcuni trovavano il modo per svilupparsi. Con rapidità sorprendente elaborarono strutture burocratiche più stabili, costruirono edifici più solidi, produssero persino un'elite locale dell'NKVD. In definitiva, un piccolo gruppo colonizzò interi territori del paese, convertendoli in grandi prigioni. Due dei campi istituiti all'epoca - la spedizione Uhtinskaja e il "trust" Dal'stroj - alla fine acquisirono le dimensioni e lo status di imperi industriali. Vale la pena di esaminare più a fondo come nacquero.

Per il viaggiatore distratto, una corsa in automobile lungo l'autostrada di cemento crepato che porta dalla città di Syktyvkar, capitale amministrativa della repubblica dei Komi, alla città di Uhta, uno dei principali centri industriali della regione, sembrerebbe offrire scarso interesse. È lunga 200 chilometri e in alcuni punti si potrebbe definire consunta per l'uso; corre in mezzo a sconfinate foreste di pini e piane paludose. Anche se attraversa alcuni fiumi, non offre grandi visuali, se non la splendida monotonia della taigà, il paesaggio subartico per cui è rinomata la repubblica dei Komi (anzi tutta la Russia settentrionale).

Benché la vista non sia spettacolare, osservando con più attenzione si notano alcune stranezze. Se si sa dove guardare, in certi punti si intravedono infossature del terreno proprio lungo la strada. Sono le ultime tracce rimaste del campo di lavoro che un tempo si estendeva per tutta la lunghezza della strada, e delle squadre di prigionieri "a

L'espansione dei campi 107

. £u costruita. Dato che i cantieri edili erano provvisori, spesso i de-

nuti non venivano alloggiati in baracche ma in zemljcmka, rifugi scarti sottoterra: da qui le tracce nel terreno.

In un'altra tratta della strada si trovano i resti di un campo di tipo niù permanente, un tempo annesso a un piccolo giacimento petrolièro. Ora il sito è ricoperto di erbacce e arbusti, ma non è difficile scostarli portando alla luce assi di legno marce, forse conservatesi grazie al petrolio depositato sulle scarpe dei prigionieri, e pezzi di filo spinato. Qui non c'è un monumento commemorativo, che esiste invece a Bograzdino, un campo di transito più avanti lungo la strada, in cui erano ospitate 25.000 persone. Del campo non rimane traccia. In un altro punto lungo la strada, dietro un moderno distributore di carburante proprietà della Lukoil, una società russa di oggi, si erge una torretta di guardia di legno, circondata da rottami metallici e pezzi di filo spinato arrugginiti.

Proseguendo fino a Uhta in compagnia di qualcuno che conosca bene la città, si fa in fretta a scoprirne la storia segreta. Tutte le strade che portano nella cittadina furono costruite dai prigionieri, come tutti i palazzi di uffici e gli edifici residenziali del centro. Proprio nel cuore della città c'è un parco, progettato e costruito da architetti detenuti; un teatro in cui si esibivano gli attori incarcerati; e solide case di legno dove un tempo abitavano i comandanti del campo. Oggi i dirigenti della Gazprom, altra nuova società sovietica, vivono nella stessa strada immersa nel verde, in edifici moderni.

Eppure, nella repubblica dei Komi, Uhta non è un caso unico. Anche se in un primo momento è difficile vederle, su tutto il territorio di questa vasta regione di taigà e tundra che si estende a nord di San Pie-troburgo e a occidente degli Urali si possono trovare tracce del Gulag. I prigionieri hanno progettato e costruito tutte le città più importanti della repubblica, non solo Uhta ma anche Syktyvkar, Pecora, Vorkuta e Inta. Hanno costruito ferrovie e strade della repubblica, oltre all'in-frastruttura industriale originaria. Ai detenuti che vi vennero inviati negli anni Quaranta e Cinquanta, questo paese sembrava soltanto un immenso campo, e lo era. Molti dei suoi villaggi vengono chiamati ancora dalla popolazione con i loro nomi di epoca staliniana: "China-own", per esempio, dove era rinchiuso un gruppo di cinesi; o "Berli-n°", un tempo abitato da prigionieri di guerra tedeschi.

Le origini di questa vasta repubblica di prigioni risalgono a una

delle prime spedizioni della OGPU, la Uhtinskaja, che partì nel 1929

p esplorare quello che allora era un territorio selvaggio e disabitato.

er 8'i standard sovietici, la spedizione era relativamente ben prepa-

Gulag

rata. Aveva specialisti in sovrabbondanza, per la maggior parte già detenuti nel sistema delle Soloveckie: nel solo 1928 erano stati inviati allo SLON sessantotto ingegneri minerari, vittime delle campagne di quell'anno contro i "disorganizzatori" e i "sabotatori", accusati di frenare lo slancio dell'Unione Sovietica verso l'industrializzazione.7

Nel novembre 1928, con un tempismo misteriosamente perfetto, la OGPU arrestò anche N. Tihonovic, un noto geologo. Dopo averlo gettato nella prigione Butyrka di Mosca, però, non lo sottoposero ai consueti interrogatori ma lo portarono a una riunione per un progetto. Senza perdere tempo in preliminari, ricordava in seguito Tihonovic otto persone che non si erano presentate gli chiesero di punto in bianco come preparare una spedizione nella repubblica dei Komi. Se fosse andato lui, che abbigliamento avrebbe scelto? Quante provviste? Quali attrezzi? Quale mezzo di trasporto? Tihonovic, che era stato la prima volta nella regione nel 1900, propose due itinerari. I geologi potevano viaggiare via terra, a piedi e a cavallo, nel fango e nelle foreste della taigà deserta fino al villaggio di Syktyvkar, all'epoca il più grande della zona. In alternativa potevano scegliere la via d'acqua: dal porto di Arcangelo sul mar Bianco, navigando lungo le coste settentrionali fino alla foce della Pecora, e poi continuando nell'interno sui suoi affluenti. Tihonovic consigliò la seconda soluzione, sottolineando che le barche potevano portare più attrezzature pesanti. La spedizione, su suo consiglio, andò via mare. Tihonovic, restando detenuto, ne divenne il geologo capo.

Non si perse tempo e non si fece economia, perché i dirigenti sovietici consideravano la spedizione una priorità urgente. In maggio, l'amministrazione moscovita del Gulag incaricò due capi della polizia segreta di dirigere il gruppo: E.P. Skaja, ex capo del servizio di sicurezza all'istituto Smol'nyj, primo quartier generale di Lenin durante la rivoluzione, e in seguito capo del servizio di sicurezza al Cremlino, e S.F. Sidorov, il più importante esperto di pianificazione economica della OGPU. Più o meno nello stesso periodo, i capi della spedizione scelsero la loro "manodopera", 139 prigionieri tra i piu forti e più sani del campo di transito dello SLON a Kem', tra cui e e-rano politici, kulaki e comuni. Dopo altri due mesi di preparativi, erano pronti. Il 5 luglio 1929, alle sette del mattino, i prigionieri cominciarono a caricare l'attrezzatura sul battello a vapore dello SLON, il Gleb Bokij, e meno di ventiquattr'ore dopo presero il largo.

La spedizione via mare incontrò molti ostacoli, e non stupisce. A quanto pare a molte delle guardie si congelarono i piedi e una fugS1 durante una sosta ad Arcangelo. Anche piccoli gruppi di prigioni60

L'itinerario della spedizione Uhtinskaja, repubblica dei Komi, 1937

Isole ^ Soloveckie \ ;

Arcangelo

Kotlas

Óibju (Uhta)

Syktyvkar

300 Km

. Percorso

. Linea di confine tra foresta e tundra

riuscirono a fuggire in diversi punti del tragitto. Quando alla fine la spedizione raggiunse la foce della Pecora, risultò difficile trovare delle guide locali. I komi non volevano avere niente a che fare con i detenuti 0 la polizia segreta nemmeno a pagarli, e rifiutarono di aiutare a portare il battello controcorrente. Ciononostante, dopo sette settimane la nave alla fine arrivò. Il 21 agosto allestirono il loro campo base nel vil-laggio di Cibju, che in seguito sarebbe stato ribattezzato Uhta.

Dopo l'estenuante trasferimento, Tumore generale doveva essere

°Jtrernodo tetro. Avevano compiuto un lungo viaggio, e dove erano

rnvati? Cibju offriva poco agli esseri umani in materia di agi. Uno

P^cialista prigioniero, un geografo che si chiamava Kulevskij, ricor-

a la sua prima impressione del luogo: "Mi si strinse il cuore alla vista

paesaggio selvaggio, deserto: la torretta di guardia, di dimensioni

Ssurde, nera, solitària, le due misere capanne, la taigà e il fango... ".8

Uhtpeclag, repubblica dei Komi, 1937

Avrebbe avuto poco tempo per altre riflessioni. Verso la fine di agosto si sentivano già nell'aria segnali d'autunno. Non c'era tempo da perdere. Non appena arrivati, i prigionieri cominciarono subito a lavorare dodici ore al giorno per costruire il campo e i cantieri di lavoro. I geologi partirono alla ricerca dei punti migliori in cui perforare il terreno per estrarre il petrolio. In autunno arrivarono altri specialisti. Durante la "stagione" del 1930 giunsero anche nuovi contingenti di detenuti, prima ogni mese, poi ogni settimana. Alla fine del primo anno di spedizione, il numero dei prigionieri era arrivato quasi a mille.

Nonostante la pianificazione preventiva, in quei primi giorni sia prigionieri sia confinati vivevano in condizioni terribili, come dovunque. Per la maggior parte erano costretti ad alloggiare in tende, perche non c'erano baracche. Non c'erano nemmeno indumenti e scarpe ifl" vernali a sufficienza, e il cibo scarseggiava. Farina e carne arrivavano in quantità inferiori a quelle ordinate, e lo stesso dicasi per i medicina'

L'espansione dei campi 111

ij numero dei prigionieri malati e troppo deboli aumentò, come am-:sero in un rapporto compilato in seguito i dirigenti della spedizio-Anche l'isolamento era difficile da sopportare. I nuovi campi erano sì lontani dal mondo civile, così lontani persino dalle strade, per non arlare delle linee ferroviarie, che nella repubblica dei Komi il filo spinato non venne utilizzato fino al 1937. Fuggire era considerato inutile. Eppure, i prigionieri continuavano ad arrivare, e altre spedizioni continuavano a partire dal campo base di Uhta. Se avevano successo, ciascuna di queste spedizioni fondava a sua volta un nuovo campo base, un lagpunkt, talvolta in luoghi remoti al limite dell'impossibile, a molti giorni o settimane di marcia da Uhta. Poi fondavano a loro volta nuovi sottocampi, per costruire strade o fattorie collettive che provvedessero alle necessità dei prigionieri. In questo modo i campi si espansero come erbaccia nelle foreste deserte dei Komi.

Alcune spedizioni ebbero natura temporanea. Tale fu il destino di una delle prime, che partì da Uhta nell'estate del 1930 alla volta dell'isola di Vajgaé, nel mar Glaciale artico. Le spedizioni geologiche precedenti avevano già trovato depositi di piombo e zinco sull'isola, ma anche la spedizione Vajgac, come veniva chiamata, aveva una buona dotazione di geologi prigionieri. Alcuni di loro si comportarono in modo esemplare, al punto che la OGPU li premiò: furono autorizzati a farsi raggiungere da mogli e figli, e a vivere sull'isola con loro. Il campo era così sperduto che i comandanti a quanto pare non si preoccupavano dell'eventualità di evasioni, e consentivano ai prigionieri di andare ovunque desiderassero, in compagnia di altri detenuti o di lavoratori liberi, senza permessi o lasciapassare speciali. Per incoraggiare il "lavoro d'assalto nell'Artico", Matvej Berman, allora capo del Gulag, concesse ai prigionieri dell'isola Vajgac due giorni di sconto sulla pena per ogni giornata in cui avessero realizzato la norma.9 Ma nel 1934 la miniera fu inondata dall'acqua e l'anno dopo la OGPU trasferì dall'isola prigionieri e attrezzature.10

Altre spedizioni si dimostrarono più stabili. Nel 1931, una squadra di ventitré persone partì da Uhta per nave diretta verso nord, risalendo i corsi d'acqua verso l'entroterra, con l'intenzione di comin-lare gli scavi di un enorme giacimento carbonifero, il bacino di °rkuta, scoperto l'anno prima nella tundra artica della parte set-flcrionale della repubblica dei Komi. Come in tutte le spedizioni genere, i geologi indicavano la strada, i prigionieri manovravano .  arche, e un piccolo contingente della OGPU comandava l'opera-°ne, avanzando a piedi, a fatica, tra i nugoli di insetti che infesta-° la tundra nei mesi estivi. Trascorsero le prime notti all'addiac-

Gulag

ciò, poi costruirono in qualche modo un campo, superarono l'inverno, e la primavera seguente costruirono una miniera rudimentale-Rudnik n. 1. Servendosi di picconi, badili e carri di legno, senza at trezzature meccaniche di alcun genere, i prigionieri cominciarono a estrarre il carbone. Dopo appena sei anni Rudnik 1 era diventato \a città di Vorkuta e il quartier generale del Vorkutlag, uno dei campi più grandi e più duri di tutto il sistema Gulag. Nel 1938 Vorkuta ospitava 15.000 prigionieri e aveva prodotto 188.206 tonnellate di carbone.11

Dal punto di vista tecnico, non tutti i nuovi abitanti della repubblica dei Komi erano prigionieri. Dal 1929 le autorità avevano cominciato anche a inviare nella regione i "confinati speciali". All'inizio erano quasi tutti kulaki, che arrivavano con mogli e figli e nelle intenzioni dovevano cominciare a provvedere a se stessi coltivando la terra. Lo stesso Jagoda aveva dichiarato che ai confinati sarebbe stato concesso del "tempo libero" per coltivare l'orto, allevare maiali, andare a pescare e costruirsi la casa: "All'inizio vivranno con le razioni del campo, poi a proprie spese".12 Anche se tutto questo appare piuttosto idilliaco, in realtà nel 1930 arrivarono 5000 famiglie di confinati, oltre 16.000 persone, e come al solito non trovarono quasi nulla. C'erano 268 baracche costruite prima del novembre di quell'anno, anche se ne servivano almeno settecento. Ogni stanza era condivisa da tre o quattro famiglie. Cibo, indumenti o calzature invernali non erano sufficienti. Nei villaggi di confino mancavano i bagni, le strade, il servizio postale e i cavi telefonici.13

Anche se alcuni morivano e molti tentavano di fuggire - alla fine di luglio c'erano stati 344 tentativi di evasione - i confinati della repubblica dei Komi divennero una dotazione permanente del sistema di campi locale. In seguito le ondate di repressione ne portarono molti altri, soprattutto polacchi e tedeschi. I confinati non vivevano dietro il filo spinato, ma facevano gli stessi lavori dei prigionieri, talvolta negli stessi posti. Nel 1940 un campo per il taglio degli alberi fu trasformato in un villaggio di confinati, e questo in un certo senso dimostra che i gruppi erano intercambiabili. Molti confinati, inoltre, finirono per lavorare come guardie o amministratori nei campi-14

Con il tempo, questa espansione geografica trovò riscontro neUa denominazione dei campi. Nel 1931 la spedizione Uhtinskaja fu ribattezzata Campo di lavoro correzionale Uhto-Pecorskij, o Uhtpeclag-Nei vent'anni seguenti, l'Uhtpeclag fu anch'esso ribattezzato rnolte altre volte, riorganizzato e diviso, in conformità ai cambiamenti ge° grafici, all'espandersi del suo impero e al proliferare della sua "

L'espansione dei campi 113

zia Alla fine del decennio, in realtà, l'Uhtpeclag non era più un

ico campo, ma aveva dato origine a un'intera rete di sottocampi,

a dozzina in tutto, tra cui l'Uhtpeclag e l'Uhtizemlag (petrolio e carbone), l'Ust'vym'lag (industria forestale), Vorkuta e Inta (giacimenti carboniferi) e il Sevzeldorlag (ferrovie).15

Nel corso degli anni successivi, l'Uhtpeclag e le sue filiali si consolidarono, perciò si dotarono di nuove istituzioni e nuovi edifici in conformità alle loro esigenze sempre crescenti. C'era bisogno di ospedali e gli amministratori li costruirono, introducendo sistemi per preparare alcuni detenuti alla professione di farmacisti e infermieri. Per sopperire alle necessità alimentari, edificarono le proprie aziende agricole collettive, depositi e un proprio sistema di distribuzione. Avendo bisogno di elettricità, costruirono industrie elettriche, e per soddisfare la domanda di materiale edilizio, costruirono fabbriche di mattoni.

Necessitando di operai specializzati, addestrarono quelli che avevano. Molti degli ex kulaki erano analfabeti o semianalfabeti, e questo provocava problemi enormi quando si dovevano affrontare progetti di una certa complessità tecnica. Perciò l'amministrazione dei campi allestì scuole di formazione tecnica, che a loro volta richiesero altri edifici e nuovi quadri: insegnanti di matematica e di fisica, come pure "istruttori politici" per sovrintendere al loro lavoro.16 Negli anni Quaranta Vorkuta, una città costruita su un terreno permanentemente gelato, dove le strade dovevano essere riasfaltate e le tubature riparate ogni primavera, aveva ormai un istituto geologico e un'università, teatri, teatrini di marionette, piscine e asili.

Ma anche se l'espansione dell'Uhtpeclag non fu molto pubblicizzata, non avvenne comunque per caso. Senza dubbio il comandante locale del campo voleva che i suoi progetti progredissero, e che il suo prestigio aumentasse in misura corrispondente. Furono le esigenze immediate, non la pianificazione centrale, a portare alla creazione di molti nuovi settori del campo. Eppure esisteva una palese simbiosi tra le necessità del governo sovietico (un posto dove relegare i suoi nemici) e quelle delle autorità locali (più gente per tagliare gli alberi). Nel 1930, quando da Mosca scrissero offrendo di manda-e dei coloni condannati al confino, per esempio, i dirigenti locali ne rono molto contenti.17 Anche ai massimi livelli si discuteva del demo dell'Uhtpeclag. Vale la pena di osservare che nel novembre

2 il Politbjuro, presente Stalin, dedicò la maggior parte di una °ne a discutere del suo stato attuale e dei progetti per il futuro, nei minimi dettagli le possibilità e i rifornimenti. Dai

Gulag

verbali della riunione sembra che il Politbjuro prendesse tutte le de cisioni, o almeno vagliasse tutte le proposte di una certa importar", za: quali miniere dovevano essere sfruttate; quali ferrovie cosrruite. quante macchine, trattori e barche erano necessari; quante famigli^ di confinati poteva assorbire il campo. Il Politbjuro stanziò anche i fondi per le costruzioni: oltre 26 milioni di rubli.18

Non può essere un caso se durante i tre anni successivi a questa decisione il numero dei prigionieri giunse quasi a quadruplicarsi dai 4797 della metà del 1932 ai 17.852 della metà del 1933.19 Ai mas/ simi livelli della gerarchla sovietica, qualcuno desiderava ardentemente l'espansione deU'Uhtpeclag. Dato il suo potere e il suo prestigio, non poteva essere altri che Stalin in persona.

Nello stesso modo in cui, nella memoria collettiva, Auschwitz è diventato il lager simbolo di tutti gli altri campi di concentramento nazisti, la parola "Kolyma" rievoca le condizioni di vita più estreme del Gulag. "Kolyma" ha scritto uno storico "è un fiume, una catena montuosa, una regione e una metafora."20 Ricca di minerali, e soprattutto ricca d'oro, la vasta regione della Kolyma, nell'estremo angolo nordorientale della Siberia, sulle coste del Pacifico, con molta probabilità è la zona più inospitale della Russia. È più fredda della repubblica dei Komi - d'inverno le temperature scendono regolarmente oltre 45 gradi sotto zero - e ancora più isolata.21 Per raggiungere i campi della Kolyma, i prigionieri percorrevano tutta l'URSS in treno fino a Vladivostok, un viaggio che a volte durava tre mesi. Compivano il resto del tragitto su navi, verso nord, oltre il Giappone, attraversando il mare di Ohotsk fino al porto di Magadan, punto di accesso alla vallata fluviale della Kolyma.

Il primo comandante della Kolyma è uno dei personaggi più brillanti della storia del Gulag. Eduard Berzin, vecchio bolscevico, era stato comandante della prima divisione di fucilieri lettoni, che nel 1918 svolgevano il servizio di sicurezza al Cremlino. In seguito contribuì a sgominare i socialisti rivoluzionari, avversar! di Lenin, e a smascherare il "complotto britannico" di Bruce Lockhart.22 Nel 1926 Stalin gli assegnò il compito di organizzare il Vislag, uno dei pritf11 campi di vaste dimensioni. Si impegnò nel lavoro con enorme entusiasmo, inducendo uno storico del Vislag a definire il suo periodo a1 comando l'apice del "periodo romantico" del Gulag.23

La OGPU costruì il Vislag nello stesso periodo del canale del maf Bianco, e a quanto pare Berzin approvava molto (anzi, almeno a par°' le, con entusiasmo) le idee di Gor'kij sulla riabilitazione dei prig10

Kolyma, 1937

K O LY M A

P  KOLYMAJ

U  R S S

S1APPONE COREA

Maldjak  Sejmòan * . -Elgen Jagodnoje

" Butygjcag

.Magadan Buhta Nagaevo

500 Km

len. Trasudava benevolenza e paternalismo, e aprì per i suoi dete-

uh sale cinematografiche e circoli di discussione, biblioteche e men-

e "stile ristorante". Piantò giardini con fontane, e creò un piccolo

raino zoologico. Inoltre pagava un regolare salario ai prigionieri e

tuava la stessa politica del "rilascio anticipato in cambio di un buon

T~

Gulag

lavoro" dei comandanti del canale del mar Bianco. Non tutti beneficiavano di questi privilegi: i detenuti che erano poveri operai, o soltanto sfortunati, potevano essere spediti in qualcuno dei molti piccoli lagpunkt del Vislag per il taglio degli alberi nella taigà, dove le condizioni erano pessime e il tasso di mortalità più elevato, i detenuti venivano torturati e persino assassinati senza tanta pubblicità.24

Comunque, l'intenzione di Berzin era che il suo campo almeno in apparenza fosse un'istituzione decorosa. Tutto questo lo fa sembrare a prima vista uno strano candidato alla carica di massimo dirigente dell'Amministrazione edilizia nell'estremo nordest, il Dal'stroj, una sorta di "trust" destinato a sviluppare la regione della Kolyma. Infatti non c'era nulla di particolarmente romantico o idealistico nella fondazione del Dal'stroj. L'interesse di Stalin per la regione risaliva al 1926, quando inviò come rappresentante negli Stati Uniti un ingegnere, perché studiasse le tecniche minerarie.25 In seguito, tra il 20 agosto 1931 e il 16 marzo 1932, al Politbjuro si parlò almeno undici volte della geologia e della geografia della Kolyma, e Stalin stesso intervenne più volte nella discussione. Come era accaduto per le deliberazioni della commissione Janson sull'organizzazione del Gulag, il Politbjuro conduceva tali dibattiti, per dirla con le parole dello storico David Nordlander, "non nello stile retorico idealistico della edificazione socialista, ma piuttosto con il linguaggio pratico delle priorità degli investimenti e dei conseguenti ritorni finanziari". Nella sua corrispondenza con Berzin, Stalin parlava di questioni relative alla produttività dei detenuti, alle quote, alla produzione, non facendo mai cenno agli ideali della riabilitazione dei prigionieri.26

D'altra parte, forse il talento di Berzin di saper creare immagini pubbliche idilliache corrispondeva al desiderio dei massimi dirigenti sovietici. Infatti, anche se in seguito il Dal'stroj fu assorbito nell'amministrazione del Gulag, all'inizio in pubblico se ne parlava sempre come di un'entità a sé stante, un complesso industriale del tutto estraneo al Gulag. Le autorità fondarono senza clamore il Sev-vostlag, un campo del Gulag che prestava prigionieri al Dal'stroj. In pratica le due istituzioni non furono mai in competizione. Il capo del Dal'stroj era anche capo del Sevvostlag, e lo sapevano tutti. Sulla carta, però, erano due istituzioni ben distinte e, dal punto di vista ufficiale, venivano presentate come entità diverse.27

Questa organizzazione aveva una certa logica. Innanzitutto, poiché per il Dal'stroj era fondamentale attrarre volontari, soprattutto ingegneri e donne in età da marito (entrambi scarseggiavano nella Kolyma), Berzin condusse molte campagne di reclutamento nel tentativo

I

L'espansione dei campi 117

di persuadere dei "liberi lavoratori" a emigrare nella regione, aprendo persino degli uffici a Mosca, Leningrado, Odessa, Rostov e Novo-sibirsk.28 Forse era questa l'unica ragione per cui Stalin e Berzin volevano evitare che la Kolyma fosse collegata troppo strettamente con il Gulag: temevano che metterli in relazione potesse far fuggire potenziali reclute. Anche se non esistono prove concrete a riguardo, è possibile che tali macchinazioni servissero anche a salvare l'immagine all'estero. Come il legname sovietico, l'oro della Kolyma doveva essere venduto in Occidente, in cambio di tecnologie e macchinari di cui c'era disperato bisogno. Questo può contribuire a spiegare perché i dirigenti sovietici volevano far apparire i campi auriferi della Kolyma una "normale" impresa economica. Un boicottaggio dell'oro sovietico sarebbe stato molto più dannoso del boicottaggio del legname.

In ogni caso, l'interesse personale di Stalin per la Kolyma fu forassimo sin dall'inizio. Nel 1932 esigeva addirittura rapporti quotidiani sull'industria dell'oro e, come già detto, si interessava ai dettagli dei progetti di esplorazione del Dal'stroj e al raggiungimento delle quote previste. Inviava ispettori a esaminare i campi e pretendeva che i dirigenti del Dal'stroj si recassero di frequente a Mosca. Quando il Polit-bjuro stanziò dei fondi per il Dal'stroj, emanò anche ordini precisi sul modo in cui si doveva spendere il denaro, come era accaduto per l'Uhtpeclag.29

D'altra parte, l'"autonomia" del Dal'stroj non era del tutto fittizia. Pur dovendo rispondere a Stalin, Berzin riuscì anche a lasciare la sua impronta nella Kolyma, al punto che in seguito l'"epoca Berzin" veniva ricordata con una certa nostalgia. A quanto pare Berzin aveva preso alla lettera le mansioni assegnategli: il suo lavoro consisteva nel far sì che i prigionieri estraessero quanto più oro possibile. Non era quindi nel suo interesse affamarli, ucciderli o punirli, contavano soltanto le cifre della produzione. Sotto il primo capo del Dal'stroj, quindi, la vita era assai meno dura di quanto divenne in seguito, e i prigionieri molto meno affamati. Fu anche per questo motivo che nei primi due anni di esistenza del Dal'stroj la produzione d'oro della Kolyma aumentò di otto volte.30

Va detto che nei primi anni regnavano come altrove caos e disorganizzazione. Nel 1932 c'erano 10.000 prigionieri attivi nella regione, compreso un gruppo di ingegneri e specialisti detenuti che possedevano competenze ideali per l'obiettivo prefissato, oltre a più di 3000 "lavoratori liberi", impiegati nei campi ma non detenuti.31 A queste cifre ingenti si accompagnava un alto tasso di mortalità. Basti dire che soltanto 9928 prigionieri, dei 16.000 inviati nella Kolyma durante il

Gulag

primo anno di comando di Berzin, arrivarono vivi a Magadan.32 Gli altri, con abiti inadeguati e poche protezioni, furono lasciati a se stessi nelle bufere invernali: in seguito i sopravvissuti dopo il primo anno di residenza dissero che solo metà delle persone arrivate erano ancora vive.33

Comunque, una volta superato il caos iniziale, la situazione a poco a poco migliorò. Berzin lavorava sodo per elevare il tenore di vita, a quanto pare perché pensava, e non senza ragione, che per estrarre maggiori quantità d'oro i prigionieri dovevano stare al caldo ed essere ben nutriti. Per questo Thomas Sgovio, un sopravvissuto americano della Kolyma, scrisse che i "veterani" del campo parlavano con calore del regime di Berzin: "quando la temperatura scendeva sotto i 60 gradi, non venivano mandati a lavorare. Avevano tre giorni di riposo al mese. Ricevevano cibo nutriente in quantità adeguate. Gli zek [detenuti] ricevevano indumenti caldi, berretti di pelliccia e stivali di feltro...".34 Anche Varlam Salamov, un altro sopravvissuto della Kolyma, i cui Racconti di Kolyma sono tra i più crudi di tutto il genere sui campi, parlava così del periodo di Berzin:

un vitto eccellente, il vestiario adatto, la giornata lavorativa di quattro-sei ore in inverno e dieci in estate, e salari colossali ai detenuti, che consentivano ai medesimi di aiutare le famiglie e di tornare sul continente al termine della pena guardando con una certa tranquillità al futuro. ... A quei tempi i cimiteri per detenuti erano tanto rari che si poteva quasi credere che i koly-miani fossero immortali.35

Le condizioni di vita erano migliori che in seguito, e il comando del campo trattava i prigionieri con maggiore umanità. All'epoca, la linea di demarcazione fra i liberi lavoratori volontari e i prigionieri era sfumata. I due gruppi avevano rapporti normali: talvolta ai detenuti veniva permesso di trasferirsi dalle baracche e andare a vivere nei villaggi dei liberi lavoratori, e potevano essere promossi al ruolo di guardie armate oppure di geologi e ingegneri.36 Marija loffe, deportata nella Kolyma alla metà degli anni Trenta, fu autorizzata a tenere libri e carta, e ricordava che alla maggior parte delle famiglie confinate era concesso di vivere insieme.37

Inoltre i detenuti potevano partecipare, almeno in certa misura, agli eventi politici dell'epoca. Come per il canale del mar Bianco, nella Kolyma i detenuti che diventavano lavoratori d'assalto e gli stacanovisti venivano gratificati. Un prigioniero del Dal'stroj divenne addirittura "istruttore dei metodi di lavoro stacanovisti" e i detenuti che fornivano buone prestazioni ricevevano un piccolo distintivo e venivano dichiarati "lavoratori d'assalto della Kolyma".38

L'espansione dei campi 119

Come era accaduto neH'UhtpecTag, nella Kolyma le infrastnitture ben presto diventarono più sofisticate. Oltre alle miniere, negli anni Trenta i prigionieri costruirono le banchine e i frangiflutti del porto di Magadan, oltre all'unica strada importante della regione, la "superstrada" della Kolyma, che parte da Magadan diretta a nord. I lagpunkt del Sevvostlag erano situati per la maggior parte lungo questa strada, tanto che spesso il loro nome era costituito dal numero di chilometri che li separavano dalla città ("campo chilometro quarantasette", per esempio). I prigionieri costruirono anche la città di Magadan, che nel 1936 aveva 15.000 abitanti e continuò a svilupparsi. Tornata in città nel 1947, dopo aver scontato sette anni in campi estremamente isolati, Evgenija Ginzburg "per poco non svenne dalla sorpresa e l'ammirazione" per la velocità con cui si era sviluppata Magadan: "Solo fra qualche settimana mi accorgerò che quegli edifici si possono contare sulle dita. Ma per me, adesso, è un'autentica capitale".39

In effetti, la Ginzburg fu tra i pochi prigionieri a notare questo bizzarro paradosso. Era strano, ma vero: nella Kolyma, come nella repubblica dei Komi, il Gulag a poco a poco portava la "civiltà", se così si può chiamare, in remote zone disabitate. Si stavano costruendo strade dove prima c'erano solo foreste; sorgevano case nelle paludi. La popolazione locale veniva messa da parte per fare spazio a città, fabbriche, ferrovie. Anni dopo, una donna, figlia di un ex cuoco di campo in un avamposto remoto del Lokcimlag, uno dei campi forestali della repubblica dei Komi, mi ha raccontato come si viveva quando i campi funzionavano ancora. "Ooh, c'era un magazzino intero pieno di verdura, campi pieni di zucche, non era tutto desolato come adesso". Ha agitato il braccio in segno di disgusto verso il piccolo villaggio, verso quelle che un tempo erano le celle di punizione, rimaste disabitate. "E c'erano vere luci elettriche, e i caporioni andavano avanti e indietro quasi tutti i giorni su automobili di grossa cilindrata..."

La Ginzburg racconta le stesse cose in modo più eloquente:

Misterioso è il cuore umano! Con tutta l'anima maledico colui che ha Pensato di costruire una città in quell'eterna distesa gelata, riscaldandola c°n il sangue, e poi con le lacrime, di uomini assolutamente innocenti. E nello stesso tempo avverto chiaramente un senso di orgoglio idiota... Com'è cresciuta, come si è fatta bella, in quei sette anni di assenza, la nostra Magadan! Proprio irriconoscibile. Ammiro ogni lampione, ogni tratto d'asfalto, Persine il manifesto che annuncia alla casa della cultura la rappresentazione Bell'operetta La principessa dei dollari. Probabilmente perché ci è caro ogni Pezzette della nostra esistenza, anche il più amaro.40

Gulag

Nel 1934, nella Kolyma, nella repubblica dei Komi, in Siberia ' Kazakistan e in altre zone dell'Unione Sovietica l'espansione del G lag aveva seguito lo stesso modello delle Soloveckie. Nei primi tern . la negligenza, il caos e la disorganizzazione provocavano molte vitti me inutili. Anche in assenza di vero e proprio sadismo, la sconsidera ta crudeltà delle guardie, che trattavano i prigionieri come animai' domestici, provocò immani tragedie.

Ma con il passare del tempo, a scossoni, il sistema parve andare a posto. Dopo le punte raggiunte nel 1933, il tasso di mortalità ebbe un brusco calo, quando nel paese la carestia smise di essere acuta e i campi furono organizzati meglio. Nel 1934, secondo le statistiche ufficiali, si aggirava intorno al 4 per cento.41 L'Uhtpeclag produceva petrolio, la Kolyma oro, i campi della regione di Arcangelo legname. In tutta la Siberia si costruivano strade. Errori e cantonate erano all'ordine del giorno, ma questo valeva per tutta l'URSS. La rapidità dell'industrializzazione, la mancanza di pianificazione e la penuria di specialisti esperti rendevano inevitabili incidenti e sprechi, come di certo sapevano i dirigenti dei grandi progetti.

Nonostante gli intoppi, la OGPU stava rapidamente diventando uno dei più importanti agenti economici del paese. Nel 1934 il Dmit-lag, che costruì il canale Moscova-Volga, disponeva di quasi 200.000 prigionieri, più di quelli utilizzati per il canale del mar Bianco.42 Anche il Siblag si era sviluppato, e nel 1934 disponeva di 63.000 prigionieri, mentre sempre nel 1934 il Dal'lag, a quattro anni dalla sua fondazione, si era espanso di oltre tre volte e ospitava 50.000 prigionieri. In tutta l'Unione Sovietica erano stati fondati altri campi: il Sai/lag in Uzbekistan, dove i prigionieri lavoravano in aziende agricole collettive: lo Svir'lag, nei dintorni di Leningrado, dove si tagliavano alberi e si producevano manufatti di legno per la città; e il Karlag in Kazakistan, che impiegava i prigionieri come braccianti agricoli, operai dell'industria e persino pescatori.43

Sempre nel 1934, la OGPU venne riorganizzata e cambiò di nuovo nome, anche per riflettere il suo nuovo status e le maggiori responsabilità. Quell'anno la polizia segreta diventò ufficialmente il commissariato del popolo dell'Interno e divenne comunemente nota con un nuovo acronimo: NKVD. Con tale nome ora controllava il destin di oltre un milione di prigionieri.44 Ma la calma relativa non dovev durare. Di colpo il sistema si sarebbe trasformato del tutto, in una o voluzione che avrebbe distrutto insieme schiavi e padroni.

VI IL GRANDE TERRORE E LE SUE CONSEGUENZE

Ciò accadde allorché a sorridere

Era solo chi è morto - lieto della pace.

E, appendice inutile, si sbatteva

Leningrado intorno alle sue carceri.

E allorché, impazzite di tormento,

Condannate ormai andavano le schiere

E breve canzone di distacco

I fischi cantavano delle locomotive.

Stelle di morte incombevano su noi

E innocente la Russia si torceva

Sotto sanguinosi stivali

E copertoni di neri cellulari.

ANNA AHMATOVA, Requiem1

Se si esaminano i dati in modo obiettivo, il 1937 e il 1938, ricordati come gli anni del Grande terrore, non furono i più micidiali nella storia dei campi. E nemmeno furono caratterizzati da una grande espansione: il numero dei prigionieri aumentò molto nei dieci anni successivi, e raggiunse il culmine nel 1952, in un periodo quindi assai posteriore Aspetto a quanto comunemente si crede. Sebbene le statistiche disponibili siano incomplete, è comunque evidente che i tassi di mortalità nei campi furono più alti sia al culmine della carestia che imperversò "elle zone rurali nel 1932, sia nel 1933 e nel momento peggiore della Seconda guerra mondiale, tra il 1942 e il 1943, quando il numero complessivo dei detenuti nei campi di lavoro forzato, nelle prigioni e nei Carnpi per prigionieri di guerra si aggirava intorno ai 4 milioni.2

Colendo puntualizzare una questione essenziale per gli storici, bi-s°gna dire che l'importanza del 1937 e del 1938 è stata esagerata. Per-^o Solzenicyn sostiene che chi ha descritto gli abusi dello stalinismo 'Tisiste sempre sui soliti anni '37-38", e in un certo senso ha ragione.3

Gulag

In fondo, il Grande terrore seguì due decenni di repressione; dal 1918 in avanti avvennero regolarmente arresti e deportazioni di massa: all'inizio degli anni Venti degli avversari politici, poi, alla fine del decennio, dei "sabotatori", e quindi, all'inizio degli anni Trenta, dei kulaki. Tutti i casi di arresti di massa erano accompagnati da retate periodiche alla ricerca dei responsabili di "disordini sociali".

Il Grande terrore fu seguito a sua volta da un numero ancora maggiore di arresti e deportazioni di polacchi, ucraini e baltici dai territori invasi nel 1939; dei "traditori" dell'Armata rossa, presi prigionieri dal nemico, di persone normali che dopo l'invasione nazista del 1941 si trovavano dalla parte sbagliata della linea del fronte. In seguito, nel 1948, vennero riarrestati ex detenuti dei campi, e ancora dopo, fino alla morte di Stalin, furono incarcerati in massa gli ebrei. Ma sebbene forse le vittime del 1937-1938 siano più note, e anche se non si ripeterono mai in nessuna forma gli spettacolari "processi farsa" pubblici di quegli anni, gli arresti del Grande terrore non vanno considerati tanto il culmine della repressione, quanto piuttosto una delle ondate di repressione più inconsuete subite dal paese sotto il regime di Stalin: riguardò anche questa volta le classi privilegiate - vecchi bolscevichi, membri importanti dell'esercito e del Partito - in generale coinvolse una più vasta congerie di persone, e si concluse con un numero inaudito di esecuzioni capitali.

Invece, per la storia del Gulag, il 1937 è un vero e proprio spartiacque. Infatti fu l'epoca in cui i campi si trasformarono temporaneamente da prigioni gestite con indifferenza, in cui la gente moriva per caso, in veri e propri campi di sterminio dove il numero dei prigionieri soppressi di proposito, o semplicemente assassinati, era assai più grande di quanto non fosse avvenuto in passato. Anche se tale trasformazione fu tutt'altro che coerente, e anche se già nel 1939 lo sterminio deliberato si ridusse di nuovo - in seguito il tasso di mortalità continuò ad aumentare e calare in conseguenza degli eventi bellici e di motivi ideologici fino al 1953, anno della morte di Stalin -il Grande terrore segnò nello stesso modo la mentalità delle guardie e quella dei prigionieri.4

Sicuramente gli abitanti del Gulag, come i loro concittadini nel resto del paese, avevano avvertito le prime avvisaglie della crescente ondata di terrore. Dopo l'omicidio ancora misterioso di un famoso dirigente del Partito di Leningrado, Sergej Kirov, avvenuto nel dicembre 1934, Stalin fece approvare una serie di decreti che conferivano all'NKVD poteri assai maggiori riguardo all'arresto, al giudizio e all'esecuzione capitale dei "nemici del popolo". Già qualche setti-

// Grande terrore e le sue conseguenze 123

dopo furono applicati contro due bolscevichi di spicco, Kame-nev e Zinov'ev, entrambi in passato avversali di Stalin, che vennero arrestati insieme a migliaia di loro sostenitori e presunti sostenitori, in larga parte abitanti a Leningrado. Di conseguenza avvennero espulsioni di massa dal Partito comunista, all'inizio non molto più ingenti di altre verificatesi nei dieci anni precedenti.

A poco a poco l'epurazione diventò più violenta. Durante la primavera e l'estate del 1936, gli investigatori di Stalin si lavorarono Kamenev, Zinov'ev e un gruppo di ex seguaci di Lev Trockij, perché accettassero di "confessare", in un grande processo farsa pubblico, che ebbe luogo - come previsto - in agosto. Poi li giustiziarono tutti, insieme a molti loro parenti. A tempo debito seguirono i processi di altri importanti bolscevichi, tra cui il carismatico Nikolaj Buharin. Anche le loro famiglie ne subirono le conseguenze.

La mania degli arresti e delle esecuzioni si diffuse anche ai livelli inferiori della gerarchia di Partito e della società. Fu incitata dall'alto da Stalin, che se ne serviva per eliminare i suoi nemici, creare una nuova classe di dirigenti fedeli, terrorizzare la popolazione sovietica e riempire i campi di concentramento. A partire dal 1937, Stalin cominciò a firmare ordini che venivano inviati ai capi delle NKVD regionali, in cui si fissava il numero delle persone da arrestare (senza fornire motivazioni) in determinate zone. Alcuni dovevano essere condannati a pene di "prima categoria", cioè a morte, altri invece a pene di "seconda categorìa", cioè alla detenzione nei campi di concentramento da otto a dieci anni. I più "incalliti" del secondo gruppo dovevano essere collocati in prigioni politiche speciali, probabilmente per impedire loro di contagiare altri detenuti dei campi. Alcuni studiosi ritengono che l'NKVD stabilisse le quote a seconda del presunto livello di concentra-zione di "nemici" nelle diverse parti del paese. Comunque, è anche possibile che non esistesse alcun criterio del genere.5

Leggere tali ordini è come leggere le disposizioni di un burocrate che mette a punto l'ultima versione del piano quinquennale. Ne riportiamo uno come esempio, datato 30 luglio 1937 (vedi tabella p. 124).

Com'è evidente, l'epurazione non aveva nulla di spontaneo: i nuovi campi per i nuovi prigionieri furono addirittura preparati in anticipo. E non incontrò nemmeno grande resistenza. L'amministra-zione dell'NKVD di Mosca si aspettava entusiasmo dalle strutture Provinciali, che aderirono con zelo all'operazione. "Chiediamo l'autorizzazione a fucilare ancora settecento persone delle bande del Uasnak e altri elementi antisovietici" scrisse a Mosca nel settembre 1937 l'NKVD dell'Armenia; Stalin firmò di persona una richiesta ana-

Gulag

Repubblica la categorìa 2a categorìa Totale

RSS* dell'Azerbaigian RSS dell'Armenia 1.500 500 3.750 1.000 5.250 1.500

RSS della Bielorussia 2.000 10.000 12.000

RSS della Geòrgia RSS del Kirghizistan RSS del Tagikistan RSS del Turkmenistan 2.000 250 500 500 3.000 500 1.300 1.500 5.000 750 1.800 2.000

RSS dell'Uzbekistan 750 4.000 4.750

RSSA** della Baschiria  500 1.500 2.000

RSSA mongolo-burlata RSSA del Dagestan RSSA della Carelia 350 500 300 1.500 2.500 700 1.850 3.000 1.000

RSSA del Kabardino-Balkaria 300 700 1.000

RSSA della Crimea 300 1.200 1.500

RSSA dei Komi 100 300 400

RSSA dei Calmucchi RSSA dei Mari 100 300 300 1.500 400 1.8006

* Repubblica socialista sovietica.

** Repubblica socialista sovietica autonoma.

Ioga, e molte altre furono ratificate da lui o da Molotov: "Innalzo a 6600 unità il numero dei prigionieri di prima categoria nella regione di Krasnojarsk". Nel febbraio 1938, durante una riunione del Po-litbjuro, l'NKVD ucraina fu autorizzata ad arrestare 30.000 tra "ku-laki e altri elementi antisovietici" in più della quota stabilita.7

Una parte dell'opinione pubblica sovietica era favorevole ai nuovi arresti: l'improvvisa rivelazione dell'esistenza di enormi quantità di "nemici", molti dei quali si annidavano al vertice del Partito, spiegava di certo perché, nonostante la Grande svolta di Stalin, la collettivizzazione e il piano quinquennale, l'Unione Sovietica fosse ancora così povera e arretrata. La maggior parte della popolazione, comunque, era troppo terrorizzata e confusa dallo spettacolo di famosi rivo-luzionari che confessavano e di vicini che scomparivano durante la notte per avere opinioni su quanto stava accadendo.

Nel Gulag l'epurazione colpì innanzitutto i comandanti: molti furono eliminati. Se nel resto del paese il 1937 fu ricordato come l'anno in cui la rivoluzione divorò i suoi figli, nel sistema dei campi sarebbe stato ricordato come l'anno in cui il Gulag inghiottì i suoi fondatori, a cominciare dal vertice: Genrih Jagoda, il capo della polizia segreta,

// Grande terrore e le sue conseguenze 125

che può essere considerato il maggior responsabile dell'espansione del sistema dei campi, venne processato e fucilato nel 1938, anche se in una lettera indirizzata al Soviet supremo aveva implorato che la risparmiassero. "È duro morire" scrisse colui che aveva mandato a morte tanti altri. "Mi butto in ginocchio di fronte al Popolo e al Partito e chiedo loro di perdonarmi, di salvarmi la vita."8

Il sostituto di Jagoda, un tappetto di nome Nikolaj Ezov (era alto appena un metro e mezzo), cominciò subito a emanare disposizioni riguardo agli amici e ai collaboratori di Jagoda all'interno dell'NKVD. Attaccò anche i suoi familiari, come fece pure in seguito nei confronti di altri, arrestando sua moglie, i genitori, le sorelle, i nipoti e le nipoti. Una di esse racconta come reagì sua nonna, la madre di Jagoda, il giorno in cui fu mandata in esilio con tutta la famiglia:

"Se soltanto Gena [Jagoda] potesse vedere quello che stanno facendoci" disse piano qualcuno.

D'un tratto la nonna, che non aveva mai alzato la voce, si voltò verso l'appartamento deserto, e gridò forte: "Sia maledetto!". Varcò la soglia e la porta si chiuse sbattendo. Il suono echeggiò nella scala come l'eco di quella maledizione materna.9

Molti capi e amministratori dei campi, introdotti e promossi da Jagoda, ne condivisero il destino. Come altre centinaia di migliaia di cittadini sovietici, furono accusati di vasti complotti, arrestati e interrogati durante elaborati processi che potevano riguardare centinaia di persone. Uno dei più famosi fu incentrato su Matvej Berman, capo del Gulag dal 1932 al 1937.1 suoi anni di servizio per il Partito - ne era diventato membro nel 1917 - non gli giovarono. Nel dicembre 1938 l'NKVD lo accusò di aver diretto "un'organizzazione trockista di destra per il terrorismo e il sabotaggio" che aveva creato "condizioni privilegiate" per i detenuti dei campi, indebolito di proposito la "preparazione militare e politica" delle guardie (da cui il grande numero di evasioni) e sabotato i progetti edilizi del Gulag (da cui la lentezza dei loro progressi).

Berman non cadde da solo. In tutta l'Unione Sovietica i capi e i dirigenti dell'amministrazione furono accusati di appartenere alla stessa organizzazione di "trockisti di destra" e giustiziati d'un sol colpo. I verbali dei processi hanno un carattere surreale: è come se tutte le frustrazioni degli anni precedenti, le norme non realizzate, le strade costruite male, le fabbriche erette dai prigionieri che non funzionavano, avessero prodotto una sorta di crisi di follia.

Aleksandr Izrailev, vicecapo dell'Uhtpeclag, per esempio, fu condannato per aver "ostacolato lo sviluppo dell'estrazione di carbo-

Gulag

ne". Aleksandr Polisonov, un colonnello che lavorava nella divisi0. ne delle guardie armate del Gulag, fu accusato di avere creato per . suoi subordinati "condizioni impossibili". A Mihail Goskin, cap0 della sezione costruzioni ferroviarie del Gulag, fu imputato di aver "elaborato progetti irrealistici" per la linea ferroviaria Volocaevka-Komsomolec. Isaak Ginzburg, capo della divisione medica del Gulag, fu ritenuto responsabile dell'alto tasso di mortalità tra i prigi0. nieri, e lo accusarono di avere concesso privilegi ad altri detenuti controrivoluzionari, facendo in modo che venissero rilasciati in anticipo per motivi di salute. Questi uomini furono per la maggior parte condannati a morte, anche se a molti la condanna fu commutata in pene da scontare nei campi o in prigione, e qualcuno sopravvisse fino alla riabilitazione, nel 1955.10

Un numero impressionante dei primi amministratori del Gulag subì lo stesso destino. Fedor Ejhmans, ex capo dello SLON, poi capo del dipartimento speciale della OGPU, venne fucilato nel 1938. La-zar' Kogan, secondo capo del Gulag, nel 1939. Il successore di Ber-man alla direzione del Gulag, Izrail Pliner, mantenne la carica per un anno appena, poi venne fucilato nel 1939.11 Era come se il sistema avesse bisogno di giustificare il suo pessimo funzionamento, avesse bisogno di qualcuno da accusare. O forse parlare di "sistema" è fuorviante: forse era lo stesso Stalin ad aver bisogno di spiegare perché i suoi progetti sul lavoro coatto, elaborati con estrema cura, progredivano con tanta lentez/a e con risultati tanto diseguali.

Ci sono alcune strane eccezioni alla rovina generale. Infatti Stalin, oltre a stabilire chi andava arrestato, talvolta decideva anche chi non doveva essere accusato. Per quanto curioso, benché quasi tutti i suoi ex colleghi fossero morti, Naftalij Frenkel' riuscì a evitare la pallottola del boia. Nel 1937 era il capo del Bamlag, la linea ferroviaria Bajkal-Amur, uno dei campi più caotici e letali dell'estremo oriente. Eppure nel 1938, quando nel Bamlag vennero arrestati 48 "trockistì", per qualche motivo non fu incluso nel gruppo.

L'assenza del suo nome dalla lista degli arrestati è ancora pw strana perché il giornale del campo lo attaccava, accusandolo ape'' tamente di sabotaggio. Tuttavia il suo fascicolo fu trattenuto a Mosca per qualche misteriosa ragione. Il procuratore locale del Bamlag che conduceva le indagini su Frenkel' non riusciva a capire le ragi°' ni del ritardo. "Non capisco perché questa inchiesta è stata sottop°' sta a "decreto speciale" né chi ha emanato tale "decreto special6 * scrisse ad Andrej Vysinskij, procuratore capo dell'Unione Soviet^ "Se non arrestiamo le spie diversioniste trockiste, chi dovrei^111

// Grande terrore e le sue conseguenze 127

. arrestare?" Stalin, a quanto pare, riusciva ancora benissimo a protegga i suoi amici.^

La vicenda forse più drammatica riguardante capi dei campi si

rificò verso la fine del 1937 a Magadan. Cominciò con l'arresto di Fduard Berzin, capo del Dal'stroj. Come diretto subordinato di Jago-, Berzin doveva aver previsto che gli avrebbero presto stroncato la arriera. Probabilmente ebbe dei sospetti quando, in dicembre, arrivò un grupP0 intero di nuovi "assistenti" dell'NKVD, tra cui il maggio16 Pavlov, un ufficiale dell'NKVD di grado superiore allo stesso Ber/in. Anche se Stalin spesso presentava in questo modo ai funzionar! destinati a cadere in disgrazia i loro successori, Berzin non diede segno di diffidenza. Quando il vapore con il nome famigerato Nikolaj Ezov entrò nella baia di Nagaevo, con a bordo la nuova squadra, Berzin organizzò una banda di ottoni per accoglierla. Trascorse poi diversi giorni per passare le competenze ai suoi nuovi "collaboratori", che in pratica non lo prendevano nemmeno in considerazione, quindi si imbarcò sul Nikolaj Ezov.

Arrivato a Vladivostok, si comportò in modo normalissimo: salì sull'espresso transiberiano per Mosca. Alla partenza era passeggero di prima classe, quando arrivò era un prigioniero. A 70 chilometri da Mosca, nella cittadina di Aleksandrov, il suo treno si fermò. Il 19 dicembre 1937, nel cuore della notte, Berzin fu arrestato sulla banchina della stazione, fuori dalla capitale per non fare scalpore, e trasferito alla Lubjanka, la prigione centrale di Mosca, per essere interrogato. Lo accusarono subito di "attività controrivoluzionaria, sabotaggio e disfattismo". L'NKVD gli imputò di aver creato un'"organizzazione di spionaggio e diversione trockista nella Kolyma", che secondo l'accusa inviava oro al governo giapponese e complottava per consentire al Giappone di occupare i territori più orientali della Russia. Lo accusarono anche di spionaggio in favore dell'Inghilterra e della Germania. Evidentemente il capo del Dal'stroj si era dato molto da rare. Lo fucilarono nell'agosto 1938 nei sotterranei della Lubjanka.

L assurdità delle accuse non mutò i ritmi dell'operazione. Alla fine

1 Dicembre Pavlov, che lavorava in fretta, aveva ormai arrestato la

maggior parte dei subordinati di Berzin. I.G. Filippov, capo del Sevvo-

ag< sotto tortura rilasciò un'ampia dichiarazione che in pratica li coinvolgeva tutti. Confessò di aver reclutato Berzin nel 1934, e ammi-

c e la loro "organizzazione antisovietica" aveva progettato di rove-

^ re il governo sovietico, tra l'altro "preparando una rivolta armata

att ° P0^616 sovietico nella Kolyma... organizzando e mettendo in

azioni terroristiche contro i capi del Partito comunista e del go-

Gulag

verno sovietico ... sobillando la popolazione locale ... e incoraggiando la diffusione del sabotaggio". L'assistente capo di Berzin, Lev Epstejn, in seguito confessò di "aver raccolto informazioni riservate per la Francia e il Giappone, mentre compiva azioni di sabotaggio, disorganizzazione e saccheggi". Il medico capo del policlinico di Maga-dan fu accusato di avere "rapporti con elementi stranieri e doppiogiochisti". Alla fine dell'operazione, centinaia di persone che avevano avuto rapporti con Berzin, geologi, burocrati, ingegneri, erano morte

0 si trovavano in carcere.13

Esaminando la vicenda nel suo contesto, si scopre che l'elite della Kolyma non fu l'unica potente struttura eliminata nel 1937 e nel 1938. Alla fine dell'anno, Stalin aveva epurato dall'Armata rossa una schiera di illustri personaggi, tra cui il maresciallo Tuhacevskij, vicecommissario del popolo alla Difesa, Jon Jakir e Ubor'evic, comandanti d'armata, e altri, insieme a mogli e figli, che per la maggior parte finirono fucilati, mentre alcuni furono inviati nel Gulag.14 Anche il Partito comunista subì una sorte analoga. L'epurazione non coinvolse soltanto i potenziali nemici di Stalin ai massimi livelli del Partito, ma anche l'elite di provincia, i primi segretari di Partito, i capi dei soviet regionali e provinciali e i dirigenti di fabbriche e istituzioni importanti.

In certi posti e in determinate classi sociali l'ondata di arresti fu talmente capillare che, come scrisse in seguito Elena Sidorkina, anche lei arrestata nel novembre 1937, "nessuno sapeva che cosa a-vrebbe portato il domani"; "Le persone avevano paura di parlare tra loro o di vedersi, soprattutto le famiglie in cui il padre o la madre erano già stati "isolati". Anche i rari individui sconsiderati al punto da schierarsi con gli arrestati venivano automaticamente condannati ali' " isolamento" " .15

Ma non tutti morivano e non tutti i campi furono rastrellati: anzi,

1 capi dei campi meno noti se la passavano addirittura meglio di un ufficiale medio dell'NKVD, come dimostra il caso di VA. Barabanov, un protetto di Jagoda. Nel 1935, quando era vicecomandante del Dmitlag, Barabanov fu arrestato insieme a un collega perché era arrivato al campo "in stato di ubriachezza". Di conseguenza perse il lavoro, fu condannato a una lieve pena detentiva e nel 1938, quando avvennero gli arresti di massa degli scagnozzi di Jagoda, lavorava in un campo sperduto nell'estremo nord. Nella confusione generale, si dimenticarono della sua esistenza. Nel 1954 gli avevano ormai perdonato la passione per l'alcol: aveva di nuovo fatto carriera ed era ormai vicecomandante dell'intero Gulag.16

// Grande terrore e le sue conseguenze 129

Ma nella memoria collettiva dei campi, il 1937 non fu ricordato soltanto come l'anno del Grande terrore; fu anche l'anno in cui scomparvero definitivamente la propaganda sui successi della rieducazione dei criminali e quel poco che rimaneva delle vuote dichiarazioni sui grandi ideali. Forse accadde anche perché le persone più impegnate nella campagna si trovavano in prigione o erano morte. Jagoda, che nella memoria collettiva era collegato al canale del mar Bianco, non c'era più. Maksim Gor'kij era morto all'improvviso nel giugno 1936. L.L. Averbach, collaboratore di Gor'kij nella stesura di Kanal imeni Stalina e autore di Ot prestuplenija k trudu (Dal crimine al lavoro), un testo successivo dedicato al canale Moscova-Volga, era stato denunciato come trockista e arrestato nell'aprile 1937. Lo stesso accadde a molti altri scrittori che avevano partecipato all'opera collettiva di Gor'kij sul canale del mar Bianco.17

Ma tale cambiamento aveva anche radici più profonde. Con il radi-caliz/arsi della retorica politica e l'intensificarsi della caccia ai criminali politici, cambiò anche la situazione dei campi in cui si trovavano questi pericolosi individui. In un paese stretto nella morsa della paranoia e ossessionato dalle spie, l'esistenza stessa di campi per "nemici" e "disorganizzatori" divenne un argomento se non proprio segreto (negli anni Quaranta era comune nelle grandi città vedere prigionieri che lavoravano sulle strade e nei caseggiati), almeno da non trattare mai in pubblico. Il dramma di Nikolaj Pogodin, Aristokraty, fu messo all'indice nel 1937, per venire riesumato, ma solo per un breve periodo, nel 1956, assai dopo la morte di Stalin.18 Anche Kanal imeni Stalina di Gor'kij finì sulla lista dei libri proibiti, per ragioni ancora oscure. Forse i nuovi capi dell'NKVD non riuscivano più a sopportare le frivole lodi per il decaduto Jagoda in disgrazia. O forse la sua ottimistica descrizione dei "nemici" rieducati non aveva più senso, in un'epoca in cui continuavano a spuntare nemici nuovi e in cui, anziché rieducarli, li giustiziavano a centinaia di migliaia. Di certo le sue storie sui mansueti cekisti onniscienti non erano facilmente conciliabili con le epurazioni di massa dell'NKVD.

I comandanti del Gulag a Mosca, desiderosi di dimostrare grande zelo nell'impresa di isolare i nemici del popolo, emanarono nuovi regolamenti di segretezza interna, che comportavano costi enormi. Or-mai tutta la corrispondenza doveva viaggiare con corrieri speciali. Solo nel 1940, i corrieri dell'NKVD dovettero consegnare 25 milioni di Pacchetti segreti. Chi inviava lettere ai campi scriveva ormai solo a caselle postali, perché gli indirizzi erano diventati riservati. Anzi, i campi scomparvero dalle carte. Persine quando se ne parlava nella

Gulag

corrispondenza interna dell'NKVD si utilizzavano degli eufemismi, come "obiettivi speciali" (specobekty) o "sottosezioni" (podrazdelenija), in modo da celarne le vere attività.19

Per riferimenti più precisi ai campi e alle attività dei loro abitanti, l'NKVD escogitò un codice elaborato che poteva essere utilizzato nei telegrammi aperti. Un documento del 1940 elenca i termini in codice, alcuni dei quali sono caratterizzati da una bizzarra creatività. Per indicare le donne incinte si doveva usare la parola "libri" e per quelle con figli "ricevute". Gli uomini, invece, erano "conti". I confinati erano "spazzatura" e i prigionieri sotto indagine "buste". Un campo era un "cartello", la divisione di un campo una "fabbrica" II nome in codice di un campo era "Libero".20

Anche il linguaggio utilizzato nei campi cambiò. Fino all'autunno del 1937, nei documenti e nelle lettere ufficiali spesso i detenuti venivano indicati secondo la professione, per esempio chiamandoli "taglialegna". Nel 1940, un singolo prigioniero non era più un taglialegna, ma solo un prigioniero, un zakljucennyj', o nella maggior parte dei documenti z/k, pronunciato zek.21 Un gruppo di prigionieri divenne un kontingent (contingente o quota), termine burocratico e impersonale. E un detenuto non poteva più ottenere l'ambito titolo di stacanovista; l'amministratore di un campo inviò una lettera indignata ai suoi subordinati ordinando loro di definire i prigionieri che lavoravano molto "prigionieri che producono come lavoratori d'assalto" o "prigionieri che lavorano secondo il metodo stacanovista".

Logicamente, ormai il termine "prigioniero politico" non aveva più nessuna connotazione positiva. I politici socialisti avevano perso tutti i loro privilegi nel 1925, quando erano stati trasferiti dalle Solo-veckie. Ma ora il termine "politico" subì una radicale trasformazione. Indicava chiunque fosse condannato in base al famigerato articolo 58 del codice penale, che riguardava tutti i reati "controrivoluzionari" e aveva una connotazione decisamente negativa. I politici, chiamati talvolta "KR" (controrivoluzionari) kontra o kontrik, erano definiti sempre più spesso magi naroda, "nemici del popolo".22

Questa espressione, un epiteto giacobino usato per la prima volta da Lenin nel 1917, era stata riesumata da Stalin nel 1927 per definire Trockij e i suoi seguaci. Cominciò ad avere un significato più ampio nel 1936, quando il comitato centrale diramò alle organizzazioni di Partito delle regioni e delle repubbliche una lettera segreta "autografa di Stalin", secondo Dmitrij Volkogonov, il biografo russo del dittatore. La lettera spiegava che, pur apparendo "docile e inoffensivo", un nemico del popolo faceva di tutto per "infiltrarsi di soppiatto nel

// Grande terrore e le sue conseguenze 131

socialismo", anche se "in cuor suo non lo accettava". In altre parole, i nemici non potevano più essere individuati dalle idee che sostenevano di professare. Anche un successivo capo dell'NKVD, Lavrentij Berija, citava spesso Stalin, osservando: "È nemico del popolo non solo chi sabota, ma anche chi dubita della giustezza della linea del partito". Di conseguenza, si poteva considerare "nemico" chiunque si opponesse al governo di Stalin per qualsiasi ragione, anche se non

10 dichiarava apertamente.23

All'epoca, nei campi, "nemico del popolo" divenne l'espressione ufficiale usata nei documenti. Le donne venivano arrestate in quanto "mogli di nemici del popolo": era legittimo dal 1937, grazie a un decreto dell'NKVD, e lo stesso trattamento si applicava ai figli. Ufficialmente venivano condannati come "CSVR" (cleny sem'i vraga revoljucii), cioè "membri della famiglia di un nemico della rivoluzione".24 Molte mogli erano detenute nel campo Temnjakovskij, noto anche come Temlag, nella repubblica dei Mordvini, in Russia centrale. Anna Lari-na, moglie del dirigente sovietico in disgrazia Buharin, racconta: "In quella cella ci sentivamo tutte uguali, Tuhacevskij e Jakir, Buharin e Radek, Ubor'evic e Gamarnik: quando si è insieme anche la morte sembra bella!".25

Un'altra sopravvissuta del Temlag, Galina Levinson, ricordava che

11 regime del campo era relativamente mite, forse perché non avevano condanne, ma erano "solo "mogli"". La maggior parte di loro, notava, fino ad allora erano state "sovietiche fino al midollo" ed erano ancora convinte di essere state arrestate a causa delle macchinazioni di qualche organizzazione fascista segreta all'interno del Partito. Molte si tenevano impegnate scrivendo tutti i giorni lettere a Stalin e al comitato centrale, deprecando con ira il complotto ordito contro di loro.26

A parte le accezioni ufficiali, nel 1937 "nemico del popolo" era diventato anche un insulto. Dall'epoca delle Soloveckie, i fondatori e i progettisti dei campi avevano organizzato il sistema intorno all'idea che i prigionieri non fossero esseri umani, ma "unità lavorative": persino all'epoca della costruzione del canale del mar Bianco, Mak-sim Gor'kij aveva definito i kulaki "semianimali".27 Ora però la propaganda descriveva i "nemici" come esseri ancora inferiori, bestiame a due zampe. Inoltre, dalla fine degli anni Trenta Stalin cominciò a parlare in pubblico dei "nemici del popolo" come di "parassiti", "feccia", "immondizia", talvolta soltanto "erbaccia" da estirpare.28

Il messaggio era chiaro: gli zek non erano più considerati cittadini sovietici a pieno titolo, sempre ammesso che andassero considerati Persone. Un prigioniero osservò che subivano "una sorta di scomu-

Gulag

nica dalla vita politica" e venivano "esclusi dalle sue liturgie e dai suoi riti sacri".29 Dopo il 1937, nel rivolgersi ai prigionieri, nessuna guardia usava il termine tovarisc, "compagno", e i detenuti a volte venivano picchiati se si rivolgevano con questo appellativo alle guardie, che dovevano chiamare grazdanin, cittadino. All'interno dei campi o nelle prigioni non c'erano mai appese al muro fotografie di Stalin o di altri dirigenti. L'immagine di un treno pieno di prigionieri con i vagoni tappezzati di ritratti di Stalin e striscioni in cui si dichiarava che gli occupanti erano stacanovisti, abbastanza comune alla metà degli anni Trenta, dopo il 1937 diventò inimmaginabile. E anche celebrazioni del primo maggio, festa del lavoro, come un tempo se ne organizzavano nella fortezza di Soloveckij.30

Molti stranieri si sorprendevano per l'effetto profondo esercitato sui prigionieri da questa "scomunica" dalla società sovietica. Un detenuto francese, Jacques Rossi, autore del libro The Gulag Handbook, una guida enciclopedica della vita dei campi, racconta di come la parola "compagno" riusciva a elettrizzare i prigionieri che non la sentivano da molto tempo: "Una squadra che aveva appena ultimato un turno di undici ore e mezza accettava di restare a lavorare per il turno successivo solo perché l'ingegnere capo ... aveva detto ai detenuti: "Vi chiedo io di farlo, compagni"".31

Dopo la loro disumanizzazione, le condizioni di vita dei "politici" subirono un cambiamento molto significativo e, in certi campi, drastico. Negli anni Trenta il Gulag era generalmente disorganizzato, spesso crudele e talvolta micidiale. Ma in alcuni posti e in certi momenti, persino ai prigionieri politici era stata offerta una vera e propria possibilità di redenzione. Gli operai del canale del mar Bianco potevano leggere il giornale "Perekovka", un titolo significativo, poiché vuoi dire "riabilitazione". Nell'epilogo di Aristokraty di Pogodin è descritta la "conversione" di una ex sabotatrice, Flora Lejpman, figlia di una scozzese che aveva sposato un russo, si era trasferita a San Pietroburgo e poco dopo era stata arrestata per spionaggio. Nel 1934 Flora era andata a trovare la madre detenuta in un campo nelle foreste del nord e aveva scoperto che "tra guardie e prigionieri esisteva ancora un rapporto umano, perché il KGB di allora non era così sofisticato e non aveva i condizionamenti psicologici di alcuni anni dopo".32 La Lejpman sapeva di che cosa stava parlando, poiché anche lei fu incarcerata "alcuni anni dopo". Infatti, dopo il 1937 l'atteggiamento cambiò, soprattutto verso chi veniva arrestato in base all'articolo 58 del codice penale, cioè per reati "controrivoluzionari".

Nei campi, i politici che lavoravano come ingegneri o progettisti

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venivano sollevati dalle loro mansioni, ed erano costretti a tornare al "lavoro generico" cioè alla manovalanza non specializzata nelle miniere o nelle foreste: non si poteva più consentire ai "nemici" di occupare posti di responsabilità, per timore che compissero atti di sabotaggio. Pavlov, il nuovo dirigente del Dal'stroj, firmò di suo pugno l'ordine con cui si decretava che un geologo detenuto, I.S. Davidenko, doveva essere "utilizzato come operaio generico e non essere autorizzato in nessun caso a svolgere un lavoro autonomo". "Le attività di Davidenko dovrebbero essere sorvegliate con attenzione e sottoposte a osservazione quotidiana."33

In un rapporto protocollato nel febbraio 1939, anche il comandante del Belbaltlag dichiarava di aver "cacciato tutti i lavoratori non meritevoli di fiducia politica" e, in particolare, "tutti gli ex prigionieri condannati per reati controrivoluzionari". Da quel momento, aggiungeva con tono di autocompiacimento, le mansioni amministrative e tecniche sarebbero state riservate a "comunisti, membri del Komsomol [la lega giovanile dei comunisti] e specialisti fidati".34 Appare evidente che la produttività economica non era più la massima priorità del Gulag.

Il regime divenne più duro in rutto il sistema tanto per i criminali comuni quanto per i detenuti politici. All'inizio degli anni Trenta la razione di pane per il "lavoro generico" poteva arrivare addirittura a 1 chilogrammo al giorno, anche per coloro che non raggiungevano il cento per cento della norma, e fino a 2 chili per gli stacanovisti. Nei principali lagpunkt del canale del mar Bianco veniva servita carne dodici volte al mese.35 Alla fine del decennio, la razione garantita si era più che dimezzata, essendo scesa a 400-450 grammi, mentre chi riusciva a realizzare la norma otteneva un supplemento di 200 grammi. La razione punitiva calò a 300 grammi.36 Parlando di quell'epoca alla Kolyma, Varlam Salamov racconta:

Per trasformare un uomo giovane e sano che cominciava la sua carriera nell'aria fredda, pulita, del fronte aurifero, in un "relitto" bastava un periodo di venti-trenta giorni di lavoro quotidiano di sedici ore, senza giornate festive, abbinato alla fame sistematica, vestiti a brandelli, notti a sessanta gradi sotto zero in una tenda di tela piena di buchi... di intere brigate che cominciavano la stagione di estrazione dell'oro, non sopravviveva nessuno, salvo il capobrigata, il suo inserviente e qualche suo amico personale.37

Le condizioni peggiorarono anche perché il numero dei prigionie-11 aumentò, in alcuni posti con rapidità sconvolgente. Va detto che il Politbjuro aveva tentato di programmare in anticipo l'afflusso, e nel 1937 aveva ordinato al Gulag di avviare la costruzione di cinque

Gulag

nuovi campi per il taglio del legname nella regione dei Komi, e altri nelle "zone deserte del Kazakistan". Per accelerare i lavori di allestimento dei nuovi campi, il Gulag aveva ricevuto persino un "anticipo di 10 milioni di rubli". Inoltre, ai commissariati del popolo della Difesa, della Sanità e delle Foreste fu ordinato di trovare subito 240 ufficiali in comando e commissari politici, 150 medici, 400 aiutome-dici, 10 eminenti specialisti forestali e "50 laureati all'Accademia di tecnologia forestale di Leningrado" che lavorassero nel Gulag.38

Ciononostante, i campi esistenti furono di nuovo inondati dall'arrivo di nuove reclute, e il superaffollamento raggiunse i livelli registrati all'inizio degli anni Trenta. Secondo i calcoli di un sopravvissuto, un lagpunkt del Siblag, il campo forestale della Siberia, costruito per 250-300 persone, nel 1937 ospitava oltre 17.000 prigionieri. Anche se la cifra effettiva fosse un quarto di quella stimata, tale supervaluta-zione indica quanto si sentissero ammassati. Dato che non c'erano baracche, i detenuti allestivano delle zemljanka, e anche quelle erano talmente sovraffollate da rendere "impossibile muoversi senza pestare la mano a qualcuno". I prigionieri rifiutavano di uscire, per timore di perdere il loro posto sul pavimento. Non c'erano tazze né cucchiai, e le file per il cibo erano lunghissime. Scoppiò un'epidemia di dissenteria, e i prigionieri cominciarono ben presto a morire.

In seguito, durante una riunione di Partito, persino l'amministrazione dei campi del Siblag ricordò in forma solenne le "terribili lezioni del 1938" anche per "le giornate lavorative perdute" nella crisi.39 Il numero ufficiale delle vittime raddoppiò tra il 1937 e il 1938 nell'intero sistema dei campi. Non sono disponibili statistiche per tutte le situazioni, ma si ritiene che i tassi di mortalità fossero assai più alti nei campi dell'estremo nord, Kolyma, Vorkuta, Noril'sk, dove i prigionieri politici venivano inviati in gran numero.40

Ma i detenuti non perivano soltanto per la fame e l'eccesso di fatica. Nella nuova atmosfera, ben presto cominciò ad apparire insufficiente la reclusione dei nemici: meglio che cessassero di esistere del tutto. Insomma, il 30 luglio 1937 l'NKVD emanò l'ordine di sopprimere "ex kulaki, ladri e altri elementi antisovietici", indicando anche le quote di prigionieri del Gulag e di altri da giustiziare.41 Poi, il 25 agosto 1937, Ezov firmò un altro decreto con cui ordinava di sopprimere i detenuti delle prigioni politiche di massima sicurezza. Intimava al-l'NKVD di "ultimare entro due mesi l'operazione repressiva contro gli elementi controrivoluzionari più attivi... quelli condannati per spionaggio, diversione, terrorismo, attività sovversiva e banditismo, e quelli condannati per appartenenza a partiti antisovietici".42

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Aggiunse ai politici "banditi ed elementi criminali" attivi alle So-loveckie, che nel frattempo erano state trasformate in una prigione politica di massima sicurezza. La quota per le Soloveckie era stata fissata in anticipo: bisognava fucilare 1200 prigionieri ancora detenuti sulle isole. Un testimone ricorda il giorno in cui alcuni di essi furono convocati:

Senza alcun preavviso costrinsero tutti a uscire dalle celle aperte della fortezza per un appello generale. All'appello lesserò un elenco lunghissimo di nomi, molte centinaia, di persone destinate al trasferimento. Diedero loro due ore per prepararsi, e ordinarono di radunarsi nello stesso cortile centrale. Si verificò una terribile confusione. Alcuni corsero a raccogliere le proprie cose, altri a salutare gli amici. Dopo due ore, la maggior parte di chi doveva partire era al suo posto ... colonne di prigionieri si incamminarono a piedi con valigie e zaini .. ,43

A quanto pare, alcuni possedevano dei coltelli, con cui poi assalirono le guardie che avevano cominciato a sparare nei pressi del villaggio di Sandormoh, nella Carelia settentrionale, e ne ferirono diverse gravemente. Dopo quell'episodio, prima di fucilare i prigionieri gli agenti dell'NKVD li facevano spogliare lasciandoli solo con la biancheria intima. In seguito l'agente responsabile dell'operazione fu premiato con quello che gli archivi definiscono solo un "dono di valore", per il coraggio dimostrato nell'eseguire l'operazione. Alcuni mesi dopo fucilarono anche lui.44

Alle Soloveckie la scelta dei prigionieri da sterminare fu probabilmente casuale, ma in alcuni campi l'amministrazione approfittò dell'occasione per liberarsi di prigionieri particolarmente difficili. Forse è quanto accadde a Vorkuta, dove una buona parte dei prigionieri prescelti in realtà erano ex trockisti "veri", cioè seguaci di Trockij, alcuni dei quali avevano partecipato agli scioperi e ad altre rivolte avvenute nei campi. Un testimone racconta che, all'inizio dell'inverno 1937-38, l'amministrazione di Vorkuta aveva rinchiuso circa 1200 prigionieri, in larga parte trockisti, oltre ad altri politici e a un gruppetto di comuni, in una fabbrica di mattoni abbandonata e in una serie di grandi tende piene ("stipate") di gente. I prigionieri non ricevevano pasti caldi: "La razione quotidiana consisteva soltanto di 400 grammi di pane raffermo".45 Rimasero lì fino alla fine di marzo, quando arrivò da Mosca un nuovo gruppo di ufficiali dell'NKVD, che costituirono una "commissione speciale": chiamavano i prigionieri a gruppi di Quaranta e comunicavano loro che dovevano essere trasferiti. Ciascuno riceveva un pezzo di pane. I prigionieri nelle tende sentivano che ". portavano via a piedi e poi "rumore di spari".

Gulag

L'atmosfera dentro le tende divenne infernale. Un contadino, arrestato con l'accusa di "speculazione" - aveva venduto il suo porcel-lino al mercato -, stava sdraiato con gli occhi spalancati, e non reagiva a niente. "Che cosa ho in comune con voi politici?" gemeva di tanto in tanto. "Voi lottavate per il potere, per il rango, io voglio soltanto la mia vita." Un altro, secondo un testimone, si suicidò. Due impazzirono. Alla fine, quando erano rimaste circa cento persone, le sparatorie cessarono, nello stesso modo repentino e inesplicabile in cui erano cominciate. I capi dell'NKVD erano rientrati a Mosca. I prigionieri sopravvissuti tornarono alle miniere. In tutto il campo erano stati uccisi circa 2000 detenuti.

Non sempre Stalin ed Ezov mandavano estranei da Mosca a sbrigare il lavoro. Per accelerare il processo in tutto il paese, l'NKVD organizzava anche le "trojke", che operavano sia dentro i campi sia fuori. Una trojka è esattamente quello che ci si immagina: un gruppo di tre uomini, di solito costituito dal capo dell'NKVD regionale, il Primo segretario provinciale del Partito e un rappresentante dell'ufficio del procuratore o del governo locale. Insieme potevano condannare un prigioniero in absentia, senza diritto a un giudice, una giuria, un avvocato o un processo.46

Una volta arrivate, le trojke agivano in fretta. Il 20 settembre 1937, un giorno come tante altri, la trojka della repubblica della Carelia condannò 231 prigionieri del campo del canale del mar Bianco, il Belbalt-lag. Se si calcola una giornata lavorativa di dieci ore, senza intervalli, si impiegavano appena tre minuti per decidere la sorte di ogni persona. Molti condannati stavano scontando una pena stabilita molto prima, all'inizio degli anni Trenta. Adesso venivano accusati di nuovi reati, di solito connessi a cattiva condotta o a un atteggiamento negativo verso la rieducazione. Tra loro c'erano ex attivisti politici - menscevichi, anarchici, socialdemocratici - un'ex monaca che "rifiutava di lavorare per le autorità sovietiche" e un kulak che era stato il cuoco del campo. Lo accusarono di fomentare il malcontento tra gli stacanovisti. Le autorità sostennero che li aveva fatti aspettare di proposito in "lunghe code, perché prima distribuiva il cibo ai prigionieri comuni".47

L'isterismo non durò a lungo. Nel novembre 1938, le fucilazioni di massa cessarono bruscamente sia nei campi sia nel resto del paese. Forse l'epurazione era stata eccessiva persino per i gusti di Stalin. Magari, invece, il dittatore aveva ottenuto quello che voleva. O forse lo sterminio danneggiava troppo l'economia ancora debole. Qualunque fosse il motivo, al congresso del Partito comunista del marzo

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1939 Stalin affermò che l'epurazione era stata accompagnata da "più errori di quanto ci si sarebbe potuti aspettare".48

Non ci furono scuse o pentimenti, e non fu punito quasi nessuno. Solo qualche mese prima, Stalin aveva diramato una circolare a tutti i capi dell'NKVD, complimentandosi con loro per aver "inflitto una sconfitta schiacciante agli agenti sovversivi dello spionaggio dei servizi segreti stranieri" e per aver "epurato il paese dai sovversivi, i rivoltosi e i quadri dello spionaggio". Soltanto allora indicò alcune "carenze" dell'operazione, come le "procedure d'indagine abbreviate", la mancanza di testimoni e di prove a conferma.49

E non cessò nemmeno del tutto l'epurazione dell'NKVD. Nel novembre 1938 Stalin destituì dalla carica il presunto autore di tutti quegli "errori", Nikolaj Ezov, e lo condannò a morte. L'esecuzione avvenne nel 1940, dopo che Ezov aveva implorato la grazia della vita, proprio come Jagoda prima di lui. "Dite a Stalin che morirò con il suo nome sulle labbra."50

I protetti di Ezov caddero insieme a lui, come era accaduto qualche anno prima agli amici di Jagoda. Nella sua cella di prigione, Evgenija Ginzburg un giorno osservò che i regolamenti del campo incollati al muro erano stati tolti. Quando furono sostituiti, sull'angolo in alto a sinistra, dove prima si leggeva "Approvato. Il Commissario generale per la sicurezza di Stato: Ezov" avevano incollato della carta bianca. Ma i cambiamenti non finivano lì: "La prima volta coprirono il cognome di Weinstock [il comandante della prigione] sostituendolo con quello di Antonov. La seconda volta coprirono Antonov, e scrissero: "Direzione generale della prigione". "Così è più sicuro" ridemmo noi. "Non occorre più cambiare."".51

La produttività del sistema dei campi continuò a scendere in picchiata. Tra il 1936 e il 1937, nell'Uhtpeclag, le fucilazioni di massa, l'incremento del numero dei prigionieri malati e deboli, e la perdita di detenuti specializzati avevano fatto calare in modo vertiginoso la produzione del campo. Nel luglio 1938 fu convocata una commissione speciale del Gulag per discutere il grave deficit dell'Uhtpeclag.52 Calò anche la produzione delle miniere d'oro della Kolyma. Nemmeno l'oceanico afflusso di nuovi prigionieri riuscì a riportare a livelli Paragonabili a quelli del passato la quantità complessiva di oro e-stratto. Prima di essere deposto, lo stesso Ezov chiese altri finanziamenti per aggiornare la tecnologia obsoleta del Dal'stroj; come se fosse quello il vero problema.53

Intanto il comandante del Belbaltlag, quello che si era vantato con fierezza di avere estromesso i prigionieri politici dall'apparato

Gulag

amministrativo del campo, segnalava il "bisogno urgente di personale amministrativo e tecnico". Di certo, l'epurazione aveva reso politicamente "più sano" lo staff tecnico del campo, affermava con prudenza, ma ne aveva pure "aumentato le carenze". Nella 14a divisione del suo campo, per esempio, c'erano 12.500 prigionieri, di cui soltanto 657 non politici. Ma questi ultimi, per la maggior parte, stavano scontando gravi condanne per reati comuni, il che li rendeva inadatti a lavorare come specialisti e amministratori, mentre 184 erano analfabeti; ne restavano solo 70 da poter utilizzare come impiegati o ingegneri.54

Nel complesso, secondo le statistiche ufficiali, il volume di affari dei campi dell'NKVD calò da 3,5 miliardi di rubli del 1936 a 2 miliardi nel 1937. Calò anche il valore della produzione industriale lorda dei campi, da 1,1 miliardi di rubli a 943 milioni.55

Lo scarso rendimento e la vasta disorganizzazione della maggior parte dei campi, accompagnati dall'aumento di prigionieri malati e moribondi, non passarono inosservati a Mosca, dove nel corso delle riunioni della cellula centrale del Partito comunista dell'amministrazione generale del Gulag avvenivano discussioni oltremodo franche sull'economia concentrazionaria. A un'assemblea dell'aprile 1938 un burocrate denunciò "il caos e il disordine" dei campi nella regione dei Komi. Inoltre accusò i comandanti del campo di Noril'sk di avere realizzato una fabbrica di nichel "progettata male" e quindi di sprecare moltissimo denaro. Dato l'ammontare dei soldi spesi per allestire nuovi insediamenti nelle foreste, brontolò un altro amministratore, "avremmo potuto aspettarci di più. I nostri campi sono organizzati in modo poco sistematico. Gli edifici più importanti sono stati costruiti nel fango, e ora devono essere spostati".

Nell'aprile 1939, le proteste si intensificarono. Nei campi del nord c'era una "situazione particolarmente difficile per l'approvvigionamento alimentare", da cui conseguiva un'"altissima percentuale di operai deboli, prigionieri che non potevano lavorare affatto, e un alto tasso di mortalità e di malattie".56 Quell'anno il Consiglio dei com-missari del popolo ammise che oltre il sessanta per cento dei prigionieri dei campi soffriva di pellagra o di altre malattie causate dalla malnutrizione.57

Certo non tutti questi problemi erano da imputare al Grande terrore. Come abbiamo osservato, persino i campi forestali di Frenkel', tanto ammirati da Stalin, non erano mai stati davvero redditizi.58 Il lavoro coatto era e sarebbe sempre stato assai meno produttivo del lavoro libero. Ma non avevano ancora imparato questa lezione. Nel

// Grande terrore e le sue conseguenze 139

novembre 1938, quando Ezov fu destituito, il suo successore nella carica di capo dell'NKVD, Lavrentij Berija, cominciò quasi immediatamente a trasformare il regime dei campi, cambiando le regole, semplificando le procedure, tutto allo scopo di far diventare di nuovo i campi come Stalin li voleva: il fulcro dell'economia sovietica.

Berija non si era reso conto, almeno non ancora, che il sistema dei campi era improduttivo e dispendioso per natura. A quanto pare, invece, riteneva che i suoi dirigenti avessero dimostrato incompetenza. Era deciso a trasformare i campi in un settore davvero produttivo dell'economia sovietica, ma questa volta sul serio.

Berija non liberò mai dai campi, né allora né in seguito, un notevole numero di prigionieri condannati ingiustamente (anche se l'NKVD ne rilasciò alcuni dalle prigioni). Né allora né in seguito i campi divennero un po' più umani. La disumanizzazione dei "nemici" continuò a permeare il linguaggio delle guardie e degli amministratori fino alla morte di Stalin. I maltrattamenti dei politici, per non dire di tutti i detenuti, continuarono; nel 1939, sotto l'occhio attento di Berija, i primi prigionieri cominciarono a lavorare nelle miniere di uranio della Kolyma, in pratica senza la minima protezione dalle radiazioni.59 Berija cambiò il sistema soltanto per un aspetto: disse ai comandanti dei campi di mantenere in vita più prigionieri, e di servirsene meglio.

Anche se la linea politica seguita non fu mai chiara, in pratica Berija eliminò anche il divieto di assegnare mansioni tecniche a prigionieri politici esperti in ingegneria, o con competenze scientifiche e tecniche. In loco i comandanti avevano ancora paura a utilizzare come "specialisti" i prigionieri politici e questa situazione si protrasse fino allo smantellamento del Gulag, alla metà degli anni Cinquanta. Ancora nel 1948, i diversi dipartimenti dei servizi di sicurezza discutevano se fosse ammissibile consentire ai prigionieri politici di lavorare come specialisti; alcuni sostenevano che era troppo pericoloso dal punto di vista politico, altri affermavano che sarebbe stato diffìcile far funzionare i campi senza di loro.60 Berija non risolse mai questo dilemma, ma gli premeva troppo far diventare l'NKVD una parte produttiva dell'economia sovietica per permettere che i migliori scienziati e ingegneri del Gulag perdessero gli arti per il gelo nell'estremo nord. Nel settembre 1938 per gli scienziati detenuti cominciò a organizzare officine e laboratori speciali, chiamati dagli altri detenuti saraska. Solzenicyn, che lavorava in una saraska ("uno stabilimento di ricerca di massima segretezza, chiamato in forma ufficiale solo con un numero di codice"), la descrisse nel suo romanzo 11 primo cerchio:

Gulag

Nel vecchio edificio di proprietari terrieri nei pressi di Mosca, preliminarmente circondato di filo spinato, erano stati trasportati circa centocinquanta zek richiamati dai lager. ... A quei tempi la saraska non sapeva ancora su che cosa avrebbe dovuto effettuare le sue ricerche [a Mavrino] e si dedicava ad aprire le innumerevoli casse trasportate lì da due convogli ferroviari; si impadroniva di sedie e di tavoli comodi; selezionava la varia attrezzatura.. .61

All'inizio le saraska erano denominate "Agenzie per costruzioni speciali". Designate in seguito con un nome collettivo, il "Quarto dipartimento speciale" dell'NKVD, alla fine vi lavoravano circa mille scienziati. Talvolta Berija cercava di persona gli scienziati dotati e li faceva riportare a Mosca. Gli agenti dell'NKVD davano loro la possibilità di lavarsi, tagliarsi i capelli, rasarsi e riposarsi a lungo, poi li mandavano a lavorare nei laboratori della prigione. Una delle "scoperte" più importanti di Berija fu l'ingegnere aeronautico Tupolev, che arrivò alla sua saraska con una borsa in cui teneva un grosso tozzo di pane e qualche pezzo di zucchero (rifiutò di consegnarli, anche quando gli dissero che avrebbe mangiato di più).

Tupolev, a sua volta, stilò per Berija un elenco di persone da richiamare, tra cui Valentin Glusko, il principale progettista di motori a razzo dell'Unione Sovietica, e Sergej Korolev, che in seguito creò lo Sputnik, il primo satellite sovietico, e può essere considerato il padre di tutto il programma spaziale sovietico. Korolev tornò alla prigione della Lubjanka, dopo aver trascorso diciassette mesi nella Kolyma, durante i quali aveva perso molti denti per lo scorbuto, con l'aspetto "affamato ed esausto", a quanto affermano altri prigionieri.62 Ciononostante, in un rapporto preparato nell'agosto 1944, Berija elencava venti nuovi importanti congegni di tecnologia militare inventati nelle sue saraska, e speculava sui molti modi in cui si erano dimostrati utili per l'industria difensiva durante la guerra.63

Da certi punti di vista, si potrebbe affermare che il regime di Berija in qualche modo alleviò anche le condizioni degli zek comuni. Nel complesso, la situazione alimentare per un certo periodo migliorò. Come Berija sottolineava nell'aprile 1938, la razione alimentare di 2000 calorie al giorno, in vigore nei campi, era stata calcolata per gente chiusa in prigione, non per chi svolgeva lavori pesanti. Dato che tali razioni, già basse, si riducevano anche del settanta per cento per i furti, le truffe e le pene per scarso rendimento, molti prigionieri soffrivano la fame. Se ne dispiacque, non per compassione nei loro confronti, ma perché l'aumento dei tassi di mortalità e di malattia aveva impedito all'NKVD di realizzare i piani di produzione per il 1939. Berija chiese di ridefinire le razioni alimentari, in modo che le "poten-

// Grande terrore e le sue conseguenze 141

/ialità fisiche della manodopera dei campi venissero sfruttate al massimo in tutte le industrie".64

Anche se le razioni alimentari furono aumentate, certo il regime di Berija non promosse la riscoperta dell'umanità dei prigionieri. Anzi, il loro processo di trasformazione da esseri umani a unità lavorative era progredito parecchio. I detenuti potevano ancora essere condannati a morire nei campi, ma non per le loro tendenze controrivoluzionarie. Quelli che rifiutavano di lavorare oppure operavano per scombinare l'organizzazione del lavoro andavano condannati a "un regime disciplinare più severo, celle di punizione, alimentazione e condizioni di vita peggiori, e altri provvedimenti disciplinari". Ai "lavativi" andavano comminate altre condanne, anche la pena capitale.65

I procuratori locali cominciarono subito a indagare sugli "scansafatiche". Nell'agosto 1939, per esempio, un prigioniero venne fucilato non solo per aver rifiutato di lavorare, ma per aver esortato gli altri a fare lo stesso. In ottobre, tre detenute, evidentemente monache ortodosse, furono accusate di aver rifiutato di lavorare e di aver cantato inni controrivoluzionari: due furono fucilate e la terza ricevette un'ulteriore condanna.66

Gli anni del Grande terrore avevano lasciato il segno anche in un altro senso. Il Gulag non trattò mai più i prigionieri come esseri del tutto degni di redenzione. Il sistema del "rilascio anticipato" per buona condotta venne eliminato. Fu proprio Stalin, l'unica volta che parlò in pubblico delle procedure quotidiane seguite nei campi, a far cessare i rilasci anticipati, spiegando che danneggiavano l'attività economica connessa. Nel 1938, durante una riunione del presidium del Soviet supremo, chiese:

Non potremmo pensare a qualche altra forma di premio per il loro lavoro, medaglie o roba del genere? Ci comportiamo in modo scorretto, disturbiamo il lavoro del campo. Liberare questa gente forse è necessario, ma dal punto di vista dell'economia nazionale è un errore ... libereremo i migliori e lasceremo i peggiori.67

Nel giugno 1939 fu emanato un decreto in questo senso. Alcuni mesi dopo, un altro decreto cancellò il "rilascio anticipato condizionato" anche per gli invalidi. Quindi il numero di prigionieri malati aumentò. Per incentivare i detenuti che lavoravano sodo rimaneva soltanto l'aumento di "cibo e dotazioni", a parte le medaglie che secondo Stalin sarebbero state tanto ambite. Nel 1940, persino il Dal'-stroj aveva cominciato a distribuirne.68

Molte di queste iniziative contraddicevano le leggi dell'epoca e Scontrarono effettiva resistenza. Il procuratore capo Vysinskij e il

Il Gulag nel momento di massimo sviluppo, 1939-1953

Gulag

commissario del popolo della Giustizia Ryckov si opposero all'eliminazione del rilascio anticipato e all'imposizione della condanna a morte per quanti erano accusati di "disorganizzare la vita dei campi". Ma Berija, come Jagoda prima di lui, godeva del palese sostegno di Stalin, e vinse tutte le sue battaglie. Dal 1° gennaio 1940 all'NKVD, ottenne persino di rientrare in possesso di 130.000 prigionieri "prestati" agli altri ministeri. Berija era deciso a rendere il Gulag davvero produttivo.69

Gli effetti dei cambiamenti introdotti da Berija si manifestarono molto in fretta. Nei mesi precedenti la Seconda guerra mondiale, l'attività economica dell'NKVD ebbe una ripresa. Nel 1939 il volume di affari era di 4,2 miliardi di rubli, nel 1940 di 4,5. Negli anni della guerra, mentre i prigionieri cominciavano ad affluire nei campi, le cifre si elevarono ancora più rapidamente.70 Inoltre, nonostante l'aumento continuo del numero dei prigionieri, secondo le statistiche ufficiali, dal 1938 al 1939 si dimezzò anche il numero di morti nei campi, scendendo dal 5 al 3 per cento.71

Ormai vi erano molti più campi, e assai più grandi di quanto non fossero all'inizio del decennio. Tra il 1° gennaio 1935 e il 1° gennaio 1938 il numero dei prigionieri era quasi raddoppiato, passando da 950.000 a 1.800.000, mentre un altro milione di persone era stato condannato al confino.721 campi, che un tempo consistevano soltanto di qualche capanna e un po' di filo spinato, erano diventati autentici colossi industriali. Nel 1940 il Sevvostlag, il principale campo del Dal'stroj, conteneva quasi 200.000 prigionieri." Nel 1938 il Vorku-tlag, campo minerario sviluppatosi dal Rudnik n. 1 dell'Uhtpeclag, ospitava 15.000 prigionieri; nel 1951 ne avrebbe ospitati oltre 70.000.

Ma ce n'erano anche di nuovi. Forse il più tetro della nuova generazione era il Noril'lag, di solito noto come Noril'sk. Situato come Vorkuta e la Kolyma a nord del Circolo polare artico, si ergeva proprio al di sopra di un enorme giacimento di nichel, probabilmente il più grande del mondo. I prigionieri del Noril'sk, oltre a estrarre il nichel, costruirono anche l'impianto di lavorazione e le stazioni elet-triche lungo le miniere. Poi costruirono la città di Noril'sk, per ospitare gli agenti dell'NKVD che dirigevano miniere e fabbriche. Come i suoi predecessori, Noril'sk si sviluppò in fretta. Nel 1935 il campo conteneva 1200 prigionieri; nel 1940,19.500. Al massimo dell'espansione, nel 1952, vi erano 68.849 detenuti.74

Inoltre, nel 1937 l'NKVD fondò il Kargopol'lag, nella regione di Arcangelo, seguito nel 1938 dal Vjatlag, nella Russia centrale, e dal Kras-

// Grande terrore e le sue conseguenze   145

lag, nel distretto di Krasnojarsk, nella Siberia orientale. In sostanza erano tutti campi per il taglio degli alberi che espansero le loro attività: fabbriche di mattoni, impianti di lavorazione del legname, mobilifici. Negli anni Quaranta tutti raddoppiarono o triplicarono le dimensioni, e ormai contenevano circa 30.000 prigionieri ciascuno.75

C'erano anche altri campi, che aprivano, chiudevano e si riorganizzavano così spesso da rendere difficile estrapolare cifre precise per un dato anno. Alcuni erano abbastanza piccoli, costruiti per soddisfare le esigenze di una specifica fabbrica o industria, o di un progetto edilizio. Altri erano provvisori, nascevano per la costruzione di una strada o di una ferrovia, e poi venivano abbandonati. Le cifre erano così elevate e i problemi così complessi che alla fine l'amministrazione del Gulag istituì delle sottosezioni apposite: l'Amministrazione generale dei campi industriali, l'Amministrazione generale per la costruzione di strade, l'Amministrazione generale per il lavoro forestale e così via.

Ma non erano cambiati soltanto per dimensioni. Dalla fine degli anni Trenta, tutti i nuovi campi avevano un carattere esclusivamente industriale, senza le fontane e i "giardini" del Vislag, senza la propaganda idealistica che aveva accompagnato la costruzione della Koly-ma, senza i detenuti specializzati a tutti i livelli. Ol'ga Vasil'evna, amministratrice che lavorò come ingegnere e ispettore del Gulag e di altre attività edilizie, alla fine degli anni Trenta e negli anni Quaranta, ricordava che nei primi tempi "c'erano meno guardie, meno amministratori, meno dipendenti ... Negli anni Trenta i prigionieri venivano arruolati per mansioni di tutti i generi, impiegati, barbieri, guardie". Invece negli anni Quaranta le cose cambiarono: "Tutto cominciò ad assumere carattere di massa ... la situazione diventò più dura ... A mano a mano che i campi aumentavano di dimensioni, il regime diventava più crudele".76

In effetti si potrebbe dire che alla fine del decennio i campi di concentramento sovietici avevano raggiunto quella che sarebbe diventata la loro forma permanente. Erano ormai diffusi in quasi tutte le regioni dell'Unione Sovietica, in tutti e dodici i suoi fusi orari, e nella maggior parte delle sue repubbliche. Da Aktjubinsk a Jakutsk, non c'era un centro popolato importante che non avesse il suo campo o la sua colonia locale. Il lavoro dei prigionieri era sfruttato per costruire tutto, dai giocattoli per bambini agli aerei militari. Negli armi Quaranta, in molte località dell'Unione Sovietica sarebbe stato difficile andare in giro a sbrigare le proprie faccende quotidiane sen-Z3 imbattersi nei detenuti.

Gulag

Ma il fatto più importante è che i campi si erano evoluti. Non erano più un insieme di luoghi di lavoro gestiti in modo particolare, ma un "complesso industriale carcerario"apieno titolo, con regole e usi peculiari, sistemi di distribuzione spedali e gerarchle.77 Il Gulag era un impero vero e proprio, diretto a Mosca da un vasto apparato burocratico, che pure aveva una sua cultura specifica. Il centro emanava con regolarità direttive ai campi locali, regolando tutto, dalla linea politica di massima a questioni disecondario rilievo. Anche se i campi locali non seguivano sempre alla lettera la legge (o non riuscivano a farlo), il Gulag non ebbe mai più il carattere peculiare dei primi tempi.

Le sorti dei prigionieri continuavano a fluttuare a seconda delle scelte politiche ed economiche dell'liraone Sovietica, e soprattutto dell'andamento della Seconda guerramondiale. Ma l'epoca dei tentativi e degli esperimenti era finita. Il sistema marciava ormai a regime. All'inizio degli anni Quaranta la serie di procedure definita dai prigionieri "tritacarne" - il modo in cui avvenivano gli arresti, gli interrogatori, i trasferimenti, in cui era" regolati l'alimentazione e il lavoro - era ormai consolidata e rimase sostanzialmente la stessa fino alla morte di Stalin.

Parte seconda VITA E LAVORO NEL GULAG

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VII L'ARRESTO

Sentendo parlare di uno dei soliti arresti, non chiedevamo mai: "Perché l'hanno preso?". Ma di gente come noi ce n'era poca. Accecati dalla paura, gli altri si rivolgevano la domanda a vicenda, tanto per consolarsi: "Se le persone vengono portate via per qualche cosa, io posso stare tranquillo, non mi prenderanno, perché non ho fatto niente.'". Si lambiccavano il cervello per inventare cause e giustificazioni per ogni arresto: "Quello, però, il contrabbando lo faceva davvero", oppure "Quello lì si permetteva certe cose....... O ancora: "C'era da aspettarselo, ha un carattere infernale", "Ho sempre avuto l'impressione che in lui qualcosa non andasse", "Non è mai stato uno dei nostri" ... Per questo motivo la domanda: "Perché l'hanno preso?" era diventata per noi una domanda proibita. "Perché?" gridava infuriata Anna Andreevna, quando qualcuno dei suoi amici, contagiato dalla malattia collettiva, le rivolgeva la consueta domanda. "Come perché? È ora di capire che la gente viene presa senza un perché."

NADEÉDA MANDEL'STAM, L'epoca e i lupi1

Anna Ahmatova, la poetessa citata in questo brano dalla vedova di un altro poeta, aveva ragione e torto allo stesso tempo. Da un lato, dalla metà degli anni Venti, l'epoca in cui fu istituito l'apparato del sistema repressivo sovietico, il governo non fermava più la gente per strada gettandola in carcere senza alcun motivo o spiegazione: c'erano arresti, indagini, processi e sentenze. Dall'altro, i "reati" per cui si veniva arrestati, processati e giudicati erano privi di senso, e le procedure d indagine e di incarcerazione erano assurde, addirittura surreali.

In retrospettiva, questo è uno degli aspetti più peculiari del siste-11X3 dei campi sovietico: il più delle volte i detenuti arrivavano per yia legale, sebbene non sempre si trattasse del normale sistema giu-".hziario. Nessuno processò e giudicò gli ebrei nell'Europa occupata "ti nazisti, ma gli internati nei campi sovietici per la maggior parte

Culag

avevano subito interrogatori (per quanto sbrigativi), processi (per quanto farseschi) ed erano stati giudicati colpevoli (anche se era bastato meno di un minuto). Senza dubbio coloro che lavoravano nei servizi di sicurezza, come le guardie e gli amministratori che in seguito controllavano la vita dei prigionieri nei campi, erano motivati anche dalla convinzione di agire secondo la legge.

Ma lo ripeto: il fatto che il sistema repressivo fosse legale non significa che fosse logico. Anzi, nel 1947 non era più facile prevedere con certezza chi sarebbe stato arrestato di quanto lo fosse nel 1917. Certo divenne possibile presumere chi rischiava di essere arrestato. Specialmente durante le ondate di terrore, il regime a quanto pare sceglieva le vittime un po' perché avevano richiamato in qualche modo l'attenzione della polizia segreta - un vicino li aveva sentiti fare una battuta infelice, un superiore li aveva visti comportarsi in modo "sospetto" - ma soprattutto perché appartenevano a una categoria della popolazione che in quel momento era sotto osservazione.

Alcune di tali categorie erano abbastanza definite - verso la fine degli anni Venti ingegneri e specialisti, nel 1931 kulaki, durante la Seconda guerra mondiale polacchi e baltici dei territori occupati - altre invece erano molto vaghe. Negli anni Trenta e Quaranta, per esempio, gli "stranieri" erano sempre considerati sospetti. Per "stranieri" intendo cittadini di altri paesi, persone che magari avevano contatti all'estero, o che potevano avere qualche rapporto, immaginario o reale, con un paese straniero. Comunque si comportassero, erano sempre candidati all'arresto, e gli stranieri che in qualche modo si mettevano in vista correvano molti rischi. Robert Robinson, uno dei molti americani neri comunisti che si erano trasferiti a Mosca negli anni Trenta, in seguito scrisse: "Tutti i neri diventati cittadini sovietici che ho conosciuto all'inizio degli anni Trenta sette anni dopo erano scomparsi da Mosca".2

I diplomatici non facevano eccezione. Alexander Dolgun, per e-sempio, un giovane cittadino americano dipendente dell'ambasciata americana a Mosca, nelle sue memorie racconta come venne prelevato per strada nel 1948 e accusato, senza fondamento, di spionaggio; aveva suscitato dei sospetti un po' perché seminava con entusiasmo giovanile i "segugi" messigli alle calcagna dalla polizia segreta e un po' perché era abilissimo nel convincere gli autisti dell'ambasciata a prestargli le macchine, per cui gli agenti ipotizzavano che fosse molto più importante di quanto facesse pensare la sua posizione. Trascorse otto anni nei campi, e ritornò negli Stati Uniti solo nel 1971.

I comunisti stranieri erano spesso nel mirino. Nel febbraio 1937 Sta-lin disse una frase minacciosa a Georgi Dimitrov, segretario generale

L'arresto 151

dell'Internazionale comunista o Comintern, l'organizzazione impegnata a fomentare la rivoluzione mondiale: "Voialtri del Comintern collaborate tutti con il nemico". Su 394 membri da cui era costituito il Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista nel gennaio 1936, nell'aprile 1938 ne erano rimasti soltanto 171. Gli altri erano stati fucilati o mandati nei campi; tra loro c'erano persone di paesi diversi: tedeschi, austriaci, iugoslavi, italiani, bulgari, finlandesi, baltici, persino inglesi e francesi. A quanto pare, una percentuale spropositata era costituita da ebrei. A conti fatti, Stalin uccise più membri del Politburo del Partito comunista tedesco di prima del 1933 di quanti ne uccise Hitler: 41 dirigenti del Partito comunista tedesco, sui 68 fuggiti in Unione Sovietica quando i nazisti presero il potere, morirono giustiziati o nei campi di prigionia. Il Partito comunista polacco forse fu decimato in modo ancora più drastico. Uno studioso ritiene che tra la primavera e l'estate del 1937 siano stati giustiziati 5000 comunisti polacchi.3

Ma non era necessario appartenere a un partito comunista straniero: Stalin se la prese anche con i compagni di strada. Tra questi ultimi, i più numerosi erano probabilmente i 25.000 "finlandesi americani": si trattava di finlandesi che erano emigrati in America, o vi erano nati, e che si erano trasferiti tutti in Unione Sovietica negli anni Trenta, quando negli Stati Uniti c'era la Grande depressione. Erano per la maggior parte operai, e molti negli Stati Uniti non trovavano lavoro. Incoraggiati dalla propaganda sovietica - fatta da reclutatori che giravano nelle comunità statunitensi di finlandesi per descrivere le meravigliose condizioni di vita e le opportunità di lavoro nell'URSS - affluirono in massa nella repubblica della Carelia, dove si parlava finlandese. Crearono problemi alle autorità quasi subito. Scoprirono che la Carelia non assomigliava poi così tanto all'America. Molti lo dicevano a voce alta a chiunque volesse ascoltare, poi cercarono di tornare negli Stati Uniti, ma invece alla fine degli anni Trenta finirono nel Gulag.4

Anche i cittadini sovietici con rapporti all'estero erano molto sospetti, soprattutto quelli appartenenti a "nazionalità della diaspora": i polacchi, i tedeschi e i finlandesi della Carelia che avevano parenti e amici oltre confine, come pure i baltici, i greci, gli iraniani, i coreani, gli argani, i cinesi e i rumeni disseminati in tutta l'URSS. Dai documenti degli archivi dell'NKVD risulta che tra il luglio 1937 e il novembre 1938, in queste "operazioni nazionali" ne furono condannati 335.513.5 Come vedremo, operazioni analoghe avvennero anche durante e dopo la guerra.

Ma non era nemmeno necessario parlare una lingua straniera per

Gulag

essere sotto osservazione. Tutti quelli che avevano qualche rapporto con un paese straniero rischiavano l'accusa di spionaggio: collezionisti di francobolli, entusiasti dell'esperanto, chiunque avesse un corrispondente o dei parenti all'estero. L? NKVD arrestò anche tutti i cittadini sovietici che avevano lavorato nella Ferrovia cinese orientale, una linea ferroviaria della Manciuria risalente al periodo zarista, e li accusò di aver passato informazioni al Giappone. Nei campi li chiamavano harbinec, perché molti di loro abitavano nella città di Harbin.6 Robert Conquest descrive l'arresto di una cantante d'opera, che durante un ballo ufficiale aveva danzato con l'ambasciatore giapponese, e di un veterinario che curava i cani degli stranieri.7

Verso la fine degli anni Trenta, anche i comuni cittadini sovietici avevano capito come funzionava, e non volevano avere niente a che fare con gli altri paesi. Karlo Stajner, un comunista croato sposato a una russa, racconta: "Era raro che un russo avesse rapporti privati con uno straniero. ... Quanto alla famiglia di mia moglie, praticamente non la conoscevo. Quando seppe che Sonia si proponeva di sposare uno straniero, la famiglia glielo sconsigliò".8 Ancora verso la metà degli anni Ottanta, quando sono andata per la prima volta in Unione Sovietica, molti russi diffidavano degli stranieri, li ignoravano ed evitavano addirittura di incrociarne lo sguardo per strada.

Eppure non tutti gli stranieri venivano fermati dalla polizia e non tutti gli accusati di avere rapporti con l'estero ne avevano davvero. Succedeva anche che la gente venisse portata via per motivi molto più stravaganti.9 Quindi alla domanda "Perché l'hanno preso?", tanto invisa ad Anna Ahmatova, si può rispondere con una serie davvero straordinaria di presunte ragioni.

Per esempio, Osip Mandel'stam, marito di Nadezda, fu arrestato per una poesia in cui criticava Stalin:

Viviamo senza neanche l'odore del paese, a dieci passi di distanza non si sentono le voci, e ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso salta sempre fuori il montanaro del Cremlino. Le sue dita dure sono grasse come vermi, le sue parole esatte come fili a piombo. Ammiccano nel riso i suoi baffettì da scarafaggio, brillano i suoi stivali.

Ha intorno una marmaglia di ducetti dagli esili colli e si diletta dei servigi di mezzi uomini. Chi miagola, chi stride, chi guaisce se lui solo apre bocca o alza il dito.

L'arresto 153

Forgia un decreto dopo l'altro come ferri di cavallo:

e a chi lo da nell'inguine, a chi fra gli occhi, sulla fronte o sul muso.

Ogni morte è una fragola per la bocca

di lui, ossela dalle larghe spalle.10

Anche se le versioni ufficiali sono diverse, Tat'jana Okunevskaja, una delle attrici cinematografiche più amate in Unione Sovietica, riteneva di essere stata arrestata perché aveva rifiutato di andare a letto con Viktor Abakumov, capo del controspionaggio sovietico durante la guerra. A quanto disse, le mostrarono un mandato di arresto firmato proprio da lui per accertarsi che capisse il vero motivo della sua disgrazia.111 quattro fratelli Starostin, tutti quanti famosi giocatori di calcio, furono arrestati nel 1942. Rimasero sempre convinti che fosse accaduto perché la loro squadra, lo Spartak, aveva avuto la sfortuna di infliggere una sconfitta un po' troppo netta alla Dynamo, squadra del cuore di Lavrentij Berija.12

Ma non c'era nemmeno bisogno di essere straordinari. Ljudmila Hacatrjan fu arrestata perché aveva sposato uno straniero, un soldato iugoslavo. Lev Razgon racconta la storia di un contadino, Seregin, il quale quando gli dissero che qualcuno aveva ammazzato Kirov rispose: "Non me ne importa un accidente". Seregin non aveva mai sentito nominare Kirov e supponeva che si trattasse di qualcuno morto in una zuffa nel villaggio vicino. Per questo errore fu condannato a dieci anni.13 Nel 1939 molte cose, in certe situazioni, potevano procurare una condanna ai campi di concentramento: fare una battuta su Stalin o ascoltarla; arrivare tardi al lavoro; avere la disgrazia di essere indicati come "cospiratori", coinvolti in un complotto inesistente, da un amico terrorizzato o da un vicino geloso; avere quattro mucche in un villaggio in cui la maggioranza della gente ne aveva solo una; rubare un paio di scarpe; essere cugino della moglie di Stalin; rubare una penna e un po' di carta dal proprio ufficio per darli a uno scolaro che non ne aveva. In base a una legge del 1940, i parenti di una persona che aveva cercato di superare illegalmente il confine sovietico erano passibili di arresto, anche se non erano al corrente del tentativo di fuga.14 Le leggi del periodo di guerra che punivano i ritardi sul lavoro e proibivano di licenziarsi, come vedremo, aumentarono l'affluenza di "criminali" nei campi.

Oltre ad avvenire per molti diversi motivi, gli arresti variavano anche nelle modalità. Alcuni prigionieri ebbero svariati ammonimenti. Alla metà degli anni Trenta, nelle settimane precedenti il suo arresto, Aleksandr Vejsberg fu convocato parecchie volte da un agente dell'OGPU, che continuava a chiedergli come aveva fatto a di-

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ventare una "spia": Chi ti ha reclutato? Chi hai reclutato? Per quale organizzazione straniera stai lavorando? "Continuava a farmi esattamente le stesse domande, e io gli davo sempre le stesse risposte."15

Più o meno nello stesso periodo, anche Galina Serebrjakova, autrice dijunost'Marksa (La giovinezza di Marx) e moglie di un alto funzionario, veniva "invitata" ogni sera alla Lubjanka. La facevano aspettare fino alle due o alle tre di notte, la interrogavano e la rilasciavano alle cinque del mattino, poi tornava al suo appartamento. Il suo palazzo era circondato da agenti e, quando usciva, una macchina nera la seguiva. Era così convinta del suo imminente arresto che cercò di uccidersi. Ciononostante, quel tormento le venne infiltro per diversi mesi prima che la arrestassero davvero.16

Durante le ondate più imponenti di arresti di massa - di kulaki nel 1929 e nel 1930, di attivisti del Partito nel 1937 e nel 1938, di ex prigionieri nel 1948 - molti sapevano che era arrivato il loro turno solo perché tutti gli altri intorno erano stati arrestati. Elinor Lipper, una comunista olandese che era arrivata a Mosca negli anni Trenta, nel 1937 abitava all'hotel Lux, un albergo speciale per rivoluzionari stranieri: "Ogni notte qualcuno spariva dall'albergo ... al mattino, la porta di qualche altra stanza era chiusa con grossi sigilli rossi".17

In quel periodo di vero terrore, per alcuni l'arresto divenne addirittura una specie di sollievo. Nikolaj Starostin, uno dei quattro sfortunati assi del calcio, fu pedinato dagli agenti per diverse settimane, finché, esasperato, rivolse la parola a uno di loro per chiedergli una spiegazione: "Se vuole qualcosa da me, mi convochi nel suo ufficio". Sicché, quando fu tratto in arresto, non provò "sorpresa e paura" ma solo "curiosità".18

Altri, invece, vennero colti del tutto alla sprovvista. Lo scrittore polacco Aleksander Wat, all'epoca residente a Leopoli, che era occupata dai sovietici, fu invitato a una festa in un ristorante con un gruppo di altri scrittori. Chiese al ristoratore che cosa si festeggiasse. "Lo vedrà" rispose quello. Fu inscenata una rissa e lo arrestarono su due piedi.19 Alexander Dolgun, funzionario dell'ambasciata americana, fu salutato per strada da un uomo che poi risultò essere un membro della polizia segreta. L'uomo gridò il suo nome, racconta Dolgun: "Ero completamente disorientato. Mi chiesi se non si trattasse di uno squilibrato...".20 La Okunevskaja, l'attrice di cui abbiamo detto, quando venne arrestata era a letto con una brutta influenza, e chiese alla polizia di tornare un altro giorno. Le mostrarono il mandato di arresto (quello con la firma di Abakumov) e la trascinarono giù per le scale.21 Solzenicyn riporta il racconto, forse non del tutto autentico, di una

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donna, che andò al Bol'soj insieme al suo compagno, un inquirente, il quale alla fine dello spettacolo la portò direttamente alla Lubjanka.22 La scrittrice Nina Gagen-Torn, sopravvissuta ai campi, riferisce il racconto di una donna che era stata arrestata mentre ritirava la biancheria stesa in un cortile di Leningrado: era in accappatoio e aveva lasciato il figlioletto solo in casa, pensando di tornare dopo pochi minuti. Supplicò che le permettessero di portarlo con sé, ma senza successo.23

A quanto pare, le autorità cambiavano tattica di proposito: qualcuno veniva arrestato a casa, qualcuno sul lavoro, qualcuno per strada o in treno. Una lettera inviata a Stalin da Viktor Abakumov, datata 17 luglio 1947, conferma questo sospetto. Il mittente spiega infatti che di solito i prigionieri venivano "sorpresi" dalla polizia per evitare che scappassero, che resistessero, che cercassero di avvisare i compagni cospiratori controrivoluzionari, che distruggessero le prove. In alcuni casi, aggiungeva, si effettuava "un arresto segreto per la strada".24

Comunque la procedura più comune consisteva nell'arrestare la gente a casa, nel cuore della notte. In quell'epoca di arresti di massa, si diffuse la paura del "trillo alla porta" di mezzanotte. Una vecchissima barzelletta sovietica racconta quanto si spaventarono Ivan e sua moglie Masa quando udirono bussare alla porta e come si sentirono sollevati nel vedere il vicino, andato ad avvisarli che il palazzo era in fiamme. Esiste anche un proverbio sovietico al riguardo: "I ladri, le prostitute e l'NKVD lavorano soprattutto di notte".25 Di solito gli arresti notturni erano accompagnati da una perquisizione, ma con il passar del tempo anche le procedure delle perquisizioni cambiavano. Osip Mandel'stam fu arrestato due volte, nel 1934 e poi di nuovo nel 1938, e sua moglie ha descritto le differenze procedurali:

Nel '38, nessuno cercava niente, né perdeva tempo a esaminare carte. Gli agenti non sapevano nemmeno che mestiere facesse l'uomo che stavano per arrestare. Rovesciarono brutalmente i materassi, buttarono per terra tutti gli oggetti contenuti in una valigia, ficcarono le carte in un sacco, si agitarono a vuoto per qualche minuto e scomparvero, portandosi via Mandel'stam. Nel 38 l'intera l'operazione durò una ventina di minuti, nel '34 tutta la notte, fino all'alba.

Durante la precedente irruzione la polizia segreta, che ovviamente sapeva che cosa cercare, aveva esaminato con cura tutti i documenti di Mandel'stam e aveva scartato i vecchi manoscritti. La prima volta, poi, si erano accertati che fossero presenti dei "testimoni" civili oltre, nel loro caso, a un "amico" al soldo della polizia, un critico letterario conoscente del poeta, probabilmente chiamato per fare w modo che i Mandel'stam non bruciassero di nascosto le carte sen-

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tendo suonare alla porta.26 In seguito non si sarebbero più preoccupati di simili dettagli.

Gli arresti di massa di cittadini di particolari nazionalità, come quelli avvenuti nell'ex Polonia orientale e negli Stati baltici, rutti ter-ritori occupati dall'Armata rossa tra il 1939 e il 1941, di solito avvenivano in modo più improvvisato.

Janusz Bardach, un ragazzo ebreo della città polacca di Wlodzi-mierz-Wolynski, durante un arresto di massa fu costretto a fungere da "testimone" civile. La notte del 5 dicembre 1939 accompagnò un gruppo di delinquenti ubriachi della NKVD di casa in casa, a rastrellare persone che poi sarebbero state arrestate o deportate. Talvolta attaccavano i cittadini più agiati e più influenti, annotandone i nomi in un elenco; talvolta si limitavano a trascinare via dei "rifugiati", soprattutto ebrei fuggiti dalla Polonia occidentale, occupata dai nazisti, nella Polonia orientale, occupata dai sovietici, senza preoccuparsi affatto di registrarne i nomi. In una casa, alcuni rifugiati cercarono di difendersi, facendo notare che erano membri del Bund, il movimento socialista ebraico. Ciononostante, sentendo che arrivavano da Lublino, all'epoca oltre il confine, Gennadij, il capo della pattuglia dell'NKVD, cominciò a gridare:

"Sporchi rifugiati! Spie naziste!" I bambini si misero a piangere, e Gennadij si irritò ancora di più. "Fateli star zitti! O volete che me ne occupi io?"

La madre se li tirò vicini, ma non riuscivano a smettere di piangere. Gennadij afferrò le mani del maschietto, lo strappò dalle braccia della madre e lo gettò a terra. "Ti ho detto di star zitto!" La madre urlava. Il padre cercò di dire qualcosa, ma riuscì solo a tirar dentro l'aria. Gennadij sollevò il bambino e lo tenne sospeso per un attimo, guardandolo in faccia da vicino, poi lo scagliò con forza contro il muro...

Dopodiché gli uomini distrassero la casa degli amici d'infanzia di Bardach:

Da una parte c'era lo studio del dottar Schechter. Il suo scrittoio di mogano scuro stava nel mezzo e Gennadij si mosse diritto in quella direzione. Passò la mano sul legno liscio e poi, in un accesso di rabbia inaspettata, lo percosse con un piede di porco. "Porci capitalisti! Parassiti bastardi! Dobbiamo trovarli, 'sti sfruttatori borghesi!" Continuò a battere sempre più forte senza sosta, producendo diversi buchi nel legno...

Non essendo riusciti a trovare gli Schechter, gli uomini violentarono e uccisero la moglie del giardiniere.

Spesso gli addetti a tali operazioni non erano agenti dell'NKVD ma soldati di scorta ai treni dei deportati, ed erano ancora meno addestrati degli uomini della polizia segreta che effettuavano gli arre-

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Uomo c/;e e"fra per la prima volta nella cella di un carcere;

disegno di Thomas Sgovio, ultimato dopo il suo rilascio.

(The Hoover Institution on War, Revolution, and Peace, Stanford)

Nella cucina del campo: i prigionieri infila per la zuppa; disegno di Ivan Suhanov, Termitau, 1935-37. (Associazione Memorial, Mosca)

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sti "normali" di criminali "normali". Probabilmente la violenza non veniva imposta in forma ufficiale, ma poiché si trattava di soldati sovietici che arrestavano "capitalisti" nel ricco "Occidente", a quanto pare l'ubriachezza, i tumulti e persino gli stupri venivano perdonati, come accadde in seguito durante l'avanzata dell'Armata rossa in Polonia e in Germania.27

Alcuni loro comportamenti, però, erano espressamente indicati dall'alto. Per esempio, nel novembre 1940 l'Amministrazione generale delle guardie di scorta di Mosca decise che gli agenti addetti agli arresti dovevano dire ai fermati di prendere abiti caldi e oggetti personali sufficienti per tre anni, poiché in quel momento in Unione Sovietica scarseggiavano, sperando così che gli arrestati vendessero i loro averi.28 In precedenza, di solito, i soldati avevano l'ordine di non dire niente ai prigionieri riguardo alla loro destinazione, o al periodo in cui vi sarebbero rimasti. La formula prescritta era: "Perché preoccuparsi? Perché portarsi delle cose? Stiamo solo accompagnandola a un breve colloquio". A volte spiegavano ai deportati che li trasferivano in un'altra zona, più lontana dal confine, "per la loro sicurezza".29 Lo scopo era evitare che gli arrestati si spaventassero, si opponessero o scappassero. Ma il risultato era che la gente veniva privata dei mezzi più idonei per vivere in un clima rigido e inusuale.

I contadini polacchi entravano in contatto con il regime sovietico per la prima volta, quindi la loro ingenuità di fronte a simili menzogne va forse scusata, ma le stesse identiche formule funzionavano altrettanto bene con gli intellettuali di Mosca e Leningrado e con gli iscritti al Partito, spesso pienamente convinti della propria innocenza. Quando arrestarono Evgenija Ginzburg, che all'epoca era attivista del Partito a Kazan', le dissero che l'avrebbero trattenuta per "una quarantina di minuti, forse un'ora", così non le venne nemmeno in mente di salutare i figli.30 Elena Sidorkina, membro del Partito, quando la arrestarono percorse il tratto di strada fino alla prigione insieme all'ufficiale che l'aveva fermata "chiacchierando tranquillamente", certa che presto sarebbe tornata a casa.31

L'NKVD, allorché andò a prelevare Sof'ja Aleksandrovna, ex moglie del cekista Gleb Bokij, la convinse a non portare con sé un soprabito estivo ("Ma no, fuori fa caldo! Torneremo fra un'ora al massimo"); questo fece riflettere il genero, lo scrittore Lev Razgon, sulla strana crudeltà del sistema: "Perché una donna non più giovane né sana era dovuta finire in prigione senza neppure un cambio di biancheria né il necessario per la toilette, diritto concesso fin dai tempi dei faraoni?".32

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La moglie dell'attore Georgi] Zenov ebbe almeno il buonsenso di inettersi a impacchettare degli abiti di ricambio. Quando le dissero che sarebbe tornata a casa presto, rispose: "Chi finisce nelle vostre mani non ritorna presto".33 Non si discostava molto dalla verità. Il più delle volte, quando un arrestato varcava le pesanti porte di ferro di una prigione sovietica, passavano diversi anni prima che tornasse a casa.

Mentre le procedure sovietiche di arresto a volte potevano apparire quasi eccentriche, negli anni Quaranta il rituale successivo in pratica era immutabile. Qualunque fosse il motivo per cui un prigioniero varcava la soglia della prigione locale, una volta arrivato gli eventi seguivano un corso oltremodo prevedibile. Di norma, prima ancora di dire ai prigionieri perché erano stati arrestati o quale sorte riservava loro il futuro, li registravano, li fotografavano e prendevano loro le impronte digitali. Nelle prime ore, e a volte per giorni interi, incontravano soltanto i secondini, che erano completamente indifferenti alla loro sorte, non avevano la minima idea della natura dei reati loro imputati e rispondevano a tutte le domande con un'alzata di spalle indifferente.

Molti ex prigionieri ritengono che in quelle prime ore l'obiettivo deliberato fosse di spaventarli, di renderli incapaci di pensare in modo coerente. Inna Siheeva-Gajster, arrestata in quanto figlia di un nemico del popolo, si accorse che dopo poche ore di permanenza alla Lubjanka stava accadendole proprio questo:

Qui alla Lubjanka non sei già più una persona. E intorno a te non ci sono persone. Ti fanno percorrere un corridoio, ti fotografano, ti spogliano, ti perquisiscono con gesti meccanici. Tutto viene fatto in modo affatto impersonale. Cerchi uno sguardo umano, non dico una voce umana, solo uno sguardo umano, ma non lo trovi. Te ne stai scarmigliata davanti al fotografo, cerchi di rassettarti gli abiti, e ti indicano con un dito dove sederti, una voce vuota dice "di fronte" e "di profilo". Non ti vedono come un essere umano! Sei diventata un oggetto.. ,34

Se portavano gli arrestati nelle prigioni di una città importante per interrogarli (e non, come accadeva ai confinati, per caricarli subito sui treni), li perquisivano con cura, in diverse fasi. Un documento del 1937 specificava con precisione ai secondini di tener presente che "il nemico non cessa di battersi dopo l'arresto", sicché per nascondere la propria attività criminale poteva suicidarsi. Così ai Prigionieri venivano tolti bottoni, cinture, bretelle, lacci delle scarpe, giarrettiere, elastici della biancheria intima, qualsia si cosa immaginabile con cui potessero uccidersi.35 Molti si sentivano umiliati da

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questo provvedimento. Nadezda loffe, figlia di un importante bolscevico, fu privata della cintura, delle giarrettiere, dei lacci delle scarpe e delle forcine:

Ricordo quanto fui colpita dalla degradazione e dall'assurdità di quelle cose. Che cosa potevi mai farci con le forcine? Anche se a qualcuno fosse venuta l'assurda idea di impiccarsi con i lacci delle scarpe, come avrebbe fatto in pratica? Volevano soltanto metterti in una posizione disgustosa e umiliante, con la gonna che cadeva, le calze che scivolavano giù, le scarpe che strascicavano.36

Seguiva poi la perquisizione corporale, ancora peggiore. Nel romanzo 11 primo cerchio Aleksandr Solzenicyn descrive l'arresto di In-nokentij, un diplomatico sovietico. Poche ore dopo il suo arrivo alla Lubjanka, un secondino perlustrava ogni orifizio del suo corpo:

Come se Innokentij fosse un cavallo in vendita, tirandogli con le mani sporche prima una guancia, poi l'altra, un'orbita oculare poi l'altra, e convintosi che in nessun luogo, sotto la lingua, sotto le guance e dentro gli occhi, v'era nulla d'occultato, il sorvegliante con un gesto violento rovesciò indietro la testa di Innokentij così che nelle sue narici battesse la luce, poi controllò entrambe le orecchie, tirandole per i lobi, ordinò di aprire le dita, e si persuase che non c'era nulla, gli fece quindi agitare le braccia, e si persuase che pure sotto le ascelle non c'era nulla. Allora, sempre con la stessa voce meccanicamente irrefutabile, ordinò:

"Prendete in mano il membro. Tirate in su la pelle. Ancora. Così. Basta. Alzate il membro a destra in alto. A sinistra in alto. Bene, lasciatelo. Voltatevi di schiena. Divaricate le gambe. Più larghe. Chinatevi in avanti fino a terra. Più larghe le gambe. Allargate con le mani le natiche. Così. Bene. Adesso sedetevi sui calcagni. Presto! Ancora una volta!".

Quando in passato pensava all'arresto, Innokentij si dipingeva un furibondo duello morale. Si sentiva interiormente teso, pronto a una sorta di sublime difesa del proprio destino e dei propri convincimenti. Ma mai si sarebbe immaginato che la cosa fosse così semplice e stupida, così inesorabile. Gli uomini che l'avevano accolto alla Lubjanka, subordinati, limitati, erano indifferenti alla sua personalità e all'atto che l'aveva portato lì.. ,37

Lo shock prodotto da tali perquisizioni poteva essere anche peggiore per le donne. Una racconta il modo di procedere del secondino addetto alla perquisizione: "Ci tolse il reggisene, il busto con il reggicalze, e altri articoli di biancheria intima essenziali per una donna. Seguì una breve, disgustosa visita ginecologica. Io rimasi in silenzio, ma mi sentii privata di qualsiasi dignità umana".38

Durante i dodici mesi di permanenza nella prigione Aleksandrov-skij centrai, nel 1941, la memorialista T.P. Miljutina fu perquisita più volte. Le donne della sua cella venivano condotte su una scala non riscaldata, cinque per volta. Poi dicevano loro di spogliarsi compie-

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tamente, di mettere i vestiti per terra e di alzare le braccia. Si ritrovavano mani "nei capelli, nelle orecchie, sotto la lingua, anche tra le gambe", in piedi e da sedute. Dopo la prima perquisizione di questo tipo, scrive la Miljutina, "molte scoppiavano a piangere, molte avevano una crisi isterica.. .".39

Dopo la perquisizione, alcuni prigionieri venivano isolati. "L'idea distruttiva delle prime ore di carcere" continua Solzenicyn "consiste nel discriminare il prigioniero dagli altri reclusi, in modo che nessuno gli faccia animo, in modo che su di lui solo eserciti pressione il sistema che sostiene tutto l'apparato dalle mille ramificazioni."40 La cella di Evgenij Gnedin, un diplomatico sovietico figlio di rivoluzio-nari, conteneva solo un piccolo tavolo fissato al pavimento e due latrine, anch'esse fissate al suolo. Il letto pieghevole, su cui i prigionieri dormivano di notte, era fissato al muro con un bullone. Tutto, compresi i muri, le latrine, il letto e il soffitto, aveva un colore "az-zurrognolo".41 "Sembrava di essere dentro la strana cabina di una nave" ha scritto Gnedin nelle sue memorie.

Nelle ore immediatamente successive all'arresto capitava spesso di essere rinchiusi, come accadde ad Alexander Dolgun, in un boks, una cella "di circa un metro e venti per tre, una scatola vuota con una panca", e tenuti lì per alcune ore o persino alcuni giorni.42 Isaac Vogel'fan-ger, un chirurgo polacco, fu posto in una cella con le finestre aperte in pieno inverno.43 Altri, come Ljubov' Bersadskaja, una sopravvissuta che in seguito partecipò all'organizzazione di uno sciopero di prigionieri a Vorkuta, venivano isolati per l'intero periodo degli interrogatori. La Bersadskaja trascorse nove mesi in solitudine e spiega che non vedeva l'ora di essere interrogata, pur di parlare con qualcuno.44

Ma, per i novellini, una cella affollata poteva essere un'esperienza ancora più terribile dell'isolamento. La descrizione fatta da Ol'ga Adamova-Sliozberg della sua prima cella alla Butyrka sembra una scena di Hieronymus Bosch:

La cella era enorme, con il soffitto a volte e i muri macchiati. Addossate alle pareti, con un passaggio stretto nel mezzo, c'erano due file fitte di brande stipate di gente e con i panni stesi ad asciugare sui fili. Il tutto avvolto da fumo di tabacco a poco prezzo. Chi piangeva, chi strillava, chi litigava a voce alta.45

Un altro memorialista ha cercato di rievocare lo shock provato: "Una visione davvero orribile, uomini con la barba e i capelli lunghi, ta puzza di sudore e neanche un posto per sedersi o dormire. Bisogna usare l'immaginazione per cercare di capire in che razza di posto mi trovavo".46

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Secondo Aino Kuusinen, la moglie finlandese di Oleg Kuusinen, dirigente del Comintern, la prima notte l'avevano messa apposta in un luogo in cui poteva sentire i prigionieri interrogati:

Ancora oggi, dopo trent'anni, quasi non riesco a descrivere l'orrore di quella prima notte a Lefortovo. Dalla mia cella potevo sentire qualsiasi rumore proveniente dall'esterno. Lì vicino, scoprii in seguito, c'era la "Sezione interrogatori", una struttura separata che in realtà era una camera di tortura. Sentii per tutta la notte urla disumane e il sibilo ripetuto di una frusta. Un animale disperato e torturato non avrebbe potuto emettere grida spaventose come quelle delle vittime aggredite per ore e ore con minacce, percosse e maledizioni.47

Ma ovunque si trovassero la prima notte di prigione, fosse un vecchio carcere zarista, il deposito di una stazione ferroviaria, una chiesa o un monastero riattati, tutti i prigionieri dovevano affrontare un problema urgente, immediato: riprendersi dal trauma, adeguarsi alle regole speciali della vita in prigione e affrontare gli interrogatori. Dipendeva dalla rapidità con cui riuscivano a farlo se sarebbero riusciti o no a integrarsi nel sistema e, in ultima analisi, se sarebbero sopravvissuti nei campi.

Gli interrogatori sono la fase forse più nota agli occidentali del calvario vissuto dai prigionieri quando entravano nel Gulag. Sono stati descritti non solo nei libri di storia, ma anche in testi letterari occidentali, per esempio nel classico di Arthur Koestler Buio a mezzogiorno, nei film di guerra e in altre forme d'arte, popolari e colte. Gli agenti della Gestapo erano famigerati per i loro interrogatori, come pure gli inquisitori spagnoli. Le tattiche di entrambi sono entrate a far parte della cultura popolare. "Conosciamo il sistema per farti parlare" è una frase ancora usata dai bambini quando giocano alla guerra.

I prigionieri, ovviamente, vengono interrogati anche nelle società democratiche, rispettose delle leggi, talvolta in conformità alle norme, ma talvolta no. Le pressioni psicologiche usate durante gli interrogatori, persino la tortura, non sono certo una prerogativa esclusiva dell'URSS. La tecnica del "poliziotto buono e poliziotto cattivo" - uno gentile, educato, che fa le domande, e si alterna con l'investigatore infuriato - è entrata come espressione idiomatica in altre lingue, oltre a essere una tattica raccomandata nei manuali (ormai superati) della polizia americana. In molti, forse moltissimi paesi, una volta o l'altra i detenuti sono stati messi alle strette durante gli interrogatori. Nel 1966, nel processo Miranda contro Arizona, proprio la dimostrazione che erano state esercitate pressioni di questo genere ha indotto la Su-

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rema corte americana a decretare che i sospetti di un reato devono essere informati, tra l'altro, del loro diritto di rimanere in silenzio e di parlare con un avvocato.48

Ma l'eccezionaiità delle "indagini" condotte dalla polizia segreta sovietica non consisteva tanto nei metodi quanto nel numero di persone coinvolte. In alcuni periodi, nei "casi" erano spesso implicate centinaia di cittadini, arrestati in tutta l'Unione Sovietica. È caratteri-stico di questo clima un rapporto stilato dal dipartimento regionale dell'NKVD di Orenburg intitolato "Misure operative per l'eliminazione di gruppi clandestini di trockisti, buhariniani e altri gruppi contro-rivoluzionari, poste in atto dal 1° aprile al 18 settembre 1937". Secondo il rapporto, l'NKVD di Orenburg aveva arrestato 420 membri di una cospirazione "trockista" e 120 "esponenti della destra", oltre a più di 2000 membri di un'"organizzazione militare di destra nippo-cosacca", più di 1500 ufficiali zaristi e pubblici dipendenti esiliati da San Pietroburgo nel 1935, circa 250 polacchi incriminati nell'ambito dell'inchiesta sulle "spie polacche", 95 persone che avevano lavorato in Cina per la ferrovia di Harbin, considerate spie dei giapponesi, 3290 ex kulaki e 1399 "elementi criminali".

Nel complesso, l'NKVD di Orenburg arrestò oltre 9000 persone nell'arco di cinque mesi, un periodo troppo breve per esaminare con cura le prove. La cosa non era importante, poiché le indagini su ciascuna di queste cospirazioni controrivoluzionarie in realtà erano state avviate a Mosca. Le NKVD locali si limitavano a fare il proprio dovere, elencando il numero di nomi corrispondente alle quote imposte dall'alto.49

Considerato l'elevato numero di arresti, si dovettero adottare procedure straordinarie, non per questo necessariamente più spietate. Anzi, la presenza di molti prigionieri a volte costringeva l'NKVD a ridurre le indagini al minimo indispensabile. Gli imputati venivano interrogati e giudicati in modo frettoloso, talvolta con una rapida udienza in tribunale. Il generale Gorbatov racconta che la sua udienza durò "quattro o cinque minuti", e consistette nella conferma dei suoi dati anagrafici e nella domanda: "Perché non ha ammesso i suoi reati durante l'indagine?". Quindi lo condannarono a quindici anni.50

Altri non beneficiavano nemmeno di un processo: venivano condannati in absentia da un osoboe sovescanie, cioè una "commissione speciale", o da una trojka di tre funzionari, anziché da un tribunale. Accadde a Thomas Sgovio, su cui vennero svolte indagini molto superficiali. Sgovio era nato a Buffalo, nello Stato di New York, e si era trasferito in Unione Sovietica nel 1935 come emigrato politico, per-

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che era figlio di un comunista italo-americano espulso dagli Stati Uniti in Unione Sovietica per le sue attività politiche. Nei tre anni trascorsi a Mosca, a poco a poco Sgovio perse le sue illusioni e decise di tornare in patria, quindi richiese il passaporto americano che aveva restituito quando era entrato nell'URSS. Il 12 marzo 1938 fu arrestato mentre usciva dall'ambasciata americana.

I rapporti delle indagini svolte in seguito su di lui (e da lui fotocopiati decine di anni dopo in un archivio di Mosca e donati all'Hoover Institute) sono scarni rispetto a quanto egli stesso ricorda degli e-venti. Tra le prove a suo carico c'è un elenco delle cose trovate nella prima perquisizione personale: tra l'altro la sua tessera sindacale, la rubrica degli indirizzi, la tessera della biblioteca, un foglio di carta ("con delle scritte in lingua straniera"), sette fotografie, un temperino e una busta contenente francobolli stranieri. C'è una dichiarazione del capitano della Sicurezza di Stato, il compagno Sorokin, attestante che l'accusato era entrato nell'ambasciata statunitense il 12 marzo 1938, e la dichiarazione di un testimone, in cui si afferma che l'accusato aveva lasciato l'ambasciata americana alle 13.15. Il dossier contiene inoltre i verbali dell'inchiesta preliminare e dei due brevi interrogatori: ogni pagina è firmata da Sgovio e dagli inquirenti. La dichiarazione iniziale di Sgovio è la seguente: "Volevo riprendere la cittadinanza americana. Tre mesi fa mi sono recato all'ambasciata americana per la prima volta e ho fatto richiesta di riavere la cittadinanza. Oggi ci sono tornato ... l'addetto alle informazioni mi ha detto che il funzionario americano cui avevano affidato il mio caso era uscito per il pranzo e mi ha chiesto di tornare dopo un paio d'ore".51

Nell'interrogatorio successivo chiesero a Sgovio soprattutto di ripetere più e più volte i particolari della sua visita all'ambasciata. Solo una volta gli chiesero: "Ci dica tutto sulle sue attività di spionaggio!". Lui rispose: "Lo sapete che non sono una spia"; a quanto pare non insistettero, ma l'agente che lo interrogava accarezzava un tubo di gomma, del tipo usato di solito per pestare i prigionieri, con aria vagamente minacciosa.52

Gli agenti dell'NKVD non erano molto interessati al caso, ma a quanto pare non manifestarono mai alcun dubbio sul suo esito. Alcuni anni dopo, quando Sgovio chiese la revisione del caso, l'ufficio del procuratore fece quanto era di sua competenza e riassunse così l'accaduto: "Sgovio non può negare di avere presentato una richiesta all'ambasciata americana. Quindi ritengo non esistano i presupposti per riaprire il suo caso". Sgovio, incastrato perché aveva ammesso di essere entrato nell'ambasciata e di voler lasciare l'URSS, fu condanna-

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to a cinque anni di lavori forzati da una "commissione speciale", in quanto "elemento socialmente pericoloso". Il suo caso era stato considerato ordinaria amministrazione. Nella massa di arresti del momento, gli investigatori si erano limitati a fare il minimo indispensabile.53

Altri venivano condannati sulla base di elementi probatori ancora più inconsistenti, dopo indagini anche più superficiali. Il venire sospettati era già di per sé considerato un segno di colpevolezza, quindi di rado i prigionieri venivano rilasciati senza scontare almeno una parte della pena. Lev Finkel'stejn, un ebreo russo arrestato alla fine degli anni Quaranta, ebbe l'impressione che, sebbene nessuno fosse riuscito a inventare un'imputazione abbastanza plausibile contro di lui, lo avessero condannato a una lieve pena da scontare nei campi, solo per dimostrare che le istituzioni inquirenti non commettevano errori.54 Un'altra ex prigioniera, S.G. Durasova, sostiene persino che uno degli investigatori le aveva detto a chiare lettere: "Non arrestiamo mai nessuno che non sia colpevole. E anche se tu non fossi colpevole, non ti possiamo rilasciare, perché la gente direbbe che catturiamo gli innocenti".55

D'altra parte, quando aumentava l'interesse dell'NKVD - e, soprattutto, quello di Stalin - nei periodi degli arresti di massa l'atteggiamento degli inquirenti verso le persone fermate poteva rapidamente trasformarsi da indifferente in minaccioso. In certi casi, l'NKVD chiedeva addirittura agli inquirenti di fabbricare grosse quantità di prove false, come accadde, per esempio, durante l'inchiesta del 1937 su quella definita da Ezov "la più potente e probabilmente più importante rete spionistico-diversionista dei servizi segreti polacchi nell'URSS".56 Se a un estremo troviamo l'indifferenza dimostrata durante l'interrogatorio di Sgovio, l'operazione di massa contro questa presunta rete di spie polacche si colloca all'altro: i sospetti venivano interrogati al solo scopo di farli confessare.

L'operazione cominciò con l'ordine n. 00485 dell'NKVD, un ordine che costituì il modello per gli arresti di massa successivi. Nell'ordine operativo n. 00485 sono elencate in modo esplicito le categorie di persone da arrestare: tutti i prigionieri di guerra polacchi della guerra polacco-bolscevica del 1920-21 ancora rimasti; tutti i rifugiati e gli immigrati polacchi in Unione Sovietica; chiunque fosse stato membro di un partito politico polacco e tutti gli attivisti antisovietici delle regioni di lingua polacca dell'Unione Sovietica.57 In pratica era sospetto qualsiasi residente in Unione Sovietica di origine polacca, e ce n'erano molti, soprattutto nelle zone di confine tra Ucraina e Bielorussia. L'operazione fu radicale al punto che il console polacco a Kiev stilò

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un rapporto segreto in cui descriveva quanto stava succedendo e rilevava che in alcuni villaggi erano stati arrestati "tutti gli abitanti di origine polacca, anzi tutti gli abitanti con un nome che suonasse vagamente polacco", dai dirigenti delle fabbriche ai contadini.58

Tuttavia, gli arresti furono soltanto l'inizio. Dato che non esistevano le basi per incriminare qualcuno colpevole di avere un cognome polacco, l'ordine n. 00485 proseguiva esortando i dirigenti delle NKVD regionali ad "aprire le indagini in concomitanza con gli arresti": "Lo scopo fondamentale dell'inchiesta dovrebbe essere di smascherare gli organizzatori e i capi dei gruppi diversionisti, al fine di scoprirne la rete di contatti.. .".59

Questo nella pratica si tradusse, come in molti altri casi successivi, nel fatto che toccava agli arrestati stessi fornire le prove sulla cui base costruire le imputazioni contro di loro. Il sistema era semplice. In un primo tempo i polacchi venivano interrogati sulla loro appartenenza all'organizzazione di spionaggio. Poi, quando dichiaravano di non saperne niente, li pestavano o li torturavano fino a farli "ricordare". Ezov nutriva un interesse personale per il successo dell'inchiesta, sicché talvolta presenziava alle torture. Se i prigionieri protestavano in forma ufficiale per il trattamento subito, ordinava ai suoi uomini di ignorare i reclami e di "continuare nello stesso spirito". Quando i detenuti confessavano, venivano esortati a fare il nome degli altri "cospiratori". Poi il ciclo ripartiva da capo, e così la "rete di spie" si allargava sempre di più.

Dopo due anni, la "linea di indagine polacca" portò all'arresto di oltre 140.000 persone, secondo alcune stime quasi il 10 per cento del numero complessivo delle vittime della repressione durante il Grande terrore. Ma la triste fama dell'operazione polacca, per l'uso indiscriminato della tortura e delle false confessioni, si diffuse al punto che nel 1939, durante la breve reazione contro gli arresti di massa, l'NKVD stessa aprì un'inchiesta sugli "errori" compiuti. Un ufficiale coinvolto spiegò: "Non era necessario essere delicati, non serviva un permesso speciale per prendere uno a pugni in faccia, per pestarlo senza freno". A chi aveva qualche scrupolo, e sembra che ce ne fossero, avevano detto chiaro e tondo che "picchiare i polacchi a più non posso" era un ordine di Stalin e del Politbjuro.60

In realtà, anche se in seguito Stalin criticò le "procedure di indagine semplificate" dell'NKVD, alcuni elementi fanno pensare che approvasse simili metodi. Per esempio, nella sua lettera a Stalin del 1947, Abakumov osserva esplicitamente che il primo compito di un investigatore è quello di ottenere dagli arrestati una "confessione sin-

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cera e completa, non solo per dimostrarne la colpevolezza, ma anche per scoprire altri con cui è in contatto, chi ne dirige l'attività criminale e i piani ostili".61 Abakumov gira intorno al problema della tortura fisica e delle percosse, ma scrive anche che gli inquirenti sono tenuti a "studiare il carattere dell'arrestato" per stabilire se sia più opportuno sottoporlo a un regime carcerario attenuato o duro, e per sfruttarne al meglio "le convinzioni religiose, i legami familiari e personali, l'auto-stima, la vanità ecc. ... A volte, per riuscire a incastrare l'arrestato, e dargli l'impressione che gli organismi dell'MGB sanno tutto su di lui, l'inquirente può ricordargli alcuni intimi dettagli della sua vita privata, i segreti che nasconde a chi lo circonda ecc.".

Ancora oggi si discute sul perché la polizia segreta sovietica fosse così ossessionata dalla confessione, una domanda che in passato ha avuto risposte molto diverse. Secondo alcuni si trattava di una linea strategica dettata dall'alto. Roman Brackman, autore di una biografia di Stalin non molto ortodossa, The Secret File of Joseph Stalin, ritiene che il leader sovietico fosse ossessionato dall'idea di far confessare ad altri crimini commessi da lui: prima della rivoluzione aveva lavorato come agente della polizia segreta zarista, quindi provava un impellente bisogno di far ammettere agli altri che erano dei traditori. Anche secondo Robert Conquest, Stalin desiderava costringere a confessare almeno quelli che conosceva personalmente. "Stalin voleva non solo uccidere i suoi vecchi oppositori, ma distruggerli moralmente e politicamente", ma questo, certo, riguarda solo qualcuno degli arrestati, dei milioni che vi furono.

Le confessioni però erano importanti anche per gli agenti del-l'NKVD che conducevano gli interrogatori. Forse ottenerle li rassicurava sulla legittimità del loro operato: faceva apparire più umana, o almeno legale, la follia degli arresti di massa arbitrar!. Inoltre, come accadde con le "spie polacche", fornivano gli elementi necessari per arrestare altre persone. L'ossessione dei risultati - completare il piano, realizzare la norma - era intrinseca al sistema politico ed economico sovietico, e le confessioni erano "prove" concrete che un interrogatorio aveva ottenuto esiti positivi. Come scrive Conquest, "poiché una confessione era il migliore risultato che si potesse ottenere, quelli che ci riuscivano venivano considerati funzionari di successo, mentre un povero funzionario della NKVD aveva ben poche speranze di carriera".62

Indipendentemente dalle origini della fissazione dell'NKVD per le confessioni, di solito gli investigatori cercavano di ottenerle senza l'ostinazione implacabile dimostrata nel caso delle "spie polacche",

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o l'indifferenza manifestata con Thomas Sgovio. In genere, con i prj. gionieri venivano applicati entrambi gli atteggiamenti. Da un lato, gli agenti pretendevano che confessassero incriminando se stessi e altri, dall'altro sembravano mostrare indifferenza, dettata dalla negligenza, per i risultati che avrebbero potuto ottenere.

Questo sistema un po' surreale esisteva già negli anni Venti, prima del Grande terrore, e perdurò a lungo dopo la sua fine. Già nel 1931, l'ufficiale che indagava su Vladimir Cernavin, uno scienziato accusato di "disorganizzazione" e sabotaggio, lo minacciò di ucciderlo se rifiutava di confessare. A un certo punto gli disse che, se avesse confessato, gli avrebbero comminato una condanna più "mite"; il campo. Alla fine, addirittura lo implorò di fornire una falsa confessione. "Anche noi investigatori siamo spesso obbligati a mentire, anche noi diciamo cose che non possono essere registrate nel verbale e che non potremmo mai sottoscrivere" gli spiegò con tono supplichevole.63

Quando però volevano ottenere dei risultati, ricorrevano alla tortura. A quanto pare, prima del 1937 le percosse vere e proprie erano proibite. Un ex dipendente del Gulag conferma che nella prima metà degli anni Trenta erano illegali.64 Ma quando la necessità di far confessare dei dirigenti del Partito diventò più impellente, probabilmente nel 1937, si cominciò a ricorrere alla tortura fisica, una prassi di nuovo abbandonata nel 1939. Nel 1956 il dirigente sovietico Nikita Hruscev lo ammise pubblicamente: "Com'è possibile che una persona confessi dei crimini che non ha commesso? Solo in un modo, usando pressioni fisiche per costringerla, torture, inducendo uno stato di incoscienza, privandola della sua capacità di giudizio, privandola della dignità umana. Ecco come venivano estorte le "confessioni"".65

In quel periodo l'impiego della tortura si diffuse a tal punto - e veniva così spesso contestato - che, all'inizio del 1939, lo stesso Sta-lin diramò una direttiva ai dirigenti delle NKVD regionali confermando che "dal 1937 il comitato centrale consentiva l'impiego della pressione fisica [sui prigionieri] nell'ambito delle procedure del-l'NKVD". Spiegò che era permessa

soltanto con nemici del popolo così manifesti da approfittare dei metodi di indagine umani per rifiutare senza ritegno di tradire i cospiratori, con coloro che per mesi rifiutano di testimoniare e cercano di impedire lo smascheramento dei cospiratori ancora in libertà.

Proseguiva dicendo di considerarla "un metodo pienamente corretto e umano", pur ammettendo che talvolta forse era stata impiegata con "persone oneste arrestate per caso". Questa famigerata nota,

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come è evidente, attesta che Stalin non solo conosceva i metodi impiegati negli interrogatori, ma li aveva personalmente approvati.66

Per certo sappiamo che moltissimi prigionieri di quel periodo raccontano di essere stati picchiati e presi a calci, e di aver riportato fratture alle ossa del viso e lesioni interne. Evgenij Gnedin racconta che due uomini, uno a sinistra e uno a destra, l'avevano colpito alla testa e poi l'avevano percosso con una mazza. Nel caso di Gnedin, l'episodio avvenne alla presenza di Berija, nel suo ufficio alla prigione Suha-novka.67 Gli agenti dell'NKVD applicavano anche metodi di tortura conosciuti da altre polizie segrete in altre epoche: per esempio, colpivano la vittima sullo stomaco con un sacchetto di sabbia, le spezzavano le braccia o le gambe, oppure le legavano mani e piedi dietro la schiena e la appendevano al soffitto, sospesa in aria.68 Il regista teatrale Vsevo-lod Mejerhol'd ci ha lasciato un resoconto delle torture subite tra i più agghiaccianti che si ricordino. Nel suo dossier è conservata la lettera di protesta ufficiale che scrisse alle autorità:

Gli investigatori hanno cominciato a usare la forza con me, un vecchio sessantacinquenne malato. Mi tenevano sdraiato bocconi e mi picchiavano sulle piante dei piedi e sulla schiena con una striscia di gomma. Mi hanno messo a sedere su una sedia e mi hanno picchiato sul dorso dei piedi, molto forte ... Nei giorni successivi, quando in molte zone delle mie gambe si erano diffuse vaste emorragie interne, mi hanno percosso di nuovo sui lividi rosso-blu-gialli, e il dolore era talmente intenso da sembrare che mi versassero dell'acqua bollente su quelle zone sensibili. Urlavo e piangevo per il dolore. Mi hanno picchiato sulla schiena con la stessa striscia di gomma e mi hanno gonfiato la faccia, prendendomi a pugni con molto slancio ...

Una volta, dopo un interrogatorio del genere, il mio corpo tremava in modo così incontrollabile che la guardia di scorta mi ha chiesto: "Hai preso la malaria?". Mi sono sdraiato sulla branda e mi sono addormentato, dopo diciotto ore di interrogatorio, per subirne un altro un'ora dopo. Mi hanno svegliato i miei stessi gemiti, perché stavo singhiozzando come un paziente agli ultimi stadi della febbre tifoide.69

Anche se dal 1939 questo tipo di pestaggi dal punto di vista tecnico era proibito, ciò non significa che il cambiamento di linea politica rendesse più umana la procedura di indagine. Negli anni Venti, Trenta e Quaranta, centinaia di migliaia di prigionieri furono vessati non con vere e proprie percosse o aggressioni fisiche, ma con torture psicologiche come quella cui allude Abakumov nella sua lettera a Stalin. Chi si ostinava e rifiutava di confessare, per esempio, poteva essere privato a poco a poco delle sue piccole comodità materiali, Prima le passeggiate, poi i pacchi da casa o i libri, e, da ultimo, il cibo. A volte li mettevano in celle di punizione particolarmente dure,

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molto calde o molto fredde, come accadde alla memorialista Hava Volovic, cui allo stesso tempo l'inquirente impedì anche di dormire: "Non dimenticherò mai quella prima esperienza del gelo in prigione. Non riesco a descriverla; non ne sono capace. Ero tormentata dal sonno, e insieme dal freddo. Saltavo in piedi e correvo intorno alla cella, mi addormentavo in piedi, poi crollavo di nuovo sul letto, da cui poco dopo ero costretta ad alzarmi per il freddo".70

Altri venivano messi a confronto con "testimoni"; accadde a Ev-genija Ginzburg, che vide la sua amica d'infanzia Nalja "recitare come leggendo un foglietto", accusandola di connivenza con l'ambiente clandestino trockista.71 Altri ancora subivano la minaccia di ritorsioni sui loro familiari, oppure, dopo lunghi periodi di isolamento, venivano messi in cella insieme a un informatore, cui aprivano il cuore con estrema gioia. Le donne venivano violentate o minacciate di stupro. Una sopravvissuta polacca racconta:

D'un tratto, senza motivi apparenti, l'agente che mi interrogava assunse un atteggiamento da seduttore. Si alzò dalla scrivania e venne a sedersi accanto a me sul divano. Io mi alzai e andai a bere un po' d'acqua. Mi seguì e si fermò vicino a me. Lo scansai apertamente e tornai al divano. Si sedette di nuovo accanto a me. Mi alzai di nuovo per bere. Quelle manovre durarono per un paio d'ore. Mi sentivo umiliata e indifesa...72

Sin dagli anni Venti venivano usate con regolarità anche forme di tortura fisica meno brutali delle percosse. Molto presto Cernavin subì la cosiddetta prova "in piedi": i prigionieri dovevano stare ritti con la faccia contro il muro senza muoversi. Per lui durò poco, mentre ad alcuni suoi compagni di cella la prova venne inflitta in modo più duro:

Uno, l'incisore R, ultracinquantenne e di costituzione pesante, era rimasto in piedi per sei giorni e mezzo. Non gli avevano dato da mangiare né da bere, e non gli avevano permesso di dormire; lo accompagnavano in bagno solo una volta al giorno. Ma non "confessò". Dopo quel tormento non riuscì a tornare da solo in cella e le guardie dovettero trascinarlo su per le scale ... Un altro, l'artigiano B., sui trentacinque anni, che aveva una gamba amputata sopra il ginocchio e dotata di una protesi, era rimasto in piedi per quattro giorni e non aveva "confessato".73

Di solito, comunque, i prigionieri venivano soltanto privati del sonno: questa forma di tortura, in apparenza semplice, per cui a quanto pare non era necessaria un'autorizzazione speciale preventiva, era chiamata dai prigionieri "nastro trasportatore" e poteva durare molti giorni o persino settimane. Il sistema era semplice: i prigionieri venivano interrogati per tutta la notte e poi si impediva loro di dormire durante il giorno. Le guardie li svegliavano di continuo e

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li minacciavano di mandarli in cella di punizione o peggio se non riuscivano a rimanere svegli. Uno dei migliori racconti sul nastro trasportatore e sui suoi effetti fisici è quello di Alexander Dolgun, un prigioniero americano del Gulag. Durante il primo mese trascorso a Lefortovo venne privato quasi completamente del sonno (gli consentivano di dormire un'ora al giorno): "Ripensandoci, un'ora mi sembra troppo, forse non era più che qualche minuto per notte". Il cervello cominciò a giocargli brutti scherzi:

C'erano dei periodi in cui all'improvviso mi rendevo conto che non ricordavo che cos'era successo qualche minuto prima. Vuoti di memoria. Tutto cancellato...

In seguito, com'è ovvio, cominciai a cercare di dormire seduto, a vedere se il mio corpo riusciva a imparare a mantenersi eretto. Pensavo che se avesse funzionato ogni volta avrei eluso per qualche minuto l'ispezione nelle celle, perché la guardia, osservandomi dallo spioncino, non avrebbe pensato che dormivo se mi vedeva seduto ben dritto.

E andò così: mi prendevo dieci minuti di sonno qui, mezz'ora là, talvolta un po' di più se Sidorov si dava per vinto prima delle sei del mattino e i secondini mi lasciavano in pace fino alla sveglia. Ma era troppo poco. Troppo tardi. Mi sentivo scivolare via, perdevo ogni giorno di più il controllo e il senso di disciplina. Temevo di impazzire, era quasi peggio, no, molto peggio che morire...

Dolgun non confessò per diversi mesi, e questo gli diede qualcosa di cui essere fiero per il resto della sua prigionia. Ma molti mesi dopo, quando venne richiamato a Mosca dal campo nel Dzezkazgan e di nuovo pestato, firmò una confessione, pensando: "Al diavolo. Mi hanno fregato comunque. Perché non l'ho fatto tanto tempo fa, evitando di soffrire così?".74

E, in effetti, perché no? Era una domanda che si facevano in molti, dandosi risposte diverse. Alcuni, soprattutto un'alta percentuale di memorialisti, a quanto pare, tennero duro per principio, o per la convinzione - infondata - che in tal modo avrebbero evitato una condanna. "Preferirei morire che screditarmi" disse il generale Gorbatov all'agente che lo interrogava dopo averlo torturato (non specifica come). Inoltre, molti credevano, come osservano Solzenicyn, Gorbatov e altri, che una confessione particolareggiata sarebbe stata ridicola, avrebbe creato un clima paradossale, impossibile da non avvertire Persine per l'NKVD. A proposito dei suoi compagni di prigionia, Gorbatov racconta con orrore:

Mi colpirono per la loro cultura, per la loro serietà. Ero sempre più inorridito nell'apprendere che durante gli interrogatori ciascuno di loro aveva Dritto porcherie davvero inimmaginabili, confessando reati immaginari e

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coinvolgendo altre persone... Alcuni sostenevano addirittura la bizzarra teoria secondo cui, più gente finiva dentro, prima si sarebbero resi conto di quanto tutto ciò fosse assurdo e dannoso per il Partito.75

Ma non tutti concordavano sul fatto che le persone di questo tipo andassero biasimate. Lev Razgon, nelle sue memorie, replicò a Gor-batov, definendolo "presuntuoso e immorale":

Come si possono incolpare le vittime anziché i boia! Gorbatov ha avuto fortuna: o gli è capitato un giudice istruttore pigro oppure uno che non aveva ricevuto l'ordine di "spremere" l'arrestato. Medici, psicologi e psichiatri hanno già ampiamente analizzato la possibilità di usare la tortura per estorcere una falsa deposizione. Ai giorni nostri hanno a disposizione molti più materiali rispetto al Medioevo. La tortura funziona eccome!76

In retrospettiva esistono anche opinioni meno nette sull'importanza della capacità di tenere duro. Susanna Pecora, che all'inizio degli anni Cinquanta fu interrogata per oltre un anno, in quanto appartenente a uno sparuto gruppetto di giovani fondato con lo scopo donchisciottesco di opporsi a Stalin, ripensando al passato sostiene che non valeva la pena di "tenere duro". Rifiutarsi di confessare sortiva come unico effetto di prolungare gli interrogatori. Alla fine la maggior parte degli arrestati veniva comunque condannata.77

Tuttavia, il contenuto del dossier di Sgovio dimostra con chiarezza che le decisioni successive, su un rilascio anticipato, un'amnistia eccetera, in realtà venivano prese sulla base del dossier del prigioniero, compresa la confessione. In altre parole, se uno era riuscito a resistere, aveva qualche esigua possibilità di farsi revocare la condanna. Per tutti gli anni Cinquanta le procedure giudiziarie, benché surreali, vennero prese sul serio.

In sostanza, l'elemento essenziale degli interrogatori consisteva negli effetti psicologici sui prigionieri. Ancor prima di compiere il lungo viaggio verso est, ancor prima di arrivare al primo campo, in un certo senso venivano "preparati" alla loro nuova vita di lavoratori schiavi. Sapevano già di non godere dei normali diritti umani, del diritto a un giusto processo, nemmeno a una giusta udienza. Sapevano già che l'NKVD aveva il potere assoluto e che lo Stato poteva disporre di loro come voleva. Confessando un crimine che non avevano commesso, avevano diminuito il rispetto per se stessi. Ma anche in caso contrario, erano stati privati di qualsiasi genere di speranza, della fiducia che ben presto si sarebbe rimediato all'errore commesso arrestandoli.

Vili LA PRIGIONE

Uno zingaro legge le carte, una strada lontana,

una strada lontana, e una prigione.

Forse la vecchia prigione centrale

mi attende, ancora giovane, un'altra volta...

Canto tradizionale dei prigionieri russi

Gli arresti e gli interrogatori estenuavano i prigionieri, li traumatizzavano fino a farli cedere, li confondevano e li disorientavano. Ma anche il sistema carcerario sovietico, dove gli arrestati venivano tenuti prima, durante e spesso per molto tempo dopo gli interrogatori, esercitava un'influenza enorme sulle loro condizioni mentali.

Esaminati nel contesto internazionale, le prigioni sovietiche e il regime carcerario non avevano nulla di particolarmente crudele. In Unione Sovietica, in generale, il regime delle prigioni era senza dubbio più duro che in Occidente, e più duro che nelle prigioni zariste. D'altra parte, verso la metà del Novecento anche le prigioni cinesi e di altri paesi del terzo mondo erano quanto mai sgradevoli. Tuttavia, alcuni aspetti della vita quotidiana nelle carceri sovietiche, inclusi gli interrogatori, rimasero caratteristici dell'URSS. A quanto pare, erano stati specificamente studiati per preparare i detenuti alla loro nuova vita nel Gulag.

Di certo l'atteggiamento ufficiale nei confronti delle prigioni riflette il modo in cui cambiavano gli obiettivi prioritari per chi gestiva i campi. Per esempio, nell'agosto 1935, proprio quando gli arresti di prigionieri politici cominciavano ad aumentare, Jagoda emise un'ordinanza nella quale spiegava che in ogni arresto lo "scopo" più importante (ammesso che negli arresti ci fosse uno "scopo", almeno Bell'accezione normale del termine) era quello di soddisfare la do-

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manda sempre più impellente di confessioni. L'ordinanza di Jagoda affidava agli ufficiali dell'NKVD addetti agli interrogatori la decisione non soltanto sui "privilegi" dei prigionieri, ma anche sulle loro condizioni di vita più elementari. Se un detenuto collaborava, il che di solito significava confessare, gli veniva concesso di ricevere lettere, pacchi di cibo, giornali e libri, di incontrare ogni mese i familiari e di poter usufruire di un'ora d'aria. In caso contrario, poteva essere privato di tutto questo e anche perdere la sua razione di cibo.1

Invece, nel 1942, dopo l'arrivo di Berija, che si era ripromesso di convertire il Gulag in un apparato efficiente dal punto di vista economico, le priorità di Mosca erano cambiate. Nell'economia di guerra, i campi stavano diventando un fattore produttivo importante e i loro dirigenti avevano cominciato a protestare per l'arrivo di molti prigionieri del tutto inabili al lavoro. I detenuti affamati, sporchi e stanchi non riuscivano affatto a estrarre carbone o a tagliare alberi al ritmo richiesto. Pertanto, nel maggio dello stesso anno, Berija emanò nuove direttive sugli interrogatori, chiedendo ai dirigenti delle prigioni di osservare le "più elementari condizioni igieniche" e di limitare il controllo degli inquirenti sulla vita quotidiana dei prigionieri.

In base alla nuova ordinanza di Berija, i prigionieri dovevano poter passeggiare ogni giorno per "non meno di un'ora" (con la notevole eccezione dei condannati a morte, la cui qualità di vita poco importava per la produttività dell'NKVD). Gli amministratori delle prigioni dovevano provvedere a costruire un cortile speciale adibito a questo scopo: "Nessun prigioniero deve rimanere in cella durante l'ora d'aria ... i prigionieri deboli e anziani saranno aiutati dai loro compagni di cella". I secondini dovevano assicurarsi che i reclusi (salvo quelli sotto interrogatorio) dormissero otto ore, che chi aveva la diarrea ricevesse vitamine e un'alimentazione migliore, e che le parasa, i buglioli destinati ai bisogni corporali dei prigionieri, venissero riparati se perdevano. Quest'ultimo fattore era ritenuto fondamentale tanto che l'ordinanza specificava persino le dimensioni ideali dell'accessorio. Nelle celle maschili dovevano essere alti 55-60 centimetri, in quelle femminili 30-35 centimetri, e dovevano avere una capienza di 0,75 litri per detenuto.2

Nonostante questi regolamenti, dettagliati fino al ridicolo, le prigioni continuavano a essere oltremodo diverse tra loro, cosa che dipendeva, soprattutto, dalla loro ubicazione. In generale, le prigioni di provincia erano più sporche e trasandate, quelle di Mosca più pulite e micidiali. Ma persino le tre prigioni principali di Mosca erano legger-mente diverse tra loro. La famigerata Lubjanka, che domina ancora

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oggi una grande piazza nel centro della città (e a tutt'oggi è il quartier generale dell'FSB, succeduta al KGB e all'NKVD), serviva per accogliere e interrogare i più pericolosi criminali politici. Le celle erano relativamente poche - 118, secondo un documento del 1956 - e 94 erano molto piccole, potevano contenere da uno a quattro prigionieri.3 Il palazzo della Lubjanka un tempo aveva ospitato gli uffici di una compagnia di assicurazioni e alcune delle celle avevano i pavimenti di parquet, che i prigionieri dovevano lavare ogni giorno. A.M. Garaseva, un'anarchica poi diventata la segretaria di Solzenicyn, fu rinchiusa alla Lubjanka nel 1926 e ricordava che il cibo veniva ancora servito da camerieri in uniforme.4

Invece Lefortovo, pure utilizzata per gli interrogatori, era un carcere militare del diciannovesimo secolo. Le sue celle, che non erano state progettate per contenere molti detenuti, erano più buie, più sporche e più affollate. L'edificio di Lefortovo ha la forma di una kappa, e il memorialista Dmitrij Panin ce lo descrive: "Un inserviente fermo [nel mezzo] con una bandiera dirige il flusso dei prigionieri che vanno e vengono dagli interrogatori".5 Alla fine degli anni Trenta Lefortovo era sovraffollata al punto che l'NKVD aprì una "succursale" nel monastero Suhanovskij, nei dintorni di Mosca. Questa succursale, il cui nome ufficiale era "Oggetto 110", ma che i prigionieri chiamavano "Suhanovka", acquistò una terribile reputazione per via delle torture: "Non c'erano regole di ordine interno, né norme precise per le procedure di interrogatorio".6 Berija vi aveva un ufficio e assisteva di persona alle torture inflitte ai detenuti.7

La Butyrka, la prigione più antica delle tre, era stata costruita nel Settecento e in origine doveva diventare un palazzo, ma fu ben presto trasformata in carcere. Nell'Ottocento vi erano stati imprigionati personaggi illustri, tra cui Feliks Dzerzinskij e altri rivoluzionari polacchi e russi.8 Anche questa prigione, di solito usata per i detenuti che avevano già subito gli interrogatori ed erano in attesa di un trasferimento altrove, era affollata e sporca, ma l'atmosfera era più rilassata. La Garaseva racconta che mentre alla Lubjanka i secondini costringevano i detenuti a "tenersi in movimento" camminando in circolo, alla Butyrka "si poteva fare quello che si voleva". Anche lei, come altri, parla dell'ottima biblioteca carceraria, contenente una collezione messa insieme da generazioni di prigionieri, che lasciavano tutti i propri libri quando venivano trasferiti altrove.9

Inoltre, le prigioni cambiavano da un'epoca all'altra. All'inizio degli anni Trenta, moltissimi prigionieri erano condannati a mesi o Persino anni di isolamento.10 Un detenuto russo, Boris Cetverikov,

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condannato a sedici mesi di solitudine, riuscì a non impazzire lavando i vestiti, il pavimento, i muri, e cantando tutte le arie d'opera e le canzoni che conosceva.10

Anche Alexander Dolgun venne tenuto in isolamento durante l'interrogatorio e riuscì a mantenere il controllo camminando: contò quanti passi misurava la sua cella, calcolò quanti corrispondevano a un chilometro e cominciò a "passeggiare": prima attraversò Mosca fino all'ambasciata americana - "immaginavo di respirare l'aria limpida e fredda, e di stringermi nel cappotto" -, poi l'Europa e, infine, l'Atlantico, facendo ritorno negli Stati Uniti.11

Evgenija Ginzburg trascorse quasi due anni in isolamento a Jaro-slavl', nel cuore della Russia centrale, per lo più completamente sola: "Ancor oggi, se socchiudo gli occhi, riesco a ricordare la più piccola irregolarità o scalfittura di quelle pareti, verniciate nella metà inferiore di rosso sangue (il colore più diffuso nelle prigioni) e per il resto di un bianchiccio sporco". Ma poi persino la sua prigione "speciale" cominciò a riempirsi e le venne assegnata una compagna di cella. Alla fine, la maggior parte dei tjurzek, i "detenuti in prigione", vennero spostati nei campi. Come scrive la Ginzburg, "non era pratico tenere una tale moltitudine di gente per dieci o vent'anni in carcere: era incompatibile con i ritmi dell'epoca e con la sua economia".12

Negli anni Quaranta, con l'incremento degli arresti, diventò davvero troppo difficile isolare qualcuno, anche i nuovi prigionieri, anche solo per qualche ora. Nel 1947 Lev Finkel'stejn all'inizio venne portato nella prigione Vokzal (letteralmente, "stazione ferroviaria"), un'"enor-me cella comune dove subito dopo l'arresto venivano gettati tutti i fermati, priva di qualsiasi servizio". Poi li dividevano, li mandavano a fare il bagno e li rinchiudevano nelle celle.13 In realtà, l'esperienza di un sovraffollamento intollerabile era molto più comune di quella dell'isolamento. Per citare qualche esempio a caso, la prigione principale della città di Arcangelo, predisposta per accogliere 740 persone, nel 1941 arrivò a ospitarne più del doppio (da 1661 a 2380). La prigione di Kotlas, nella Russia settentrionale, attrezzata per 300 persone, ne o-spitòfinoa460.14

Le prigioni delle province più lontane potevano essere anche peggiori. Nel 1940 il carcere di Stanislawów, nella Polonia orientale recentemente occupata, per il quale era prevista una popolazione di 472 detenuti, ne ospitava 1709 e disponeva soltanto di 150 paia di lenzuola.15 Nel febbraio 1941 le prigioni nella repubblica del Tatarstan, progettate per 2710 prigionieri, ne ospitavano 6353. Nel maggio 1942, le carceri della repubblica dell'Uzbekistan, nell'Asia centrale, destinate

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a 960 prigionieri, ne alloggiavano 2754.16 II sovraffollamento era devastante soprattutto per coloro che si trovavano sotto interrogatorio: pur essendo sottoposti ogni notte a una sfibrante e persecutoria inquisizione, dovevano trascorrere la giornata in compagnia di altri. Un detenuto descrive le conseguenze:

II processo di distruzione della personalità avveniva sotto gli occhi di chiunque si trovasse in cella. Lì un uomo non poteva nascondersi nemmeno per un istante; doveva persino svuotare gli intestini in un cesso aperto, situato all'interno della cella. Se aveva voglia di piangere piangeva davanti a tutti, e la sensazione di vergogna accresceva il suo tormento. Chi aveva voglia di uccidersi, di notte, sotto il lenzuolo, cercando di lacerarsi le vene del braccio con i denti, veniva subito scoperto da qualche compagno di cella insonne, che gli impediva di portare a termine l'opera.17

Margarete Buber-Neumann sostiene anche che l'eccessivo affollamento metteva i prigionieri gli uni contro gli altri. Venivano svegliati alle quattro e mezzo del mattino:

Ci faceva lo stesso effetto di un formicaio scoperchiato. Ciascuna prendeva le sue cose per lavarsi tra le prime, se possibile, dato che ovviamente i bagni non erano affatto sufficienti per tutte. Nella stanza in cui ci lavavamo c'erano cinque lavandini e dieci rubinetti. Dico "lavandini", ma in realtà erano cinque buchi per terra e nient'altro. Si formavano immediatamente le code di fronte ai cinque buchi e ai dieci rubinetti. Immaginate se ci riuscite di andare a lavarvi la mattina con almeno una dozzina di paia d'occhi puntati addosso, sotto la pressione di urli ed esortazioni di altre che aspettano impazienti il loro turno.. ,18

Le autorità carcerarie, forse consapevoli dell'affollamento, facevano di tutto per eliminare qualsiasi parvenza di solidarietà tra i detenuti. Già un'ordinanza di Jagoda del 1935 aveva proibito ai prigionieri di parlare, gridare, cantare, scrivere sui muri della cella, lasciare tracce o segni nella prigione, fermarsi davanti alle finestre o cercare di comunicare in qualsiasi modo con gli inquilini di altre celle. Chi infrangeva queste regole poteva essere punito, privato della possibilità di fare movimento o di ricevere lettere, o persino essere inviato in apposite celle di punizione.19 Il silenzio imposto è spesso menzionato dalle persone arrestate negli anni Trenta. "Nessuna di loro pronunciava una parola e molte si intendevano a gesti" racconta la Buber-Neumann a proposito della Butyrka, dove "alcune avevano la pelle del corpo bluastra".20

In alcune prigioni, la regola del silenzio assoluto perdurò fino al decennio successivo, in altre meno: un ex prigioniero parla del "completo silenzio" della Lubjanka nel 1949, in confronto al quale "la cella

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numero 106 alla Butyrka faceva pensare a un mercato rispetto a un negozietto".21 Un altro detenuto, rinchiuso in un carcere della repubblica dei Tatari, regione di Kazan', ricorda che, quando i prigionieri cominciavano a bisbigliare, "il coperchio della botola del cibo si apriva di colpo e qualcuno sibilava "Sssh!"".22

Molti memorialisti raccontano anche come i secondini, quando trasferivano i prigionieri da una cella all'altra o li accompagnavano agli interrogatori, facevano tintinnare le chiavi, schioccavano le dita o producevano altri rumori per intimare a chi si trovava in corridoio di allontanarsi. Se incontravano qualcuno, facevano svoltare in fretta e furia il detenuto e lo infilavano in uno stanzino apposito. V.K. Jasnyj, ex traduttore di letteratura spagnola, una volta venne rinchiuso per due ore in un ripostiglio di mezzo metro quadrato alla Lubjanka.23

A quanto pare, i locali di questo genere erano molto in uso: ce n'è uno nello scantinato dell'antico quartier generale dell'NKVD a Budapest, ora trasformato in museo. Avevano lo scopo di impedire ai prigionieri di incontrare altre persone, magari implicate nel loro "caso", e di tenerli lontani da fratelli o altri parenti arrestati.

L'imposizione del silenzio rendeva snervante persino arrivare alle stanze dell'interrogatorio. Alexander Dolgun ricorda quando percorreva i corridoi ricoperti di tappeti della Lubjanka: "Mentre camminavamo, l'unico rumore era lo schiocco di lingua del guardiano ... tutte quelle porte di metallo erano grigie, grigio corazzata, e l'effetto dell'oscurità e del silenzio, e dei corridoi punteggiati da porte tutte uguali, grigie, fino a fondersi con le ombre, era opprimente e scoraggiante".24

Per impedire che i prigionieri di una cella imparassero i nomi di quelli delle altre, quando dovevano essere interrogati o trasferiti i detenuti venivano chiamati ad alta voce, non con il loro nome, ma con una lettera dell'alfabeto. Il secondino, per esempio, gridava "G", e tutti i prigionieri il cui cognome cominciava per G si alzavano e declinavano nome di battesimo e patronimico.25

L'ordine veniva mantenuto proprio come nella maggior parte delle prigioni, con una rigida regolamentazione della vita quotidiana. Zajara Veselaja, figlia di un famoso scrittore russo e "nemico", nelle sue memorie descrive una giornata tipica della Lubjanka. Cominciava con la opravka, la visita al gabinetto: ""Prepararsi per il gabinetto!" grida il secondino, e le donne si allineano in silenzio, a due a due. Una volta in bagno, avevano circa dieci minuti a disposizione, per evacuare e lavarsi, e lavare tutti i vestiti che potevano. All'opravka seguiva la

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colazione: acqua calda, magari mescolata con qualcosa che sembrava fé o caffè, oltre alla razione quotidiana di pane e due o tre zollette di zucchero. La colazione era seguita dalla visita di un secondino, che prendeva le richieste di visite mediche, e poi dall'"attività centrale della giornata", una passeggiata di venti minuti in un "cortiletto recintato, camminando in circolo in fila vicino al muro"". L'ordine venne infranto soltanto una volta, quando una sera portarono la Veselaja sul tetto della Lubjanka, senza spiegargliene il motivo, dopo che ai prigionieri era già stato ordinato di dormire. Dato che la Lubjanka si trova nel centro di Mosca, lei poteva vedere, se non la città, almeno le sue luci, che avrebbero potuto appartenere a un altro paese.26

Comunque, di solito, le giornate erano ripetitive: pranzo - zuppa della prigione, fatta con interiora o cereali, o cavolo marcio - e cena, con lo stesso menu. La sera si ripeteva la visita al bagno. Tra un'attività e l'altra, i detenuti bisbigliavano tra di loro, a volte leggevano libri. La Veselaja ricorda che le veniva concesso un libro alla settimana, ma le regole variavano da carcere a carcere, come pure la qualità delle biblioteche carcerarie, che, come ho detto, a volte erano eccellenti. In alcune prigioni, i reclusi potevano acquistare generi alimentari dal "delegato", se avevano ricevuto denaro dai parenti.

Ma oltre alla noia e alla cattiva qualità del cibo, c'erano anche altre torture. Ai prigionieri in generale, non solo a quelli sotto interrogatorio, era proibito di dormire durante il giorno. I secondini, sempre vigili, sorvegliavano dal "buco di Giuda", lo spioncino nella cella, per assicurarsi che questa regola venisse osservata. Ljubov' Bersadskaja ricorda: "Ci svegliavano alle sei, ma non ci era permesso nemmeno di sederci sul letto prima delle undici di sera. Anche durante l'ora d'aria, o sulla latrina, non dovevamo appoggiarci al muro".27

Di notte non andava meglio. Il sonno era reso difficile, se non impossibile, dalle forti luci nelle celle, che non venivano mai spente, e dalla regola che vietava ai prigionieri di dormire con le mani sotto le coperte. All'inizio la Veselaja cercò di adeguarsi: "Era difficile e scomodo, e facevo fatica ad addormentarmi ... appena mi appisolavo, comunque, istintivamente mi tiravo la coperta sul mento. Facevano cigolare la serratura e il guardiano scuoteva il mio letto: "Mani!"".28 La Buber-Neumann racconta: "Finché non ti abituavi, la notte era peggio del giorno. Provaci, a dormire di notte sotto una forte luce elettrica - ai prigionieri non veniva permesso di coprirsi la faccia -su nudi tavolacci senza neppure un sacco di paglia o un cuscino, e magari senza nemmeno una coperta, stretto tra i tuoi compagni di prigione da entrambi i lati".

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Lo strumento forse più efficace per impedire ai prigionieri di sentirsi troppo a proprio agio nel loro ambiente era la presenza di informatori, attivi in tutte le sfere della vita sovietica. Nei campi avevano un ruolo importante, ma erano anche più facili da evitare. In prigione, non risultava agevole scansarli e costringevano la gente a controllare con estrema cura le proprie parole. La Buber-Neumann racconta: "[Salvo in un caso] durante la mia carcerazione alla Butyrka non udii mai una russa pronunciare una sola parola di critica nei confronti del regime sovietico".29

I detenuti partivano dal presupposto ragionevole che ci fosse almeno un informatore per cella. Quando in una cella vivevano due persone, ognuno sospettava l'altro. Nelle celle più grandi, l'informatore era spesso identificato ed evitato dagli altri reclusi. Quando Ol'ga Ada-mova-Sliozberg arrivò la prima volta alla Butyrka, notò un posto libero per dormire vicino alla finestra. Le concessero di dormire lì, ma aggiunsero: "Purché non abbia problemi con la sua vicina". A quanto risultò poi, la donna che dormiva isolata era un'informatrice; passava tutto il suo tempo a scrivere "denunce contro le compagne di cella" e nessuno le rivolgeva la parola".

Non tutti gli informatori, però, venivano identificati con tanta facilità e la paranoia era talmente diffusa che ogni comportamento insolito poteva far nascere ostilità. La stessa Adamova-Sliozberg arrivò alla conclusione che una delle altre recluse era di certo una spia, perché l'aveva vista "lavarsi con una spugna forestiera e indossare della biancheria fuori del comune". Successivamente, arrivò a considerare la stessa donna un'amica.30 Anche Varlam Salamov osservò che essere trasferiti all'interno di una prigione, da una cella all'altra, non era un'esperienza "molto piacevole": "Suscita sempre il sospetto e la diffidenza dei nuovi compagni - non l'avranno messo qui per spiarci?".31

Senza alcun dubbio, il sistema era rigido, inflessibile e inumano. E comunque, quando potevano, i prigionieri lottavano contro la noia, contro le piccole umiliazioni continue, contro i tentativi di dividerli e di isolarli. Molti ex detenuti hanno raccontato che nelle prigioni la solidarietà tra i carcerati era in realtà più forte di quanto sarebbe stata in seguito, nei campi. Una volta arrivati nei campi, per le autorità era più facile dividere e comandare i prigionieri. Per separarli, le autorità li allettavano con la promessa di un posto più elevato nella gerarchla, di cibo migliore o di un lavoro più lieve.

In prigione, invece, tutti erano più o meno uguali. Sebbene ci fos-

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sero pressioni per indurii a collaborare, si trattava di episodi marginali. Per molti prigionieri, i giorni o i mesi passati in prigione, prima della deportazione, rappresentarono addirittura una specie di corso introduttivo alle tecniche elementari di sopravvivenza e, nonostante tutti gli sforzi delle autorità, furono la loro prima esperienza di unione contro l'ordine costituito.

Alcuni prigionieri si limitavano a imparare dagli altri detenuti dei sistemi elementari per preservare l'igiene e la dignità. In cella, Inna Siheeva-Gajster imparò a fare dei bottoni per allacciarsi i vestiti con pezzetti di pane masticato, a costruire aghi con lische di pesce, a usare fili trovati per caso per cucire gli strappi negli abiti lacerati durante la perquisizione, e altri piccoli espedienti che poi si rivelarono utili nei campi.32 Dmitrij Bystroletov, un'ex spia sovietica in Occidente, imparò anche a produrre "filo" da vecchie calze. Nei campi questi filati, come gli aghi che imparò a costruire con i fiammiferi, potevano essere scambiati con cibo.33 A Susanna Pecora, la giovane antistalinista, insegnarono "a dormire senza farsene accorgere, a cucire con i fiammiferi, a camminare senza cintura".34

Inoltre, i prigionieri mantenevano un certo controllo sulla propria vita grazie all'istituzione dello starosta, l'"anziano" della cella. Nelle prigioni, sui vagoni ferroviari e nelle baracche dei campi lo starosta era una figura riconosciuta in modo formale, le cui funzioni sono state descritte in documenti ufficiali. Tra i suoi molti compiti c'erano quelli di fare in modo che la cella fosse pulita e le code per il bagno disciplinate, e questo implicava che la sua autorità dovesse essere riconosciuta da tutti.35 Quindi gli informatori e altri favoriti dai secondini della prigione non erano candidati ideali. Alexander Weissberg racconta che nelle celle più grandi, dove potevano alloggiare oltre 200 prigionieri, "non era possibile una vita normale senza un anziano della cella che organizzasse la distribuzione del cibo, i preparativi per gli esercizi fisici e così via". Poiché la polizia segreta rifiutava di riconoscere qualsiasi forma di organizzazione dei prigionieri ("la sua logica era semplice: un'organizzazione composta da controrivoluzio-nari era un'organizzazione controrivoluzionaria"), si trovò una tipica soluzione alla sovietica, come spiega Weissberg: lo starosta veniva eletto "in modo illegale" dai prigionieri. L'amministratore della prigione veniva a saperlo dalle sue spie, dopodiché nominava ufficialmente il prescelto dai detenuti.36

Nelle celle più affollate, il compito principale dello starosta consisteva nell'accogliere i nuovi prigionieri, e garantire che tutti avessero un Posto per dormire. Quasi dappertutto, i nuovi prigionieri venivano

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mandati a dormire accanto alla parasa, il bugliolo, da cui si allontanavano a poco a poco in direzione della finestra a mano a mano che diventavano più anziani. "Non vengono fatte eccezioni" notava Elinor Lipper "per malattia o vecchiaia."37 Lo starosta risolveva anche le risse e in generale manteneva l'ordine nella cella, un compito tutt'altro che semplice. Kazimierz Zarod, un detenuto polacco, racconta di quando faceva lo starosta della cella: "I secondini mi minacciavano di continuo di qualche punizione se non mantenevo sotto controllo, almeno in certa misura, gli elementi indisciplinati, soprattutto dopo le nove di sera, quando c'era la regola del "non parlare" e quindi del "tutti a dormire"". In conclusione, anche Zarod finì in cella di punizione per non essere riuscito a controllare la situazione.38 A quanto risulta da altri resoconti, tuttavia, di solito le decisioni dello starosta venivano rispettate.

Senza alcun dubbio, comunque, i prigionieri aguzzavano l'ingegno per ovviare alla regola più rigida: l'assoluta proibizione di comunicare, tra le celle e con il mondo esterno. Nonostante la minaccia concreta di punizione, i prigionieri lasciavano biglietti per altri prigionieri nei bagni oppure gettavano dei messaggi oltre i muri. Lev Finkel'stejn cercò di gettare un pezzo di carne, un pomodoro e un pezzo di pane in un'altra cella: "Quando ci portarono al gabinetto, cercai di aprire la finestra e di spingere fuori il cibo". Lo sorpresero e lo sbatterono in cella di punizione.39 I detenuti corrompevano le guardie perché portassero dei messaggi, ma a volte i secondini lo facevano spontaneamente. Uno della prigione di Stravropol' ogni tanto trasmetteva messaggi verbali di Lev Razgon alla moglie.40

Nel 1939 un ex detenuto, che rimase quattordici mesi a Vilnius dopo l'occupazione sovietica della città, in precedenza sotto il dominio polacco, in una deposizione presentata al governo polacco in esilio spiegò come gli elementi del precedente regime carcerario polacco erano crollati a poco a poco. Uno dopo l'altro, i prigionieri avevano perso i loro "privilegi", cioè il diritto di leggere e scrivere lettere, di usare la biblioteca della prigione, di avere carta e matite, di ricevere pacchi. Vennero introdotti nuovi regolamenti comuni per la maggior parte delle prigioni sovietiche: nelle celle la luce doveva rimanere accesa tutta la notte, e le finestre venivano coperte con lamine di latta. Quest'ultima disposizione creò un'opportunità inaspettata per comunicare tra cella e cella: "Aprivo la finestra e parlavo ai miei vicini con la testa appoggiata alle sbarre. Quand'anche la sentinella in cortile mi avesse sentito, non sarebbe riuscita a capire da dove proveniva la voce, e grazie ai fogli di latta era impossibile vedere una finestra aperta".41

La prigione 183

Forse la forma più elaborata di comunicazione proibita, comunque, era il codice morse dei prigionieri, che si produceva battendo sulle pareti delle celle o sui tubi dell'acqua della prigione. Era stato creato nell'epoca zarista. Varlam Salamov ne attribuisce la paternità a un decabrista del 1843.42 Ekaterina Olickaja lo aveva imparato dai suoi compagni socialisti rivoluzionari molto prima del 1924, quando fu incarcerata.43 In effetti la rivoluzionaria russa Vera Figner parlava del codice nelle sue memorie; fu da lì che la Ginzburg ne apprese l'esistenza. Quand'era indagata, riuscì a ricordarselo abbastanza bene da servirsene per comunicare con una cella vicina.44 Era relativamente semplice: le lettere dell'alfabeto russo erano sistemate in cinque righe di sei lettere:

A E B T fl E (È)

)K 3 H K JI M

H O O P C T

y $ x D, H m

m t bl 3 K> fi

Per indicare le lettere, bisognava battere due volte, la prima per indicare la riga, la seconda la posizione.

1,2 1,3 1,4 1,5 1,6

2,2 2,3 2,4 2,5 2,6

3,2 3,3 3,4 3,5 3,6

44 4,2 4,3 4,4 4,5 4,6

5,2 5,3 5,4 5,5 5,6

Persine chi non sapeva nemmeno dell'esistenza del codice, o non l'aveva imparato da altri, a volte riusciva a decifrarlo ed esistevano dei metodi diffusi per insegnarlo. A volte chi lo conosceva trasmetteva più e più volte l'alfabeto e un paio di domande semplici, nella speranza che la persona invisibile dall'altra parte del muro afferrasse il significato. Alexander Dolgun lo imparò così a Lefortovo e lo memorizzò aiutandosi con i fiammiferi. Quando, alla fine, fu in grado di "parlare" al detenuto della cella accanto, e capì che quello stava chiedendogli "Chi sei?", fu invaso da "un fiotto di amore puro per quell'uomo che da tre mesi mi stava domandando chi fossi".45

Non sempre il codice ebbe la stessa diffusione. Nel 1949, alla Butyrka, Zajara Veselaja non riuscì "a trovare nessuno che conoscesse "l'alfabeto della prigione"" e sulle prime pensò che la tradizione si fosse perduta. In seguito comprese di essersi sbagliata, perché altri le dissero di averlo usato, e perché una volta un secondino sen-

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tendo battere si precipitò nella sua cella, chiedendo da dove provenisse il rumore.46 Ne esistevano altre varianti. Lo scrittore e poeta russo Anatolij Zigulin, sostiene di avere inventato un codice, sempre basato sull'alfabeto, con cui il gruppo di amici e lui (erano stati arrestati tutti insieme) comunicavano nel corso delle indagini.47

In certi luoghi e in certi periodi, i sistemi escogitati dai detenuti per organizzarsi erano più elaborati. Salamov, nel suo racconto / co-milati dei poveri, ne descrive uno citato anche da altri.48 Derivava dall'introduzione di una norma iniqua: verso la fine degli anni Trenta, a un certo punto, le autorità d'un tratto decisero che i detenuti sotto interrogatorio non potevano ricevere pacchi dai parenti, perché anche "due panini, cinque mele e un paio di mutande vecchie in carcere bastavano per trasmettere qualsiasi messaggio". Le famiglie potevano inviare soltanto denaro, e anche quello in cifre tonde, affinchè le somme non venissero sfruttate per trasmettere "messaggi". Ma non tutte le famiglie dei prigionieri avevano denaro da mandare. Alcuni erano troppo poveri, altri troppo lontani, e alcuni magari erano stati i primi a denunciare i familiari. Quindi, anche se alcuni prigionieri una volta alla settimana potevano accedere allo spaccio della prigione per acquistare burro, formaggio, salsicce, tabacco, pane bianco, sigarette, altri dovevano sopravvivere con la povera dieta della prigione e, cosa ancor più importante, durante la "festa generale", cioè il "giorno dello spaccio", si sentivano "fuori posto".

Per risolvere questo problema, i detenuti della Butyrka riesumarono un'espressione forgiata nel periodo iniziale della rivoluzione e organizzarono i "comitati dei poveri". Ogni prigioniero versava il 10 per cento del suo denaro, con cui il comitato comprava provviste di cibo per i prigionieri che non ne avevano. Questo sistema restò in uso per alcuni anni, fino a quando le autorità decisero di eliminare i comitati promettendo ad alcuni prigionieri "ricompense" di vario tipo se rifiutavano di parteciparvi. Le cellule dei comitati reagirono, e comunque chi non accettava di partecipare veniva messo al bando. "Tuttavia quanti erano disposti a un passo del genere?" si chiede Salamov: "a contrapporsi all'intero collettivo dei detenuti, persone con le quali si viveva ventiquattr'ore su ventiquattro, così che solo nel sonno si poteva trovare scampo agli sguardi malevoli e ostili dell'intero consorzio umano?".

Per quanto possa sembrare strano, questo racconto è uno dei pochi, nel vasto repertorio di Salamov, a concludersi con una nota positiva: "I kombedy sarebbero sorti... come ... un minuscolo spazio in cui un collettivo di uomini, compatto come sempre accade in prigio-

La prigione 185

ne - e mai nella vita libera o nel lager - applica le proprie risorse spirituali per affermare con insistenza il basilare diritto di ogni uomo a vivere a suo modo".49

In questa unica forma di solidarietà organizzata tra carcerati il più pessimista degli scrittori aveva trovato un barlume di speranza, che però il trauma delle deportazioni e l'orrore dei primi sconcertanti giorni nei campi avrebbero soffocato in fretta.

IX

TRASFERIMENTO, ARRIVO, SELEZIONE

Ricordo il porto di Vanino ed il fragore della nave oscura quando varcammo il barcarizzo fino alla fredda, tenebrosa stiva.

Gli zek sballottati tra le onde soffrivano il mare profondo urlava tutto intorno e innanzi a loro c'era Magadan la capitale della Kolyma.

Non grida, ma pietosi gemiti

eruppero da ogni petto

quando lasciarono la terraferma.

La nave rollava, beccheggiava, scricchiolava...

Canto dei prigionieri sovietici

Nel 1827 la principessa Marija Volkonskaja, moglie del decabrista Sergej Volkonskij, lasciò la famiglia, il figlio e la sua vita tranquilla a San Pietroburgo per raggiungere il marito confinato in Siberia. Il suo biografo ne ha raccontato il viaggio, all'epoca considerato talmente faticoso da essere quasi insopportabile:

La slitta correva, giorno dopo giorno, verso l'orizzonte sterminato. Marija, come racchiusa in una capsula temporale, era in uno stato di esaltazione febbrile. Il viaggio dava una sensazione di irrealtà, per la mancanza di sonno e la scarsità del cibo. Si fermò soltanto a una stazione di posta a caso per un té bollente al limone, dall'onnipresente samovar di ottone. La velocità inebriante della slitta, tirata da tre cavalli lanciati al galoppo, divorava le distese deserte. "Avanti... avanti!" gridavano i conducenti, tergendosi i grandi pennacchi di neve sollevati dagli zoccoli dei cavalli, e i campanelli dei finimenti trillavano senza sosta, avvertendo che il veicolo si avvicinava...1

Trasferimento, arrivo, selezione 187

Più di un secolo dopo, la compagna di cella di Evgenija Ginzburg lesse sospirando di invidia una descrizione analoga del viaggio di un'aristocratica attraverso gli Urali: "Avevo sempre ritenuto che fosse impossibile eguagliare il martirio delle decabriste".2

Non esistevano slitte e cavalli che trasportassero a "velocità inebriante" i prigionieri del ventesimo secolo attraverso le innevate distese siberiane, e non si poteva ordinare un bicchiere di té al limone bollente attinto da samovar di ottone alle stazioni di posta. Forse la principessa Volkonskaja pianse durante il viaggio, ma nei prigionieri che arrivarono dopo di lei anche soltanto il suono della parola etap, il "trasferimento", nel gergo dei carcerati, seccava la lingua, provocando un fremito di paura, anzi terrore. Ogni viaggio era un balzo straziante nell'ignoto, la separazione dai compagni di cella ormai ben conosciuti e da situazioni già note, per quanto miserande. E, per di più, il trasferimento dei prigionieri dal carcere a una prigione di transito, a un campo, e da un campo all'altro all'interno del sistema, era estenuante sul piano fisico e davvero crudele. In un certo senso rappresentava l'aspetto più inesplicabile della vita del Gulag.

Per chi affrontava questa prova per la prima volta, si trattava di un avvenimento oltremodo simbolico. L'arresto e l'interrogatorio costituivano un'iniziazione al sistema, ma il viaggio in treno attraverso la Russia rappresentava una rottura geografica con la vita precedente e l'inizio di una nuova esistenza. Nei treni che partivano da Mosca e Leningrado diretti a nord e a est, il livello delle emozioni era sempre altissimo. Thomas Sgovio, l'americano che non era riuscito a riavere il suo passaporto, racconta che cosa accadde quando il suo treno partì per la Kolyma: "II nostro treno lasciò Mosca la sera del 24 giugno. Era l'inizio di un viaggio verso est che sarebbe durato un mese. Non riesco a dimenticare quel momento. Settanta uomini ... si misero a piangere".3

I trasferimenti lunghi avvenivano quasi sempre a tappe. Se gli zek provenivano dalle carceri di grandi città, li portavano ai treni su camion che nell'aspetto stesso rivelavano l'ossessione dell'NKVD per la segretezza. Dall'esterno, i "corvi neri", come venivano chiamati, parevano dei normali camion per il trasporto merci. Negli anni Trenta spesso avevano dipinta sulle fiancate la parola "pane", ma in seguito si ricorse a espedienti più elaborati. Un prigioniero arrestato nel 1948 ricorda di aver viaggiato su due camion contrassegnati rispettivamente dalle scritte POLPETTE DI MOSCA e FRUTTA E VERDURA.4

L'interno era suddiviso "in minuscole cabine, assolutamente buie, in ciascuna delle quali viene cacciata una persona. Manca l'aria",

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racconta una detenuta.5 Altri, allestiti su un progetto del 1951, avevano soltanto due lunghe panche, su cui i prigionieri si pigiavano uno addosso all'altro.6 I contadini e le persone trasferite all'inizio delle deportazioni di massa dagli stati baltici e dalla Polonia orientale se la passavano ancora peggio. Venivano spesso stipati "come sardine" in normali camion leggeri, come mi ha raccontato una volta un vecchio lituano: il primo prigioniero allargava le gambe, il secondo si sedeva in mezzo e allargava a sua volta le gambe; andavano avanti così finché il camion era pieno.7 Tali sistemazioni erano scomode soprattutto quando dovevano salire a bordo molte persone, e il viaggio fino alla stazione poteva durare una giornata intera. Durante i trasferimenti da zone un tempo polacche, nel febbraio 1940, i bambini morivano congelati ancora prima di arrivare ai treni e gli adulti erano colpiti da forme di assideramento grave, che pregiudicavano per sempre l'uso delle braccia e delle gambe.8

Nelle città di provincia, le regole sulla segretezza erano meno rigorose e i prigionieri a volte percorrevano a piedi la città per raggiungere la stazione ferroviaria, un'esperienza che spesso dava loro l'ultima visione fugace della vita civile, e che offriva ai civili la rara visione fugace dei prigionieri. Janusz Bardach racconta quanto lo sorprese la reazione dei cittadini di Petropavlovsk quando videro i prigionieri marciare per le strade:

Erano per la maggior parte donne, avvolte in scialli e lunghi cappotti di feltro. Rimasi sorpreso quando sentii alcune di loro gridare alle guardie: "Fascisti!", "Assassini!", "Perché non andate piuttosto a combattere al fronte?"... Cominciarono a tirare palle di neve alle guardie. Furono sparati in aria diversi colpi di fucile; le donne indietreggiarono di alcuni passi, continuando però a mandare maledizioni e a seguirci. Buttarono qua e là all'interno della nostra colonna involucri, pagnotte, patate, fette di pancetta, avvolte in pezzi di panno. Una donna si tolse lo scialle e il cappotto e li diede a un uomo che aveva ben poco addosso. Io presi un paio di manopole di lana fatte a maglia.9

Tali comportamenti hanno una lunga tradizione in Russia: Do-stoevskij racconta delle casalinghe che a Natale mandavano ai detenuti delle prigioni zariste "panelli della più pura farina ... in gran quantità".10 Ma negli anni Quaranta erano ormai piuttosto rare. In molte località, tra cui Magadan, rinomata per questo fatto, vedere dei prigionieri per strada era comune al punto da non provocare alcuna reazione.

A piedi o sui camion, i prigionieri finalmente raggiungevano le stazioni ferroviarie. Talvolta si trattava di normali stazioni, talvolta

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invece erano speciali: "un appczzamento di terreno circondato da filo spinato", come ricorda Lev Finkel'stejn, che racconta anche come i prigionieri venivano sottoposti a una serie di rituali particolari prima di poter salire a bordo:

C'è una colonna enorme di prigionieri che vengono contati e ricontati, ricontati ancora. Il treno è lì ... e poi arriva l'ordine di viaggio: "In ginocchio!". Le operazioni di carico rappresentavano un momento delicato, qualcuno poteva mettersi a correre. Quindi si accertavano che tutti stessero in ginocchio. Ed era meglio non alzarsi, perché in quel momento avevano il grilletto facile. Poi contavano le persone, le mettevano nei vagoni e chiudevano. Il treno non si muoveva mai, potevi restartene lì per ore, e d'un tratto "Si va!" e si partiva.11

Dall'esterno i vagoni ferroviari spesso avevano un aspetto assolutamente normale, ma erano molto più protetti degli altri. Edward Buca, arrestato in Polonia, esaminò il suo con lo sguardo attento di una persona intenzionata a fuggire. Ricorda che "ogni vagone era avvolto da diversi giri di filo spinato, c'erano piattaforme esterne in legno per la scorta, in testa e in coda a ogni vagone erano state installate luci elettriche e gli stretti finestrini erano protetti da spesse sbarre di ferro". In seguito, Buca controllò il fondo del vagone per vedere se anche lì c'erano sbarre di ferro. C'erano.12 Finkel'stejn racconta: "O-gni mattina sentivi martellare: gli agenti di scorta avevano delle mazze di legno e battevano sempre sui treni, per accertarsi che nessuno cercasse di fuggire, di fare un buco".13

Per i prigionieri speciali, raramente veniva organizzato un trasferimento particolare. Anna Larina, moglie del dirigente sovietico Buha-rin, non viaggiò insieme ad altri detenuti, ma venne sistemata nello scompartimento degli agenti di scorta.14 Invece la stragrande maggioranza dei prigionieri e dei confinati viaggiava insieme, in treni di due tipi. I primi erano gli stolypinka, o "vagoni Stolypin" (così chiamati per un riferimento ironico al primo ministro zarista di inizio secolo, il più energico e il più riformista, che, a quanto pare, li aveva introdotti). Si trattava di normali vagoni riadattati per i prigionieri. Potevano essere uniti in lunghissimi convogli, oppure uno o due agganciati ai treni normali. Un ex passeggero racconta:

Una stolypinka sembra un normale vagone di terza classe russo, salvo che ha molte sbarre di ferro e inferriate. Ovviamente i finestrini sono sbarrati. Gli scompartimenti sono divisi da rete di acciaio invece di pareti, sembrano gab-bie, e un lungo recinto di ferro separa gli scompartimenti dal corridoio. Questa disposizione consente alle sentinelle di tenere sempre d'occhio tutti i prigionieri del vagone.15

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Anche i vagoni Stolypin erano sempre affollatissimi:

Su ciascuna delle cuccette superiori stavano sdraiati due uomini, a testa-piedi. Su quelle di mezzo erano in sette, con la testa verso la porta e uno perpendicolare ai loro piedi. Sotto ciascuna delle cuccette inferiori c'era un uomo, altri quattordici erano appollaiati sulle cuccette e sui fagotti ammucchiati sul pavimento tra le cuccette e la porta. La notte quelli al livello più basso riuscivano in qualche modo a sdraiarsi uno accanto all'altro.16

Ma c'era un altro inconveniente, più importante. Nei vagoni Stolypin, le sentinelle tenevano i prigionieri continuamente sotto sorveglianza, sicché avevano modo di vedere che cosa mangiavano, ascoltare le loro conversazioni e decidere quando e dove potevano andare di corpo. Di conseguenza, in pratica tutti i memorialisti che raccontano dei treni riferiscono degli orrori associati alla necessità di urinare e defecare. Una volta, talvolta due al giorno, talvolta nemmeno una, gli agenti accompagnavano i prigionieri al gabinetto, oppure fermavano il treno per lasciarli scendere: "II momento peggiore è quando, dopo una lunga discussione con le sentinelle, ci lasciano scendere e ciascuno cerca un posto sotto il vagone per liberarsi, senza curarsi di chi lo vede da ogni lato".17

Per quanto imbarazzanti potessero essere queste soste, i deportati affetti da malattie intestinali o altri problemi medici si trovavano in una posizione molto peggiore; uno ricorda: "I detenuti che non riuscivano a trattenersi se la facevano addosso lamentandosi, e spesso imbrattavano anche chi stava loro accanto. Persine in quei gruppi accomunati dalle difficoltà, ad alcuni riusciva difficile non odiare gli sventurati cui capitava".18

È per questo motivo che in realtà alcuni prigionieri preferivano l'altra forma di trasporto, i carri bestiame. Erano esattamente quello che viene in mente a nominarli: vagoni vuoti, non necessariamente attrezzati per gli esseri umani, talvolta con una piccola stufa al centro, a volte dotati di cuccette. Pur essendo più rudimentali dei vagoni Stolypin, i carri bestiame non erano divisi in scompartimenti e c'era più spazio per muoversi. Inoltre erano dotati di "gabinetti", cioè dei buchi sul fondo, grazie ai quali non c'era bisogno di implorare e supplicare i guardiani.19

Tuttavia, anche i vagoni aperti potevano dare origine a particolari tormenti. A volte, per esempio, le aperture sul pavimento si intasavano. Sul treno di Buca, l'apertura si ostruì per il ghiaccio. "Allora che cosa abbiamo fatto? Abbiamo urinato in una fessura tra il pavimento e la porta, e cacato in un pezzo di stoffa, facendo un bel pacchettino e sperando che da qualche parte avrebbero fermato il treno e aperto la

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porta per poterlo gettare fuori."20 Sui treni gremiti di deportati, in cui venivano caricati tutti insieme uomini, donne e bambini, i buchi nel pavimento provocavano diversi problemi. Un'ex deportata, esiliata all'inizio degli anni Trenta in quanto figlia di un kulak, ricorda persone "tremendamente imbarazzate" di dover urinare davanti agli altri, ed era grata di poterlo fare "dietro le gonne di mia madre".21

La tortura vera non derivava dal sovraffollamento, dai gabinetti o dall'imbarazzo, ma dalla mancanza di cibo e, soprattutto, di acqua. Talvolta, a seconda dell'itinerario e del tipo di treno, durante il viaggio i prigionieri ricevevano cibo caldo. A volte invece no. Di solito la "razione solida" di un prigioniero in trasferimento era costituita da pane, distribuito in piccoli pezzi di trecento grammi al giorno, o anche in quantità maggiori, più o meno due chili, che dovevano durare per un viaggio di trentaquattro giorni.

Insieme al pane, di norma ai prigionieri veniva distribuito del pesce salato, per cui poi erano tormentati dalla sete.22 Ciononostante, ricevevano di rado più di un boccale d'acqua al giorno, persino in estate. Era una consuetudine talmente diffusa che riappaiono di continuo racconti della sete terribile provata durante il viaggio: "Una volta non ci hanno dato acqua per tre giorni, e la notte di Capodanno del 1939, vicino al lago Bajkal, siamo stati costretti a leccare i ghiaccioli neri che pendevano dai vagoni" scrive un ex zek.23 Un altro ricorda che, durante un viaggio di ventotto giorni, gli diedero da bere solo tre volte, durante le soste occasionali "per portar via i cadaveri".24

Soffrivano persino quelli che ricevevano una tazza d'acqua al giorno. La Ginzburg ricorda la straziante decisione che i prigionieri dovevano prendere: bere l'intera tazza al mattino o cercare di tenerla da parte? "Chi invece conserva l'acqua per berne un sorso ogni tanto fino a sera non gode di un minuto di tranquillità. Tutte tengono d'occhio il bicchiere, trepidano per esso."25 Se erano abbastanza fortunati da avere boccali: una prigioniera avrebbe ricordato fino alla fine dei suoi giorni il tragico momento in cui le rubarono la teiera, che era riuscita a portare con sé. Nella teiera poteva tenere l'acqua senza versarla, e questo le consentiva di sorseggiarla durante il giorno. Senza, non aveva più un recipiente per l'acqua ed era tormentata dalla sete.26

I ricordi di Nina Gagen-Torn, caricata su un treno di deportati che si fermò per tre giorni fuori Novosibirsk in piena estate, sono ancora Peggiori. La prigione di transito della città era strapiena: "Era luglio. Molto caldo. I tetti dei vagoni Stolypin diventarono incandescenti e ci sdraiammo nelle cuccette come focacce in un forno". Nella sua car-

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rozza decisero di indire uno sciopero della fame, anche se le sentinelle li minacciavano di condanne aggiuntive, più severe. "Non vogliamo prendere la dissenteria" gridò loro la donna. "Siamo sdraiati nella nostra merda da quattro giorni." Alla fine le sentinelle, sia pur con riluttanza, consentirono loro di bere un po' d'acqua e di lavarsi.27

Anche una prigioniera polacca si ritrovò in un treno che ebbe motivo di fermarsi, ma sotto la pioggia. Naturalmente i prigionieri cercarono di prendere l'acqua che colava dal tetto. Ma "quando tendemmo i boccali tra le sbarre delle finestre, la sentinella seduta sul tetto gridò che avrebbe sparato, tale comportamento era vietato".28

D'inverno i viaggi non erano necessariamente migliori. Un'altra deportata polacca ricordava di non avere ricevuto niente durante il tragitto verso oriente se non "pane gelato e acqua ghiacciata".29 In estate e in inverno, altri detenuti vissero particolari tormenti. Quando un treno di deportati si fermava, diversamente dal solito, in una normale stazione, i prigionieri si precipitavano fuori per comprare cibo da gente del posto. "I nostri ebrei hanno fatto una corsa per le uova" racconta un passeggero polacco. "Preferirebbero morire che mangiare cibo non kasher."30

Le persone molto vecchie e molto giovani soffrivano moltissimo. Barbara Armonas, una lituana sposata a un americano, venne deportata insieme a un grosso gruppo di lituani, uomini, donne e bambini. Tra loro c'era una donna che aveva partorito quattro ore prima e una vecchia di ottantatré anni, paralizzata, che non riusciva a tenersi pulita: "Poco dopo, ogni cosa intorno a lei puzzava, e lei era ricoperta di piaghe aperte". C'erano anche tre neonati:

I loro genitori avevano grossi problemi con i pannolini perché era impossibile lavarli regolarmente. Talvolta quando il treno si (fermava dopo un temporale le madri saltavano fuori per lavare i pannolini nei rigagnoli. Intorno alle pozze d'acqua nascevano delle risse perché alcuni volevano lavare i piatti, altri lavarsi la faccia, altri ancora volevano lavare i pannolini sporchi, tutti nello stesso momento ... i genitori facevano ogni sforzo per mantenere puliti i bambini. I pannolini usati venivano fatti asciugare e scossi. Si strappavano lenzuola e camicie per farne pannolini e a volte gli uomini si avvolgevano i pannolini bagnati intorno alla vita nel tentativo di farli asciugare più in fretta.

I bambini piccoli non se la passavano meglio dei neonati:

Certe giornate erano molto calde, e l'odore greve dei vagoni diventava insopportabile; molta gente si ammalava. Nel nostro vagone, un bambino di due anni aveva la febbre alta e continuava a piangere per il dolore. L'unico aiuto che i suoi genitori ricevettero fu un po' di aspirina ... Continuava a peggiorare e alla fine morì. Alla fermata successiva in una foresta scono-

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sciuta i soldati scaricarono il suo corpo dal treno e probabilmente lo seppellirono. Il dolore e la rabbia impotente dei genitori spezzavano il cuore. In condizioni normali e con delle cure mediche forse il bambino non sarebbe morto. E a quel punto nessuno sapeva nemmeno con certezza dove fosse seppellito.31

Per i nemici in arresto, diversamente dai deportati, i trasferimenti venivano talvolta organizzati in modo particolare, ma non per questo in condizioni migliori. Marija Sandratskaja fu arrestata quando il suo bambino aveva due mesi, e quindi la caricarono su un treno pieno di madri che allattavano. Per diciotto giorni, sessantacinque donne e sessantacinque neonati viaggiarono in due carri bestiame non riscaldati, se non da due stufe minuscole e molto fumose. Non c'erano razioni speciali, e neanche acqua calda per fare il bagno ai bambini e per lavare i pannolini, che di conseguenza diventarono "verdi per la sporcizia". Due donne si uccisero, tagliandosi la gola con del vetro. Un'altra impazzì. I loro tre bambini vennero curati dalle altre madri. La stessa Sandratskaja ne "adottò" uno. Alla fine dei suoi giorni, era ancora convinta che solo l'allattamento avesse salvato il suo bambino, ammalato di polmonite. Naturalmente non le era stato possibile avere delle medicine.

All'arrivo nella prigione di transito di Tomsk, la situazione non migliorò. Quasi tutti i bambini si ammalarono. Due morirono. Due madri tentarono il suicidio, ma le fermarono. Altre cominciarono lo sciopero della fame. Al quinto giorno di sciopero, le donne ricevettero la visita di una commissione dell'NKVD: una gettò loro il suo bambino. Solo quando arrivarono al Temlag, il campo delle donne destinato soprattutto alle "mogli" arrestate, la Sandratskaja riuscì a organizzare un asilo per i piccoli e, alla fine, a convincere i familiari a venire a prendere suo figlio.32

Per quanto la sua storia possa apparire strana e inumana, la Sandratskaja non fu l'unica a vivere un'esperienza del genere. Anche un ex medico dei campi ha raccontato di aver viaggiato con "un convoglio di bambini" insieme a quindici madri che allattavano i figli, più venticinque altri piccoli e due "bambinaie". Li avevano condotti a piedi sotto scorta fino alla stazione, caricati non su un treno normale ma su un vagone Stolypin con le finestre sbarrate e senza cibo adeguato.33

Di tanto in tanto tutti i convogli ferroviari facevano delle soste, che non erano necessariamente momenti di tregua. I prigionieri venivano fatti scendere dai treni, caricati su camion e trasferiti nelle carceri di transito. In quei posti vigeva un regime simile a quello delle prigioni

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dove si svolgevano gli interrogatori, solo che i carcerieri erano ancor meno interessati al benessere delle persone affidate loro, perché probabilmente non le avrebbero riviste mai più. Di conseguenza, il regime delle prigioni di transito era del tutto imprevedibile.

Karol Harenczyk, un polacco deportato dall'Ucraina occidentale nella Kolyma all'inizio della Seconda guerra mondiale, descrive i relativi vantaggi delle molte prigioni di transito in cui aveva soggiornato. In un questionario compilato su richiesta dell'esercito polacco, annotò che la prigione di Leopoli era asciutta, con "buone docce" e "piuttosto pulita". Invece il carcere di Kiev era "affollato, indescrivibilmente sporco" e pieno di pidocchi. A Har'kov, nella sua cella di 96 metri quadrati si stipavano 387 detenuti e migliaia di pidocchi. Ad Aremovsk, la prigione era "quasi completamente buia" e non era prevista l'ora d'aria: "II pavimento di cemento non è pulito, a terra ci sono resti di pesce. Il sudiciume, il fetore e la mancanza di aria fanno venire il mal di testa e le vertigini", al punto che i detenuti andavano in giro a quattro zampe. A Vorosilovgrad, invece, la prigione era "abbastanza pulita", e i detenuti potevano evacuare due volte al giorno fuori dalle celle. Nel campo di transito di Starobel'sk, i prigionieri potevano uscire per sgranchirsi le membra soltanto una volta alla settimana per mezz'ora.34

Probabilmente le prigioni di transito più primitive erano quelle sulla costa del Pacifico, dove i prigionieri sostavano prima di essere imbarcati sulle navi dirette alla Kolyma. Negli anni Trenta ce n'era solo una: Vtoraja recka, vicino a Vladivostok. Ma era talmente sovraffollata che nel 1938 vennero costruiti altri due campi di transito: Buhta Nahodka e Vanino. E comunque le baracche non erano ancora sufficienti per le migliaia di reclusi che aspettavano le navi.35 Un prigioniero si ritrovò a Buhta Nahodka alla fine del luglio 1947: "Tenevano 20.000 persone all'addiaccio; di edifici neanche a parlarne; se ne stavano lì, si sdraiavano, vivevano per terra".36

La situazione dei rifornimenti idrici non era molto migliore che sui treni anche se, in piena estate, i detenuti venivano alimentati a base di pesce salato: "Nel campo erano esposti dappertutto cartelli con la scritta: "Non bevete acqua non bollita". Eravamo decimati da due epidemie, il tifo e la dissenteria. I prigionieri non badavano ai cartelli e bevevano l'acqua che stillava per terra in vari punti del campo ... è evidente per chiunque con quanta disperazione cercassimo un sorso d'acqua per placare la sete".37

Per i detenuti reduci da viaggi di molte settimane - e i memorialisti raccontano di aver viaggiato in treno oltre quarantasette giorni

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per raggiungere Buhta Nahodka38 - le condizioni dei campi di transito sulla costa del Pacifico erano quasi insopportabili. Uno riferisce che quando il suo convoglio raggiunse il campo, il 70 per cento dei suoi compagni soffriva di cecità notturna, un effetto collaterale dello scorbuto, e di diarrea.39 E non si poteva contare sulle cure mediche. Il poeta Osip Mandel'stam morì a Vtoraja recka nell'ottobre 1938 senza medicine né terapie adeguate o cure appropriate, in uno stato di paranoia e di delirio.40

Nei campi di transito sul Pacifico i detenuti non troppo debilitati riuscivano a procurarsi un po' di pane extra: potevano trasportare secchi di cemento, scaricare vagoni merci e scavare latrine.41 A dire il vero alcuni ricordano Buhta Nahodka come "l'unico campo in cui i prigionieri imploravano di lavorare". Una polacca racconta: "Nutro-no solo chi lavora, ma siccome ci sono più prigionieri che lavoro, alcuni muoiono di fame ... La prostituzione fiorisce come gli iris nei prati sibcriani".42

Altri ancora, ricorda Sgovio, sopravvivevano con il commercio:

C'era un grande spazio aperto che chiamavano mercato. I prigionieri vi si radunavano e barattavano... Il denaro non aveva alcun valore. Le cose più richieste erano il pane, il tabacco e pezzi di giornale che utilizzavamo per le sigarette. C'erano criminali comuni che scontavano la pena come addetti alla manutenzione e domestici. Scambiavano pane e tabacco con gli abiti dei nuovi arrivati, poi rivendevano i nostri indumenti ai cittadini esterni in cambio di rubli, accumulando così un gruzzolo per il giorno in cui sarebbero stati liberati nel mondo sovietico. Durante il giorno il mercato era il punto più affollato del campo. Lì, nello squallore comunista, vidi quella che in realtà era la forma più feroce di libera imprenditoria.43

Ma per i prigionieri gli orrori del viaggio non finivano con i treni e i campi di transito. L'ultima tratta del loro viaggio per la Kolyma avveniva per nave, proprio come per i detenuti che in precedenza risalivano il fiume Enisej da Krasnojarsk a Noril'sk, o ancora prima su chiatte, attraversando il mar Bianco da Arcangelo a Uhta. Soprattutto tra i detenuti imbarcati sulle navi per la Kolyma, erano in pochi a non avere la sensazione di compiere un viaggio verso l'abisso, di attraversare lo Stige allontanandosi dal mondo conosciuto. Molti non erano mai saliti su una nave.44

Quanto alle imbarcazioni, non avevano niente di straordinario. Sulla rotta per la Kolyma erano in servizio vecchie navi da carico a vapore olandesi, svedesi, inglesi e americane, imbarcazioni non progettate per il trasporto di passeggeri. Erano state riadattate per la loro nuova funzione, ma in genere le modifiche avevano carattere cosmeti-

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co. Portavano dipinte sulle ciminiere le lettere D.S. (per Dal'stroj), sui ponti c'erano postazioni per le mitragliatrici e nella stiva erano state allestite rudimentali cuccette di legno, in sezioni separate da griglie di ferro. La grande flotta del Dal'stroj, destinata in origine al trasporto di enormi quantità di cavi, venne battezzata Nikolaj Ezov. Quando Ezov cadde in disgrazia, fu ribattezzata Feliks Dzerzinskij, modifica che richiese una costosa registrazione ex novo sulle linee di navigazione internazionali.45

Poche altre concessioni venivano fatte al carico di esseri umani: durante la prima parte del viaggio, quando le imbarcazioni passavano vicino alle coste del Giappone, i detenuti erano costretti a restare sotto coperta. In quei primi giorni, il portello che metteva in comunicazione il ponte con la stiva rimaneva ermeticamente chiuso, per paura che comparisse all'orizzonte qualche rara nave da pesca giapponese.46 In realtà, questi trasferimenti erano considerati segreti al punto che, quando nel 1939 l'Indigirka, una nave del Dal'stroj su cui erano caricati 1500 passeggeri, per la maggior parte detenuti che tornavano sul continente, andò ad arenarsi su un banco di scogli nelle vicinanze dell'isola giapponese di Hokkaido, l'equipaggio preferì lasciarne morire la maggior parte pur di non chiedere aiuto. Naturalmente, a bordo mancavano le attrezzature per il salvataggio e l'equipaggio non voleva rivelare il reale contenuto della sua "nave da carico": anche se in zona c'erano molte imbarcazioni, non volle lanciare l'SOS. Alcuni pescherecci giapponesi prestarono spontaneamente aiuto alla nave, ma senza successo: nell'incidente perirono oltre mille persone.47

Anche quando non avvenivano catastrofi, i prigionieri soffrivano per la segretezza, che imponeva una reclusione forzata. Le sentinelle gettavano il cibo nella stiva e lasciavano che si azzuffassero. L'acqua veniva distribuita in secchi calati dall'alto. E comunque sia l'acqua sia il cibo scarseggiavano, come del resto l'aria. Secondo quanto riferisce la socialrivoluzionaria Ekaterina Olickaja, sulla sua nave l'aria era talmente viziata che la gente cominciò a vomitare subito dopo l'imbarco.48 Anche Evgenija Ginzburg, appena scese nella stiva, si sentì male: "Mi pare di tenermi in piedi soltanto perché manca lo spazio per cadere". Una volta sottocoperta racconta: "Un'afa intensa, viscida. Siamo in molte, moltissime. Ci sediamo, ci sdraiarne sul pavimento sporco l'una a ridosso dell'altra. Stiamo sedute a gambe divaricate, perché fra le gambe possa trovar posto un'altra compagna".49

Una volta doppiata la costa giapponese, talvolta ai prigionieri era consentito salire in coperta per poter usare i pochi gabinetti della na-

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ve, insufficienti per migliaia di persone. I memorialisti raccontano di quando aspettavano "due ore", "sette o otto ore", o addirittura "tutto il giorno" per entrare nei gabinetti.50 Thomas Sgovio li descrive:

Avevano allestito sulla fiancata della nave una specie di cabina improvvisata ... era piuttosto complicato arrampicarsi dal ponte oscillante sulla balaustra e dentro la cabina. I prigionieri più anziani e quelli che non erano mai stati in mare avevano paura a entrarvi. Alla fine vincevano la propria riluttanza per una sollecitazione della guardia e la necessità di liberarsi. Giorno e notte, per tutto il viaggio, c'era una lunga coda sulla scala. Potevano entrare nella cabina solo due uomini alla volta.51

I tormenti fisici della vita di bordo venivano addirittura eclissati dalle torture escogitate dagli stessi prigionieri, o meglio dai criminali comuni. Si trattava di un fenomeno diffuso soprattutto verso la fine degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta, quando i criminali comuni ebbero una profonda influenza sul sistema dei campi, essendo mescolati ai politici in modo indiscriminato. Alcuni politici avevano già incontrato dei criminali comuni sui treni. Aino Kuusinen ricorda: "L'aspetto peggiore del viaggio erano i giovani criminali ai quali venivano assegnate le cuccette superiori, che indulgevano in indecenze di ogni genere: sputavano, lanciavano insulti osceni e arrivavano al punto di urinare sui prigionieri adulti".52

Sulle navi la situazione era peggiore. Elinor Lipper, trasferita nella Kolyma alla fine degli anni Trenta, racconta che i politici "giacevano pigiati gli uni contro gli altri sul pavimento incatramato della stiva perché i criminali si erano impossessati del ponte. Se uno di noi si azzardava ad alzare il capo, veniva bombardato dall'alto con teste e in-teriora di pesce. Quando qualche criminale con il mal di mare rimetteva, il vomito ci arrivava direttamente addosso".53

Venivano bersagliati soprattutto i prigionieri polacchi e baltici, che avevano vestiti migliori e possedevano cose più costose dei sovietici. Una volta un gruppo di comuni spense le luci della nave e aggredì un gruppo di detenuti polacchi, uccidendone alcuni e derubando gli altri. "I polacchi che erano lì e che non morirono" scrive un sopravvissuto "per il resto della loro vita avrebbero saputo di essere stati all'inferno".54

La promiscuità di maschi e femmine aveva conseguenze assai Peggiori di quella tra comuni e politici. Dal punto di vista tecnico, era proibita: sulle navi, uomini e donne andavano tenuti separati. In Pratica, si potevano corrompere le sentinelle in modo che lasciassero entrare gli uomini nella stiva delle donne, con gravi conseguenze. Del "tram della Kolyma", la banda degli stupratori di bordo, si par-

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lava in tutto il sistema dei campi. Elena Glink, una sopravvissuta, racconta:

Cominciavano gli stupri su ordine dell'"autista" del tram ... poi, al grido Koncaj bazar! (Basta casino.'), si ritiravano con riluttanza, lasciando il posto all'uomo successivo, pronto in attesa ... le donne morte venivano trascinate per i piedi alla porta e ammonticchiate oltre la soglia. A quelle rimaste veniva fatta riprendere coscienza, buttando loro acqua addosso, e ricominciavano i turni. Nel maggio 1951, a bordo del Minsk [famoso in tutta la Kolyma per il suo "grande tram"] i cadaveri delle donne venivano gettati a mare. I sorveglianti non annotavano nemmeno i nomi delle decedute.. ,55

Secondo la Glink, a bordo di tali navi nessuno fu mai punito per gli stupri. Su questo punto concorda anche Janusz Bardach, il polacco che nel 1942, adolescente, viaggiò su una nave diretta nella Kolyma. Era presente quando un gruppo di criminali decise di fare un'incursione nella stiva delle donne. Li vide praticare un foro nella griglia di ferro che separava i membri dei due sessi:

Appena una donna veniva tirata fuori dall'apertura, gli uomini le stracciavano le vesti di dosso e, anche in due o tre alla volta, la assalivano. Potevo vedere i bianchi corpi delle vittime dibattersi, le gambe scalciare con tutta la forza, le mani roteare nell'aria, come artigli, in disperata difesa. Le donne mordevano, graffiavano, piangevano, gemevano. Gli stupratori rispondevano a sberle ... Quando i violentatori rimasero a corto di donne, ci furono alcuni energumeni che, scorrazzando furiosi, andarono a caccia di uomini giovani. Alla carneficina furono aggiunti quindi questi ragazzi che, immobilizzati supini sul pavimento, piangevano e sanguinavano.

Nessuno degli altri prigionieri cercò di fermare gli stupratori: "Centinaia di uomini guardavano la scena sporgendosi dai loro posti, ma nessuno intervenne". Secondo Bardach, l'aggressione si concluse soltanto quando i sorveglianti in coperta bersagliarono d'acqua la stiva. In seguito vennero issate in superficie alcune donne morte e ferite. Nessuno venne punito.56

"Chiunque abbia visto l'inferno dantesco sosterrebbe che non è nulla in confronto a quanto accadeva su quella nave" afferma un altro sopravvissuto.57

Ci sono molte altre storie di trasferimenti, alcune tragiche al punto che i protagonisti non riescono a raccontarle. I viaggi erano talmente orrendi da diventare, nella memoria collettiva dei sopravvissuti, un enigma altrettanto difficile da decifrare quanto quello del Gulag. Nell'ottica di una psicologia più o meno umana si riesce a spiegare la crudeltà dei comandanti dei campi, i quali subivano forti pressioni e, come vedremo, dovevano applicare delle regole e realizzare dei piani-

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Persine le azioni degli inquirenti possono essere spiegate, perché la loro sopravvivenza dipendeva dalla capacità di estorcere confessioni ed erano stati scelti proprio per il loro sadismo. Invece risulta assai più difficile comprendere perché un normale agente di scorta di un convoglio rifiutasse di far bere i prigionieri che morivano di sete, di somministrare un'aspirina a un bambino con la febbre, o di proteggere donne stuprate a morte da una banda di delinquenti.

Ovviamente, non esistono prove che gli agenti di scorta dei convogli avessero l'ordine esplicito di torturare i prigionieri in trasferimento. Anzi, esistevano norme complesse riguardo a come proteggere i deportati, e le autorità reagivano male quando venivano infrante, come accadeva abbastanza spesso. Un decreto del dicembre 1941, intitolato "Sul miglioramento dell'organizzazione del trasferimento di detenuti", descriveva con calore l'"irresponsabilità" e talvolta il comportamento "criminale" di alcuni agenti di scorta dei convogli e dei dipendenti del Gulag: "Di conseguenza alcuni detenuti sono arrivati al luogo di destinazione in uno stato di denutrizione, e quindi per un certo periodo non potranno lavorare".58

In un decreto ufficiale del 25 febbraio 1940 si denunciava con indignazione il fatto che non soltanto erano stati caricati sui treni diretti ai campi settentrionali prigionieri malati e inabili, ma anche che molti altri non avevano ricevuto cibo e acqua a sufficienza, abiti adatti alla stagione e che non erano seguiti dai loro fascicoli personali, andati dispersi. Insomma, i prigionieri arrivavano in campi dove nessuno sapeva per quale motivo fossero stati condannati e a quanti anni. Dei 1900 prigionieri inviati nell'estremo nord su un convoglio nel 1939, all'arrivo soltanto 590 avevano "una limitata abilità al lavoro", perché erano troppo deboli o troppo malati. Ad alcuni restavano soltanto pochi mesi da scontare, e altri avevano già finito. Per la maggior parte non disponevano di abiti caldi e avevano "calzature inadeguate". Nel novembre 1939 vennero trasferiti per 500 chilometri su camion scoperti altri 272 prigionieri, nessuno dei quali aveva cappotti invernali, quindi molti si ammalarono e alcuni in seguito morirono. Tutti questi fatti venivano riferiti con l'indignazione e la rabbia dovute, e gli agenti di scorta negligenti venivano puniti.59

Le questioni relative alle prigioni di transito erano regolate da svariate disposizioni. Il 26 luglio 1940, per esempio, un'ordinanza descriveva l'organizzazione delle prigioni di transito, chiedendo esplicitamente ai loro comandanti di allestire bagni, sistemi di disinfestazione dai parassiti e cucine efficienti.60 La sicurezza e l'incolumità della flotta carceraria del Dal'stroj erano considerate altrettanto

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importanti. Nel dicembre 1947, a seguito di un'esplosione di dinamite su due navi ancorate nel porto di Magadan, che provocò 97 morti e 224 feriti, da Mosca accusarono le autorità portuali di "comportamento negligente e criminale". I presunti responsabili furono processati e subirono condanne penali.61

I dirigenti moscoviti del Gulag erano al corrente degli orrori subiti dai detenuti durante il trasferimento per mare. In un rapporto del 1943 l'ispettorato dell'ufficio dei procuratori di Noril'sk denunciava il fatto che i prigionieri giunti via nave, risalendo su chiatte l'Enisej, "spesso si trovavano in condizioni fisiche deplorevoli": "Circa 500 detenuti, dei 14.125 arrivati a Noril'sk nel 1943, sono stati ricoverati in ospedale a Dudinka [il porto di Noril'sk] il giorno del loro arrivo o l'indomani; oltre 1000 sono stati dichiarati temporaneamente inabili al lavoro, perché non avevano ricevuto cibo".62

Nonostante lo scalpore suscitato, con il tempo il sistema dei trasferimenti non cambiò in modo significativo. Vennero diffuse ordinanze, proteste. Ancora il 24 dicembre 1944, arrivò alla stazione di Komsomol'sk, in estremo oriente, un convoglio che persino secondo il sostituto procuratore del sistema del Gulag presentava condizioni esecrabili. Il suo rapporto ufficiale sullo stato del "convoglio SK 950", un treno costituito di cinquantuno vagoni, rimane una sorta di punto più basso, persino nella storia da incubo delle deportazioni del Gulag:

I prigionieri sono arrivati su vagoni non riscaldati che non erano stati riadattati per un trasferimento di detenuti. In ogni vagone, c'erano diecidodici cuccette, su cui non potevano stare più di diciotto persone, mentre ce ne erano stipate fino a quarantotto. I vagoni non erano dotati di serbatoi d'acqua a sufficienza, quindi il rifornimento era discontinuo, talvolta per molti giorni e notti. Ai prigionieri veniva distribuito pane congelato, e per dieci giorni non hanno ricevuto nulla. Sono arrivati vestiti con uniformi estive, sporchi, coperti di pidocchi, con chiari segni di congelamento ... i prigionieri ammalati erano stati adagiati sui pavimenti dei vagoni senza cure mediche, e molti erano morti. I cadaveri venivano tenuti nei vagoni per lunghi periodi.

Delle 1402 persone trasferite con il convoglio SK 950, arrivarono in 1291: 53 erano morti durante il viaggio, 66 erano stati lasciati in ospedali lungo il percorso. All'arrivo, altri 335 furono ricoverati in ospedale per congelamenti di terzo o quarto grado, polmonite e altre malattie. A quanto pare il convoglio aveva viaggiato per sessanta giorni, restando fermo per ventiquattro su linee secondarie "a causa della cattiva organizzazione". Persino in questo caso estremo, il ca-

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pò del convoglio, un certo compagno Habarov, ricevette soltanto "censura con ammonimento".63

Molti sopravvissuti di trasferimenti analoghi hanno cercato di spiegare i grotteschi maltrattamenti dei prigionieri affidati ad agenti di scorta giovani, inesperti, non agli assassini consumati impiegati nel sistema carcerario. Nina Gagen-Torn sostiene: "Non esistevano prove di malvagità, solo la completa indifferenza delle sentinelle. Non ci consideravano persone. Eravamo un carico di esseri viventi".64 Anche Antoni Ekart, un polacco arrestato dopo l'invasione sovietica del 1939, era convinto della stessa cosa:

La mancanza d'acqua non era prevista apposta per torturarci, ma dipendeva dal fatto che gli agenti di scorta avrebbero dovuto sobbarcarsi un lavoro in più, e senza un ordine preciso. Al comandante della scorta questo problema non interessava affatto e gli agenti non avevano voglia di accompagnare diverse volte al giorno i detenuti ai pozzi o ai rubinetti delle stazioni, con il rischio di evasioni.65

Ma secondo alcuni prigionieri non si trattava soltanto di indifferenza: "La mattina, il capo del convoglio venne nel corridoio ... rimase fermo con il volto rivolto al finestrino, volgendoci le spalle, e ci coprì di insulti, gridando: "Ne ho abbastanza di voi!"".66

Anche Solzenicyn fa riferimento alla noia, o meglio alla noia mista a rabbia per l'obbligo di svolgere un lavoro così degradante, per giustificare questo fenomeno altrimenti inspiegabile. Cercò persino di identificarsi psicologicamente con le guardie di scorta. Eccoli lì, pieni di cose da fare e sotto organico e per di più "dovevano andare a prendere l'acqua con i secchi, e per giunta trasportarla per un lungo tratto, una cosa insultante: perché un soldato sovietico deve trasportare acqua come un asino per dei nemici del popolo?". Ma secondo lui c'era di peggio:

E poi ci vuole troppo tempo per distribuire l'acqua, i detenuti non hanno tazze loro, a quelli che le avevano le hanno confiscate, dunque bisognerebbe farli bere con le due tazze della scorta e prima che abbiano bevuto tutti bisogna stare lì a versare e porgere, versare e porgere. . . . Ma i soldati di scorta sopporterebbero tutto questo, porterebbero anche l'acqua e farebbero bere quei maiali se, dopo aver bevuto a sazietà, non chiedessero di essere portati al gabinetto. Funziona così: se non li si fa bere per ventiquattro ore, non chiedono di andare al gabinetto; se li fai bere una volta, lo chiedono una volta sola; ti lasci impietosire e li fai bere due volte, due volte li dovrai scortare al gabinetto. Tutto sommato conviene non farli bere.67

Qualunque fosse la motivazione all'origine di questo comportamento, indifferenza, noia, rabbia, orgoglio ferito, l'effetto sui dete-

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nuti era devastante. Di solito, quando arrivavano ai campi non erano solo disorientati e umiliati per le esperienze vissute in prigione e durante gli interrogatori, ma anche esausti sul piano fisico, e maturi per la fase successiva del loro viaggio nel sistema del Gulag: l'ingresso nel campo.

Se non era buio, se non erano ammalati, e se provavano abbastanza curiosità da alzare gli occhi, la prima cosa che vedevano arrivando era il cancello del campo. Il più delle volte sopra c'era un cartello. All'ingresso di un lagpunkt della Kolyma "era appeso un arcobaleno di compensato coperto da uno striscione che diceva: IN URSS IL LAVORO È UNA QUESTIONE DI ONORE E DI GLORIA, DI VALORE ED EROISMO!".68 Barbara Armonas fu accolta in una colonia di lavoro alla periferia di Irkutsk dallo striscione: È CON IL LAVORO CHE PAGHERÒ IL MIO DEBITO ALLA PATRIA.69 Arrivando alle Soloveckie nel 1933, quando ormai erano diventate una prigione di massima sicurezza, un altro prigioniero vide un cartello che diceva: CON IL PUGNO DI FERRO PORTEREMO L'UMANITÀ ALLA FELICITÀ!70 Anche Jurij Cirkov, arrestato all'età di quattordici anni, alle Soloveckie si trovò di fronte un cartello che diceva: TRAMITE IL LAVORO, LIBERTÀ!, uno slogan oltremodo imbarazzante, perché molto simile a quello esposto sui cancelli di Auschwitz: ARBEIT MACHT FREI (II lavoro rende liberi).71

Come l'arrivo in prigione, anche l'arrivo di un nuovo etap in un campo presentava dei rituali: i detenuti della prigione, esausti dopo il trasferimento, dovevano essere trasformati in zek produttivi. Karol Colonna-Czosnowski, un prigioniero polacco, ricorda:

Dopo l'arrivo al campo impiegarono molto tempo a contarci ... Quella sera l'operazione sembrava interminabile. Dovemmo disporci innumerevoli volte in scaglioni di cinque, e a ogni fila veniva ordinato di avanzare di tre passi, mentre molti ufficiali dell'NKVD dall'aria preoccupata scandivano a voce alta: "Oditi, ava, tri..." e scrivevano indaffarati ogni cifra sui loro grandi blocchi. A quanto pare, la cifra dei detenuti vivi, sommata a quella dei detenuti fucilati per strada, non produceva il totale previsto.72

Dopo la conta, uomini e donne vennero portati ai bagni e rasati completamente. Questa procedura, praticata in base a ordini ufficiali per motivi igienici73 - si presumeva, in genere a ragione, che i prigionieri in arrivo dalle carceri sovietiche fossero infestati di pidocchi -, aveva anche indubbiamente un importante significato rituale. Soprattutto le donne ne parlano con orrore e ripugnanza, e non stupisce. Spesso dovevano spogliarsi e aspettare nude il proprio turno, esposte allo sguardo dei soldati. Ekaterina Olickaja, sottoposta al rituale quan-

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do arrivò nella Kolyma, racconta: "Per la prima volta, si fecero udire grida di protesta. Le donne restano sempre donne".74 Ol'ga Adamova-Sliozberg visse la stessa esperienza in una prigione di transito:

Non ricordo se a Sverdlovsk o a Irkutsk ci fermammo per un giorno; qui ci consegnarono il libretto sanitario. Al piano terra ci spogliammo e stavamo già per salire di sopra, quando vedemmo i soldati della scorta allineati lungo la ringhiera delle scale. Ci sentimmo imbarazzate.

Eravamo quasi tutte in piedi, a occhi bassi, con delle chiazze rosse sul viso. Alzai gli occhi e incontrai lo sguardo di un ufficiale, il comandante della scorta. Questi mi guardò di sottecchi e disse: "Su, su, alla svelta".

A un tratto mi sentii più leggera. Mi venne quasi da ridere.

"Che mi frega di loro, non sono mica uomini, non sono niente di più del toro Vas'ka che mi faceva paura quando ero piccola" pensai...75

Una volta lavati e rasati, uomini e donne subivano la seconda fase del processo destinato a trasformarli in anonimi zek, la distribuzione degli indumenti. Sull'autorizzazione ai detenuti di indossare i loro indumenti personali le regole variavano a seconda dell'epoca e del campo. A quanto pare, in realtà la decisione dipendeva dal capriccio dei funzionar! locali dei campi. "In un lagpunkt potevi indossare i tuoi indumenti, in un altro no" ricorda Galina Smirnova, che all'inizio degli anni Cinquanta era detenuta nell'Ozerlag.76 Non sempre era importante: quando raggiungevano il campo, molti prigionieri avevano gli indumenti ridotti a brandelli, quando non erano già stati loro rubati.

Chi non aveva vestiti doveva indossare le uniformi distribuite dal campo, sempre vecchie, lacere, confezionate male e scomode. Alcuni, soprattutto le donne, avevano l'impressione che gli abiti consegnati loro rientrassero in un piano complessivo con lo scopo deliberato di umiliarli. Anna Andreevna, moglie dello scrittore e spiritualista Da-niil Andreev, in un primo momento fu inviata in un campo dove i prigionieri potevano indossare i propri abiti. In seguito, nel 1948, la trasferirono in un altro dove non era consentito. Trovò questa regola davvero offensiva: "Ci avevano portato via tutto, ci avevano portato via il nostro nome, qualsiasi cosa dì cui è costituita la personalità di un individuo, e ci rivestivano con un abito informe, che non riesco nemmeno a descrivere".77

Non si faceva alcuno sforzo per cercare le taglie adatte ai prigionieri. "Ciascuno riceveva una maglia intima lunga con mutande" racconta Janusz Bardach "una casacca nera, pantaloni imbottiti, un giaccone lungo pure imbottito, un berretto di feltro con il paraorec-cnie, stivali con la suola di gomma e guanti foderati di pelo di lana. Questi capi venivano distribuiti senza badare alle caratteristiche in-

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dividuali, e stava poi ai singoli trovare le misure più adatte. Tutto quello che mi venne dato era troppo grande e passai delle ore a fare scambi."78

Un'altra detenuta, altrettanto critica riguardo alla moda in auge nei campi, scrive che furono distribuiti loro "corti cappotti imbottiti, calze imbottite fino alle ginocchia e calzature di corteccia di betulla. ... Sembravamo bizzarri mostri. Ci restava poco di nostro. Avevamo venduto tutto alle carcerate, o meglio barattato in cambio di pane. Calze e sciarpe di seta suscitavano una tale ammirazione che eravamo obbligate a venderle. Sarebbe stato troppo pericoloso rifiutare".79

Dato che gli abiti stracciati sembravano fatti apposta per privarli della dignità, in seguito molti prigionieri facevano di tutto per migliorarli. Una donna racconta che all'inizio non le importava degli abiti "vecchissimi e sciupati". In seguito, però, cominciò a rammendare i buchi, a fare tasche e a migliorare i vestiti, "come altre donne", perché in questo modo si sentiva meno degradata.80 In generale, le donne capaci di cucire o di trapuntare i tessuti riuscivano a guadagnare razioni supplementari di pane, perché qualsiasi miglioramento anche minimo all'uniforme comune era molto apprezzato: come vedremo, la capacità di distinguersi, di sembrare un po' meglio degli altri veniva messa in rapporto con una posizione sociale più elevata, una salute migliore, maggiori privilegi. Varlam Salamov capì bene il significato di questi piccoli cambiamenti:

Al lager la biancheria per uso personale può essere sia "individuale" sia "comune". Sono espressioni burocratiche, ufficiali, al pari di altre perle linguistiche. ... La biancheria "individuale" è quella un po' più nuova e di qualità un po' migliore, tenuta da parte per il personale di servizio del lager, "caporali" presi tra i detenuti e altri consimili privilegiati. ... La biancheria "comune" invece è proprio in comune. La distribuiscono direttamente ai bagni, dopo che ci si è lavati, in cambio di quella sporca che è stata nel contempo raccolta e contata. Neanche a parlarne, naturalmente, di scegliere la propria misura. La biancheria pulita è una pura lotteria, e lo spettacolo di persone adulte, in lacrime per aver ricevuto degli indumenti puliti tutti bucati in cambio di quelli sporchi ma in buono stato, mi è sempre parso strano, e tanto doloroso da piangerne anch'io. Niente riesce a distogliere l'uomo dalle proprie disgrazie, che del resto costituiscono la trama stessa della vita.81

Eppure, il trauma di essere lavati, rasati e vestiti come degli zek era solo la prima fase di una lunga iniziazione. Subito dopo, i prigionieri subivano una delle procedure più delicate della loro vita da reclusi: la scelta e l'inclusione in categorie di lavoratori. La selezione influenzava ogni aspetto della vita di un detenuto, dalla sua posizione sociale nel campo al tipo di baracca in cui sarebbe vissuto, al la"

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voro che gli sarebbe stato assegnato. E, prese nel complesso, queste cose erano a loro volta determinanti per la sua sopravvivenza.

Devo ammettere di non aver trovato in nessun memoriale racconti riguardo a "selezioni" del genere praticato nei campi di sterminio tedeschi. Non ho trovato cioè descrizioni di selezioni regolari destinate a separare i prigionieri deboli e a fucilarli. Di certo tali atrocità avvenivano - un memorialista delle Soloveckie afferma di averne subito una82 - ma di consueto, almeno verso la fine degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta, le cose andavano diversamente. I prigionieri deboli non venivano eliminati quando arrivavano nei campi più isolati, anzi per un periodo li mettevano in "quarantena", per evitare che diffondessero le loro malattie e per farli "ingrassare", perché si rimettessero in salute dopo i lunghi mesi trascorsi in prigione e il viaggio spaventoso. A quanto pare, lo affermano i detenuti, i dirigenti dei campi prendevano sul serio questa procedura.83

Alexander Weissberg, per esempio, ricevette cibo buono e gli consentirono di riposare prima di mandarlo in miniera.84 Dopo un lungo viaggio di trasferimento neU'Uhtizemlag, Jerzy Gliksman - il socialista polacco che un tempo a Mosca aveva tanto apprezzato la rappresentazione di Aristokraty di Pogodin - ricevette tre giorni di riposo, durante i quali lui e i suoi compagni appena arrivati furono trattati come "ospiti".85 Petr Jakir, figlio di un generale sovietico, al Sevurallag venne messo in quarantena per quattordici giorni.86 Evgenija Ginz-burg ricorda i primi giorni trascorsi a Magadan, la città più importante della Kolyma, come "un vortice di dolore, di vuoti di memoria e un oscuro abisso di incoscienza". Insieme ad altri era stata trasferita dalla nave Curma in un ospedale, dove in due mesi recuperò del tutto la salute. Alcuni erano scettici. "Un agnellino da macellare" le diceva Liza Seveleva, un'altra prigioniera. "A che serve questa convalescenza? Quando uscirete di qui vi sbatteranno subito nel campo comune e in una settimana tornerete a essere un cadavere come sul £urma..."87

Una volta di nuovo in forma, se gli era stato concesso di rimettersi, e una volta vestito, se gli erano stati dati nuovi vestiti, per il detenuto cominciavano davvero la selezione e la segregazione. Dal 1930, il Gu-lag emanava ordini molto perentori e complicati riguardo alla classificazione dei prigionieri. In teoria, l'assegnazione del lavoro si basava su due tipi di criteri: da un lato l'"origine sociale" e la condanna, dall'altro lo stato di salute. Nei primi tempi, i detenuti venivano ripartiti in tre categorie: quelli della "classe operaia", non colpevoli di reati controrivoluzionari, con condanne non superiori ai cinque anni; li della "classe operaia", non condannati per reati controrivolu-

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zionari, con condanne superiori ai cinque anni; e i condannati per crimini controrivoluzionari.

A ciascuna di queste tre categorie di lavoratori veniva poi assegnato uno dei tre regimi di detenzione: privilegiato, leggero e di "prima categoria" o duro. Venivano poi esaminati da una commissione medica, che stabiliva se erano in condizione di svolgere un lavoro pesante o un lavoro leggero. Tenendo conto di tali criteri, l'amministrazione del campo assegnava quindi le mansioni a ogni prigioniero. Poi, per ciascuno veniva stabilita una razione alimentare, a seconda della percentuale della norma che riusciva a realizzare nel suo lavoro: razione di base, di lavoro, "rinforzata" o "punitiva".88 Le categorie cambiarono più volte. Per esempio, nel 1939 le disposizioni di Berija dividevano i prigionieri in "abili a lavori pesanti", "abili a lavori leggeri" e "invalidi" (chiamate talvolta gruppi A, B e C), il cui numero veniva controllato con regolarità dall'amministrazione centrale di Mosca, che disapprovava molto i campi con troppi "invalidi".89

Questa procedura era tutt'altro che sistematica. Aveva aspetti formali, imposti dai comandanti dei campi, e aspetti informali, perché i prigionieri praticavano degli adeguamenti e contrattavano tra loro. Nella maggior parte dei casi, la prima esperienza di classificazione nei campi risultava piuttosto brutale. George Bien, un giovane ungherese catturato a Budapest alla fine della Seconda guerra mondiale, paragonò il procedimento di selezione subito nel 1946 alla tratta degli schiavi:

Veniva ordinato a tutti di uscire in cortile e di spogliarsi. Quando chiamavano il tuo nome dovevi presentarti a una commissione medica per farti visitare. La visita consisteva nel pizzicarti la pelle delle natiche per stabilire la massa muscolare. Determinavano la tua forza fisica dalla consistenza muscolare, e se passavi l'esame venivi ammesso e i tuoi documenti finivano in una pila a parte. Lo facevano donne in camice bianco, e avevano poco da scegliere in quella massa di morti viventi. Selezionavano i prigionieri più giovani, indipendentemente dai muscoli.90

Anche Jerzy Gliksman usò l'espressione "tratta degli schiavi" per descrivere il processo di selezione subito a Kotlas, il campo di transito che forniva detenuti ai campi a nord di Arcangelo. I secondini svegliarono i prigionieri nel cuore della notte e ordinarono loro di radunarsi, la mattina dopo, con tutti i loro oggetti personali. Dovettero presenziare tutti, anche quelli gravemente ammalati. Poi furono condotti fuori dal campo, nella foresta. Un'ora più tardi arrivarono in una vasta radura, dove furono fatti schierare in colonna, in file di 16 uomini:

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Avevo notato per tutto il giorno funzionar! sconosciuti, in uniforme e in abiti civili, che giravano tra i prigionieri, ordinando ad alcuni di togliersi la fufajka [giacca], tastando loro le braccia, le gambe, esaminando i palmi delle mani, ordinando ad altri di curvarsi. A volte intimavano a un detenuto di aprire la bocca e gli esaminavano i denti, come mercanti di cavalli a una fiera di paese ... alcuni cercavano tecnici e fabbri o tornitori esperti; altri magari avevano bisogno di carpentieri edili; a tutti mancavano sempre uomini con un fisico forte per farli lavorare come taglialegna, agricoltori, mandarli nelle miniere di carbone e ai pozzi di petrolio.

Gliksman si rese conto che agli esaminatori premeva soprattutto di non "farsi fregare prendendo senza volere zoppi, invalidi, o ammalati, insomma gente buona solo a mangiar pane a tradimento. ... Era per questo motivo che di tanto in tanto venivano inviati degli agenti speciali a scegliere fra i detenuti il materiale umano adeguato".91

Sin dall'inizio apparve anche evidente che le regole esistevano per essere infrante. Nel 1947, al campo Temnikovskij, Nina Gagen-Torn venne sottoposta a una selezione particolarmente umiliante, ma che si concluse in modo positivo. All'arrivo nel campo, il suo convoglio venne mandato subito alle docce, gli abiti furono inviati alla stanza di disinfezione. Poi li condussero in un locale, ancora bagnati fradici e nudi: dissero loro che ci sarebbe stata una "visita sanitaria". Dei "medici" li avrebbero esaminati, e lo fecero insieme al responsabile della produzione del campo e ai secondini:

II maggiore avanzò lungo la fila, esaminando in modo sommario i corpi. Stava scegliendo della mercé per la produzione, per la fabbrica di confezioni tessili! Per l'azienda agricola collettiva! Per la zona! Per l'ospedale! Il responsabile della produzione si appuntò i cognomi.

Ma quando udì il suo, la guardò e chiese:

"Che rapporto esiste tra te e il professor Gagen-Torn?"

"Figlia."

"Mandala in ospedale, ha la scabbia, ha delle macchie rosse sul ventre."

Poiché non aveva macchie sul ventre, la Gagen-Torn suppose a ragione, come scoprì poi, che l'uomo un tempo avesse conosciuto e ammirato suo padre e volesse evitarle, almeno per il momento, i lavori duri.92

II comportamento dei prigionieri nei primi giorni di vita nei campi, durante e dopo il processo di selezione, influenzava molto il loro destino. Nei tre giorni di riposo concessigli all'arrivo al Kargopol'lag, Per esempio, il romanziere polacco Gustaw Herling valutò la sua situazione: "vendetti i miei stivali alti da ufficiale per novecento grammi di pane a un urka [un criminale comune] della brigata di scaricatori ferroviari". In cambio, il criminale attivò i suoi conoscenti nell'ammi-

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lustrazione del campo per aiutare Herling a ottenere un lavoro da facchino nel centro di approvvigionamento alimentare. Gli spiegò che si trattava di un lavoro duro, ma che almeno avrebbe potuto rubare razioni supplementari di cibo, ed effettivamente era così. Inoltre gli venne subito concesso un "privilegio". Il comandante del campo gli raccomandò

di rifornirmi al magazzino del campo di un buslat [una giacca imbottita con le maniche lunghe], un berretto coi paraorecchi, pantaloni imbottiti, guanti impermeabili, e valenki [scarpe di pelle di pecora, vacchetta o cavallo] della miglior qualità, cioè nuove o appena un po' usate: un equipaggiamento completo quale normalmente è dato solo alle migliori brigate "stacanoviste" di prigionieri.93

Esistevano anche altri modi per curare i propri interessi. All'arrivo all'Uhtizemlag, Gliksman si rese subito conto che la qualifica di "specialista", risultata per lui vantaggiosa nel campo di transito di Kotlas (era stato classificato economista esperto), non aveva valore in quello di lavoro. Ma intanto si accorse che, nei primi giorni trascorsi al campo, i suoi conoscenti russi più scaltri non si preoccupavano delle formalità ufficiali:

La maggior parte degli "specialisti" utilizzava i tre giorni liberi per visitare uffici e dipartimenti del campo alla ricerca di vecchie conoscenze, e conduceva losche trattative con alcuni funzionari. Erano tutti eccitati e preoccupati. Ciascuno aveva i suoi segreti e temeva che qualcun altro gli guastasse le possibilità aggiudicandosi il lavoro più comodo ambito da tutti. Nel giro di pochissimo tempo, la maggioranza di queste persone sapeva dove andare, a che porta bussare e che cosa dire.

Di conseguenza, un medico polacco con tutte le carte in regola venne mandato a tagliare alberi nella foresta, mentre un ex magnaccia ricevette un lavoro d'ufficio come contabile, "pur non avendo la minima nozione di contabilità ed essendo inoltre semianalfabeta".94

I prigionieri che riuscivano a scansare i lavori manuali in realtà avevano elaborato le basi di sopravvivenza, ma soltanto le basi. Ora, dovevano imparare le strane regole che governavano la vita quotidiana dei campi di lavoro forzato.

X LA VITA QUOTIDIANA

II rintocco di una campana lontana

penetra in cella con l'aurora.

Sento la campana che mi chiama:

"Dove sei? Dove sei?"

"Eccomi!" ... E poi l'incontro tra le lacrime,

che sono lacrime di prigionia ...

Non per amore di Dio,

ma per te, Russia.

SEMEN VILENSKIJ1

Secondo le valutazioni sino a oggi più precise, tra il 1929 e il 1953 nel dominio del Gulag esistevano 476 complessi di campi.2 Ma questa cifra è fuorviante. In realtà, ciascun complesso comprendeva decine, o addirittura centinaia, di unità più piccole. Tali unità, i lagpunkt, non sono ancora state contate, e probabilmente non sarà mai possibile farlo, perché alcune erano temporanee, altre permanenti, e altre ancora dal punto di vista tecnico nei diversi periodi dipendevano da complessi diversi. E nemmeno si possono stabilire con certezza usi e consuetudini di ciascun lagpunkt. Persine quando era Berija a dirigere il sistema, cioè in pratica dal 1939 fino al 1953, anno della morte di Stalin, nel Gulag le condizioni di vita e di lavoro continuarono a presentare differenze enormi, da un anno all'altro e da un luogo all'altro, ma persino all'interno dello stesso complesso di campi.

"Ogni campo è un mondo a sé, una città distinta, un paese diverso" ha affermato l'attrice sovietica Tat'jana Okunevskaja, e ogni campo aveva le sue peculiarità.3 Nei grandi campi industriali dell'estremo nord la vita era molto diversa da quella di un complesso dedito ad attività agricole nel sud della Russia. Durante il periodo più difficile della Seconda guerra mondiale, quando ogni anno su quat-

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irò zek ne moriva uno, era molto diversa che all'inizio degli anni Cinquanta, quando i tassi di mortalità equivalevano quasi a quelli registrati nel resto del paese. Vivere in un campo diretto da un comandante abbastanza tollerante non era lo stesso che stare in uno comandato da un sadico. Inoltre i lagpunkt erano molto diversi tra loro in termini di capienza, da alcune migliaia a poche decine di prigionieri, e di durata. Alcuni si sono conservati dagli anni Venti fino agli anni Ottanta, quando avevano ormai assunto la funzione di carceri per criminali comuni. Altri, come quelli allestiti per costruire strade e ferrovie in Siberia, duravano appena un'estate.

Comunque, prima della guerra, nella maggioranza dei campi la vita e il lavoro avevano caratteristiche comuni. L'atmosfera variava ancora da un lagpunkt all'altro, ma le enormi fluttuazioni nella politica nazionale che avevano caratterizzato gli anni Trenta ormai erano finite. Invece, la burocrazia inerte che in Unione Sovietica finì per controllare in pratica qualsiasi aspetto della vita, a poco a poco assunse anche il controllo del Gulag.

In questo senso esistono differenze significative tra i regolamenti e gli ordini sommari e un po' vaghi sui campi emanati nel 1930 e le regole più minuziose stabilite nel 1939, quando Berija assunse il controllo del sistema. Si direbbe che tali differenze riflettano un mutamento nel rapporto tra gli organi centrali di controllo, l'amministrazione del Gulag a Mosca, e i comandanti locali dei campi. Durante i primi dieci anni di esistenza del Gulag, ancora in fase sperimentale, le disposizioni scritte non intendevano imporre un'immagine ai campi, e quasi non parlavano del comportamento dei detenuti. Tracciavano uno schema generale, e lasciavano ai comandanti in loco il compito di riempire i vuoti.

Invece le disposizioni successive erano molto specifiche ed entravano davvero nei dettagli: in pratica stabilivano regole per qualsiasi aspetto della vita, dal metodo di costruzione delle baracche alla dieta quotidiana dei detenuti, in linea con le nuove finalità del Gulag.4 A quanto pare, dopo il 1939 Berija, probabilmente con l'approvazione di Stalin, non volle più che i campi del Gulag fossero lager di sterminio, come davvero talvolta erano tra il 1937 e il 1938. Comunque, questo non vuoi dire che agli amministratori premesse più di prima salvare vite umane, per non parlare del rispetto della dignità dei detenuti. Dal 1939 in avanti, gli obiettivi prioritari di Mosca avevano carattere economico: i prigionieri dovevano essere inseriti nel piano di produzione del campo come ingranaggi di un motore.

Quindi le normative diramate da Mosca imponevano uno stretto

La vita quotidiana 211

controllo sui reclusi, che si poteva ottenere condizionandone la vita. In teoria, come abbiamo detto, nei campi gli zek venivano classificati in base alla condanna, alla professione e alla trudosposobnost ', la "capacità lavorativa" di ognuno. In linea di principio, ciascuno veniva destinato a un lavoro, e aveva una serie di norme da realizzare. Sempre teoricamente, si provvedeva alle necessità essenziali della vita di ogni zek - cibo, vestiario, alloggio, uno spazio per vivere - in base alla sua efficienza nel realizzare tali norme. In teoria, ogni aspetto della vita del campo era pianificato per aumentare la produttività: persino la Se-zione"educativo-culturale" esisteva soprattutto perché i dirigenti del Gulag ritenevano che avrebbe indotto i prigionieri a lavorare di più. In teoria, le squadre di ispezione esistevano per garantire che tutti questi aspetti della vita del campo funzionassero in armonia. In teoria, ogni zek aveva persino il diritto di lamentarsi, con il comandante, con Mosca, con Stalin, se il campo non funzionava secondo le normative.

In realtà, però, le cose andavano diversamente. Le persone non sono macchine, i campi non erano fabbriche pulite ed efficienti, e il sistema non funzionò mai come previsto. I secondini erano corrotti, gli amministratori rubavano e i detenuti elaborarono dei sistemi per contrastare o sovvertire le regole. All'interno dei campi, i prigionieri riuscirono addirittura a creare proprie gerarchie ufficiose, talvolta conformi e talvolta contrastanti con la gerarchla ufficiale prevista dall'amministrazione. Nonostante le visite regolari di ispettori provenienti da Mosca, spesso seguite da rilievi e lettere indignate del governo centrale, pochi campi corrispondevano al modello teorico. Nonostante l'apparente serietà con cui venivano accolte le proteste dei prigionieri - esistevano commissioni apposite per esaminarle -esse diedero luogo di rado a veri cambiamenti.5

Fu il divario tra la concezione dei campi dell'amministrazione moscovita e la loro realtà, tra le regole scritte e la prassi seguita, a conferire alla vita nel Gulag il suo carattere peculiare, surreale. In teoria, da Mosca l'amministrazione del Gulag regolava nei minimi dettagli l'esistenza dei prigionieri. In pratica, ogni aspetto della vita era condizionato anche dalle relazioni dei prigionieri con chi li comandava e dai loro rapporti interpersonali.

"Zona": dietro il filo spinato

Lo strumento fondamentale degli amministratori era, per definizione, il controllo sullo spazio in cui i prigionieri vivevano: era la w-w"/ o "zona carceraria". Per legge, una zona poteva essere quadrata o

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rettangolare. "Allo scopo di garantire una migliore sorveglianza", non erano consentite forme irregolari.6 All'interno di tale quadrato o rettangolo, non c'era molto di interessante. Gli edifici di un lagpunkt tipico per la maggior parte erano piuttosto simili. Le fotografie scattate dagli amministratori di Vorkuta e conservate negli ardirvi di Mosca mostrano una serie di rudimentali strutture di legno, distinguibili soltanto per le insegne, che denotano la "cella di punizione" o la "mensa".7 Di solito, al centro del campo c'era un grande spazio aperto vicino al cancello, dove due volte al giorno i detenuti dovevano mettersi sull'attenti per essere contati. In generale, le baracche dei secondini e le case degli amministratori, pure di legno, si trovavano subito fuori dal cancello principale.

A distinguere la zona dagli altri luoghi di lavoro era, ovviamente, il recinto che la circondava. Nel suo The Gulag Handbook Jacques Rossi descrive la recinzione:

Di solito è costituita da pali di legno conficcati nel terreno per un terzo dell'altezza. Vanno da due metri e mezzo a sei, a seconda delle condizioni locali. Tra i pali sono tesi in orizzontale da sette a quindici tratti di filo spinato, lunghi circa sei metri. Tra un palo e l'altro sono tesi due pezzi di filo in diagonale.8

Se il campo o la colonia si trovava nei pressi o all'interno di una città, di norma il recinto di filo spinato era sostituito da un muro, oppure da una recinzione di mattoni o di legno, in modo che nessuno, avvicinandosi, potesse vedere all'interno. Erano ben costruiti: per esempio un'alta palizzata di legno innalzata all'inizio degli anni Trenta a Medvezegorsk, il quartier generale del canale del mar Bianco, per delimitare la zona carceraria, era ancora in piedi nel 1998, quando ho visitato la città.

Per entrare nel recinto, prigionieri e secondini dovevano attraversare la vahta, o "posto di guardia". Durante il giorno, gli agenti in servizio alla vahta controllavano chiunque entrasse nel campo e ne uscisse, esaminavano i lasciapassare dei lavoratori liberi quando entravano, e degli agenti di scorta quando conducevano fuori i prigionieri. Nel campo Perm'-36, che è stato riportato alle condizioni originali, nella vahta c'è un passaggio bloccato da due cancelli. I detenuti, uno per uno, dovevano varcare il primo e poi fermarsi nell'angusto spazio intermedio per essere perquisiti o controllati. Solo a quel punto potevano attraversare il secondo cancello. Somigliava un po' al sistema utilizzato all'ingresso delle banche.

Tuttavia, non erano solo il filo spinato e i muri a delimitare i con-

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fini della zona. Nella maggioranza dei casi, alcuni agenti sorvegliavano i prigionieri da alte torrette di legno. Inoltre, talvolta intorno al campo c'erano dei cani, legati con catene a un filo metallico teso rutto intorno alla zona. I cani, guidati da agenti specializzati, erano addestrati ad abbaiare quando i prigionieri si avvicinavano, e a seguire la traccia di chiunque cercasse di fuggire. Insemina, a rinchiudere i prigionieri non c'erano soltanto i mattoni e il filo spinato, ma una barriera visiva, acustica e olfattiva.

Li tratteneva anche la paura, talvolta sufficiente a farli restare in campi senza alcuna recinzione. Margarete Buber-Neumann era detenuta in un campo a regime attenuato in cui "non c'erano mura ma si raccontava che le sentinelle sparassero senza preavviso su chiunque avesse osato allontanarsi di 500 metri dal campo".9 Era una situazione inconsueta: nella maggioranza dei campi, le sentinelle avrebbero sparato "senza preavviso" molto prima. Nei regolamenti emanati nel 1939, Berija intimava a tutti i comandanti di creare una terra di nessuno intorno ai recinti, una fascia larga almeno cinque metri.10 D'estate le sentinelle aprivano il fuoco sulla terra di nessuno a intervalli regolari, e d'inverno la lasciavano coperta di neve, in modo che le orme dei fuggitivi fossero sempre visibili. Il limite della terra di nessuno era segnalato a volte dal filo spinato, a volte da cartelli con la scritta ZAPRETNAJA ZONA (zona vietata). Talvolta questa fascia di terra era definita "zona della morte", perché le sentinelle erano autorizzate a sparare a chiunque vi entrasse.11

Tuttavia, le recinzioni - palizzate, muri, cani e barricate che circondavano i lagpunkt - non erano inespugnabili. Mentre i campi di concentramento tedeschi erano completamente impenetrabili, in isolamento ermetico, assoluto, come afferma un esperto,12 in questo senso il sistema sovietico era diverso.

Tanto per cominciare, divideva i prigionieri in due categorie, kon-vojnyj e bezkonvojnyj, "con sorveglianza" e "senza sorveglianza". Gli appartenenti all'esigua minoranza della seconda categoria potevano uscire dal recinto senza scorta, allo scopo di sbrigare commissioni per i secondini, recarsi a lavorare per la giornata in una tratta ferroviaria non sorvegliata, o addirittura perché vivevano in appartamenti privati fuori dalla zona. Quest'ultimo privilegio era stato introdotto nei primi anni di esistenza dei campi, nel periodo di caos successivo al 1930.13 In seguito fu revocato in modo esplicito diverse volte, ma continuava a esistere. Una serie di disposizioni diramate nel 1939 ricordava ai comandanti dei campi: "È fatto divieto a tutti i Prigionieri, senza eccezioni, di vivere fuori della zona in villaggi, ap-

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partamenti privati, o case appartenenti al campo". In teoria, i campi dovevano ricevere un'autorizzazione speciale persino per consentire ai reclusi di vivere in alloggi sorvegliati, se erano fuori dalla zona.14 Nella pratica, queste regole venivano spesso trascurate. Nonostante l'editto del 1939, i rapporti stilati dagli ispettori in epoca molto successiva elencano un gran numero di violazioni. Un ispettore denunciò il fatto che nella città di Ordzonikidze i prigionieri se ne andavano tranquilli per le strade, frequentavano i mercati, entravano in appartamenti privati, bevevano e rubavano. In una colonia detentiva di Leningrado, a un prigioniero era stato concesso l'uso di un cavallo, con cui fuggì. Nella colonia di lavoro n. 14, a Voronez, una guardia armata lasciò 38 prigionieri in strada senza sorveglianza per entrare in un negozio.15

L'ufficio del procuratore di Mosca inviò una lettera a un altro campo, nei pressi della città siberiana di Komsomol'sk, con cui accusava i comandanti di aver concesso ad almeno 1763 prigionieri lo status di "senza sorveglianza". Di conseguenza, scriveva il procuratore con indignazione, "si può sempre incontrare qualche detenuto in qualsiasi parte della città, istituzione e appartamento privato".16 Censurò anche un altro campo, che consentiva a centocinquanta prigionieri di vivere in appartamenti privati, una violazione al regolamento che aveva provocato "casi di ubriachezza, di teppismo e persino furti ai danni della popolazione locale".17

Nemmeno all'interno dei campi i detenuti erano del tutto privi di libertà di movimento. Anzi, è proprio questa una delle bizzarrie dei campi di concentramento, uno dei fattori per cui si differenziano dalle prigioni: molti prigionieri, quando non lavoravano e non dormivano, potevano entrare e uscire dalle baracche a piacere. Inoltre, fuori dagli orari di lavoro potevano anche stabilire, almeno entro certi limiti, come passare il tempo. Solo i prigionieri soggetti alla ka-torga, il regime duro istituito nel 1943, e in seguito quelli rinchiusi in "campi a regime speciale" fondati nel 1948, di notte venivano rinchiusi nelle baracche, una regola da cui erano molto contrariati e cui in seguito si ribellarono.18

Quando arrivavano nei campi dopo l'atmosfera claustrofobica delle carceri sovietiche, spesso i detenuti provavano stupore e sollievo per il cambiamento. Parlando del suo arrivo all'Uhtpeclag uno zek racconta: "Quando ci ritrovammo all'aria aperta diventammo di ottimo umore".19 Ol'ga Adamova-Sliozberg ricorda il suo arrivo al campo di Magadan: "I primi tre giorni non lavorammo, riposammo e discutemmo sui vantaggi della nostra nuova condizione":

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La popolazione del lager (circa mille persone) ci sembrava enorme; quanta gente con cui parlare, quante nuove possibili amicizie!

La natura. Ci muovevamo dentro il campo recintato da filo spinato, guardavamo il cielo, le piccole colline all'orizzonte, ci accostavamo agli alberi sofferenti e li carezzavamo. Aspiravamo l'aria umida del mare, provavamo sui nostri volti la sensazione suscitata dalla pioggia che cominciava a farsi gelata (eravamo in agosto); ci sedevamo sull'erba umida e toccavamo con le mani la terra. Da quattro anni queste sensazioni, così necessarie per potersi sentire persone normali, ci erano estranee.20

Lev Finkel'stejn concorda:

Ti fanno entrare, scendi dal furgone del carcere, e resti sorpreso per molti fatti. Innanzitutto i detenuti circolano liberi senza sorveglianza per sbrigare qualche faccenda, una cosa qualsiasi. In secondo luogo hanno un aspetto del tutto diverso dal tuo. Il contrasto risultava ancora più evidente quando io ero nel campo e scaricavano nuovi detenuti. Avevano tutti la faccia verdastra, a causa della mancanza di aria fresca, del cibo inadatto e tutto il resto. I prigionieri del campo hanno un colorito più o meno normale. Ti ritrovi tra persone di aspetto passabile, che godono di una relativa libertà.21

Con il passar del tempo, di solito quest'apparente "libertà" della vita nel campo di lavoro veniva a noia. In prigione, si poteva ancora credere che ci fosse stato un errore e che presto sarebbe arrivata la scarcerazione, spiega un detenuto polacco, Kazimierz Zarod: "Eravamo ancora attorniati dal fasto della civiltà, oltre le mura del carcere c'era una grande città". Invece nel campo si ritrovò a circolare libero in mezzo a "uno strano assortimento di uomini ... ogni senso di normalità era svanito. Con il passar dei giorni mi sentii invadere da una specie di panico che a poco a poco si mutò in disperazione. Cercai di rintuzzare questa sensazione nel fondo della coscienza, ma piano piano si fece strada in me l'idea di essere prigioniero di un cinico atto di ingiustizia da cui in apparenza non c'era scampo".22

Il peggio era che tale libertà di movimento poteva trasformarsi molto in fretta e senza difficoltà in anarchia. Durante il giorno nel lagpunkt era pieno di sentinelle e funzionar!, che invece di notte spesso svanivano. Ne rimanevano un paio alla vahta, ma gli altri si ritiravano fuori dalla recinzione. I detenuti si rivolgevano agli agenti in servizio alla vahta solo quando ritenevano che la loro vita fosse in pericolo. Un sopravvissuto racconta che dopo una rissa tra prigionieri politici e comuni - un fenomeno diffuso nel dopoguerra, come vedremo - i comuni, sconfitti, "corsero nella vahta" a chiedere aiuto. Li trasferirono il giorno dopo in un altro lagpunkt, perché l'amministrazione preferì evitare una strage di massa.23 Un'altra sopravvissuta, convinta che un criminale comune volesse violentarla e forse

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ucciderla, "si presentò" nella vahta, e chiese di essere chiusa per la nottata nella cella di punizione del campo in modo da poter stare al sicuro.24

E comunque la vahta non era una zona di sicurezza su cui si potesse contare. Non sempre gli agenti di servizio accoglievano le richieste dei prigionieri. A volte, quando venivano a sapere di qualche soverchieria perpetrata da un gruppo di prigionieri su un altro, si mettevano a ridere. Tanto le fonti ufficiali quanto i memoriali attestano casi in cui degli agenti armati, venendo a sapere di omicidi, torture o stupri avvenuti tra i prigionieri, ignoravano la questione o la liquidavano con una risata. Gustaw Herling racconta un episodio di stupro di gruppo avvenuto di notte in un lagpunkt del Kargopol'lag e scrive che la vittima "emise un acuto grido gutturale, pieno di lacrime e soffocato dalla sua gonna. Una voce addormentata gridò dalla torretta di guardia più prossima: "Via, via, ragazzi, che fate? Non vi vergognate?". La spinsero via dalla panca e, come una bambola di pezza ridotta a brandelli, la trascinarono dietro la baracca, alla latrina".25

In teoria, le regole erano severe: i prigionieri dovevano rimanere dentro la zona. In pratica invece venivano disattese. E i comportamenti che dal punto di vista tecnico non infrangevano le norme, per quanto violenti o pericolosi, non erano sempre puniti.

"Rezim": regole di vita

La zona delimitava la libertà di movimento dei detenuti nello spazio.26 Ma era il rezim - o "regime", come viene tradotto di solito - a regolarne il tempo. Per farla breve, il regime era il complesso di norme e procedure su cui si basava il funzionamento del campo. Se la libertà di movimento di uno zek nella zona era delimitata dal filo spinato, a scandire le sue ore c'era una serie di ordini e di sirene.

Da un lagpunkt all'altro la severità del regime variava molto, sia per le priorità sempre diverse sia secondo il tipo di prigionieri detenuti nel campo. Nei diversi periodi, c'erano campi per invalidi a regime attenuato, campi a regime ordinario, campi a regime speciale e campi a regime punitivo. Ma il sistema di base rimaneva lo stesso. Il regime determinava quando e come dovevano svegliarsi i detenuti, come andavano accompagnati al lavoro, quando e come doveva avvenire la distribuzione del cibo, quando e per quanto tempo potevano dormire.

Nella maggioranza dei campi, la giornata del prigioniero ufficialmente cominciava con il razvod, la procedura con cui i detenuti veni-

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vano divisi in squadre, o brigate, e accompagnati a piedi sul luogo di lavoro. Venivano svegliati da una sirena o da un altro segnale. Una seconda sirena li avvertiva che la prima colazione era terminata e si cominciava a lavorare. Quindi i detenuti si allineavano davanti ai cancelli del campo per l'appello del mattino. Valeri] Frid, sceneggiatore di film sovietici e autore di un testo di memorie di straordinaria vivacità, ha descritto la scena:

Le brigate si organizzavano di fronte al portone. L'addetto alla distribuzione dei compiti aveva una tavoletta, sottile per le piallature, su cui era scritto il numero delle brigate e dei lavoratori (la carta scarseggiava, e le cifre venivano grattate via con un vetro e riscritte il giorno dopo). L'agente di scorta e l'addetto alla distribuzione verificavano se c'erano tutti, e in caso positivo venivano condotti a lavorare. Se mancava qualcuno, tutti dovevano aspettare che cercassero il lavativo.27

Secondo le direttive di Mosca, questa attesa non doveva durare più di un quarto d'ora.28 Com'è ovvio, racconta Kazimierz Zarod, spesso si prolungava di parecchio, nonostante il maltempo:

Alle tre e trenta del mattino dovevamo trovarci in mezzo al piazzale, in file di cinque, in attesa della conta. Spesso le guardie si sbagliavano, e dovevano contarci una seconda volta. Una mattina in cui nevicava, fu un'operazione lunga, tremenda a causa del freddo. Se gli agenti erano ben svegli e concentrati, di solito la conta durava una mezz'ora, ma se si sbagliavano, potevamo restare fermi in piedi anche per un'ora.29

Nonostante tali intoppi, in alcuni campi si prendevano provvedimenti per "sollevare il morale dei prigionieri". Sempre Frid racconta: "Da noi il razvod avveniva con l'accompagnamento di un suonatore di fisarmonica. Un detenuto, esonerato da qualsiasi altro lavoro, eseguiva melodie allegre".30 Kazimierz Zarod descrive anche lo strano fenomeno della banda mattutina, composta da detenuti musicisti, professionisti e dilettanti:

Ogni mattina la "banda" stava accanto al portone e suonava musica di stile militare; ci esortavano a marciare in "modo energico e allegro" verso la nostra giornata di lavoro. Dopo aver suonato fino a quando gli ultimi della colonna avevano varcato il portone, i musicisti lasciavano gli strumenti e, accodandosi alla colonna, si univano agli operai diretti nella foresta.31

Dopo il razvod, i prigionieri venivano condotti a lavorare. Le guardie tutti i giorni gridavano la frase di prammatica: "Un passo a destra o un passo a sinistra sarà considerato un tentativo di evasio-ne, e la scorta sparerà senza preavviso. In marcia!" e i prigionieri, sempre in fila per cinque, si avviavano al luogo di lavoro. Se era molto lontano, venivano accompagnati da guardie e cani. La proce-

r

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dura per il ritorno la sera era la stessa. Dopo un'ora per la cena, i prigionieri venivano di nuovo messi in fila. E di nuovo gli agenti li contavano (se i detenuti avevano fortuna) e li ricontavano (se non ne avevano). Nelle direttive di Mosca era previsto più tempo per la conta serale, da trenta a quaranta minuti, forse perché si riteneva che le evasioni dal posto di lavoro fossero più probabili.32 Poi un'altra sirena segnalava il momento di dormire.

Le regole e gli orari non erano incisi su pietra. Anzi nel tempo il regime cambiava, spesso diventando più duro. Jacques Rossi afferma: "La caratteristica fondamentale del regime penitenziario sovietico è il suo sistematico inasprimento, l'introduzione graduale del puro sadismo arbitrario nello stato giuridico della legge", e c'è qualcosa di vero.33 Negli anni Quaranta, il regime divenne più duro, le giornate di lavoro più lunghe, quelle di riposo meno frequenti. Nel 1931, i prigionieri della spedizione Vajgac, una sezione della spedizione Uhtinskaja, lavoravano sei ore al giorno in tre turni. Anche i lavoratori nella Kolyma all'inizio degli anni Trenta avevano un orario normale, meno ore in inverno e di più in estate.34 Ma nel corso del decennio la lunghezza della giornata lavorativa raddoppiò. Alla fine degli anni Trenta, le donne dello stabilimento di confezione in cui era impiegata Ekaterina Olickaja lavoravano "dodici ore al giorno in locali afosi e poco ventilati", e anche nella Kolyma la giornata lavorativa era stata prolungata a dodici ore.35 In seguito la Olickaja lavorò in una squadra edilizia: da quattordici a sedici ore al giorno, con cinque minuti di intervallo alle 10 del mattino e alle 4 del pomeriggio, oltre a un'ora di pausa per il pranzo a mezzogiorno.36

Non accadde soltanto a lei. Nel 1940, la giornata lavorativa nel Gulag era stata ufficialmente portata a undici ore, anche se spesso questa regola veniva disattesa.37 Nel marzo 1942, l'amministrazione del Gulag a Mosca inviò un lettera furibonda a tutti i comandanti dei campi, ricordando loro la norma per cui "ai prigionieri deve essere consentito di dormire non meno di otto ore". La lettera spiegava che molti comandanti avevano ignorato questa regola, concedendo ai loro detenuti solo quattro o cinque ore di sonno per notte. Perciò, sostenevano i dirigenti, "i prigionieri stanno perdendo la loro capacità di lavorare e stanno diventando "lavoratori deboli" e invalidi".38

Le violazioni continuarono soprattutto nel periodo bellico, con l'aumento della domanda di produzione. Nel settembre 1942, dopo l'invasione tedesca, l'amministrazione del Gulag portò ufficialmente la giornata lavorativa dei prigionieri che costruivano attrezzature ae-

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roportuali a dodici ore, con un'ora di pausa per il pranzo. Lo schema era lo stesso in tutta l'URSS. Durante la guerra, nel Vjatlag si registrarono casi in cui la giornata lavorativa era di sedici ore.39 Nell'estate del 1943 a Vorkuta la giornata lavorativa era di dodici ore, anche se nel marzo 1944 venne di nuovo ridotta a dieci ore e mezzo, probabilmente per gli alti tassi di mortalità e malattia.40 Anche Sergej Bonda-revskij, durante la guerra detenuto in una saraska, i laboratori speciali per scienziati reclusi, ricorda che lavorava undici ore al giorno, con alcuni intervalli. In una giornata tipica, lavorava dalle 8 alle 14 e dalle 16 alle 19, poi la sera dalle 20 alle 22.41

Comunque, le regole venivano infrante spesso. Uno zek assegnato a una squadra di estrazione dell'oro nella Kolyma doveva passare al setaccio centocinquanta carriole di sabbia al giorno. Chi alla fine della giornata non ultimava la quantità prescritta doveva continuare fino a quando non aveva finito, talvolta anche fino a mezzanotte. Poi tornavano a casa, mangiavano la zuppa e si alzavano di nuovo alle cinque del mattino per rimettersi al lavoro.42 Alla fine degli anni Quaranta l'amministrazione del campo di Noril'sk applicò un principio simile ai prigionieri che lavoravano alle fondamenta di nuovi edifici nello strato di ghiaccio permanente: "Dopo dodici ore ti tiravano su dalla buca, ma solo se avevi finito il tuo lavoro. Se no si limitavano a lasciarti lì".43

Di solito durante il giorno non venivano concesse molte pause, come ha raccontato in seguito un sopravvissuto detenuto durante la guerra, che lavorava in una fabbrica tessile:

Alle sei dovevamo essere in fabbrica. Alle dieci avevamo un intervallo di cinque minuti per fumare una sigaretta, cosa per cui dovevamo correre in uno scantinato a duecento metri di distanza, l'unico posto nei locali della fabbrica in cui fosse permesso. L'infrazione di tali regole era punita con altri due anni di detenzione. All'una c'era una mezz'ora di intervallo per pranzo. Con una tazzina di terraglia in mano bisognava precipitarsi a tutta velocità alla mensa, fare una lunga coda, ricevere dei disgustosi semi di soia sgraditi alla maggioranza delle persone ed essere di ritorno a ogni costo in fabbrica quando le macchine cominciavano a funzionare. Poi stavamo lì fermi al nostro posto fino alle sette di sera.44

Anche il numero dei giorni di riposo era stabilito dalla legge. Ai prigionieri comuni ne era concesso uno alla settimana, a quelli in regime di rigore due al mese. Ma in pratica anche queste regole variavano. Già nel 1933, l'amministrazione moscovita del Gulag emanò un'ordinanza in cui ricordava ai comandanti dei campi l'importanza per i prigionieri dei giorni di riposo, molti dei quali erano stati abolì-

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ti per la fretta pazzesca di completare il piano.45 Dieci anni dopo era cambiato ben poco. Durante la guerra, Kazimierz Zarod aveva un giorno libero ogni dieci.46 Un altro racconta che ne aveva uno al mese.47 Gustaw Herling spiega che i giorni liberi erano ancor più rari:

Secondo i regolamenti, i prigionieri avevano diritto a un intero giorno di riposo per ogni dieci giorni di lavoro. Ma in pratica risultava che anche un giorno libero al mese minacciava di abbassare il livello di produzione del campo, e perciò era invalsa l'usanza di annunziare la solenne ricompensa di un giorno di riposo solo quando il campo avesse superato il piano di produzione per un trimestre ... Naturalmente, non avevamo nessuna possibilità di conoscere le cifre o il piano di produzione; era soltanto una condizione fittizia che ci poneva interamente alla mercé delle autorità del campo.48

Persino nei pochi giorni liberi, a volte succedeva che i detenuti fossero costretti a fare lavori di manutenzione all'interno del campo: pulire le baracche e i gabinetti, spalare la neve in inverno.49 Il tutto dipendeva da un ordine particolarmente caustico di Kogan, il comandante del Dmitlag. Infastidito dai numerosi rapporti in cui si riferiva che i cavalli del campo stramazzavano per la fatica, Kogan esordiva così: "II crescente numero di casi di infermità e collasso dei cavalli ha diverse cause, tra cui il sovraccarico, le difficili condizioni delle strade, e l'assenza di periodi di assoluto riposo sufficienti per permettere agli animali di recuperare le forze".

Quindi proseguiva emanando nuove direttive:

\. La giornata lavorativa dei cavalli del campo non deve superare le dieci ore, senza contare l'intervallo obbligatorio di due ore per l'alimentazione e il riposo.

2. In media, i cavalli non devono percorrere oltre trentadue chilometri al giorno.

3. Si deve concedere ai cavalli una giornata di regolare riposo ogni otto giorni, e quel giorno il riposo deve essere completo.5"

Purtroppo non si fa cenno alla necessità per i detenuti di una giornata di regolare riposo ogni otto giorni.

"Barato"; il luogo di abitazione

Nella maggior parte dei campi quasi tutti i detenuti vivevano nelle baracche. Erano pochi comunque i campi in cui le baracche fossero state costruite prima del loro arrivo. I deportati così sfortunati da essere mandati a costruire un nuovo campo vivevano in tende, o senza alcun rifugio.

Lo dice anche una loro canzone:

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Abbiam viaggiato in fretta nella tundra e poi d'un tratto il treno si è fermato. Intorno a noi, solo foreste e fango ma proprio qui costruiremo il canale.51

Ivan Sulimov, detenuto a Vorkuta negli anni Trenta, venne scaricato insieme a un gruppo di detenuti in un "piatto appczzamento di terra nella tundra polare": ordinarono loro di montare delle tende, di preparare un falò e di cominciare a costruire un "recinto di lastre di pietra, circondato da filo spinato" e delle baracche.52 Janusz Siemin-ski, un polacco detenuto nella Kolyma dopo la guerra, una volta fu inserito in una squadra assegnata alla costruzione ex novo di un nuovo lagpunkt in pieno inverno. Di notte i prigionieri dormivano per terra. Morirono in molti, soprattutto quelli che non riuscivano a conquistarsi un posto vicino al fuoco.53 Anche i prigionieri che nel dicembre 1940 arrivarono nel campo Prikaspijskij nell'Azerbaigian dormirono "all'addiaccio sul suolo bagnato", come racconta irritato un ispettore.54 E non sempre si trattava di situazioni provvisorie. Ancora nel 1955, in alcuni campi i detenuti erano alloggiati nelle tende.55

Se e quando i prigionieri costruivano le baracche, si trattava sempre di edifici in legno di estrema semplicità. Il progetto veniva inviato da Mosca quindi le descrizioni sono piuttosto ripetitive: tutti i detenuti parlano di costruzioni lunghe, rettangolari, di legno, con le pareti non intonacate, le fessure riempite di fango e, all'interno, file e file di letti a castello, anch'essi fatti di materiale povero. A volte c'era un rozzo tavolo grezzo, a volte no. A volte c'erano panche su cui sedersi, a volte no.56 Nella Kolyma e in altre regioni dove il legno scarseggiava, i prigionieri costruivano baracche di pietra, sempre altrettanto in fretta e in economia. Quando non era possibile l'isolamento termico, si usavano metodi più antiquati. In alcune fotografie scattate nell'inverno del 1945, le baracche di Vorkuta sono quasi invisibili: i tetti erano molto spioventi ma assai bassi rispetto al terreno, perché così la neve che si accumulava intorno li isolava dal freddo.57

Spesso, le baracche non erano edifici veri e propri ma zemljanka, cioè ricoveri sotterranei. All'inizio degli anni Quaranta A.P. Evstoni-cev visse in una zemljanka in Carelia:

Una zemljanka era un posto liberato dalla neve, in cui veniva rimosso lo strato superficiale di terra. Le pareti e il tetto erano fatti di tronchi grezzi. L'intera struttura veniva ricoperta di un altro strato di terra e neve. L'entrata del rifugio era completata con una porta di tela ... in un angolo c'era una botte d'acqua. Nel mezzo una stufa metallica con il tubo, sempre di metallo, che usciva dal tetto, e un barile di kerosene.58

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Nei lagpunkt temporanei costruiti lungo i cantieri di strade e ferrovie, le zemljanka erano onnipresenti. Come si è detto nel V capitolo, se ne vedono ancora le tracce sul ciglio delle strade costruite dai detenuti nell'estremo nord e sugli argini del fiume vicino alle parti più antiche della città di Vorkuta. Talvolta i prigionieri vivevano in tende. Un memoriale dei primi tempi del Vorkutlag racconta di come nel giro di tre giorni furono innalzate "quindici tende con letti a castello a tre piani" per i cento prigionieri, oltre a una zona con quattro torrette di guardia e il recinto di filo spinato.59

Ma le baracche vere e proprie raggiungevano di rado i livelli di qualità, comunque bassi, stabiliti a Mosca. Erano quasi sempre terribilmente sovraffollate, anche dopo la fine del caos della fine degli anni Trenta. Un rapporto relativo a un'ispezione in ventitré campi, stilato nel 1948, rilevava con indignazione che nella maggior parte "i detenuti non avevano più di un metro, o un metro e mezzo di spazio vitale a persona" e che le condizioni igieniche erano carenti: "I detenuti non hanno un posto proprio per dormire, e neppure lenzuola e coperte personali".60 Talvolta c'era ancora meno spazio. Margarete Buber-Neumann riferisce che, al suo arrivo nel campo, non c'era posto per dormire nelle baracche e quindi fu costretta a passare le prime notti nel lavatoio.61 In teoria ai normali prigionieri dovevano essere assegnati dei letti detti vagonka, un riferimento alle cuccette dei vagoni letto. Erano a due piani, e a ogni piano c'era posto per due detenuti, quindi per quattro in tutto. In molti campi, i prigionieri dormivano su giacigli ancora meno sofisticati, gli splosnye nary, lunghi tavolacci di legno nemmeno divisi in cuccette distinte. I prigionieri si sdraiavano semplicemente uno accanto all'altro, in una lunga fila. Questi giacigli comuni erano considerati antigienici, quindi gli ispettori criticavano di continuo il loro impiego. Nel 1948 l'amministrazione centrale del Gulag emanò una direttiva in cui disponeva che fossero tutti sostituiti con i vagonka.62 Ciononostante Anna Andreevna, detenuta in Mordo-via tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta, dormì sugli splosnye nary, e ricorda che molti altri prigionieri erano sdraiati per terra ai suoi piedi.63

Anche le assegnazioni di biancheria erano arbitrarie, e variavano molto da un campo all'altro, nonostante le norme rigorose (e piuttosto modeste) decise a Mosca. I regolamenti stabilivano che tutti i prigionieri dovessero avere un asciugamano nuovo all'anno, una federa ogni quattro anni, lenzuola ogni due anni, e una coperta ogni cinque anni.64 In realtà "il letto di ogni detenuto era dotato di un cosiddetto pagliericcio", come racconta Elinor Lipper:

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Dentro non c'era mai paglia, e di rado del fieno, che scarseggiava anche per il bestiame; contenevano invece trucioli di legno o gli abiti di ricambio, se un detenuto ne possedeva ancora. Inoltre c'erano una coperta di lana e una federa che si poteva imbottire con qualsiasi cosa uno avesse, data l'assenza di guanciali.65

Altri non avevano niente. Ancora nel 1950, Isaak Fil'stinskij, uno specialista di lingua araba arrestato nel 1948, nel Kargopol'lag dormiva avvolto nel cappotto, con stracci d'accatto come guanciale.66

Inoltre la direttiva del 1948 stabiliva che nelle baracche i pavimenti di terra fossero tutti sostituiti con pavimenti di legno. Ma ancora negli anni Cinquanta Irena Arginskaja viveva in una baracca con il pavimento difficile da pulire, perché era fatto di creta.67 Anche quando i pavimenti erano di legno, spesso non si potevano pulire perché mancavano le spazzole. Descrivendo le sue esperienze a una commissione dopo la guerra, una polacca raccontò che nel suo campo di notte c'era sempre un gruppo di prigionieri addetto alla pulizia di baracche e gabinetti mentre gli altri dormivano: "Bisognava raschiare via con i coltelli il fango dal pavimento delle baracche. Le russe si arrabbiavano perché non eravamo capaci, e ci chiedevano come facevamo a casa nostra. Non passava loro neanche per la testa che il pavimento più sporco può essere strofinato con una spazzola".68

Anche il riscaldamento e l'illuminazione erano spesso rudimentali, ma pure questo variava moltissimo da un campo all'altro. Un detenuto afferma che in pratica le baracche erano buie: "Le lampadine elettriche emanavano una luce giallo-bianca che si vedeva appena, e le lampade a kerosene fumavano e puzzavano di rancido".69 Altri si lamentavano per il problema opposto, e cioè che le luci di solito rimanevano accese tutta la notte.70 Alcuni detenuti dei campi della regione di Vorkuta non avevano problemi di riscaldamento, perché potevano portare a casa dalle cave dei pezzi di carbone, ma Susanna Pecora, in un lagpunkt vicino alle miniere di carbone di Inta, ricorda che d'inverno dentro le baracche faceva "talmente freddo che i capelli si appiccicavano al letto per il gelo, l'acqua si congelava nella tazza".7! Da loro nelle baracche non c'era nemmeno l'acqua corrente: veniva portata dentro a secchi dalla dezurnaja, una donna anziana, ormai inabile per i lavori pesanti, che puliva e sorvegliava le baracche durante il giorno.72

Ma c'era di peggio: le baracche erano infestate da un "odore tremendamente pesante" per l'enorme quantità di abiti sudici e am-nruffiti messi ad asciugare sulle cuccette, i tavoli e dovunque fosse Possibile appendere qualcosa. Nei dormitori dei campi speciali, do-

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ve di notte le porte venivano chiuse e le finestre sbarrate, il puzzo rendeva "quasi impossibile respirare".73

L'assenza di gabinetti non migliorava certo la qualità dell'aria. Nei campi dove di notte i prigionieri venivano chiusi a chiave nelle loro baracche, dovevano servirsi di una parala, il bugliolo, proprio come in prigione. Un detenuto scrisse che al mattino era impossibile sollevare la parala "per cui veniva trascinata sul pavimento scivoloso. Il contenuto si rovesciava immancabilmente".74 Un'altra detenuta, Ga-lina Smirnova, arrestata all'inizio degli anni Cinquanta, ricorda: "Se si trattava di una cosa seria, aspettavi fino al mattino, altrimenti c'era un puzzo terribile".75

Negli altri casi i gabinetti erano latrine, e le latrine si trovavano fuori dalle baracche, a volte a una certa distanza; questo costituiva una seria difficoltà nel freddo dell'inverno. "I gabinetti, di legno, si trovavano all'aperto" racconta la Smirnova di un altro campo "per-sino quando c'erano trenta o quaranta gradi sotto zero".76 Thomas Sgovio descrive le conseguenze:

Fuori, di fronte a ogni baracca, conficcarono un palo di legno e lo fissarono al terreno. Un altro decreto! Ci proibirono di urinare in qualsiasi località del campo salvo le latrine o il palo cui era legato in cima uno straccio bianco. Chiunque fosse stato colto a violare il decreto sarebbe stato condannato a dieci giorni di cella di punizione... Il decreto era stato emanato perché alcuni detenuti, non volendo percorrere il lungo tratto per raggiungere le latrine, urinavano sui sentieri scavati nella neve. Il terreno era disseminato di chiazze gialle. Alla fine della primavera, quando la neve si scioglieva, c'era un puzzo terribile ... Due volte al mese abbattevamo le piramidi di ghiaccio sporco e ne portavamo i pezzi fuori dalla zona.. J7

La sporcizia e il sovraffollamento non erano solo problemi di ordine estetico, o questioni di scomodità relativamente secondarie. Le cuccette affollate e la mancanza di spazio potevano anche risultare letali, soprattutto nei campi in cui si lavorava ventiquattr'ore su ventiquattro. In uno di essi, in cui i prigionieri lavoravano in tre turni, giorno e notte, secondo un memorialista "in qualsiasi ora del giorno c'era qualcuno che dormiva nella baracca. Lottare per riuscire a dormire equivaleva a lottare per la vita. Parlando del problema del sonno, le persone si ingiuriavano, si azzuffavano, si uccidevano persino. Nelle baracche c'era sempre la radio accesa al massimo volume, ed era molto odiata".78

Il problema di dove dormire era davvero cruciale, e proprio per questo le condizioni relative agli alloggi rappresentavano uno strumento fondamentale di controllo sui detenuti, utilizzato in modo

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consapevole dall'amministrazione. Negli archivi centrali del Gulag a Mosca si conservavano con cura fotografie di diversi tipi di baracche, destinate a diversi tipi di prigionieri. Le baracche degli otlicnik - i "migliori", cioè "i lavoratori d'assalto" - avevano letti singoli con materassi e lenzuola, pavimenti di legno e quadri alle pareti. I prigionieri, pur non sorridendo ai fotografi, almeno leggevano i giornali e sembravano ben nutriti. Invece le baracche rezim, cioè punitive, destinate ai lavoratori poco efficienti o indisciplinati, al posto dei letti avevano tavolacci di legno puntellati su sostegni di legno grezzo. Persine in queste fotografie, scattate a fini propagandistici, i prigionieri rezim non avevano materassi ed erano raffigurati mentre si dividevano le coperte.79

In alcuni campi, ben presto la procedura per la distribuzione dei posti letto divenne molto elaborata. Lo spazio costituiva un lusso tale che avere posto e una certa riservatezza era considerato un grande privilegio, accordato soltanto ai membri dell'aristocrazia del campo. I prigionieri di alto rango - i capisquadra, gli addetti a stabilire le norme e altri - spesso erano autorizzati a dormire in baracche più piccole, con meno gente. A Solzenicyn, al quale quando arrivò in un campo di Mosca in un primo tempo fu affidata la mansione di "capomastro", venne assegnato un posto in baracche dove

invece delle cuccette c'erano letti normali, un comodino per due e non per un'intera brigata; di giorno la porta si chiudeva e si poteva lasciare lì la roba; infine c'era un fornello elettrico semilegale e non c'era bisogno di far ressa davanti alla grande cucina comune nel cortile.80

Era considerato un lusso incredibile. Alcuni lavori tra i più ricercati - carpentieri, addetti alla manutenzione degli attrezzi - conferivano il diritto molto ambito di dormire in officina. Anna Rozina - quando lavorò come calzolaia nel campo Temnikovskij - dormiva nel laboratorio dei ciabattini e aveva anche il "diritto" di andare in bagno più spesso, e riteneva ciò un grande privilegio.81

In quasi tutti i campi, i medici, anche quelli detenuti, erano autorizzati a dormire in locali separati, un privilegio che rispecchiava la loro particolare condizione sociale. Il chirurgo Isaac Vogel'fanger si considerava privilegiato perché gli era consentito di dormire su una branda in una "stanzetta adiacente alla sala di ricevimento" dell'infcrmeria del campo: "Quando andavo a dormire, mi sembrava che dall'alto la luna sorridesse". Insieme a lui dormiva ilfel'dser del cam-PO, cioè l'"assistente medico", che godeva dello stesso privilegio.82

A volte, per gli invalidi erano previste condizioni speciali. L'attrice

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Tat'jana Okunevskaja riuscì a farsi mandare in un campo per invalidi in Lituania, dove "le baracche erano spaziose, con molte finestre, luminose, pulite, e non c'erano cuccette sopra il livello della testa".83 j prigionieri mandati a lavorare nelle saraska di Berija, i "laboratori speciali" per ingegneri e tecnici di talento, disponevano di alloggi migliori di tutti gli altri. A Bol'sevo, una saraska nei dintorni di Mosca, le baracche erano "grandi, luminose, pulite e riscaldate da rudimentali cucine economiche" anziché da stufette metalliche. I letti erano dotati di biancheria e cuscini; la luce di notte veniva spenta e c'era una doccia individuale.84 Naturalmente i detenuti che vivevano in questi alloggi speciali sapevano di poter essere mandati via da un momento all'altro, e questo costituiva uno stimolo a lavorare sodo.

Spesso all'interno delle baracche si creava un'altra gerarchla informale. Nella maggior parte di esse, le decisioni critiche sull'assegnazione dei posti letto venivano prese dai gruppi che nei campi erano più forti e più uniti. Sino alla fine degli anni Quaranta, quando i grossi gruppi nazionali - ucraini, baltici, ceceni, polacchi - diventarono più forti, i prigionieri meglio organizzati, come vedremo, erano in genere i criminali comuni. Di norma, dormivano sulle cuccette più in alto, dove c'era aria migliore e più spazio, bastonando e picchiando chi non era d'accordo. Chi dormiva nelle cuccette inferiori, aveva meno potere. Quelli che dormivano per terra, i prigionieri sui gradini più bassi della gerarchla del campo, soffrivano moltissimo, come racconta un detenuto:

Questo livello era chiamato "settore kolhoz" ed era dove i ladri costringevano a stare i kolhozniki, svariati intellettuali e sacerdoti in età avanzata, e persino alcuni dei loro, che avevano infranto il codice morale dei ladri. Quelli di sopra non si limitavano a gettare oggetti dalle cuccette superiori e inferiori. I ladri versavano anche escrementi, acqua, la zuppa del giorno prima. E il settore del kolhoz doveva sopportare tutto, perché se protestavano sarebbero stati bersagliati ancora di più di schifezze ... si sentivano male, soffocavano, perdevano conoscenza, diventavano pazzi, morivano di tifo, dissenteria, si suicidavano.85

In ogni caso, i detenuti non potevano migliorare la loro situa/ione, nemmeno i politici. Mentre lavorava comefel'dser (assistente medico), Karol Colonna-Czosnowski, prigioniero politico polacco, venne scelto in una baracca estremamente affollata da Grisa, il "boss" criminale del campo: "Diede una solenne pedata a uno dei suoi cortigiani, e quello la interpretò come l'ordine di lasciarmi il posto, e liberò subito il suo sedile. Ero imbarazzato, e dichiarai che preferivo non sedermi così vicino al fuoco, ma ciò non si conformava alla vo-

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lontà del mio ospite, lo capii quando un seguace di Grisa mi diede uno spintone". Quando recuperò l'equilibrio, si ritrovò seduto sul giaciglio ai piedi di Grisa: "Evidentemente voleva che stessi lì...".86 Colonna-Czosnowski non fece obiezioni. Anche solo per poche ore, era molto importante dove potevi sederti o posare la testa.

"Banja": il bagno

La sporcizia, il sovraffollamento e la carenza di igiene provocavano invasioni di cimici e pidocchi. Negli anni Trenta, in una vignetta "umoristica" pubblicata su "Perekovka", il giornale del canale Moscova-Volga, era rappresentato uno zek cui venivano consegnati degli abiti. Sotto c'era la didascalia: "Ti danno vestiti "puliti", ma pieni di pidocchi". Un'altra aveva la dicitura "E mentre dormi nelle baracche, le cimici mordono come granchi".87 E con il passare degli anni il problema non si attenuò. A quanto riferisce un prigioniero polacco, durante la guerra un suo conoscente cominciò a esserne ossessionato: "Come biologo, gli interessava sapere quanti pidocchi possono vivere in un certo spazio. Contandoli sulla sua camicia ne trovò sessanta, e un'ora dopo altri sessanta".88

Negli anni Quaranta i dirigenti del Gulag erano ormai pienamente consapevoli del pericolo letale di tifo provocato dai pidocchi e sul piano ufficiale sferrarono una strenua battaglia contro i parassiti. In teoria, era obbligatorio fare il bagno ogni dieci giorni. In teoria, tutto il vestiario doveva essere bollito in unità di disinfestazione, quando i detenuti arrivavano al campo e poi a intervalli regolari, per distruggere tutti i parassiti.89 Come abbiamo visto, i barbieri del campo rasavano completamente uomini e donne al loro arrivo, e poi a intervalli regolari tosavano loro il capo. Il sapone, anche se in piccole quantità, di norma era compreso nella lista dei prodotti da distribuire ai prigionieri: nel 1944, per esempio, ne erano previsti 200 grammi al mese per ogni prigioniero. Alle donne, ai figli dei detenuti e ai prigionieri ricoverati negli ospedali ne era assegnato un supplemento di 50 grammi, ai minori di 100 grammi, e ai prigionieri che facevano "lavori particolarmente sporchi" di 200 grammi. Queste quantità esigue dovevano servire sia per l'igiene personale sia per lavare la biancheria e i vestito-90 (II sapone continuò a scarseggiare, dentro e fuori dai campi. Anzi, nel 1991 i lavoratori delle miniere di carbone sovietiche scesero in sciopero anche perché non ne avevano.)

Non tutti però erano convinti dell'efficacia delle procedure seguite nei campi per eliminare i pidocchi. In realtà, racconta un prigioniero

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"il bagno sembrava aumentare la potenza sessuale dei pidocchi".9i Varlam Salamov aggiunge: "Questa camera [di disinfestazione] non elimina comunque i pidocchi; è una pura formalità e un dispositivo per infliggere qualche tormento in più ai detenuti".92

Dal punto di vista tecnico, Salamov aveva torto. La procedura non era stata creata per tormentare i condannati, lo ribadisco, l'amministrazione centrale del Gulag aveva diramato davvero direttive molto severe, ordinando ai comandanti di combattere i parassiti, e in innumerevoli rapporti di ispezioni si inveisce contro il fallimento a questo riguardo. In una relazione del 1933 sulla situazione nel Dmi-tlag ci sono pesanti critiche relative alle baracche femminili, che erano "sporche, senza lenzuola e coperte": "Le donne si lamentano per l'enorme quantità di cimici, che la Divisione sanitaria non contrasta".93 Il rapporto di un'inchiesta condotta nel 1940 sulle condizioni dei campi settentrionali riferisce riguardo a un lagpunkt: "I pidocchi e le cimici nelle baracche influiscono negativamente sulla possibilità dei detenuti di riposare". Nel campo di lavoro correzionale di Novo-sibirsk, invece, "il cento per cento dei detenuti [risultava] affetto da infezione da pidocchi ... a causa delle cattive condizioni igieniche, c'è un'alta incidenza di malattie della pelle e di disturbi allo stomaco ... risulta evidente che le condizioni malsane del campo sono molto, molto costose".

Intanto in un lagpunkt c'erano state due epidemie di tifo, in altri i prigionieri erano "neri per la sporcizia", proseguiva il rapporto con grande apprensione.94 Un anno sì e uno no nei rapporti delle ispezioni sottoposti al giudizio del procuratore del Gulag compaiono lamentele riguardo ai pidocchi e ordini irosi di eliminarli.95 Nel 1937, dopo un'epidemia di tifo, nel Temlag vennero licenziati il dirigente del lagpunkt e il suo assistente responsabile del settore sanitario: furono entrambi processati con l'accusa di "negligenza criminale e inoperosità".96 C'erano premi, oltre alle punizioni: nel 1933, ai detenuti di una baracca del Dmitlag venne concessa una vacanza dal lavoro perché avevano liberato tutti i loro letti dalle cimici.97

Il rifiuto dei detenuti di fare il bagno veniva preso molto sul serio. Irena Arginskaja, che all'inizio degli anni Cinquanta si trovava in un campo speciale per politici a Kengir, ricordava le donne di una particolare setta religiosa presente nel campo che, per ragioni chiare soltanto a loro, si rifiutavano di fare il bagno:

Un giorno ero rimasta nelle baracche perché ero ammalata, e mi avevano esentata dal lavoro. Comunque entrò una guardia e ci disse che tutti i detenuti malati dovevano aiutare a lavare le "monache". Si svolse la scena se-

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guente: fu tirato un carro fino alla loro sezione di baracche e noi dovevamo portarle fuori e farcele salire. Protestavano, ci tiravano calci e botte, e così via. Ma quando riuscimmo a farle salire sul carro si misero tranquille senza cercare di scappare. Poi trascinammo il carro fino ai bagni, le facemmo scendere e le conducemmo dentro, le spogliammo; e ci rendemmo conto del motivo per cui le autorità del campo non potevano consentire che non si lavassero. Quando toglievi loro gli abiti, ne cadevano pidocchi a manciate. Poi le mettemmo sotto l'acqua e le lavammo. Intanto si facevano bollire i loro indumenti per uccidere i pidocchi.. ,98

La Arginskaja ricorda anche come a Kengir, dove l'acqua abbondava, "in teoria potevi andare ai bagni tutte le volte che volevi". Secondo Leonid Sitko, un ex prigioniero di guerra in Germania, nei campi sovietici c'erano meno pidocchi che in quelli tedeschi. Trascorse dei periodi nello Steplag e nel Minlag, dove "potevi fare il bagno ogni volta che volevi... potevi persino lavarti i vestiti".99 Alcune fabbriche e luoghi di lavoro erano dotati di docce; Isaak Fil'stinskij le trovò al Kargopol'lag, dove i prigionieri potevano utilizzarle durante il giorno, anche se altri detenuti soffrivano per la carenza d'acqua.100

Tuttavia, la cinica descrizione delle condizioni igieniche fatta da Salamov non è del tutto infondata. Infatti, anche se agli amministratori locali veniva ordinato di prendere sul serio la questione dei bagni, spesso accadeva che si limitassero a seguire la procedura prevista per la disinfestazione dai pidocchi e il bagno, senza interessarsi davvero ai risultati. O non c'era abbastanza carbone per mantenere l'apparecchiatura alla temperatura necessaria per la disinfestazione, oppure i responsabili non potevano prendersi la pena di farlo bene, o, ancora, da mesi non venivano distribuite le razioni di sapone, che magari erano state rubate. Nel lagpunkt Dizel'nyj, nella Kolyma, nei giorni del bagno "a ogni prigioniero venivano dati un pezzettino di sapone e una grossa brocca d'acqua calda. Versavano cinque o sei brocche di quel tipo in una vasca e bastava per tutti: ci si lavavano e sciacquavano cinque o sei persone". Nel lagpunkt di Sopka, "l'acqua veniva portata, come le altre merci, su una linea ferroviaria stretta e una strada stretta. D'inverno la ricavavano dalla neve, anche se non ce n'era molta, perché il vento la spazzava via ... I lavoratori tornavano dalla miniera coperti di polvere e non c'erano tinozze dove lavarsi".101

Spesso l'operazione di far lavare i detenuti annoiava le guardie, che concedevano loro solo qualche minuto nei bagni, giusto per la forma.i°2 Nel 1941, in un lagpunkt del Siblag, un ispettore indignato scoprì che "i prigionieri non facevano il bagno da due mesi" per mero disinteresse dei secondini.103 E nei campi peggiori, in cui la dignità umana dei detenuti veniva trascurata apertamente, il bagno poteva

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diventare una vera e propria tortura. Descrivono in molti l'atrocità del momento del bagno, ma nessuno bene come Salamov, che dedica un intero racconto agli orrori dei bagni nella Kolyma. Nonostante lo sfinimento, i prigionieri dovevano aspettare per ore il loro turno: "I detenuti vengono portati ai bagni prima o dopo il lavoro. Al termine di molte ore di lavoro al gelo (ma anche d'estate è faticoso), quando tutte le speranze e i pensieri sono concentrati sul desiderio di arrivare il più presto possibile ai tavolacci e al cibo per poi addormentarsi, perdere tutto quel tempo ai bagni diventa insopportabile".

Per prima cosa, gli zek dovevano stare in fila, fuori al freddo; poi venivano ammassati in affollati spogliatoi, costruiti per quindici persone e che ne contenevano più di cento. Nel frattempo sapevano che le loro baracche erano state pulite e perquisite. I loro scarsi averi, vasellame e pezze per i piedi, erano stati gettati nella neve:

Questo rapido proliferare di tanti piccoli oggetti di pertinenza è tipico dell'essere umano, sia egli un povero diavolo qualsiasi o qualcuno consacrato dalla fama. ... Il detenuto accumula oggetti allo stesso modo. È un operaio e deve poter disporre almeno di filo per cucire e toppe per rappezzare; nonché, magari, di una vecchia scodella di riserva. Anche queste cose venivano buttate via durante le periodiche pulizie, e dopo ogni bagno ciascuno doveva rifarsi il corredo domestico, a meno che non fosse riuscito a seppellirlo in un nascondiglio sicuro sotto la neve profonda.

Una volta dentro, spesso c'era così poca acqua che era impossibile lavarsi. Ai prigionieri veniva dato "un catino in legno d'acqua non caldissima ... non c'è mai acqua in più, e nessuno è in grado di comprarne". I capanni per il bagno non erano neanche riscaldati e faceva freddo: "Questa sensazione aumenta per via di migliaia di spifferi provenienti da porte e fessure... il riscaldamento è carente". Inoltre, all'interno c'era "sempre ... frastuono, fumo, urla e grida ("urlano come ai bagni" è un'espressione corrente)".104

Anche Thomas Sgovio descrive questa scena infernale e racconta che, a volte, per indurre i prigionieri della Kolyma a entrare nel bagno dovevano picchiarli :

L'attesa fuori che quelli dentro uscissero, poi lo spogliatoio che era freddo, le disinfestazioni obbligatorie e il processo di fumigazione dove buttavamo in un mucchio i nostri stracci - non ti davano mai indietro i tuoi - gli alterchi e le imprecazioni "ehi, figlio di puttana, quella giacca è mia", la scelta della biancheria comune umida, con le cuciture piene di uova di pidocchi, la rasatura del corpo compiuta dal barbiere del campo... poi, quando finalmente era il nostro turno di entrare nel bagno, prendevamo una tinozza di legno, ci davano una tazza di acqua calda, una di acqua fredda e un pezzette di sapone nero dall'odore pestilenziale.105

La vita quotidiana 231

Poi, quando tutto era finito, ricominciava il processo umiliante della distribuzione dei vestiti, racconta Salamov, sempre ossessionato dalla consegna della biancheria intima: "Molto prima che inizi la distribuzione, quelli che si sono appena lavati si raccolgono in folla vociante davanti allo sportello. Discettano, disputano di com'era la biancheria distribuita la volta prima, e di com'era quella di cinque anni prima al Bamlag.. ."106

Inevitabilmente, il diritto di fare il bagno in relativa comodità acquisì una stretta connessione con il sistema dei privilegi. Al Temlag, per esempio, chi faceva lavori particolari aveva diritto a farlo più spesso.107 Già di per se stessa la possibilità di lavorare nel capanno dei bagni, grazie a cui si aveva a disposizione l'acqua pulita, e si poteva concedere o negare ad altri il diritto a tale prossimità, di solito era molto ambita. Alla fine, nonostante gli ordini perentori, severis-simi, drastici, provenienti da Mosca, la comodità, l'igiene e la salute dei prigionieri dipendevano in modo assoluto dal capriccio e dalla situazione locale.

Insomma, ecco un altro aspetto normale della vita stravolto, trasformato da umile piacere in quello che Salamov definisce "un avvenimento negativo per i detenuti, qualcosa che rende ancora più penose le loro condizioni di vita. ... testimonia quella perdita del senso delle proporzioni, quella confusione nella scala dei valori che è la più rilevante peculiarità conferita dal lager a tutti coloro che scontano un periodo di pena".108

"Stolovaja": la sala da pranzo

Nella vasta letteratura sul Gulag, che riflette le esperienze di persone molto diverse, le descrizioni dei campi sono numerose e variate. Ma c'è un aspetto che rimane immutato da un campo all'altro, da un anno all'altro, da un memoriale all'altro: la descrizione della ba-landa, la brodaglia servita ai prigionieri una o talora due volte al giorno.

In generale gli ex prigionieri concordano sul fatto che il mezzo litro di brodaglia distribuito ai detenuti una o due volte al giorno aveva un sapore rivoltante, era di consistenza acquosa e contenuto sospetto. Galina Levinson ha scritto che era fatta "con cavolo e patate andati a male, a volte un pezzo di grasso di maiale, a volte teste di aringhe".109 Barbara Armonas ricordava una zuppa fatta con "pol-m°ni di pesce o di animale e qualche patata".110 Secondo Leonid "non conteneva mai carne".111

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Un altro prigioniero ricorda una zuppa di carne di cane, immangiabile per un francese che lavorava con lui: "un uomo proveniente da un paese occidentale non sempre riesce a superare una barriera psicologica, nemmeno quando patisce la fame" concludeva.112 Persino La-zar' Kogan, il comandante del Dmitlag, una volta si lamentò: "Alcuni cuochi si comportano come se non stessero preparando pasti sovietici, ma piuttosto brodaglia per porci. A causa di questo atteggiamento, il cibo che preparano è inadeguato, spesso insipido e sciapo".113

La fame comunque era uno stimolo potente: la zuppa magari era immangiabile in normali circostanze, ma nei campi, dove la maggioranza delle persone pativa la fame, i prigionieri la divoravano di gusto. E la loro fame non era un prodotto del caso: li tenevano a stecchetto apposta, perché la regolamentazione del cibo, dopo quella del tempo e dello spazio vitale, era lo strumento di controllo più importante dell'amministrazione.

Per questa ragione, nei campi la distribuzione di cibo ai detenuti diventò una scienza piuttosto elaborata. Le norme alimentari per particolari categorie di prigionieri e lavoratori venivano stabilite nei minimi dettagli a Mosca e cambiate di frequente. L'amministrazione del Gulag ne calibrava di continuo le cifre, calcolando e ricalcolando la quantità minima di cibo necessaria perché i prigionieri continuassero a lavorare. Molto spesso i comandanti ricevevano nuovi ordini in cui erano elencate le quantità delle razioni. Alla fine diventarono documenti lunghi e complessi, scritti in un pesante linguaggio burocratico.

Un esempio tipico è la disposizione dell'amministrazione del Gulag sulle razioni emessa il 30 ottobre 1944. Si stabiliva una norma "garantita" o di base per la maggioranza dei prigionieri: 550 grammi di pane al giorno, 8 grammi di zucchero, e una serie di altri prodotti che in teoria andavano utilizzati per preparare la balanda, la zuppa di mezzogiorno e la kasa, il semolino servito a colazione e a cena: 75 grammi di grano saraceno o di tagliatelle, 15 grammi di carne o di derivati della carne, 55 grammi di pesce o di prodotti del pesce, 10 grammi di grasso, 500 grammi di patate o verdure, 15 grammi di sale e 2 grammi di "surrogato di té".

A questa lista di prodotti erano aggiunte alcune annotazioni. I comandanti dei campi dovevano diminuire di 50 grammi le razioni di pane ai prigionieri che realizzavano la norma solo al 75 per cento, di 100 grammi per quelli che la realizzavano al 50 per cento. Chi superava la norma, invece, doveva ricevere tra l'altro 50 grammi in più di grano saraceno, 25 di carne e 25 di pesce.114

Per fare un paragone, nel 1942, un anno in cui la fame si fece sentire

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in modo più grave in tutta l'Unione Sovietica, le guardie dei campi in teoria dovevano ricevere 700 grammi di pane, quasi un chilo di verdure fresche e 75 grammi di carne, con speciali integrazioni per chi viveva in zone montane.115 I prigionieri che lavoravano nelle saraska durante la guerra godevano di un regime alimentare assai migliore, perché in teoria avevano diritto a 800 grammi di pane e 50 di carne contro i 15 concessi ai normali detenuti. In più, ricevevano quindici sigarette al giorno e fiammiferi.116 Le donne incinte, i minori internati, i prigionieri di guerra, i liberi lavoratori e i bambini residenti negli asili dei campi avevano razioni leggermente migliori.117

In alcuni campi si cercò di calibrare le razioni in modo ancora più elaborato. Nel luglio 1933, il Dmitlag emanò un'ordinanza dove si elencavano razioni diverse per i detenuti che realizzavano fino al 79 per cento della norma, dall'80 all'89 per cento, dal 90 al 99 per cento, dal 100 al 109 per cento, dal 110 al 124 per cento e dal 125 per cento in su.118

Come si può immaginare, per distribuire in modo corretto quantità di cibo così precise agli aventi diritto, quantità che talvolta variavano ogni giorno, era necessaria un'attività burocratica imponente, difficile da affrontare per molti campi. Si dovevano tenere a portata di mano fascicoli gonfi di istruzioni, in cui era specificato quando e quali prigionieri dovevano ricevere qualcosa. Persine i lagpunkt più piccoli dovevano compilare svariati documenti, elencando la percentuale della norma realizzata quotidianamente da ogni detenuto, e la quantità di cibo spettante. Per esempio nel piccolo lagpunkt di Kedrovyj Sor, una sezione dell'Intlag costituita da aziende agricole collettive, nel 1943 esistevano almeno tredici diverse razioni alimentari. Il contabile del campo, probabilmente un prigioniero, doveva stabilire la razione dovuta a ciascuno dei mille detenuti. Prima doveva tracciare a mano delle righe con la matita su lunghi fogli di carta, e poi aggiungere nomi e numeri a penna, riempiendo pagine e pagine di calcoli.119

Nei campi più grandi, la burocrazia era anche più intricata. L'ex capo contabile del Gulag, A.S. Narinskij, ha raccontato come agli amministratori di un campo, impegnati a costruire una linea ferroviaria nell'estremo nord, venne l'idea di distribuire scontrini per il cibo ai Prigionieri in modo che ricevessero ogni giorno la giusta razione. Ma era difficile persino procurarsi degli scontrini in un sistema in cui la carenza di carta era cronica. Non riuscendo a trovare una soluzione migliore, decisero di utilizzare biglietti degli autobus, che ci mettevano tre giorni ad arrivare. Questo problema "minacciava in continuazione di dissestare tutto il sistema della distribuzione alimentare".120

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D'inverno, anche trasportare il cibo fino ai lagpunkt più remoti costituiva un problema, specialmente per quelli privi di un forno proprio. Narinskij scrive: "Persine quando il pane era ancora caldo, trasportandolo in veicoli merci per 400 chilometri a 50 gradi sotto zero si gelava al punto da diventare inutilizzabile non solo per il consumo umano, ma persino come combustibile".121 Nonostante le complesse istruzioni diramate nel nord riguardo ai sistemi per immagazzinare d'inverno le scarse verdure e le patate, grosse quantità gelavano e diventavano immangiabili. D'estate, invece, carne e pesce andavano a male e altri cibi si deterioravano. I magazzini male organizzati venivano spesso distrutti da incendi o si riempivano di topi.122

In molti campi si creavano kolhoz, cioè aziende agricole collettive indipendenti, o lagpunkt caseari, ma spesso funzionavano male. In un resoconto sul kolhoz di un campo di lavoro forzato, tra gli altri problemi si denunciava la mancanza di personale tecnico preparato, di pezzi di ricambio per i trattori, di una stalla per il bestiame del caseificio e l'inefficienza dei preparativi per la stagione del raccolto.123

Di conseguenza, anche quando non pativano davvero la fame, i detenuti soffrivano quasi sempre di ipovitaminosi, un problema considerato più o meno grave dalle autorità. Dato che le pastiglie di vitamine non arrivavano, molti costringevano i prigionieri a bere la hvoja, una bevanda fermentata preparata con aghi di pino, di dubbia efficacia.124 Per fare un paragone, le norme per gli "ufficiali delle forze armate" prevedevano espressamente l'uso di vitamina C e di frutta secca per compensare la scarsità di vitamine delle normali razioni. I generali e gli ammiragli, inoltre, avevano l'autorizzazione ufficiale a ricevere formaggio, caviale, pesce in scatola e uova.125

Già la stessa distribuzione della zuppa, con o senza vitamine, talvolta risultava difficile durante i freddi inverni nell'estremo nord, soprattutto se veniva servita a mezzogiorno, sul posto di lavoro. Nel 1939, un medico della Kolyma presentò una protesta formale al capo del campo, facendo notare che i prigionieri avevano dovuto mangiare all'aperto e che il cibo si congelava mentre lo mangiavano.126 Anche il sovraffollamento costituiva un problema per la distribuzione del cibo: un detenuto racconta che nel lagpunkt contiguo alla miniera di Maldjak a Magadan, c'era un solo sportello per oltre settecento persone.127

Inoltre, la distribuzione del cibo poteva essere intralciata anche da eventi estranei ai campi: durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, spesso cessava del tutto. Gli anni peggiori furono il 1942 e " 1943, quando i territori occidentali dell'Unione Sovietica erano in lar-

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ga parte occupati dalle truppe tedesche, e il resto del paese era quasi tutto impegnato a contrastarle. La fame imperversava dappertutto, e il Gulag non rappresentava una priorità. Vladimir Petrov, detenuto nella Kolyma, ricorda che per cinque giorni al suo campo il cibo non venne distribuito affatto: "Nella miniera era cominciata una carestia vera. Cinquemila uomini non avevano un pezzo di pane".

Anche le posate e i piatti mancavano sempre. Petrov racconta: "La zuppa che arrivava ancora calda si copriva di ghiaccio mentre uno di noi aspettava il cucchiaio da un altro che stava usandolo. Questo forse può spiegare perché la maggioranza degli uomini preferiva mangiare senza cucchiaio".128 Un'altra detenuta riteneva di essere riuscita a sopravvivere perché "aveva scambiato del pane per una ciotola smaltata da mezzo litro ... Se hai la tua ciotola, puoi avere le prime razioni, e il grasso è tutto in superficie. Gli altri devono aspettare finché la tua ciotola non è disponibile. Mangi e poi la passi a un altro, che la da a un altro ancora .. .".129

Altri prigionieri si fabbricavano da soli ciotole e cucchiai di legno. Nel piccolo museo situato al quartier generale dell'Associazione Me-morial di Mosca sono esposti svariati articoli fatti in casa di questo genere, oggetti capaci di suscitare una profonda commozione.130 Come sempre, l'amministrazione centrale del Gulag era pienamente al corrente di tali carenze, e di tanto in tanto cercava di provvedere in qualche modo: una volta le autorità elogiarono un campo in cui i barattoli vuoti venivano utilizzati con intelligenza proprio a questo scopo.131 Ma anche quando posate e piatti esistevano, spesso non c'era modo di pulirli: un'ordinanza del Dmitlag proibiva "in modo categorico" ai cuochi dei campi di somministrare cibo nei piatti sporchi.132

Per tutte queste ragioni, le disposizioni relative alle razioni emanate da Mosca, in cui già era previsto il minimo necessario per sopravvivere, non costituiscono un'indicazione attendibile su quanto i prigionieri mangiavano davvero. E non è necessario ricorrere soltanto ai memoriali dei prigionieri per sapere che i reclusi dei campi sovietici erano affamati. Lo stesso Gulag inviava ispezioni periodi-che nei campi, e registrava che cosa mangiavano in realtà i prigionieri, rispetto a quello che avrebbero dovuto mangiare. Anche in questo caso colpisce la discordanza surreale con gli elenchi accurati delle razioni alimentari stilati a Mosca.

Un'indagine del 1942 sul campo di Volgostroj, per esempio, riferi-va che in un lagpunkt c'erano ottanta casi di pellagra, una malattia da Malnutrizione: "La gente sta morendo di fame" riferiva il rapporto in modo asciutto. Nel Siblag, un grande campo della Siberia occidenta-

Gulag

le, un viceprocuratore sovietico scoprì che nei primi tre mesi del 194} le disposizioni relative alle razioni alimentari erano state "violate in modo sistematico ... carne, pesce e grassi vengono distribuiti molto di rado ... lo zucchero non viene distribuito affatto". Nel 1942, nella regione di Sverdlovsk, il cibo preparato nei campi non conteneva "grassi, pesce o carne, e spesso nemmeno verdura" e, nel Vjatlag, "in luglio il cibo era scarso, quasi immangiabile e privo di vitamine per la mancanza di grassi, carne, pesce, patate ... l'alimentazione è tutta a base di farina e di cereali".133

Ad alcuni prigionieri, a quanto pare, il cibo veniva negato perché il campo non riceveva i rifornimenti previsti. Si trattava di un problema cronico: a Kedrovyj Sor, i contabili del lagpunkt tenevano un elenco di tutti i prodotti alimentari che potevano rimpiazzare quelli previsti per i detenuti ma non disponibili: oltre al formaggio al posto del latte, la lista indicava anche gallette secche al posto del pane, funghi al posto della carne e more di bosco al posto dello zucchero.134 Quindi non è affatto sorprendente se la dieta dei prigionieri differiva molto da quella prevista sulla carta a Mosca. Il rapporto di un'ispezione effettuata nel Birlag nel 1940 riferisce: "II pranzo degli zek che lavorano è costituito da acqua e 130 grammi di cereali; il secondo è pane nero, circa 100 grammi. A colazione e a cena mangiano la stessa zuppa". Da un colloquio con il cuciniere, inoltre, l'ispettore venne a sapere che le norme teoriche non venivano mai rispettate, che non arrivavano né pesce, né carne, né verdure o grassi. Il rapporto concludeva che nel campo non c'erano "soldi per comprare cibo o vestiario ... e senza soldi nessuna organizzazione di rifornimento vuole collaborare". In conseguenza vennero registrati oltre cinquecento casi di scorbuto.135

Molto spesso, comunque, quando i generi alimentari arrivavano a un campo venivano subito rubati. I furti si verificavano quasi a tutti i livelli. Di solito il cibo veniva sottratto durante la preparazione da chi lavorava in cucina o nei depositi. È il motivo per cui i detenuti cercavano lavori - come cucinare, lavare i piatti, lavorare nei depositi - che consentivano di accedere al cibo: per poterlo rubare. La Ginzburg una volta si "salvò" grazie a un lavoro di lavapiatti nella mensa maschile. Oltre a poter consumare "vero brodo di carne e delle frittelle cotte in olio di girasole", si accorse che gli altri prigionieri avevano soggezione di lei. Un uomo le si avvicinò mentre mangiava. Accanto al cibo, "un senso frammisto di profonda invidia e di umile ammirazione per coloro che erano riusciti a raggiungere una simile posizione nella vita gli fece tremare la voce".136

Persino dei lavori come provvedere alla mietitura nelle fattorie

La vita quotidiana 237

del campo o sbucciare patate erano molto ambiti, e i detenuti pagavano per ottenerli, per essere in condizione di rubare del cibo. In seguito, la Ginzburg fu addetta anche al governo dei polli destinati alla tavola dei dirigenti del campo. Lei e la sua collega approfittarono appieno della situazione: "Condivamo la kasa del campo con olio di fegato di merluzzo preso a prestito dalle galline. Con l'avena degli uccelli preparavamo il kisel'. Infine mangiavamo ogni giorno tre uo-va in due, uno nel brodo comune e uno a testa, così, come ghiottoneria a parte. (Non volevamo prenderne di più per non ridurre gli indici di fecondità delle galline. Poiché proprio da questi veniva giudicato il nostro lavoro.)".137

I furti avvenivano anche su scala assai più vasta, soprattutto nelle cittadine dell'estremo nord in cui c'erano dei campi di lavoro, dove tutti ritenevano valesse la pena di rubare, per la carenza di cibo tra i lavoratori liberi, le guardie dei campi e i prigionieri. Ogni anno nei campi venivano stilati rapporti sui beni sottratti. In quelli del lag-punkt di Kedrovyj Sor, soltanto per l'ultimo trimestre del 1944 si denunciavano ammanchi di derrate alimentari e denaro per un valore di oltre 20.000 rubli.13"

Su scala nazionale, le cifre salivano in modo vertiginoso. In un rapporto del 1947 di un ufficio inquirente, per esempio, sono registrati molti furti, uno dei quali avvenuto nel Vjatlag, dove dodici persone, tra cui il dirigente del magazzino del campo, si erano appropriate di generi alimentari e verdure per un valore di 170.000 rubli. In un altro rapporto dello stesso anno si calcolava che, su 34 campi indagati nel secondo trimestre del 1946, fossero state rubate in totale 70 tonnellate di pane, 132 di patate e 17 di carne. L'ispettore che stilò il rapporto concludeva: "II complesso sistema di alimentazione dei prigionieri agevola il furto di pane e di altri prodotti alimentari". Inoltre criticava il "sistema per cui i lavoratori liberi si nutrivano tramite tessere di razionamento", e le squadre di ispezione interne dei campi, i cui membri erano completamente corrotti.139

In certi casi il sistema delle ispezioni provocò delle conseguenze: in alcuni campi, il timore di ripercussioni indusse i dirigenti a rispettare la lettera, se non lo spirito, della legge. Un detenuto del campo, Per esempio, riceveva mezzo bicchiere di zucchero alla fine del mese e se lo mangiava. Per il comandante del campo era il modo per assicurarsi di ricevere la somma stabilita dalla burocrazia di Mosca. Per i prigionieri era una festa, "il giorno dello zucchero".140

Tutto sommato, non tutti facevano la fame. Anche se la maggior Parte dei prodotti alimentari spariva prima di finire nella zuppa, c'è-

Gulag

ra un alimento fondamentale quasi sempre disponibile: il pane. U pane del Gulag, come la zuppa, è stato descritto molte volte. Talvolta veniva ricordato soprattutto perché era cotto male: un prigioniero racconta che era duro al punto da "sembrare un mattone", e così scarso da poterlo finire "in due bocconi".141 Un detenuto dice che era "pane davvero "nero" perché la crusca residua colorava il pane di nero e gli dava una consistenza ruvida". Notava inoltre che veniva cotto con acqua abbondante, e quindi era "umido e pesava molto, perciò in realtà ce ne davano meno dei 700 grammi previsti".142

Altri ricordano che i prigionieri si contendevano le pagnotte più secche, meno acquose.143 Nel breve racconto di Salamov "Cherry-Brandy", è descritta la morte immaginaria di Osip Mandel'stam, che avvicinandosi alla fine perde interesse per cose del genere: "Non cercava con occhi avidi il pezzo con la crosta, non piangeva se la crosta toccava a un altro, non si ficcava in bocca con dita tremanti il pezzette di pane".144

Nei campi dove la fame si sentiva di più, negli anni in cui la fame si sentiva di più, il pane assumeva una connotazione quasi sacrale, e si sviluppò un preciso rituale per il suo consumo. Per esempio, i ladri del campo rubavano senza ritegno quasi qualsiasi altra cosa, ma i ladri di pane erano considerati particolarmente odiosi e imperdonabili. Durante il suo lungo viaggio in treno verso la Kolyma, Vladimir Petrov osservò: "rubare era consentito, e si poteva portare via qualsiasi cosa alla portata del ladro e in conformità alla sua fortuna, ma c'era un'eccezione: il pane. Il pane era sacro e inviolabile, senza distinzioni tra la popolazione del convoglio". Petrov per la verità era stato eletto starosta del convoglio, e in questa veste fu incaricato di pestare di santa ragione un ladruncolo che aveva rubato del pane. Fece quello che doveva.145 Anche Thomas Sgovio racconta che la legge non scritta dei criminali nei campi della Kolyma era: "Ruba qualunque cosa salvo la santa razione di pane". Anche lui vide "più di un prigioniero picchiato a morte per aver violato la sacra tradizione".146 Kazimierz Zarod ricorda la stessa tradizione:

Se un detenuto rubava abiti, tabacco o quasi qualsiasi altra cosa e veniva scoperto, poteva aspettarsi di essere pestato dagli altri prigionieri, ma la legge non scritta del campo, e ho saputo da altri campi che era uguale dappertutto, prescriveva che un detenuto scoperto a rubare il pane di un altro andasse condannato a morte.147

Nelle sue memorie, Dmitrij Panin, amico intimo di Solzenicyn, racconta con precisione come poteva essere eseguita la condanna: "Un trasgressore colto a rubare del pane veniva gettato per aria da

La vita quotidiana 239

altri prigionieri e lasciato cadere a terra; l'operazione si ripeteva diverse volte, danneggiando i suoi reni. Poi lo gettavano fuori dalle baracche come una carogna".

Panin, come molti altri sopravvissuti che si trovavano nei campi durante il periodo di fame della guerra, parla anche con eloquenza dei rituali seguiti da alcuni prigionieri per consumare il pane. Se ne ricevevano solo una volta al giorno, la mattina, dovevano prendere una decisione straziante: mangiarlo tutto in una volta, o conservarne un po' per il pomeriggio. Conservandolo, si correva il rischio di perdere o di farsi rubare quel prezioso quarto di pagnotta. D'altra parte, un pezzo di pane costituiva qualcosa da desiderare con impazienza durante il giorno. Queste indicazioni di Panin riguardo alla seconda opzione sono di certo una straordinaria testimonianza sulla scienza di come evitare la fame:

Quando ti danno la tua razione provi il desiderio forrissimo di prolungare il piacere di mangiarla, la tagli in minuti pezzetti regolari e fai delle palline con i frammenti di mollica. Con fili e bastoncini costruisci una bilancia improvvisata e pesi ogni pezzo. In questo modo cerchi di prolungare l'operazione del mangiare per tre ore o più. Ma questo equivale a un suicidio!

Non metterci mai per nessun motivo più di mezz'ora a finire la tua razione. Ogni pezzo di pane va masticato a lungo, per consentire allo stomaco di digerirlo con la maggior facilità possibile, così che possa rilasciare nell'organismo la massima quantità di energia ... se dividi sempre la tua razione e ne accantoni un pezzo per la sera sei rovinato. Mangialo tutto sul posto; d'altra parte, se lo inghiottisci troppo in fretta, come fanno le persone affamate in circostanze normali, ti accorci la vita...148

Comunque, gli zek non erano gli unici abitanti dell'Unione Sovietica ossessionati dal pane e dai molti modi di mangiarlo. Ancora adesso, un mio conoscente russo non mangia pane scuro di nessun genere, perché, quando era bambino in Kazakistan, durante la guerra, non consumava altro. E Susanna Pecora, che negli anni Cinquanta era detenuta nel Minlag, una volta udì per caso due contadine russe anch'esse prigioniere, donne che conoscevano la vita senza di esso, parlare del pane appena distribuito:

Una teneva un pezzo di pane e lo accarezzava: "Oh, hlebuska ["panuc-cio", vezzeggiativo simile a quello con cui si chiamerebbe un bambino] mio!" disse con gratitudine "ti distribuiscono tutti i giorni". L'altra disse: "Potremmo farlo seccare e mandarlo ai bambini. In fondo hanno fame. Ma non penso che ci autorizzerebbero a spedirlo.. .".149

Dopo quell'episodio, mi ha raccontato la Pecora, ci pensava due volte prima di lamentarsi per la penuria di cibo nei campi.

I

XI IL LAVORO

I

Chi è ammalato, inabile,

o troppo debole per la miniera

è retrocesso al campo inferiore

ad abbattere gli alberi della Kolyma.

È molto semplice quando lo leggi

nero su bianco.

Ma non riesco a dimenticare

la catena di slitte sulla neve

e gli uomini aggiogati.

Sforzando il petto incavato, trascinano i carri.

Sui pendii scoscesi sostano per riposare

o incespicano... Il greve carico rotola giù

e a momenti li farà cadere...

Tutti hanno visto incespicare un cavallo. Noi abbiamo visto mettere le briglie agli uomini... ELENA VLADIMIROVA, Kolyma1

"Rabocaja zona": la zona di lavoro

II lavoro era lo scopo fondamentale della maggioranza dei campi sovietici. Era l'occupazione principale dei prigionieri e la preoccupazione essenziale degli amministratori. La vita quotidiana era organizzata in funzione del lavoro e il benessere dei prigionieri dipendeva dall'efficienza con cui lavoravano. Ciononostante, è difficile spiegare nel complesso che cosa rappresentasse davvero il lavoro nei campi: l'immagine del detenuto nella tempesta di neve, che con un piccone estrae oro o carbone, è solo uno stereotipo. Di detenuti di questo tipo ce n'erano molti - milioni, come indicano le cifre relative ai campi della Kolyma e di Vorkuta -, ma oggi sappiamo che anche

// lavoro 241

nel centro di Mosca esistevano campi di detenzione in cui i detenuti progettavano aeroplani, altri nella Russia centrale in cui i prigionieri costruivano e tenevano in funzione centrali nucleari, campi addetti alla pesca sulle coste del Pacifico, campi di aziende agricole collettive nella parte meridionale dell'Uzbekistan. Negli archivi del Gulag a Mosca abbondano le fotografie di prigionieri con i loro cammelli.2

Senza dubbio, la gamma di attività produttive svolte all'interno del Gulag era ampia quanto nell'Unione Sovietica in generale. Uno sguardo alla Guida al sistema dei campi di lavoro correzionale nell'URSS, l'elenco più completo dei campi attualmente noto, rivela l'esistenza di campi organizzati intorno a miniere d'oro, cave di carbone, miniere di nichel, cantieri di superstrade e ferrovie, fabbriche di armi, industrie chimiche, impianti siderurgici, centrali elettriche; campi nati per la costruzione di aeroporti, di quartieri residenziali, di impianti di depurazione delle acque, di estrazione della torba, taglio degli alberi e lavorazione del pesce.3 Gli amministratori del Gulag conservavano addirittura un catalogo di fotografie delle merci prodotte dai detenuti. Tra l'altro, vi sono fotografie di miniere, missili e altri armamenti; pezzi di automobili, serrature per le porte, bottoni; tronchi che galleggiano sui fiumi; mobili di legno, sedie, stipi, cabine telefoniche e barili; scarpe, ceste e tessuti (con attaccati i campioni); coperte, cuoio, berretti di pelliccia, cappotti di pelle di montone; coppe, lampade e barattoli di vetro; sapone e candele; persino giocattoli, piccoli carri armati di legno, mulini e conigli meccanici che suonano il tamburo.4

Nei molti campi, e in ciascuno di essi, i lavori erano diversi, anche se in quelli forestali molti detenuti abbattevano soltanto gli alberi. I prigionieri condannati a pene fino a tre anni lavoravano in "colonie di lavoro correzionale", campi a regime attenuato di solito organizzati intorno a una sola fabbrica o destinati a un'unica attività. Invece nei campi più vasti talvolta c'erano diverse industrie: miniere, una fabbrica di mattoni e una centrale elettrica, ma anche cantieri edilizi per la costruzione di edifici residenziali o di strade. In essi rutti i giorni i detenuti scaricavano treni merci, guidavano camion, raccoglievano ortaggi, lavoravano in cucine, ospedali e asili per i bambini. Inoltre, anche se in modo ufficioso, lavoravano come domestici, bambinaie e sarti per i comandanti dei campi, le guardie e le loro mogli.

I prigionieri con condanne lunghe spesso riuscivano a fare diversi lavori, cambiando spesso a seconda della fortuna del momento. Nei quasi vent'anni trascorsi nei campi, Evgenija Ginzburg tagliò alberi, scavò fossati, pulì la residenza degli ospiti del campo, lavò piatti, ac-

Gulag

cudì polli, fece il bucato per le mogli dei comandanti del campo e si occupò dei figli dei detenuti. Alla fine divenne infermiera.5 Negli undici anni trascorsi nei campi, Leonid Sitko, un altro prigioniero politico, fece il saldatore, lo scalpellino in una cava, il muratore in una squadra edilizia, il facchino in uno scalo ferroviario, il minatore in una miniera di carbone e il falegname in una fabbrica di mobili, dove costruiva tavoli e librerie.6

Benché all'interno del sistema dei campi i lavori variassero quanto nel mondo esterno, i lavoratori detenuti in generale si dividevano in due categorie: quelli assegnati agli obscie raboty, i "lavori generali", e i pridurok, termine che si può tradurre con "elementi fidati". Gli appartenenti a questa categoria, come vedremo, di solito erano considerati una casta separata. I lavori generali, svolti dalla stragrande maggioranza dei prigionieri, erano proprio quelli che si possono immaginare: lavori non specializzati, duri, molto pesanti sul piano fisico. "Il primo inverno che trascorsi al campo, quello del 1949-50, fu particolarmente difficile per me" racconta Isaak Fil'stinskij. "Non avevo una professione che potesse essere utile nei campi, ed ero costretto a passare da un posto all'altro, svolgendo lavori generici di vario tipo, e cioè segare, trasportare, tirare, spingere eccetera, in altre parole andare ovunque saltasse in testa di mandarmi all'addetto all'assegnazione delle mansioni."7

A parte quelli che alla prima assegnazione delle mansioni avevano avuto fortuna - di solito gli ingegneri edili o specializzati in altre professioni utili nei campi, oppure quelli che avevano già accettato di fare gli informatori - di norma gli zek, quando avevano portato a termine la settimana o più di quarantena, venivano adibiti ai lavori generali. Inoltre li assegnavano a una squadra, un gruppo composto da un minimo di 4 a un massimo di 400 detenuti che, oltre a lavorare insieme, mangiavano insieme e di solito dormivano nelle stesse baracche. Ogni squadra era diretta da un caposquadra, un prigioniero di fiducia con una posizione elevata, addetto a distribuire i compiti, controllare il lavoro e garantire che la sua squadra realizzasse la norma di produzione.

Le autorità erano consapevoli dell'importanza del caposquadra, che godeva di una posizione sociale a metà strada tra i prigionieri e gli amministratori. Nel 1933, il capo del Dmitlag mandò una direttiva a tutti i suoi subordinati, ricordando loro la necessità di "trovare tra i nostri operai stacanovisti persone capaci, così preziose nel nostro lavoro"; di conseguenza, proseguiva, "il caposquadra è la persona più importante, più significativa nel cantiere edilizio".8

// lavoro 243

Lo scavo di una fossa; disegno di Benjamin Mkrtcjan, Ivdel, 1953. (Associazione Memorial, Mosca)

Agonia di uno "zek"; ritratto di Sergej Rejhenberg, Magadan. (Associazione Memorial, Mosca)

Gulag

Dal punto di vista del singolo prigioniero, il rapporto con il capo, squadra non era soltanto importante, poteva influenzare la qualità della sua vita, anzi determinare se sarebbe vissuto o morto, corne racconta un detenuto:

La vita di una persona dipende molto dalla sua brigata e dal suo caposquadra, dato che si trascorrono giorno e notte in loro compagnia. A lavorare a mensa e in cuccetta, sempre le stesse facce. I membri della brigata possono lavorare tutti insieme, in gruppi o da soli. Possono aiutarti a sopravvivere, o contribuire a distruggerti. O partecipazione e aiuto, o indifferenza e ostilità. Il ruolo del caposquadra non è meno importante. Conta anche chi sia, quali compiti e obblighi ritenga di avere: servire i capi a spese tue e a proprio vantaggio, trattare i membri della sua brigata come esseri inferiori, servi e lacchè, o essere tuo compagno di sfortuna e fare tutto il possibile per facilitare la vita dei membri della brigata.9

In effetti alcuni capisquadra minacciavano e spaventavano i loro lavoratori. Durante la prima giornata trascorsa nelle miniere di Ka-raganda, Alexander Weissberg svenne per la fame e lo sfinimento: "il caposquadra, urlando come un toro impazzito, si voltò nella mia direzione, mi si buttò addosso con tutto il peso del suo corpo possente, mi prese a calci e pugni e alla fine mi assestò sulla testa un colpo tale che caddi per terra, semisvenuto, coperto di lividi e con il sangue che mi colava sulla faccia...".10

In altri casi, il caposquadra consentiva alla sua squadra di operare come un gruppo organizzato di persone di pari livello, insistendo perché i prigionieri lavorassero di più anche se non erano di quell'avviso. Nel romanzo Una giornata di Ivan Denisovic, il protagonista di Solzenicyn a un certo punto fa una riflessione sulla squadra: "E non una squadra come "fuori", dove Ivan Ivanovic prende la sua paga e Petr Ferrovie la sua. Nel campo la squadra è fatta in modo che il capo non abbia bisogno di aizzare i detenuti, ma siano i detenuti ad aizzarsi l'un l'altro. Lì si usa così: o un supplemento di rancio per tutti, o crcpate tutti".11

I compagni di squadra di Vernon Kress, un altro prigioniero della Kolyma, gli inveirono contro e lo picchiarono perché non reggeva i ritmi di lavoro, e alla fine dovette andare in una squadra "debole", i cui membri non ricevevano mai la razione completa.12 Anche a Jurij Zorin capitò di far parte di una squadra di veri stacanovisti, costituita soprattutto da lituani che non tolleravano scansafatiche nel gruppo: "Non può immaginare come lavoravano, con zelo e bene ... se pensavano che lavorassi male, ti gettavano fuori dalla brigata lituana".13

Se ti capitava la sfortuna di finire in una "cattiva" brigata, e non riu-

lì lavoro 245

scjvi a corrompere qualcuno o a trovare un modo per cavartela, rischiavi di morire di fame. M.B. Mindlin, che in seguito è stato tra i fon-Datori dell'Associazione Memorial, una volta nella Kolyma fu inserito in una squadra costituita in larga parte da georgiani e diretta da un caposquadra georgiano. Si rese conto molto in fretta che i membri della squadra avevano paura del loro capo quanto delle guardie, e che inoltre, essendo "l'unico ebreo in una squadra di georgiani", non avrebbe ricevuto certo un trattamento di favore. Un giorno lavorò molto sodo, perché sperava di ottenere la razione massima, un chilo e due erti di pane. Il caposquadra però non volle riconoscergli il lavoro svolto e gliene fece assegnare solo 700 grammi. Mindlin pagò una bustarella e riuscì ad andare in un'altra squadra, dove trovò un'atmosfera del tutto diversa: il nuovo caposquadra si preoccupava davvero per i suoi subalterni, e all'inizio gli concesse persino di svolgere lavori più leggeri, per consentirgli di rimettersi in forze: "Chiunque entrava nella sua squadra si considerava fortunato e si salvava dalla morte". In seguito, divenne caposquadra egli stesso, e si assunse la responsabilità di distribuire le bustarelle, per assicurare a tutti i membri della squadra il migliore trattamento possibile dai cucinieri del campo, dagli addetti al taglio del pane e da altre persone importanti.14

L'atteggiamento del caposquadra era importante perché, nella maggior parte dei casi, i lavori generali dovevano dare risultati efficaci e verificabili. Mentre nei campi tedeschi, secondo un eminente studioso, il lavoro doveva servire soprattutto come strumento "di tortura e di maltrattamento", i prigionieri sovietici erano tenuti a realizzare degli obiettivi previsti dal piano di produzione del campo.15 Certo questa regola aveva delle eccezioni. A volte, dei secondini stupidi o sadici assegnavano davvero ai detenuti compiti inutili. Susanna Pecora ricorda di essere stata incaricata di portare avanti e indietro dei secchi pieni di argilla: "un lavoro del tutto inutile". Uno dei "capi" responsabili del posto in cui lavorava le disse a chiare lettere: "Non so che farmene del tuo lavoro, quello che mi importa è farti soffrire", una frase che negli anni Venti era familiare ai prigionieri delle Solove-ckie.16 Negli anni Quaranta, come vedremo, era ormai nata una rete di campi di punizione, con finalità di carattere non precipuamente economico, ma repressivo. Comunque anche in essi i detenuti dovevano produrre qualcosa.

Nella maggior parte dei casi, comunque, l'obiettivo non era far soffrire i prigionieri, o meglio, per essere più precisi, nessuno si curava se soffrissero o no. Era assai più importante che fossero inseriti nel piano di produzione del campo e che rispettassero la norma di

Gulag

produzione. La norma poteva corrispondere a qualsiasi cosa: nn certo numero di metri cubi di alberi da abbattere, di fossati da sca vare, di carbone da trasportare. E le norme erano considerate tre-mendamente importanti. I campi erano tappezzati di manifesti che esortavano i prigionieri a rispettarle. Tutto l'apparato "educativo-culturale" dei campi era incentrato sullo stesso messaggio. Le mense e lo spiazzo al centro di alcuni campi erano dotati di enormi lavagne, su cui venivano registrate le percentuali della norma realizzate dalle squadre.17

Gli addetti alla definizione delle norme (normirovscik), un compito per cui si riteneva ci volesse grande competenza, le calcolavano con molta cura e con criteri scientifici. Jacques Rossi, per esempio, racconta che per gli addetti alla spalatura della neve le norme variavano a seconda che la neve fosse appena caduta, leggera, un po' ghiacciata o ghiacciata (perché bisognava premere con il piede sulla pala), molto ghiacciata o gelata (perché bisognava lavorare con i picconi). E, in ogni caso, "esisteva una serie di coefficienti per calcolare la distanza, l'altezza della neve spalata e così via".18

Tuttavia, anche se in teoria il procedimento per stabilire le norme di lavoro e per determinare chi le avesse realizzate era scientifico, in realtà difettava per la corruzione, le irregolarità e le incongruenze. Per cominciare, ai prigionieri venivano assegnate norme corrispondenti a quelle dei lavoratori liberi: si supponeva che le portassero a termine allo stesso modo dei tagliaboschi o dei minatori di professione. Ma in linea di massima i detenuti non erano taglialegna o minatori di professione, e spesso non sapevano bene che cosa dovevano fare. E poi, dopo i lunghi soggiorni in prigione e i viaggi tremendi nei vagoni bestiame non riscaldati, non erano nemmeno in condizioni fisiche normali.

Più un prigioniero era inesperto ed esausto, più stava male. Evge-nija Ginzburg da una classica descrizione di due donne, entrambe intellettuali non abituate ai lavori pesanti, entrambe indebolite da anni in prigione, che cercavano di abbattere gli alberi:

Per tre giorni, io e Calia [Gal'ja] cercammo di fare l'impossibile. Povere piante! Quanto dovevano soffrire cadendo sotto i nostri colpi maldestri! Come potevamo noi, inesperte e sfinite, abbattere una pianta? L'accetta falliva schizzandoci in faccia piccole schegge. Segavamo convulsamente, senza ritmo, dentro di noi incolpandoci a vicenda di incapacità sebbene non ci muovessimo apertamente nessun rimprovero, consapevoli che litigare era un lusso che non potevamo permetterci. La sega si inceppava continuamente. Ma il momento peggiore veniva quando la pianta, così tagliuzzata, fina!" mente si apprestava a cadere e noi non riuscivamo a capire da che parte si

Il lavoro 247

rebbe inclinata. Una volta Calia ricevette un tremendo colpo in testa, ma ['infermiere di turno si rifiutò perfino di medicare la ferita con tintura d'io-ij0- "È un vecchio trucco! Voleva farsi esonerare al primo giorno!".

Alla fine della giornata, il caposquadra dichiarò che Evgenija e Galla avevano realizzato il diciotto per cento della norma, e le "retribuì" per la l°ro modesta prestazione: "Poiché il tozzo di pane che ricevevamo "in proporzione alla produzione" era minuscolo, durante la marcia nel bosco per raggiungere il posto di lavoro, cadevamo sfinite dalla debolezza". Nel frattempo, il caposquadra continuava a ripetere che "non intendeva dare pane del popolo in pasto a controrivoluzio-nari e sabotatori che non raggiungevano la norma produttiva".19

Nei campi dell'estremo nord, soprattutto in quelli della Kolyma e delle regioni di Vorkuta e Noril'sk, tutti al di sopra del Circolo polare artico, il clima e il terreno aumentavano le difficoltà. In quelle regioni artiche, contrariamente a quanto di solito si crede, l'estate spesso era insopportabile quanto l'inverno. Persine là, le temperature possono salire oltre i trenta gradi centigradi. Quando la neve si scioglie, la superficie della tundra diventa fangosa, quindi camminare risulta difficile, e le zanzare si spostano in nugoli grigi, con un brusio tale che è impossibile udire qualsiasi altra cosa. Un prigioniero racconta:

Le zanzare si insinuavano nelle maniche, dentro i pantaloni. Avevamo la faccia gonfia per le punture. Sul luogo di lavoro ci portavano il pranzo e, mentre mangiavi, la zuppa a volte le zanzare riempivano la ciotola, come semolino di grano saraceno. Ti sciamavano negli occhi, nel naso e in gola, e avevano un sapore dolciastro, come il sangue. Più ti agitavi e le scacciavi, più ti attaccavano. Il sistema migliore era di ignorarle, di vestirti più leggero e invece di un cappello con la zanzariera di portare un serto d'erba o di corteccia di betulla.20

Gli inverni, naturalmente, erano molto, molto freddi. Le temperature potevano scendere a 30, 40 o 50 gradi sotto zero. Memorialisti, poeti e romanzieri hanno fatto ogni sforzo per descrivere che sensazione si provava a lavorare con un gelo simile. Uno racconta di un freddo tale che "un semplice movimento improvviso di una mano nell'aria provocava un forte sibilo".21 Un altro dice che la mattina di Natale si svegliò e scoprì di non riuscire a muovere la testa:

Al risveglio, il mio primo pensiero fu che in qualche modo il pezzo di stoffa che prima di andare a dormire mi ero avvolto intorno alla testa e alle orecchie sì fosse impigliato nelle assi della cuccetta, ma quando cercai di mettermi a sedere, mi si staccò dalla testa. Sollevandomi su un gomito, tirai con forza la stoffa e mi resi conto che era congelata sul tavolaccio. Il mio fiato e quello degli aomini nella capanna restava sospeso nell'aria come fumo.22

Gulag

Un altro spiega: "Era pericoloso smettere di muoversi. Durante la conta saltavamo, facevamo delle corsette e ci davamo delle pacche addosso per tenerci caldi. Mi massaggiavo di continuo le dita dei piedi e aprivo e chiudevo le mani ... se si toccava uno strumento di metallo con la mano nuda, la pelle a volte si lacerava, e andare in bagno era molto rischioso. Un attacco di diarrea poteva lasciarti nella neve per sempre". Quindi, alcuni detenuti se la facevano nei calzoni: "Lavorare accanto a loro era molto sgradevole, ma quando poi si tornava all'accampamento e la temperatura si alzava un po', il fetore diventava ancora più insopportabile. Quelli che si facevano i bisogni addosso venivano spesso picchiati e buttati fuori".23

Dal punto di vista climatico, alcuni lavori generali erano peggiori di altri. Nelle miniere di carbone dell'Artico, ricorda un detenuto, l'aria sottoterra era più tiepida, ma sui minatori gocciolava di continuo acqua ghiacciata: "II minatore diventa una specie di gigantesco ghiacciolo, il suo organismo comincia a gelarsi per un periodo lungo e costante. Dopo tre o quattro mesi di quel lavoro infernale, i prigionieri cominciano ad ammalarsi in massa .. .".24

Isaak Fil'stinskij fu anche addetto a uno dei lavori invernali più spiacevoli del Kargopol'lag: scegliere i tronchi da lavorare. Significava stare a bagno tutto il giorno, e anche se l'acqua era calda - veniva pompata dall'impianto elettrico -, l'aria non lo era:

In inverno, nella regione di Arcangelo l'aria si manteneva a una temperatura costante di quaranta-quarantacinque gradi sotto zero, quindi sulla vasca per la selezione c'era sempre una fitta nebbia. Era molto umido e molto freddo allo stesso tempo ... il lavoro non era molto difficile, ma dopo mezz'ora-quaranta minuti avevi il corpo tutto intriso e avvolto dall'umidità, il mento, le labbra e le ciglia coperti di brina, e il gelo ti era penetrato dentro le ossa, attraverso i patetici indumenti del campo.25

D'inverno il lavoro peggiore era quello nelle foreste. Infatti, oltre a essere fredda, la taigà era spazzata periodicamente da violente, improvvise bufere di neve, chiamate buran o purga. Dmitrij Bystroletov, un prigioniero del Siblag, vi si trovò in mezzo:

In quel momento il vento cominciò a ululare in modo selvaggio e spaventoso, costringendoci a buttarci a terra. La neve mulinava nell'aria, e tutto scomparve: le luci del campo, le stelle, l'aurora boreale, e restammo soli in una nebbia bianca. Cercammo il più in fretta possibile di trovare la via di ritorno allargando le braccia, scivolando e incespicando goffamente, cadendo e sollevandoci l'un l'altro. D'un tratto un tuono ci esplose sulla testa. Riuscii a malapena ad aggrapparmi al mio compagno, quando una pioggia violenta di ghiaccio, neve e sassi cominciò a riversarsi sulle nostre facce. Il vortice di neve rendeva impossibile respirare, impossibile vederci.. .26

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Anche Janusz Bardach venne sorpreso da un buran, mentre lavorava in una cava nella Kolyma. Insieme alla scorta, lui e gli altri prigionieri ritornarono al campo seguendo i cani da guardia, legati uno all'altro con la corda:

Non riuscivo a vedere niente dietro alla schiena di Jurij, e mi aggrappavo alla corda come se fosse un salvagente ... I punti di riferimento conosciuti erano scomparsi, e non avevo idea della distanza che dovevamo percorrere ed ero certo che non saremmo mai potuti tornare indietro. Inciampai con il piede su qualcosa di morbido, un detenuto che aveva lasciato andare la corda. "Alt!" gridai. Ma non ci fermammo. Nessuno sentiva la mia voce. Mi abbassai e tirai il suo braccio verso la corda. "Qui!". Cercai di tenergli la mano sulla corda. "Aspetta!" Non serviva. Quando gli lasciai il braccio, ricadde a terra. Il duro comando di Jurij di andare avanti mi spinse a proseguire ...

Quando la squadra di Bardach ritornò al campo, mancavano tre detenuti. Di solito, "i corpi dei prigionieri dispersi non venivano ritrovati fino alla primavera successiva, magari a soli cento metri dal comprensorio [la zona]".27

Il vestiario regolamentare distribuito ai prigionieri li proteggeva poco dalle intemperie. Nel 1943, per esempio, l'amministrazione centrale del Gulag ordinò di dare ai prigionieri, tra l'altro, una camicia estiva (che doveva durare due stagioni), un paio di pantaloni estivi (che dovevano durare due stagioni), una giacca invernale di cotone imbottito (che doveva durare due anni), pantaloni invernali imbottiti (che dovevano durare diciotto mesi), stivali di feltro (che dovevano durare due anni) e biancheria intima per nove mesi.28 In pratica, nemmeno questi miseri indumenti arrivavano mai in quantità adeguata. Da un'ispezione effettuata in ventitré campi nel 1948 risultò che le scorte di "abiti, biancheria e scarpe" erano insufficienti. Non si trattava di una valutazione pessimistica. Nel campo di Krasnojarsk, meno della metà dei prigionieri aveva le scarpe. A Nò-rii' sk, nell'estremo nord, solo il 75 per cento disponeva di stivali caldi, e appena l'86 per cento di indumenti pesanti. A Vorkuta, pure nell'estremo nord, solo il 25-30 per cento dei detenuti aveva biancheria intima, e solo il 48 per cento stivali caldi.29

I prigionieri supplivano con mezzi improvvisati alla mancanza di calzature: se le facevano con corteccia di betulla, pezzi di tessuto, Pneumatici vecchi. Nella migliore delle ipotesi, queste strane creazioni erano rozze e scomode per camminare, soprattutto nella neve alta. Nel peggiore dei casi, lasciavano passare l'acqua, il che significava congelamento assicurato.30 Elinor Lipper descrive le calzature fatte in casa, che nel suo campo venivano chiamate ce-te-ze, ab-

II

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breviazione di Òeljabinskij Traktornyj Zavod, la fabbrica di trattori H-Celjabinsk:

Erano fatte di tela di sacco leggermente imbottita e trapuntata con gambali alti e larghi che arrivavano al ginocchio, e con il piede rinforzato al tallone e in punta con tela cerata o similpelle. La suola era costituita di tre sezioni incrociate di gomma ricavata da pneumatici di automobile usati. L'insieme si legava sui piedi e sotto il ginocchio con dei lacci, in modo che la neve non passasse ... dopo averle usate per un giorno, però, si deformavano e le suole molli si spampanavano. Assorbivano l'umidità a una velocità incredibile, soprattutto quando erano fatte con sacchi che erano serviti per contenere il sale.. .31

Un altro detenuto descrive calzature improvvisate dello stesso genere: "Erano aperte sui lati, quindi di fianco le dita dei piedi restavano scoperte. Non si riusciva a fissare per bene le pezze ai piedi, perciò le dita rimanevano esposte al gelo". Portando quelle scarpe, in effetti, si congelò i piedi e, a suo parere, fu proprio questo a salvargli la vita, perché non poteva più lavorare.32

I prigionieri avevano svariate teorie sui sistemi per ovviare al freddo. Per riprendersi dal gelo alla fine della giornata, per esempio, alcuni dopo il lavoro correvano nelle baracche e si affollavano intorno alla stufa, così vicino che a volte i loro vestiti prendevano fuoco: "Si diffondeva un odore disgustoso di stracci bruciati che faceva pizzicare le narici".33 Altri lo ritenevano un comportamento imprudente. Alcuni detenuti più esperti dissero a Isaak Fil'stinskij che affollarsi intorno alla stufa o al fuoco del campo era pericoloso, perché il repentino sbalzo di temperatura provocava la polmonite: "L'organismo umano è fatto in modo tale che per quanto freddo ci sia il corpo si adatta e si abitua. Nel campo io seguii sempre questo saggio principio e non presi mai nemmeno un raffreddore".34

Era previsto che i dirigenti dei campi, quando il clima era particolarmente rigido, facessero qualche concessione. In base alle norme, i detenuti di alcuni campi settentrionali avevano diritto a razioni supplementari. Tuttavia, a quanto risulta dalla documentazione relativa al 1944, potevano ammontare a 50 grammi di pane al giorno in più, pochi morsi, una quantità insufficiente a compensare il freddo estremo.35 In teoria, quando faceva troppo freddo, o quando minacciava di scoppiare una tempesta, i prigionieri non dovevano lavorare. Vladimir Petrov sostiene che nella Kolyma, sotto il regime di Berzin, i detenuti smettevano di lavorare quando la temperatura raggiungeva i 50 gradi sotto zero. Nell'inverno del 1938-39, dopo la destituzione di Berzin, la temperatura doveva scendere a 60 gradi sotto zero perché il lavoro venisse interrotto. E nemmeno questa regola veniva

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pjnpre rispettata, afferma Petrov, poiché nel giacimento d'oro l'uni-

0 in possesso di un termometro era il comandante del campo. Quindi "nell'inverno del 1938-39 solo per tre giorni fu concessa va-

nza dal lavoro per le basse temperature, contro i quindici dell'in-verno del 1937-38".3o

Un altro memorialista, Kazimierz Zarod, racconta che nel suo camp0 di prigionia, durante la Seconda guerra mondiale, il lavoro si interrompeva a una temperatura di 49 gradi sotto zero, e ricorda che una volta alla sua squadra addetta al taglio degli alberi fu ordinato di tornare al campo durante il giorno, poiché il termometro aveva raggiunto i -53: "Raccogliemmo l'attrezzatura in tutta fretta, ci mettemmo in colonna e riprendemmo la strada di ritorno al campo".37 Bardach ricorda che, negli anni della guerra, nella Kolyma la regola era -50 gradi, "mentre il vento, per quanto gelato, non veniva mai preso in considerazione".38

Tuttavia, le condizioni climatiche non costituivano l'unico ostacolo alla realizzazione della norma. In molti campi le norme erano davvero troppo alte. In parte si trattava di una conseguenza collaterale della logica della pianificazione centrale sovietica, secondo cui la produttività delle imprese doveva aumentare ogni anno. Ekateri-na Olickaja ricorda che le sue compagne della fabbrica di confezioni facevano ogni sforzo per realizzare la norma, perché desideravano conservarsi quel lavoro, al caldo e al coperto. E dato che ci riuscivano, l'amministrazione continuava ad aumentarla, per cui diventò irrealizzabile.39

Le norme continuavano a innalzarsi, anche perché sia i detenuti sia gli addetti alla loro definizione mentivano, sovrastimando la produzione realizzata e quella da realizzare. Sicché capitava che, con il passar del tempo, le norme raggiungessero livelli astronomici. Alexander Weissberg racconta che persino nei lavori considerati più facili c'erano norme incredibili: "Ciascuno si trovava di fronte un compito in apparenza impossibile. I due addetti alla lavanderia dovevano lavare i vestiti di 800 persone in dieci giorni".40

Inoltre, superare le norme previste non produceva sempre i vantaggi sperati. Antoni Ekart ricorda un incidente: il ghiaccio sul fiume accanto al suo campo si ruppe, e c'era il rischio di un allagamento: "Diverse squadre costituite dai detenuti più forti, compresi tutti gli stacanovisti", lavorarono come pazzi per due giorni, in pratica senza una pausa. In premio ricevettero mezza aringa ciascuno e un quarto di pacchetto di mahorka [tabacco grossolano]".41

In tali condizioni - lunghe giornate di lavoro, rari giorni liberi e

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poco riposo durante il lavoro - gli incidenti erano molto frequenti All'inizio degli anni Cinquanta, ordinarono a un gruppo di detenute inesperte di soffocare un incendio nella boscaglia vicino all'Ozerlag Una di esse ricorda che in quell'occasione "diverse persone morirono bruciate".42 Lo sfinimento e il clima spesso si rivelavano una combinazione letale, come testimonia Alexander Dolgun:

Era freddo, le dita intorpidite non riuscivano a reggere manici e leve, tronchi e casse, e accadevano molti incidenti, spesso fatali. Un uomo rimase schiacciato mentre faceva rotolare dei tronchi giù da un carro piatto usandone altri due come rampa. Rimase sepolto sotto una ventina di tronchi o più che rotolarono giù tutti insieme, e lui non fu abbastanza svelto. Le guardie spinsero il cadavere fuori dalla strada, e quando scese la sera la massa sanguinolenta e irrigidita era lì ad aspettarci perché la portassimo a casa.43

A Mosca tenevano statistiche sugli incidenti, che a volte provocavano nervosi scambi epistolari tra gli ispettori e i comandanti dei campi. Secondo quella compilata per il 1945, solo nelle miniere di carbone di Vorkuta si verificarono 7124 incidenti, in 482 dei quali vi furono feriti gravi e in 137 dei morti. Gli ispettori imputarono la colpa alla penuria di lampade per minatori, ai guasti elettrici e all'inesperienza degli operai che venivano sostituiti di frequente. Calcolarono indignati che le giornate lavorative perse a causa degli incidenti erano state 61.492.44

Il lavoro era intralciato anche dalla pessima organizzazione e trascuratezza nella gestione. Bisogna riconoscere che in generale la cattiva gestione riguardava tutte le normali attività in Unione Sovietica, ma la situazione era ancora peggiore all'interno del Gulag, dove non si dava grande importanza alla vita e alla salute dei lavoratori, e i pezzi di ricambio stentavano ad arrivare a causa del clima e delle immense distanze. Il caos regnava nel Gulag sin dai tempi del canale del mar Bianco, e continuò per tutti gli anni Cinquanta, sebbene ci fossero assai più attività meccanizzate. Per chi lavorava nelle foreste "non c'erano seghe a catena, trattori per il trasporto dei tronchi, né elevatori meccanici".45 Chi era impiegato nelle fabbriche tessili riceveva "attrezzi insufficienti o inadeguati". Perciò, secondo un detenuto, "tutte le cuciture dovevano essere pressate con un grosso ferro che pesava due chili. Durante il turno un operaio doveva stirare 426 paia di pantaloni, gli si intorpidiva la mano per il peso, le gambe si gonfiavano e gli facevano male".46

Inoltre, i macchinari si guastavano in continuazione, un fattore di cui non sempre si teneva conto nel calcolare le norme. Nella stessa fabbrica tessile, "i tecnici venivano chiamati di continuo. Erano per

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la maggi°r parte detenute. Le riparazioni duravano ore, perché le donne non erano esperte. Diventava impossibile raggiungere il livello di produzione obbligatorio, perciò non ci davano il pane".47

Negli annali dell'amministrazione del Gulag il tema dei macchinali rotti e dei tecnici inesperti ricorre di continuo. I dirigenti regionali dei campi che nel 1934 parteciparono alla Conferenza di Partito dell'Estremo Oriente a Habarovsk si lamentavano per le continue disfunzioni delle attrezzature fornite e per la scarsa preparazione dei tecnici, a causa delle quali non riuscivano a realizzare le norme relative alla produzione dell'oro.48 Una lettera del 1938, inviata al sottosegretario dell'Interno responsabile del Gulag, denunciava: "I trattori sono rotti nel 40-45 per cento dei casi". Ma spesso non funzionavano nemmeno i metodi di lavoro più primitivi. Una lettera dell'anno precedente sottolineava che il 25 per cento dei 36.491 cavalli utilizzati dal Gulag non era in condizione di lavorare.49

Inoltre, le industrie del Gulag risentivano molto della carenza di ingegneri e di amministratori. Nei progetti del sistema pochi tecnici specializzati lavoravano di propria volontà, e chi si offriva volontario spesso non aveva le competenze richieste. Nel corso degli anni si cercò in ogni modo di attirare nei campi lavoratori liberi, con l'offerta di fortissimi incentivi. Già verso la metà degli anni Trenta, nel paese svolgevano attività di propaganda numerosi reclutatori del Dal'stroj, che offrivano privilegi speciali a chiunque firmasse un contratto di due anni. Esso prevedeva per i primi due anni stipendi più alti del 20 per cento rispetto alla media sovietica, e un ulteriore 10 per cento negli anni seguenti, con vacanze retribuite, la possibilità di accedere a prodotti alimentari e articoli speciali, e una generosa pensione.50

La stampa sovietica parlava con grande entusiasmo e ostentazione dei campi dell'estremo nord. Un esempio di questo tipo di propaganda uscì in inglese, sul periodico "Sovietland", destinato agli stranieri. In un articolo dell'aprile 1939 dedicato a Magadan, un classico nel suo genere, la rivista parlava con entusiasmo del magico fascino della città:

Magadan di notte è un mare di luce, uno spettacolo straordinario e affascinante. È una città viva e piena di movimento a ogni ora del giorno e della notte. Vi abitano persone la cui esistenza è regolata da un rigido programma di lavoro. La precisione e la prontezza diventano velocità, e la velocità diventa lavoro facile e allegro.. .51

Nemmeno un cenno al fatto che la maggioranza di coloro la cui vita era "regolata da un rigido programma di lavoro" erano detenuti. Comunque non aveva importanza: gli sforzi per attrarre esperti di

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valore fallirono, sicché il Gulag dovette continuare a basarsi sui detenuti che ci capitavano per caso. Un prigioniero racconta che la sua squadra edilizia fu inviata a 600 chilometri a nord di Magadan per costruire un ponte. Quando arrivarono, si resero conto che nella squadra nessuno in precedenza aveva mai partecipato alla costruzione di un ponte. Un ingegnere detenuto fu incaricato di preparare il progetto, anche se non era specializzato in quel settore. Fecero quanto richiesto, ma il ponte fu spazzato via alla prima inondazione.52

In ogni caso, si trattò di un disastro di secondaria importanza, rispetto ad alcuni altri. Interi progetti del Gulag, in cui erano impegnate migliaia di persone ed enormi risorse, risultavano disastrasi e mal concepiti in modo eclatante. Forse il più famoso fu il tentativo di costruire una linea ferroviaria tra la regione di Vorkuta e la foce del fiume Ob', sul mar Glaciale artico. Il governo sovietico decise di realizzare il progetto nell'aprile 1947. Un mese dopo, cominciarono in contemporanea le perlustrazioni del terreno, le perizie e la costruzione. Inoltre i detenuti avviarono l'edificazione di un nuovo porto a capo Kamennyj, dove il fiume Ob' sfocia nel mare.

Come sempre, insorsero delle complicazioni: mancavano i trattori, quindi i prigionieri al loro posto utilizzavano vecchi carri armati. Per compensare la mancanza di macchinari i progettisti facevano lavorare troppo i prigionieri. La normale giornata lavorativa era di undici ore, e nelle lunghe giornate estive persino i lavoratori liberi a volte rimanevano in attività dalle nove del mattino fino a mezzanotte. Alla fine dell'anno, le complicazioni diventarono più serie. L'equipe dei periti aveva stabilito che capo Kamennyj non andava bene per il porto: l'acqua non era abbastanza profonda per le grandi navi, e il terreno si era dimostrato troppo instabile per l'industria pesante. Nel gennaio 1949, Stalin convocò una riunione a mezzanotte, durante la quale i dirigenti sovietici decisero di cambiare località e progetto ferroviario: la linea non doveva più dirigersi a ovest, per collegare l'Ob' con la regione di Vorkuta, ma a est, per raggiungere lo Enisej. Sorsero due nuovi campi, i cantieri edilizi n. 501 e n. 503. Cominciarono a posare i binari contemporaneamente. L'idea era di incontrarsi a metà strada. Distavano 1300 chilometri uno dall'altro.

I lavori proseguirono. Secondo una fonte, nel momento di massima attività lavoravano alla ferrovia 80.000 persone, secondo un'altra 120.000. Il progetto divenne noto come "la linea della morte". Risultò che era quasi impossibile costruire nella tundra artica. In estate, quando il terreno che d'inverno era sempre gelato si tramutava rapidamente in fango, bisognava controllare di continuo che i binari

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non si piegassero o sprofondassero. Ciononostante, i vagoni deragliavano spesso. Date le difficoltà con cui arrivava il materiale, per costruire la ferrovia i detenuti cominciarono a utilizzare il legno anziché l'acciaio, e questa decisione determinò il fallimento del proget-to. Nel 1953, quando Stalin morì, a un'estremità avevano steso 500 chilometri di binari, all'altra 200. Il porto esisteva solo sulla carta, poche settimane dopo il funerale di Stalin l'intero progetto, che era costato 40 miliardi di rubli e decine di migliaia di vite umane, fu definitivamente abbandonato.53

Episodi analoghi, per quanto su scala minore, avvenivano ogni giorno in tutto il Gulag. Nonostante il freddo, l'inesperienza e la cattiva gestione, la pressione sugli amministratori dei campi non si allentava mai, né tantomeno quella sui prigionieri. I dirigenti erano sottoposti a continue ispezioni e a programmi di verifica, e spronati incessantemente a migliorare. Contavano i risultati, anche se fittizi. Sebbene ai detenuti, pienamente consapevoli della cattiva qualità dei lavori eseguiti, potesse apparire ridicolo, in realtà si trattava di un gioco di una serietà mortale. In esso furono in molti a non sopravvivere.

KVC: la Sezione educativo-culturale

Se le fotografie del Bogoslovlag, datate 1945 e conservate con cura in un album, non avessero la segnatura degli archivi dell'NKVD, si potrebbe scusare un osservatore occasionale che non si fosse accorto che ritraggono un campo di prigionia. Nelle immagini ci sono giardini ben curati, fiori, cespugli, una fontana e un gazebo in cui i prigionieri potevano sedersi e riposare. L'ingresso del campo è contrassegnato da una stella rossa e uno slogan: CON TUTTE LE NOSTRE FORZE PER LA POTENZA FUTURA DELLA PATRIA! Anche i ritratti di detenuti che ador-nano un altro album, archiviato lì accanto, sono difficili da conciliare con l'immagine corrente dei prigionieri del Gulag. Si vedono un uomo allegro con una zucca in mano; mucche che tirano un aratro; il comandante di un campo sorridente mentre coglie una mela. Accanto alle foto ci sono dei grafici. Uno indica la produzione prevista per il campo, l'altro l'attuazione del piano.54

Tutti gli album, confezionati, incollati e classificati quasi con la diligenza di scolaretti che realizzano un progetto di classe, erano prodotti dalla stessa istituzione: la Kul'turno-Vospitatel'naja Òasi' del Gulag, cioè la Sezione educativo-culturale, o KVC, come la chiamavano di solito i detenuti. La KVC, o l'istituzione equivalente, esisteva sin dalle origini del Gulag. Nel 1924 sulla prima edizione di "SLON", il giornale

Gulag

delle Soloveckie, comparve un articolo sul futuro delle carceri in Russia: "La politica di lavoro correzionale russa deve rieducare i prigionieri abituandoli a partecipare al lavoro produttivo organizzato"^

Quasi sempre, però, il vero obiettivo della propaganda del campo era di far aumentare le cifre relative alla produzione. Accadde anche durante la costruzione del canale del mar Bianco, il periodo in cui, come abbiamo visto, la propaganda sulla rieducazione era più squillante e forse più sincera. A quell'epoca, il culto nazionale dei lavoratori d'assalto era all'apice. I pittori del campo ritraevano i migliori lavoratori del canale, attori e musicisti detenuti organizzavano in loro onore concerti straordinari. Gli stacanovisti venivano persino invitati ad assemblee oceaniche, in cui si intonavano canzoni e si leggevano discorsi. A una riunione del genere, tenutasi il 21 aprile 1933, seguirono due giorni di "lavoro d'assalto": i 30.000 stacanovisti continuarono a lavorare per quarantotto ore filate.56

Questo genere di attività fu abbandonato senza cerimonie nella seconda metà degli anni Trenta, quando i prigionieri diventarono "nemici" e non potevano più essere definiti "stacanovisti". Ma nel 1939, quando Berija assunse la direzione dei campi, a poco a poco la propaganda riprese. Sebbene nessun "successo" di qualche progetto del Gulag venisse più strombazzato in tutto il mondo com'era accaduto per il canale del mar Bianco, nei campi ricomparve il linguaggio della rieducazione. Negli anni Quaranta, in teoria la KVC di ogni campo aveva almeno un istruttore, una piccola biblioteca e un "circolo", dove si allestivano spettacoli teatrali e concerti, si organizzavano conferenze politiche e si svolgevano dibattiti. Thomas Sgovio ne descrive uno: "La sala principale, con posti a sedere per una trentina di persone, aveva le pareti di legno, dipinte a colori vivaci, e alcuni tavolini, presumibilmente destinati alla lettura. Ma non c'erano libri, giornali o riviste. Perché? I giornali erano preziosi come l'oro. Li usavamo per le sigarette".57

A partire dagli anni Trenta, i principali "clienti" della KVC si supponeva fossero i detenuti comuni. Proprio come non era chiaro se si dovesse consentire ai politici di svolgere mansioni da specialisti, non si sapeva nemmeno se valesse la pena di sprecare del tempo per cercare di rieducarli. Una direttiva emanata dall'NKVD nel 1940 riguardo all'attività cultural-educativa nei campi dichiarava a chiare lettere che i colpevoli di reati controrivoluzionari non rappresentavano un obiettivo adeguato per la rieducazione. Durante gli spettacoli teatrali erano autorizzati a suonare strumenti musicali, ma non a parlare o a cantare.58

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Tuttavia, come spesso accadeva, il più delle volte gli ordini venivano ignorati. E, come spesso accadeva, la vera funzione delle KVC nella vita del campo differiva da come l'avevano intesa i massimi dirigenti del Gulag a Mosca. Se nella capitale si sperava che le KVC inducessero i detenuti a lavorare di più, questi ultimi li sfruttavano invece per i loro scopi: per sostegno morale e per la sopravvivenza.

A giudicare dalle apparenze, nei campi gli istruttori cultural-edu-cativi cercavano davvero di insegnare il valore del lavoro ai prigionieri, proprio come facevano i funzionari del Partito comunista nel mondo esterno alla zona. Nei campi più grandi, le KVC pubblicavano dei giornali. Talvolta erano veri e propri quotidiani, con cronache e lunghi articoli sui successi del campo, pezzi di "autocritica", cioè commenti su quello che non funzionava, tipici di tutta la stampa sovietica. A parte un breve periodo all'inizio degli anni Trenta, tali giornali erano destinati soprattutto ai lavoratori liberi e agli amministratori.59

Per i prigionieri, c'erano anche i "giornali murali", concepiti non per la distribuzione (dopo tutto la carta scarseggiava) ma per essere esposti in bacheche apposite. Un detenuto sostiene che i giornali murali erano "una caratteristica dello stile di vita sovietico, nessuno li leggeva mai, ma uscivano regolarmente". Spesso avevano la "rubrica umoristica": "Ovviamente, pensavano che i lavoratori affamati a-vrebbero letto gli articoli della rubrica e, dopo essersi spanciati dalle risate, avrebbero coperto di infamia i lavativi scansafatiche che non volevano ripagare con un onesto lavoro il loro debito alla patria".60

Per quanto molti li considerassero una buffonata, l'amministrazione centrale del Gulag di Mosca prendeva oltremodo sul serio i giornali murali. Secondo una direttiva, dovevano "riportare gli esempi di lavoro più edificanti, rendere popolari i lavoratori d'assalto e denigrare gli scansafatiche". Non era consentito pubblicare nessun ritratto di Stalin: in fondo si trattava di criminali, non di "compagni", individui ancora esclusi dalla vita sovietica, che non erano autorizzati nemmeno ad alzare lo sguardo sul loro leader. L'atmosfera di segretezza spesso assurda creatasi nei campi nel 1937 continuò a regnare per tutti gli anni Quaranta: i giornali pubblicati all'interno del Gulag non potevano essere portati fuori.61

Oltre a pubblicare i giornali murali, le KVC proiettavano anche dei film. Gustaw Herling vide un musical americano, "pieno di donne con corpetti attillati, uomini in abiti da sera e cravatte di gala svolazzanti", e un film di propaganda che si concludeva con "il trionfo della giustizia": "L'inesperto studente riusciva primo nella gara socialista di lavoro e, con occhi sfavillanti, pronunziava un discorso

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che glorificava lo Stato dove il lavoro manuale era stato innalzato al massimo posto d'onore".62

Intanto, alcuni criminali comuni approfittavano delle sale buie dove si proiettavano i film per compiere vendette e omicidi. "Ricordo che alla fine di una proiezione vidi il corpo di un morto portato via in barella" racconta un detenuto.63

Le KVC organizzavano anche partite di calcio, gare di scacchi, concerti e spettacoli definiti pomposamente "attività creative di autoformazione". Un documento di archivio elenca il seguente repertorio di una compagnia di canto e danza dell'NKVD, in tournée per i campi:

1. La ballata di Stalin

2. La meditazione dei cosacchi su Stalin

3. La canzone di Berij'a

4. Inno della Patria

5. La lotta per la Patria

6. Tutto per la Patria

7. La canzone dei combattenti dell'NKVD

8. La canzone dei cekisti

9. La canzone di un lontano posto di frontiera 10. La marcia delle guardie di confine.6^

C'erano anche alcuni numeri più leggeri come "Fumiamo" e "La canzone del Dnepr", che almeno inneggiava a un fiume e non a un'istituzione della polizia segreta. Il repertorio teatrale comprendeva anche alcuni drammi di Cehov. Ciononostante, la maggioranza delle opere artistiche era destinata, almeno in teoria, allo sviluppo culturale dei prigionieri, non al loro divertimento. Un'ordinanza diramata da Mosca nel 1940 affermava: "Gli spettacoli devono servire a educare i detenuti, sviluppando in loro la coscienza nel lavoro".65 Come vedremo, i prigionieri impararono anche a sfruttare gli spettacoli per la propria sopravvivenza.

Tuttavia, la Sezione educativo-culturale non si limitava aH'"attività creativa di autoformazione", che non era l'unico strumento per alleviare il carico del lavoro. La KVC doveva anche raccogliere suggerimenti su come migliorare o "razionalizzare" l'attività dei prigionieri e considerava questo compito di vitale importanza. Nel rapporto semestrale a Mosca da un campo di Nizne-Amursk si dichiarava in tutta serietà di aver raccolto proposte per 302 razionalizzazioni, 157 delle quali erano state realizzate con un risparmio di 812.332 rubli.66

Isaak Fil'stinskij osserva anche, con grande ironia, che alcuni detenuti si dedicarono a volgere l'iniziativa a proprio vantaggio. Uno, un ex autista, affermò di poter costruire un congegno che avrebbe con-

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sentito alle automobili di andare a ossigeno. Esaltati dalla prospettiva di questa "razionalizzazione" oltremodo importante, i dirigenti del carnpo gli assegnarono un laboratorio perché potesse sviluppare l'idea: "Non so se gli credevano o no. Si limitavano a seguire le istruzioni del Gulag. In ogni campo dovevano esserci persone addette alle razionalizzazioni e alle invenzioni ... e, chi lo sa, magari Vdovin a-vrebbe scoperto qualcosa, e loro si sarebbero aggiudicati il premio Stalin!"- Alla fine il bluff di Vdovin fu svelato, quando un giorno tornò dal laboratorio con una gigantesca struttura costruita con rottami metallici, di cui non riuscì a spiegare lo scopo.67

Nei campi, come nel mondo esterno, continuavano a svolgersi le "competizioni socialiste", gare di lavoro in cui i detenuti si misuravano su chi riusciva a produrre di più. Inoltre festeggiavano i lavoratori d'assalto per la loro presunta capacità di triplicare e quadruplicare le norme. Nel IV capitolo ho descritto le prime campagne di questo genere, che cominciarono negli anni Trenta, ma continuarono anche nel decennio successivo, con assai meno entusiasmo ed esagerazioni ancora più assurde. I partecipanti potevano vincere svariati premi. Alcuni si aggiudicavano razioni maggiori o un miglioramento delle condizioni di vita. Altri ricevevano benefici meno concreti. Nel 1942, per esempio, il premio per un buon risultato poteva essere una knizka otlicnika, un certificato che attestava lo status di lavoratore "eccellente". Era dotato di un calendarietto, con uno spazio per annotare le percentuali quotidiane di adempimento delle norme, una parte vuota per i progetti di "razionalizzazione", un elenco dei diritti del possessore del certificato (avere il posto migliore nelle baracche, le migliori uniformi, il diritto illimitato a ricevere pacchi ecc.) e una citazione di Stalin: "II lavoratore operoso si sente un libero cittadino del suo paese, una sorta di attivista sociale. E se lavora sodo, e da alla società tutto ciò che può dare, è un eroe del lavoro".68

Non tutti prendevano molto sul serio questo tipo di premi. Antoni Ekart, un prigioniero polacco, descrive una campagna del lavoro:

Fu montato un albo d'onore di compensato su cui venivano trascritti i risultati delle competizioni del lavoro socialista appena annunciati. Talvolta vi appariva un rozzo ritratto del lavoratore "d'assalto" primo classificato e si riportavano i dati dei record conseguiti. Cifre quasi incredibili, attestanti una produzione cinque o addirittura dieci volte superiore a quella prevista. Si riferivano allo scavo di fossati con la vanga. Anche il detenuto più incolto capiva che era impossibile scavare cinque o dieci volte più della norma...69

Tuttavia, il compito fondamentale degli istruttori della KVC consisteva nel convincere i "renitenti" che lavorare era nel loro interesse,

Gulag

piuttosto che restare rinchiusi nelle celle di punizione, o cercare di tirare avanti con le razioni ridotte. Come logico, non erano in molti a prendere sul serio le loro prediche: esistevano troppi altri sistemi per persuadere i detenuti a lavorare. E comunque alcuni si convincevano, con somma gioia dei dirigenti moscoviti del Gulag, che in realtà credevano molto nell'istituzione e indicevano riunioni periodiche degli istruttori della KVC per discutere questioni del tipo: "Quali motivazioni di fondo ha chi rifiuta di lavorare?" oppure: "Abolendo la giornata libera dei detenuti a quali conseguenze pratiche si va incontro?".

A una riunione del genere, svoltasi durante la Seconda guerra mondiale, gli organizzatori si scambiarono le proprie impressioni. Uno ammise che alcuni "lavativi" non potevano lavorare perché erano troppo deboli per tirare avanti con le razioni loro assegnate. Ma era convinto che persino chi sta per morire di fame può essere stimolato: lui aveva detto a uno scansafatiche che il suo comportamento equivaleva a "un coltello piantato nel collo del suo fratello al fronte". Era bastato per convincerlo a ignorare la propria fame e a lavorare di più. Un altro asserì di aver mostrato le fotografie di "Leningrado in lotta" ad alcuni lavativi, che si erano messi subito tutti al lavoro. Un terzo raccontò che nel suo campo le squadre migliori potevano decorare le proprie baracche, e che i lavoratori migliori venivano incoraggiati a piantare dei fiori nei loro appezzamenti. Sul verbale della riunione, conservato negli archivi, accanto a quest'ultimo intervento qualcuno ha annotato: Moroso!, "Bene!".70

Tali scambi di idee erano considerati importanti al punto che, con la guerra in pieno corso, la Sezione educativo-culturale moscovita del Gulag si prese il disturbo di pubblicare un opuscolo sull'argomento. Il titolo aveva palesi richiami religiosi: Ritorno alla vita. L'autore, un certo compagno Loginov, descrive i suoi rapporti con alcuni detenuti "lavativi". Avvalendosi di abili tecniche psicologiche li aveva convcrtiti uno per uno a credere nel valore del lavoro duro.

Sono storie piuttosto scontate. In una, per esempio, Loginov spiega a Ekaterina S., la colta moglie di un uomo condannato a morte per "spionaggio" nel 1937, che la sua vita distrutta può riacquistare significato nel contesto del Partito comunista. A un altro prigioniero, Samuel Gol'dstejn, espone le "teorie razziali" di Hitler, e gli spiega che cosa potrebbe comportare per lui "il nuovo ordine di Hitler" in Europa. Gol'dstejn è talmente ispirato da questo eccezionale (per l'URSS) richiamo alle sue origini ebraiche da voler partire subito per il fronte. Loginov gli dice: "Oggi la tua arma è il tuo lavoro", e lo convince a lavorare di più. "La tua vita è necessaria alla tua patria, e

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anche tu" dice a un altro detenuto che, a queste parole, si rimette a lavorare con le lacrime agli occhi.71

Il compagno Loginov era palesemente fiero del suo compito, e vi si dedicava con grande energia. Il suo entusiasmo era autentico. Anche le ricompense ricevute in cambio furono tangibili: V.G. Na-sedkin, allora dirigente dell'intero sistema del Gulag, fu molto compiaciuto dei suoi sforzi, ordinò di diffondere l'opuscolo in tutti i campi e ricompensò l'autore con un premio di mille rubli.

Invece non è molto chiaro se Loginov e i suoi lavativi credessero veramente in ciò che stava facendo. Per esempio, non sappiamo se Loginov si rendesse conto, almeno in una certa misura, dell'assoluta innocenza di molte delle persone che "riportava alla vita". E non sappiamo se quelli come Ekaterina è. (sempre che esistesse) si riconvertissero davvero ai valori sovietici, o se d'un tratto avessero capito che un'apparente conversione avrebbe procurato loro cibo migliore, un miglior trattamento o un lavoro più lieve. Del resto, queste due possibilità non si escludono a vicenda. Forse l'esperienza di "vedere la luce" e di rientrare a far parte della società sovietica aiutava le persone, traumatizzate e disorientate perché d'un tratto avevano mutato lo status di utili cittadini in quello di detenuti disprezzati, a riprendersi psicologicamente dallo shock, oltre a procurare loro una situazione migliore grazie alla quale si salvarono la vita.

In realtà la domanda "Credevano in quello che facevano?" rientra in una questione assai più vasta, un problema alle radici stesse della natura dell'Unione Sovietica: i suoi dirigenti hanno mai creduto in quello che facevano? Il rapporto tra la propaganda e la realtà sovietica è sempre stato curioso: la fabbrica funziona a malapena, nei negozi non c'è niente da comprare, le signore anziane non possono permettersi il riscaldamento, eppure per la strada gli striscioni proclamano il "trionfo del socialismo" e le "eroiche realizzazioni della patria sovietica".

Dentro i campi di prigionia e fuori, il paradosso era identico. Nella sua storia di Magnitogorsk, una città industriale staliniana, Ste-phen Kotkin osserva che sul giornale carcerario della locale colonia di lavoro correzionale le biografie dei detenuti riabilitati erano scritte in "un linguaggio straordinariamente simile a quello dei buoni lavoratori all'esterno della colonia: lavoravano, studiavano, facevano sacrifici e cercavano di migliorarsi".72

Tuttavia, nei campi il clima era ancora più surreale. Se nel mondo libero molti avevano già notato la "comicità" dell'enorme divario fra propaganda e realtà sovietica, nel Gulag il paradosso assumeva

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caratteri ancora più straordinari. I detenuti, anche se venivano sempre chiamati "nemici" e avevano la proibizione esplicita di rivolgersi agli altri chiamandoli "compagno", o di guardare un ritratto di Stalin, dovevano comunque lavorare per la gloria della patria socialista, proprio come i liberi cittadini, e partecipare ad "attività creative di autoformazione" come se fossero spinti dal puro amore per l'arte. Tutti si rendevano conto benissimo di quest'assurdità. Arma Andreevna, durante il periodo di detenzione, lavorò come "artista", aveva cioè il compito di dipingere quegli slogan. Era un lavoro molto lieve rispetto agli standard, le preservò la salute e forse le salvò la vita. Intervistata anni dopo, mi ha detto di non riuscire neanche a ricordarli. Mi ha detto che, secondo lei, "se li inventavano i capi": "Cose tipo "Dedichiamo al lavoro tutte le nostre forze" o roba del genere... Li scrivevo molto in fretta e, dal punto di vista tecnico, molto bene, ma non mi ricordo una parola di quello che scrivevo. Era una specie di meccanismo di autodifesa".73

Anche Leonid Trus, detenuto all'inizio degli anni Cinquanta, fu colpito dall'inutilità degli slogan affissi agli edifici del campo, e ripetuti dagli altoparlanti:

II campo aveva un impianto radio che trasmetteva regolarmente notizie sui nostri successi nel lavoro e denigrava chi lavorava male. Erano trasmissioni molto rudimentali, ma me ne ricordavano alcune ascoltate quando ero libero. Mi convinsi che non erano diverse, solo che in libertà la gente era più dotata, e sapeva parlare di tutta quella roba in modo più carino ... ma in generale [il campo] era come la vita libera, gli stessi manifesti, gli stessi slogan, con la differenza che lì dentro sembravano più assurdi. "Hanno intrapreso il lavoro, hanno ultimato il lavoro" per esempio. Oppure "In URSS il lavoro è questione di onestà, di gloria, di valore e di eroismo", una frase di Stalin. O tutti gli altri slogan come "Siamo per la pace", "Vogliamo la pace nel mondo intero".74

Gli stranieri, che non erano abituati alla presenza di slogan e cartelloni, trovavano ancora più bizzarro il lavoro dei "rieducatori". Antoni Ekart ha descritto una tipica riunione di indottrinamento politico:

II metodo impiegato era il seguente. Un uomo della KVC, un agitatore di professione con la mentalità di un bambino di sei anni, spiegava ai detenuti quanto fosse nobile mettere i propri sforzi al servizio del lavoro. Spiegava loro che le persone nobili sono patrioti, che tutti i patrioti amano la Russia sovietica, il paese migliore del mondo per i lavoratori, che i cittadini sovietici sono orgogliosi di far parte di questo paese eccetera eccetera per due ore abbondanti, tutto questo davanti a un pubblico che aveva sulla pelle le prove dell'assurdità e dell'ipocrisia di tali affermazioni. Ma l'accoglienza fredda non turbava l'oratore, che continuava a parlare. Alla fine prometteva a

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tutti i lavoratori "d'assalto" una paga più alta, razioni maggiorate e condi-zioni migliori. Si possono immaginare gli effetti su quanti subivano la disciplina della fame.75

Un altro deportato polacco ebbe la stessa reazione a una conferenza di propaganda cui presenziò in un campo sibcriano:

L'oratore andò avanti per ore e ore, cercando di dimostrare che Dio non esiste, che è soltanto un'invenzione della borghesia. Dovevamo considerarci fortunati a esserci ritrovati nel paese dei soviet, il più perfetto del mondo. Lì nei campi dovevamo imparare a lavorare e diventare finalmente persone dignitose. Di tanto in tanto cercava di impartirci qualche nozione: quindi ci disse che "la terra è rotonda", convintissimo che ne fossimo all'oscuro; ma secondo lui non sapevamo neppure, per esempio, che Creta è una "penisola" e che Roosevelt era un ministro straniero. Ci rivelava queste verità con la convinzione incrollabile della nostra ignoranza assoluta; infatti com'era possibile che noi, cresciuti in uno Stato borghese, avessimo il vantaggio di un'istruzione, per quanto elementare ... sottolineava con soddisfazione che non potevamo nemmeno sognarci di riconquistare la libertà, che la Polonia non sarebbe mai più risorta...

Per sfortuna del povero oratore, continua il polacco, il suo lavoro fu del tutto inutile: "Più continuava a blaterare, più nel nostro intimo ci ribellavamo e speravamo, nonostante tutto. I visi si riempirono di determinazione".76

Un altro polacco, Gustaw Herling, definisce le attività culturali del suo campo un "residuo dei regolamenti disposti a Mosca ai tempi nei quali i campi erano davvero istituzioni correzionali e educative. Gogol' avrebbe approvato questa obbedienza cieca a una finzione ufficiale così opposta alla consuetudine generale del campo: era come educare le "anime morte"".77

Non si tratta di opinioni inusitate: le si ritrova nella maggior parte dei memoriali, in molti dei quali la KVC non è nemmeno citata, o è citata solo per irriderla. Quindi, parlando della funzione della propaganda nei campi, è difficile riuscire a valutare quanto fosse importante per l'amministrazione centrale. Del resto, si può affermare con fondati motivi (e molti lo fanno) che la propaganda nei campi, come tutta la propaganda sovietica, era soltanto una farsa, che nessuno ci credeva, che l'amministrazione se ne serviva all'unico scopo di prendere in giro i detenuti, in modo abbastanza infantile e trasparente.

E, d'altra parte, se la propaganda, i manifesti e le riunioni di indottrinamento politico erano soltanto farse, se nessuno ci credeva, perché vi investivano tanto tempo e denaro? Solo tra le carte dell'amministrazione del Gulag, ci sono centinaia e centinaia di documenti attestanti l'intensa attività della Sezione educativo-culturale.

Gulag

Nei primi tre mesi del 1943, per esempio, nel pieno della guerra, tra i campi e Mosca avveniva un frenetico scambio di telegrammi, perché i comandanti locali cercavano con tutti i mezzi di procurarsi degli strumenti musicali per i detenuti. Intanto i campi organizzarono una gara sul tema "La Grande guerra patriottica del popolo sovietico contro gli occupanti tedeschi fascisti": vi parteciparono cinquanta pittori e otto scultori detenuti. In quell'epoca in cui in tutto il paese scarseggiava la manodopera, gli organi centrali disposero che ogni campo si dotasse di un bibliotecario, di un addetto alla proiezione cinematografica per mostrare i film di propaganda, e di un kul'torga-nizator, un prigioniero assistente dell'istruttore culturale, che avrebbero contribuito alla "battaglia" per migliorare le condizioni igieni-che, elevare il livello culturale dei detenuti, organizzare attività artistiche, e avrebbero aiutato a insegnare ai prigionieri a "capire correttamente le questioni di politica contemporanea".78

Inoltre, gli istruttori culturali stilavano rapporti semestrali o trimestrali sul proprio lavoro, spesso elencando in modo dettagliato i risultati conseguiti. L'istruttore della KVC del Vosturallag, un campo che all'epoca ospitava 13.000 prigionieri, ne mandò uno di ventuno pagine anche nel 1943. Il rapporto esordisce ammettendo che, nella prima metà del 1943, il piano industriale del campo "non era stato completato". Nella seconda metà dell'anno, però, si erano presi provvedimenti. La Sezione educativo-culturale aveva contribuito a "mobilitare i prigionieri perché realizzassero e superassero gli obiettivi di produzione stabiliti dal compagno Stalin", a "rimettere in salute i detenuti e prepararli per l'inverno" e a "colmare le carenze in ambito educativo-culturale".79 Il responsabile della KVt del campo elencava poi i metodi impiegati. Notava con orgoglio che nella seconda metà dell'anno si erano svolte 762 conferenze politiche, cui avevano assistito 70.000 prigionieri (probabilmente molti partecipavano più volte). Inoltre, la KVC aveva organizzato 444 riunioni di informazione politica, cui avevano partecipato 82.400 prigionieri, pubblicato 5046 "giornali murali", letti da 350.000 persone; organizzato 232 concerti e spettacoli, proiettato 69 film e organizzato 38 compagnie teatrali. Una di esse aveva composto persino una canzone, citata con orgoglio nel rapporto:

La nostra squadra è unita.

Il dovere ci chiama.

Il cantiere ci aspetta.

Il fronte ha bisogno del nostro lavoro.80

// lavoro 265

Si possono cercare delle spiegazioni per questo enorme impegno. Forse, all'interno della burocrazia del Gulag, la Sezione educativo-culturale aveva la funzione di capro espiatorio: se il piano non veniva completato, non si dovevano imputare le responsabilità alla cattiva organizzazione, alla malnutrizione, a una gestione del lavoro caratterizzata da una stupida crudeltà o alla mancanza di stivali di feltro, ma a una propaganda insufficiente. Forse la pecca era nella rigida burocrazia del sistema: se dai vertici avevano decretato che bisognava fare propaganda, tutti si sforzavano di obbedire a quell'ordine senza porsi domande sulla sua assurdità. Forse i dirigenti di Mosca avevano una conoscenza del Gulag così superficiale che credevano davvero di poter indurre a lavorare di più delle persone affamate con 444 riunioni di informazione politica e 762 conferenze. Tuttavia, visto il materiale di cui disponevano grazie alle ispezioni nei campi, tale ipotesi non sembra verosimile.

O forse non esiste una spiegazione sensata. Quando l'ho chiesto a Vladimir Bukovskij, il dissidente sovietico che in seguito ha trascorso anni in prigionia, lui ha alzato le spalle. Mi ha spiegato che è proprio questo paradosso a rendere unico il Gulag: "Nei nostri lager non si aspettavano solo che tu fossi uno schiavo, ma che cantassi e sorridessi mentre lavoravi. Non volevano soltanto opprimerci, volevano che gliene fossimo grati".81

XII PUNIZIONE E PREMIO

Per chi non c'è stato, verrà il suo turno. Chi c'è stato, non lo scorderà mai.

Proverbio sovietico sulle prigioni1

SIZO: le celle di punizione

Pochissimi campi di concentramento sovietici esistono ancora, per quanto in rovina. Ma accade un fatto curioso: si è conservato un certo numero di stmfnoj izoljator, "celle di isolamento punitivo", o (per usare l'immancabile sigla) SIZO. Non rimane niente del lagpunkt n. 7 deH'Uhtpeclag, eccetto il carcere di rigore, che ora ospita l'autofficina di un meccanico armeno. Non ha toccato le sbarre alle finestre, nella speranza, dice, "che Solzenicyn si compri l'edificio". Non rimane niente del lagpunkt agricolo di Ajzerom, nel Lokcimlag, salvo, anche in questo caso, l'edificio di punizione, oggi trasformato in abitazione per diverse famiglie. Una delle donne più anziane che ci vive elogia la solidità di una porta. Ha ancora un grosso "spioncino" nel mezzo, attraverso il quale un tempo le guardie sorvegliavano i prigionieri e passavano loro le razioni di pane.

La resistenza degli edifici ne attesta la solidità originaria. Il blocco di isolamento era spesso l'unica costruzione in mattoni di un campo di legno, e rappresentava la zona all'interno della zona. Tra le sue pareti vigeva un rezim all'interno del rezim. "Un tetro edificio in pietra", così un detenuto descrive il blocco di isolamento nel suo campo: "cancelli esterni, cancelli interni e, tutt'intorno, posti per sentinelle armate".2

Negli anni Quaranta, a Mosca avevano elaborato complesse istruzioni, in cui si prescriveva come costruire i blocchi di punizione e

Punizione e premio 267

quali regole applicare a quanti dovevano viverci dentro. Ogni lagpunkt o gruppo di lagpunkt, nel caso dei più piccoli, aveva il suo blocco, di solito subito fuori dalla zona, oppure, quando era all'interno, "circondato da un recinto impenetrabile", a una certa distanza dagli altri edifici del campo. Secondo un detenuto, le misure di protezione forse non sarebbero state necessarie, perché molti prigionieri cercavano di evitare il blocco di punizione "girando al largo, senza neppure guardare nella direzione di quei grigi muri di pietra, forati da aperture che sembravano emanare una fredda e vuota oscurità".3

Ciascun complesso di campi, poi, doveva avere un blocco di punizione centrale vicino al quartier generale, fosse a Magadan, Vorkuta o Noril'sk. Il blocco centrale, in realtà, spesso era un carcere assai grande che, secondo le regole, doveva "essere situato il più lontano possibile da zone popolose e vie di transito, doveva essere ben sorvegliato e garantire un rigoroso isolamento". Le guardie andavano scelte tra "i fucilieri più fidati, disciplinati ed esperti, lavoratori liberi". Le carceri centrali erano dotate di celle per più persone e celle singole. Queste ultime dovevano trovarsi in edifici speciali separati, ed erano riservate agli "elementi particolarmente incalliti". I prigionieri in isolamento non venivano condotti a lavorare. Inoltre non potevano fare movimento, né tenere tabacco, carta e fiammiferi. Tali restrizioni si aggiungevano a quelle "ordinarie" applicate nelle celle normali: niente lettere, niente pacchi, niente colloqui con i parenti.4

In apparenza, l'esistenza delle celle di punizione contraddice i princìpi economici di base su cui si fondava il Gulag. Mantenere edifici speciali e guardie in più costava molto. Tenere dei prigionieri inoperosi era dispendioso. E dal punto di vista dell'amministrazione, le celle non costituivano un'ulteriore forma di tortura, ma rappresentavano una parte integrante dell'impegno di indurre i detenuti a lavorare di più. Il regime punitivo, insieme alle restrizioni alimentari, aveva lo scopo di spaventare gli otkazcik, coloro che non volevano lavorare, e di punire chi veniva sorpreso a commettere un reato, un omicidio o un tentativo di fuga.

Poiché questi due reati di solito venivano commessi da tipi diversi di detenuti, in alcuni campi nelle celle di punizione regnava un'atmosfera particolare. Da un lato erano piene di criminali di professione, i cui reati più probabili erano l'omicidio e la tentata evasione. Ma, con il passar del tempo, cominciò ad affluirvi anche un'altra categoria di Prigionieri: i religiosi e le monaska, le "monache", che rifiutavano per Principio di lavorare per il demonio sovietico. Aino Kuusinen, per esempio, si trovava nel lagpunkt di Pot'ma, il cui comandante aveva

Gulag

costruito speciali baracche di punizione per un gruppo di donne profondamente religiose che "non volevano lavorare la terra e passavano il tempo a pregare ad alta voce e a cantare inni". Le donne non mangiavano con gli altri prigionieri, ma ricevevano razioni punitive nelle loro baracche. Andavano alle latrine due volte al giorno, sotto scorta armata: "Di tanto in tanto il comandante andava da loro con la frusta, e la baracca risuonava di grida di dolore: di solito prima di percuotere le donne le spogliavano, ma nessuna crudeltà riusciva a farle desistere dalle loro pratiche di preghiera e digiuno".5 Alla fine le portarono via. Secondo Kuusinen, le fucilarono.

Occupavano le celle anche altri "renitenti" recidivi. Anzi, la loro stessa esistenza dava una possibilità di scelta ai detenuti. Potevano lavorare, oppure starsene lì per qualche giorno, tirando avanti con razioni ridotte, soffrendo il freddo e i disagi, ma senza sfinirsi nella foresta. Lev Razgon racconta la storia del conte Tyszkiewicz, un aristocratico polacco che si trovava in un campo sibcriano per il taglio degli alberi: si rese conto che con le razioni stabilite non sarebbe riuscito a sopravvivere, quindi si rifiutò di lavorare. Aveva calcolato che, anche con le razioni punitive, sarebbe riuscito a mantenersi in forze:

Ogni mattina, prima che i detenuti venissero scortati a lavorare fuori dal campo, quando le colonne di zek erano già formate nel cortile, due guardie andavano a prendere Tyszkiewicz nella cella di punizione. Aveva la faccia e la testa rasata coperte di peluria grigia e portava un vecchio soprabito a brandelli e mollettiere. L'ufficiale della sicurezza del campo cominciava il suo esercizio di istruzione quotidiana. "Be', conte del cazzo, stupido conte del cazzo, hai intenzione di lavorare oggi?"

"No, signore, non posso lavorare" rispondeva lui con ferrea determinazione.

"Oh, non può, questo bastardo!" L'ufficiale di sicurezza spiegava in pubblico al conte che cosa pensava di lui e dei suoi parenti stretti e lontani, e che cosa gli avrebbe fatto in un futuro molto prossimo. Questo spettacolo era fonte di soddisfazione generale per gli altri detenuti nel campo.6

Tuttavia, sebbene Razgon racconti la storia con umorismo, una strategia del genere comportava rischi altissimi, poiché il regime di punizione non era concepito per essere piacevole. Ufficialmente la razione punitiva quotidiana per i detenuti che non erano riusciti a realizzare la norma era costituita da 300 grammi di "pane nero di segala", 5 grammi di farina, 25 grammi di grano saraceno o di pasta, 27 grammi di carne e 170 grammi di patate. Per quanto si tratti già di quantità minime, i reclusi nelle celle di punizione ricevevano ancora di meno: 300 grammi di "pane nero di segala" al giorno, con acqua calda e "cibo liquido caldo", cioè zuppa, solo una volta ogni tre giorni.7

Punizione e premio 269

Comunque, per la maggior parte dei prigionieri il disagio principale del regime di punizione non era la sofferenza fisica, l'edificio isolato o il cibo scarso, quanto i tormenti arrecati dai capricci del coman-<jo locale. Per esempio, i tavolacci per più persone potevano venire sostituiti con una semplice panca. Oppure preparavano il pane con grano non lavorato. O, ancora, il "cibo caldo liquido" era davvero molto liquido. Janusz Bardach fu collocato in una cella di punizione con il pavimento ricoperto d'acqua e le pareti umide e ammuffite:

Avevo la biancheria già zuppa e tremavo. Il collo e le spalle mi si irrigidirono e arrivarono i crampi. Il grezzo legno bagnato della panca stava marcendo, specie negli spigoli... La panca era così stretta che non potevo stendermi sulla schiena e, mettendomi sul fianco, le gambe uscivano dal bordo. Dovevo tenerle raccolte tutto il tempo. Era difficile decidere su quale fianco girarmi, perché se mi mettevo su un lato la faccia andava a toccare il muro viscido e se mi mettevo sull'altro la schiena si inzuppava.8

Freddo e umidità erano abituali. Anche se i regolamenti stabilivano che nelle celle di punizione la temperatura non doveva essere inferiore a 16 gradi, spesso trascuravano di riscaldarle. Gustaw Her-ling racconta che, quando fu posto in isolamento, "le finestre delle piccole celle non avevano vetri e neppure una tavola che le coprisse, sicché la temperatura era pressappoco come quella esterna". Descrive le cose concepite apposta per rendere scomode le celle:

La mia cella era così bassa che potevo toccare il soffitto con la mano... Era impossibile sedersi sulla cuccetta superiore senza incurvare la schiena contro il soffitto, e in quella più bassa si poteva entrare solo con il movimento di un palombaro, con la testa prima, e in ultimo facendo scivolare il proprio corpo sul legno, come un nuotatore su un banco di sabbia. La distanza tra il bordo della cuccetta e il secchio presso la porta era meno di un normale mezzo passo.9

I comandanti del campo potevano anche decidere se autorizzare i detenuti a indossare i vestiti in cella (molti potevano tenere solo la biancheria) e se mandarli a lavorare o no. Se non lavoravano, venivano tenuti tutto il giorno al freddo senza potersi muovere. Se lavoravano, soffrivano davvero la fame. Nadezda Ul'janovskaja fu tenuta per un mese a razione punitiva, e doveva anche lavorare. "Avevo sempre fame" racconta. "Ormai parlavo solo di cibo."10 I prigionieri avevano il terrore di essere mandati in punizione proprio a causa di questi improvvisi cambiamenti di regime. "Piangevano lì dentro come bambini, promettendo di comportarsi bene solo per uscir fuori" racconta Herling."

Nei complessi di campi più grandi, i tormenti erano più variati:

Gulag

non solo le celle, ma intere baracche e persino interi lagpunkt di punizione. Nel 1933 il Dmitlag, il campo che costruì il canale Moscova-Volga, istituì un "lagpunkt a regime duro [per] chi rifiutava di lavorare, fuggiva, rubava ecc.". I dirigenti decisero che, per motivi di sicurezza, il nuovo lagpunkt doveva essere recintato da due barriere di filo spinato anziché una; che i prigionieri dovevano essere condotti al lavoro da una scorta rinforzata; e che dovevano fare lavori pesanti in luoghi da cui fosse difficile fuggire.12

Più o meno nello stesso periodo, nel Dal'stroj fu allestito un lagpunkt di punizione che, alla fine degli anni Trenta, era ormai uno dei più famigerati del Gulag: Serpantinnaja, o Serpantinka, si trovava sul pendio settentrionale delle colline sovrastanti Magadan. Era stato ubicato apposta in un luogo in cui c'era pochissimo sole, più freddo e più buio che negli altri campi della vallata (già freddi e bui per gran parte dell'anno), dotato di fortificazioni più imponenti di altri lagpunkt e tra il 1937 e il 1938 fu anche utilizzato come luogo per le esecuzioni.13 Lo nominavano per spaventare i prigionieri, per i quali l'invio a Serpantinka equivaleva a una condanna a morte. Uno dei pochissimi sopravvissuti del lagpunkt descrive le baracche, "sovraffollate al punto che i prigionieri facevano i turni per sedersi a terra mentre tutti gli altri rimanevano in piedi. Al mattino, la porta si apriva e venivano pronunciati i nomi di dieci o dodici detenuti. Non rispondeva nessuno. I primi che capitavano a tiro venivano trascinati fuori e fucilati".14

In realtà, non si sa molto di Serpantinka, anche perché sono pochi quelli riusciti a sopravvivere e a parlarne. Ancora meno sappiamo dei lagpunkt di punizione di altri campi, come Iskitim, per esempio, il lagpunkt di punizione del complesso del Siblag, costruito intorno a una cava di calcare. I prigionieri vi lavorarono senza alcun tipo di macchinari o attrezzature, estraendo il calcare con le mani. Prima o poi, molti morivano a causa della polvere, che provocava malattie polmonari e altre affezioni respiratorie.15 Anna Larina, la giovane moglie di Buharin, vi venne inviata per un breve periodo. La maggior parte degli altri prigionieri di Iskitim, e dei suoi morti, sono ancora anonimi.16

Tuttavia non sono stati completamente dimenticati. La loro sofferenza ha colpito con tanta forza l'immaginazione della popolazione locale di Iskitim che, decine di anni dopo, l'affiorare di una nuova sorgente d'acqua fresca su una collina prossima all'ex campo è stata considerata un miracolo. Dato che, secondo la leggenda, la gola sottostante la sorgente era il luogo in cui venivano giustiziati in massa i prigionieri, la sacra acqua è stata considerata un modo di Dio per ri-

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cordarli. Verso la fine dell'inverno, in una giornata siberiana ancora gelida, con la terra coperta da un metro di neve, ho guardato le schiere di fedeli che risalivano la collina fino alla sorgente, per riempire tazze e bottiglie di plastica d'acqua pulita e sorseggiarla con reveren-za, lanciando di tanto in tanto uno sguardo solenne alla gola lì sotto.

"Poctovyj jascik": la casella postale

Lo SIZO era la punizione più estrema del sistema penale. Ma il Gulag a volte premiava anche i suoi reclusi: la carota e il bastone. Perché oltre al cibo, la possibilità di dormire, e le mansioni di lavoro, il campo controllava anche i contatti dei detenuti con il mondo esterno. Ogni due anni, gli amministratori del Gulag di Mosca diramavano istruzioni in cui si prescriveva la quantità di lettere, pacchi e denaro che i reclusi potevano ricevere, oltre alla frequenza e alle modalità delle visite di parenti cui erano autorizzati.

Proprio come le norme sulle celle di punizione, anche quelle relative ai contatti con l'esterno cambiavano nel corso del tempo. O forse sarebbe più esatto affermare che in generale nel tempo i contatti con l'esterno si ridussero. La normativa del 1930 riguardo al regime detentivo, per esempio, indicava soltanto che i prigionieri potevano inviare e ricevere un numero illimitato di lettere e pacchi. Anche gli incontri con i parenti erano consentiti senza particolari restrizioni, ma il loro numero, non specificato, dipendeva dalla condotta dei detenuti.17

Nel 1939, invece, le disposizioni divennero molto più dettagliate. Stabilivano in modo esplicito che gli unici detenuti autorizzati a incontrare i parenti erano quelli in pari con la norma di produzione, e per giunta soltanto ogni sei mesi. A chi superava le norme era concesso un incontro al mese. Furono introdotte anche limitazioni riguardo ai pacchi: se ne poteva ricevere solo uno al mese, ma i detenuti condannati per crimini controrivoluzionari potevano riceverne solo uno ogni tre.18

Anzi, nel 1939 esisteva ormai una serie completa di regole sulla corrispondenza. Alcuni prigionieri politici potevano ricevere lettere una volta al mese, altri solo ogni tre mesi. I censori del campo proibivano moltre in modo esplicito ai prigionieri di scrivere su certi temi: non si doveva menzionare il numero dei detenuti, esporre dettagli sul regirne carcerario, nominare i secondini, o parlare delle attività svolte nel campo. Le lettere che infrangevano tali norme, oltre a finire confiscate dai censori, venivano riportate con precisione nel dossier personale, Probabilmente perché costituivano una prova di "spionaggio".19

Gulag

Le normative cambiavano in continuazione, venivano rettificate e adattate alle circostanze. Negli anni della guerra, per esempio, furono eliminate tutte le restrizioni al numero dei pacchi di generi alimentari-forse le autorità speravano che i parenti contribuissero all'alimentazione dei detenuti, la quale in quel momento costituiva un problema molto arduo per l'NKVD. Dopo la guerra, invece, i diritti ai contatti con il mondo esterno dei detenuti in campi disciplinari speciali per criminali violenti, e in quelli per prigionieri politici, furono di nuovo limitati. Potevano scrivere solo quattro volte all'anno, e ricevere lettere solo da membri della famiglia molto stretti, come genitori, fratelli, coniugi e figli.20

Proprio a causa della complessità e della varietà dei regolamenti, che peraltro cambiavano molto spesso, in realtà anche i contatti con il mondo esterno dipendevano dal capriccio dei comandanti. I prigionieri reclusi in celle, baracche o lagpunkt di punizione di certo non ricevevano mai lettere e pacchi. E nemmeno i prigionieri sgraditi per qualsiasi motivo alle autorità. Inoltre, alcuni campi erano troppo isolati e perciò la posta non arrivava affatto.21 Altri erano disorganizzati al punto che non ci si preoccupava di distribuirla. Dopo un sopralluogo in un campo, un ispettore dell'NKVD scrisse disgustato: "Pacchi, lettere e denaro non vengono distribuiti ai prigionieri, ma giacciono a migliaia in depositi e avamposti".22 In molti campi, le lettere venivano ricevute con mesi di ritardo, se mai arrivavano. Molti prigionieri si resero conto soltanto molti anni dopo del numero di lettere e pacchi che erano andati perduti. Nessuno può stabilire se fossero stati rubati o persi. Invece a volte le lettere arrivavano ai detenuti cui era stato decretato il divieto assoluto di riceverne, in barba agli sforzi dell'amministrazione.23

D'altra parte, talvolta i censori dei campi - oltre a fare il proprio dovere distribuendo le lettere - consentivano addirittura che alcune missive passassero senza venir aperte. Dmitrij Bystroletov ne ricorda una, una "giovane komsomol'ka", cioè membro della Lega dei giovani comunisti, che consegnava ai detenuti le lettere chiuse e non esaminate dalla censura: "Non rischiava solo un pezzo di pane, ma la libertà: per una cosa del genere, l'avrebbero condannata a dieci anni".24

Come ovvio, esistevano sistemi per aggirare la censura sulla corrispondenza e la limitazione sul numero delle missive consentite. Anna Rozina una volta ricevette una lettera di suo marito che era stata cotta dentro una torta: quando arrivò, lui era già stato giustiziato. Vide anche detenuti liberati dal campo con lettere cucite negli abiti, o portate di nascosto nel mondo esterno celate nelle suole delle scarpe.25 In un

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camp0 a regime leggero, Barbara Armonas inviava lettere per mezzo di prigionieri che lavoravano senza scorta fuori dalla zona.26

Anche il generale Gorbatov descrive come mandò a sua moglie una lettera non censurata da un treno di deportati, con un metodo di cui parlano in molti. Per prima cosa, comprò il mozzicone di una niatita da un criminale comune:

Diedi il tabacco al detenuto, ne ricevetti in cambio la matita e, mentre il treno ripartiva, scrissi una lettera sulle cartine da sigarette, numerandole tutte. Poi feci una busta con l'involucro della mahorka, e la sigillai con pane bagnato. Per accertarmi che la mia lettera non venisse portata dal vento nei cespugli sulla linea ferroviaria, la zavorrai con una crosta di pane, legata con fili tolti dall'asciugamano. Infilai tra la busta e la crosta una banconota da un rublo e quattro cartine, ciascuna contenente la richiesta a chi avesse ritrovato la lettera di metterci un francobollo e spedirla. Mi avvicinai di nascosto al finestrino del vagone mentre passavamo da una stazione importante e la buttai giù.. ,27

La moglie la ricevette di lì a poco.

Alcune restrizioni riguardo alla corrispondenza non erano citate negli ordini. Magari si poteva anche scrivere, ma non sempre si riusciva a trovare gli strumenti per farlo, come racconta Bystroletov: "Nel campo la carta è preziosissima, perché i prigionieri ne hanno un estremo bisogno, ma è un genere introvabile: che cosa significa il grido "Oggi è giorno di posta! Consegnate le lettere!" se non c'è niente su cui scrivere, se soltanto pochi fortunati possono farlo, mentre gli altri restano tetri nelle loro cuccette?".28

Un detenuto racconta di aver scambiato del pane con due pagine strappate da La questione del leninismo, un libro di Stalin. Tra le righe scrisse una lettera ai suoi familiari.29 Persine gli amministratori dei campi, nei lagpunkt più piccoli, dovevano escogitare soluzioni creative. A Kedrovyj Sor, per i documenti ufficiali un contabile usava vecchia carta da parati.30

Le regole sui pacchi erano ancora più complicate. Le istruzioni inviate ai comandanti prescrivevano in modo esplicito che i detenuti dovevano aprire i pacchi alla presenza di una guardia, autorizzata a confiscare qualsiasi cosa proibita.31 Nella pratica, il ricevimento di un pacco era spesso accompagnato da un complesso cerimoniale. Innanzitutto, il detenuto veniva avvisato della sua fortuna. Poi, le guardie lo scortavano nel deposito in cui erano tenuti sotto chiave i suoi oggetti personali. Quando apriva il pacco, le guardie esaminavano e aprivano qualsiasi cosa, ogni cipolla, ogni salsiccia, per assicurarsi che non contenessero messaggi segreti, armi potenziali o de-

Gulag

naro. Se tutto superava l'ispezione, il detenuto poteva prendere qualcosa. Il resto restava in deposito, fino alla successiva visita autorizzata. Ovviamente, i detenuti in SIZO o in disgrazia per altri motivi non potevano usufruire dei generi alimentari inviati loro da casa.

Questo sistema aveva delle varianti. Un detenuto si rese conto che se lasciava i pacchi nel deposito qualcosa spariva subito, rubato dalle guardie. Escogitò quindi un sistema per appendersi alla cintura una bottiglia piena di burro, nascondendola nei pantaloni: "11 mio corpo la riscaldava, era sempre liquida". La sera spalmava il burro sul pane.32 Dmitrij Bystroletov si trovava in un lagpunkt privo di deposito, quindi doveva dimostrarsi ancora più creativo:

Allora lavoravo nella tundra, in un cantiere edilizio, e abitavo in una baracca di operai dove non si poteva lasciare niente, e non si poteva portare niente sul posto di lavoro: i soldati all'ingresso del campo sequestravano qualsiasi cosa trovassero e se la mangiavano, e qualsiasi cosa lasciassi veniva rubata e mangiata dal dneval'nyj [il detenuto addetto a pulire e sorvegliare le baracche]. Bisognava mangiare tutto subito. Estrassi un chiodo dai tavolacci della baracca, feci due buchi in una lattina di latte condensato e cominciai a bermelo sotto la coperta. Ma ero talmente esausto che mi addormentai, e il liquido senza prezzo colò inutilmente nella paglia sporca del materasso.33

I pacchi comportavano anche complicati problemi morali, perché non tutti ne ricevevano. Si dovevano dividere o no? E se sì, era meglio dividerli solo con gli amici, o con i potenziali difensori? In prigione, si era riusciti a organizzare dei "comitati dei poveri", ma nei campi era impossibile. Qualcuno divideva con tutti, per gentilezza o per il desiderio di dimostrarsi disponibile. Altri spartivano solo con la cerchia degli amici intimi. E talvolta, ricorda un prigioniero, "succedeva che uno mangiasse dei biscotti a letto, di notte, perché era spiacevole mangiare di fronte agli altri".34

Negli anni più duri della guerra, nei campi più difficili del nord, i pacchi potevano rappresentare il punto di discrimine tra la vita e la morte. Un memorialista, l'attore cinematografico Georgi] Zenov, afferma di essere stato salvato letteralmente da due pacchi. Glieli aveva spediti sua madre da Leningrado nel 1940, e gli erano arrivati tre anni dopo, "nel momento più critico, quando ero affamato, avevo perso ogni speranza e stavo morendo lentamente di scorbuto..."

In quell'epoca, Zenov lavorava nei bagni di un lagpunkt della Kolyma, perché era troppo debole per lavorare nella foresta. Quando venne a sapere di aver ricevuto due pacchi, in un primo momento non ci credette. Poi, quando si convinse che era vero, chiese al ca-

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o degli inservienti dei bagni di poter andare al quartier generale

^ell'amministrazione centrale del campo, distante 9 chilometri, do-

si trovava il magazzino. Dopo due ore e mezzo tornò: "Ho fatto a

^alapena un chilometro". Poi, vedendo un gruppo di capi del cam-

0 su di una slitta, gli venne "un'idea fantastica": "E se avessi chiesto di andare con loro?". Dissero di sì, e quello che successe dopo fu "come un sogno". Zenov salì sulla slitta, percorse i 9 chilometri, scese con grande difficoltà, aiutato dai capi dell'NKVD, entrò nel magazzino, chiese i suoi pacchi vecchi di tre anni e li aprì:

Nei tre anni in cui i pacchi mi avevano inseguito di indirizzo in indirizzo, tutto quello che ci avevano messo dentro, zucchero, salsicce, lardo, caramelle, aglio, cipolla, biscotti, cracker, sigarette, cioccolata e tutta la carta in cui era avvolta ogni cosa si era mescolato, come in una lavatrice, ed era diventato una massa compatta con l'odore dolciastro della putrefazione, della terra, del tabacco e dell'aroma di caramelle ...

Mi avvicinai al tavolo, ne staccai un pezzo con un coltello e lo ingoiai in fretta, di fronte a tutti, senza quasi masticare, senza distinguere i gusti o gli odori, insomma temendo che qualcuno potesse interrompermi o portarmelo via...35

"Dom svidanij": la Casa degli incontri

Comunque non erano le lettere e i pacchi a suscitare nei prigionieri le emozioni più forti, o la più grande angoscia. Assai più strazianti risultavano gli incontri con i parenti, di solito il coniuge o la madre. Erano consentiti solo ai prigionieri che avevano realizzato la norma e rispettato le regole del campo: i documenti ufficiali li definiscono in modo esplicito un premio per "aver lavorato bene, in modo scrupoloso, a ritmo serrato".36 E la promessa di poter ricevere la visita di un parente era di certo una motivazione potentissima per comportarsi bene.

Ovviamente non tutti i detenuti avevano la possibilità di ricevere visite. In primo luogo, i familiari dovevano avere il coraggio morale sufficiente per mantenersi in contatto con il congiunto "nemico". Per arrivare nella Kolyma, a Vorkuta, Noril'sk o in Kazakistan, pur viaggiando come liberi cittadini, ci voleva un certo ardimento fisico. Oltre a patire i disagi del lungo viaggio in treno verso una città remota e primitiva, per raggiungere il lagpunkt il visitatore doveva poi percorrere un tratto a piedi, o farsi dare un passaggio nel cassone di un camion su strade accidentate. Talvolta, poi, magari era costretto ad aspettare diversi giorni o più, e a mendicare da comandanti sprezzanti l'autoriz-2azione a incontrare il detenuto, e a volte tale autorizzazione veniva

Gulag

negata senza motivo. Quindi bisognava affrontare il lungo viaggio di ritorno, seguendo lo stesso tedioso tragitto.

A parte tutte le altre difficoltà, talvolta la tensione psicologica degli incontri era terribile. Le mogli che andavano a trovare il marito, spiega Herling, sentivano "la sconfinata sofferenza del prigioniero senza capirla appieno, e senza potere in alcun modo aiutarlo: i lunghi anni di separazione hanno distrutto gran parte del loro sentimento verso i mariti ... Il campo, distante e sbarrato, getta la sua ombra minacciosa anche su di loro. Non sono prigioniere, ma sono imparentate con quei nemici del popolo.. .".37

Le mogli non erano le uniche a provare questi sentimenti contrastanti. Un detenuto racconta la storia di una donna che aveva portato la figlia di due anni a trovare suo padre. All'arrivo, le disse di "dare un bacio a papa". La bimba corse dalla guardia e le diede un bacio sul collo.38 La figlia dello scienziato missilistico sovietico S.P. Korolev ricorda ancora quando la portarono a trovare suo padre che si trovava in una saraska. Le avevano detto che era lontano, a combattere nell'aviazione. Quando entrò nel carcere, si sorprese perché il cortile era piccolo e chiese alla madre dove atterrasse l'aereo di suo padre.39

Nelle prigioni, e in certi campi, gli incontri erano invariabilmente brevi, e di solito avvenivano alla presenza di un secondino: tale regola provocava tensioni enormi. "Avevo voglia di parlare, di parlare a ruota libera, di raccontare tutto quello che mi era successo quell'anno" racconta un prigioniero a proposito dell'unico incontro con la madre che gli venne concesso. Era difficile trovare le parole, e inoltre "se cominciavi a parlare, a descrivere qualcosa, la guardia sempre attenta ti interrompeva: "Non si può!"".40

Ancora più tragica è la storia raccontata da Bystroletov, al quale nel 1941 venne concessa una serie di incontri con la moglie, sempre alla presenza di una guardia. Era venuta da Mosca per dirgli addio: dopo il suo arresto, si era ammalata di tubercolosi e stava per morire. Nel congedarsi si protese e gli sfiorò il collo, un fatto proibito dal punto di vista tecnico. I visitatori non potevano entrare in contatto fisico con i detenuti. La guardia le spostò il braccio in modo sgarbato, lei cadde per terra tossendo e sputando sangue. Bystroletov racconta che "perse la testa" e cominciò a picchiare la guardia, facendola sanguinare. Solo la guerra scoppiata proprio quel giorno lo salvò da una terribile punizione: nel caos che seguì, si dimenticarono della sua aggressione al secondino. Quanto alla moglie, non la rivide mai più.41

Tuttavia, non sempre le guardie erano presenti. Anzi, nei

Punizione e premio 277

e nei campi più grandi, a volte ai prigionieri venivano concessi incontri di diversi giorni, senza la presenza di secondini. Negli anni Quaranta, di solito tali incontri avvenivano in un'apposita "Casa degli incontri", il Doni svidanij, un edificio costruito allo scopo sui confini del campo. Herling ne descrive una:

La casa stessa, vista dalla strada che portava al campo del villaggio, faceva una piacevole impressione. Era costruita di travi di pino grezze, con le crepe riempite di stoppa; il tetto aveva una buona copertura di tegole ... Alla porta fuori dal recinto, che poteva essere adoperata solo dai visitatori liberi, si saliva con pochi solidi scalini di legno; tende di cotone pendevano alle finestre, e sui davanzali stavano sospese lunghe cassette di fiori. In ogni stanza v'erano due letti puliti, una grande tavola, due panche, un catino e una brocca d'acqua, un ripostiglio per i vestiti e una stufa di ferro; vi era persino un portalampada. Che cosa poteva desiderare di meglio di questa casetta modello piccolo borghese un prigioniero, che aveva vissuto per anni in una cuccetta comune in una baracca sudicia? I nostri sogni di vita in libertà partivano da quella stanza.42

Eppure, coloro che avevano atteso con ansia quel "sogno di libertà", se l'incontro andava male, come spesso accadeva, si sentivano assai peggio. Temendo di rimanere dietro il filo spinato per tutta la vita, alcuni prigionieri salutavano i congiunti dicendo loro di non tornare più. "Dimenticati questo posto" disse uno al fratello, che per un incontro di venti minuti aveva viaggiato giorni e giorni con una temperatura rigida: "Per me è più importante che le cose ti vadano bene".43 Gli uomini che incontravano le mogli per la prima volta dopo anni venivano d'un tratto colti dall'ansia per la loro virilità, come racconta Herling:

Gli anni di lavoro e di fame avevano minato la loro virilità e ora, prima di un incontro intimo con una donna quasi estranea, sentivano, oltre un'eccitazione nervosa, un'ira e una disperazione impotente. Alcune volte udii gli uomini che vantavano le loro prodezze sessuali dopo una visita, ma di solito questi fatti erano taciuti con pudore, e venivano rispettati in silenzio da tutti i prigionieri.44

Le mogli in visita avevano i loro problemi da discutere. Di solito dopo l'arresto dei mariti avevano sofferto molto. Non riuscivano a trovare lavoro, non potevano studiare, e spesso dovevano nascondere il loro matrimonio a vicini curiosi. Alcune arrivavano per annunciare la propria intenzione di divorziare. Nel Primo cerchio Solzenicyn racconta, con una partecipazione sorprendente, un colloquio di questo tipo, basato su un episodio reale vissuto con la moglie Natasa. Nel libro, Nadja, la moglie del detenuto Gerasimovic, sta per perdere il la-v°ro, il posto in una casa dello studente e la possibilità di ultimare la

Gulag

tesi solo perché il marito è deportato. Si rende conto che il divorzio è l'unico modo per "avere una possibilità di vivere di nuovo":

Nadja si fermò di colpo, chinò gli occhi.

"Volevo dirti... solo tu non prendertela a cuore, caro, una volta tu insistevi affinchè noi... divorziassimo..." terminò essa a bassissima voce. ...

Sì, una volta lui aveva insistito... ma adesso tremò. E ora solamente si accorse che l'anello matrimoniale, dal quale lei non si era fino allora mai separata, sulla mano di Nadja adesso non c'era.

"Sì, certo" confermò egli con grande decisione.

"E così... tu non sarai contro... se... bisognerà... fare anche questo?... " Na-dia alzò il capo con uno sforzo. I suoi occhi erano spalancati. Il grigio aghiforme arcobaleno dei suoi occhi scintillava in una supplica di perdono e di comprensione. "È unafinta" aggiunse soltanto con un respiro, senza voce.45

Tali incontri potevano rivelarsi più dannosi dell'assoluta solitudine. Izrail Mazus, arrestato negli anni Cinquanta, racconta la storia di un prigioniero che fece l'errore di annunciare agli altri reclusi l'arrivo di sua moglie. Mentre si sottoponeva alle formalità previste per i detenuti in vista di un incontro con un visitatore (il bagno, il barbiere, il magazzino per farsi dare indumenti puliti), gli altri prigionieri continuavano ad ammiccare e a dargli gomitate, scherzando sul letto cigolante nella Casa degli incontri.46 Alla fine, non gli permisero nemmeno di restare da solo con la moglie nella stanza. Che "fugace visione della libertà" fu mai quella?

I contatti con il mondo esterno erano sempre complicati dalle aspettative, dai desideri, dall'attesa. Sempre Herling racconta:

Quali che fossero i motivi della loro disillusione - che la libertà, realizzata per tre giorni, non era stata all'altezza, che era stata troppo breve, o che, scomparendo come un sogno interrotto, aveva lasciato solo un vuoto recente in cui non c'era nulla da attendere - i prigionieri dopo le visite erano invariabilmente silenziosi e irritabili, per non dir nulla di coloro per i quali la visita si era trasformata in una tragica realtà di separazione e divorzio. Krestynskij... tentò due volte dì impiccarsi dopo un incontro con sua moglie, che gli aveva chiesto il divorzio e il suo consenso per mettere i loro figli in un asilo municipale.

Herling, che essendo straniero, polacco, non ebbe "mai speranza di ricevervi qualcuno", comprese comunque il significato della Casa degli incontri, con più chiarezza di molti scrittori sovietici: "Giunsi alla conclusione che se la speranza può spesso essere il solo significato lasciato alla vita, il suo conseguimento può divenire talvolta il tormento più insopportabile".47

XIII LE GUARDIE

Ai cekisti

Un compito grande e importante ti è stato affidato da Il'ic, i] cekista ha un viso consunto di affanni che nessun altro può capire.

Il cekista ha un viso splendente di coraggio è pronto a combattere, anche adesso, per il bene di tutti, per il loro benessere, si schiera con la classe operaia.

Tanti, tanti sono caduti in battaglia, per molti nostri amici si è scavata la fossa. Ma molti ne restano ancora onesti e vigorosi combattenti.

Tremate, tremate, nemici! Presto, presto verrà la vostra fine! Tu, cekista, stai sempre in guardia e in battaglia guiderai la moltitudine!

MIHAIL PANtENKO, ispettore del sistema carcerario sovietico1

Per quanto possa apparire strano, nei campi non tutte le norme erano dettate dai comandanti. Esistevano anche regole non scritte per ottenere una certa posizione, conquistarsi dei privilegi, vivere un PO' meglio degli altri, e una gerarchla non ufficiale. Chi riusciva a comprendere tali regole non scritte, e a scalare la gerarchla, otteneva di sopravvivere molto meglio.

Al vertice della gerarchla del campo c'erano i comandanti, i supervisori, i sorveglianti, i secondini e le guardie. Ho scritto di propo-

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sito "al vertice", invece che "al di sopra" o "all'esterno", perché nel Gulag gli amministratori e i sorveglianti non costituivano una casta separata, distinta e a sé stante rispetto ai prigionieri. Contrariamente alle SS dei campi di concentramento tedeschi, non erano considerati per definizione o per motivi razziali superiori ai detenuti, con cui spesso avevano in comune l'origine etnica. Per esempio, dopo la Seconda guerra mondiale nei campi di concentramento sovietici c'erano molte centinaia di migliaia di prigionieri ucraini. E anche un numero imponente di guardie ucraine.2

Non si può nemmeno affermare che guardie e prigionieri vivessero in ambiti sociali del tutto distinti. Alcuni sorveglianti e amministratori avevano organizzato un mercato nero con i prigionieri. Alcuni si ubriacavano insieme ai detenuti. Molti "convivevano" con i reclusi, per usare l'eufemismo con cui nel Gulag venivano indicati i rapporti sessuali.3 E, soprattutto, molti erano ex detenuti. All'inizio degli anni Trenta era considerato assolutamente normale per i prigionieri che si comportavano bene "diplomarsi" e conseguire il grado di guardie, e alcuni fecero anche più strada.4 Forse il caso di Naf-talij Frenlcel' è il più plateale, ma ne esistono molti altri.

Per esempio, la carriera di Jakov Kuperman fu meno eccelsa di quella di Frenkel', ma più tipica. Kuperman, che in seguito donò le sue memorie inedite all'Associazione Memorial di Mosca, era stato arrestato nel 1930 e condannato a dieci anni. Trascorse un periodo a Kem', la prigione di transito delle Soloveckie, poi andò a lavorare nella divisione per la progettazione del canale del mar Bianco. Nel 1932 il suo caso venne riesaminato e il suo status mutò, da prigioniero a confinato. Alla fine lo liberarono, e accettò un lavoro nella ferrovia Bajkal-Amur, il Bamlag, un'esperienza che ricordò "con soddisfazione" fino alla fine dei suoi giorni.5 La sua decisione non era insolita. Nel 1938, più di metà degli amministratori e quasi metà delle guardie armate del Belbaltlag, il campo che gestiva il canale del mar Bianco, era costituita da detenuti o ex detenuti.6

Comunque una posizione sociale si poteva conquistare, ma anche perdere. Per un prigioniero era abbastanza facile diventare secondino, ma era abbastanza facile anche per un secondino diventare detenuto. Tra le migliaia di agenti dell'NKVD arrestati negli anni delle epurazioni, tra il 1937 e il 1938, c'erano amministratori e comandanti dei campi del Gulag. Negli anni successivi, i capi delle guardie e gli impiegati del Gulag venivano spesso arrestati da sospettosi colleghi. Nei lagpunkt isolati erano diffusi pettegolezzi e calunnie: negli archivi del Gulag ci sono interi fascicoli dedicati esclusivamente a

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denunce e controdenunce, lettere furibonde sugli ammanchi nei campi/ sulla mancanza di sostegno da parte degli organi centrali, gu]]e deprecabili condizioni di lavoro, e di conseguenza richieste di arresto dei colpevoli, o delle persone non grate.7

Membri delle scorte armate e amministratori venivano arrestati di continuo perché disertavano, bevevano, rubavano, perdevano le armi e anche perché maltrattavano i prigionieri.8 Negli incartamenti del campo di transito del porto di Vanino, per esempio, ci sono rapporti relativi a V.N. Sadovnikov, una guardia che assassinò un'infermiera del campo nel tentativo di uccidere la moglie; su I.M. Soboleev, che rubò 300 rubli a un gruppo di prigionieri, dopodiché si ubriacò e perse la tessera di iscrizione al Partito; su V.D. Suvorov, che organizzò una bevuta collettiva e fu coinvolto in una rissa con un gruppo di funzio-nari, come di altri che "bevvero fino a perdere i sensi", o che erano troppo ubriachi per presidiare le loro postazioni.9 L'archivio personale di Georgi] Malenkov, uno scagnozzo di Stalin, contiene un rapporto sul caso di due amministratori dei campi che, durante una bisboccia, si ubriacarono e assassinarono due colleghi, tra cui una dottoressa madre di due bambini piccoli.10 Negli avamposti dei campi più remoti, la vita era talmente noiosa che, come sosteneva un amministratore in una lettera indirizzata a Mosca, la mancanza di distrazioni induceva "molti ragazzi a disertare, a infrangere le norme disciplinari, a ubriacarsi e a giocare a carte, cose che di regola finiscono con una condanna in tribunale".11

Molti riuscivano persine, anzi era abbastanza comune, a chiudere il cerchio: passare dal ruolo di ufficiali dell'NKVD a quello di detenuti, e poi di nuovo a secondini, ricominciando la carriera nell'amministrazione del Gulag. Certo, diversi ex detenuti parlano della rapidità con cui gli ufficiali dell'NKVD in disgrazia si facevano strada nei campi e ottenevano posizioni di grande potere. Nelle sue memorie Lev Razgon racconta di aver conosciuto un certo Korabel'nikov, un umile dipendente dell'NKVD che incontrò durante il trasferimento da Mosca. Korabel'nikov disse a Razgon di essere stato arrestato per aver "vuotato il sacco con il mio più caro amico ... [su] un affare di donne che riguardava il mio capo ... Mi hanno dato cinque anni come elemento socialmente pericoloso e mi hanno trasferito insieme ai delinquenti comuni". Ma non era proprio come gli altri. Alcuni mesi dopo, Razgon lo incontrò di nuovo. Questa volta indossava un'uniforme da campo pulita, di buona fattura. Era riuscito a ottenere un "buon" lavoro: dirigeva il campo di punizione deH'Ust'vymlag.12

La storia di Razgon rispecchia una realtà documentata negli ar-

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chivi. In effetti, moltissimi ufficiali del Gulag avevano un passato criminale. Sembra addirittura che, all'interno dell'NKVD, l'amministrazione del Gulag avesse la funzione dichiarata di luogo d'esilio, l'ultima risorsa per gli agenti segreti in disgrazia.13 Gli ufficiali mandati nelle zone più remote dell'impero del Gulag ricevevano di rado il permesso di rientrare in altre branche dell'NKVD, per non parlare di Mosca. Per segnalare la propria posizione sociale, i dipendenti del Gulag indossavano uniformi diverse, e avevano tutta una serie di distintivi e gradi leggermente modificati.14 Alle conferenze di Partito, gli ufficiali del Gulag si lamentavano della propria inferiorità. "Il Gulag è considerato un'amministrazione cui si può chiedere tutto senza dare niente in cambio" protestò un funzionario. "Questo modo di pensare denigratorio, il considerarci peggio di chiunque altro, è sbagliato, consente sperequazioni negli stipendi, negli alloggi e così via."15 In seguito, nel 1946, quando l'NKVD venne divisa e cambiò di nuovo nome, il Gulag passò sotto il controllo del ministero dell'Interno (MVD), mentre quasi tutte le sue mansioni più interessanti, soprattutto lo spionaggio e il controspionaggio, vennero demandate al più prestigioso ministero della Sicurezza di Stato (MGB, in seguito KGB). L'MVD, che diresse il sistema carcerario fino al crollo dell'Unione Sovietica, era un apparato burocratico meno influente.16

In realtà, fin dall'inizio, la posizione dei comandanti dei campi era abbastanza modesta. In una lettera inviata di nascosto dalle So-loveckie all'inizio degli anni Venti, un prigioniero raccontava che l'amministrazione del campo era costituita interamente da cekisti caduti in disgrazia, "condannati per speculazione, estorsione o aggressione, o qualche altra infrazione al codice penale ordinario".17 Negli anni Trenta e Quaranta il Gulag divenne la destinazione finale dei funzionari dell'NKVD i cui requisiti non soddisfacevano gli standard previsti: quelli che non erano di origine proletaria, o appartenevano a gruppi nazionali sospetti, come i polacchi, gli ebrei o i baltici, nei periodi in cui questi gruppi etnici furono sottoposti a vere e proprie repressioni. Il Gulag era anche l'ultimo rifugio per gli stupidi, gli incompetenti e gli ubriaconi. Nel 1937 Izrail Pliner, dirigente del Gulag, protestava:

Prendiamo gli avanzi delle altre sezioni; ci mandano le persone basandosi sul principio: "Potete prendere quello che non ci serve". La crème della crème sono gli alcolizzati senza speranza. Quando un uomo comincia a bere, viene sprofondato nel Gulag ... Dal punto di vista dell'apparato dell'NKVD, se qualcuno commette un reato la punizione peggiore consiste nel mandarlo a lavorare in un campo.18

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fsfel 1939 un altro funzionario del Gulag definiva così le guardie dei cairipi: "persone non di seconda, ma di quarta categoria, vera e propria feccia".19 Nel 1945 Vasilij Cernysev, all'epoca dirigente del Gulag, diramò una circolare a tutti i comandanti dei campi e ai capi regionali dell'NKVD, manifestando il proprio orrore per lo scarsissimo livello delle guardie armate dei campi, tra cui si riscontrava un'alta frequenza di "suicidi, diserzioni, perdita e furto delle armi, ubriachezza e altri atti immorali", oltre a frequenti "violazioni delle leggi rivoluzionarie".20 Ancora nel 1952, quando furono scoperti casi di corruzione ai massimi livelli della polizia segreta, la prima reazione di Stalin fu di "esiliare" uno dei principali responsabili, che divenne all'istante vicecomandante del campo Bazenovskij, negli Urali.21

Inoltre, negli archivi del Gulag trova conferma la tesi, espressa in modo delicato da un ex detenuto, secondo cui guardie e amministratori "il più delle volte erano persone molto limitate".22 Per fare un esempio, su undici uomini che tra il 1930 e il 1960 ricoprirono la carica di "dirigente del Gulag", cioè di responsabile dell'intero sistema dei campi, solo cinque avevano un'istruzione superiore, mentre tre non erano mai andati oltre la scuola elementare. Di rado la carica veniva occupata a lungo dalla stessa persona: in trent'anni solo due uomini, Matvej Berman e Viktor Nasedkin, la detennero per più di cinque anni. Izrail Pliner durò solo un anno (1937-1938), Gleb Filaretov tre mesi (1938-1939).23

Del resto, dai fascicoli personali dei dipendenti del servizio carcerario ai ranghi più bassi della gerarchla dell'NKVD negli anni Quaranta si desume che persino i secondini d'elite, membri del Partito e candidati a entrarvi, provenivano quasi tutti dall'ambiente contadino e avevano un livello di istruzione molto basso. Pochi avevano fatto cinque anni di scuola, alcuni solo tre.24 Nell'aprile 1945, quasi tre quarti degli amministratori del Gulag avevano soltanto l'istruzione elementare, e tale percentuale era quasi il doppio che nel resto dell'NKVD.25

Le sentinelle armate dei campi, appartenenti alla voenizirovannaja ohrana mest zakljucenija, chiamata di solito VOHR a causa della passione sovietica per le sigle, avevano un livello di istruzione ancora più basso. Erano quelli che facevano la ronda intorno alle recinzioni dei campi, che scortavano i prigionieri al lavoro, che equipaggiavano i treni per trasportarli nell'est, e spesso avevano un'idea molto vaga dei motivi per cui lo facevano. Un rapporto proveniente dal Kargo-Pol'lag afferma: "Sembra che le guardie non conoscano i nomi dei Cembri del Politbjuro, o dei capi del Partito".26 Un altro documento

Gii lag

elenca una serie di incidenti provocati da guardie che avevano fatto un uso maldestro delle armi. Uno aveva ferito tre prigionieri "perché non sapeva come funzionava il suo fucile". Un altro, "ubriaco in servizio", aveva "ferito il cittadino Timofeev".27

Durante le riunioni i comandanti di divisione si lamentavano: "Le guardie non sanno oliare, pulire e tenere in efficienza le armi... Una donna quando è in servizio tiene la canna del fucile tappata con uno straccio ... Alcuni prendono i fucili di commilitoni fuori servizio: i propri li lasciano a casa perché sono troppo pigri per pulirli ogni volta".28 Da Mosca arrivavano di continuo lettere ai comandanti dei campi per esortarli a dedicare più tempo al "lavoro educativo-cultu-rale" tra le guardie.29

Tuttavia, nemmeno gli "avanzi" e gli "alcolisti cronici" degli altri dipartimenti dell'NKVD riuscivano a soddisfare la domanda di personale del Gulag. La maggior parte delle istituzioni sovietiche era affetta da una costante carenza di dipendenti, e il Gulag più degli altri. Nemmeno l'NKVD riusciva a produrre cattivi dipendenti in numero sufficiente per soddisfare la richiesta presentata dal Gulag tra il 1930 e il 1939 di aumentare di diciotto volte l'organico, o tra il 1939 e il 1941 di assumere 150.000 persone, o per l'enorme espansione del dopoguerra. Nel 1947, solo nel servizio di scorta armata dei campi c'erano 157.000 persone e, secondo l'amministrazione, ne mancavano altre 40.000.30

Questo problema non cessò mai di affliggere l'amministrazione fino a quando il Gulag non venne smantellato in modo definitivo. A parte qualche carica davvero importante, lavorare nei campi non era considerato prestigioso o allettante, e di rado venivano garantite condizioni di vita comode, soprattutto negli avamposti più piccoli e più lontani dell'estremo nord. Data la penuria generalizzata di generi alimentari, a guardie e amministratori il cibo veniva razionato, in misura del loro grado.31 Al suo ritorno da un giro di ispezione nei campi settentrionali della regione di Vorkuta, un funzionario del Gulag denunciò le misere condizioni di vita degli agenti di scorta, che lavoravano da quattordici a sedici ore al giorno nelle "difficili condizioni climati-che del nord", spesso non disponevano di calzature e indumenti adatti e vivevano in baracche sporche. Alcuni soffrivano di scorbuto, pellagra e altre malattie causate dalla mancanza di vitamine, proprio come i detenuti.32 Un altro ispettore riporta che, nel Kargopol'lag, 26 membri del VOHR erano stati condannati alla detenzione, nella maggior parte dei casi perché si erano addormentati in servizio. D'estate lavoravano tredici ore al giorno, e durante le ore di riposo non aveva-

i gì

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no distrazioni di alcun genere. Quelli che avevano con sé la famiglia vivevano in condizioni particolarmente difficili, perché spesso non avevano appartamenti ed erano costretti ad abitare nelle baracche.33

Se si desiderava andarsene, non risultava facile, nemmeno ai massimi livelli. Negli archivi dell'NKVD è conservata una lettera lamentosa del procuratore di Noril'sk, che invocava un trasferimento dalla "zona artica" per motivi di salute e di sovraffaticamento: "Se non è possibile trasferirmi con la carica di procuratore in un altro campo di lavoro correzionale, desidererei essere addetto a un lavoro territoriale o essere dimesso dall'incarico di procuratore". Gli proposero invece un trasferimento a Krasnojarsk, ma lo rifiutò perché la situazione (Krasnojarsk si trova a sud di Noril'sk, ma è sempre nella Siberia settentrionale) sarebbe stata pressoché identica.34

Dopo la morte di Stalin, gli ex funzionari dei campi hanno spesso difeso il proprio passato adducendo le difficoltà e le privazioni cui erano sottoposti per lavorare. Quando ho incontrato Ol'ga Vasil'evna, ex ispettrice dei campi del settore di edilizia stradale, mi ha intrattenuta con aneddoti sulla difficile vita di quando era alle dipendenze del Gulag. Durante il nostro colloquio, svoltosi nel suo appartamento, assai grande per i parametri di Mosca (un dono del Partito in atto di riconoscenza), la Vasil'evna mi ha raccontato che una volta, mentre si trovava in un campo isolato, la invitarono a dormire nella casa del comandante, nel letto di suo figlio. Di notte cominciò ad avere caldo e a sentire prurito. Pensando di essersi ammalata, accese la luce: "La coperta grigia militare sembrava viva, brulicava di pidocchi. Non li avevano solo i prigionieri, ma anche i capi". Di solito, quando ritornava a casa da un viaggio di ispezione, prima di varcare la porta di ingresso si spogliava completamente, per evitare di portare dei parassiti in casa.

Secondo la Vasil'evna, il lavoro dei comandanti era oltremodo difficile: "Non è uno scherzo, sei responsabile di centinaia, migliaia di prigionieri, c'erano recidivi e assassini, quelli condannati per reati gravi, da cui ti potevi aspettare qualsiasi cosa. Questo significa che dovevi stare sempre in guardia". I comandanti dei campi, ai quali si chiedeva la massima efficienza, dovevano risolvere problemi di tutti i generi:

II direttore di un progetto edilizio era anche comandante del campo, e almeno il 60 per cento del suo tempo era assorbito non dai lavori di costruzione, dalle decisioni relative al progetto o dai problemi edilizi, ma dalla gestione del campo. Qualcuno si ammalava, magari scoppiava un'epidemia, o si verificava qualche incidente, per cui bisognava portare qualcuno in ospedale, c'era bisogno di un'automobile, o di un cavallo e di un carro.

Gulag

Inoltre, mi ha spiegato la Vasil'evna, spesso i "capi" non mangiavano bene neanche a Mosca, soprattutto durante la guerra. Alla mensa del quartier generale del Gulag venivano serviti cavolo, zuppa e kasa: "Non ricordo carne, non ne ho mai vista". Quando Stalin era vivo, i dipendenti moscoviti del Gulag lavoravano ogni giorno dalle nove del mattino fino alle due o alle tre di notte. La Vasil'evna vedeva suo figlio soltanto la domenica. Dopo la morte di Stalin, invece, la situazione migliorò. S.N. Kruglov, allora capo dell'NKVD, emanò un'ordinanza con cui concedeva ai dipendenti dell'amministrazione centrale una pausa di un'ora per il pranzo, e di due ore agli ufficiali. Nel 1963 assegnarono alla Vasil'evna e a suo marito un appartamento molto grande nel centro di Mosca, lo stesso in cui viveva quando l'ho conosciuta nel 1998.35

Viceversa, mentre Stalin era vivo, il lavoro nel Gulag non era ben retribuito e l'amministrazione centrale doveva escogitare dei sistemi per ovviare alla sostanziale mancanza di attrattiva del lavoro. Nel 1930, quando il sistema era ancora considerato una componente fondamentale per l'espansione economica, l'OGPU condusse delle campagne di propaganda interne, per attirare le persone entusiaste a lavorare nei campi dell'estremo nord, allora appena istituiti:

I campi delle Soloveckie sono stati creati e consolidati dall'entusiasmo e dall'energia dei cekisti che hanno una funzione positiva essenziale per lo sviluppo industriale e culturale dei territori europei del nostro paese situati all'estremo nord. I nuovi campi, come le Soloveckie, devono svolgere una funzione riformatrice nell'economia e nella cultura delle regioni remote. Per questo compito ... abbiamo molto bisogno di cekisti solidi, volontari che desiderino lavorare duro...

Tra l'altro ai volontari venivano promessi un aumento della retribuzione fino al 50 per cento, due mesi di vacanza ogni anno e, dopo tre anni, un premio di tre mesi di salario e di tre mesi di vacanza. Inoltre, gli amministratori più importanti ricevevano ogni mese a titolo gratuito pacchi di generi alimentari e potevano accedere alla "radio, ad attrezzature sportive e servizi culturali".36

In seguito, quando il genuino entusiasmo svanì del tutto (se mai era esistito), l'incentivazione divenne più razionale. I campi erano distinti a seconda della distanza e delle difficoltà ambientali. Più erano lontani e duri, più gli ufficiali dell'NKVD venivano retribuiti per lavorarci. Alcuni si sentivano in dovere di organizzare attività sportive e di altro tipo per i loro dipendenti. Inoltre, l'NKVD costruì speciali sanatori sul mar Nero, a Soci e a Kislovodsk, in modo che gli ufficiali di alto rango potessero trascorrere le loro lunghe vacanze comodi e al caldo.37

Le guardie 287

L'amministrazione centrale istituì inoltre delle scuole dove gli ufficiali del Gulag potevano migliorare le proprie qualifiche e avanzare di grado. In una situata a Har'kov, per esempio, non si tenevano soltanto i corsi obbligatori, cioè "Storia del Partito" e "Storia del-l'NKVD", ma anche lezioni di diritto penale, politica di gestione dei campi, amministrazione, organizzazione, contabilità e temi militari.38 I figli di quanti accettavano di lavorare per il Dal'stroj, nella lontana Kolyma, ricevevano la qualifica di "figli di lavoratori" e quindi godevano di un accesso preferenziale negli istituti di istruzione superiore: questo incentivo ottenne un alto gradimento.39

Certo soldi e incentivi bastavano anche per attrarre gli impiegati di livello più basso. Molti consideravano il Gulag la migliore di molte cattive alternative. Nell'Unione Sovietica di Stalin, afflitta dalla guerra, dalle carestie e dalla fame, lavorare come guardia o secondino poteva rappresentare un avanzamento sociale enorme. Susanna Pecora, che all'inizio degli anni Cinquanta era detenuta, ricorda di aver conosciuto una guardia, una donna, per la quale lavorare nel campo costituiva l'unico modo per sfuggire alla terribile miseria dell'azienda agricola collettiva in cui era nata: "con lo stipendio manteneva i suoi sette fratelli e sorelle".40 Un altro memorialista racconta la storia di Mar'ja Ivanova, una giovane che si arruolò volontaria per lavorare in un campo nel 1948. Mar'ja desiderava sfuggire alla vita che la aspettava nella sua azienda agricola collettiva e inoltre sperava di trovare marito, invece divenne l'amante di una sfilza di ufficiali di grado sempre più basso. Finì ad abitare in una stanza insieme ai due figli illegittimi e alla madre.41

Non sempre, però, la prospettiva di alti stipendi, lunghe vacanze e avanzamento sociale bastava per attrarre dei lavoratori nel sistema, soprattutto ai livelli più bassi. In quell'epoca in cui la domanda era alta, gli uffici di collocamento sovietici inviavano i lavoratori dove ce n'era bisogno, senza nemmeno spiegare loro dove stavano andando. Un'ex infermiera del Gulag, Zoja Eremenko, dalla scuola per infermieri fu mandata direttamente a lavorare in un luogo che, a quanto le avevano detto, era un cantiere edilizio. Quando arrivò, scoprì di trovarsi in un campo di prigionia, Krasnojarsk-26. "Eravamo sorpresi, spaventati, ma quando cominciammo a conoscere il posto, scoprimmo che "lì" c'era la stessa gente, e il nostro lavoro sanitario era uguale a quello per cui ci eravamo preparati durante gli studi" racconta.42

Particolarmente tragica era la situazione di quanti furono costretti a lavorare nei campi dopo la Seconda guerra mondiale. Migliaia di

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ex soldati dell'Armata rossa, che avevano combattuto in Germania e di civili che durante il conflitto si trovavano "all'estero" come deportati o rifugiati, vennero arrestati alla frontiera dell'Unione Sovietica e confinati in "campi di filtraggio", dove subirono interrogatori approfonditi. Alcuni venivano arrestati, altri talvolta inviati direttamente a lavorare come guardie carcerarie. All'inizio del 1946, 31.000 persone si trovavano in questa situazione, e in alcuni campi costituivano oltre l'80 per cento delle guardie in servizio.43 Per loro non era facile andarsene. A molti avevano sequestrato i documenti, il passaporto, il permesso di residenza, il certificato del servizio militare. Senza, non potevano lasciare i campi, nemmeno per cercarsi un altro lavoro. Ogni anno se ne suicidavano da trecento a quattrocento. Uno, dopo aver tentato il suicidio, ne spiegò il motivo: "Sono in servizio da molto tempo, e non mi hanno ancora rilasciato il permesso di residenza; quasi tutti i giorni passa un poliziotto con l'intimazione di sgombrare l'appartamento, e ogni volta questo fatto provoca litigi nella mia famiglia".44

Altri semplicemente degeneravano. Karlo ètajner, un comunista iugoslavo il quale durante e dopo la guerra era detenuto a Noril'sk, li rammenta "molto diversi da quelli che in guerra non avevano combattuto";

Non solo i loro costumi erano più rilassati, ma erano pronti a fare qual-siasi cosa. Non avevano paura delle rappresaglie e permettevano ai criminali di lasciare le loro baracche per svaligiare gli appartamenti degli abitanti. Il loro comportamento aveva questo di buono per i detenuti politici: li lasciavano tranquilli.45

Protestavano in pochi, in pochissimi. Negli archivi, per esempio, è attestato il caso di un certo Daniljuk, arruolato contro la sua volontà, che si rifiutò in modo categorico di prestare servizio tra le guardie armate, adducendo questo motivo: "Non voglio affatto prestare servizio per gli organi del ministero dell'Interno". Rimase saldo nei suoi propositi nonostante quelle che nei documenti vengono definite "udienze giudiziarie", senza dubbio lunghi periodi di intimidazioni, forse di pestaggi veri e propri. Alla fine lo congedarono. Almeno nel suo caso, il rifiuto saldo e ostinato di lavorare per il Gulag venne ricompensato.46

Tuttavia, il sistema ripagava i suoi membri più fortunati e più leali, alcuni dei quali ottennero ben altro che un avanzamento sociale o razioni migliori: chi facendo lavorare i detenuti procurava allo Stato grosse quantità di oro o di legname alla fine veniva premiato. E

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mentre la maggior parte dei lagpunkt forestali non offriva mai un ambiente piacevole per viverci, nemmeno a coloro che li dirigevano, i quartier generali di alcuni campi più importanti nel tempo divennero davvero molto confortevoli.

Negli anni Quaranta le città che si trovavano al centro dei complessi di campi più vasti - Magadan, Vorkuta, Noril'sk, Uhta - erano ormai grandi e molto trafficate, piene di negozi, teatri e parchi. Dall'epoca della pionieristica nascita del Gulag le opportunità di fare la bella vita erano aumentate enormemente. I massimi comandanti dei campi più grandi disponevano di un'ottima retribuzione, incentivi migliori e vacanze più lunghe di chi lavorava nel mondo normale. Potevano procurarsi con maggiore facilità generi alimentari e oggetti di cui c'era scarsa disponibilità ovunque. "A Noril'sk si stava meglio che in qual-siasi altro posto nell'Unione Sovietica" sostiene Andre] Ceburkin, caposquadra Noril'sk e, poi, funzionario della locale burocrazia:

In primo luogo tutti i dirigenti avevano delle domestiche, domestiche detenute. Poi si mangiava in modo straordinario. C'era un'ampia varietà di pesce. Si poteva andare a pescarlo nei laghi. E se nel resto dell'Unione c'erano le tessere annonarie, lì in pratica non le usavamo. Carne. Burro. Se volevi bere champagne, potevi abbinarlo con la polpa di granchio. Ce n'erano così tanti! Caviale ... ce n'era a barili. Parlo dei capi, è chiaro. Non parlo dei lavoratori. Ma i lavoratori erano detenuti ...

La paga era buona ... se eri un caposquadra, diciamo, guadagnavi 6-8000 rubli. Nella Russia centrale non ne avresti presi più di 1200. Arrivai a lavorare a Noril'sk come sovrintendente di un direttorio speciale dell'NKVD, che cercava l'uranio. Mi retribuivano come un supervisore: all'inizio 2100 rubli, poi ogni sei mesi mi davano un aumento del 10 per cento, circa il quintuplo di quanto prendono di solito i civili.47

La prima osservazione di Ceburkin, "tutti i dirigenti avevano delle domestiche", rappresenta un elemento fondamentale, perché in realtà valeva per tutti, non soltanto per i dirigenti. In linea di principio era proibito utilizzare i detenuti come domestici. Ma si trattava di un'abitudine molto diffusa, le autorità lo sapevano bene; una consuetudine radicata, nonostante i frequenti tentativi di abolirla.48 A Vorkuta, Kon-stantin Rokossovskij, ufficiale dell'Armata rossa e poi generale, maresciallo, quindi ministro della Difesa nella Polonia staliniana, faceva il cameriere per un "rozzo secondino di nome Bucko": "I miei compiti consistevano nell'andare a prendergli i pasti, pulire e riscaldare la sua villetta e cose simili".49 A Magadan, per un certo periodo Evgenija Ginzburg lavorò come lavandaia per la moglie di un amministratore del campo.50

Gulag

Anche Thomas Sgovio lavorò come attendente personale di un ufficiale delle guardie della Kolyma: gli preparava da mangiare e cercava di procurargli degli alcolici. L'uomo arrivò a fidarsi di lui "Thomas, ragazzo mio," gli diceva "ricordati una cosa. Stai attento alla mia tessera del Partito. Quando sono ubriaco, guarda che non la perda. Sei il mio servo, se mai la perdessi dovrei ucciderti a fucilate come un cane ... e non voglio."51

Tuttavia, per i grandi capi, i domestici rappresentavano solo l'inizio. Ivan Nikisov, che nel 1939, in conseguenza delle epurazioni, fu nominato capo del Dal'stroj e mantenne la carica fino al 1948, divenne tristemente famoso per le ricchezze accumulate in un ambiente in cui regnava una spaventosa povertà. Era di una generazione diversa rispetto al suo predecessore Berzin, una generazione estranea agli anni di miseria e fervore della rivoluzione e della guerra civile. Forse è per questo motivo che Nikisov sfruttava senza scrupoli la propria posizione per vivere bene. Si era attrezzato, mettendo insieme "un nutrito servizio di sicurezza personale, automobili di lusso, uffici spaziosi e una splendida dacia di fronte all'Oceano Pacifico".52 Secondo le testimonianze dei prigionieri, la villa era fornita di tappeti orientali, pelli d'orso e candelieri di cristallo. Si dice che nella sontuosa sala da pranzo, lui e la seconda moglie, una giovane e ambiziosa comandante del campo il cui nome era Gridasova, si facessero servire arrosto d'orso, vino del Caucaso, frutta proveniente dal sud, pomodori e cetrioli freschi prodotti in serre private.53

Nikisov non era l'unico a vivere nel lusso. Lev Razgon, nella sua indimenticabile descrizione del colonnello Tarasjuk, durante la guerra comandante dell'Ust'vymlag, narra eccessi analoghi:

Viveva come il governatore romano di una provincia barbara conquistata da Roma. Nelle serre speciali coltivavano per lui verdura, frutta e fiori, roba esotica per il freddo Nord. Per fabbricargli i mobili si fecero venire i migliori ebanisti; sarti un tempo rinomati confezionavano gli abiti per la sua capricciosa e bisbetica consorte. Non si faceva curare dai medicastri salariati vendutisi al Gulag appena usciti dall'università, ma da luminati, ex direttori di cliniche della capitale che scontavano le loro lunghe condanne nelle infcrmerie dei lager sperduti tra i boschi.54

Spesso i prigionieri dovevano aiutare a soddisfare questi capricci. Isaac Vogel'fanger, un medico del campo, si ritrovava continuamente a corto di alcol perché il suo farmacista lo usava per fare il brandy. Il comandante lo serviva ai dignitari in visita: "Più bevono alcolici/ più migliora la loro opinione sul lavoro del Sevurallag". Vogel'fanger vide anche un cuciniere del campo preparare un "banchetto" per

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alcuni ospiti, con ingredienti messi da parte per l'occasione: "Caviale, anguilla affumicata, involtini di pasta francese con i funghi, sai-Aerini dell'Artico in gelatina di limone, oca al forno e porcellino al forno".55

Sempre in quel periodo, negli anni Quaranta, i dirigenti come fsfikisov cominciarono a considerarsi qualcosa più che semplici carcerieri. Alcuni entrarono addirittura in competizione tra loro, in un'assurda gara di ostentazione tra vicini. Rivaleggiavano per presentare le migliori compagnie teatrali di detenuti, le migliori orchestre di detenuti, i migliori artisti detenuti. Nel 1946 Lev Kopelev si trovava neH'Unzlag, in un periodo in cui il suo comandante stava selezionando direttamente in carcere "gli attori, i musicisti e gli artisti migliori, cui assegnava le mansioni più ambite, quelle di addetti alle pulizie e custodi nell'ospedale". Il campo divenne famoso come "rifugio per gli artisti".56 Anche il Dal'stroj si gloriava di una compagnia di reclusi chiamata "Circolo del Sevvostlag", che si esibiva a Magadan e in alcuni campi isolati della zona mineraria, e della quale facevano parte molti cantanti e ballerini famosi detenuti nella Kolyma.57 Lev Razgon descrive anche il comandante deU'Uhtizem-lag, il quale a Uhta "aveva una vera e propria compagnia di operetta" diretta da un famoso attore sovietico e aveva alle proprie dipendenze anche una famosa ballerina del Bol'soj, oltre a cantanti e musicisti di prim'ordine:

Ogni tanto il capo del lager di Uchtà [l'Uhtizemlag] faceva visita al suo vicino. Benché ciò fosse prosaicamente definito "scambio di esperienze", la visita si svolgeva secondo i canoni del protocollo diplomatico. Il capo era scortato da uno stuolo di capetti sistemati nelle camere migliori dell'albergo locale, e venivano offerti i doni... Il capo si portava appresso i suoi artisti migliori, affinchè il padrone di casa capisse che, quanto ad arte, non era secondo a nessuno...58

Ancora oggi l'ex teatro deU'Uhtizemlag, un grande edificio bianco, ornato di colonne e simboli teatrali sul frontone, è uno degli edifici più solidi della città di Uhta. Si può raggiungere a piedi dalla residenza dell'ex comandante del campo, una spaziosa casa in legno sul limitare di un parco.

Tuttavia non erano soltanto i comandanti con una propensione Per l'arte a indulgere ai propri capricci. Anche quanti amavano lo sport potevano mettersi alla prova, costituendo proprie squadre di calcio che affrontavano l'avversario praticando un gioco piuttosto duro. Nikolaj Starostin, il famoso calciatore, fu mandato a Uhta perché la sua squadra aveva malauguratamente sconfitto quella per cui

Gulag

tifava Berija, e quando il suo treno arrivò vennero a prenderlo alla stazione. Lo portarono a conoscere il dirigente della squadra locale, il quale lo trattò con educazione e gli disse che era stato inviato lì per esplicita richiesta del comandante del campo: "II generale è un appassionato di calcio. È stato lui a farti venire qui". Per la maggior parte del periodo trascorso in prigionia, Starostin si occupò di squadre dell'NKVD, trasferendosi da un posto all'altro a seconda di quale comandante lo richiedesse come allenatore.59

Di tanto in tanto, ma solo di tanto in tanto, le voci che circolavano su tali eccessi suscitavano allarme a Mosca, o almeno interesse. Forse per rispondere alle proteste, una volta Berija autorizzò un'inchiesta segreta sul fastoso stile di vita di Nikisov. Il successivo rapporto confermava, tra l'altro, che una volta Nikisov aveva speso 15.000 rubli, una somma enorme all'epoca, per un banchetto offerto per festeggiare l'arrivo della Compagnia di operetta di Habarovsk.60 Nel rapporto si denuncia inoltre l'"atmosfera di servilismo" di cui si circondavano Nikisov e la moglie: "La Gridasova è talmente influente che persino i vice di Nikisov sostengono di poter restare al loro posto soltanto fino a quando godono del suo favore".61 Comunque non vennero presi provvedimenti. La Gridasova e Nikisov continuarono a regnare in pace.

Negli ultimi anni è diventato di moda affermare che, contrariamente a quanto si sosteneva dopo la guerra, furono pochi i tedeschi costretti a lavorare nei campi di concentramento o nelle squadre della morte. Di recente uno studioso ha dichiarato che molti vi entravano di propria volontà, una tesi che ha suscitato qualche polemica.62 Nel caso della Russia e degli altri Stati postsovietici, il problema va esaminato in modo diverso. Il più delle volte, i dipendenti dei campi - come tantissimi altri cittadini sovietici - non avevano molte alternative. L'ufficio di collocamento li mandava a lavorare in un dato posto, e loro dovevano andarci. L'impossibilità di scegliere faceva parte del sistema economico sovietico.

Ciò nondimeno, non sarebbe giusto affermare che gli ufficiali dell'NKVD e gli agenti della guardia armata "non se la passavano molto meglio dei detenuti sotto il loro controllo" o erano delle vittime del sistema, come si è tentato di fare. Infatti, anche se avrebbero preferito lavorare altrove, quando entravano nel sistema i dipendenti del Gulag potevano scegliere, molto più dei colleghi nazisti, le cui mansioni erano definite con maggior rigore. Potevano scegliere se comportarsi in modo brutale o essere gentili. Potevano scegliere se este-

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nuare i loro prigionieri fino a farli morire o tenerne in vita il maggior numero possibile. Potevano scegliere se compatire i detenuti, di cui magari un tempo avevano condiviso il destino così come avrebbero potuto condividerlo in futuro, o approfittare del proprio temporaneo colpo di fortuna, tiranneggiando i compagni di sofferenza del passato, e del futuro.

Nulla nel loro passato poteva indicare con certezza la via che avrebbero scelto, perché tanto gli amministratori come i comuni agenti di guardia avevano origini etniche e sociali molto diverse, proprio come i prigionieri. Anzi, quando ai sopravvissuti del Gulag si chiede di descrivere il carattere dei loro guardiani, rispondono quasi sempre che variavano moltissimo. Ho posto questa domanda a Galina Smirnova, e lei mi ha risposto che "ce n'erano di tutti i generi, come gli altri".63 Anna Andreevna mi ha detto: "C'erano sadici patologici, e c'erano persone normalissime, buone". La Andreevna mi ha anche parlato di un giorno, poco dopo la morte di Stalin, in cui il capo contabile nel suo campo si precipitò all'improvviso nell'ufficio amministrativo dove lavoravano delle prigioniere, le confortò, le abbracciò e gridò: "Toglietevi i numeri, ragazze, vi restituiscono i vostri vestiti!".64

Anche Irena Arginskaja mi ha spiegato che i suoi guardiani, oltre a essere "persone di tipo molto diverso", nel tempo cambiavano. In particolare, all'inizio i militari di leva si comportavano "come bestie", perché erano montati dalla propaganda, ma "dopo un po' cominciavano a capire, certo non tutti, ma in buona parte, e spesso cambiavano".65

È vero che le autorità facevano pressioni sugli amministratori e gli agenti perché non mostrassero alcuna gentilezza nei confronti dei detenuti. Nell'archivio dell'ispettorato del Gulag è registrato il caso di Levin, capo della divisione di approvvigionamento di una sezione del Dmitlag, che nel 1937 fu sottoposto a un'inchiesta per la sua indulgenza. La sua colpa consisteva nell'aver permesso a un prigioniero di vedere il fratello: di norma, all'interno del sistema carcerario i parenti venivano isolati gli uni dagli altri. Levin fu accusato inoltre di essere troppo cordiale nei confronti degli zek in generale, e soprattutto di un gruppo di presunti menscevichi. Da parte sua Levin, lui stesso ex detenuto al canale del mar Bianco, affermò di non sapere che si trattava di menscevichi. Era il 1937, perciò fu condannato lo stesso.66

Tuttavia, tali restrizioni non venivano applicate con rigore. Anzi, molti comandanti di massimo livello si fecero una fama per la loro gentilezza verso i prigionieri. In Lo stalinismo, un testo di denuncia di

Gulag

questo regime, lo storico e giornalista dissidente Roj Medvedev descrive un comandante di campo, V.A. Kundus, il quale aveva preso sul serio le richieste di aumentare la produzione durante la guerra. Assegnò i lavori d'ufficio ai prigionieri politici più istruiti, e cominciò a trattare bene i suoi detenuti, anzi per alcuni ottenne addirittura la scarcerazione anticipata. Durante la guerra la sua impresa fu premiata con F"Ordine della Bandiera Rossa per la gestione". Ma alla fine del conflitto arrestarono anche lui, forse proprio per il regime umanitario che aveva aumentato la sua produzione.67 Lev Razgon descrive una prigione di transito inconsueta di Georgievsk, dove furono rinchiusi sia lui sia la sua seconda moglie, Rika:

Con le celle che avevano i pavimenti e i tavolacci non solo spazzati, ma persino lavati. Con il cibo che era così abbondante da spegnere la fame. Con il bagno dove ci si poteva lavare veramente. Con un'apposita stanza (e questo colpì Rika più di ogni altra cosa) con tutto il necessario per la toilette femminile...68

Ne esistevano anche altre. Durante la sua prigionia, a un certo punto Genrih Gorcakov, un ebreo russo arrestato nel 1945, fu inviato in un campo per invalidi nel complesso del Siblag. Vi era arrivato da poco un nuovo comandante, un ex ufficiale di prima linea che dopo la guerra non era riuscito a trovare altro impiego. Questi prendeva sul serio il suo lavoro: fece costruire nuove baracche, procurò materassi e persino lenzuola per i detenuti e riorganizzò i processi di produzione, trasformando completamente il campo.69

Un altro ex zek, Aleksej Prjadilov, arrestato a sedici anni, venne mandato in un campo di lavoro agricolo nell'Alta). Il comandante lo "gestiva come un'organizzazione economica, e non trattava i detenuti come criminali o nemici da "rieducare", ma come lavoratori. Era convinto che fosse inutile cercare di far lavorare bene la gente affamata".70 Persino gli ispettori del Gulag a volte trovavano dei buoni comandanti. Uno che nel 1942 visitò il Birlag, riferisce: "i prigionieri della fabbrica lavoravano in modo eccellente perché si trovavano in una situazione eccellente". Le baracche erano pulite, ciascuno aveva le sue lenzuola e le sue coperte, vestiti e scarpe di buona qualità.71

La gentilezza poteva assumere forme più dirette. La memorialista Galina Levinson racconta di un comandante che parlò a lungo con una detenuta intenzionata ad abortire. "Quando lascerai il campo, sarai sola" le disse. "Pensa a come sarebbe bello avere un bambino." La donna gliene fu grata per tutta la vita.72 Anche Anatolij Zigulin parla di un "buon" comandante, che "salvò centinaia di persone dalla morte", chiamava i suoi reclusi "compagni detenuti" in spre-

Le guardie 295

gjo al regolamento, e aveva ordinato al cuoco di farli mangiare meglio. Certo, osserva Zigulin, "non conosceva ancora le regole". Ma-rija Sandratskaja, arrestata in qualità di moglie di un "nemico", racconta di un comandante che seguiva con particolare attenzione le madri detenute nel campo, curando che l'asilo fosse gestito bene, che durante l'allattamento le donne mangiassero abbastanza, e che le madri non lavorassero troppo.73

La gentilezza era davvero possibile: a qualsiasi livello, c'era sempre qualcuno che non cedeva alla propaganda secondo cui tutti i prigionieri erano nemici, qualcuno che capiva davvero la situazione. E moltissimi memorialisti riportano un singolo episodio di bontà da parte di una guardia, o un singolo caso di attenzione. Evgenij Gnedin racconta: "Ancora in pieno Terrore staliniano, il comandante di uno degli innumerevoli lager, venuto a conoscenza della mia sentenza, si decise a dire che non avevo commesso alcun reato" ,74 Allo stesso tem-po,però, molti sopravvissuti si stupiscono di quanto fossero eccezionali i casi di questo tipo. Infatti, nonostante le poche eccezioni, di norma le prigioni non erano pulite, molti campi erano letali, e la maggior parte dei carcerieri trattava i detenuti nel migliore dei casi con indifferenza, nel peggiore con deliberata crudeltà.

Lo ripeto, da nessuna parte si pretendeva un comportamento crudele. Anzi: l'amministrazione centrale aveva condannato in forma ufficiale la crudeltà deliberata. Guardie e amministratori che trattavano con immotivata durezza i detenuti spesso venivano puniti. Negli archivi del Vjatlag si conservano rapporti relativi a guardie punite perché pestavano "sistematicamente gli zefc", perché rubavano gli averi dei prigionieri e perché violentavano le donne.75 Negli archivi del Dmitlag sono registrate le condanne penali emesse contro amministratori accusati di picchiare i prigionieri quando avevano bevuto. Nell'archivio centrale del Gulag sono registrate anche le punizioni in-flitte ai comandanti che bastonavano i prigionieri, li torturavano durante gli interrogatori, o li trasferivano senza abiti invernali adatti.76

Ciononostante, la crudeltà continuava a esistere. Talvolta era dovuta a vero e proprio sadismo. Viktor Bulgakov, detenuto negli anni Cinquanta, racconta di un agente, un kazaco analfabeta, cui dava piacere costringere i detenuti a restare fermi in piedi nella neve a congelare lentamente, e un altro che amava "ostentare la propria forza picchiando i prigionieri" senza alcuna ragione.77 Negli archivi del Gulag, tra molti altri documenti analoghi, si conserva la descrizione del comandante di un lagpunkt del Volgostroj durante la guerra, il compagno Resetov, che per punire gli zek li chiudeva in celle

Gulag

ghiacciate, e costringeva gli ammalati a lavorare con temperature molto basse, per cui molti morivano sul posto.78

Più spesso, la crudeltà non nasceva dal sadismo ma da motivi di interesse. Le guardie che sparavano ai prigionieri fuggiaschi venivano ricompensate in denaro, e talvolta con una licenza. Sicché a-vevano la tentazione di incoraggiare le "fughe". Zigulin descrive le conseguenze:

La guardia gridava a qualcuno in colonna: "Ehi, portami quell'asse!".

"Ma è oltre il recinto..."

"Non importa! Vai!"

Il prigioniero andava, seguito da una raffica di mitra.79

Tali incidenti avvenivano di frequente, come attestano i documenti d'archivio. Nel 1938, 4 agenti dei VOHR che lavoravano nel Vjatlag furono condannati per aver ucciso due prigionieri dopo averli "incitati" alla fuga. In seguito emerse che il comandante della divisione e il suo vice avevano sottratto gli oggetti personali dei detenuti.80 Anche lo scrittore Boris D'jakov, nel suo saggio "filosovietico" sul Gulag, pubblicato in URSS nel 1964, parla dell'abitudine di fomentare le evasioni.81

A volte, tanto sui treni sotto scorta quanto nei campi sembrava che la crudeltà nascesse dalla rabbia o dalla noia per essere costretti a fare un lavoro umile. Mentre lavorava come infermiera in un ospedale della Kolyma, la comunista olandese Elinor Lipper una notte vegliò un paziente affetto da pleurite, che aveva la febbre alta. Sulla schiena l'uomo aveva una pustola, scoppiata per colpa della guardia che lo aveva portato all'ospedale:

Respirando a fatica, mi disse che la guardia voleva sbrigarsela il più in fretta possibile con quella scomoda marcia, e quindi aveva fatto camminare per ore il prigioniero ammalato e febbricitante a colpi di bastone. All'arrivo lo aveva minacciato di spaccargli tutte le ossa se avesse riferito all'ospedale di essere stato picchiato.

L'uomo, terrorizzato fino alla fine, non aveva voluto ripetere la storia in presenza di persone che non fossero detenuti. "Lo lasciammo morire in pace" racconta la Lipper "e la guardia continuò a picchiare i prigionieri indisturbata."82

Comunque, nella maggior parte dei casi la crudeltà degli agenti dei campi sovietici era dovuta a stupidità, mancanza di riflessione, pigrizia, e assomigliava a quella dimostrata verso le mucche o le pecore. Certo non dicevano in modo esplicito alle guardie di maltrattare i prigionieri, ma nemmeno insegnavano loro a considerarli esseri

^p^p

Le guardie 297

umani a pieno titolo, soprattutto i politici. Anzi, cercavano in tutti i modi di suscitare in loro il disprezzo per i detenuti, definiti di continuo "pericolosi criminali, spie e sabotatori intenzionati a distruggere il popolo sovietico". Tale propaganda influenzava moltissimo persone già amareggiate dalla sfortuna, dalla frustrazione di un lavoro che non amavano e da condizioni di vita insoddisfacenti.83 Oltre a influire sugli agenti della guardia armata, plasmava anche l'opinione dei lavoratori liberi, gli abitanti del luogo che lavoravano nei campi senza essere dipendenti dell'NKVD, come racconta un detenuto: "Di solito ci separava dai lavoratori liberi un muro di reciproca diffidenza ... Le nostre sagome grigie, in marcia sotto scorta e talvolta con i cani, probabilmente [rappresentavano] per loro una cosa molto spiacevole alla quale era meglio non pensare".84

Questo fenomeno esisteva già negli anni Venti, l'epoca in cui le guardie delle Soloveckie costringevano i prigionieri congelati dal freddo a saltare nel fiume al grido di "Delfino!". Ovviamente peggiorò alla fine degli anni Trenta, quando i politici furono degradati al livello di "nemici del popolo", e il regime nei campi venne inasprito. Nel 1937, avendo saputo che un grosso convoglio di trockisti era in arrivo nella Kolyma, il comandante del campo, Edvard Berzin, disse a un gruppo di collaboratori: "Se quei porci che stanno arrivando hanno compiuto dei sabotaggi nella madrepatria, noi dobbiamo fare in modo che qui nella Kolyma lavorino per l'Unione Sovietica. Abbiamo i mezzi per costringerli a lavorare... ".85

E comunque la propaganda non cessò mai, nemmeno dopo la fine del Grande terrore. Negli anni Quaranta e Cinquanta i prigionieri venivano definiti regolarmente criminali di guerra e collaborazionisti, traditori e spie. Ai nazionalisti ucraini, che cominciarono ad affluire nei campi dopo la Seconda guerra mondiale, si attribuivano diversi appellativi, per esempio "cani bavosi, servi del boia nazista", "fascisti tedeschi ucraini" o "agenti dei servizi segreti stranieri". Nikita Hruscev, all'epoca leader dell'Ucraina, durante un'assemblea plenaria del comitato centrale affermò che i nazionalisti ucraini si erano "suicidati cercando di compiacere Hitler, il loro padrone, e per ottenere un pezzette del bottino in cambio dei loro servigi di cani".86 Durante la guerra, le guardie chiamavano quasi tutti i prigionieri Politici "fascisti" o "hitleriani" o "vlasoviani" (cioè seguaci di Andrej vlasov, un generale dell'Armata rossa che si era messo al servizio di Hitler).

Era un'abitudine umiliante, soprattutto per gli ebrei, per i veterani che avevano combattuto con coraggio contro i tedeschi e per i co-

Gulag

munisti stranieri che erano fuggiti dal fascismo nei loro paesi.87 ij comunista iugoslavo Karlo Stajner, insultato da una guardia che per due volte lo aveva chiamato "fascista", le rispose indignato: "Fascista sarai tu".88 Margarete Buber-Neumann, una comunista tedesca che quando venne rilasciata dal Gulag fu trasferita subito nel lager nazista di Ravensbrùck, racconta di come la chiamavano "la fascista tedesca".89 E quando Mihail Srejder, un ufficiale dell'NKVD arrestato, disse all'inquirente che, essendo ebreo, non potevano accusarlo di collaborare con Hitler, l'altro gli rispose che non era un ebreo, ma "un tedesco travestito da ebreo".90

Tuttavia, l'abitudine di inventare appellativi insultanti non era un vano giochetto da ragazzi. Definendo i detenuti "nemici" o "subumani", le guardie si rassicuravano sulla legittimità delle proprie azioni. In realtà, la retorica dei "nemici" era una componente dei quadri del Gulag. L'altra componente, diciamo la retorica della "schiavitù di Stato", insisteva sull'importanza del lavoro, e delle cifre relative alla produzione, che dovevano continuare a crescere per salvaguardare l'esistenza stessa dell'Unione Sovietica, hi parole povere, si poteva giustificare qualsiasi cosa se serviva a ricavare più oro. Questa tesi è stata riassunta in modo magnifico da Aleksej Logi-nov, un ex direttore della produzione e dei campi di prigionia di No-ril'sk, durante un'intervista concessa a un regista di documentari britannico:

Sapevamo benissimo fin dall'inizio che il mondo esterno non avrebbe mai lasciato in pace la nostra rivoluzione. Stalin non era il solo a comprenderlo, tutti, qualsiasi normale comunista, qualsiasi persona comune si rendeva conto di come, oltre a costruire, dovevamo costruire nella piena consapevolezza che presto saremmo stati in guerra. Quindi nella mia zona la ricerca di tutte le fonti di materie prime, rame, nichel, alluminio, ferro eccetera era intensissima. Conoscevamo da sempre le risorse enormi di Noril'sk, ma come sfruttarle nell'Artico? Quindi tutta l'impresa fu messa nelle mani dell'NKVD, il ministero dell'Interno. Chi altri avrebbe potuto occuparsene? Lei lo sa quante persone furono arrestate. E per noi ce ne volevano decine di migliaia, laggiù...91

Loginov parlava negli anni Novanta, quando da quasi cin-quant'anni Noril'sk non era più un vasto complesso carcerario. Ma le sue parole riecheggiano quelle scritte nel 1964 da Anna Zaharova, moglie di un comandante di campo, in una lettera al giornale governativo "Izvestija" che non fu mai pubblicata, ma che in seguito usci sulla stampa clandestina. La Zaharova, proprio come Loginov, parlava del senso del dovere, dei sacrifici fatti dal marito per accrescere la gloria del paese: "Si era già rovinato la salute lavorando con i eri-

mi

Le guardie 299

minali, perché il lavoro qui a poco a poco logora i nervi. Saremmo felici di trasferirci, perché mio marito ha già completato il servizio, jna non vogliono lasciarlo andare. È un comunista e un ufficiale, e la sua posizione comporta degli obblighi".92

Anche un'ex amministratrice dei campi che ha voluto restare a-nonima mi ha esposto un punto di vista analogo. Mi ha raccontato con fierezza del lavoro svolto per l'URSS durante la guerra dai suoi prigionieri: "Tutti i prigionieri, senza eccezione, hanno lavorato e pagato a proprio modo, e hanno dato tutto quello che potevano al fronte".93

Nella prospettiva più vasta della fedeltà dovuta all'Unione Sovietica e ai suoi obiettivi economici, la crudeltà perpetrata per aumentare la produzione sembrava del tutto encomiabile a chi la praticava. O meglio, la vera natura della crudeltà, come la vera natura dei campi, poteva essere mascherata sotto il gergo dell'economia. Dopo avere intervistato un ex amministratore del Karlag nel 1991, il giornalista americano Adam Hochschild ha osservato: "Dalle parole del colonnello non si capiva che si trattava di una prigione. Ha parlato quasi esclusivamente del ruolo del Karlag nell'economia sovietica. Sembrava un fiero dirigente regionale del Partito: "Avevamo l'azienda agricola sperimentale. Anche l'allevamento di bestiame era progredito. Allevavamo una razza speciale di mucche, le rosse della steppa, e anche le teste bianche kazake.. ."".94

Ai massimi livelli, spesso gli amministratori parlavano dei prigionieri come di macchine o attrezzi, necessari per completare il lavoro e nient'altro. Venivano considerati senza remore manodopera a basso costo, conveniente, solo una cosa necessaria, proprio come le forniture di cemento o di acciaio. Anche in questo caso Loginov, il comandante di Noril'sk, esprime bene il concetto:

Se avessimo mandato [a Noril'sk] dei civili, innanzitutto avremmo dovuto costruire loro le case. E come sarebbero riusciti i civili a vivere laggiù? Con i detenuti è facile, per loro basta una baracca, una stufa con il camino e sopravvivono. E poi magari un posto dove mangiare. Insomma, data la situazione dell'epoca, i detenuti erano gli unici che fosse possibile utilizzare su larga scala. Disponendo di più tempo, probabilmente non avremmo fatto le cose in quel modo.. .95

Allo stesso tempo, il gergo economico permetteva ai dirigenti dei campi di giustificare qualsiasi cosa, persino la morte: tutto veniva fatto per il bene comune. A volte quest'argomentazione veniva portata alle estreme conseguenze. Lev Razgon, per esempio, riferisce conversazione tra il colonnello Tarasjuk, allora comandante del-

Gulag

l'Ust'vymlag, e un medico del campo, Kogan, che aveva commesso l'errore di vantarsi con Tarasjuk del numero di pazienti "strappati alla morsa della pellagra", una malattia provocata dalla malnutrizione e dalla mancanza di proteine. Secondo Razgon, si svolse il dialogo seguente:

Tarasjuk: "Cosa gli danno?".

Kogan: "Ricevono tutti la razione antipellagra stabilita dal settore sanitario del Gulag: tanta albumina per tante calorie".

Tarasjuk: "Quando e quanti di loro andranno nel bosco?".

Kogan: "Loro nel bosco non ci andranno più. In compenso non moriranno e un giorno o l'altro potranno essere utilizzati nella zona per i lavori leggeri".

Tarasjuk: "Sospenda le razioni antipellagra. Scriva: "Trasferire le razioni a chi lavora nel bosco". Ai convalescenti distribuisca quelle per gli invalidi".

Kogan: "Ma compagno colonnello! Evidentemente mi sono spiegato male. Se questa gente resta in vita, è solo grazie alla razione speciale. Agli invalidi spettano solo quattrocento grammi di pane... Con una razione così crcperanno in dieci giorni... Non può farlo!".

Tarasjuk osservò il medico, concitato, con un certo interesse: "È la sua etica professionale che non le permette di agire così?".

"Ebbene sì..."

"Me ne frego della sua etica" fece Tarasjuk tranquillo e senza un filo di rabbia. "Ha preso nota? Proseguiamo..."

Quelle duecentoquarantasei persone morirono nel giro di un mese.96

Conversazioni del genere non erano inconsuete, e nemmeno inventate, lo attestano le fonti d'archivio. In un rapporto sulle condizioni dei prigionieri del Volgostroj durante la guerra, un ispettore denunciava il fatto che l'amministrazione del campo si interessava "soltanto alla produzione del legname": "non si curava affatto di nutrire e vestire i detenuti, li mandava a lavorare all'aperto senza riguardo per le loro condizioni fisiche, senza preoccuparsi che fossero coperti, sani e ben nutriti".97 Nei documenti d'archivio è registrato anche il seguente commento, fatto durante una riunione di funzionai! del Vjatlag nel gennaio 1943. Parlando la lingua neutra delle statistiche, il compagno Avruckij presentò una proposta: "Abbiamo il cento per cento della manodopera, ma non riusciamo a realizzare il programma, perché il gruppo B continua ad aumentare. Se il cibo che diamo al gruppo B venisse dato a un altro contingente, non esisterebbe più il gruppo B, e riusciremmo a realizzare il programma...".98 Il "gruppo B", ovviamente, era costituito dai prigionieri più deboli, che certo avrebbero cessato di esistere qualora avessero smesso di nutrirli.

Se i comandanti potevano prendersi il lusso di decidere cose del genere, senza avere rapporti diretti con le persone su cui ne sarebbe-

Le guardie 301

r0 ricadute le conseguenze, non sempre la vicinanza suscitava maggiore compassione in chi si trovava a un livello più basso della ge-rarchia. Un detenuto polacco, Kazimierz Zarod, si trovava in una colonna di prigionieri diretta alla località dove doveva sorgere un nuovo campo. In pratica i prigionieri non ricevevano da mangiare, e cominciarono a indebolirsi. Alla fine, uno cadde per terra, e non riusciva a rialzarsi. Una guardia gli puntò contro il fucile. Un'altra minacciò di sparare:

Udii l'uomo gemere: "Per amor di Dio, se solo mi lasciassi riposare per un po' ce la farei".

"O cammini o muori", disse la prima guardia...

Lo vidi alzare il fucile e prendere la mira: non riuscivo a credere che avrebbe sparato. Intanto gli uomini in colonna alle mie spalle si erano raggnippati e mi coprivano la visuale, ma all'improvviso rimbombò uno sparo, poi un altro, e capii che l'uomo era morto.

Tuttavia, Zarod racconta anche che non sempre quando qualcuno cadeva per la strada lo ammazzavano. Se le persone troppo esauste per camminare erano giovani, venivano tirate su e gettate su un carro, dove "giacevano come sacchi fino a quando non si riprendevano ... A quanto potevo capire, il ragionamento era che i giovani, dopo essersi ripresi, potevano ancora lavorare, mentre non valeva la pena salvare i vecchi. Di certo, quando prendevano uno come un fagotto di stracci e lo gettavano sul carro dei viveri non lo facevano per ragioni umanitarie. Le guardie, per quanto giovani, c'erano già passate, e sembravano scevre da qualsiasi sentimento umano".99

Sebbene questo atteggiamento non sia attestato in alcun memoriale, di certo riguardava anche chi si trovava ai vertici del sistema dei campi. Nei capitoli precedenti ho citato spesso i rapporti conservati negli schedar! dell'ispettorato del Gulag, una sezione dell'ufficio del procuratore sovietico. Tali rapporti, archiviati con grande regolarità e precisione, si distinguono per la loro sincerità. Parlano di epidemie di tifo, penuria di cibo, penuria di indumenti. Parlano di campi dove i tassi di mortalità erano "troppo alti". Accusano con indignazione alcuni comandanti di non fornire ai detenuti condizioni di vita adeguate. Calcolano il numero delle "giornate lavorative" perse a causa di malattie, incidenti, morte. Leggendoli, ci si convince che i pezzi da novanta del Gulag a Mosca sapevano, davvero e fino in fondo, come si viveva nei campi: nei rapporti c'è tutto, ed è espresso con un linguaggio franco come quello di Solzenicyn e Salamov.100

Anche se a volte qualcosa cambiava, anche se alcuni comandanti venivano condannati, la cosa più impressionante dei rapporti è la ri-

Gulag

petitività: fanno venire in mente la cultura assurda delle false isne. zioni, descritta così bene dallo scrittore russo ottocentesco Nikolaj Gogol'. È come se si rispettassero le forme, si compilasse il rapporto si esprimesse la debita indignazione, ma ignorando gli effetti concreti sugli esseri umani. Di solito ai comandanti dei campi si rimproverava di non essere riusciti a migliorare le condizioni di vita, ma comunque esse non miglioravano, e la discussione era chiusa.

In fondo, nessuno costringeva le guardie a salvare i giovani e ad assassinare i vecchi. Nessuno costringeva i comandanti a liberarsi degli ammalati. Nessuno costringeva i dirigenti del Gulag a Mosca a non tener conto delle implicazioni dei rapporti degli ispettori. Eppure guardie e amministratori prendevano tali decisioni ogni giorno, senza nascondersi, ed evidentemente erano convinti di averne il diritto.

Del resto, l'ideologia della schiavitù di Stato non era un'esclusiva dei padroni del Gulag. Anche i prigionieri venivano incoraggiati a collaborare; e alcuni lo fecero.

XIV I PRIGIONIERI

L'uomo è una creatura che può abituarsi a qualsiasi cosa, e penso che sia la sua migliore definizione.

FEDOR DOSTOEVSKIJ, Memorie dalla Casa dei morti1

"Urica": i criminali comuni

Per il prigioniero politico inesperto, per la contadinella arrestata con l'accusa di aver rubato una pagnotta, per l'ignaro deportato polacco, il primo incontro con gli urka, i delinquenti abituali sovietici, doveva essere un'esperienza sconcertante, traumatica e insondabile. Evgenija Ginzburg incontrò per la prima volta delle detenute comuni al momento di imbarcarsi sul battello per la Kolyma:

Non erano comuni malviventi, bensì il fior fiore del mondo della delinquenza: recidive, omicide, sadiche, maestre in perversioni sessuali ... cominciarono immediatamente a terrorizzare le "frauen", le "sovversive". Le entusiasmava l'idea che al mondo esistessero i "nemici del popolo", gente ancor più odiata e reietta di loro... si impossessarono del nostro pane, strapparono dai nostri fagotti gli ultimi stracci rimasti, ci cacciarono dai posti che occupavamo...2

Mentre il generale Aleksandr Gorbatov, un eroe di guerra sovietico che non era certo un codardo, viaggiava sulla stessa rotta attraversando il mare di Ohotsk nella stiva della nave a vapore Curma, gli rubarono gli stivali:

Uno di loro mi colpì con forza prima al torace e poi alla testa e, con un ghigno, mi disse: "Guardalo, giorni fa mi ha venduto gli stivali, ha intascato i soldi e poi si è rifiutato di darmeli!". Poi se ne andarono con il bottino, ridendo a più non posso, e si interruppero solo per picchiarmi di nuovo Quando, per pura disperazione, li seguii e chiesi i miei stivali indietro.3

Gw/ag

Scene simili sono state descritte da decine di memorialisti. I criminali di professione attaccavano gli altri detenuti in preda a quella che sembrava furia cieca, buttandoli giù dalle cuccette nelle baracche o nei treni; rubavano loro gli indumenti rimasti, urlando, bestemmiando e imprecando. Il loro aspetto e il loro comportamento apparivano oltremodo bizzarri alla gente normale. La "completa mancanza di inibizioni dimostrata dagli urka, che davano sfogo senza pudore a tutte le funzioni corporali, compresa la masturbazione" inorridì Antoni Ekart, un detenuto polacco: "Li faceva somigliare in modo straordinario a delle scimmie, una specie con cui sembravano avere molte più cose in comune che con gli uomini".4 Anche Marija loffe, moglie di un famoso bolscevico, scrive che i delinquenti abituali avevano rapporti sessuali di fronte a tutti, giravano nudi per le baracche e non provavano alcun sentimento per gli altri: "In loro, solo il corpo era vivo".5

I novellini senza esperienza dovevano vivere nei campi per settimane, o addirittura mesi, prima di capire che il mondo della delinquenza non era uniforme, che aveva una propria gerarchla e i propri livelli sociali; insomma che c'erano molti diversi generi di ladri. Lev Razgon spiega: "Erano suddivisi in caste, in clan con una disciplina ferrea, con un'infinità di regole e di leggi la cui contravvenzione veniva punita senza pietà, nel migliore dei casi con l'espulsione dal clan, ma spesso con la morte".6

Anche Karol Colonna-Czosnowski, un polacco che si ritrovò a essere l'unico prigioniero politico in mezzo ai criminali comuni in un campo per il taglio degli alberi nel nord, registra le stesse differen/e:

A quell'epoca la comunità criminale russa era molto classista. Anzi, la ge-rarchia sociale era tutto. I delinquenti di prima categoria, come i rapinatori di banche o di treni, costituivano la classe dirigente nella loro gerarchia. Un tale Grisa Cernyj, il capo della mafia del campo, ne faceva parte. All'estremo opposto della scala sociale c'erano i piccoli delinquenti, come i borsaioli. I pezzi grossi lì usavano come servitori e messaggeri: godevano di pochissima considerazione. I responsabili di tutti gli altri tipi di reati costituivano il grosso della classe media, al cui interno c'erano comunque delle distinzioni.

Sotto molti aspetti questa strana società rappresentava una fedele caricatura del mondo "normale". Vi si ritrovava l'equivalente di ogni virtù e debolezza umana. Per esempio, si riconoscevano subito l'ambizioso in ascesa, lo snob, l'arrampicatore sociale, l'imbroglione, ma anche l'uomo onesto e generoso ...7

Al vertice della gerarchia c'erano i criminali di professione, che dettavano le regole per tutti gli altri. Li chiamavano urka, blatnoj o, & facevano parte dei circoli più esclusivi del mondo criminale, vof v

(tm)

I prigionieri 305

zdkone, "ladri legittimi", e osservavano una serie di regole e usanze comparse prima del Gulag e che esistono ancora dopo la sua scomparsa. Non avevano niente in comune con la larga maggioranza dei detenuti nel Gulag che scontavano condanne "penali". I cosiddetti criminali "normali", condannati per piccoli furti, violazioni del regolamento sul posto di lavoro o per altri reati non. politici, odiavano i ladri legittimi con lo stesso accanimento riservato ai prigionieri politici.

E la cosa non sorprende: la cultura dei ladri legittimi era molto diversa da quella dei normali cittadini sovietici. L'origine di tale cultura affondava le sue radici nel mondo criminale della Russia zarista, nelle corporazioni di ladri e mendicanti che all'epoca controllavano la piccola criminalità.8 Ma nei primi decenni del regime sovietico si era diffusa moltissimo grazie alle centinaia di migliaia di orfani, vittime della rivoluzione, della guerra civile e della collettivizzazione, che erano riusciti a sopravvivere prima come bambini di strada, e poi come ladri. Verso la fine degli anni Venti, quando i campi cominciarono a espandersi e a diventare un fenomeno di massa, i criminali di professione costituivano ormai una comunità a sé stante, dotata di un rigido codice di comportamento che vietava di avere a che fare in qualsiasi modo con lo Stato sovietico. Un vero ladro legittimo rifiutava di lavorare, rifiutava di possedere un passaporto e rifiutava di collaborare in qualsiasi forma con le autorità, se non per sfruttarle: si possono considerare dei ladri legittimi i "nobili" di Aristokraty, il dramma scritto nel 1934 da Nikolaj Pogodin, che rifiutano di lavorare per principio.9

In realtà i programmi di indottrinamento e rieducazione dell'inizio degli anni Trenta erano in larga parte diretti ai ladri legittimi, non ai prigionieri politici. Avveniva perché i delinquenti abituali erano considerati "socialmente vicini" (social'no bìizkie) e quindi recuperabili, mentre i politici venivano considerati "socialmente pericolosi" (social'no opasnye). Ma alla fine degli anni Trenta, a quanto pare, le autorità rinunciarono all'idea di riformare i criminali di professione e decisero invece di servirsene per controllare e intimidire gli altri detenuti, soprattutto i "controrivoluzionari", ovviamente disprezzati dai malavitosi.10

Non si trattava di un fenomeno del tutto nuovo: già un secolo pri-^a, in Siberia, i detenuti comuni odiavano i politici. In Memorie dalla Casa dei morti, la cronaca lievemente romanzata dei suoi cinque anni di prigionia, Dostoevskij riporta le parole di un suo compagno di detenzione: "Già, non amano i nobili ... specialmente i condannati

Gulag

politici. Loro son contenti di mangiare, non hanno criterio. Prima di tutto voi e la plebe siete diversi, non vi somigliate".11

Più o meno dal 1937 alla fine della guerra, in Unione Sovietica l'amministrazione dei campi si serviva apertamente di piccoli gruppi di delinquenti abituali per controllare gli altri detenuti. In questo periodo i criminali di alto rango non lavoravano, ma facevano lavorare gli altri.12 Lo racconta Lev Razgon:

Non lavoravano, ma venivano retribuiti come se svolgessero il compito loro assegnato, riscuotevano una tangente da chi lavorava, dimezzando i loro pacchi e gli acquisti fatti allo spaccio, e alleggerivano senza tanti complimenti i nuovi arrivati, depredandoli degli abiti migliori. Insomma, erano affiliati a una piccola mafia, e i detenuti comuni, che erano la maggioranza, li odiavano di un odio feroce.13

Alcuni prigionieri politici trovavano il modo di convivere con i ladri legittimi, soprattutto dopo la guerra. Alcuni capi criminali molto potenti amavano avere come amici o come mascotte dei politici. Alexander Dolgun conquistò il rispetto del boss di un campo di transito picchiando un piccolo delinquente.14 Marlen Korallov, un giovane prigioniero politico che è stato poi tra i fondatori dell'Associazione Memorial, attrasse l'attenzione di Nikola, il capo dell'organizzazione criminale del campo in cui era detenuto, anche perché in una scazzottata aveva battuto un comune; Nikola gli concesse di sedergli accanto nella baracca. Tale privilegio cambiò la posizione di Korallov all'interno del campo, dove cominciarono a considerarlo un "protetto" di Nikola, e quindi ottenne un posto per dormire assai migliore: "II campo aveva capito: entrando nella tro/ka di Nikola, facevo parte dell'elite ... l'atmosfera intomo a me cambiò all'istante.".15

Tuttavia, nella maggior parte dei casi i comuni esercitavano un dominio assoluto sui politici. Tale condizione di superiorità contribuisce a spiegare perché i criminali consideravano i campi "casa propria", come afferma un criminologo: ci vivevano meglio degli altri detenuti, e godevano di un potere autentico che non avevano all'esterno.16 Per esempio, Korallov spiega che Nikola disponeva dell'"unico letto di ferro" della baracca, collocato in un angolo. Nessun altro ci dormiva e un gruppo di intimi di Nikola rimaneva nei paraggi per assicurarsi che restasse vuoto. Inoltre appendevano delle lenzuola intorno alla branda del capo perché non si potesse vedere dentro. Chi entrava nello spazio intorno a Nikola subiva un meticoloso controllo. I detenuti come lui dimostravano una sorta di fierezza virile per le lunghe condanne che dovevano scontare. Korallov osserva:

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Dei ragazzi tentavano di evadere anche senza speranze di farcela solo per aumentare il proprio prestigio; venivano condannati a venticinque anni jj! più, magari con l'aggiunta di altri venticinque per sabotaggio. Poi, quando H trasferivano in un altro campo, raccontavano in giro di dover scontare cent'anni, e questo in conformità all'etica dei lager ne faceva dei grandi personaggi.17

Il mondo dei criminali e la loro posizione di privilegio attraevano i giovani detenuti, che talvolta vi venivano introdotti con elaborati riti di iniziazione. A quanto risulta dalle informazioni raccolte negli anni Cinquanta dagli ufficiali della polizia segreta e dagli amministratori del sistema carcerario, i neofiti dovevano pronunciare un giuramento con cui promettevano di essere "delinquenti di valore" e di accettare le severe norme vigenti nel clan. Altri delinquenti parlavano in favore dell'aspirante, magari lo elogiavano perché aveva "sfidato la disciplina del carcere" e gli sceglievano un soprannome. La notizia dell'iniziazione veniva poi diffusa nel sistema carcerario attraverso la rete di contatti della malavita, perché il neofita mantenesse la sua posizione anche in caso di trasferimento a un altro campo.18

Nel 1946 Nikolaj Medvedev (nessun rapporto con gli omonimi intellettuali moscoviti) trovò questo sistema. Era stato arrestato da ragazzine, per furto di grano in un'azienda agricola collettiva, e già durante il trasporto un ladro legittimo di primo piano lo accolse sotto la propria ala e a poco a poco lo introdusse nel mondo criminale. Quando arrivò a Magadan, Medvedev venne mandato a lavorare come gli altri detenuti. Doveva fare le pulizie in mensa, un compito per nulla faticoso, ma il suo protettore gli ordinò di smettere: "quindi non lavoravo, proprio come tutti i criminali, che non lavoravano". Altri detenuti facevano il lavoro al suo posto.19

Come spiega Medvedev, agli amministratori del campo non interessava che un dato prigioniero lavorasse o no: "A loro importava solo una cosa: che la miniera producesse oro, il più possibile, e che nel campo regnasse l'ordine". E Medvedev aggiunge, con tono di approvazione, che grazie ai criminali regnava l'ordine. Le ore lavorative perdute venivano recuperate in disciplina: "Se uno offendeva un altro, per dirimere la questione si rivolgevano entrambi alle "autorità" della malavita". Non ai dirigenti del campo. Secondo Medvedev, grazie a questo sistema la violenza e il numero delle risse restavano bassi; in sua assenza, avrebbero raggiunto livelli tali da danneggiare la Produzione.20

La descrizione favorevole lasciata da Medvedev riguardo al predominio dei criminali nei campi costituisce un'eccezione, perché il-

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lustra il sistema gerarchico della malavita dall'interno: molti erano analfabeti, e con ogni probabilità nessuno ha mai scritto librj di memorie; ma è straordinaria soprattutto perché l'autore ne condì-vide i valori. Moltissimi autori "classici" del Gulag, testimoni del terrore, dei furti e delle violenze sessuali inflitti dagli urka agli altri detenuti, lì odiavano di cuore. "I criminali non sono esseri umani" afferma Varlam Salamov senza mezzi termini. "Le scelleratezze dei malavitosi nei lager sono innumerevoli."21 Solzenicyn dice: "Proprio questo mondo di tutta l'umanità, il nostro mondo con la sua etica, le sue abitudini di vita e i rapporti reciproci è particolarmente odioso ai malavitosi, e viene da loro particolarmente deriso, e si contrappone nettamente alla \orofamiglia antisociale".22 Anatolij Zigulin descrive in modo schematico come facevano davvero i criminali a imporre l'"ordine". Un giorno era seduto nella mensa quasi deserta, quando sentì due prigionieri litigare per un cucchiaio. D'un tratto irruppe nella stanza Dezemija, il "vice" anziano del ladro legittimo più importante:

"Cos'è questo baccano, cos'è questo litigio? Non potete disturbare in sala mensa!"

"Guarda, mi ha preso il mio cucchiaio e l'ha cambiato. Io ne avevo uno sano, lui me ne ha restituito uno rotto..."

"Vi punirò entrambi, e farete pace" disse Dezemija ridacchiando. Con rapidi movimenti brandì il suo punteruolo verso i due contendenti e, con la velocità di un lampo, cavò un occhio a ciascuno.23

I criminali ebbero certamente una profonda influenza sulla vita dei campi: il loro gergo, così diverso dal russo normale da poter essere considerato una lingua a parte, divenne il mezzo di comunicazione principale. Pur essendo famoso soprattutto per l'enorme numero di complessi insulti, in un elenco di vocaboli del gergo criminale raccolti negli anni Ottanta (che in buona parte sono gli stessi usati negli anni Quaranta) si trovano anche centinaia di parole indicanti oggetti comuni, tra cui indumenti, parti del corpo e utensili, molto diverse dai corrispettivi in russo corrente. Per i concetti di particolare interesse, come il denaro, le prostitute, il furto e la malavita, ci sono decine di sinonimi. Oltre alle parole che designano il crimine in generale (per esempio pò muzyke hodit', "andare a tempo di musica"), ci sono anche espressioni che indicano tipi particolari di furto: rubare in una stazione ferroviaria (derzaf sadku), borseggiare la gente in autobus (marku derzat'), commettere un furto non pianificato (iati na sal'nuju), un furto commesso durante il giorno (dennik) e un ladro che ha rubato in chiesa (kljusvennik). E si tratta solo di alcuni esempi.24

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Imparare il blatnoe slavo, cioè l'"idioma dei ladri" (chiamato a volte blatnaja muzyka, letteralmente la "musica dei ladri"), era un rituale di iniziazione cui molti detenuti dovevano sottoporsi, non sempre per propria volontà. Alcuni non ci si abituarono mai. Una detenuta politica in seguito ha affermato:

La cosa più difficile da sopportare in campi come quello sono i vituperi e \e prevaricazioni continue ... il linguaggio usato dalle comuni è osceno al punto da risultare quasi insopportabile; sembra che riescano a parlarsi solo nel modo più ingiurioso e volgare. Quando cominciavano a insultarsi e a imprecare, ci dava così fastidio che spesso dicevamo: "Non le darei una goccia d'acqua nemmeno se stesse morendo accanto a me".25

Altri cercavano di analizzare il gergo. Già nel 1925 un detenuto delle Soloveckie elaborò una teoria sulle origini di questo ricco vocabolario in un articolo scritto per "Soloveckie Ostrova", uno dei giornali del campo. Osservava che alcune parole riflettevano il codice morale della malavita: i termini relativi alle donne erano una via di mezzo tra l'oscenità e uno zuccheroso sentimentalismo. Altri vocaboli emergevano dal contesto: i ladri dicevano "bussare" (stukat') invece di "parlare" (govorif), ed era logico, perché per comunicare tra loro i detenuti battevano sui muri.26 Un altro ex detenuto ha osservato che alcune parole, per esempio smon per "perquisizione", musar (immondizia) per "poliziotto" efraer per "non malavitoso" (traducibile anche con "fesso"), probabilmente derivano dall'ebraico o dallo yiddish.27 Forse è una prova del ruolo svolto nell'evoluzione della cultura criminale dalla città portuale russa di Odessa, in cui viveva una grande comunità ebraica e che un tempo era la capitale del contrabbando.

Di tanto in tanto l'amministrazione carceraria provava addirittura a reprimere l'uso del gergo. Nel 1933 il comandante del Dmitlag ordinò ai suoi subordinati di "prendere provvedimenti adeguati" perché i detenuti, ma anche i secondini e gli amministratori, smettessero di usare la lingua dei criminali, che ormai era "di uso comune, persino nelle lettere e nei discorsi ufficiali".28 Non esistono documenti che attestino se l'iniziativa ebbe successo.

I criminali più importanti, oltre a parlare in modo diverso dagli altri detenuti, avevano anche un diverso aspetto. Forse erano proprio gli abiti e i gusti stravaganti, più del linguaggio, a farli percepire come una casta a sé, e questo fenomeno induceva ancora più soggezione negli altri prigionieri. Secondo Salamov, negli anni Quaranta tutti i malavitosi della Kolyma portavano al collo una croce di alluminio, ma non per motivi religiosi: "Era un segno di riconoscimento". Ma le mode passavano:

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Negli anni Venti i malavitosi avevano dei berretti a visiera tipo is tecnico, e prima ancora berretti da ufficiale di marina. Negli anni Quaranta in inverno portavano alti colbacchi del Kuban', i gambali degli stivali rivoK tati, e una croce al collo. Di solito la croce era liscia, ma se capitava loro tra le mani qualche artista, lo costringevano a decorarla, incidendovi con un ago uno dei loro soggetti preferiti: un cuore, una carta da gioco, una croce, una donna nuda...29

Georgi] Fel'dgun, pure recluso nei campi negli anni Quaranta, ricorda che i criminali camminavano in un modo particolare, "facendo piccoli passi e con le gambe leggermente divaricate", e per una specie di moda si facevano coprire i denti con capsule d'oro o d'argento: "Nel 1943 un vor di solito andava in giro con un completo blu scuro, i pantaloni infilati in stivali di vitello neri. Una camicia ampia sotto il panciotto aperto. Anche un berretto, calcato sugli occhi. E tatuaggi, di solito sentimentali: "Non dimenticherò mai la mia cara mamma", "Non c'è felicità nella vita"...".30

Tali tatuaggi, ricordati da molti altri, contribuivano a distinguere i veri criminali dai comuni in generale, e a individuare la posizione di ciascuno nel loro mondo. Secondo uno studioso della storia dei campi, esistevano tatuaggi diversi per gli omosessuali, i tossicodipendenti, gli stupratori e gli assassini.31 Solzenicyn è più esplicito:

Si fanno tatuare la pelle abbronzata e così soddisfano le loro esigenze ar-tistiche, erotiche e perfino morali: ammirano l'uno sul petto, sul ventre, sulla schiena dell'altro aquile possenti, posate su una roccia o in volo nel cielo; un sole con tutti i raggi intorno; donne e uomini stretti nell'amplesso; gli organi del loro piacere e, improvvisamente, vicino al cuore, Lenin o Stalin, o addirittura tutti e due ... A volte li diverte l'immagine di un fuochista che butta carbone fra due natiche, o di una scimmia che si masturba. Leggono l'uno sull'altro scritte familiari, ma care perché spesso ripetute: "Glielo metto in ... a tutte le puttane!" ... oppure, sul ventre di una giovane ladra, "Morirò per una ... calda".32

Essendo un artista di professione, Thomas Sgovio venne subito risucchiato nel giro dei tatuatori. Una volta gli chiesero di tatuare il viso di Lenin sul petto di un detenuto: tra i criminali era convinzione comune che nessun plotone di esecuzione avrebbe mai sparato su un ritratto di Lenin o di Stalin.33

I malavitosi si distinguevano dagli altri detenuti anche per il modo di passare il tempo libero. Le loro partite di carte erano caratterizzate da elaborati rituali, e comportavano alti rischi, sia per il gioco in sé, con puntate molto alte, sia perché le autorità punivano chiunque venisse scoperto mentre giocava34 Ma forse il pericolo faceva parte del divertimento, per gente abituata a rischiare. Dmitrij

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il critico letterario detenuto alle Soloveckie, notò che molti paragonavano "le emozioni provate durante le partite di carte a quelle vissute mentre commettevano un crimine".35

Anzi i delinquenti sventavano tutti i tentativi dell'NKVD di farli smettere di giocare. Alcuni "esperti" si dedicavano alla produzione di carte da gioco, un'attività che, negli anni Quaranta, aveva raggiunto un notevole livello di sofisticazione. Per prima cosa l'"esper-to" ritagliava riquadri di carta con un rasoio. Poi, per dare consistenza alle carte, ne incollava cinque o sei uno sull'altro, con una "colla" ottenuta sfregando un pezzo di pane inumidito contro un fazzoletto. Quindi metteva le carte ad asciugare per una notte sotto un tavolaccio. Quando erano pronte, stampava i simboli dei semi sulle carte, con timbri ottenuti intagliando il fondo di una tazza. Le carte nere venivano stampate con cenere scura; se il medico del campo disponeva di streptomicina e poteva essere convinto con denaro o minacce a consegnarla, si potevano stampare anche le carte rosse.36

Anche i rituali delle partite costituivano uno strumento usato dai delinquenti per terrorizzare i prigionieri politici. Giocando tra loro, i criminali puntavano soldi, pane e indumenti; quando avevano perso tutto, puntavano i soldi, il pane e gli indumenti di altri detenuti. Gustaw Herling assistette per la prima volta a un episodio del genere su un vagone Stolypin diretto in Siberia; viaggiava in compagnia di Sklovskij, suo connazionale polacco, e nella stessa carrozza c'erano tre urka, tra cui un "gorilla con la piatta faccia mongolica", che giocavano a carte.

... il gorilla all'improvviso gettò via le sue carte, saltò giù dal sedile e si avvicinò a Sklovskij.

"Dammi quel cappotto" urlò. "L'ho perduto alle carte."

èklovskij aprì gli occhi, e senza muoversi dal suo posto scrollò le spalle.

"Dammelo," ruggì irato il gorilla "dammelo o glaza vykolju, ti spiaccicherò gli occhi!" Il colonnello lentamente si alzò e consegnò il cappotto.

Solo in seguito, nel campo di lavoro, capii il significato di questa incredibile scena. Scommettere le cose che appartengono ad altri prigionieri, nei loro giochi a carte, è una delle più popolari distrazioni degli urka. La sua attrattiva principale sta nel fatto che colui che perde è tenuto a strappare con la forza alla vittima l'oggetto concordato.37

Una detenuta abitava in un gruppo intero di baracche "perse" a carte. Alla notizia, le donne aspettarono "incredule" con ansia per diversi giorni, fino a quando, una notte furono attaccate: "Ci fu un tremendo scompiglio: le donne strillavano, urlavano da far crollare i tetti, fino a quando gli uomini non arrivarono a soccorrerle ... Alla fine rubarono solo qualche indumento, e lo stareste fu accoltellato".38

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Tuttavia, giocare a carte poteva essere pericoloso anche per i crimj. nali di professione. Nella Kolyma, il generale Gorbatov conobbe un ladro cui erano rimaste solo due dita della mano sinistra. Gli spiegò il motivo:

Giocavo a carte e ho perso. Non avevo contante, quindi ho puntato u^ abito buono, non mio ovviamente, ma indossato da un politico. Intendevo prenderlo durante la notte, quando il nuovo prigioniero si fosse spogliato per andare a letto. Dovevo consegnarlo prima delle otto del mattino, solo che proprio quel giorno hanno trasferito il politico in un altro campo. Il nostro consiglio degli anziani si è riunito per infliggermi la punizione. Il querelante voleva che mi mozzassero le dita della mano sinistra. Gli anziani ne hanno proposto due. Hanno contrattato per un po', poi si sono messi d'accordo su tre. Quindi ho posato la mano sul tavolo e l'uomo con cui avevo perso ha preso un bastone e con cinque colpi mi ha portato via tre dita...

L'uomo, quasi con orgoglio, concluse: "Anche noi abbiamo le nostre leggi, ma sono più severe delle vostre. Se imbrogli i tuoi compagni devi risponderne".391 riti della giustizia dei criminali erano altrettanto complessi delle loro cerimonie di iniziazione e comportavano la costituzione di una "giuria", un dibattimento e una sentenza che poteva consistere in pestaggi, umiliazioni o persino nella morte. Colonna-Czosnowski assistette a una partita a carte lunga e accanita tra due esponenti di primo piano della malavita, che si concluse solo quando uno dei due perse tutti i suoi averi. Invece di un braccio o di una gamba, il vincitore chiese come punizione una terribile umiliazione: ordinò all'"artista" della baracca di tatuargli sul viso un pene enorme puntato verso la bocca. Pochi minuti dopo, il perdente si premette sul viso un attizzatoio rovente, cancellando il tatuaggio ma sfregiandosi per sempre.40 Anche Anton Antonov-Ovseenko, figlio di un bolscevico di primo piano, afferma di aver conosciuto nei campi un "sordomuto" che, avendo perso una partita a carte, aveva rinunciato per tre anni alla facoltà di parlare. Sebbene lo trasferissero da un campo all'altro, non osava infrangere la proibizione perché tutti gli urka del posto lo avrebbero saputo: "La violazione dell'accordo sarebbe stata punita con la morte. Nessuno può sottrarsi alla legge della malavita".41

Le autorità erano al corrente di questi rituali e di tanto in tanto cercavano di intervenire, spesso senza successo. Una volta, nel 1951, un tribunale della malavita condannò a morte un criminale di nome Jurilkin. L'amministrazione venne a sapere della condanna e trasferì Turilkin prima in un altro campo di lavoro, poi in un campo di transito, e poi in un terzo, in una diversa regione del paese. Ciononostante, dopo quattro anni, due urka riuscirono a rintracciarlo e lo as-

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Se8naletiche di alcuni prigionieri: Vasilij Zurid, Aleksandr Petlosy, Grigorij Maifet, old Karro, Valentina Orlova.

Una baracca sovraffollata. (Archivio di Stato della Federazione russa, Mosca) Le celle di punizione. (Archivio di Stato della Federazione russa, Mosca)

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sassinarono. Di conseguenza furono processati e giustiziati per omicidio, ma nemmeno punizioni così severe servivano da deterrente. jvjel 1956 l'ufficio della pubblica accusa sovietico diramò un documento pieno di frustrazione in cui si dichiarava: "Questa organizzazione criminale è presente in tutti i campi di lavoro correzionale, e spesso, se il gruppo decide di assassinare un detenuto in un altro campo, la sentenza viene eseguita in loco senza discussioni".42

La giuria della malavita poteva infliggere punizioni anche a terzi, e questo forse può spiegare perché incutesse così tanta paura. Lev Fin-kel'stejn, incarcerato per motivi politici all'inizio degli anni Cinquanta, ricorda un omicidio per vendetta di questo tipo:

Di persona ho assistito a un solo omicidio, ma è stato molto spettacolare. Lo sa che cos'è una grossa lima metallica? Una lima così, affilata a un'estremità, è un'arma davvero micidiale ...

Avevamo un narjadcik, l'uomo incaricato di assegnare il lavoro ai detenuti, non saprei dire di che cosa fosse colpevole. Ma i ladri legittimi hanno deciso che andava ucciso. È successo mentre eravamo fermi nel cortile prima di andare a lavorare. Le squadre erano separate una dall'altra. Il narjadcik stava in piedi di fronte. Si chiamava Kazahov, era un uomo robusto, con un pancione. Un criminale è schizzato fuori dalla formazione e gli ha ficcato la lima nel ventre, nella pancia. Probabilmente era un assassino esperto. Lo hanno preso all'istante, ma doveva scontare venticinque anni. Come naturale, lo hanno processato di nuovo e gliene hanno dati altri venticinque. Quindi la sua condanna è stata un po' allungata, ma che importa.. ,43

Comunque era raro che i criminali esercitassero la loro "giustizia" con gli amministratori dei campi: anche se in generale non erano certo fedeli cittadini sovietici, si dimostravano ben felici di collabo-rare con le autorità nell'unica mansione assegnata: ben felici di spadroneggiare sui detenuti politici, il gruppo che, per citare di nuovo la Ginzburg, era "ancora più disprezzato e isolato di loro".

"Kontrik" e "Bytovoj": i politici e i comuni

È facile identificare e descrivere i criminali di professione, con il loro slang, il loro stile nel vestire e i loro severi codici di comportamento. Molto più difficile invece è fare delle generalizzazioni riguardo agli altri detenuti, le persone che costituivano la massa indistinta della manodopera del Gulag, perché provenivano da tutte le classi sociali del sistema sovietico. Anzi, troppo a lungo, per comprendere con esattezza chi fossero i detenuti che costituivano la maggioranza nei campi, abbiamo dovuto necessariamente affidarci ai libri di memorie, soprattutto quelli pubblicati al di fuori dell'U-

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nione Sovietica. Di solito gli autori erano intellettuali, spesso stranieri, e quasi tutti imprigionati per motivi politici.

Dal 1989, anno in cui Gorbacev ha lanciato laglasnost', è stato possibile accedere a un materiale memorialistico più diversificato e nuovi documenti d'archivio. In base a questi ultimi, che vanno sempre considerati con grande cautela, risulta che la stragrande maggioranza della popolazione carceraria non era affatto costituita da intellettuali, cioè da tecnici o accademici appartenenti a una classe sociale ben distinta, ma da contadini e operai. Sono illuminanti soprattutto alcune cifre relative agli anni Trenta, il periodo in cui nella popolazione carceraria prevalevano i kulaki. Nel 1934, solo lo 0,7 per cento dei detenuti dei campi aveva frequentato le scuole superiori, mentre per il 39,1 per cento si affermava che aveva un'educazione elementare. Un altro 42,6 per cento veniva descritto come "semianalfabeta" e il 12 per cento era considerato analfabeta. Persine nel 1938, l'anno del terrore contro gli intellettuali di Mosca e di Leningrado, i detenuti con educazione superiore non superavano la percentuale dell'1,1, mentre oltre la metà della popolazione aveva un'istruzione elementare e un terzo era semianalfabeta.44

A quanto pare, non esistono valutazioni analoghe sulle origini sociali dei prigionieri, ma bisogna sottolineare che nel 1948 meno di un quarto dei detenuti era stato arrestato per motivi politici, cioè per condanne relative a reati di natura "controrivoluzionaria", ai sensi dell'articolo 58 del codice penale sovietico. Questa cifra corrisponde a una tendenza già esistente: nel 1937 e nel 1938, gli anni del terrore, i prigionieri politici costituivano solo il 12 e il 18 per cento della popolazione carceraria; durante la guerra il loro numero salì al 30-40 per cento, e nel 1946 raggiunse il 60 per cento a seguito di un'amnistia concessa ai detenuti comuni per la vittoria; poi rimase stabile fino alla fine del regime di Stalin, continuando a costituire da un quarto a un terzo dei detenuti.45 Dato il forte avvicendamento dei detenuti comuni, con condanne più brevi e maggiori possibilità di ottenere il rilascio anticipato, si può dire con ragionevole certezza che negli anni Trenta e Quaranta l'ampia maggioranza dei detenuti nei campi era costituita da criminali comuni, il più delle volte di origini operaie e contadine.

Tuttavia, tali cifre, anche se forse contribuiscono a correggere impressioni sbagliate del passato, possono essere fuorvianti. Se si esamina il nuovo materiale autobiografico emerso in Russia in seguito al crollo dell'Unione Sovietica, si vede che molti detenuti per motivi politici in realtà non erano veri e propri "prigionieri politici" nell'accezione odierna del termine. Certo, negli anni Venti si trovavano nei

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campi membri dei partiti anti-bolscevichi, che si definivano "politici"; anche negli anni Trenta c'erano alcuni veri trockisti, cioè sostenitori di Trockij contro Stalin. Negli anni Quaranta, in conseguenza degli arresti di massa in Ucraina, negli Stati baltici e in Polonia, arrivò nei campi un'ondata di veri e propri partigiani e attivisti antisovietici. All'inizio degli anni Cinquanta vennero arrestati anche alcuni studenti antistalinisti.

Ciononostante, buona parte delle centinaia di migliaia di detenuti che nei campi venivano considerati "politici" non era costituita da dissidenti, preti che dicevano messa di nascosto o alti dirigenti di Partito: si trattava di persone normali, prelevate durante gli arresti di massa, che spesso non professavano alcuna fede politica. Ol'ga Ada-mova-Sliozberg, ex impiegata di uno dei ministeri per l'Industria di Mosca, ricorda: "Prima del mio arresto facevo una vita molto normale, tipica di una professionista sovietica non iscritta al Partito. Lavoravo sodo, ma non mi interessavo in modo particolare di politica e di affari pubblici. I miei interessi primari erano la casa e la famiglia".46

Se molti detenuti politici in realtà non lo erano, questo vale a maggior ragione per i criminali comuni. Certo, c'erano molti delinquenti di professione e, negli anni del conflitto, alcuni veri criminali di guerra e collaborazionisti dei nazisti, ma gli altri per la maggior parte erano stati condannati per reati comuni che in altri tipi di società non sarebbero stati considerati crimini. Il padre di Aleksandr Lebed', un generale ed esponente politico russo, arrivò in ritardo di dieci minuti in fabbrica per tre volte, e questo gli valse una condanna a cinque anni di detenzione nei campi.47 Dagli archivi risulta che in un campo in cui erano rinchiusi per la maggior parte criminali comuni, Poljanskij, nei pressi di Krasnojarsk-26, in cui si trovava un reattore nucleare, era detenuto un "comune" condannato a sei anni per avere rubato uno stivale di gomma in un bazar, un altro condannato a sei anni per il furto di dieci pagnotte e un terzo, un camionista con due figli di cui si occupava da solo, condannato a sette anni per essersi appropriato di tre bottiglie del vino che stava consegnando. Un altro ancora era stato condannato a cinque anni per "speculazione", perché aveva comprato delle sigarette in un posto e le aveva rivendute in un altro.48 Antoni Ekart racconta la storia di una donna Crestata per avere preso una matita dall'ufficio in cui lavorava: era Per suo figlio, che non aveva potuto fare i compiti perché non disponeva di nulla per scrivere.49 Nel mondo capovolto del Gulag, di rado i detenuti per reati comuni erano criminali, così come pochi prigionieri politici avevano davvero fatto opposizione attiva al regime.

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In altre parole, non sempre i detenuti erano colpevoli di un crirrti-ne vero e proprio, e tra i politici la presenza di persone davvero responsabili di un reato politico era ancora più rara. Questo però non impediva al sistema giuridico sovietico di classificarli con molta precisione. Nell'insieme, i controrivoluzionari godevano di una posizione sociale più bassa dei criminali comuni: come ho detto, erano considerati "socialmente pericolosi", cioè meno compatibili con l'organizzazione sociale sovietica dei comuni, ritenuti "socialmente vicini". Ma i detenuti politici venivano distinti anche in base al comma dell'articolo 58 del codice penale per la cui violazione erano stati condannati. Evgenija Ginzburg osserva che tra i politici era assai "meglio" essere stati condannati ai sensi del comma 10 dell'articolo 58, cioè per "agitazione antisovietica" (ASA). Si trattava dei "chiacchieroni": avevano raccontato una malaugurata barzelletta contro il Partito, o si erano lasciati scappare un giudizio negativo su Stalin o sul dirigente locale del Partito (o erano stati accusati di averlo fatto da un vicino di casa invidioso). Persine le autorità del campo riconoscevano in modo tacito che in realtà i "chiacchieroni" non avevano commesso alcun crimine, sicché agli ASA venivano spesso assegnati lavori meno pesanti.

Più in basso c'erano quelli condannati per "attività controrivoluzionaria" (KRD), poi venivano i responsabili di "attività terroristica controrivoluzionaria" (KRTD): in alcuni campi, quella "T" in più significava che era obbligatoria la destinazione ai "lavori generali" più pesanti, come abbattere alberi, estrarre in miniera o effettuare gli scavi per la costruzione di strade, soprattutto se la condanna per KRTD era di dieci, quindici anni o più.50

Tuttavia si poteva cadere ancora più in basso. C'era un'altra categoria sotto i KRTD, i KRTTD: i condannati non per semplici attività terroristiche, ma per "attività terroristiche trockiste". Lev Razgon scrive: "Sapevo di casi in cui quella T in più in alcuni campi compariva nel fascicolo personale del detenuto per una discussione con l'addetto all'assegnazione dei lavori durante un appello generale, o con il capo della distribuzione, che erano entrambi prigionieri comuni".51 Una variazione minima come questa poteva determinare la differenza tra la vita e la morte, perché nessun caposquadra avrebbe mai assegnato a un KRTTD una mansione che non fosse contemplata tra i lavori manuali più duri.

Non sempre le regole erano così precise: in pratica i detenuti non smettevano mai di sperimentare quanto valesse questa differenza tra le condanne, e cercavano di capire in che misura avrebbe influito sulla

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loro vita. Varlam Salamov racconta che, dopo essere stato scelto per frequentare un corso da infermiere, grazie al quale sarebbe diventato (gl'dser, cioè aiutomedico, uno dei lavori più prestigiosi e meno faticosi dei campi, si chiedeva con preoccupazione se, data la sua condanna, gli avrebbero consentito di portare a termine il corso: "I "cinquantot-to" [detenuti politici arrestati ai sensi dell'articolo 58 del codice penale] li prendevano? Solo il 58.10 [quelli condannati in base al comma 10]. E il mio vicino di cassone [del camion su cui viaggiava] ? Anche lui era un ".10", un ASA. La sua sigla valeva per "agitazione antisovietica"".52

Non era soltanto il tipo di condanna a determinare la posizione gerarchica dei detenuti politici nei campi. Anche se non avevano un codice di comportamento rigido come quello dei comuni, o una lingua che li unificasse, i politici finivano comunque con il suddividersi in gruppi distinti. Tali gruppi restavano uniti per amicizia, mutua protezione, o perché condividevano la stessa visione del mondo. Non erano gruppi separati, si sovrapponevano fra loro e si sovrapponevano con i clan dei comuni, e non erano presenti in tutti i campi di prigionia. Ma, quando esistevano, potevano rivelarsi determinanti per la sopravvivenza di un detenuto.

Il clan dei politici più importante e più potente era quello costituito sulla base della nazionalità o del paese di origine. L'importanza di tali componenti crebbe ulteriormente nel corso della Seconda guerra mondiale e in seguito, allorché aumentò in modo significativo il numero di prigionieri stranieri. Non è difficile capirne la rilevanza: all'arrivo, un nuovo detenuto cercava subito nelle baracche altri estoni, ucraini o, in qualche raro caso, americani. Walter Warwick, un "finlandese-americano" del gruppo che arrivò nei campi alla fine degli anni Trenta, in un manoscritto redatto per la sua famiglia racconta di come coloro che parlavano finlandese nel suo campo tendevano a fare gruppo allo scopo precipuo di difendersi a vicenda dai furti e dalle prepotenze dei comuni: "Siamo arrivati alla conclusione che, se volevamo un po' di tregua, dovevamo formare una banda. Così l'abbiamo formata per difenderci l'un l'altro. Eravamo in sei: due finlandesi americani... due finlandesi finlandesi... e due finlandesi del distretto di Leningrado...".53

Non tutti i clan basati sulla nazionalità avevano lo stesso tipo di caratteristiche. Per esempio, non c'è ancora accordo tra chi sostiene che i detenuti ebrei avevano la loro organizzazione e chi invece è convinto che si confondessero con la popolazione russa (o, nel caso dei molti ebrei polacchi, con quella polacca). A quanto sembra, la si-

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tuazione era diversa a seconda del periodo, e dipendeva dagli atteg-giamenti individuali. Pare che molti ebrei arrestati alla fine degli anni Trenta nell'ambito della repressione contro i vertici della nornenk-latura e dell'esercito si considerassero innanzitutto comunisti, e poi ebrei. Come spiega un detenuto, nei campi "tutti diventavano russi che si trattasse di caucasici, tatari o ebrei".54

In seguito, con l'arrivo di molti altri ebrei polacchi arrestati durante la guerra, a quanto pare si formarono organizzazioni etniche ben distinte. Ada Federol'f, che ha scritto le sue memorie insieme ad Arjadna Efron, la figlia di Marina Cvetaeva, descrive un campo nel quale la sartoria, uno dei posti migliori in cui lavorare secondo i cri-teri del Gulag, era diretta da un certo Lieberman. Ogni volta che arrivava un nuovo convoglio, Lieberman passava in mezzo alla folla gridando: "C'è qualche ebreo? C'è qualche ebreo?". Quando ne trovava uno, faceva in modo che finisse con lui in sartoria, risparmiandogli il faticoso lavoro forestale. Lieberman escogitava anche ingegnosi sistemi per salvare i rabbini, che dovevano pregare tutto il giorno. Per uno costruì un armadio speciale in cui lo nascondeva perché nessuno si accorgesse che non stava lavorando. Per un altro si inventò il lavoro di controllore della qualità, che gli permetteva di camminare per tutto il giorno avanti e indietro tra le sarte al lavoro, sorridere loro e pregare sottovoce.55

All'inizio degli anni Cinquanta, quando in Unione Sovietica l'antisemitismo ufficiale aumentò di intensità per la paranoia di Stalin, convinto che i medici ebrei stessero attentando alla sua vita, la condizione di ebreo diventò di nuovo difficile. Anche se, persino in quell'epoca, il livello dell'antisemitismo - a quanto pare - variava di campo in campo, Ada Purizinskaja, un'ebrea arrestata mentre imperversava la "congiura dei medici" (suo fratello era stato processato e giustiziato per "avere cospirato per assassinare Stalin"), ricorda di "non avere avuto problemi particolari per il fatto di essere ebrea".56 Invece Leonid Trus, un altro ebreo arrestato in quel periodo, ha ricordi diversi. A quanto racconta, una volta uno zek più anziano lo salvò da un forsennato antisemita che era stato arrestato per traffico di icone. Lo zek veterano urlò al trafficante che si sarebbe dovuto vergognare lui, responsabile di avere "comprato e venduto immagini di Cristo".

Ciononostante, Trus non cercava di nascondere le sue origini ebraiche: anzi, si dipinse sugli scarponi una stella di David, soprattutto per evitare che glieli rubassero. Nel suo campo "gli ebrei, come i russi, non si erano organizzati in gruppo". Questo lo lasciò privo di

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yna vera compagnia: "Per me la cosa peggiore ... era la solitudine, la sensazione di essere un ebreo in mezzo ai russi, la convinzione che tutti avessero amici provenienti dalla regione d'origine, mentre

10 ero completamente solo".57

Anche i detenuti provenienti dall'Europa occidentale e dal Nor-damerica avevano difficoltà a organizzarsi in gruppi forti, perché erano in pochi. Non erano comunque in condizione di aiutarsi a vicenda: molti erano completamente disorientati dalla vita nei campi, non parlavano russo, trovavano immangiabile il cibo e intollerabili le condizioni di vita. Nina Gagen-Torn, una detenuta russa, dopo avere assistito alla morte di un intero gruppo di donne tedesche nel campo di transito di Vladivostok, benché avessero permesso loro di bere acqua bollita, scrisse, con tono tra il serio e il faceto: "Se i dor-mitori sono pieni di cittadini sovietici, abituati al cibo, essi possono mangiare pesce sotto sale anche se avariato. Quando è arrivato un contingente di persone arrestate per la loro appartenenza alla Terza internazionale, si sono ammalate tutte di una grave forma di dissenteria".58 Anche Lev Razgon commiserava gli stranieri, "incapaci di capire e di assimilare; non provavano nemmeno a adattarsi e sopravvivere. Riuscivano solo a fare gruppo per istinto".59

Tuttavia, gli occidentali - un gruppo che comprendeva anche cechi, polacchi e altri cittadini dell'Europa dell'Est - avevano qualche vantaggio. Erano oggetto di curiosità e di attrazione, e questo spesso

11 agevolava nei rapporti, consentiva loro di ottenere regali o cibo e di essere trattati con maggior clemenza. Antoni Ekart, un polacco cresciuto in Svizzera, ottenne un letto in ospedale grazie a un inserviente di nome Ackerman, originario della Bessarabia. "Il fatto che fossi un occidentale semplificava molto le cose": tutti erano interessati all'occidentale, e volevano salvarlo.60 Flora Leipman, una scozzese il cui patrigno russo aveva convinto l'intera famiglia a trasferirsi in Unione Sovietica, sfruttava le sue caratteristiche nazionali per intrattenere le altre detenute:

Mi sollevavo la gonna sulle ginocchia perché sembrasse un kilt e mi tiravo giù le calze per far sembrare che arrivassero al ginocchio. Mi gettavo sulle spalle la coperta nello stile scozzese e mi appendevo il berretto davanti come una borsa di pelo. La mia voce vibrava di fierezza mentre cantavo An-nie Laurie, Ye Banks and Braes o'Bonnie Doon, e concludevo sempre con God Save thè King in lingua originale.61

Anche Ekart descrive la sensazione provata a essere un oggetto di curiosità per gli intellettuali russi:

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In incontri organizzati apposta, e occultati con cura, con i più fidati di lo. ro, raccontavo la mia vita a Zurigo, Varsavia, Vienna e altre città occidentali La mia giacca sportiva di Ginevra, le camicie di seta, venivano esaminate con estrema attenzione, perché erano l'unica prova concreta del tenore di vita migliore fuori dal mondo comunista. Alcuni di loro erano palesemente increduli quando dicevo di potermi comprare senza difficoltà tutti quegli oggetti con il mio stipendio mensile di ingegnere neoassunto in una fabbrica di cemento.

"Quanti abiti avevi?" mi chiese un esperto di agricoltura.

"Sei o sette."

"Sei un bugiardo!" disse uno che non aveva più di venticinque anni, e poi, rivolgendosi agli altri: "Perché sopportiamo queste storie inventate? A tutto c'è un limite: non siamo bambini".

Avevo difficoltà a spiegare che in Occidente una persona normale, che si cura un po' del suo aspetto, può mirare ad avere diversi vestiti, perché gli indumenti si conservano meglio cambiandoli di tanto in tanto. Per gli appartenenti all'intellighenzia russa che possedevano di rado più di un abito, era un concetto difficile da afferrare.62

Anche John Noble, un americano arrestato a Dresda, diventò un "vip di Vorkuta" e ammanniva ai suoi compagni di prigionia scorci di vita americana che a loro sembravano incredibili. Uno gli disse: "Johnny, ci vorresti far credere che i lavoratori americani hanno l'automobile personale?".63

Tuttavia, se l'esotismo assicurava agli occidentali l'ammirazione degli altri, impediva loro di stringere rapporti profondi, così confortanti nei campi. Lo spiega la Leipman: "Persine le mie nuove "amiche" del campo avevano paura di me, proprio perché ai loro occhi ero una straniera".64 Quando si ritrovò a essere l'unico non russo tra i detenuti, Ekart ne soffrì, perché non piaceva ai cittadini sovietici, che a sua volta non amava: "Ero circondato da un'atmosfera di antipatia, se non di odio ... li irritava che non fossi come loro. A ogni passo ne sentivo la diffidenza e la brutalità, la malevolenza e la volgarità innata. Trascorrevo molte notti insonni per difendermi e difendere i miei averi".65

Anche questa sensazione trova riscontro in un'epoca precedente. La descrizione fatta nell'Ottocento da Dostoevskij dei rapporti tra i criminali russi e quelli polacchi induce a pensare che i predecessori di Ekart si sentissero come lui: "I polacchi (parlo dei soli condannati politici) li tenevano a distanza, con una cortesia offensiva, come per mostrare che non avevano nulla in comune con loro, e non potevano nascondere ai forzati il loro disgusto, e quelli lo capivano perfettamente e li pagavano con la stessa moneta".66

I musulmani e gli altri prigionieri provenienti dall'Asia centrale e

I prigionieri 321

da alcune delle repubbliche caucasiche si trovavano in una posizione ancora più precaria: erano disorientati come gli occidentali, ma di solito non riuscivano a divertire o interessare i russi. Li chiamavano nacmeny (dal termine russo per definire le minoranze emiche) e facevano parte della storia dei campi dalla fine degli anni Venti. Molti erano stati arrestati nel corso della pacificazione e della sovietizza-zione dell'Asia centrale e del Caucaso settentrionale, ed erano stati mandati a lavorare al canale del mar Bianco. Un contemporaneo spiega: "Per loro tutto è difficile da capire: le persone che li dirigono, il canale che stanno costruendo, il cibo che mangiano".67 Dopo il 1933 molti lavorarono anche al canale Moscova-Volga, dove, a quanto pare, il comandante si era impietosito: una volta ordinò ai suoi subordinati di allestire per loro delle baracche separate e delle squadre di lavoro distinte, affinchè potessero almeno stare con i compatrioti.68 In seguito Gustaw Herling ne conobbe alcuni in un campo forestale del nord; ricorda che li vedeva ogni sera all'infcrmeria, in attesa di farsi visitare dal medico del campo:

Già nella sala d'aspetto si comprimevano con le mani lo stomaco sofferente e, quando entravano dentro il divisorio, prorompevano in un lamento penoso, in cui i gemiti si mescolavano in modo indistinguibile al loro curioso russo spezzato. Non c'era rimedio al loro male ... morivano di nostalgia, di desiderio del loro paese, di fame, di freddo, e del monotono biancore della neve. I loro occhi obliqui, non avvezzi al paesaggio nordico, erano sempre come inumiditi e le ciglia incollate insieme da una sottile crosta gialla. Nei rari giorni in cui erano liberi dal lavoro, gli uzbechi, i turcomanni e i kirghisi si riunivano in un angolo della baracca e si mettevano lunghi abiti festivi di seta colorata e papaline ricamate. Era impossibile immaginare cosa dicessero con tanta animazione ed eccitazione, gesticolando, gridando e accennando tristemente col capo, ma certo non parlavano del campo.69

Le condizioni di vita non erano molto migliori nemmeno per i coreani, di solito cittadini sovietici di origine coreana, o per i giapponesi, che arrivarono barcollando in 600.000 nel sistema del Gulag e nei campi di prigionia alla fine della guerra. Il problema principale era il cibo, che non soltanto scarseggiava, ma a loro appariva strano e pressoché immangiabile. Quindi andavano a caccia, e mangiavano cose che agli altri prigionieri sembravano non commestibili: erbe selvatiche, insetti, scarafaggi, serpenti e funghi che gli stessi russi non avrebbero mai assaggiato. Tali incursioni a volte finivano male: ci sono dati attestanti casi di prigionieri giapponesi morti per aver mangiato piante o erbe selvatiche velenose.70 Un indizio della solitudine provata dai detenuti giapponesi ci è fornito dalle memorie di un russo, che racconta di aver trovato nella biblioteca del campo un

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opuscolo in cui era riportato, in lingua giapponese, un discorso del bolscevico Zdanov, e di averlo portato a un prigioniero di guerra di origine nipponica suo conoscente. Scrive: "Per la prima volta lo vidi davvero felice. In seguito mi disse che da allora leggeva il testo tutti i giorni, solo per mantenere il contatto con la sua lingua madre".7i

Altre nazionalità dell'Estremo Oriente si adattarono più in fretta. Diversi memorialisti descrivono la rigida organizzazione dei cinesi, alcuni dei quali erano "sovietici", di origine cinese ma nati in URSS, mentre altri erano immigrati legalmente nel paese negli anni Venti per lavorare, e altri ancora erano poveri disgraziati che avevano attraversato il lungo confine tra Cina e Unione Sovietica per errore o per capriccio. Un detenuto rammenta le parole di un cinese, che gli disse di essere stato arrestato, come molti altri, per avere attraversato a nuoto il fiume Amur ed essere entrato in Unione Sovietica attratto dal panorama sull'altra sponda del fiume: "L'oro e il verde degli alberi... la steppa sembrava così bella! Nessuno che avesse attraversato il fiume nella nostra zona era tornato indietro, e ci eravamo convinti che dall'altra parte si vivesse bene, quindi abbiamo deciso di attraversare il fiume. Nello stesso istante in cui siamo arrivati ci hanno arrestati con l'accusa di aver violato l'articolo 58 comma 6, spionaggio. Dieci anni".72

Dmitrij Panin, compagno di prigionia di Solzenicyn, dei cinesi racconta: "Comunicavano solo tra loro. Quando facevamo una domanda, ci guardavano con l'aria di non capire".73 Karlo Stajner rammenta la loro capacità di trovare posti di lavoro per i compatrioti: "In Europa i cinesi sono conosciuti soprattutto come giocolieri. Nei campi erano impiegati come lavandai". Non ricordava di aver mai visto nelle lavanderie di nessun campo in cui era stato addetti al lavoro che non fossero cinesi.74

In ogni caso, i gruppi etnici senz'altro più potenti all'interno dei campi erano costituiti da baltici e abitanti dell'Ucraina occidentale, affluiti in gran numero durante e dopo la guerra (cfr. capitolo XX). I polacchi erano meno numerosi ma altrettanto influenti, soprattutto i partigiani anticomunisti, arrivati nei campi verso la fine degli anni Quaranta, come i ceceni, definiti da Solzenicyn "una nazione che non cedette minimamente alla psicologia della sottomissione", e gli unici a distinguersi in molti modi dalle altre popolazioni caucasiche.75 La forza di tali gruppi etnici derivava dal fatto che erano numerosi, e si opponevano in modo aperto all'Unione Sovietica, cui imputavano di avere invaso illegalmente i rispettivi paesi. Nel dopoguerra, polacchi, baltici e ucraini avevano esperienza della guerra e della lotta partigia-

I prigionieri 323

na, e in qualche caso le loro organizzazioni di resistenza sopravvivevano anche all'interno dei campi. Subito dopo il conflitto, lo stato maggiore dell'UPA, l'esercito ribelle ucraino che come molti altri gruppi aveva combattuto per il controllo del paese, emanò un comunicato rivolto a tutti gli ucraini esiliati o inviati nei campi: "Ovunque siate, nelle miniere, nelle foreste o nei campi, continuate a essere ciò che eravate, comportatevi da veri ucraini e continuate la nostra lotta".

Gli ex partigiani si aiutavano spontaneamente a vicenda, e proteggevano i nuovi arrivati. Adam Galinski, un polacco che durante e dopo la guerra aveva combattuto contro i sovietici nell'Esercito nazionale polacco, scrive: "Ci occupavamo soprattutto dei giovani dell'Esercito nazionale, li tenevamo su di morale, eravamo la comunità meno scoraggiata nell'atmosfera degradante di declino morale che imperava negli svariati gruppi nazionali di detenuti a Vorkuta".76

Negli anni successivi, quando acquisirono più influenza sull'amministrazione dei campi, i polacchi, i baltici e gli ucraini, come già avevano fatto i georgiani, gli armeni e i ceceni, formarono le proprie brigate nazionali, allestirono baracche riservate ai compatrioti e cominciarono a organizzare le celebrazioni delle proprie feste nazionali. In alcune occasioni questi potenti gruppi collaboravano tra loro: lo scrittore polacco Aleksander Wat racconta che ucraini e polacchi, nemici giurati ai tempi della guerra, quando le rispettive organizzazioni partigiane si contendevano ogni centimetro dei territori occidentali dell'Ucraina, nelle prigioni sovietiche si trattavano a vicenda "in modo riservato ma con una lealtà incredibile: "Siamo nemici, ma non qui"".77

In altri frangenti i gruppi etnici si battevano, tra loro e contro i russi: Ljudmila Hacatrjan, arrestata per essersi innamorata di un soldato iugoslavo, ricorda che nel suo campo gli ucraini rifiutavano di lavorare insieme ai russi.78 Secondo un altro osservatore, i gruppi di resistenza nazionale "si caratterizzano per la loro ostilità, da un lato verso il regime, dall'altra verso i russi". Edward Buca ricorda un'ostilità più generale: "Era raro che un detenuto offrisse aiuto di qualsiasi genere a una persona di altra nazionalità".79 D'altra parte Pavel Negre-tov, detenuto a Vorkuta nello stesso periodo di Buca, riteneva che in generale i gruppi nazionali fossero in buoni rapporti tra loro, salvo quando cadevano nelle "provocazioni" attuate dall'amministrazione: "Con i loro informatori cercavano ... di indurci a litigare".80

Alla fine degli anni Quaranta, quando i gruppi nazionali sottrassero ai detenuti comuni le funzioni di "polizia" dei campi, talora combattevano tra loro per aggiudicarsi il controllo. Marlen Korallov ricor-

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da: "Cominciarono a contendersi il potere, e il potere era importante-per esempio era fondamentale chi controllasse la mensa, perché i cuochi lavoravano direttamente per i loro padroni". Secondo la Korallov l'equilibrio di potere tra i diversi gruppi era molto delicato, e bastava l'arrivo di un nuovo convoglio per sconvolgerlo. Per esempio, quando al suo lagpunkt arrivò un contingente di ceceni, questi entrarono nelle baracche, "gettarono a terra tutto quanto si trovava nei letti inferiori e li occuparono con la loro roba": in quel campo la cuccetta di sotto dei letti a castello era quella "nobile".81

Leonid Sitko, un detenuto che, dopo essere stato rinchiuso in un campo per prigionieri di guerra nazista, al ritorno in Russia era stato subito arrestato, alla fine degli anni Quaranta assistette a una lotta assai più cruenta tra ceceni, russi e ucraini. Il contrasto era cominciato con una discussione personale tra capi delle organizzazioni nazionali, e poi si era esteso: "Divenne una guerra, una guerra vera e propria". I ceceni sferrarono un attacco contro le baracche dei russi, e ci furono molti feriti; in seguito tutti i capi in testa furono rinchiusi in cella di isolamento. Anche se all'interno dei campi i conflitti riguardavano questioni di potere, spesso traevano origine da sentimenti nazionalistici più profondi. Sitko spiega: "I baltici e gli ucraini consideravano russi e sovietici la stessa cosa. Il fatto che vi fossero molti russi nei campi di prigionia non impediva loro di continuare a considerare i russi degli occupanti e dei ladri".

Una volta lui stesso venne avvicinato nel cuore della notte da un gruppo di detenuti originari dell'Ucraina occidentale:

"II tuo nome è ucraino" mi dissero. "Chi sei, un traditore?" Spiegai loro che ero cresciuto nel Caucaso settentrionale, in una famiglia in cui si parlava russo, e non sapevo perché avevo un nome ucraino. Stettero lì per un po' e poi se ne andarono. Ma avrebbero potuto uccidermi, possedevano un coltello.82

Una detenuta, secondo cui in linea di massima i disaccordi tra i gruppi nazionali non erano "fondamentali", diceva scherzando che questo valeva per tutti eccetto gli ucraini, i quali "odiavano tutti gli altri".83

Per quanto possa apparire strano, nella maggior parte dei campi i russi, il gruppo etnico che secondo le statistiche del Gulag fu sempre di gran lunga il più rappresentato, non avevano un proprio clan.84 Certo i russi si associavano tra loro in base alla città o alla regione di provenienza: i moscoviti stavano con i moscoviti, i leningradesi con i leningradesi, e così via. Una volta Vladimir Petrov fu aiutato da un medico, che gli chiese:

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"Che cosa facevi prima?" "Ero studente a Leningrado."

"Ah, allora sei mio concittadino, molto bene" disse il medico dandomi una pacca sulla spalla.85

Spesso i moscoviti erano molto potenti e organizzati: Leonid Trus, arrestato quando era ancora studente, ricorda che i moscoviti più vecchi di lui nel suo campo formavano una cerchia ristretta, da cui lui era escluso. Una volta voleva prendere un libro in prestito alla biblioteca del campo, ma prima dovette convincere il bibliotecario, membro del clan, che poteva fidarsi di lui.86

Tuttavia, di solito si trattava di legami fragili, in cui i detenuti ritrovavano soltanto qualcuno che ricordava la strada in cui vivevano, o conosceva la loro scuola. Gli altri gruppi nazionali costituivano vere e proprie organizzazioni di mutua assistenza, con la funzione di cercare posto nelle baracche per i nuovi arrivati e aiutarli a ottenere lavori leggeri, ma i russi no. Arjadna Efron sostiene che, quando arrivò in treno a Turuhansk, dove la confinarono con altri detenuti dopo la fine della condanna ai campi, altri esuli già lì residenti aspettavano il loro arrivo:

Un ebreo chiamò da parte le donne ebree del nostro gruppo, diede loro del pane e spiegò come dovevano comportarsi e che cosa dovevano fare. Poi un georgiano accolse un gruppo di georgiane, e dopo poco restammo soltanto noi russe, una decina o una quindicina di persone. Nessuno venne a prenderci, ci offrì del pane, o ci diede dei consigli.87

Eppure esistevano delle differenze tra i detenuti russi, basate più sull'ideologia che sulla nazionalità. Nina Gagen-Torn scrive: "La maggioranza delle donne rinchiuse nei campi considerava la propria sorte e le proprie sofferenze una disavventura accidentale, e non cercava di capirne le ragioni". Chi invece "trovava qualche tipo di spiegazione per quanto stava accadendo e ci credeva, si facilitava la vita".881 più numerosi a trovare una giustificazione erano i comunisti, cioè i detenuti che continuavano a professarsi innocenti, a essere fedeli all'Unione Sovietica e a considerare tutti gli altri nemici veri da evitare, a dispetto dell'evidenza. Anna Andreevna ricorda i comunisti che si cercavano a vicenda: "Si trovavano l'un l'altro e si univano, erano cittadini sovietici puliti, e consideravano gli altri criminali".89 Susanna Pecora racconta il momento in cui li vide arrivando al Minlag, all'inizio degli anni Cinquanta: "Stavano seduti in disparte e si dicevano l'un l'altro: "Siamo cittadini sovietici onesti, viva Stalin, non siamo colpevoli e il nostro governo ci libererà della compagnia di tutti questi nemici"".90

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Irena Arginskaja e la Pecora, internate a Kengir nello stesso periodo, ricordano entrambe che molti membri del gruppo appartenevano alla classe degli alti funzionar! di Partito arrestati tra il 1937 e il 1938. Per la maggior parte erano abbastanza anziani: l'Arginskaja rammenta che spesso venivano raggnippati nel campo per gli invalidi, dove c'erano ancora molte persone arrestate in quel lontano periodo. Anna Larina, moglie del leader sovietico Nikolaj Buharin, arrestata allora, in una prima fase rimase come molti altri fedele al regime rivoluzionario. Mentre era ancora in carcere, scrisse una poesia per commemorare l'anniversario della Rivoluzione d'ottobre:

Se pur dietro alla grata funesta mi brucian sovente le offese, oggi è pur giorno di festa e io lo celebro col mio paese.

Oggi è altra la mia fede che tornare io possa alla vita e insieme all'amato Komsomol marcerò sulla Piazza Rossa!

In seguito la Larina definì questa poesia "il delirio di una pazza", ma all'epoca la recitava alle mogli dei vecchi bolscevichi detenute, e loro "si commuovevano fino alle lacrime e applaudivano".91

Solzenicyn ha dedicato un capitolo di Arcipelago Gulag ai comunisti, che definisce in modo piuttosto impietoso "benpensanti": si meraviglia di fronte alla loro capacità di trovare una giustificazione persino per il proprio arresto, le torture subite e l'internamento attribuendone la responsabilità in alternativa alla "scaltra attività dei servizi segreti stranieri", al "sabotaggio su vasta scala", a "un sopruso degli agenti locali dell'NKVD", oppure al "tradimento". Alcuni escogitavano spiegazioni ancora più ingegnose: "Queste repressioni sono una necessità storica dello sviluppo della nostra società".92

In seguito qualcuno dei fedeli alla linea scrisse le proprie memorie, pubblicate volentieri dal regime sovietico. Per esempio, la novella di Boris D'jakov Pavesi' o perezitom fu pubblicata nel 1964 dalla rivista "Oktjabr'" con la seguente introduzione: "La forza della storia di D'jakov risiede nel fatto che parla di gente sovietica vera, di comunisti autentici. Nonostante le difficoltà della situazione, non perdono mai la propria umanità, restano fedeli ai loro ideali di Partito, sono devoti alla Patria". Un personaggio di D'jakov, Todorskij, racconta di aver aiutato un tenente dell'NKVD a scrivere un discorso sulla storia del Partito. In un'altra occasione, dice all'ufficiale re-

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sponsabile della sicurezza, il maggiore Jakovlev, che pur essendo stato condannato ingiustamente si considera un vero comunista: "Non sono colpevole di alcun reato contro l'autorità sovietica. Quindi ero e rimango un comunista". Il maggiore gli consiglia di non parlarne: "Perché gridarlo in giro? Pensi che tutti, nei campi, amino i comunisti?".93

In effetti, i comunisti non erano molto amati: coloro che dichiaravano di esserlo venivano spesso sospettati di lavorare, in segreto o meno, per le autorità del campo. Parlando di D'jakov, Solzenicyn osserva che nelle sue memorie c'è qualche punto oscuro. Chiede "in cambio di cosa" l'addetto alla sicurezza Sokovikov accettasse di imbucare di nascosto le lettere di D'jakov senza sottoporle alla censura, "da dove venisse tanta amicizia".94 In effetti, negli archivi ci sono le prove che D'jakov fu un agente della polizia segreta per tutta la vita (il suo nome in codice era "Picchio") e continuò a lavorare come informatore anche nei campi.95

Gli unici a superare i comunisti in materia di fede erano i credenti ortodossi e gli adepti delle varie sette protestanti russe sottoposte a persecuzioni politiche: i battisti, i testimoni di Geova e le altre varianti specificamente russe. Nei campi femminili costituivano una presenza rilevante: le chiamavano monaska, "monache". Anna Andreev-na ricorda che alla fine degli anni Quaranta, nel campo femminile della Mordovia, "le detenute erano per la maggior parte credenti" e si organizzavano perché "nei giorni di festa le cattoliche lavorassero al posto delle ortodosse, e viceversa".96

Come già detto, alcune sette non volevano collaborare in alcun modo con il demonio sovietico, rifiutavano di lavorare e di firmare documenti ufficiali. La Gagen-Torn racconta che una credente, rilasciata per motivi di salute, si rifiutò di andarsene dal campo. "Non riconosco la vostra autorità" disse all'agente che si era offerto di darle i documenti necessari per tornare a casa. "Il vostro potere è illegittimo, sui vostri passaporti compare l'Anticristo ... Se me ne vado libera, mi arresterete di nuovo. Non ho alcun motivo di andarmene. "9? Aino Kuusinen era prigioniera in un campo dove un gruppo di detenute rifiutava di indossare abiti numerati, sicché "stampigliarono loro i numeri sulla pelle", e le costringevano a rispondere all'appello del mattino e della sera completamente nude.98

Solzenicyn racconta la storia, ripetuta in diverse varianti da altri, di un gruppo di seguaci di una setta religiosa internati alle Solo-veckie nel 1930. Rifiutavano qualunque cosa provenisse dall'"Anti-cristo" e di maneggiare denaro o passaporti sovietici. Per punizione,

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Gulag

PPP

li mandarono su un'isoletta dell'arcipelago, dicendo loro che avrebbero ricevuto da mangiare solo se avessero accettato di firmare una ricevuta. Si rifiutarono, e nel giro di due mesi morirono tutti di fame. Un testimone racconta che, quando una nave tornò all'isola, trovarono "soltanto cadaveri beccati dagli uccelli".99

Molti seguaci di sette, anche quando accettavano di lavorare, non volevano mescolarsi con gli altri detenuti, e alcuni rifiutavano di rivolgere loro la parola. Si accalcavano in una baracca in silenzio assoluto, oppure agli orari stabiliti salmodiavano preghiere e cantavano inni:

Stavo dietro alle sbarre della prigione ricordando come Cristo

portava la sua pesante croce con umiltà e dolcezza con contrizione, al Golgota.100

I più fanatici tendevano a suscitare sentimenti contrastanti tra gli altri detenuti. La Arginskaja, decisamente laica, ricorda con ironia "li odiavamo tutti" e, in particolare, quelli che per motivi religiosi non si lavavano.101 Nina Gagen-Torn racconta che altre detenute si lamentavano di chi rifiutava di lavorare: "Noi lavoriamo e loro no! E il pane lo danno anche a loro!".102

Tuttavia, in un certo senso, chi all'arrivo in un campo entrava subito in un clan o in un gruppo religioso era fortunato. Le gang criminali, i gruppi nazionali più attivi, i comunisti e le sette religiose offrivano immediatamente ai loro adepti una collettività, una struttura di supporto e solidarietà. Invece la maggior parte dei detenuti politici e molti criminali comuni, che costituivano la schiacciante maggioranza della popolazione dei campi, non riuscivano a integrarsi con facilità in qualche gruppo. Per loro risultava assai più difficile capire la vita, il codice morale e la gerarchla dei campi. Essendo privi di rapporti, dovevano comprendere da soli le regole per andare avanti.

XV DONNE E BAMBINI

Quando tornammo dal lavoro l'addetta di turno mi disse: "Corri, vai a vedere cos'hai sotto il cuscino!" Il cuore mi diede un balzo. Senz'altro mi avranno dato il pane, pensai. Corsi verso il mio letto e alzai il cuscino. Sotto c'erano tre lettere da casa, le prime che ricevevo dopo sei mesi.

Il mio primo sentimento fu di delusione: invece del pane, le lettere. Ma dopo provai orrore per me stessa. Che tazza di mostro ero diventata, se tenevo di più a un pezzo di pane che alle lettere della mamma, del babbo, dei bambini!

Aprii le buste e caddero delle fotografie: mia figlia mi guardava con i suoi occhi azzurri, mio figlio aveva la fronte aggrottata e di certo pensava a qualcosa.

Dimenticai il pane e mi misi a piangere.

OL'GA ADAMOVA-SLIOZBERG, // mio cammino1

Dovevano realizzare la stessa norma di lavoro e mangiavano la stessa zuppa acquosa; vivevano nello stesso tipo di baracche e viaggiavano negli stessi carri bestiame. I loro vestiti erano quasi uguali, le loro scarpe altrettanto inadeguate. Durante gli interrogatori non venivano trattate in modo diverso. Eppure, le esperienze delle donne nei campi femminili non sono affatto identiche a quelle degli uomini nei campi maschili.

Di certo molte sopravvissute alla prigionia sono convinte che il loro sesso fosse molto avvantaggiato nel Gulag. Le donne si curavano di più, rappezzavano gli abiti e si lavavano i capelli. Sembrava riuscissero meglio a restare in vita con quantità di cibo inferiori e non soccombevano con tanta facilità alla pellagra e alle altre malattie da malnutrizione.2 Stringevano forti legami di amicizia, e si aiutavano tra di loro molto più degli uomini.

Margarete Buber-Neumann racconta che una donna, portata con tei nella prigione di Butyrka, quando l'avevano arrestata, indossava

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un leggero abito estivo, ormai a brandelli. Le occupanti della cella decisero di fargliene uno nuovo:

Nello spaccio della prigione si potevano comprare degli strofinacci e mutande maschili. Alcune detenute imbastirono sei di questi strofinacci di lino grezzo. Ma come si taglia un abito senza le forbici? Risolsero anche questo problema. Tracciarono sulla stoffa il taglio da eseguire con la punta annerita di un fiammifero bruciato. Poi ripiegarono il tessuto lungo i contorni e - pieghettando l'angolo così ottenuto - lo avvicinarono a un fiammifero acceso, avendo cura di ritrarlo a tempo debito. Il nostro filo da cucire proveniva dagli indumenti più diversi...

L'opulenta lettone che vagabondava da un gruppo all'altro ricamò a punto croce l'orlo e lo scollo dell'abito fatto di strofinacci. Lo ricordo come uno dei più indovinati modelli estivi.3

Ciononostante, molti sopravvissuti maschi pensano l'esatto opposto, e cioè che dal punto di vista morale le donne si degradassero più in fretta degli uomini. Grazie al loro sesso, avevano maggiori possibilità di essere assegnate a lavori più ambiti e meno pesanti, e quindi di godere di una posizione migliore nella gerarchla del campo. Questo le disorientava, perché perdevano i punti di riferimento necessari nel duro mondo dei campi di detersione. Per esempio Gustaw Her-ling parla di "una bruna cantante dell'Opera di Mosca" arrestata per "spionaggio". All'arrivo al campo di Kargopol'lag, la gravita della sua sentenza fece sì che venisse subito assegnata alla squadra dei taglialegna:

Ebbe la disgrazia di piacere a Vanja, il basso urka in carica nella sua brigata, e questi le assegnò il lavoro di togliere la corteccia agli abeti abbattuti con un'enorme ascia che essa riusciva a malapena a reggere nelle mani. Al ritorno dal lavoro restò sempre indietro di molti metri ai vigorosi tagliaboschi, e giunse la sera al recinto avendo appena la forza di trascinarsi fino alla cucina a prendere la sua razione, corrispondente alla prima caldaia [la razione di zuppa minima] ... le venne la febbre alta ma l'inserviente dell'ospedale, d'accordo con Vanja, non la esonerò dal lavoro.

Alla fine la cantante cedette, prima a Vanja e, successivamente, a "uno dei dirigenti dei campi", che "la trascinò per i capelli fuori da quel mucchio di immondizia, e la collocò dietro un tavolo nell'ufficio del contabile".4

Alcune avevano destini peggiori, come Herling racconta. Per esempio, parla di una giovane polacca giudicata molto bene da una "giuria informale formata dagli urka". All'inizio

andava al lavoro con la testa fieramente eretta, e respingeva ogni uomo che osasse avvicinatesi, lanciando occhiate furibonde. La sera, tornava dal lavoro un po' più dimessa, ma sempre intoccabile e pudicamente sprezzante.

Donne e bambini 331

Andava diritta dal corpo di guardia alla cucina a prendere la sua porzione di minestra, e non lasciava mai la baracca delle donne durante la notte; non sembrava una preda facile delle cacce notturne entro il recinto del campo.

Ma i suoi primi sforzi non servirono a molto. Il suo sovrintendente la sorvegliò con attenzione, impedendole di rubare anche solo una carota o una patata marcia dal deposito delle verdure in cui lavorava, e dopo alcune settimane la ragazza cedette. Una sera l'uomo si presentò nella baracca di Herling: "In silenzio gettò sulla mia cuccetta un paio di mutandine lacerate". Fu l'inizio di una metamorfosi, per la giovane:

Da quel giorno la ragazza sembrò divenuta un'altra. Non si affrettava più come prima a prendere dalla cucina la sua minestra, ma dopo il ritorno dal lavoro vagava per il recìnto fino a notte inoltrata come un gatto in calore. Chiunque volesse poteva averla, su una cuccetta, sotto la cuccetta, nei cubicoli separati dei periti tecnici, o nel magazzino dei vestiti. Ogni volta che mi incontrava, voltava la testa, e stringeva le labbra convulse. Una volta, entrando nel deposito di patate al centro di rifornimento, la sorpresi su un cumulo di sacchi con il brigadiere della 56a, gobbo e di razza mista, Levkovic. Scoppiò in pianto e quando tornò nel recinto a sera tratteneva le lacrime coi due piccoli pugni sugli occhi.. .5

Questa è la versione di Herling di una storia ripetuta da molti, una storia che, bisogna dirlo, suona sempre un po' diversa quando a raccontarla è una donna. Per esempio, Tamara Ruznevic racconta un'esperienza personale molto simile: la sua "relazione" cominciò con una lettera, "una normale lettera d'amore, una semplice lettera tra detenuti" inviatale da Sasa, un giovane che grazie al suo comodo lavoro di calzolaio faceva parte dell'aristocrazia del campo. Era breve e brusca: "Mettiamoci insieme, e io ti darò una mano". Alcuni giorni dopo, Sasa trascinò in un angolo la Ruznevic e le chiese una risposta. Le domandò: "Vieni a vivere con me o no?". Lei rispose di no. Lui la picchiò con una sbarra di metallo, poi la portò all'ospedale (dove grazie alla posizione conferitagli dal suo lavoro aveva una certa influenza) e disse al personale di prendersi cura di lei. Lei rimase a letto per parecchi giorni, a riprendersi dalle ferite. Quando la dimisero, aveva avuto un sacco di tempo per riflettere: tornò da Sasa. Altrimenti l'avrebbe picchiata di nuovo.

La Ruznevic racconta: "Cominciò così la mia vita familiare". I benefici furono immediati: "Divenni più sana, andavo in giro con belle scarpe, non indossavo più stracci di chissà che tipo. Avevo una giacca nuova, pantaloni nuovi... persino un cappello nuovo". Decine di anni dopo definì Sasa il suo "primo amore, quello vero". Purtroppo

I

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poco dopo lo trasferirono in un altro campo, e lei non lo rivide più Ma c'era di peggio: l'uomo che aveva fatto trasferire Sasa la desiderava. Dato che "non c'era via di uscita", cominciò ad andare a letto anche con lui. Non afferma di averlo mai amato, ma ricorda che anche quella situazione le offriva dei vantaggi: le rilasciarono un permesso per spostarsi senza sorveglianza, e le misero a disposizione un cavallo.6 Il racconto della Ruznevic, come quello di Herling, può essere considerato un esempio di degradazione morale. Ma può essere definito anche una storia di sopravvivenza.

Dal punto di vista dell'amministrazione non sarebbe dovuto succedere nulla di tutto questo. In linea di principio, uomini e donne non dovevano trovarsi negli stessi campi, e alcuni ex prigionieri raccontano di non avere visto per anni una persona dell'altro sesso. Inoltre i comandanti non desideravano donne nei loro campi. Essendo meno robuste, potevano far calare la produttività, e quindi alcuni amministratori cercavano di non farne arrivare. Una volta, nel febbraio 1941, l'amministrazione del Gulag diffuse persino una circolare a tutti i dirigenti dell'NKVD e a tutti i comandanti nella quale intimava loro di accettare i convogli di detenute, elencando tutti i lavori che le donne potevano svolgere con efficienza. Nella lettera sono citate l'industria leggera, quella tessile, la falegnameria, la carpenteria, alcuni lavori di disboscamento, il carico e lo scarico di merci.7

Forse dipese proprio dalle proteste dei comandanti se il numero delle donne inviate nei campi rimase sempre relativamente basso (come fu basso il numero di donne giustiziate nel corso della repressione avvenuta tra il 1937 e il 1938). Per esempio, secondo le statistiche ufficiali, nel 1942 solo il 13 per cento dei detenuti nel Gulag erano donne; nel 1945 questa cifra salì al 30 per cento, perché moltissimi prigionieri maschi vennero richiamati nell'esercito e inviati al fronte, e inoltre era stata emanata una legge che proibiva ai lavoratori di abbandonare le fabbriche, un fatto che provocò l'arresto di molte ragazze.8 Nel 1948 la percentuale era scesa al 22 per cento, e calò al 17 per cento nel 1951 e nel 1952.9 Eppure, nemmeno queste cifre riescono a spiegare appieno la situazione vera, perché le donne venivano destinate assai più spesso alle "colonie" a regime leggero. Nei grandi campi industriali dell'estremo nord erano ancora meno, la loro presenza ancora più rara.

Proprio perché le donne erano così poche, ce n'era sempre carenza, come per il cibo, gli indumenti e altri oggetti. Quindi, anche se forse non avevano molto pregio per chi stilava le statistiche ufficiali, i detenuti, le guardie e i lavoratori liberi le valutavano in modo di-

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verso. Nei campi in cui i contatti tra i detenuti dei due sessi erano più o meno liberi o, per fare un quadro più realistico, in cui certi uo-inini potevano accedere alle sezioni femminili, le donne ricevevano proposte, abboccamenti e quasi sempre offerte di cibo o di lavori più leggeri in cambio di rapporti sessuali. Forse non si tratta di una peculiarità esclusiva della vita del Gulag. Per esempio, un rapporto di Amnesty International del 1999 riguardo alle detenute negli Stati Uniti denuncia svariati episodi del genere: di detenuti e guardie che avevano violentato le detenute, di detenuti che pagavano le guardie per poter incontrare le detenute, o di prigioniere spogliate e perquisite da agenti maschi.10 Tuttavia, a causa delle strane gerarchle sociali del sistema dei campi sovietici, le donne venivano torturate e umiliate con brutalità eccezionale persino per le strutture carcerarie.

Il destino di una donna dipendeva fin dall'inizio dalla sua posizione sociale e dai suoi rapporti con i diversi clan: nel mondo criminale le donne erano soggette a un complicato sistema di regole e rituali, e godevano di scarso rispetto. Salamov spiega: "L'urica ereditario impara fin dall'infanzia a disprezzare le donne... Creatura inferiore, la donna è stata creata unicamente per soddisfare gli appetiti bestiali dei malavitosi, per essere il bersaglio dei loro scherzi grossolani e l'oggetto di pubblici pestaggi quando quelli "se la spassano"". Le prostitute erano considerate proprietà dei criminali di alto rango, e potevano essere oggetto di vendita o baratto, o addirittura ereditate da un fratello, o da un amico, nei casi in cui il proprietario venisse ucciso o trasferito in un altro campo.

Nei passaggi di proprietà, "in generale la faccenda non arriva fino alla lite, e la prostituta si rassegna a dormire con il suo nuovo padrone. L'amore "a tre" o la donna "in comune" nel mondo dei malavitosi non esistono. ... È del tutto escluso che una ladra possa "vivere" con un non malavitoso".11

Del resto, questo trattamento non veniva riservato solo alle donne. A quanto pare, tra i criminali di professione i rapporti omosessuali erano regolati da norme altrettanto brutali. Alcuni giovani capi tenevano nel proprio seguito giovani omosessuali, insieme o al posto delle "mogli" del campo. Thomas Sgovio racconta di un caposquadra che aveva per "compagno" un giovane da cui riceveva favori sessuali in cambio di cibo.12 Ma non è facile esporre le regole applicate nei campi ai rapporti omosessuali, perché i memorialisti °e parlano assai di rado. Forse dipende dal fatto che, nella cultura russa, l'omosessualità continua a essere considerata per molti versi un tabù, e le persone preferiscono non parlarne. Inoltre, sembra che

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l'omosessualità maschile nei campi fosse circoscritta al mondo criminale, e i criminali hanno lasciato pochi libri di memorie.

Sappiamo però che negli anni Settanta e Ottanta i criminali sovietici avevano elaborato un galateo molto complicato riguardo all'omosessualità. Gli omosessuali "passivi" venivano isolati dal resto della popolazione carceraria, mangiavano a tavoli separati e non parlavano con altri uomini.13 Per quanto se ne parli poco, regole simili esistevano già verso la fine degli anni Trenta, quando Petr Jakir, allora quindicen-ne, assistette a un episodio di questo genere in una cella del carcere minorile. All'inizio, sentire gli altri ragazzi parlare delle proprie esperienze sessuali lo scioccò, e pensò che fossero esagerate,

ma mi sbagliavo. Un ragazzine si tenne la razione di pane fino alla sera, poi chiese a Maska, che non aveva mangiato niente per tutto il giorno: "Ne vuoi un pezzo?".

"Sì" rispose Maska.

"Allora tirati giù i calzoni."

Avvenne in un angolo difficile da scorgere dallo spioncino, ma pienamente visibile per tutti i presenti nella cella. Nessuno si sorprese, e anch'io feci finta di non esserne turbato. Mentre mi trovavo in quella cella accaddero molti altri episodi analoghi: erano sempre gli stessi ragazzi a svolgere la funzione del partner passivo. Li trattavano come dei paria, non permettevano loro di bere dalla tazza comune e li umiliavano.14

Curiosamente, l'omosessualità femminile nei campi era meno nascosta, o comunque è stata descritta con più frequenza; anch'essa era oggetto di un preciso rituale tra le criminali professioniste. Per parlare delle lesbiche si usava il pronome neutro ono, e si distinguevano in quelle più femminili, le "giumente", e quelle più virili, i "mariti". A quanto racconta un testo, talvolta le prime erano "vere e proprie schiave", e dovevano fare le pulizie e prendersi cura del proprio "marito". In genere le donne del secondo tipo si sceglievano un soprannome da uomini, e quasi sempre fumavano.15 Parlavano apertamente del proprio lesbismo, e lo citavano nelle canzoni:

Ti ringrazio Stalin che mi hai fatto baronessa. Sono un toro e una vacca, una donna e un uomo.16

Si individuavano anche per lo stile nel vestire e per come si comportavano. In seguito, una donna polacca ha scritto:

Tutti conoscono coppie di donne di questo tipo, che non fanno mistero delle proprie abitudini. Quelle che svolgono la parte dell'uomo di solito si vestono con abiti maschili, portano i capelli corti e tengono le mani in tasca.

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Quando le coppie innamorate di questo genere vengono colte da un accesso <ji passione, saltano in piedi, abbandonano la macchina da cucire e si inse-guono, poi cadono a terra tra baci appassionati.17

Valeri] Frid parla di detenute criminali che si vestivano da uomini e si facevano passare per ermafroditi: una era "carina, con i capelli corti, e indossava pantaloni da ufficiale"; un'altra, a quanto pare, aveva davvero una malformazione agli organi genitali.18 Un'altra detenuta racconta di uno "stupro" tra donne, una coppia di lesbiche che inseguì una "ragazza umile e tranquilla" sotto le brande, e le lacerò l'imene.19 Pare che negli ambienti intellettuali l'omosessualità femminile fosse trattata con meno indulgenza: un ex prigioniero politico la definisce "un'attività tra le più rivoltanti".20 Tuttavia, anche se i politici tendevano a tenerla nascosta, l'omosessualità femminile esisteva pure tra loro, e spesso riguardava donne che fuori dal carcere avevano mariti e figli. Susanna Pecora mi ha detto che nel Minlag, un campo in cui i detenuti erano per la maggior parte politici, le relazioni lesbiche "aiutavano alcune a sopravvivere".21

Volontarie o forzate, eterosessuali o omosessuali, nei campi le relazioni sessuali riflettevano il clima di brutalità generale. Si svolgevano per forza senza la minima riservatezza, e questo scandalizzava molti reclusi. Un ex detenuto mi ha raccontato che le coppie "strisciavano sotto il filo spinato e facevano l'amore per terra, vicino alle latrine".22 Solzenicyn racconta: "Una cuccetta riparata con cenci dallo sguardo delle vicine è un classico quadro da lager".23 Una volta Isaak Fil'stinskij si svegliò nel cuore della notte e trovò una donna coricata nel letto accanto al suo; aveva scavalcato di nascosto il muro per fare l'amore con il cuciniere del campo: "A parte me, quella notte non aveva dormito nessuno, tutti avevano ascoltato con assoluta attenzione come procedevano le cose".24 Hava Volovic spiega: "Lì accadevano nella massima semplicità, come tra gatti randagi, delle cose che una persona libera avrebbe riflettuto cento volte prima di fare".25 Un altro detenuto ricorda che l'amore, soprattutto tra i criminali di professione, era "animalesco".26

Anzi, il sesso veniva praticato con tale sfrontatezza che lo si considerava con una certa indifferenza: per alcuni, la violenza sessuale e la prostituzione erano entrate a far parte della routine quotidiana. Una volta Edward Buca lavorava in segheria, vicino a una squadra femminile, quando arrivò un gruppo di criminali. "Afferrarono le donne che volevano e le sdraiarono nella neve o le presero contro una catasta di tronchi. Le donne sembravano abituate e non opponevano resistenza. Avevano la loro caposquadra, ma non faceva obie-

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zione a tali interruzioni, che anzi sembravano quasi una parte del lavoro."27 Anche Lev Razgon racconta la storia di una ragazza bionda e molto giovane che aveva conosciuto per caso mentre spazzava il cortile dell'infcrmeria di un campo. Lui a quell'epoca era già un lavoratore libero, era andato a trovare un medico suo amico e, anche se non aveva fame, gli avevano offerto un ricco pranzo. Lo diede alla ragazza, che "mangiò con un silenzio e una compostezza da cui si capiva che era cresciuta in una buona famiglia". A Razgon ricordò sua figlia:

La ragazza finì di mangiare e impilò i piatti in bell'ordine sul vassoio di legno. Poi si sollevò il vestito, si tolse le mutande e tenendole in mano volse la faccia seria nella mia direzione.

"Sdraiati o come?"

In un primo momento senza capire, e poi spaventata dalla mia risposta, mi disse per giustificarsi, sempre senza sorridere: "Non mi danno da mangiare se non lo faccio... ".28

In qualche campo capitava anche che certe baracche femminili diventassero quasi veri e propri bordelli. Solzenicyn ne descrive uno:

È indescrivibilmente, incomparabilmente sporca, trascurata, vi regna un odore greve, le cuccette sono prive di coperte e biancheria. Ufficialmente, gli uomini non avrebbero potuto entrarci, ma nessuno osservava il divieto, e nessuno lo faceva rispettare. Non la frequentavano soltanto gli uomini, ma frotte di marmocchi, ragazzi di dodici o tredici anni, andavano lì a imparare. ... Tutto avveniva con la massima naturalezza sotto gli occhi di tutti e contemporaneamente in più punti. Soltanto un'evidente vecchiaia e un'evidente mostruosità potevano servire da difesa a una donna, niente altro.29

Eppure, in netto contrasto con i racconti di sesso brutale e di volgarità, molti libri di memorie raccontano storie altrettanto improbabili di amore, che a volte scaturivano dal bisogno di protezione delle donne. In base alle regole peculiari del Gulag, una donna che si prendeva un "marito nel campo" di solito veniva lasciata in pace dagli altri; Herling definisce questo sistema "il singolare "ius primae noctis" che vigeva in detersione".30 Non si trattava necessariamente di "matrimoni" tra pari: non di rado donne rispettabili vivevano con dei criminali.31 Come racconta la Ruznevic, non sempre l'unione dipendeva da una libera scelta. E tuttavia non sarebbe corretto nemmeno chiamarla prostituzione. Secondo Valeri] Frid, si trattava piuttosto di braki pò rascetu, "matrimoni di interesse", "che qualche volta diventavano anche matrimoni d'amore". Anche quando nascevano solo per motivi pratici, spesso i prigionieri li prendevano molto sul serio. "Parlando della sua compagna più o meno fissa, uno zek dice-

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va "mia moglie"" racconta Frid. "E lei lo chiamava "mio marito". Non lo dicevano per scherzo: i rapporti stretti nei campi rendevano più umana la nostra vita."32

E per quanto possa sembrare strano, i detenuti che non erano troppo esausti o deperiti andavano davvero in cerca dell'amore. Nel suo libro di memorie, Anatolij Zigulin racconta di una relazione amorosa che riuscì a intrattenere con una donna tedesca, una politica, "l'allegra, buona Marta, con gli occhi grigi e i capelli biondi". In seguito venne a sapere che Marta aveva avuto un figlio e che lo aveva chiamato Anatolij. (Accadde nell'autunno del 1951, e dato che dopo la morte di Stalin concessero un'amnistia generale per i prigionieri stranieri, Zigulin poteva sperare: "Se non hanno avuto sfortuna, Marta e il bambino sono tornati a casa".33) Alcuni brani delle memorie del medico detenuto Isaac Vogel'fanger somigliano a un romanzo sentimentale, nel quale l'eroe deve destreggiarsi tra i pericoli di una relazione con la moglie di un dirigente del campo e le gioie del vero amore.34

Quella gente priva di tutto aveva un tale bisogno di instaurare relazioni sentimentali che spesso nascevano intensi rapporti d'amore platonico, tenuto vivo per lettera. Accadeva soprattutto verso la fine degli anni Quaranta, nei campi speciali per politici, dove i prigionieri dei due sessi venivano tenuti rigidamente separati. Nel Minlag, un campo di questo tipo, uomini e donne si scambiavano messaggi tramite i detenuti impiegati all'ospedale, che era comune ai due sessi. Allestirono anche una "cassetta postale" segreta nel cantiere ferroviario, dove lavoravano le squadre femminili. Ogni due o tre giorni una donna che lavorava alla ferrovia fingeva di aver dimenticato il cappotto o qualche altro oggetto personale, andava alla cassetta postale, ritirava le lettere e ne lasciava altre. Più tardi un uomo andava a prenderle.35 C'erano anche altri sistemi: "All'ora stabilita, una persona scelta in una delle zone gettava le lettere scritte dagli uomini alle donne o dalle donne agli uomini. Era il "servizio postale"".36

Leonid Sitko racconta che le missive venivano scritte con caratteri minuti su piccolissimi pezzi di carta, e tutti firmavano con un nome falso: il suo era "Amieto", quello della sua ragazza "Marziana". Li a-vevano messi in contatto altre detenute, raccontando a lui che la donna era in preda a una profonda depressione, perché dopo l'arresto le avevano portato via il figlioletto. Lui cominciò a scriverle, e una volta riuscì persino a incontrarla in una miniera abbandonata.37

Altri escogitarono metodi ancor più surreali per procurarsi un po' di intimità: nel campo speciale di Kengir, in cui erano rinchiusi in

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prevalenza prigionieri politici, del tutto isolati da parenti, amici congiunti rimasti a casa, alcuni intrattenevano complesse relazioni con persone che non avevano mai incontrato.38 Alcuni addirittura si sposavano attraverso il muro che separava il campo maschile da quello femminile, senza mai vedersi di persona. La donna stava da una parte, l'uomo dall'altra; si celebrava il rito e un prete detenuto registrava la celebrazione del matrimonio su un pezzette di carta.

Gli amori di questo tipo continuarono anche quando l'amministrazione decise di alzare il muro, coprirlo con filo spinato e proibire ai detenuti di avvicinarsi. Parlando di questi matrimoni al buio, persino Solzenicyn abbandona per un attimo il cinismo che applica a quasi tutti gli altri rapporti nel Gulag: "In quella unione con un prigioniero sconosciuto che stava dall'altra parte del muro ... sento risuonare il coro degli angeli. È come una disinteressata contemplazione degli astri celesti. È qualcosa di troppo sublime per il secolo del calcolo interessato e del jazz saltellante".39

Dato che amore, sesso, violenza e prostituzione facevano parte della vita dei campi, ne facevano inevitabilmente parte anche gravidanze e parti. Insieme a miniere, cantieri edilizi, squadre forestali, celle di rigore, baracche e carri bestiame, nel Gulag c'erano anche reparti maternità, campi speciali per le madri, asili per i neonati e i bambini.

Non tutti i bambini ospitati in tali istituzioni erano nati nei campi: alcuni venivano "arrestati" insieme alle madri. Le norme che regolavano tale procedura non sono mai state molto chiare: l'ordine operativo del 1937, con cui si disponeva di arrestare mogli e figli dei "nemici del popolo", vietava espressamente di recludere donne incinte o in allattamento.40 D'altra parte, in un ordine del 1940 si decretava che i bambini potevano stare con la madre per un anno e mezzo, "fino a quando cessano di avere bisogno del latte materno", e poi andavano affidati a un orfanotrofio o consegnati ai parenti.41

In pratica, venivano arrestate senza remore tanto le donne in gravidanza quanto le madri di lattanti. Il medico di un campo, effettuando la visita di norma a un contingente di prigionieri appena arrivato, si accorse che una donna era entrata in travaglio: l'avevano arrestata al settimo mese di gravidanza.42 Un'altra, Natal'ja Zaporozec, fu imbarcata su un convoglio all'ottavo mese di gravidanza: dopo gli sballottamenti di un viaggio effettuato su treni e nel cassone dei camion, diede alla luce un bambino morto.43 L'artista e scrittrice Efrosinija Kersnovskaja aiutò a far nascere un bambino su un convoglio.44

Inoltre i bambini piccoli venivano "arrestati" insieme ai genitori.

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// quinto anno di campo (I fonrni'i'i^itti): volti di prigionieri ritratti "prima> e "dopo"; disegno di Aleksej Merekov. fAssociazione Memorial, Mosca)

Ajj,:.i.utì d'amore: prigionieri di un campo guardano U settore femminile attraverso la rete di recinzione; disegno di Jula-Imar Booster, Karaganda, 1950.

(Associazione Memorial, Mosca)

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Una detenuta, incarcerata negli anni Venti, scrisse una caustica lettera di protesta a Dzerzinskij, ringraziandolo per avere "arrestato" y suo figlioletto di tre anni, e dicendo che la prigione era preferibile agli orfanotrofi, da lei definiti "fabbriche di angeli".451 bambini arrestati insieme ai genitori durante le due grandi deportazioni, quella dei kulaki all'inizio degli anni Trenta e quella delle minoranze etrvi-che e nazionali durante e dopo la Seconda guerra mondiale, furono in realtà centinaia di migliaia.

Quei bambini si sono portati dietro per tutta la vita il trauma subito allora. Una detenuta polacca racconta di una donna della sua cella, che aveva con sé il figlioletto di tre anni: "II bambino era educato, ma gracile e silenzioso. Lo distraevamo come potevamo, con storie e fiabe, ma di tanto in tanto ci interrompeva dicendo: "Siamo in prigione, vero?"".46

Molti anni dopo, il figlio di una coppia di contadini deportati ha raccontato il suo calvario nei carri bestiame: "La gente perdeva il controllo ... non ricordo quanti giorni viaggiammo. Nel nostro vagone, sette persone morirono di fame. Arrivammo a Tomsk e ci fecero scendere, parecchie famiglie. Scaricarono anche diversi cadaveri, bambini, ragazzi, e anziani".47

Nonostante le privazioni, alcune donne si facevano ingravidare con cinismo mentre si trovavano nei campi. Di solito si trattava di criminali o altre arrestate per reati minori che volevano restare incinte per essere esentate dai lavori più duri, mangiare un po' meglio e, magari, usufruire delle amnistie periodiche concesse a donne con figli piccoli. Tali amnistie (per esempio, ne decretarono una nel 1945 e un'altra nel 1948) di solito non riguardavano le donne condannate per reati controrivoluzionari.48 "Restando incinta ti semplificavi la vita" mi ha detto Ljudmila Hacatrjan, per spiegarmi come mai le donne andavano spensieratamente a letto con i loro carcerieri.49

Un'altra ricorda che aveva sentito parlare in giro del rilascio di tutte le donne con bambini, le nwmka, nel gergo carcerario: perciò si fece ingravidare apposta.50 Nadezda loffe, una detenuta rimasta incinta a seguito di un incontro con il marito, racconta che le altre detenute delle "baracche per poppanti" del campo di Magadan "non avevano istinto materno" e si liberavano dei figli appena possibile.51

Non sorprenderà se non tutte le detenute, scoprendo di essere incinte, desideravano portare a termine la gravidanza. L'amministrazione aveva un atteggiamento ambiguo riguardo all'aborto volontario: talvolta lo autorizzava, talvolta invece affibbiava condanne supplementari a chi tentava di praticarlo.52 Inoltre, visto che è un fé-

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norneno menzionato molto di rado, non è affatto chiaro quanto fos-gero frequenti gli aborti: pur avendo letto dozzine di racconti autobiografici e ascoltato molte interviste, mi è capitato di sentirne parlare solo un paio di volte. Quando l'ho intervistata, Anna Adreevna mi ha parlato di una donna che "si ficcò dentro le unghie, poi si sedette e si mise a lavorare alla macchina da cucire. Dopo un po' prese a sanguinare copiosamente".53 Un'altra donna racconta di come il medico del campo tentò di provocarle un aborto:

Immaginatevi la scena. È notte. È buio ... Andrej Andreevic sta cercando di farmi abortire, con le mani coperte di iodio, senza strumenti. Ma è talmente nervoso che non succede niente. Non riesco a respirare dal dolore, ma sopporto senza un gemito, perché nessuno se ne accorga. "Basta!" grido alla fine per il dolore insopportabile, e per due giorni si interrompe tutto. Alla fine, viene fuori tutto, il feto e un sacco di sangue. È per questo che non sono mai diventata mamma.54

Alcune donne, però, desideravano il proprio bambino, e spesso anche per loro tutto si concludeva in modo tragico. La storia di Ha-va Volovic contrasta con quanto è stato scritto riguardo all'egoismo e alla venalità delle detenute che restavano incinte durante la prigionia: era stata arrestata per motivi politici nel 1937, e poiché nei campi soffriva di solitudine, decise di avere un figlio. Pur non essendo particolarmente innamorata del padre, nel 1942 Ha va partorì Eleo-nora, in un campo privo di servizi specifici per le madri:

Eravamo in tre a essere madri, e ci diedero una stanzetta riservata nelle baracche. Le cimici cadevano come sabbia dal soffitto e dalle pareti; passavamo tutta la notte a toglierle di dosso ai bambini. Di giorno dovevamo andare a lavorare, e lasciavamo i bambini a qualsiasi vecchia esentata dal lavoro riuscissimo a trovare; quelle donne approfittavano tranquillamente del cibo che avevamo lasciato per i piccoli.

Ciononostante, racconta la Volovic:

Per un anno intero, rimasi in piedi accanto al lettino della mia bambina togliendole le cimici e pregando. Pregavo Dio di prolungare il mio tormento se significava non essere separata da mia figlia. Pregavo di essere rilasciata con lei, anche se mendicante o invalida. Pregavo di riuscire a crescerla, di portarla fino all'età adulta, anche se avessi dovuto strisciare ai piedi della gente e chiedere l'elemosina per riuscirci. Ma Dio non rispondeva alle mie preghiere. Mia figlia aveva appena cominciato a camminare e avevo sentito a malapena le sue prime parole, la meravigliosa parola "mamma" che scalda il cuore, quando, vestite di stracci nonostante il freddo dell'inverno, ci caricarono su un carro merci e ci trasferirono a un "campo per madri". Il TUO angioletto cicciottello con i riccioli d'oro si trasformò in un fantasmino Pallido con occhiaie bluastre e la bocca coperta di piaghe.

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In un primo momento inserirono la Volovic in una squadra di taglialegna, poi la mandarono a lavorare in una segheria. Di sera tornava a casa con una fascina di legna da ardere che consegnava alle infermiere del nido. A volte, in cambio, le consentivano di vedere la figlia fuori dagli orari di visita.

Vedevo le infermiere quando svegliavano i bambini la mattina. Li costringevano a uscire dai letti freddi a spintoni e calci... spingendo i bambini con i pugni e insultandoli in modo brutale, toglievano loro le camicie da notte e li lavavano con acqua gelida. I bambini non osavano nemmeno piangere. Tiravano su con il naso piano, come dei vecchi, e gemevano sommessamente.

Quei gemiti spaventosi provenivano dai lettini per giornate intere. Bambini ormai abbastanza grandi da stare seduti o da camminare a gattoni restavano supini con le ginocchia contratte sulla pancia, a emettere quegli strani suoni, simili al tubare soffocato dei piccioni.

Ogni infermiera aveva in carico diciassette bambini, riusciva a malapena a cambiarli e a dar loro da mangiare, perciò non era in grado di accudire come si deve.

L'infermiera portava dalla cucina una ciotola di semolino fumante, e la distribuiva nei piatti. Afferrava il bambino più vicino, gli bloccava le braccia sul dorso, lo legava con una tovaglia e cominciava a ingozzarlo di semolino bollente, un cucchiaio dopo l'altro, senza lasciargli il tempo per inghiottire, proprio come se stesse alimentando un tacchino.

A poco a poco, Eleonora cominciò a deperire:

A volte, quando andavo a trovarla, aveva dei lividi sul corpicino. Non dimenticherò mai come mi afferrava il collo con le mani ossute e piagnucolava: "Mamma, andiamo a casa!". Non aveva dimenticato il tugurio pieno di cimici dove aveva visto per la prima volta la luce del giorno, e dove stava sempre con sua madre ...

La piccola Eleonora, che all'epoca aveva quindici mesi, ben presto si rese conto che le sue preghiere di tornare "a casa" erano inutili. Smise di protendersi verso di me quando andavo a trovarla; si voltava dall'altra parte in silenzio. Nel suo ultimo giorno di vita, quando la presi in braccio (mi permettevano di allattarla) fissò gli occhi nel vuoto, poi cominciò a picchiarmi in faccia con i piccoli pugni, graffiandomi e mordendomi il seno. Quindi indicò il suo letto.

La sera, quando tornai con la mia fascina di legna, il suo lettino era vuoto. La trovai nuda all'obitorio tra i cadaveri dei prigionieri adulti. Aveva passato in questo mondo un anno e quattro mesi, e morì il 3 marzo 1944 ... Ecco la storia di come, partorendo la mia unica figlia, ho commesso il crimine peggiore che esista.55

Negli archivi del Gulag si conservano fotografie di asili nido simili a quello descritto dalla Volovic. Un album di questo tipo ha la seguente introduzione:

i

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II sole splende nella patria staliniana. Il paese è pieno d'amore per i dirigenti e i nostri splendidi bambini sono felici come i giovani di tutto il paese. Qui, in tetti grandi e caldi, dormono i nuovi cittadini del nostro paese. Dopo Cangiato dormono beati, e di certo fanno dei bei sogni...

Le fotografie successive smentiscono il testo. Una ritrae una fila di madri con una mascherina bianca sul viso (dimostrazione che all'interna del campo si rispettavano le norme igieniche) sedute su una panca con i bambini in braccio e un'espressione solenne e seria sul volto. In un'altra, tutti i bambini si avviano alla passeggiata serale: sono in fila, in bell'ordine, e non hanno un'espressione più spontanea delle madri. In molte delle foto i bambini hanno la testa rasata, probabilmente per prevenire i pidocchi: ma a vederli sembrano proprio dei piccoli detenuti, come in effetti venivano considerati.56 Ev-genija Ginzburg racconta: "Anche la casa d'infanzia è lager. Con sentinella, porte, baracche, filo spinato".57

L'amministrazione moscovita del Gulag di certo sapeva, almeno in certa misura, quanto fosse terribile per i bambini la vita nei campi. Perlomeno sappiamo che gli ispettori riferivano sulla situazione: un rapporto del 1949 sulle condizioni delle donne nei campi afferma con disapprovazione che, su 503.000 detenute, 9300 erano incinte e altre 23.790 avevano bambini piccoli. "In considerazione dell'influenza negativa sulla salute e sull'educazione dei bambini", il documento caldeggiava il rilascio anticipato per madri e figli, e anche per le donne i cui figli erano rimasti a casa: pur tenendo conto delle eccezioni per le recidive e le condannate per reati controrivolu-zionari, un provvedimento del genere avrebbe riguardato circa 70.000 detenute.5"

Ogni tanto veniva concessa un'amnistia di questo tipo. Ma per i bambini rimasti non si verificavano grandi miglioramenti: anzi, dato che non erano produttivi, i comandanti di solito non davano grande importanza alla loro salute e al loro benessere, e vivevano sempre negli edifici più squallidi, vecchi e freddi. Secondo i calcoli di un ispettore, la temperatura all'interno di un nido di campo non saliva mai sopra gli 11 gradi, e un altro ne trovò uno con la tinta delle pareti scrostata e del tutto sprovvisto di illuminazione, persino di quella delle lampade a kerosene.59 Da un rapporto sul Siblag del 1933 sappiamo che nel campo per i bambini mancavano ottocento Paia di scarpe, settecento cappotti e novecento completi di posate.60 Inoltre, non sempre le persone impiegate nei nidi erano qualificate. Anzi, il lavoro di educatrice era una mansione "di fiducia" e quindi di solito veniva assegnato a criminali di professione. La loffe raccon-

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ta: "Restavano per ore e ore nei sottoscala con i "mariti" o se ne an davano semplicemente, mentre i bambini, affamati e privi di cure s-ammalavano e cominciavano a morire".61

Inoltre, di solito non si permetteva alle madri, la cui gravidanza era già costata molto al campo, di ovviare a queste mancanze, ammesso che volessero farlo. Di regola le rimandavano a lavorare appena possibile, e concedevano loro controvoglia il tempo per allattare i piccoli. In generale le esentavano dal lavoro per quindici minuti ogni quattro ore così che potessero stare con i figli, con ancora indosso gli abiti sporchi, poi dovevano riprendere a lavorare, quindi i bambini erano denutriti. Talvolta non concedevano loro nemmeno questo. Un ispettore racconta il caso di una donna arrivata a nutrire suo figlio con qualche minuto di ritardo per motivi di lavoro, cui non permisero di vederlo.62 Durante un'intervista un'ex sovrintendente dell'asilo di un campo mi ha detto con tono noncurante che i bambini incapaci di saziarsi nella mezz'ora - a suo dire - consentita, venivano nutriti con un biberon dalle infermiere.

La stessa donna mi ha confermato quanto sostengono i detenuti riguardo a un'altra forma di crudeltà: alla fine dell'allattamento, spesso alle madri veniva impedito qualsiasi altro contatto con i figli. Mi ha detto che nel suo campo era stata proprio lei a vietare a tutte le madri di portare a spasso i bambini, perché le donne, essendo detenute, avrebbero potuto fare del male ai piccoli. Mi ha raccontato di averne vista una dar da mangiare al figlioletto una miscela di zucchero e tabacco per avvelenarlo. Un'altra, ha aggiunto, aveva tolto al suo le scarpe apposta in mezzo alla neve. Per spiegarmi la sua decisione di tenere le madri a distanza, mi ha detto: "Ero responsabile per il tasso di mortalità infantile nel campo. Le madri non avevano bisogno dei bambini, e volevano ucciderli".63 Forse i comandanti di altri campi erano indotti da motivi di questo genere ad allontanare le madri dai figli. Ma forse invece questi provvedimenti dipendevano soltanto dalla sconsiderata crudeltà dell'amministrazione: organizzare gli incontri tra madri e figli era complicato, quindi vennero vietati.

Non è difficile prevedere quali conseguenze avrebbe provocato sui bambini essere separati dai genitori in così tenera età. Imperversavano le epidemie infantili. I tassi di mortalità tra i bambini erano altissimi, al punto da indurre l'amministrazione a tenerli nascosti, come attestano i rapporti di alcuni ispettori.64 Ma anche i piccoli che riuscivano a superare l'infanzia non avevano grandi possibilità di condurre una vita normale negli asili dei campi: alcuni avevano la fortuna di essere seguiti da bambinaie più gentili della media. Ad al-

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tri non accadeva. La Ginzburg lavorò nel nido di un campo e, al suo arrivo, scoprì che nemmeno i bambini più grandi sapevano parlare:

Solamente alcuni di quei bambini di quattro anni pronunciavano isolate parole sconnesse. Prevalevano grida inarticolate, gesticolazioni, risse.

"Come fanno a parlare? Chi glielo ha insegnato? Chi sentono parlare?" mi spiegò Anja in tono disperato. "Nel reparto lattanti sono costretti a stare tutto il tempo distesi sui lettini. Nessuno li prende mai in braccio, anche se strilla110 fino a scoppiare. È proibito prenderli in braccio. È permesso soltanto cambiare i pannolini bagnati. Se ce n'è abbastanza, naturalmente."

Quando cercò di insegnare qualcosa ai ragazzi, scoprì che solo un paio, quelli rimasti in qualche modo in contatto con le madri, riuscivano a imparare qualcosa, e anche i più fortunati avevano esperienze molto limitate:

"Guarda" dissi a Stasik, mostrandogli la casetta che avevo disegnato, "che cos'è?"

"Baracca" rispose distintamente il bambino.

Con qualche altro tratto di matita feci un gattino vicino alla casa. Nessuno lo riconobbe, neanche Stasik. Non avevano mai visto quel rarissimo animale. Allora circondai la casetta con la tradizionale, idillica palizzata.

"Cos'è?"

"Zona, zona'." strillò felice Verocka, e battè le mani.65

Di solito a due anni i bambini venivano trasferiti dagli asili dei campi in normali orfanotrofi. Alcune madri erano contente perché consideravano una fortuna per i figli la possibilità di uscire dai campi; altre protestavano, perché sapevano che potevano trasferirle, apposta o per caso, in altri campi lontani dai bambini, e magari cambiare il nome ai piccoli, o dimenticarlo, rendendo così impossibile ristabilire dei rapporti e persino entrare in contatto.66 Queste cose accadevano ai bambini dei normali orfanotrofi. Valentina Jurgano-va, figlia di kulaki tedeschi del Volga, fu mandata in un orfanotrofio in cui alcuni ospiti erano troppo piccoli per ricordare il proprio nome, e le autorità troppo disorganizzate per registrarlo. Mi ha raccontato di una piccina ribattezzata "Kastanova" perché nel parco dietro all'istituto c'erano molti castagni (kastan).

Anni dopo, un'altra bambina con un destino analogo ha raccontato in modo struggente di aver cercato per tutta la vita, senza successo, il vero nome dei suoi genitori: nella sua regione di provenienza, nessun bambino era stato registrato alla nascita con il cognome indicato sul suo passaporto, e quando l'avevano portata via era troppo Piccola per ricordare il loro nome. Ma rammentava sprazzi del suo Passato: "Mamma alla macchina da cucire. Io che le chiedo ago e fi-

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lo... Io in un giardino... Poi, più tardi... La stanza è buia, il letto a destra è vuoto, è successo qualcosa. Per qualche ragione sono sola Sono terrorizzata".67

Quindi non ci si sorprende se, quando i bambini venivano portati via, alcune madri "urlavano e piangevano, altre davano in escandescenze e venivano rinchiuse in cella fino a quando non tornavano in sé". Una volta che i figli erano partiti, le possibilità di rivederli diventavano scarsissime.68

Nel mondo esterno la vita per i piccoli nati nei campi non sempre migliorava. Andavano a infoltire la massa già immensa di bambini mandati direttamente negli orfanotrofi all'arresto dei genitori, un'altra categoria di piccole vittime. Di norma gli orfanotrofi statali erano sovraffollati, sporchi, avevano personale insufficiente e spesso ci si moriva. Un ex detenuto ricorda le speranze e le emozioni che accompagnarono l'invio di undici bambini dal campo a un orfanotrofio cittadino, e l'orrore che suscitò la notizia della morte di tutti loro durante un'epidemia.69 Già nel 1931, all'apice della collettivizzazione, i dirigenti degli orfanotrofi degli Urali scrivevano lettere disperate alle autorità regionali implorando aiuto per assistere le migliaia di figli di kulaki rimasti orfani da poco:

In una stanza di dodici metri quadri ci sono trenta maschietti. Per tren-totto bambini piccoli ci sono sette letti, su cui dormono i "recidivi". Due diciottenni hanno distrutto l'impianto elettrico, rapinato il negozio e bevono con il direttore... i bambini dormono sul pavimento sudicio, giocano con carte fatte strappando ritratti del "capo", fumano, spaccano le sbarre alle finestre e si arrampicano sui muri con l'intento di scappare.70

In un altro orfanotrofio per figli di kulaki

i bambini dormono per terra e non hanno scarpe a sufficienza. ... talvolta manca l'acqua per diversi giorni. Sono malnutriti; non hanno cibo, se non patate e acqua. Non hanno piatti e ciotole, mangiano dal mestolo. Per cento-quaranta persone c'è una sola tazza, e i cucchiai non sono sufficienti; mangiano a turno o con le mani. Non c'è luce, solo una lampada in tutta la casa, e non ha kerosene.71

Nel 1933 un orfanotrofio situato vicino a Smolensk spedì il seguente telegramma alla commissione per l'infanzia di Mosca: "I rifornimenti di cibo all'istituto sono stati interrotti. Cento bambini stanno morendo di fame. L'organizzazione rifiuta di consegnare razioni. Nessuno ci aiuta. Prendete provvedimenti urgenti".72

Le cose non migliorarono con il passar del tempo. In un ordine dell'NKVD del 1938 è descritto un orfanotrofio nel quale alcuni ragazzi grandicelli avevano violentato due bambine di otto anni, e un

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altro in cui duecentododici ragazzi si dividevano dodici cucchiai e venti piatti, e dormivano vestiti perché mancavano le camicie da notte.73 Nel 1940 Leonidovna Savel'eva fu "sequestrata" dall'istituto jji cui viveva da quando i genitori erano stati arrestati, e adottata da una famiglia che voleva farla lavorare come domestica. Così fu divisa dalla sorella, e non riuscì a ritrovarla mai più.74

Negli istituti i figli dei detenuti politici facevano una vita dura, e spesso li trattavano peggio degli orfani normali. Come racconta Svet-lana Kogteva, a dieci anni dicevano ai bambini di "dimenticare i loro genitori, perché si trattava di nemici del popolo".75 I funzionari del-l'NKVD responsabili degli orfanotrofi avevano ordine di mantenere una stretta vigilanza e controllare soprattutto i figli dei controrivolu-zionari, per evitare che ricevessero in alcun modo un trattamento preferenziale.76 Grazie a questa direttiva, Petr Jakir trascorse solo tre giorni in istituto dopo l'arresto dei genitori. In quelle poche ore "riuscì a farsi la nomea di capobanda dei "figli dei traditori"" e lo arrestarono, a quattordici anni. Lo rinchiusero in carcere, poi lo mandarono in un campo di prigionia.77

Il più delle volte i figli dei detenuti politici venivano derisi e isolati. Uno di loro ricorda che quando arrivavano all'orfanotrofio, rilevavano loro le impronte digitali, come se fossero dei criminali. Gli insegnanti e gli assistenti avevano paura di dimostrare troppo affetto nei loro confronti, perché temevano di essere accusati di simpatizzare con i "nemici".78 Secondo la Jurganova, i figli degli arrestati subivano vessazioni spieiate riguardo alla loro condizione di "nemici". Fu per questo che lei dimenticò di proposito il tedesco, la lingua della sua infanzia.79

In un ambiente del genere, anche i figli di genitori colti adottavano in fretta le abitudini dei criminali... Vladimir Glebov, figlio del dirigente bolscevico Lev Kamenev, era un ragazzine di questo tipo. Suo padre fu arrestato quando aveva quattro anni, e Glebov venne "esiliato" in un orfanotrofio speciale della Siberia occidentale. Il 40 per cento dei bambini ospitati nell'istituto erano figli di "nemici", un altro 40 per cento era costituito da delinquenti minorenni e il restante 20 per cento era formato da bambini zingari, arrestati con l'accusa di "nomadismo". Glebov ha spiegato allo scrittore Adam Ho-chschild che, anche per un figlio di detenuti politici, c'erano dei vantaggi a entrare in contatto con giovani delinquenti:

II mio amico mi ha insegnato delle cose che in seguito mi sono servite un sacco per difendermi. Qui ho una cicatrice, e qui un'altra ... quando ti aggrediscono con un coltello, devi saperti difendere. Il principio fondamentale

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è di attaccare in anticipo, di non permettere loro di colpirti. Eccola, la nostra felice infanzia sovietica!80

Le esperienze vissute in orfanotrofio provocarono danni permanenti in alcuni ragazzi. Una donna tornata dal confino si ricongiun-se con la figlia: a otto anni la bambina sapeva parlare appena, si avventava sul cibo e si comportava come un animale selvatico, nel modo che aveva imparato in orfanotrofio.81 Un'altra donna, rilasciata dopo avere scontato otto anni, andò a prendere i figli all'orfanotrofio, ma non volevano tornare con lei. Li avevano convinti che i loro genitori erano "nemici del popolo", che non meritavano amore o affetto. Avevano dato loro istruzioni precise: nel caso in cui la madre fosse andata a prenderli dovevano rifiutarsi di lasciare l'istituto, e non vollero più vivere con i genitori.82

Non sorprende che parecchi ragazzi fuggissero dagli istituti. Quando poi si ritrovavano in mezzo alla strada, non ci mettevano molto a essere risucchiati nel sottobosco criminale e ad alimentare il circolo vizioso di cui facevano parte. Prima o poi, anche loro avevano molte probabilità di farsi arrestare.

A prima vista, il rapporto annuale dell'NKVD su otto campi situati in Ucraina per il 1944-45 non ha niente di inconsueto: elenca quali avevano realizzato il piano quinquennale, e quali no; elogia i detenuti stacanovisti; registra con severità che nella maggior parte dei campi il cibo era pessimo e monotono; nota anche con una certa soddisfazione che, nel periodo in esame, era scoppiata un'epidemia soltanto in un campo, a causa del trasferimento di cinque detenuti provenienti dal carcere sovraffollato di Har'kov.

Tuttavia, alcuni particolari del rapporto rivelano la vera natura degli otto campi: per esempio, un ispettore denuncia in un caso la mancanza di "penne, libri di testo, quaderni e matite". Si sottolinea con disapprovazione che alcuni detenuti scommettevano le proprie razioni alimentari, spesso perdendo il proprio pane con mesi di anticipo: se ne deduce che i novellini del campo erano troppo inesperti per giocare a carte con i detenuti più anziani.83

Gli otto campi in questione erano le colonie minorili dell'Ucraina. Infatti non tutti i ragazzi che finivano sotto la giurisdizione del Gulag erano figli di persone arrestate. Alcuni riuscivano a farsi internare da soli. Commettevano qualche reato, li arrestavano e li mandavano in speciali campi minorili, gestiti dallo stesso apparato burocratico che si occupava di quelli per adulti, cui somigliavano da molti punti di vista.

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In origine i "campi minorili" erano stati allestiti per i besprizornyj, gli orfani, i bambini abbandonati e i piccoli e sudici vagabondi che si erano persi, o erano fuggiti dai genitori negli anni della guerra civile, della carestia, della collettivizzazione e degli arresti di massa. Già all'inizio degli anni Trenta, era normale vedere i bambini di strada nelle stazioni e nei parchi pubblici delle città sovietiche. Lo scrittore russo Victor Serge li descrive così:

Li ho visti a Leningrado e a Mosca: vivevano nelle fogne, nei chioschi pub-blidtari, nelle cappelle dei cimiteri dove erano i padroni indisturbati; si davano convegno, di notte, nei vespasiani; viaggiavano sui tetti dei treni o sotto i vagoni. Comparivano pestìferi, neri di sudore, a chiedere qualche copeco ai viaggiatori, o se ne stavano sdraiati in attesa di rubare una valigia.. .M

Erano numerosi e fastidiosi al punto che nel 1934 l'amministrazione carceraria cominciò a istituire degli asili nei campi per adulti, per impedire che i figli degli arrestati finissero per la strada.85 Qualche anno dopo, nel 1935, l'amministrazione decise di creare delle colonie minorili: organizzava retate e prelevava i ragazzi dalle strade, poi li mandava nelle colonie perché ricevessero un'istruzione e fossero preparati al lavoro.

Nel 1935 le autorità sovietiche approvarono un'altra famigerata legge, grazie alla quale dall'età di dodici anni i ragazzini fermati venivano trattati alla stessa stregua degli adulti. Finivano negli istituti minorili ragazzine di campagna che avevano rubato qualche chicco di grano, e figli di "nemici" sospettati di complicità con i loro genitori, giovani prostitute, borseggiatori, bambini di strada e altri.86 Secondo un rapporto interno, negli anni Trenta gli agenti dell'NKVD prelevarono una dodicenne tatara che non parlava russo e aveva perso i contatti con la madre, perché si era smarrita alla stazione. La deportarono, da sola, nei campi dell'estremo nord.87 In Unione Sovietica i delinquenti minorili erano così numerosi che nel 1937 l'NKVD allestì degli istituti minorili a regime speciale, riservati ai ragazzi che violavano sistematicamente le regole nei normali orfanotrofi. Già nel 1939 i semplici orfani non venivano più inviati ai campi minorili, ormai riservati ai piccoli delinquenti condannati da una corte ordinaria o dalì'osoboe sovescanie, la "commissione speciale".88

Nonostante la minaccia di condanne più severe, il numero dei Piccoli delinquenti continuò ad aumentare. La guerra non aveva prodotto soltanto orfani, ma anche piccoli vagabondi, ragazzini ritmasti soli perché i loro padri erano al fronte e le loro madri lavoravano dodici ore al giorno nelle fabbriche. Nacquero anche nuove ca-

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tegorie di delinquenti minorili: operai minorenni che abbandonavano il posto di lavoro, talvolta perché la loro fabbrica veniva evacuata, e trasferita lontano dalla loro famiglia, e quindi violavano la legge del periodo bellico "sull'abbandono non autorizzato del lavoro in industrie belliche".89 Secondo le statistiche dell'NKVD, tra il 1943 e il 1945 i "centri di accoglienza" minorili ospitarono ben 842.144 giovani senzatetto. Molti furono rimandati ai genitori, o inviati in orfanotrofi o istituti professionali, ma una parte, secondo le statistiche 52.830, finì nelle "colonie di istruzione e lavoro". La definizione "colonia di istruzione e lavoro" era soltanto un eufemismo per definire un campo di concentramento minorile.90

Sotto molti aspetti, il trattamento riservato ai bambini non si differenziava molto da quello dei loro genitori. I ragazzi venivano arrestati e deportati con le stesse procedure, salvo due eccezioni: andavano tenuti separati dagli adulti e, se tentavano la fuga, non era consentito sparare loro addosso.91 Li tenevano in prigioni simili a quelle degli adulti, in celle separate ma altrettanto inospitali; un ispettore ne descrive una, e le sue parole suonano tristemente familiari: "Le pareti sono sporche; non tutti i prigionieri hanno cuccette e materassi. Non hanno lenzuola, guanciali o coperte. Nella cella n. 5 la finestra è chiusa con un guanciale, perché manca il vetro, e nella cella n. 14 una finestra non si può chiudere".92 Secondo un altro rapporto, nelle prigioni minorili c'erano "condizioni igieniche inaccettabili": mancavano l'acqua calda e oggetti d'uso essenziali, come bicchieri, piatti e sgabelli.93

Alcuni giovani detenuti subivano interrogatori simili a quelli degli adulti. Dopo essere stato arrestato in un orfanotrofio, il quattordicenne Petr Jakir fu dapprima rinchiuso in una prigione per adulti, poi sottoposto a un interrogatorio da adulti. Gli inquirenti lo accusarono di "avere organizzato un'unità di anarchici a cavallo, con l'obiettivo di operare nelle retrovie dell'Armata rossa", e citarono a conferma il fatto che Jakir amava cavalcare. In seguito lo condannarono come "elemento socialmente pericoloso".94 Jerzy Kmiecik, un sedicenne polacco che era stato arrestato nel 1939, durante l'occupazione sovietica della Polonia, mentre tentava di attraversare il confine tra l'Unione Sovietica e l'Ungheria, subì anche lui un interrogatorio in piena regola. Fu tenuto in piedi o a sedere su uno sgabello senza schienale per ore; gli somministrarono una zuppa troppo salata, senza dargli da bere. Tra l'altro, gli inquirenti gli chiedevano "quanto lo aveva pagato il signor Churchill in cambio delle informazioni". Kmiecik non sapeva chi fosse Churchill, e pregò che gli spie" gasserò la domanda.95

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Negli archivi si conservano i verbali degli interrogatori di Vladimir Moroz, quindicenne, che fu accusato di svolgere "attività controrivoluzionarie" nel suo orfanotrofio. Avevano già arrestato la madre di Moroz e suo fratello di diciassette anni, mentre il padre era stato fucilato. Teneva un diario, rinvenuto dall'NKVD, in cui si lamentava per le "bugie e diffamazioni" diffuse sul suo conto: "Se una persona si fosse addormentata profondamente dodici anni fa, e oggi si fosse svegliata d'un tratto, rimarrebbe traumatizzata dai cambiamenti avvenuti in questo periodo". Pur essendo stato condannato a tre anni di detenzione nei campi, Moroz morì in prigione nel 1939.96

Non si trattava di episodi isolati. Nel 1939, mentre la stampa sovietica riportava qualche caso di agenti dell'NKVD arrestati per avere estorto false confessioni, un giornale sibcr